Ama il prossimo tuo

Da tempo provo ad immaginare un modo per conciliare le istanze ambientaliste con la dottrina cristiana. Sul tema è intervenuto recentemente papa Francesco, con l’enciclica ‘Laudato sì’, sviluppando però un ragionamento tutto interno alla dottrina cattolica. Dal mio punto di vista, più vicino al pensiero scientifico, proverò ad aggiungere ulteriori spunti di riflessione.

Se ragioniamo l’insegnamento di Cristo da un punto di vista strettamente filosofico, osserviamo il tentativo di reinterpretare l’impianto teologico della tradizione ebraica nell’intento di aggiornarlo ed umanizzarlo. L’estrema sintesi del dettato biblico, operata dal pensiero cristiano, sta proprio nel dettato “ama il prossimo tuo come te stesso”, estrema sintesi dei comandamenti biblici.

Un imperativo morale radicale per l’epoca in cui fu formulato e, per quanto condiviso da miliardi di persone, ben lontano dall’essere pienamente applicato. In molti casi ciò avviene perché il concetto di ‘prossimo’ non viene applicato in conformità alla sua originale intenzione, estesa all’intero genere umano. Oltre a ciò, non basta certo una direttiva di natura filosofica (per non dire ideologica) ad inibire le pulsioni individualiste e gli imperativi biologici tipici di ogni essere vivente.

Paradossalmente, l’amore per il prossimo concorre ad aggravare i guasti ambientali. Il problema non è tanto nel messaggio in sé, ovvero l’invito ad una fratellanza universale, quanto nella dinamica che esso instaura con dettati preesistenti e molto più antichi, formulati in epoche in cui le priorità erano diverse dalle attuali.

Il primo e più antico fra questi dettati è l’ordine divino “crescete e moltiplicatevi”, di origine biblica. Stante che il cristianesimo discende in linea diretta dalla bibbia ebraica, che rimane un testo sacro di riferimento, tale mandato viene ancora interpretato in senso letterale.

L’imperativo a “crescere e moltiplicarsi”, per i popoli antichi, era una questione di vita o di morte, non tanto per i singoli individui quanto per la cultura stessa di cui erano portatori. Nell’età del bronzo i processi innescati dalla progressiva diffusione delle pratiche di agricoltura ed allevamento avevano portato alla nascita delle prime città e dei primi imperi. Questi ultimi avevano l’abitudine di assoggettare le popolazioni circostanti ed imporre loro la propria cultura, cancellando le tradizioni preesistenti.

Se sommiamo il “crescete e moltiplicatevi” con “ama il prossimo tuo come te stesso”, ne discendiamo una visione della storia umana caratterizzata da un mandato divino alla progressiva presa di possesso del pianeta, per realizzarvi un benessere diffuso di natura strettamente antropocentrica che, in assenza di freni, finisce con l’assecondare la gran parte degli istinti predatori e delle pulsioni egoistiche della nostra specie.

Se devo “amare il mio prossimo come me stesso”, non posso impedirgli di “crescere e moltiplicarsi”. E tuttavia, se non si pone un freno alla crescita demografica, la specie umana finirà col sottrarre ogni possibile spazio alle forme di vita selvatiche, trasformando il pianeta in un’immensa fattoria e condannando all’estinzione tutte le specie viventi non direttamente connesse all’alimentazione umana (ammesso che ciò sia realizzabile senza causare il collasso degli ecosistemi).

Un terzo fattore culturale ad aver favorito l’instaurarsi di una crescita incontrollata delle popolazioni è l’idea biblica di una ‘fine del mondo’, seguita da un ‘Giudizio Universale’. La prospettiva che la Storia dell’umanità avrebbe potuto concludersi, per decisione divina, inaspettatamente e da un momento all’altro, ha accompagnato lo sviluppo della civiltà occidentale fino a tempi relativamente recenti.

Per millenni le popolazioni cristiane si sono limitate a vivere e, per quanto possibile, prosperare nel rispetto dei dettami religiosi, senza concretamente porsi il problema di cosa sarebbe potuto accadere dopo di loro. Il futuro del Mondo essendo demandato alla volontà divina, sulla quale poco o nulla avrebbero potuto influire le opinioni, o le azioni, dei singoli individui.

Solo l’avvento dell’illuminismo e del pensiero scientifico porterà l’umanità a riflettere sul proprio destino futuro. L’epoca in cui questo avviene è segnata dalla nascita della cosiddetta ‘narrativa d’anticipazione’, che vede in Jules Verne uno dei suoi capostipiti. Un genere letterario che adotterà solo in seguito, nei primi decenni del ventesimo secolo, la moderna definizione di fantascienza.

La fantascienza ha contribuito a renderci consapevoli di come la somma di tutte le nostre azioni abbia un’influenza diretta sul mondo. Di come la vocazione, individuale e collettiva, biologica e culturale, a “crescere e moltiplicarsi” abbia prodotto la sovrappopolazione del pianeta, il progressivo esaurimento delle risorse naturali ed un danno significativo alla biodiversità. La ‘fine del mondo’, anziché avvenire per scelta divina, è rientrata nel ventaglio delle possibili conseguenze di dissennate decisioni dell’uomo.

Per quanta poca fiducia possa riporre nel potere di contrasto della filosofia rispetto agli imperativi biologici (le filosofie vengono abbracciate più facilmente e convintamente quando assecondano i suddetti imperativi, anziché contrastarli), nondimeno resto convinto che tutte le vie potenzialmente in grado di impedire il collasso planetario debbano essere tentate.

Al fine di evitare conseguenze ancora peggiori agli equilibri naturali messi a repentaglio dall’operato umano, può valer la pena provare a scavare più a fondo nell’interpretazione dei dettati ancestrali della nostra cultura, e rileggere quei testi alla luce di una consapevolezza moderna. In partenza, si potrebbe prendere atto di come la prescrizione a “crescere e moltiplicarsi” sia già stata onorata più che a sufficienza, e che non sia il caso di insistere ulteriormente.

Ancor più utile sarebbe riuscire a ragionare il termine “prossimo”, presente in ‘ama il prossimo tuo’, in termini diversi da quanto fatto fin qui. Non già nel significato di prossimità fisica, ovvero di chi ci è vicino, quanto di prossimità temporale: ‘ama i prossimi umani’, quelli che verranno dopo di te. L’ambiguità del termine, nella lingua italiana, facilita questa chiave di lettura.

Perché i ‘prossimi umani’, i nostri figli, i nostri nipoti, le generazioni che verranno dopo di noi, erediteranno un mondo inquinato ed impoverito dal nostro egoismo. Un mondo sovrappopolato, in cui l’approvvigionamento alimentare sarà a forte rischio e l’innalzamento del livello dei mari potrà allagare terre ora ricche e fertili. Un mondo in cui la maggior parte delle specie animali esistenti potrebbe semplicemente sparire nel nulla in un arco di tempo drammaticamente breve, assieme agli habitat .

Parliamo di riscaldamento globale, di scioglimento della calotta antartica, di acidificazione degli oceani, fino alla prospettiva peggiore di tutte: l’avvio di un effetto serra auto-alimentante che rischia di trasformare la Terra in un gemello del pianeta Venere, un mondo ridotto ad un forno cocente e velenoso sul quale la vita stessa non sarà più in grado di esistere.

San Francesco aveva provato a farci interpretare il concetto di ‘prossimo’ includendovi tutte le specie viventi di quella che considerava la Creazione divina. Una concezione probabilmente troppo estremista e troppo lontana dall’egoismo biologico per poter prender piede diffusamente.

Nel mio sentire laico, il terreno comune tra pensiero cristiano e spirito ecologista, indispensabile a fronteggiare le sfide ambientali che ci attendono, sta, in buona parte, nella rilettura del significato di quale sia il ‘prossimo’ da amare, cercando di individuarlo in chi è lontano da noi non solo nello spazio, ma nel tempo ancora da venire.

La nostra capacità di venire a capo dei problemi causati dall’avvento della civiltà industriale dipenderà unicamente dalla disponibilità che sapremo dimostrare nel sacrificare i nostri appetiti immediati alle esigenze delle generazioni a venire. Una rivoluzione culturale che siamo ben lontani dall’aver anche solo iniziato.

Domesticazione umana ed evoluzione dell’aggressività

Lo scenario che mi si è aperto davanti in seguito alla riflessione sui sui Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) mi ha spinto a ragionare, attraverso la lente dei processi evolutivi, il ventaglio di variabilità dei comportamenti umani e le espressioni patologiche ad essi correlate. L’intenzione è di provare a delineare quanta parte delle attuali dinamiche psichiche discenda dall’inurbamento e dagli adattamenti mentali imposti dal processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie.

È indubbio che l’abbandono della vita nomade, basata su caccia e raccolta, in favore di un’esistenza stanziale fondata su agricoltura, allevamento ed artigianato, abbia richiesto una importante rimodulazione nelle reazioni istintive dove, al pari dell’ADHD, risultano fortemente coinvolti i meccanismi di autocontrollo e gestione e dell’aggressività.

I nostri lontani antenati, adattati alla vita selvatica, avevano necessità di sviluppare abilità diverse dagli individui attuali. La vita all’aria aperta basata su caccia e raccolta, legata al nomadismo che portava ad esplorare luoghi sempre diversi, traeva vantaggio dalla capacità di processare numerosi stimoli contemporaneamente (caratteristica propria di alcune forme lievi di ADHD). Parimenti utile doveva essere l’attitudine a reagire istintivamente, ed in fretta, ad un pericolo imprevisto.

Un diverso equilibrio tra reazioni istintive e azioni ponderate (ovvero mediate dal pensiero analitico e dai meccanismi di autocontrollo) potrebbe di fatto aver rappresentato la normalità nelle popolazioni del passato. È quindi verosimile che alcune di quelle che oggi classifichiamo come forme (lievi) di ADHD fossero all’epoca maggiormente diffuse nella popolazione, per non dire rappresentare la normalità. Una condizione destinata a cambiare con lo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento, che ha finito col determinare la transizione dallo stile di vita nomade alla stanzialità.

L’adattamento a svolgere mestieri monotoni e ripetitivi ha facilitato l’avvento di individui con tipicità caratteriali completamente diverse da quelle richieste, ad esempio, in una battuta di caccia. Il percorso umano e culturale che ha portato i nostri antenati dal nomadismo delle piccole tribù di cacciatori/raccoglitori alle megalopoli attuali ha obbligato lo sviluppo dei processi mentali legati all’autocontrollo, sia dei pensieri che degli istinti.

In natura, l’occasionale prossimità fra individui sconosciuti della stessa specie è fonte di stress e frequente causa di reazioni aggressive. Con la crescita della popolazione e l’evoluzione dei villaggi in città, il processo di inurbamento ha imposto condizioni di stretta contiguità con una moltitudine di altri individui, richiedendo lo sviluppo di modalità di contenimento delle reazioni più immediate e brutali in favore di interazioni più controllate sotto il profilo emozionale.

La trasformazione delle società umane ha reso la coesistenza fra sconosciuti un fatto frequente, cosa che ha richiesto la compensazione dei preesistenti meccanismi di stress mediante articolazioni mentali in grado di sopprimerli. La transizione, dai rapporti di tipo familiare tipici di una piccola tribù, ad un contesto relazionale esteso, ha richiesto un potenziamento delle capacità individuali di autocontrollo.

Le moderne neuroscienze sono oggi in grado di individuare le strutture cerebrali responsabili del nostro autocontrollo, e quantificarne l’attività ed il livello di funzionalità. Possiamo immaginare come, nell’arco di millenni, queste strutture possano essersi evolute per consentirci di prosperare nel mutato scenario prodotto dall’ascesa delle città e del ruolo da esse svolto nel governo del mondo.

Tuttavia, dati i tempi molto rapidi richiesti da questi adattamenti, nell’ordine di pochi millenni, non si può attribuire tale trasformazione ad una effettiva evoluzione della specie Homo Sapiens, quanto ad un adattamento per accumulo di fattori di natura epigenetica. I tempi necessari alla propagazione di una modifica di natura genetica sono infatti lunghissimi, ma i geni sono solo una piccola parte del nostro DNA. Una parte ben più consistente è demandata a controllarne l’espressione. L’epigenetica studia le trasformazioni in queste porzioni di DNA.

Rispetto alle mutazioni genetiche, i meccanismi epigenetici consentono, ad individui e popolazioni, di rispondere con prontezza a mutamenti consistenti nell’ambiente, garantendo la sopravvivenza in situazioni in rapida trasformazione. I caratteri acquisiti possono poi, col tempo, fissarsi in una nuova specie, o regredire, nel caso in cui dovessero ripristinarsi le condizioni originarie.

Questo significa che il contesto ambientale può influenzare l’insorgere o meno di determinate caratteristiche negli individui, che queste caratteristiche possono fissarsi ed essere conservate ed è documentato come queste modifiche adattive possono essere trasmesse alla discendenza. È un po’ un rientrare dalla finestra delle idee di Lamarck, dopo che il criterio evolutivo suggerito da Darwin, basato sulla selezione naturale, le aveva buttate fuori dalla porta.

Queste considerazioni consentono di correggere un po’ il tiro rispetto alla mia prima interpretazione dell’ADHD, descritto nei termini di una occasionale sopravvivenza di caratteri infantili negli individui adulti. In un lontano passato questi caratteri di curiosità ed irruenza, attualmente tipici dell’età giovanile, venivano preservati negli individui adulti perché funzionali ad una vita nomade basata su caccia e raccolta.

Il progressivo inurbamento ha favorito un contenimento generalizzato delle reazioni più istintive e brutali, ma la rapidità richiesta ha attivato processi epigenetici, che non sono né infallibili né irreversibili. L’occasionale riemergere di tali caratteri arcaici non deve sorprendere in assoluto, e ancor meno deve stupire che ciò avvenga contesti sociali degradati, caratterizzati da modalità relazionali basate sulla sopraffazione e sull’uso diffuso della violenza.

Negli individui cresciuti in condizioni di precarietà affettiva e sociale, elevato stress emotivo, difficoltà economiche e relazionali, i meccanismi di autocontrollo faticano a svilupparsi e fissarsi, e questo è un dato che ci viene confermato dagli studi sui maltrattamenti infantili. Una volta che tali circuiti mentali disfunzionali finiscono col fissarsi nell’individuo adulto, risulta per quest’ultimo più complicato riuscire a sviluppare un soddisfacente equilibrio relazionale.

Tornando ancora una volta a quanto affermato da Daniel Goleman nel suo saggio sull’intelligenza emotiva (cito a memoria):

‘le abilità che non vengono apprese nei primi anni di vita possono essere perse per sempre, o il loro recupero risultare in seguito molto faticoso e nel complesso solo parziale’.

Un individuo penalizzato in gioventù nello sviluppo delle funzioni di autocontrollo avrà una elevata probabilità di diventare un adulto fortemente incline alle reazioni violente ed al rischio di dipendenza da sostanze psicotrope.

Questo vale sia per le forme di ADHD non diagnosticate, sia per le situazioni in cui lo sviluppo dell’individuo non avviene in un contesto culturalmente e affettivamente sano. Sempre Goleman, in Intelligenza sociale, afferma che le esperienze traumatiche sperimentate nelle prime fasi della crescita non si limitano a formare un bagaglio culturale, potenzialmente reversibile, ma alterano in permanenza le strutture cerebrali, tanto da rendere ogni successivo tentativo di recupero difficoltoso ed a rischio di insuccessi.

Quindi, non solo dovremmo rivolgere maggior attenzione agli anni dello sviluppo, per evitare che situazioni traumatiche fissino nei giovani modalità relazionali disfunzionali, potenzialmente nocive per sé e per gli altri, ma dovremmo ampliare gli sforzi per consentire ad individui già ‘danneggiati’ un inserimento sociale adeguato, tenendo conto delle limitazioni loro derivanti da meccanismi mentali, di autocontrollo e non solo, potenzialmente compromessi.

In primo luogo andrebbe estesa la consapevolezza delle problematiche legate ad attenzione ed autocontrollo, affinché i portatori possano esserne pienamente consapevoli ed indirizzare al meglio le proprie scelte di vita lavorative e relazionali. Tale consapevolezza andrebbe quindi integrata nel percorso formativo, dalle famiglie alle istituzioni scolastiche, In modo da poter intervenire tempestivamente ove necessario. Da ultimo dovrebbe obbligarci a ripensare la funzione dell’istituzione carceraria.

Perché se quest’ultima deve essere mirata, come nelle formali intenzioni, al recupero e reinserimento nella società civile degli individui che ‘hanno sbagliato’, gli sforzi da impiegare non potranno limitarsi alla detenzione, ma muovere dall’assunto che molte delle persone responsabili di atti incontrollati e violenti risultano già in partenza ‘danneggiate’, ed hanno necessità di terapie sociali, culturali ed emotive, mirate e profonde.

Uno degli assunti fondamentali delle società umane è l’idea che la collettività possa funzionare grazie ad un unico set di regole, valide per tutti, ma ciò ha senso solo se assumiamo che i diversi individui condividano una uniformità caratteriale e relazionale. Le neuroscienze ci raccontano di differenze che possono insorgere a livello fisiologico, tali da obbligarci a rimettere in discussione questo assunto.

Più è ampio il ventaglio di diversità tra gli individui, più il sistema di regole condivise deve prevedere bilanciamenti e contrappesi perché l’equilibrio ottenuto sia funzionale. L’evidenza che, nel momento attuale, un intero ventaglio di diversità caratteriali legate alla gestione dell’autocontrollo non appaia pienamente riconosciuto, suggerisce l’evidenza di un limite strutturale all’efficacia del sistema di regole che ci governa.

Foto di Małgorzata Tomczak da Pixabay