Dove osano i Pierfuffi

A distanza di quasi dieci anni, su stimolo di un amico, mi sono ritrovato a percorrere un itinerario ‘storico’, e forse vale la pena di raccontarne le origini. Nel corso degli anni ho disegnato parecchi tracciati di raccordo su distanze dell’ordine del centinaio di chilometri tra stazioni ferroviarie appartenenti a linee diverse, e questo in particolare me lo ero quasi dimenticato. Solo dopo averlo rielaborato mi è tornato in mente di averlo già percorso in un passato non recente.

Nel lontano 2007, quando il mondo era giovane, mi ritrovavo a partecipare al blog collettivo Romapedala, in seguito travolto da ingloriosa fine e del quale ho potuto salvare, in extremis, solo una manciata di pagine. Sul blog si confrontavano le diverse anime del cicloattivismo romano, non senza qualche scintilla. In questa tenzone dialettica il sottoscritto rappresentava l’anima ludica-cicloturista, altri quella atletico-sportiva (senza finalità agonistiche). Una delle ‘pietre dello scandalo’ dell’epoca fu un post intitolato La grande sfida, tenzone immaginaria tra due differenti versioni del sottoscritto (Pierfranco vs. Pierfuffo) redatta con evidenti fini sarcastici.

L’evento scatenante fu una pedalata sulla lunga distanza che, sebbene proposta con ampio preavviso, non aveva racimolato alcun partecipante. Infastidito dall’essere stato lasciato da solo elaborai il post mentalmente (divertendomi anche molto nel farlo) nell’arco della pedalata, ed arrivato a casa lo scrissi e pubblicai. L’accoglienza stizzita potete leggerla nei commenti al post linkato poco sopra.

Ripercorsa oggi, la tratta da Tagliacozzo a Passo Corese (paese che per incomprensibili motivi ospita la stazione di Fara Sabina – Montelibretti) risulta uno dei percorsi più belli e vari accessibili da Roma. L’austero paesaggio abruzzese visibile nel corso del primo svalico di Colli di Montebove cede il passo alle rigogliose sponde del Lago del Turano, coi suoi borghi antichi affacciati sulle acque del bacino artificiale, per poi essere sostituito dagli uliveti della Sabina dopo il secondo svalico verso Poggio Moiano, costeggia l’impressionante aggetto rupestre di Toffia per concludersi con la pigra planata verso la piana agricola che costeggia la via Salaria.

A farmi compagnia, questa volta, al posto di un immaginario Pierfuffo c’era Lapo, un terzo partecipante avendo perso il treno per l’imprevista lentezza della biglietteria elettronica. Abbiamo percorso insieme luoghi che conosco e frequento in bici da anni, e che hanno mantenuto inalterato nel tempo il proprio fascino.

L’inizio di un nuovo viaggio

Ci sono momenti, nella vita, in cui vieni messo di fronte alla mole di aspettative che le persone alle quali vuoi bene ripongono in te. La prima volta è successo il giorno del mio matrimonio, nel 2007. La seconda è oggi.

Accade che la neopresidente M5S del VII Municipio, Monica Lozzi, mi abbia chiesto di ricoprire l’incarico di assessore alla mobilità, e che io abbia accettato. Non che avessi molta scelta, in realtà, dopo aver scassato le balle al mondo per decenni sui temi della ciclabilità, della vivibilità dei quartieri, della mobilità ‘dolce’… nel momento in cui mi viene offerta la possibilità di provare a mettere in pratica quanto incessantemente predicato, non posso rifiutare la sfida.

La conferma dell’incarico rimaneva vincolata ai risultati del ballottaggio, rivelati a notte fonda, poi stamattina il ‘leak’ del quotidiano La Repubblica ha reso noto al mondo cicloattivista romano l’inattesa novità. Il risultato è che sono stato letteralmente sommerso, via ‘social’, da auguri, congratulazioni, esortazioni e commenti entusiastici, a decine, a centinaia…

Come sempre sottovaluto la sfera emozionale, il risultato è che ho passato la mattinata e buona parte del pomeriggio a rispondere, ringraziare, fare i debiti scongiuri, in uno stato d’animo diviso esattamente a metà tra l’euforia ed il panico. Un conto è ragionare di portare avanti un serio lavoro per la ciclabilità, un altro toccare con mano quante aspettative le persone che da sempre ti sono vicine riporranno in te da qui in avanti.

Tutta questa mole di speranze ed attese mi accompagnerà nel cammino. Sarà con me per indicarmi la strada da seguire. Non diminuirà il lavoro o la fatica, ma servirà a mantenere la rotta. Sarà la mia bussola.

Detto questo, buona fortuna a tutti noi.
Si salpa per un nuovo viaggio.
De’ remi faremo ali al folle volo

Da Carsoli a Spoleto

Ieri si è consumata la proposta “Si salvi chi può 2015”, consistente in una pedalata da Carsoli a Spoleto, per una distanza di 135km. Mediamente una volta l’anno la follia prende il sopravvento su di me e mi spinge a queste percorrenze “estreme”. Il trucco consiste nello scegliere per andata e ritorno due linee ferroviarie diverse in modo da partire dall’Abruzzo e tornare, in questo caso, dall’Umbria. Nelle passate edizioni sono state proposte Avezzano-Terni (l’antesignana), Celano-Terni (in due varianti), Tagliacozzo-Terni, Carsoli-Poggio Mirteto e Carsoli-Fara Sabina (cucinate in diverse salse).

Il vantaggio di questi percorsi è che si sviluppano in zone montane a bassissima frequentazione, spesso costeggiando laghi artificiali, e che evitano il traffico letale ed asfissiante dei dintorni di Roma. Oltre a ciò lo spostamento in linea mostra ambienti via via diversi man mano che si procede. Non da ultimo, scegliere il punto di partenza sopraelevato rispetto a quello di arrivo regala del dislivello “in discesa” che consente di estendere il numero di chilometri anche a chi non disponga di un allenamento propriamente agonistico.

Tornando a ieri, una delle cose più belle è sicuramente stata l’espressione del tizio sconosciuto (ce n’è sempre uno) che, appena scesi alla stazione di partenza (Carsoli, in Abruzzo), sistematicamente domanda “Dove andate con queste bici?” e si sente rispondere “Spoleto”. Impagabile. Vedi dalla mimica facciale le rotelle del cervello che si mettono in movimento per cercare di collocare quel nome nei dintorni, senza riuscirci. Poi una volta compreso che Spoleto è in Umbria, una regione nemmeno confinante, si disegna il dubbio: “dicono sul serio o mi prendono in giro?”

A Carsoli la sosta d’obbligo prima della partenza è in un caffè-pasticceria, poi si prende l’acqua e ci si avvia intorno alle 9.30. I primi 20km sono in piano, sulla strada che costeggia il lago del Turano. Percorso bellissimo ma ormai per me stranoto, che ci “beviamo” a quasi 30km/h di media. Poi la breve salita e ridiscesa fino alla diga, quindi una nuova salita e discesa ben più consistente verso la piana Reatina.

Rieti è un po’ il punto critico dell’intero tracciato perché crocevia delle diverse strade che risalgono le vallate adiacenti, una piccola città con la sua inevitabile baillamme di traffico. Inevitabile ma che, fortunatamente, grazie alle ridotte dimensioni, riusciamo a lasciarci alle spalle in fretta. È ormai mezzogiorno quando affrontiamo il forno della piana Reatina, in compenso la velocità delle bici ci tiene almeno ventilati.

Dei sette alla partenza (io, Nicola, Carmine, Angelo, Claudia, Diego e il neo-acquisto Lapo) siamo rimasti in cinque. Un paio (Carmine ed Angelo) si sono sganciati a Castel di Tora con la frase “noi andiamo avanti così possiamo pedalare più lentamente”. Ci ricongiungeremo con loro solo sessanta chilometri dopo, a Piediluco, per il pranzo.

La piana Reatina termina con un breve scollinamento e raggiunge il lago formato dal fiume Velino che da vita alla cascata delle Marmore. Anche se il nostro itinerario piegherebbe verso nord appena prima del paese, decidiamo lo stesso di fermarci lì, in un piccolo parco ombroso in riva al lago, per pranzare tutti insieme. L’itinerario prevede come “via di fuga” la possibilità di tagliare direttamente su Terni, e per un motivo o per l’altro in ben cinque (su sette) scelgono di avvalersene.

Proseguiamo quindi solo io e Nicola, compagno di avventure dell’epoca in cui ero presidente dell’associazione Ruotalibera, dalla quale per motivi diversi entrambi ci separammo circa un decennio fa. Sotto un sole impietoso ci avviamo per lo svalico che conduce alla discesa verso Arrone e l’imbocco della Valnerina, strada meravigliosa che risaliremo per altri 25 chilometri, con continue soste ai fontanili ed una pausa gelato a metà.

In prossimità di Piedipaterno si devia verso sinistra per raggiungere il terzo ed ultimo svalico che ci apre alla lunga e meritata discesa verso Spoleto. La scommessa dell’intero giro consiste nel riuscire a percorrere questi ultimi 400 metri di dislivello in 9 chilometri con alle spalle già 110km percorsi dalla mattina. Un piccolo miracolo fisiologico che puntualmente si compie, aiutati dal fatto che intorno alle cinque del pomeriggio la strada è ormai in larga parte ombreggiata e il sole non cuoce più come all’ora di pranzo.

Sfinito e con la prospettiva di arrivare felicemente in stazione, la discesa finale è un piccolo nirvana di meritata goduria nel corso del quale realizzo, mentre traccio curve paraboliche giocando con la gravità e l’accelerazione centrifuga in equilibrio su due ruote sottili, che la bicicletta è per me da sempre una droga di natura psicologico-metabolica, fortunatamente del tipo che fa bene al fisico ed al morale (anziché distruggerli come avviene per quelle chimiche).

Alle 18.00 sono in stazione, dopo aver salutato Nicola che ha prenotato un alloggio a Spoleto in vista di una ulteriore pedalata in solitaria, il giorno successivo, dalla volta dei piani di Castelluccio. Il treno che mi riporterà a Roma è previsto per le 19.02. Mi resta un’ora di tempo senza far nulla. Chissà se mi ricordo ancora come si fa. A Terni salgono sul treno anche Claudia e Diego, reduci dalla scorciatoia post-prandiale e dalla visita alla cascata delle Marmore.

Un dubbio mi accompagna mentre pedalo ancora dalla stazione verso casa, dove mi attendono Emanuela, una doccia, la cena e poco altro: quanti litri d’acqua abbiano attraversato il mio corpo, procedendo dall’interno verso l’esterno, in una giornata tanto lunga, faticosa e calda. Credo di averne bevuta non meno di quattro o cinque litri, probabilmente anche di più.

Riappropriazione sensoriale

Pincio

Un senso di me prepotente
Ricavo dall’essere solo
Dal muovermi in fretta nel buio
Pensiero che brilla nel vuoto.
(M. B. – Il volo notturno)

Nella notte tra sabato e domenica una cinquantina di ciclisti romani ha spontaneamente aderito al mio ennesimo esperimento: percorrere tutto l’anello del GRAB al buio.
Avete capito bene: non semplicemente di notte, con le luci, ma proprio interamente al buio. Il tracciato attraversa una serie di aree verdi totalmente prive di illuminazione.

L’evento è stato concettualmente suddiviso in tre parti: un ciclopicnic serale, la pedalata notturna ed una passeggiata all’alba nel centro storico di Roma, zigzagando tra vicoletti poco noti in attesa del sorgere del sole. La possibilità di partecipare anche solo a singole ‘tranche’ ha consentito ad un maggior numero di persone di prendervi parte.

Non è la prima volta che guido gruppi di ciclisti in pedalate notturne al buio, l’ultima è stata pochi mesi fa. La condizione ‘necessaria e sufficiente’ riguarda la disponibilità di una sede pedalabile di sufficiente ampiezza e regolarità, con assenza di ostacoli. Situazione presente in diversi parchi urbani, a patto di scegliere bene dove passare.

Ovviamente c’è da vincere una forte resistenza dei ciclisti stessi, al punto che normalmente un piccolo gruppo preferisce viaggiare ugualmente con le luci accese. In questo caso ci si organizza per mandare avanti quelli che intendono sperimentare la pedalata al buio e lasciare in coda gli ‘illuminati’.

Tipicamente si arriva con la luce dei lampioni fino all’ingresso del parco della Caffarella, si spegne tutto (luci posteriori comprese) e ci si inoltra nell’oscurità. Oscurità che in questo caso è quasi totale: si pedala in un tunnel sotto alberi di latifoglie che bloccano la poca luce lunare e tutto quello che si riesce a vedere è un alone più chiaro in lontananza, dove gli alberi si diradano.

Cosa accade dunque in questa situazione? E’ davvero molto più pericoloso rispetto al muoversi di giorno? La risposta, sorprendentemente, è no. Quello che avviene con la ‘perdita della visione’ è lo sblocco degli altri sensi, che inaspettatamente si “accendono”.

Il fatto è che la vista è a tutti gli effetti il nostro senso dominante, ed avendo l’evoluzione sociale della nostra specie eliminato i predatori, gli altri sensi hanno progressivamente perso importanza. Abbiamo finito col non dedicargli più attenzione.

L’udito serve ancora ad ascoltare le parole, anche se spesso lo teniamo occupato con la musica (o con qualcosa che viene definito tale). L’olfatto è pressoché dimenticato e stordito dalle puzze urbane, le sensazioni tattili sono ridotte al minimo indispensabile.

Pedalando al buio si riproduce una percezione di pericolo intimamente connessa allo stare in equilibrio su due ruote, il cervello si attiva per gestirla e, non disponendo della vista, cerca di ricavare il massimo delle informazioni da ciò che gli resta. All’improvviso si diventa consapevoli della temperatura dell’aria, delle vibrazioni della bicicletta sotto di noi, dei suoni che ci circondano a 360°, degli odori della vegetazione, del nostro stesso senso dell’equilibrio che, scopriamo, non ha bisogno della vista per mantenerci in sella.

Dopo pochi minuti si fa la prima pausa, ed è evidente la sensazione di euforia mista ad incredulità dei partecipanti. Un mondo nuovo ed inatteso gli si è rivelato e sono pronti a proseguire nell’esplorazione. Sabato scorso questa ‘esplorazione’ si è protratta per l’intera nottata, fino alle prime luci dell’alba, quando abbiamo assistito ad uno spettacolo diverso e per molti altrettanto inatteso: la città vuota.

Non molti sanno che c’è, in questa stagione, per pochi mesi, un ‘momento magico’ temporalmente collocato in una finestra molto ristretta, tra le 5.00 e le 6.00 di mattina, corrispondente ad un’ora in cui i nottambuli sono già andati a dormire e i ‘diurni’ non si sono ancora svegliati. Da notare che, in questa stagione, è anche già giorno.

In quest’ora magica si possono percorrere, in totale solitudine, le viuzze del centro storico, riappropriandosi di una città normalmente invasa da traffico, rumore, turisti. I palazzi storici appaiono come una quinta teatrale in paziente attesa del ritorno degli attori. E’ persino possibile affacciarsi dal Campidoglio su via dei Fori Imperiali e vederla totalmente deserta, da Piazza Venezia fino al Colosseo.

E’ possibile, per un’ora soltanto a cavallo tra la notte ed il giorno, scoprire la magia di una città fuori dal tempo, prima che i suoi abitanti si affannino nuovamente per cancellarla. A seguire alcune considerazioni postate sull’evento dai partecipanti.

“…è stata una navigazione pazzesca paragonabile ad un viaggio in barca in notturna: mi ha stupito molto la mia/nostra capacità di riuscire a vedere, quasi sentire il percorso, nonostante il buio e addirittura, dopo un po’, andare anche meglio che di giorno (il basolato dell’appiantica era ‘na crema).” – Piero Ventura

“E’ stata un’esperienza piena, intensa di quelle che ti ricordi. L’esperimento di riappropriazione sensoriale è stato fortissimo. Presenza e attenzione ti fanno attraversare indenne percorsi sconosciuti all’interno di un parco al buio. La stanchezza rischia di regalarti una transenna in faccia di giorno nel centro di roma. Grazie Marco per la splendida follia nell’aver concepito e guidato questo tour e grazie a tutti i compagni di avventura.” – Lorenzo Dina

La concentrazione notturna mi ha fatto riappropriare anche di muscoli che non conoscevo, oggi ancora tutti ben contratti!! Bellissima avventura, grazie Marco alla prossima! – Livia Corazziari

(foto di Alboreto DelVecchio)

Aspettando l’app (del GRAB)

Nell’attesa del futuro rilascio di un’app per smartphone che dovrebbe finalmente consentire a tutti di percorrere il Grande Raccordo Anulare delle Bici, vado sperimentando soluzioni alternative ed immediate, anche per testare limiti e potenzialità di una simile soluzione.

Il problema, come ben sanno tutti quelli che hanno difficoltà ad orientarsi, è che non sempre si ha a disposizione qualcuno che conosca il tracciato ad accompagnarci. Nei secoli si è cercato di porre rimedio a questo inconveniente creando la branca scientifica della geografia, purtroppo neppure questo è bastato, rimanendo il livello di astrazione delle mappe alla portata di molti, ma non di tutti.

Più recentemente la tecnologia GPS (Global Positioning System) ha cambiato nuovamente le carte in tavola, trasferendo le mappe all’interno di dispositivi in grado di rilevare automaticamente la propria posizione calcolandola in base ad una costellazione di satelliti in orbita.

Fino a qualche tempo fa questi dispositivi esistevano unicamente come oggetti a sé stanti, più recentemente le tecnologie GPS sono entrate a far parte, come il 99% del mondo informatico, del telefono che abbiamo in tasca.

La tecnologia GPS consente di fare molto più che guardare le mappe con un bel puntolino che vi strizza l’occhio come a dire “voi siete qui”. Quello che è il vero motivo di forza è la possibilità di disegnare sulle mappe un tracciato e seguirlo fedelmente, guidandoci con sicurezza in posti mai visti prima. Per fare questo occorre che il tracciato sia disponibile in un file con estensione .gpx o simili (gpx è lo standard più diffuso). Per questo abbiamo messo online, nell’ultima pagina del sito del GRAB, le tracce .gpx nelle due versioni:

Classic = percorrenza in senso antiorario
Reverse = percorrenza in senso orario

Le tracce possono essere scaricate anche cliccando sui link qui sopra.
(n.b.: le versioni dei tracciati scaricabili dal sito del GRAB sono state aggiornate successivamente alla pubblicazione di questo post… per uno scrupolo filologico si è qui scelto di mantenere disponibili le versioni pubblicate originariamente)

Le due tracce si differenziano essenzialmente per la presenza di strade a senso unico che, qua e là, obbligano a piccole deviazioni, oltre al fatto che il “Reverse” è immaginato per chi abbia già percorso il “Classic” ed evita perciò il passaggio bellissimo ma farraginoso per il centro città, preferendo collegare Caracalla al Tevere passando per la direttrice Circo Massimo anziché passare per Via dei Fori imperiali – Campidoglio – Portico d’Ottavia.

Chi già possieda un dispositivo GPS non avrà bisogno di spiegazioni ulteriori, chi voglia sperimentare l’uso di uno smartphone dovrà necessariamente installare un’app in grado di visualizzare le tracce .gpx

L’app che ho scelto di testare è per dispositivi Android e si chiama Locus Free. La versione ‘base’ è gratuita ma già dispone delle funzionalità indispensabili. Questa è la schermata ad installazione completata.

Nell’ordine conviene installare prima l’app e solo in un secondo tempo scaricare il file .gpx dal sito. Se tutto funziona a puntino il file, una volta scaricato, si aprirà da sé all’interno dell’applicazione associata, in questo modo (n.b.: nell’immagine sono visibili simultaneamente la traccia “classic” in blu e la traccia “reverse” in rosso).

Le mappe utilizzate sono le Open Street Map e non richiedono la presenza di una linea dati per essere visualizzate: l’app può scaricarle in anticipo, automaticamente ed a diversi livelli di zoom da una connessione wi-fi (con un unico limite giornaliero riguardante il numero totale di ‘tiles’ scaricabili simultaneamente).

(n.b.: anche in questo caso l’app è stata aggiornata dalla data della pubblicazione originaria di questo post, al momento lo scaricamento delle mappe offline non è più gratuito. Tale funzionalità è tuttavia stata conservata in altre app, p.e. Oruxmaps)

Si può scegliere la visualizzazione a mappa stradale o la modalità foto satellitari. Trattando il GRAB in larga misura di percorsi nei parchi, non riportati sulle mappe stradali, la modalità satellitare risulta molto più esaustiva.

Per avere le mani libere e guidare comodamente la bici sono disponibili supporti da manubrio per smartphone. Quello illustrato nella foto è solo un esempio, essendosi rivelato poco affidabile anche in virtù di un costo d’acquisto estremamente basso.

A questo punto non resta che attivare il GPS incorporato nello smartphone ed aspettare che la nostra posizione venga visualizzata con una freccia di colore blu (non visibile nell’illustrazione). Una volta raggiunto il punto del GRAB più vicino a noi potremo iniziare a percorrerlo seguendo le indicazioni forniteci dall’app.

Il menu propone diverse opzioni, ne segnalerò due. La prima è sicuramente ‘Segui GPS’, che riposiziona automaticamente la schermata man mano che avanziamo sul tracciato. La seconda è ‘Ruota schermo’, che orienta la direzione nel verso in cui ci siamo spostando in modo da offrire sempre la prospettiva del viaggiatore, ovvero con la porzione di percorso di fronte a noi nella parte alta della schermata, e quella già percorsa in basso.

Il sistema è molto semplice e pratico, per quanto le informazioni disponibili siano ridotte alla sola traccia. Per l’app definitiva stiamo ragionando di inserire una varietà di annotazioni aggiuntive sia sulle criticità attuali del tracciato (in attesa che le istituzioni se ne facciano carico e le risolvano), sia sui punti d’interesse storico/archeologici incontrati lungo il percorso, senza dimenticare le fontanelle dove poter bere e rinfrescarsi.

Purtroppo, nonostante l’essenzialità delle informazioni, il carico richiesto al processore ed alla scheda grafica per gestire sia il GPS che la visualizzazione in tempo reale risulta molto gravosa per la batteria di uno smartphone di media fascia, soprattutto se si abilitano le opzioni di grafica avanzata (p.e. ruota schermo) ed il download delle mappe in tempo reale dalla rete mobile.

Stando così le cose non è pensabile percorrere l’intero anello di 44km ad un ritmo rilassato come richiesto dal tracciato (quattro o cinque ore di pedalata, più le soste) senza esaurirne completamente la carica, la batteria del telefono dovrà necessariamente essere supportata con un alimentatore esterno.

Questa è per noi sicuramente un’informazione interessante: non ha molto senso rendere disponibile un’app a tal punto energivora da mettere in ginocchio la maggior parte dei dispositivi ben prima del termine del giro (un problema che coi navigatori da escursionismo non si pone), ma nemmeno si può pensare di accorciare il tracciato.

A questo punto lascio ai lettori (e lettrici) di buona volontà il prosieguo dell’esperimento. Fatemi sapere se questa soluzione vi sembra già idonea a percorrere il GRAB (e, nel caso, che tipo di alimentatore esterno avete usato). Per me è molto difficile effettuare una valutazione obiettiva dal momento che conosco il percorso a memoria e non ho bisogno di guardare il display per seguirlo.

A G.R.A.B. is born

“GRAB – Grande Raccordo Anulare delle Bici”, questo il nome col quale è stato presentato al pubblico ed alla stampa il progetto di una ciclovia urbana di 44km (la più lunga del mondo) che contiamo possa diventare, a breve, una dei principali attrattori di turisti in bicicletta da ogni parte del mondo, e servire anche ai romani per spostarsi attraverso la città.

Il primo passo del progetto è l’attivazione di un sito web interattivo che consente di navigare il tracciato e comprenderne le diverse caratteristiche. Una storyboard che si dipana come narrazione visuale dei diversi tessuti urbani attraversati, con una panoramica finale sulle potenzialità di sviluppo anche in chiave di rigenerazione urbana.

“Narrazione” è la parola chiave di questo progetto, che attraverso un tracciato serpeggiante attraverso la città ne registra l’intero arco evolutivo, dai boschi e le campagne dell’agro romano passando per le vestigia archeologiche imperiali (templi, strade in basolato, acquedotti, ninfei, mausolei) il medioevo (Portico d’Ottavia) il Rinascimento (Campidoglio) fino alla città Umbertina (Parioli, GNAM), ai quartieri della Resistenza ed ai recenti esempi di street-art a Quadraro e Torpignattara.

Una narrazione visuale della città a 360° che, nell’arco di una giornata, piacevolmente passeggiando in bicicletta, attraversa oltre 2000 anni di storia stratificati intorno a noi, e ce ne rende consapevoli. Il tutto su un tracciato già esistente, fruibile, ed ulteriormente perfettibile con interventi minimi e dai costi contenuti.

Una straordinaria risorsa strategica per quanto riguarda lo sviluppo del turismo in bicicletta nella nostra città che contiamo possa produrre in breve tempo ritorni economici tali da far diventare il G.R.A.B. uno dei fiori all’occhiello dell’offerta turistica romana ed un elemento di forte richiamo per gli appassionati di viaggi in bici.

Da questo momento prende il via un percorso di confronto e condivisione con i territori ed i referenti istituzionali per la sistemazione delle criticità e lo sviluppo delle piene potenzialità del tracciato.

P.s.: quella che ebbi a definire “fase larvale” può considerarsi conclusa.

P.s.2: l’articolo di Repubblica.it

I nomadi, le città e la sfera sociale

Un celebre aforisma di Ascanio Celestini recita (più o meno): “Il razzismo è come il culo: puoi vedere quello degli altri, ma non riesci mai a vedere il tuo”.

Correva l’anno 2007, io ed Emanuela eravamo in viaggio di nozze in Sudafrica e decidemmo di effettuare una visita alle “township” nere, risultato di decenni di segregazione razziale ed infine divenute parte del panorama urbano di Capetown.

Il Sudafrica, a distanza di decenni dalla caduta del regime razzista di Pretoria, continua a mostrare una realtà sociale molto polarizzata, con la popolazione bianca e ricca che vive “all’occidentale” e quella nera e povera che vive “all’africana”. L’apartheid fisica degli insediamenti è sopravvissuta all’abolizione dell’apartheid sociale.

Discutendo di questo col proprietario dell’appartamento dove eravamo in affitto (un italiano andato a vivere in Sudafrica molti decenni prima), questi mi manifestava il suo disagio nei confronti delle scelte di molti neri, acculturati e con un buon stipendio, che continuavano a vivere in realtà povere, gomito a gomito con vere e proprie baraccopoli.

La mia obiezione fu che, probabilmente, per i neri la dimensione sociale che quel tipo di insediamenti consentiva era largamente preferibile al modello “bianco” dei villini monofamiliari con giardino e garage, di grande impedimento alla socializzazione (cosa, questa, lamentata dal mio stesso interlocutore).

“I neri vivono in case povere, ma gli basta uscire per strada per trovare la comunità, i loro amici e conoscenti. I bianchi vivono autosegregati in case linde e perfette, ma per le strade non c’è nessuno, e se vogliono incontrarsi devono darsi appuntamento o organizzarsi per cenare insieme”, fu più o meno l’argomentazione che proposi. Il mio interlocutore ammise: “non l’avevo mai considerata in questi termini…”.

A muovermi in direzione di quest’analisi è stata probabilmente la profonda stima maturata negli anni nei confronti della popolazione nera del Sudafrica, grazie all’opera di Nelson Mandela ed al processo di pacificazione sociale che, dopo la caduta del regime razzista, evitò stragi e rappresaglie in tutto il paese.

Non altrettanta stima (con mio profondo disagio…) ho realizzato di provare nei confronti di popolazioni con costumi analoghi insistenti nel mio stesso contesto sociale. Evidentemente quello che si “legge” analizzando una realtà estranea, nella quale ci si sente poco coinvolti, non è di altrettanto facile interpretazione quando si prova a leggere la realtà in cui si è cresciuti.

Quotidianamente, infatti, mi trovo a passare, pedalando verso l’ufficio, accanto ad accampamenti di nomadi incistati nella periferia romana. Periodicamente, negli anni, sono finito ad interrogarmi sul perché queste persone scelgano spontaneamente una simile forma di “apartheid” rispetto alla cultura ospitante.

La risposta non era molto diversa, ovvero che solo il restare gli uni accanto agli altri poteva restituirgli quel senso di comunità che, adottando i nostri costumi sociali ed abitativi, avrebbero finito col perdere. Ma qui terminava l’analisi.

Quello che il mio stesso razzismo ha finito col nascondermi (e che invece mi era stato chiaro fin dal principio per i comportamenti dei neri sudafricani) è che il loro modello sociale, pur con tutti i limiti igienici e sanitari (determinati principalmente dalla povertà e da fattori culturali), sia nei fatti nettamente superiore al nostro.

C’è stato un momento, nella storia dell’occidente (e, non molto dopo, dell’estremo oriente), in cui il desiderio di possesso ha prevalso sulla necessità di essere comunità, sulla socialità, sull’affettività. Abbiamo finalizzato le nostre vite all’inseguimento di modelli di ricchezza (case più grandi, arredamenti più lussuosi, automobili più costose…) e perso progressivamente di vista le interazioni sociali.

La conclusione di questo processo sta nelle nostre città, nei quartieri, nelle case cui abbiamo dato forma negli ultimi decenni: realtà disumane e disumanizzanti, mausolei di cemento nei quali seppellirci da vivi, con finestre elettroniche (apparecchi televisivi, computer, smartphone…) per affacciarci su mondi fittizi, a vivere vite fittizie, mentre il mondo reale, al di fuori, è precipitato nell’indifferenza e nel degrado.