E.R.O.E.I.

La sigla che dà il titolo a questo post significa, in inglese, “ritorno energetico per unità di energia investita” (Energy Returned On Energy Invested). È un parametro la cui definizione è abbastanza recente e descrive, una volta compreso, il motivo per cui la nostra (in)civiltà “dei consumi” si sta avviando ad una fase di declino forse irreversibile.

Qual è il motivo che fa della nostra epoca la più ricca di tutti i tempi? Forse il progresso tecnologico? Certo, ma semplicemente come strumento per accedere a forme di ricchezza prima infruibili. Ricchezza il cui nome è, semplicemente, energia.

L’energia muove le nostre macchine e ci solleva da forme di lavoro fisico dirottandoci sulla costruzione di altre macchine e su impieghi nel “terziario“, ci consente di accedere a materie prime di difficile estrazione.

Prima dei trattori una percentuale consistente della popolazione operava nell’agricoltura, ed in gran parte per provvedere alla propria alimentazione. Ora gli agricoltori sono pochissimi, ed il loro lavoro è sufficiente a nutrire il grosso della popolazione, impegnato in altri lavori.

La rivoluzione industriale dell’ottocento, per mezzo di carbone e macchine a vapore, ha dato il via al processo, ma il vero salto di qualità si è prodotto all’inizio del secolo scorso, quando al posto del carbone si è iniziato a sfruttare il petrolio, che grazie all’avvento del motore a scoppio ha dato vita al “secolo dell’automobile“.

Le riserve petrolifere hanno iniziato ad essere sfruttate, e pian piano ad esaurirsi, ma man mano che si esaurivano ne venivano trovate altre, in un ciclo di scoperta/sfruttamento che è stato matematicamente descritto da M. K. Hubbert intorno agli anni ’70. Hubbert ha anche chiarito che in un sistema mondo chiuso la produzione di petrolio avrebbe raggiunto un picco, a seguito del quale sarebbe iniziato il declino.

A questo punto, per procedere nella comprensione degli eventi, occorre far riferimento al concetto di EROEI. Per accedere ad una risorsa energetica occorre produrre una tecnologia in grado di estrarla e raffinarla, e questo processo comporta inevitabilmente un costo energetico.

Quindi l’EROEI definisce il vantaggio intrinseco in un investimento: quanta energia riusciamo a ricavare da una determinata fonte, e si applica più o meno a tutto, dal petrolio all’energia solare al nucleare, tenendo conto del ciclo di vita di un impianto. Per capire: ad un EROEI pari ad 1 non c’è nessuna convenienza a sfruttare una risorsa energetica.

L’EROEI dei primi giacimenti petroliferi americani era pari a 100, pompe meccaniche molto rudimentali estraevano petrolio da giacimenti di superficie. Estrarre petrolio da pozzi profondi conviene ancora, ma meno (EROEI=50). Estrarre petrolio da giacimenti sottomarini ha costi ancora più alti (e rischi più elevati) ed un EROEI di conseguenza più basso (=20).

Ma quanto realmente pesa l’EROEI in relazione al grado di consumi di una civiltà tecnologica? Molto. E, si è scoperto di recente, molto più di quanto si potesse pensare in un primo momento. Il valore dell’EROEI misura il margine di ricchezza che una società dipendente da una fonte energetica può permettersi.

Con un EROEI pari a 100 si può ragionevolmente pensare che tutti possano permettersi un’automobile nuova, con un EROEI pari a 20 si può pensare di mantenere il parco auto esistente, con un EROEI pari a 5 l’idea della motorizzazione di massa è impercorribile, anche se le riserve energetiche fossero enormi.

È peraltro evidente che l’EROEI del petrolio, ovvero il margine di ricchezza, continua progressivamente a ridursi. Sfruttati da subito i giacimenti più ricchi e redditizi si son messi via via in opera giacimenti meno pregiati. Ovviamente il margine di guadagno rimane, ma tende ad assottigliarsi: carburanti ed energia costano di più, il livello di consumi individuali deve ridursi.

Tutto questo è aggravato dal fatto che man mano che l’energia cresce di costo anche le materie prime si esauriscono, i giacimenti più facili e sfruttabili sono stati “bruciati” per primi e quelli che restano sono anch’essi meno redditizi. Anche se il miglioramento delle tecnologie estrattive consente di contenere l’aumento dei costi in prospettiva ci si può aspettare solo che ogni risorsa minerale aumenti di prezzo.

Il prezzo sul mercato del rame è triplicato nell’ultimo decennio, il mercurio è diventato raro, fra non moltissimo anche il fosforo, alla base dei fertilizzanti chimici che tanto contribuiscono alle rese agricole, comincerà a scarseggiare.

Escluso il petrolio, le altre fonti energetiche (rinnovabili e non) non mostrano EROEI entisiasmanti: l’idroelettrico ha un’alta resa energetica, ma è già molto sfruttato, il nucleare ha un buon EROEI (se non si tiene conto dei costi di stoccaggio delle scorie, spalmati su millenni, e di quelli di dismissione dell’impianto, che al termine del suo ciclo vitale è esso stesso radioattivo) ma le riserve accertate di combustibile nucleare sono anch’esse limitate.

Solare ed eolico hanno un buon rendimento energetico, ma garantiscono una produzione discontinua, i biocarburanti hanno una resa talmente prossima all’unità da renderli moderatamente interessanti solo in un’economia dominata dai combustibili fossili (pensate di alimentare il trattore che coltiva un campo di colza con il carburante prodotto da quel campo e vi renderete conto dell’insostenibilità dell’intero processo).

In assenza del proverbiale “coniglio dal cilindro” (ovvero una fonte energetica attualmente sconosciuta, economicissima e disponibile in quantità… prospettiva su cui non scommetterei un euro), questo è il quadro col quale dovremo fare i conti nei prossimi anni: risorse energetiche in declino, materie prime rare e sempre più care. L’inciviltà “dei consumi” dovrà tramutarsi nella civiltà “del risparmio“. Sarà uno shock per molti, ma non è detto che sulla distanza non ci possa far bene.

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Ragionare del nulla


Giovedì scorso ho partecipato alla presentazione del lavoro di monitoraggio delle piste ciclabili romane condotto da Agenzia Roma e Ciclomobilisti. All'atto pratico i Ciclomobilisti hanno fatto il lavoro "sul campo" ed Agenzia Roma ha elaborato i dati.

Il risultato potete leggerlo nel PDF diffuso in rete. Dal mio punto di vista è un lavoro che getta le basi per la valutazione delle realizzazioni future e stabilisce dei criteri oggettivi di comprensione, anche a priori, sulla funzionalità delle realizzazioni comunali sulla ciclabilità.

Ma un lavoro che non si conclude con questa presentazione, proseguendo sul neonato sito Ciclomobilisti.it e sul relativo Forum di discussione, nei quali ci si ripropone di aggiornare, quasi in tempo reale, l'evoluzione dello stato delle infrastrutture della ciclabilità romana.

Alla presentazione hanno fatto seguito diversi interventi. Il coordinamento Di Traffico Si Muore, per voce di Paolo Bellino, ha proposto il superamento del paradigma "piste ciclabili" come unico possibile intervento, dati i tempi lunghi ed i costi non sempre giustificati, e proponendo invece politiche di riduzione della velocità di punta dei veicoli privati, già ora fuori dai termini di legge.

Il mio intervento ha invece cercato di contestualizzare il senso del contendere, andando ad inquadrare le cifre fornite in un discorso più complessivo. Più o meno ho affermato quanto segue.

"…A pagina 18 del documento si afferma che l'estensione delle piste ciclabili è passata dai 30km del 2000 ai 115km attuali, un valore "quadruplicato". Ora, da ciclista, cercherò di spiegarvi perché per me questa "quadruplicazione" è di fatto consistita nel passare dal "nulla" al "quasi nulla".

115km per una città di tre milioni di abitanti, in soldoni, significano meno di 4 centimetri di percorsi ciclabili a testa. Ora possiamo anche andare ad analizzare se questi quattro centimetri siano stati fatti bene, o male (e spesso sono fatti male), ma è la sproporzione che colpisce se pensiamo a quanto dello spazio cittadino è riservato alla movimentazione delle automobili ed alla loro sosta.

Uno spazio che, a detta di tutti i ciclisti, è pericoloso ed infruibile ai più, e solo i più coraggiosi ed incoscienti si azzardano a percorrerlo quotidianamente. Quello che manca a questo studio è un confronto con le altre capitali europee, Parigi, Londra, Berlino, Vienna, per comprendere quale sia ritenuto uno standard accettabile, di livello europeo, di infrastrutture e spazi per la ciclabilità.

Sicuramente più dei ridicoli quattro centimetri a testa di percorsi ciclabili di cui disponiamo qui. Per cui, tornando alla mia tesi iniziale, è di questo che stiamo ragionando qui stasera: del nulla"

King, Ellroy, De Silva

"Duma key", di Stephen King, ha accompagnato la lunga coda delle vacanze estive. Ambientato in una Florida popolata di fantasmi che si materializzano su tele dipinte, regge bene fino a circa tre quarti e si risolve in un finale prevedibile ed abbastanza scontato.

King ha questa enorme capacità di lavorare sui dettagli, render vivi e credibili i protagonisti, far montare la tensione fino al punto in cui, purtroppo, per motivi che  tendo a ritenere puramente mercantili, trascina il lettore in un finale  "non disturbante", cinematografico, hollywoodiano, che delude le aspettative. Nonostante questo difetto ricorrente resta uno degli autori a cui sono affezionato ormai da anni.

Ellroy, al contrario, riesce a mantenere un livello di tensione ed attenzione elevato fino alla conclusione, intrecciando una vicenda complicatissima che continua ad imbarcare e macinare personaggi man mano che avanza, ad un ritmo raramente riscontrato in altri autori (letteralmente decine e decine).

Ho iniziato "L.A. Confidential" molti anni dopo aver visto il film che ne avevano tratto (..in tv, già iniziato…), in virtù del buon ricordo conservatone. Dopo aver letto il romanzo mi rendo conto che per far stare tutta la vicenda nelle due ore del film devono averne tagliato via un buon 90%.

Resta però anche qui, pur se in chiave diversa, una sensazione di incompiutezza. Il voler mettere troppa carne al fuoco sacrifica la possibilità di definire bene i contorni delle situazioni, e tutto si riduce ad un racconto "a grana grossa", in cui più che partecipare si osserva da fuori (che è forse quello che l'autore vuole, ma non necessariamente anche il lettore).

Diego De Silva, invece, mi è capitato in mano grazie a mia moglie Emanuela, che lo leggeva sghignazzando mentre io masticavo Ellroy. Non l'ho trovato esilarante quanto lei, ma sicuramente molto arguto, godibile, seppure un po' ambiguo.

"Non avevo capito niente" narra le vicende romantico/giudiziarie di un avvocato napoletano, Vincenzo Malinconico, alle prese con un lavoro poco appagante, la moglie da cui è separato, i figli adolescenti ed in crisi d'identità, e che si trova a difendere in tribunale un camorrista.

Nonostante il gran ragionare e filosofare, l'avvocato Malinconico non riesce realmente a comprendere e gestire le situazioni in cui si viene a trovare, con esiti altamente umoristici circonfusi di una malinconia (nomen omen) di fondo.

L'unico appunto che si può muovere all'autore è che, nel voler mantenere a tutti i costi il registro della commedia, si finisca col dare della camorra un ritratto buffonesco e sostanzialmente innocuo (cosa che fa perfettamente il paio con le preoccupazioni di una "penetrazione culturale" del fenomeno camorristico nelle regioni in cui questo è tragicamente presente).

Spingismo e sgarrupi

Ieri è stato il mio “battesimo del fuoco” su un percorso AllMountain/FreeRide. O forse dovrei dire “del ghiaccio”… In ogni caso una di quelle giornate che, riviste a posteriori, appaiono molto diverse.

È ormai da diversi mesi, da quando “la Santa” è entrata a far parte del mio parco bici, che aspettavo il momento adatto per questa “prima“. Da principio mi ha frenato l’incidente, quindi l’operazione al dito, poi un senso di insicurezza, di scarsa confidenza con la bici, di inadeguatezza.

In effetti una bici così è esigente. Ricordo nei mesi scorsi i miei vani tentativi di “stressarla“, di portarla al limite… tentativi regolarmente frustrati. La mia battuta preferita dopo una discesa “tecnica” (inevitabilmente mai abbastanza tecnica per la bici) era diventata: “mi fa un rumore strano… sbadiglia!

Un mesetto fa mi sono ritrovato in Caffarella, ed ho provato a fare uno degli “sgarrupi” più difficili, un canalone scavato nel tufo che in passato non mi ero mai fidato a percorrere con nessun tipo di bici. Ci sono arrivato sopra, ho guardato giù… e non me la sono sentita.

Ho proseguito il giro del parco, fatto altre discese, preso confidenza con la bici, coi freni a disco appena revisionati, con la tenuta delle enormi ruote artigliate (2,50″ davanti, 2,35″ dietro), quindi me ne sono tornato in cima allo strapiombo e stavolta ho trovato l’incoscienza necessaria per buttarmi giù.

E così ho preso coraggio e mi sono aggregato al gruppone misto MtbForum + P.O.R.N.O. Freegrind Area di Cicloappuntamenti e sono partito in sella alla Santa alla conquista della cresta del Pellecchia, armato di buone intenzioni, di un caschetto da discesa (non integrale) e di un paio di ginocchiere in prestito.

Dopo una prima parte di salita su carrareccia è iniziato il sentiero più tecnico in mezzo al bosco, dove tratti percorribili in sella si alternavano ad altri da fare a spinta.

Ma il tripudio dello “spingismo” si è avuto al termine del sentiero, quando abbiamo dato l’attacco alla cima del Pellecchia dal versante ovest: 450 metri di dislivello a salire praticamente in assenza di tracce visibili, guidati solo dalle pennellate di vernice bianca e rossa su alcune rocce e dall’indicazione di “salire“.

Un’ora e passa a tirar su sedici chili di bici tra pietre sporgenti, con la rada vegetazione che pian piano risultava sempre più coperta da un sottile strato di neve, ed il vento che abbassava ulteriormente la temperatura percepita.

Inutile dire che mi sono ritrovato ben presto in coda al gruppo, scortato dal buon Fabrizio e seguito solo da un ragazzo del MtbForum che mi ha dato l’opportunità di non forzare troppo il passo. La presenza di una croce, sulla vetta, mi ha consentito di interpretare concretamente quello che pensavo del tratto appena percorso.

Terminata questa rievocazione della passione di Cristo, però, il panorama dalla cima si è rivelato decisamente mozzafiato. Complice l’aria tersa in direzione est lo sguardo poteva spaziare sulle creste appenniniche più alte e già abbondantemente innevate, dal Vettore al Gran Sasso fin giù alla Maiella.

Dal versante opposto si ammirava la piana di Roma, con il bastione dei Castelli Romani ben delineato rispetto ad un litorale a fatica percepibile. Verso nord il gibbo del monte Soratte spuntava da una pianura ancora velata dalla foschia, con alle spalle i monti Cimini.

Il percorso è proseguito in cresta sempre su un fondo solo occasionalmente pedalabile, con ancora lunghe tratte da fare a piedi e a spinta. Normalmente in uscite di questo tipo non si cammina così tanto… stavolta si è trattato di un’eccezione

Tanto per non farmi mancare nulla, mentre arrancavo di nuovo in coda al gruppo mi si è strappata la catena. Niente di drammatico, mano allo smagliacatena ed in una decina di minuti, con l’aiuto di Fabrizio, ero pronto a ripartire, ma le mani intirizzite e sporche di grasso le ho dovute “lavare” con la neve prima di potermi infilare nuovamente i guanti. Metodo funzionale ma non esattamente piacevole.

Quindi è iniziata la discesa, quando ormai ero già bello che stremato dalla lunga salita e dal freddo. Una discesa ripida, sconnessa e scivolosa. Duole dire che non sono riuscito a godermela davvero, complice la tensione nervosa, lo stato di prostrazione fisica ed alcuni dettagli tecnici non secondari, quali la scelta di pedali e scarpe.

Abituato ad andare con i pedali a sgancio ho sottovalutato le problematiche legate a condizioni tanto estreme. Il freeride impone che i piedi siano liberi di appoggiarsi lateralmente, e la presenza di fango e ghiaccio sui pedali, implicando il rischio di non riuscire a sganciarli per tempo, mi ha di fatto impedito di utilizzarli nella posizione più adatta a meglio gestire la bici.

Così, in una posizione impropria, me ne sono venuto giù facendo per la prima volta pratica di una discesa molto impervia e scoprendo finalmente le enormi potenzialità della mia nuova bici. Dove mi aspettavo di slittare e scivolare le ruote giganti magicamente mantenevano la presa, in condizioni assurde la “Santa” si comportava come se stesse passeggiando su un fondo molto più gestibile, passaggi terrificanti su sassi sporgenti venivano “ingoiati” senza apparente sforzo dagli ammortizzatori.

Pian pianino, tra sassi smossi e curve strette, ho cominciato a venir giù in sicurezza, osando un po’ alla volta sempre di più, e sempre ricambiato dalla bici con prestazioni al limite dell’incredibile.

Certo, lo stress è stato tanto, al punto da farmi affermare a metà discesa: “non mi si accendono i neuroni del divertimento”, ma complice il mezzo all’altezza della situazione e l’incoraggiamento degli altri partecipanti sono arrivato in fondo sano e salvo, con l’energia per permettermi un “finalino” in velocità sull’ultimo tratto di carrareccia.
Oggi, poi, superata la stanchezza ed il nervosismo, mi sto godendo i ricordi di una giornata speciale, in cui ho sfidato le leggi della fisica surclassando tutto quello che sapevo fin qui sulla guida in condizioni estreme. Certo, rispetto ai campioni veri, ed anche ad alcuni compagni di avventura, sono ancora un pasticcione titubante ed imbranato, ma ho margini di miglioramento… e non mancherà occasione di riprovarci.
Concludo con un sentito ringraziamento a tutti quelli che mi hanno voluto a questo giro, che mi hanno incoraggiato e supportato, che mi hanno guidato e dato suggerimenti, che mi hanno umiliato facendo acrobazie con bici in condizioni molto peggiori della mia dimostrandomi quanto il confine del possibile fosse al di là delle mie improprie aspettative.

Col necessario ritardo allego anche il video realizzato da Beppe “Pippixe” con le sue telecamerine da casco. L’imbranato col k-way rosso che si vede verso la fine sono io…

Un grazie particolare a Beppe, per il supporto morale e per le foto ed il video che corredano questo post, a Fabrizio, il PresidenteRandagio, a Nick il “signore con la Epic”, a Sergio, Carlo, Ivan, Cristiano e tutti gli altri. Ci si vede al prossimo giro, e vi garantisco che proverò a migliorare tutto il migliorabile. Certo, senza esagerare.

P.s.: rientrando a casa, ecco l’orribile notizia del gruppo di ciclisti sterminato da un automobilista alla guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, ed un magone dentro ed un senso di impotenza che perdurano tutt’ora.