L’onere della prova

Domenica scorsa il miracolo di Santa Bibiana si è ripetuto ed un collegamento essenziale tra due zone della città è stato ripristinato. Ancora una volta dai cittadini. Questo segna a mio parere un punto di non ritorno.

Quando il cittadino arriva a farsi giustizia da sé si parla di “far west”, è non è certo un sintomo di salute dell’organizzazione sociale. Quando inizia a metter mano in prima persona alle sistemazioni stradali è segno di un malessere che si esprime in forme sicuramente più civili, ma non per questo meno allarmante.

Non oltre un paio d’anni fa si svolse, all’interno della comunità dei cicloattivisti romani, un dibattito sul partecipare o meno ai “tavoli tecnici” con le amministrazioni. Ritengo la questione ormai superata. I tavoli tecnici non hanno semplicemente più senso dal momento che l’amministrazione cittadina ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di realizzare nulla.

Non le bike-lanes su via Prenestina, non il GRAB (progetto ambizioso e di respiro europeo), non le ricuciture dell’esistente, o la sua manutenzione. Nemmeno i cento metri scarsi del sottopasso di Santa Bibiana, sistemato a proprie spese (poche decine di euro) da un pugno di cittadini stanchi ed esasperati.

Gli uffici comunali, le aziende partecipate come Agenzia Mobilità, si configurano ormai come elefantiache macchine burocratiche che instancabilmente ingoiano denaro e producono il nulla. Perfino starci a discutere è tempo sprecato.

A questo punto, come in giurisprudenza, se ci rivorranno ai tavoli starà a loro “l’onere della prova”, ovvero dimostrare di essere in grado di realizzare qualcosa, qualsiasi cosa. Anche semplicemente per giustificare la propria esistenza.

(immagine tratta dal blog Rotafixa.it)

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Riassunto delle puntate precedenti

Allora, vediamo di capire cosa succede.

È il dopoguerra, l’Europa deve uscire dalla catastrofe fratricida, i paesi del medioriente vivono un’economia di sussistenza, gli Stati Uniti hanno una macchina industriale-militare lanciatissima, bisogno di mercati per l’esportazione e necessità di consolidare alleanze militari per il controllo geopolitico globale. Decidono di investire nell’Ovest Europa esportando il proprio modello economico, mentre ad Est si consolida il blocco politico-culturale sovietico.

Negli anni ’60 la crescita economica ha prodotto un benessere crescente, con la meccanizzazione della produzione agricola ed il comparto industriale in rapida crescita, ma è una macchina drammaticamente energivora ed il petrolio americano non basta più. Chi ne ha tantissimo sono i paesi arabi.

Negli anni ’70 la prima crisi petrolifera, gli arabi chiudono i rubinetti e l’Europa va in sofferenza. In Iran la rivoluzione degli Ayatollah estromette i regnanti filo-occidentali ed impone una teocrazia basata sulla legge coranica. I rifornimenti di petrolio vengono garantiti principalmente dall’Arabia Saudita, una monarchia che si arricchisce, nei decenni succssivi, oltre ogni decenza.

Ma i vicini sono litigiosi. L’Iraq di Saddam Hussein, dopo una guerra decennale con l’Iran, decide di prendersi il Kuwait, scatenando l’intervento U.S.A. a difesa (principalmente) della produzione petrolifera. L’ingerenza statunitense non viene ben vista dai paesi confinanti e produce una reazione di rigetto che si traduce in una guerra a bassa intensità e nel consolidamento di gruppi armati antioccidentali.

La storia degli ultimi anni è quella delle “primavere arabe” e della progressiva destabilizzazione dell’area, del crollo di dittature di lunga data e della loro progressiva sostituzione con guerre civili portate avanti da fazioni tribali, dell’ascesa di movimenti islamici integralisti che vengono militarmente supportati e finanziati dall’Arabia Saudita, rimasta il principale fornitore di petrolio mondiale, spesso col consenso, se non la partecipazione attiva, delle intelligence occidentali. Una strategia di distruzione di civiltà di cui la sete di petrolio e del denaro prodotto dalla vendita di armamenti sono, se non propellenti, sicuramente complici.

Ora siamo qui a difendere uno stile di vita elitario rispetto al resto della popolazione mondiale, basato su risorse altrui che paghiamo principalmente in derrate alimentari (che contribuiscono all’aumento della popolazione), armi e tecnologia militare, in uno scenario che vede protagonisti gruppi integralisti, intelligence occidentali, appetiti di controllo geopolitico, e che ha ridotto ad un carnaio buona parte del Nordafrica e del Medioriente, dall’Algeria fino al Pakistan.

Pretendere di rimanere completamente immuni da questa devastazione diffusa di popoli e paesi, vivendo con leggerezza il mito dei consumi illimitati e contemporaneamente saccheggiando risorse e ricavando ricchezza dalla vendita di armi ed esplosivi che alimentano i conflitti è, oltreché cinico ed ipocrita, del tutto irragionevole.

I Ciclisti Filosofi

La scorsa settimana, spinto dall’intenzione, vaga, di far circolare aforismi sulla bicicletta, ho dato vita all’ennesima pagina Facebook (le altre che mantengo le potete trovare nella colonna di destra, identificate da piccoli ‘box’). Ben presto l’idea iniziale ha cominciato a definirsi con maggior precisione, disvelando un potenziale superiore a quanto mi aspettassi inizialmente.

Per comprendere come nasca l’idea di dar vita ad una simile serializzazione dei contenuti occorre fare un passo indietro e ragionare sul concetto di ‘meme’.
Wikipedia descrive il meme nei termini di:

…“un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica, quindi un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione…

Per sintetizzare il concetto: ogni cultura evolve integrando nel proprio corpus idee, concetti, logiche ed approcci nuovi, e rimuovendone altri che quindi cadono in disuso. Il termine ‘meme’ rimanda all’imitazione, ovvero alla caratteristica propria dei gruppi sociali di cementare la propria identità attraverso la condivisione e la ripetizione di consuetudini.

Consuetudini che possono essere l’utilizzo di un neologismo o di una forma gergale esclusiva, di una canzone o un semplice frammento di testo, di un manierismo unico nella pronuncia di determinati fonemi, alla stessa maniera in cui viene utilizzato l’abbigliamento o l’interesse per una determinata categoria di oggetti ed attività umane per collocarsi all’interno di ‘mode’. Ci si imita a vicenda e questo fa del gruppo una realtà distinguibile.

Sui meccanismi di propagazione dei ‘meme’ è in corso da anni una riflessione. Se a posteriori è evidente come alcuni di essi possano essere prepotentemente emersi (molti per sparire in un arco di tempo altrettanto breve), stabilire una ‘formula del successo’ è impossibile. Esempi di ‘meme’ in anni recenti sono i Chuck Norris Facts, o la scena del film Titanic sulla prua della nave (ripresa in un milione di citazioni e parodie), o l’avvento degli zombie come spauracchio di massa in cui parlavo altrove.

Nel mondo dei Social Network (e di Facebook in particolare, che al momento è il più diffuso e pervasivo) la propagazione spontanea di piccoli e semplici meme è all’ordine del giorno. Li riceviamo volenti o nolenti ogni volta che qualche amico decide di condividere un pensiero, o un’immagine, o una ‘confezione’ di entrambi. In genere sono motti, aforismi o battute satiriche. Altrettanto in genere non si tratta di contenuti isolati ma di forme serializzate di intrattenimento.

Cito a mo’ di esempio la pagina umoristica Kotiomkin (nome ispirato esso stesso ad un celeberrimo ‘meme’ della cultura italiana, la battuta di Fantozzi: “per me la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”)

…la gallery Il Peggio Della Fotografia Made in Italy (che spesso attinge ad immagini di matrimoni realizzate in paesi dell’Europa dell’est)

…o Le più belle frasi di Osho dove la molla umoristica nasce dal contrasto tra le foto di vita quotidiana del santone indiano e la sovrapposizione di frasi in romanesco riferite ad un immaginario affatto diverso.

Dati questi ‘alti esempi’ mi sono chiesto se non sarebbe stato possibile veicolare idee sull’uso della bicicletta tramite l’accostamento di parole ed immagini. Ne è nata una piccola sperimentazione (chiamata inizialmente ‘CicloAforismi’) che mi ha spinto ad estendere la cerchia delle persone coinvolte nel processo ideativo.

Ora la redazione è composta, oltre al sottoscritto, da Marco Melillo, Serena Maniscalco, Elena Scategni e Paolo De Felice, e la qualità delle ‘cartoline’ prodotte ha subito una drastica impennata verso l’alto.

Anche il ‘concept’ è stato rivisto, non più aforismi e frasi ad effetto legate alla bicicletta, ma motti e consigli di senso generale uniti ad immagini di persone in bicicletta che ne contestualizzano il significato e ne propongono una possibile chiave di lettura, non necessariamente immediata.

L’oggetto finale assume così una dimensione in parte visiva, in parte filosofica, in parte di sofisticato ‘divertimento intellettuale’ nell’interpretazione della relazione tra immagine e testo.

L’idea è che l’efficacia del messaggio prodotto dall’abbinamento di testi ed immagini produca spontaneamente una sensazione di immedesimazione (meme) tale da spingere i lettori a ripubblicare l’immagine stessa sul proprio profilo per esporla ad una platea più vasta, innescando quel meccanismo di diffusione virale proprio dei ‘meme’ più efficaci.

Se funzionerà o meno è impossibile dirlo. La speranza è che le immagini circolino diffusamente portando con sé il ‘meme’ della bicicletta anche a quanti non ne siano ancora utilizzatori, veicolando fantasie, suggestioni, attese. Nel suo piccolo il progetto va nella direzione di una ridefinizione dell’idea di bicicletta nell’immaginario collettivo.

Come arco vitale per questa esperienza immagino alcuni mesi, all’inizio con pubblicazioni quotidiane, poi via via più rarefatte man mano che illustrazioni e frasi vengono utilizzate. Quello che ne resterà alla conclusione sarà una gallery di impressioni, idee, immagini, legate all’uso della bici ed alle trasformazioni fisiche, culturali, mentali ed emotive da essa prodotte.

Il trionfo della morte – 7

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Parte settima: ambientalisti vs. zombie

La paura, come emozione, ha da sempre un posto di spicco nell’immaginario popolare, declinandosi diversamente da generazione a generazione. Nel lontano passato si aveva paura dei mostri mitologici: ciclopi e arpie nella cultura classica, Troll in quelle nordiche, diavoli, streghe, mostri marini ed altro ancora, ognuno legato ad un diverso aspetto dell’esperienza comune, ad una diversa paura da razionalizzare ed esorcizzare.

In tempi più recenti possiamo menzionare il successo, da metà ottocento fino a tutta la prima metà del secolo scorso, della ‘creatura del dr. Frankenstein’, proiezione della paura nei confronti delle scoperte scientifiche e del desiderio umano di travalicare i propri limiti senza valutare le conseguenze. L’erdità delle paure ottocentesche consiste in larga parte di orrori soprannaturali che hanno a che vedere col ritorno dall’aldilà: non-morti, vampiri, mummie egizie o, come nel caso della creatura del dr. Frankenstein, un essere composto di parti di cadavere riportato in vita grazie all’elettricità.

Gli zombi sono un prodotto culturale ancora più recente. Nati dalle leggende haitiane come corpi resuscitati e resi schiavi dagli stregoni locali, evolvono rapidamente in una minaccia di tipo globale grazie al regista George Romero, che nel film “La notte dei morti viventi”, del 1968, apporta dei radicali cambiamenti al mito caraibico: le creature sono cannibali e la causa della trasformazione non è tanto la morte in sé quanto un misterioso e non meglio precisato ‘contagio’ che si trasmette venendo morsi da zombi.

A differenza del vampiro, dell’uomo lupo, della mummia, che sono predatori solitari, la caratteristica degli zombi è quella di muoversi in gruppo e di poter trasformare in zombi praticamente chiunque. La situazione tipo consta di pochi superstiti che cercano di sfuggire alla caccia di decine di creature antropofaghe, semidementi, insensibili al dolore ed ai danni fisici e per questo difficili da abbattere.

Il film di Romero non ha un seguito immediato, passeranno dieci anni prima che lo stesso regista riproponga sullo schermo il tema dell’apocalisse zombi vestendo, nel 1978, la confezione horror di satira sociale e di costume. Nel seguito “Dawn of the Dead” (in italiano semplicemente “Zombi”), la scena si sposta in un centro commerciale ed i superstiti devono guadagnare la salvezza combattendo tra espositori e scaffali.

L’immagine degli zombi abbrutiti che vagano nei reparti e sulle scale mobili come memori della propria vita precedente rimanda immediatamente alle ideologie consumiste, alla spersonalizzazione indotta dai ‘non luoghi’ del commercio massificato ed all’omologazione delle merci (e degli spazi) fabbricati in serie.

È interessante notare come siano evolute, nel corso degli anni, le paure collettive e le loro rappresentazioni mediatiche. La creatura del dr. Frankenstein giace abbandonata nel dimenticatoio, rispolverata di rado in qualche rilettura rigorosamente in chiave ottocentesca. Vampiri e lupi mannari si sono trasferiti nelle narrazioni adolescenziali (‘young adult’) umanizzandosi e perdendo le caratterizzazioni più terrificanti.

Solo gli zombi hanno conosciuto di recente un successo tale da dar vita ad innumerevoli film e serializzazioni televisive che ne hanno preservato ed accentuato la natura orrorifica, raggiungendo una tale penetrazione nell’immaginario collettivo da far sì che anche l’esercito USA finisse con l’utilizzare la minaccia di una ‘Zombie Apocalypse’ come tema di esercitazione per i propri cadetti.

C’è, insomma, in quest’idea del ‘morire da vivi’ una delle paure profonde dell’umanità contemporanea, come la percezione che la modernità ci stia progressivamente privando di porzioni importanti dell’esperienza vitale, fino a ridurci a burattini massificati capaci solo di ‘produrre e consumare’. Un’umanità che spende il proprio tempo libero a muoversi tra le vetrine di un centro commerciale, desiderando oggetti, respirando aria condizionata, dipendente dall’automobile per spostarsi da un luogo all’altro.

Un’umanità che ha ormai solo un lontano ricordo della vita reale, della fatica fisica, del dolore, del correre a perdifiato, delle emozioni, della vita.

Evoluzione del pessimismo

A dieci anni ero convinto che avrei vissuto in un futuro migliore, fatto di energia pulita, automobili volanti, robot e viaggi spaziali.

A vent’anni sognavo che mi attendesse un futuro fatto di energia pulita, giustizia sociale e tutela ambientale, e che valesse la pena impegnarsi perché arrivasse quanto prima possibile.

A trent’anni immaginavo che un futuro fatto di energia pulita, giustizia sociale e città a misura d’uomo fosse possibile, impegnandosi duramente, anche se non a breve.

A quarant’anni mi ero ormai rassegnato all’idea che un futuro fatto di energia pulita, giustizia sociale e città a misura d’uomo fosse al di là della mia portata, ma che valesse ancora la pena lavorare duramente per gettarne almeno le basi.

Ora ho cinquant’anni: le città sono sempre inquinate e nel frattempo si sono espanse a dismisura, il pianeta è sovrappopolato, l’atmosfera si sta surriscaldando, l’inquinamento devasta gli oceani, la deforestazione per produrre colture industriali continua a decimare le foreste tropicali ad un ritmo crescente, non c’è traccia di energia pulita, conflitti etnici ed ideologie radicali sono più forti che mai e gli ideali di giustizia sociale sono morti e sepolti.

Mi sono arreso all’idea che un futuro migliore sia destinato a non realizzarsi mai, e che tutto quello che possiamo fare sia lavorare duramente perché il presente non peggiori ancora più in fretta, anche se comincio a dubitare che realmente servirà a qualcosa.