Il Pinocchio di Ursula

Chi mi conosce sa che non ci si può mai aspettare esattamente come reagirò ad una determinata situazione. Perfino sul lavoro, dove comunque fra colleghi non ci si prende eccessivamente sul serio, al di là delle battute a volte mi capita di mimare gesti e modi di attori famosi. Ad esempio, giorni fa, la camminata di Alberto Sordi in un film degli anni ’70.

Queste piccole forme di "clownerie" non sono esattamente tipiche del comportamento adulto, dove invece domina l’autocontrollo e si cerca di dare di sé un’immagine seriosa ed artefatta. Al punto che mi è sorta la domanda: "ma perché lo faccio?" Domanda non banale, che ha richiesto una risposta non banale, arrivata d’istinto: "perché sono un attore".

Ed in effetti è una risposta che ha stupito un po’ anche me. Già sentivo una vocina in fondo alla testa obiettare: "ma a chi vuoi darla a bere, tu sei un disegnatore meccanico, un ciclo-escursionista, un fotografo dilettante, un appassionato di astronomia, forse, ma un attore! Dai, solo per aver fatto due o tre laboratori teatrali… ci vuol ben altro. Gli attori veri sono quelli che lo fanno per professione".

Proprio a quel punto mi è tornato in mente Tizzano Val di Parma, il concorso "L’Ermo Colle", il "Giardino dei ciliegi" di Checov, e quella pazza estate di due anni fa. Erano mesi che non ci pensavo più, come capita in genere per tutte le cose troppo incredibili che ci sono accadute, cancellate giorno dopo giorno dai comportamenti ripetitivi ed abituali, dai riti della quotidianità.

"Io sono un attore", ho realizzato a due anni di distanza "perché sono salito su quel palco, di fronte ad un pubblico sconosciuto, ho recitato e mi hanno applaudito". Sono un attore perché lo sono stato, e non si torna indietro. Probabilmente ero troppo esausto per capirlo allora, ma adesso mi è assolutamente evidente, lampante come una consapevolezza tardiva.

Gianluca Bondi, che aveva curato il nostro percorso artistico e ci aveva trascinato nell’impresa, aveva provato a farcelo capire. "Ora non ve ne rendete conto", ci disse, "ma questo per voi è un momento davvero importante". Era vero.

E appunto in questi giorni vanno in scena, al teatro Piccolo Re di Roma, le ultime repliche dello spettacolo "Pinocchio", di Ursula Bachler. È un lavoro bello, straniante e commovente, basato sull’opera di Collodi e sulla rilettura della stessa fatta da Carmelo Bene diversi anni or sono. Lo avevo visto rappresentare un paio d’anni fa, come saggio di fine corso, e mi era talmente piaciuto che, questa volta, oltre ad andarmelo a rivedere ho allargato l’invito ad un bel po’ di amici e conoscenti.

Locandina Pinocchio

Il nuovo allestimento è, ovviamente, migliore. A differenza di un saggio di fine corso, in cui il livello tecnico degli attori è abbastanza variabile, la compagnia messa in piedi dal "Piccolo Re", pur composta da non professionisti, si muove compatta su livelli espressivi molto alti. Uno spettacolo sicuramente faticoso, sia sul piano fisico che su quello emotivo, una lunga sarabanda onirica che trasferisce i terrori infantili al mondo degli adulti, restituendoci una visione grottesca e deformata della fiaba, capace di dialogare direttamente col nostro inconscio.

È stata una curiosa rimpatriata, l’altra sera. Tra il pubblico i compagni "di bicicletta" da me coinvolti accanto ai corsisti del laboratorio del giovedì, ed in scena amici ed amiche con i quali ho calcato le scene negli anni passati. Una bella fetta delle cose migliori che ho vissuto negli ultimi tempi. Un’occasione per tirare un po’ di bilanci.

In primo luogo, perché fare teatro? I motivi possono essere molti e diversi, ma al fondo di tutto c’è la spinta a cercare e scoprire qualcosa di nuovo, che non conosciamo ancora. Qualcosa di diverso, in noi e negli altri. E questa è la prima evidenza che mi ha colto: non c’è niente di più noioso del fare le cose che già sappiamo fare.

Poi ci metterei una componente di sana follia, il desiderio di ritrovare qualcosa che avevamo, e ci rendiamo conto di aver perso per strada. Si entra in questo gioco proprio per riscoprire l’importanza del gioco. E questo è un altro punto essenziale che ho capito. È una cosa che da bambini sappiamo benissimo, ma impieghiamo anni a disimparare: il gioco, nella vita, è l’unica cosa vera ed importante.

Ragionamenti grossolani

Ormai da un po’ di tempo provo a seguire le dinamiche legate al problema del progressivo esaurimento delle risorse del pianeta. Tutto iniziò un paio d’anni fa, quando un messaggio postato sulla mailing list della Massa Critica romana mi introdusse alla teoria del “Picco di Hubbert“, ovvero l’analisi del possibile “punto di non ritorno” della nostra civiltà, prodotta dal declino dei combustibili fossili e dell’energia a basso costo.

Da grande appassionato di speculazioni sul futuro del Mondo (cosa che dovrebbe riguardare tutti, dal mio punto di vista, salvo constatare che per la maggior parte delle persone non è così) ho spazzolato un po’ il web alla ricerca di conferme e/o smentite della teoria. Nel frattempo si è verificata un’impennata brusca dei prezzi del petrolio, immediatamente seguita da una crisi finanziaria e da una altrettanto brusca recessione mondiale, quasi ad avvalorare la correttezza dei modelli matematici.

Ora stiamo attraversando un periodo di grande confusione, dominato da una spinta “inerziale” diretta alla prosecuzione del modello di sviluppo che ha caratterizzato i precedenti decenni, fondato sull’indimostrabile paradigma della “crescita indefinita” dell’economia. Essendo materia assolutamente fideistica, non è da escludere che gli eventi più drammatici si verificheranno quando apparirà evidente l’infondatezza di questa “fede”.

Lo sviluppo economico attuale è prosperato per decenni sulla negazione delle proprie contraddizioni, sul consumo e la distruzione dell’esistente, sulla produzione di “ricchezza materiale” del tutto slegata dalla felicità effettiva ad essa collegata, sull’autosfruttamento delle popolazioni, sul dominio politico/militare di ampie porzioni “sotto-sviluppate” del pianeta, sull’insoddisfazione generalizzata indotta per mezzo della pubblicità.

Cosa succede quando l’occidente globalizzato è costretto a fare i conti con la cruda realtà della finitezza delle risorse, dopo avere ostinatamente preteso il contrario e negato l’evidenza dei fatti fino alla fine? Siamo qui per vederlo, ed immagino che non ci piacerà. Per quanto mi riguarda un po’ di idee, molto grossolane, me le sono fatte, e mi piacerebbe discuterle con chi frequenta questo blog.

In primo luogo mi sono fatto l’idea che il mondo della finanza, come la “scienza” dell’economia, non tratti una materia reale, concreta, tangibile, ma bensì idee astratte, che il denaro circolante non misuri realmente la ricchezza (di una persona, di un’impresa, di una nazione) bensì l’idea collettivamente accettata di tale ricchezza.

Quest’idea è talmente slegata dalla realtà dei fatti che si fa presto a mandarla in crisi. Prendiamo ad esempio le “bolle speculative” cresciute e scoppiate negli ultimi decenni. Si parla di “miliardi di euro bruciati” dalle borse mondiali, si tace che quello che è sparito, in realtà, è un valore del tutto fittizio assegnato arbitrariamente. Nel concreto quella ricchezza non è mai esistita, ma ci avevano convinto del contrario, o meglio “ci eravamo” convinti del contrario.

Un grande bluff, insomma, ma un bluff collettivamente accettato e condiviso, un bluff su cui abbiamo scommesso il nostro futuro. Finché qualcuno, o perfino noi stessi, non chiederà di vedere che carte abbiamo in mano.

Oggi siamo tutti d’accordo che un dischetto di metallo equivale ad un pezzo di pane, cibo concreto e commestibile, o che un ritaglio di carta colorata equivalga ad un’intera cena, o ad un oggetto la cui costruzione ha coinvolto diverse persone, processi ed attrezzature sparse ai quattro angoli del pianeta, domani potrebbero ridiventare un semplice dischetto di metallo ed un ritaglio stropicciato di carta colorata.

Oggi potremmo pensare di andare a vivere in una nuova area residenziale, ben collegati da una rete stradale ad una varietà di centri commerciali, aree ricreative, luoghi di lavoro. Domani potremmo realizzare di aver comprato casa in un luogo dimenticato da dio e dagli uomini, troppo lontano da ogni area di un qualche minimo valore ed interesse contingente, senza fonti energetiche, o macchine manufatturiere, o terra coltivabile, privati, dalla crisi energetica, della maniera di spostarci rapidamente da un luogo all’altro.

Non è un caso se nei secoli le comunità si sono strette intorno a piccoli borghi autonomi, in cui accanto alle abitazioni prosperavano commercio ed artigianato, circondati da mura che li rendessero facilmente difendibili, e da aree agricole in grado di sostentarne la popolazione. La disponibilità di energia a costi bassissimi ha capovolto questo assunto, producendo il fenomeno dell’urban sprawling, la fuga verso i sobborghi, la proliferazione di villette e seconde case, la cementificazione su larga scala del territorio agricolo.

Costruire l’attuale organizzazione urbanistica ha richiesto più di un secolo, ma c’è da chiedersi se i presupposti in base ai quali si sia prodotta siano solidi, e quanto se ne salverà nel momento in cui tali presupposti dovessero nuovamente capovolgersi. Da un altro punto di vista, però, occorre valutare la distruttività intrinseca di questo modello di sviluppo, e domandarci quanto se ne salverà se i presupposti dovessero invece rivelarsi validi.

Abbiamo qui, a mio parere, due opzioni: da un lato il crollo della civiltà, ed il ritorno ad organizzazioni sociali caratteristiche di epoche lontane, una sorta di “nuovo medioevo” prossimo venturo, dall’altro la continuazione della “crescita”, con conseguente progressiva distruzione di risorse, territorio, aria, acqua, in vista di un olocausto finale ancora più catastrofico, o della totale perdita della nostra umanità.

La terza opzione, quella di un ravvedimento collettivo, mi pare estremamente improbabile, ma forse è l’unica su cui valga la pena di fantasticare. Proviamo dunque ad immaginare che si inverta l’attuale tendenza a farci governare da arrivisti incolti e truffaldini, e si riesca a mettere in posti decisionali persone intelligenti, competenti e dotate di lungimiranza.

La prima questione da affrontare sarà la riduzione della dipendenza dai consumi energetici, che potrà essere affrontata sul breve periodo con sacrifici (case più fredde, meno illuminate, tempi più lunghi per gli spostamenti), e sul lungo termine con sistemi di risparmio energetico, fonti rinnovabili ed una riorganizzazione del territorio volta a minimizzare la necessità di spostare persone ed oggetti da un luogo all’altro.

Al posto di grandi città complessissime e fragili avremo insediamenti produttivi semi-autonomi simili ai borghi medievali, strutturati per rispondere al meglio ad esigenze produttive agricole o industriali, collegati da linee ferroviarie efficienti, di basso costo e manutenzione.

La produzione manifatturiera sarà caratterizzata da oggetti molto resistenti, duraturi e facilmente riparabili, e sul fronte opposto da materiali “di consumo” naturali e interamente riciclabili. Al posto di sterminate periferie di case monofamiliari isolate avremo piccoli borghi con collettività socialmente molto integrate, e con gran parte dei servizi e degli spazi in comune.

La ridotta esigenza di un ricambio continuo di oggetti d’uso comune farà sì che la gente che vivrà in questo ipotetico mondo di domani rischierà di avere molto tempo libero a disposizione per attività sportive, escursioni, attività culturali e per lo studio. La rete internet continuerà ad esistere, accessibile da spazi pubblici e privati, e diventerà la vera biblioteca del mondo, anche se i libri continueranno ad essere pubblicati perché economici, durevoli e, all’occorrenza, riciclabili.

Messa così non sarebbe un brutto mondo per viverci, anzi, rispetto all’attuale avrebbe addirittura dei grossi vantaggi, ma appunto per questo lo considero un’utopia non destinata a realizzarsi, perlomeno nell’arco delle nostre vite. La nostra specie non si adatta facilmente a forme relazionali ragionevoli e pacifiche, preferisce piuttosto esplorare i territori violenti e sanguinosi della guerra e della distruzione reciproca.

In riva al fiume della vita

Ormai da molti anni sono seduto sulla riva del fiume. Attendo di veder passare il cadavere del mio nemico. È un cadavere enorme, il cadavere della “civiltà dell’automobile“, ci vorranno intere generazioni prima che ne sia completato il transito, ma già se ne vedono affiorare sulla superficie le prime parti, ed è quasi un buon segno.

La “civiltà dell’automobile” ha rappresentato per molti decenni l’apoteosi della tendenza umana all’auto-inscatolamento, producendo una devastazione senza precedenti del pianeta, di cui pagheranno le conseguenze le generazioni future.

L’uomo “in scatola”, sigillato ed incapace di avere un contatto sano col mondo che lo circonda, è la paradossale involuzione terminale della nostra specie conseguente all’invenzione del motore a scoppio. L’uomo “in scatola” vive la propria esistenza perennemente confinato, dentro case, uffici, automobili. I suoi contatti con l’esterno sono ridotti al minimo indispensabile e spesso operati in contesti anch’essi completamente artificiali.

Non venendo mai realmente a contatto con il mondo in cui vive, l’uomo “in scatola” si disinteressa totalmente di tutto ciò che si colloca al di fuori dei propri “contenitori”, ed il suo unico interesse risiede nel potersi spostare, in scatola, da una scatola all’altra. Tutto quello che c’è in mezzo, tolte le strade carrozzabili, gode dello stesso identico status di una discarica.

Su questo ragionavo stamattina quando, dimentico di ogni buonsenso, mi sono accodato al mio amico Sergio alla ricerca di un collegamento “ciclabile” tra la periferia sud di Roma e quella di Ciampino. Zone che ormai da anni attraverso solo per caso, cercando di distogliere lo sguardo, di dimenticare.

Dimenticare, ma è impossibile, i ricordi di vent’anni fa, quando giovane neo-appassionato di bicicletta seguivo ciclisti più esperti tra le mille stradine serpeggianti fra i vigneti dei Castelli Romani, all’epoca ancora idilliache e relativamente deserte.

Oggi, al contrario, i vigneti sono scomparsi sotto colate di cemento, eserciti di villette a schiera, sobborghi e seconde case “nel verde” (?), e quelle stesse stradine, allargate ed ormai oppresse da ogni lato da muraglioni di cemento armato, sono intasate da un traffico veicolare forsennato e privo di senso, guidato dalla logica incomprensibile della perenne fuga “in scatola” da una scatola all’altra.

Come topi in un labirinto, perennemente in corsa con la convinzione di poter uscire dal labirinto stesso, ma incapaci di renderci conto che i confini del labirinto sono solo nelle nostre teste, marchiati a fuoco dalle logiche di gruppo e dai rituali collettivi.

Così sprechiamo ore a girare nei centri commerciali per acquistare oggetti di cui potremmo fare tranquillamente a meno, dopo aver perso ore in macchina per raggiungerli, e prima di spenderne altre per inscatolarci di nuovo nelle nostre case. Non sappiamo più correre, non sappiamo più camminare, non sappiamo più fermarci, non sappiamo più guardare al mondo e vederlo realmente. E il mondo, disprezzato, ignorato, abbandonato, ci è diventato ostile e ci si rivolta contro.

Tutto questo un giorno finirà. Dovrà finire, o finiremo noi. I segnali sono chiaramente visibili a chi abbia occhi per vedere, e voglia di tenerli aperti. E quando questo delirio finirà ci si renderà conto che sarebbe stato meglio tenersi le vigne, che non costruire i nuovi sobborghi, che la terra coltivabile andava salvaguardata, e non cementificata, che i chilometri e chilometri di superstrade e svincoli non servono più a nulla, e nemmeno il terreno che occupano potrà più essere coltivato.

Dopo la caduta dell’impero romano la popolazione di Roma si ridusse dal milione di abitanti di epoca imperiale a diecimila, quindicimila persone nel Medioevo… con abbondanza di terre coltivabili a breve distanza. Un domani, se il crollo dell’impero delle scatole sarà brutale e drammatico tanto quanto la cecità dei suoi esegeti lascia temere, le grandi città potrebbero rimanere totalmente abbandonate per secoli.

Io siedo sulla riva del fiume. La sagoma del cadavere, nascosta sulla distanza dalla foschia, sembra immensa. Quando finalmente passerà, la sua visione potrebbe risultare insostenibile.

I dinosauri comunisti e il declino dell’immaginario

Dopo un periodo non felice per le mie frequentazioni di narrativa fantascientifica (recente la delusione di un maestro come Silverberg, col mediocre “L’arca delle stelle”), questo “La fortezza dei cosmonauti” di Ken MacLeod mi ha piacevolmente riconciliato col genere.

Niente di che gridare al miracolo, si intende, ma comunque una bella storia, compatta, essenziale, con personaggi accattivanti e situazioni non platealmente implausibili. Privo, soprattutto, delle scivolate “pseudo cinematografiche” che purtroppo abbondano nella narrativa contemporanea, non solo fantascientifica.

La “scuola scozzese”, che ha in Iain M. Banks un formidabile capostipite, pare voler riservare ancora diverse sorprese, e McLeod è una di queste. In particolare stupisce positivamente lo schieramento nettamente “a sinistra” di questo autore, e la civiltà equa, solidale ed ambientalista dei suoi “sauri sapiens”.

Ma, per un buon romanzo che arriva in edicola, c’è il pianto totale degli scaffali delle librerie. Proprio sabato ho avuto l’occasione di fare un salto in centro, in una delle più grosse e fornite rivendite di libri di Roma, solo per constatare l’avanzato stato di sofferenza del genere.

Strano destino quello della fantascienza: platealmente “mainstream” come formato d’intrattenimento per cinema e televisione, ed al contrario snobbato e ghettizzato come genere  letterario, al punto che non ci sono editori che investano su una sua permanenza negli scaffali. Si preferisce invece pubblicare un periodico da edicola, le cui copie in eccesso finiscono al macero e spariscono dalla circolazione.

Mi sono già interrogato in passato sui possibili perché, e continuo a farlo. Per molti versi il futuro è già qui: negli anni ’60 si leggevano racconti sui computers, oggi che i computers li abbiamo in casa evidentemente preferiamo usarli al leggerli nei racconti. Il futuro tecnologico è ormai talmente entrato nel presente che la narrativa “avveniristica” fatica ad essere più sorprendente della realtà.

Ma il futuro sociale ha invece subito un destino opposto. Il ventesimo secolo è stato un periodo di grandi slanci utopici, se vogliamo anche disastrosi nei loro effetti pratici, ma si è concluso con un madornale appiattimento su un’unica ideologia, quella del “mercato”, e per anni si è avuta la sensazione della “fine del tempo”, tanto che ci siamo disabituati anche solo a prendere in considerazione la possibilità di radicali mutamenti nelle nostre strutture politiche e sociali.

Ma ora il cambiamento bussa alle porte, sotto forma di una crisi economica ed ambientale segnata dall’orizzonte del progressivo esaurimento delle risorse, dalla forzata contrazione dei consumi, dallo scontro di ideologie religiose, economiche e sociali, e non solo non c’è più un genere letterario in grado di aiutarci ad elaborare il cambiamento, ma neppure un interesse diffuso nella comprensione del cambiamento stesso.

I “sauri ambientalisti” di MacLeod potrebbero, nel loro piccolo, contribuire a mostrarci nuovi modi di organizzare le nostre società, o quantomeno fornire delle chiavi di lettura alternative al pensiero dominante, ma ecco, sono già spariti dalle edicole, e difficilmente li ritroveremo nelle librerie.

Mentre la narrativa “classica” funziona perfettamente per leggere il presente ed il passato, la fantascienza è l’unico genere letterario in grado di produrre un sano esercizio immaginativo, di farci fare viaggi estremi con la fantasia pur restando svegli e vigili. A differenza del “fantasy” non ci chiede di credere in situazioni razionalmente inverosimili, ma si sforza invece di proiettare quello che sappiamo un passo più in là di dove siamo ora, di immaginare un futuro.

È questo che non siamo più in grado, non dico di fare, ma nemmeno di desiderare? Siamo  a tal punto appiattiti sul presente? Abbiamo così tanta paura di quello che potrebbe succederci? Abbiamo deciso perfino di smettere di desiderare qualcosa di diverso?

Più avanti nel tempo

Ci sarà chi dirà:
“Ci hanno ingannato”

Altri risponderanno:
“Non volevate vedere”

Si replicherà:
“Ci hanno illuso”

Diranno:
“Non eravate disposti ad ascoltare altro”

Ed osserveranno:
“il Mondo è distrutto”

Gli si domanderà:
“Di chi è la colpa?”

Qualcuno affermerà:
“Non ci rendevamo conto”

Altri obietteranno:
“Piuttosto non avete voluto”

Si proporrà:
“Dobbiamo fare qualcosa…”

E la domanda sarà:
“E cosa?”

Proseguiranno:
“…prima che sia troppo tardi”

Ribatteranno:
“Ma è già troppo tardi”

Si dirà:
“Dovevate fermarci”

Preciseranno:
“Dovevate fermarvi”

Si domanderà:
“E ora che faremo?”

Verrà sancito:
“Non si può fare più nulla”

Il tempo è passato
Gli errori cumulati
Le vite distrutte
I veleni diffusi
Le risorse esaurite
Gli animali scomparsi
Per secoli di errori
Qualcuno pagherà…

Feedatevi di me

Oggi ho rotto la mia abituale pigrizia per gli smanettamenti sul blog, ed ho cercato di implementare una piccola cosa in più: ho aperto un account su FeedBurner. Se non fossi qui a scriverlo, probabilmente non ve ne sareste neppure accorti.

Il fatto è che le modalità di fruizione di un blog sono molteplici, e so di parecchi lettori ed amici che seguono il Mammifero via "feed RSS". Per i meno "tecnologici" dovrò aggiungere delle spiegazioni.

I feed RSS sono una tecnologia del "web2.0" che consente di ricevere automaticamente comunicazione dei nuovi post ed articoli messi on-line. Invece di girare il web saltando da un sito all’altro in cerca di novità si apre l’aggregatore che, come un giornale, mostrerà i titoli di tutti i nuovi post/articoli inseriti dall’ultima volta che l’abbiamo visitato.

Questo rende molto pratico seguire tutti quei blog "a bassa intensità" come questo, che pubblicano post a diversi giorni di distanza l’uno dall’altro, senza il rischio di perdersene qualcuno o, peggio, di dimenticarsi dopo un po’ di andarli a visitare.

Lo svantaggio, per chi scrive, è il non poter sapere quanti lettori stanno leggendo i post via Feed, perché il contatore inserito nel sito (lo trovate in basso a destra) legge solo i contatti via web. Per questo è nato FeedBurner.

Ora, però, devo chiedere a chi già utilizza il Feed "nativo" di questo sito di modificare la propria iscrizione con quella nuova (che ora si trova in cima alla colonnina di destra). Vi porterà via pochissimo tempo e a me darà modo di stimare, almeno grossolanamente, quanti lettori "non vedo".

In realtà la quarantina di contatti quotidiani che mi segnala ShinyStat sono già più di quanto preventivassi per questo blog… ma sapete com’è, più uno si sente apprezzato, più è stimolato a comunicare. E allora "Feedatevi" di me.

Mazinga contro il Lupo Cattivo

Sabato scorso me ne uscivo di casa in bicicletta rimuginando la considerazione di UgaSofT in coda al post su "Kung fu Panda": "le fiabe, prima che le stuprassero, erano ricche di violenza, e spesso il "nemico" veniva ucciso, talvolta anche barbaramente. (cut) Sono cose tipo Dragon Ball o i Pokemon, dove ci dev’essere sempre una sdrammatizzazione, che hanno cresciuto una generazione senza valori".

In realtà un confronto diretto tra le fiabe classiche e gli "anime" giapponesi non è proponibile, sebbene di questi tempi una sovrapposizione tra le due cose sia quasi all’ordine del giorno, ed ormai i bambini (e forse anche gli adulti) fatichino a distinguerli. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che diversi cartoni di animazione "seriali" (quelli trasmessi a puntate), proprio per il target cui sono rivolti mutuano modi, forme e linguaggi dal repertorio fiabistico.

Ma si tratta di due mondi diversi. Le fiabe hanno sempre rappresentato, soprattutto in passato, un essenziale canale di dialogo tra adulti e bambini. Narrazioni strutturate in modo da poter essere raccontate ed imparate facilmente, in cui il bambino potesse apprendere come comportarsi in situazioni complesse, esorcizzare le proprie paure, confrontarsi con gli adulti su un terreno culturale posto "a metà strada".

In questo senso la "crudeltà" delle fiabe è il riflesso di epoche in qualche modo ben più crudeli dell’attuale, ed è a quelle epoche che i bambini andavano preparati. La prassi di abbandonare i bambini nel bosco (Hansel e Gretel, ma anche Pollicino) era comune nei paesi scandinavi in periodi di carestia, fino al 1700 in cui i fratelli Grimm la consacrarono. Esistevano i lupi, esistevano gli orchi e le streghe, almeno come tipologie umane di cui diffidare, ed i bambini erano molto più liberi ed autonomi di oggi.

I prodotti di animazione, invece, rispondono sostanzialmente a logiche di "entertainment & merchandising", servono a vendersi alle reti televisive per riempire lo spazio tra una pubblicità e l’altra, ed a vendere bambolotti e prodotti collegati. Non hanno alcuna vocazione etica ma si limitano a scimmiottare gli stereotipi culturali del popolo che li produce e consuma.

Ci troviamo di fronte, insomma, a due fenomeni non assimilabili, ma che tuttavia negli ultimi tempi hanno finito col sovrapporsi, con risultati che definirei, con un eufemismo, "poco entusiasmanti".

Nel nostro paese la mia generazione (1964 e dintorni) ha vissuto il momento di transizione tra l’educazione "classica", dispensata da genitori ed adulti,  e quella "mediatica", veicolata dalla tv. Negli anni ’60 e fino ai primi ’70 la televisione c’era già, ma era molto meno invadente e pervasiva di quanto non sia ora. Esistevano solo i due canali di stato, che trasmettevano in bianco e nero, e lo spazio pomeridiano era riservato alla "tv dei ragazzi".

All’epoca la disponibilità di "cartoons" era abbastanza limitata, dato che prima dell’avvento della tv si utilizzavano prevalentemente nelle sale cinematografiche, prima della proiezione del film. Ovviamente un serbatoio così limitato andava centellinato, ed i programmi per ragazzi erano pieni di persone in carne ed ossa che facevano "cose" mediamente interessanti, ma sempre meno affascinanti dei cartoni animati.

Per arrivare alla serializzazione dei "toons", in tutti i sensi, ci volevano i giapponesi, trasferendo sul piccolo schermo i personaggi delle loro già all’epoca sterminate serie di "manga" prodotte con lo stampino. La estrema prevedibilità e ripetitività delle vicende non turba i bambini, ma anzi produce una rassicurante forma di aspettativa: anche se l’eroe è nei guai alla fine prevarrà. Esorcizzare le paure, dicevamo.
 
Ed il meccanismo è molto simile: anziché la stessa fiaba raccontata più e più volte siamo passati ad innumerevoli narrazioni pressoché identiche, col risultato di fidelizzare il nostro target (bambini, sì, ma con genitori disposti ad assecondarne i capricci) ed influenzarne etica e scelte future.

Il problema, secondo me, non è tanto, o solo, il fatto che i nostri bambini assorbano ore ed ore di "paccottiglia culturale" di basso spessore, seppur realizzata a regola d’arte, quanto che siano lasciati soli a relazionarvicisi, abbandonati alle seduzioni ed alle lusinghe che esperti di marketing hanno messo a punto per prenderli all’amo e bombardarli di onnipresenti pubblicità.

O, se vogliamo, che abbiamo costruito un mondo sacrificato alle automobili, in cui i bambini sono prigionieri della propria fragilità e costretti al chiuso, parcheggiati davanti ad un televisore per ore ed ore. Che poi in tanti "diano di matto", a questo punto, non credo possa stupire troppo.