Quarantadue

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Correva l’anno 1980 quando, ai primi di luglio, nelle edicole di tutta Italia arrivò un numero di Urania dal titolo sconcertante (sebbene buona parte dei titoli di Urania di quegli anni fossero sconcertanti): "Guida Galattica per gli Autostoppisti"; primo romanzo di uno sconosciuto scrittore inglese che rispondeva al nome di Douglas Adams.

Ricordo la perplessità con cui alla fine mi decisi ad acquistarlo. La fantascienza era per me, sulla soglia del mio sedicesimo compleanno, ancora una faccenda terribilmente seria. Quel libro pose fine a tutto ciò: mi fece letteralmente rotolare dalle risate. Addirittura finii coll’impormi di smettere periodicamente di leggerlo per non arrivare troppo presto alla fine. Riuscii così a farmelo durare un giorno e mezzo. Era irresistibile: ridevo fino alle lacrime.

Adams aveva quella rara capacità di mettere in ridicolo le mille stupidità dell’Umanità traendone situazioni esilaranti. L’Universo era per lui un luogo completamente assurdo, nel quale le creature dotate di intelligenza si sforzano di mettere ordine, riuscendo solo a renderlo ancora più assurdo.

Eppure, al pari del Candido di Voltaire, l’intera "trilogia in cinque volumi" (definizione dell’autore) della "Guida Galattica", è un’opera profondamente morale, in cui si ricercano veramente le risposte alle "grandi domande sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto" andando per esclusione: ovvero elencando le risposte sbagliate. In pratica tutte quelle che la modernità, la "società dei consumi", ci offre in continuazione, giorno dopo giorno, su un piatto d’argento.

Convinto ambientalista fino all’ultimo, come scrittore Adams ha messo alla berlina, con un irriverente sarcasmo iconoclasta, le icone dominanti della cultura pop, dell’edonismo sfrenato, degli integralismi religiosi, della vuota superficialità. Finendo col maturare, nell’ultimo volume, un disperante senso di angoscia per le sorti di questo mondo.

Douglas Adams ci ha lasciato nel 2001, stroncato da un attacco cardiaco all’età di 49 anni.

Se non vi ho ancora convinto ad acquistare e leggere i suoi romanzi, potete trovarli a questo link e scaricarli in formato PDF:

Io ho appena terminato di rileggere il secondo episodio: "Ristorante al termine dell’Universo". Una sola parola: Grandioso!

Il carnevale delle biciclette

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Piazza del Popolo – sabato 26 maggio 2007

L’evento dell’anno è appena passato e scriverne così “a caldo” non è sicuramente facile, troppe emozioni, troppe immagini ancora a riempire gli occhi, troppi ricordi in soli tre giorni. E direi troppe riflessioni e pensieri “volanti” ancora da far maturare. Ma, lo stesso, troppe cose che già “devono” venir fuori, che premono per uscire, che chiedono di essere raccontate.

A quattro anni di distanza dalla prima edizione la sensazione dominante, almeno per me, resta lo stupore, il senso di totale spiazzamento, l’essere testimoni del realizzarsi di qualcosa di incredibile, al limite dell’impossibile.

Vedere un corteo di quattromila biciclette colorate e festose riprendersi per un giorno le strade cittadine, in un happening in larghissima misura disorganizzato ed estemporaneo, era impensabile fino a pochissimi anni fa. Oggi è realtà, e tutti hanno potuto assistervi.

Ricordo ancora la “prima volta”, era il 2004 e poche decine di ciclisti “critici” partecipavano alla Critical Mass mensile l’ultimo venerdì del mese (anch’io, all’epoca, solo saltuariamente). Fu quello il periodo in cui mi iscrissi alla mailing list di CM-Roma, ricevendo una pioggia di critiche per il solo fatto di essere, all’epoca, presidente della locale associazione Fiab.

Non si sapeva cosa sarebbe successo, in quanti avrebbero partecipato, come avrebbe risposto la città. Incredibilmente grazie al tam-tam telematico e personale, ed ai manifesti “attacchinati” nottetempo in tutta Roma da schiere di volenterosi, alla fine eravamo più di un migliaio. Fu la prima volta che, a modo nostro, “occupammo” le strade di Roma.

Ricordo come, nei mesi successivi, la lista “CM-Roma” lentamente mi metabolizzò, di come molte delle mie ferme convinzioni cambiarono, di come riuscii a cambiare almeno in parte alcune delle loro.

Ricordo la riunione all’Angelo Mai (ora sgomberato) in cui si doveva decidere se rifare la “Ciemmona” anche l’anno successivo, e la titubanza di tutti, il timore che la “magia” di quei giorni non fosse più riproducibile, che potesse non funzionare di nuovo… i primi interventi erano molto incerti, preoccupati: “che facciamo, ci riproviamo?”

A quel punto chiesi la parola, scusandomi di essere poco più che un “esterno”, e feci solo un breve discorso. Raccontai le emozioni provate in quei giorni, ed in particolare il venerdì sera, in mezzo a Piazza Venezia nel guardare alcuni dei partecipanti fare capriole ed acrobazie… “non so voi” dissi “ma io quelle emozioni, quelle sensazioni, le rivoglio!”

Nel momento di silenzio che seguì vidi sorrisi allargarsi, e ricordo le prime parole di Simona: “Sei riuscito a dire quello che tutti pensavamo, e nessuno riusciva a tirare fuori…” Quello fu, probabilmente, il mio unico, minimo contributo. I meriti veri vanno ad altri/e, persone straordinarie che non hanno il minimo interesse ad essere menzionate, né ad apparire.

E “Ciemmona2” fu.

Di quell’anno ricordo l’emozione sconvolgente della prima volta sulla sopraelevata, infrangendo il divieto al transito delle biciclette, poco dopo che un acquazzone estivo ci aveva praticamente inzuppati, con la gente affacciata ai balconi che ci applaudiva.


in Tangenziale – maggio 2005 – foto di Guido (“Gufo”)

E ancora continua, e siamo ogni anno di più, ed ogni anno è una festa più grande e partecipata. Ma soprattutto, bisogna comprendere, non si tratta di una “manifestazione di protesta” quanto di dire: “Eccoci, siamo qui. Uscite dalle vostre scatole di latta, dalle vostre abitudini. Venite a scoprire la vita. Correte il rischio di esistere.”

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Tutti al mare – domenica 27 maggio 2007

Critical Mass Interplanetaria

Image Hosted by ImageShack.usSabato prossimo Roma sarà invasa dalle biciclette, a migliaia, nella "non-manifestazione" più improbabile ed incredibile che conosca, la "Critical Mass Interplanetaria", anche detta "Ciemmona", giunta ormai alla sua quarta edizione.

Critical Mass è la "non-manifestazione" per antonomasia, nel senso che non si fa nulla di diverso da quello che si fa normalmente… con la differenza che lo si fa in tanti. Quindi, in via teorica, non occorre richiedere nessuna autorizzazione, ci si trova "casualmente" per strada, con le bici, e si "condivide" un pezzo del percorso con gli altri.

Non penso sia il caso che stia qui a spiegare valori, senso e contraddizioni della Critical Mass, in rete si trova materiale più che abbondante. Quello che vale la pena raccontare è l’esserci, il senso di piacevole straniamento che dà il trovarsi, per una volta, su una strada percorsa solo da biciclette.

La sensazione più bizzarra è data dal non capire subito cosa c’è di strano. Quello che si realizza per primo è il silenzio: le biciclette non fanno quasi rumore. Ci sono, è vero, i suoni dell’allegria, le risate, i gridolini, i campanelli, le trombe. Ma manca completamente il rombo sordo dei veicoli a motore, lo scoppiettare delle moto, il basso vibrante dei grossi diesel, tutti quei suoni fastidiosi e nocivi a cui abbiamo imparato, per autodifesa, a non fare caso. Eppure, una volta rimossi dal "panorama acustico", come si nota la differenza!

La seconda cosa che salta all’occhio è la larghezza delle strade: le strade sono enormi. Semplicemente basta seppellirle sotto un tappeto di automobili, in movimento ed in sosta, relegare i punti di vista possibili solo ai bordi, ed ecco che la prospettiva si perde, e non ci rendiamo più conto di quanto spazio ci viene costantemente rubato. Pedalare in un gruppo tanto numeroso da occupare l’intera sede stradale consente, per un breve lasso di tempo, di vedere ed assaporare una realtà diversa, che altrimenti sarebbe per sempre celata ai nostri occhi.

Detto ciò, a tutti quelli che leggeranno questo post rinnovo l’invito: siateci!

Non capita spesso nella vita di sperimentare, come dicevano i Monty Python, "qualcosa di completamente diverso". E la "Ciemmona", vi garantisco, lo è.

Guardate le foto che ho scattato all’edizione dello scorso anno, ospitate sul sito dell’associazione Ruotalibera-Fiab.

Affinità elettive?

Non mi capita spesso di condividere situazioni conviviali con persone molto diverse da me. In genere ricerco la compagnia di amici, o persone comunque a me simili, o con le quali possa quantomeno condividere un comune sentire.

Poi, però, capita di ritrovarsi seduti a pranzo in una tavolata collettiva, con altri più o meno coetanei mai visti né conosciuti prima. Accade quindi che il tizio seduto accanto a me accenda un TV-fonino (neologismo, già del suo orribile, occorrente a designare un telefono cellulare in grado di ricevere programmi televisivi) ed in pressoché totale autismo, nonostante la fidanzata seduta dirimpetto, si metta a guardare la partenza del gran premio di automobilismo.

Al che io mi domando se è proprio necessario surclassare, di anno in anno, il precedente record di rimbambimento collettivo, oppure si può ragionevolmente essere soddisfatti del primato epocale ormai raggiunto e cercare di fare almeno un minimo per invertire la tendenza.

E non venitemi a dire che sono snob…

Ciclopicnic formula "Deluxe"

Nella sontuosa cornice del PalaPicnic, struttura appositamente messa a disposizione dalla giunta capitolina, si è svolto il 3° Ciclopicnic del 2007. La manifestazione, giunta ormai al secondo anno di repliche registrando ogni sera il "tutti esauriti", si è caratterizzata stavolta per la massiccia presenza di affiliati al mondo dell’associazionismo ruotaliberato.

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L’organizzazione impeccabile non ha fatto mancare due graziose e gentilissime hostess che hanno assicurato a tutti i partecipanti la miglior possibile fruizione dell’evento.

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Il dibattito che ha subito preso il via ha toccato diversi temi di scottante attualità. Il primo argomento affrontato è stato: "ci sediamo sul prato (senza tovaglie) o approfittiamo di questi comodi tavoli e sedie?"
La discussione è stata brevissima e la "Mozione 2" è stata votata quasi all’unanimità, con due astenuti causa concomitante sessione di "freesbee" sul piazzale.

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"Un solo grido: Okkupazione!" è stato il commento unanime espresso dall’assemblea.

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Il dibattito si è poi subito acceso su: "è meglio cominciare col PrimoSale sulla pizza bianca, o dare la precedenza all’Insalata di Riso?" registrando accalorate argomentazioni da parte di entrambe le correnti di pensiero.

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Poco dopo si discettava su un dato di fatto incontrovertibile: "non solo nessuno ha portato dell’acqua, ma non c’è niente da bere che non sia alcolico!!!"

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Al termine del convegno la serata è stata allietata da ciclostornelli ed improvvisazioni basate sul comune patrimonio folcloristico romanesco.
L’appuntamento per tutti/e è per il prossimo mercoledì, alle 20.00.

Latitanza

Vorrei scusarmi coi miei affezionati lettori e lettrici per l’attuale rarefazione di post. Sul sito Romapedala ho iniziato un confronto su una proposta che investe il Coordinamento Roma Ciclabile, le sue attuali problematiche e la situazione caotica dell’associazionismo romano.

E’ iniziato ieri:
http://www.romapedala.splinder.com/post/12121991/

E’ proseguito oggi:
http://www.romapedala.splinder.com/post/12136922/

E sicuramente andrà avanti nei prossimi giorni.

E’ pensabile che non avrò moltissimo tempo di inserire nuovo materiale qui, a breve…


Update! L’ultima parte è qui:
http://www.romapedala.splinder.com/post/12151188/

Due giorni spesi per la causa

Tra ieri ed oggi ho dovuto chiedere due permessi in ufficio per seguire le vicende della mobilità ciclabile romana, passando pressoché le intere mattinate in compagnia di funzionari, tecnici, architetti e, per fortuna, di ciclisti.

Ieri è stato il turno del sopralluogo su viale Palmiro Togliatti, dove è in fase di realizzazione una pista ciclabile di nove chilometri, purtroppo allo stato attuale interrotta nel bel mezzo a causa di precedenti realizzazioni urbanistiche scellerate (va detto che qui a Roma è la regola, e se uno ha la vocazione da Don Chisciotte i mulini a vento non se li deve certo andare a cercare, gli basta girarsi intorno a 360°).

A seguito della fotocronaca pubblicata su RomaPedala qualche settimana fa gli amministratori comunali hanno pensato bene di parlarne di persona, così ci siamo dati appuntamento in prossimità di Ponte Mammolo per una passeggiata/chiacchierata per fare il punto su cosa è stato fatto, come e perché. Il resoconto puntuale devo ancora stenderlo, con tanto di foto a corredo, redatto a più mani assieme alla "squadra di tecnici" (si legga "ciclisti romani agguerriti") che ho convocato.

Anticipo che sono uscite fuori diverse cose interessanti, a cominciare dal "sottosuolo" del famoso prato, che è costellato di condutture elettriche, idriche, del gas e del telefono, e di "camere di controllo" (ovviamente non segnalate dalle carte comunali) che hanno di fatto obbligato alle "chicanes" e ai famosi "singhiozzi". Abbiamo efficacemente tampinato amministratori ed architetti, rappresentando le diverse utenze, sono emerse disponibilità, indisponibilità, e si è ragionato sulle possibilità future della ciclabilità a Roma.

Oggi invece, con un appuntamento pianificato diverso tempo addietro, si è svolto l’incontro tra "rappresentanti delle associazioni" (io, in realtà, non rappresento più un’associazione precisa com’era anni fa, ma mi sforzo di "rappresentare" desiderata ed esigenze pratiche di ciclisti in genere) ed amministratori dei Municipi, iniziativa originariamente patrocinata dal Coordinamento Roma Ciclabile.

Ci siamo seduti intorno ad un tavolo, i rappresentanti "politici" di VII e X municipio assenti (l’incontro era con VII, VIII e X, per cui ne mancavano due su tre… ma pare sia stata la prima volta) e del X mancavano anche i referenti per la polizia municipale… Abbiamo aperto le carte e presa visione della parte relativa del famigerato "Bicycle Master Plan" con qualche stupore.

Va detto che sempre linee su una carta restano, ma stavolta sono tante, differenziate, ed un’idea di rete finalmente comincia ad uscir fuori. Manca ancora molto, in particolare quei passaggi e quelle scorciatoie che la viabilità tradizionale ignora e solo i ciclisti sanno riconoscere, ma questa è la parte in cui saremo (noi ciclisti) chiamati a contribuire.

Insomma, non è nella mia natura essere ottimista, ma devo prendere atto che ci sono parecchie situazioni in divenire, il che confrontato col "nulla di nulla" di tutti gli anni ’90 (col sindaco Rutelli in motoretta, per chi se li ricorda) lascia quantomeno uno spiraglio aperto alla possibilità che una rete ciclabile, prima piccola e brutta e via via più usata, ricca e capillare, possa prima o poi uscirne fuori.

Ragionando sulla Shoà dal parrucchiere

In genere preferisco aspettare di aver finito di leggere un libro, prima di parlarne. Ma ci sono anche le eccezioni, e questo “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer, che è un libro eccezionale, ne ha prodotta una. Stamattina me lo sono portato dietro dal parrucchiere ove mi reco per la “tosatura” semestrale. Mai scelta fu più incongrua.

Pensate di leggere un racconto straziante ed emozionante in un contesto assolutamente “leggero”, musica commerciale alla radio, foto di acconciature all’ultima moda alle pareti, gente che discute di argomenti futili. Ma non è tanto questo, nel tempo ho maturato una capacità di astrazione sufficiente a farmi “rimuovere” qualunque contesto distraente, e tale da consentirmi di continuare a leggere in ogni situazione.

Leggere, ovviamente, un libro normale, cosa che questo non è. Questo è un libro che a tratti sono costretto a smettere di leggere, perché raggiunge, nel non detto, nel suggerito, nel solo accennato, vette di emozione tali da lasciare stordito il lettore. Che richiedono una sospensione della lettura, una riflessione, una “digestione” di quanto si è appena letto. Che smuovono pensieri, sogni, ricordi, paure ancestrali, e sentimenti di tale spessore ed umanità da lasciare sbigottiti.

Sospendere la lettura per la commozione, e d’improvviso rendersi conto di trovarsi dal parrucchiere (con tutto il rispetto per la professione) è motivo di ulteriore shock. Crea uno sfasamento, una sensazione d’irrealtà. E ci si rende conto che mentre esistono persone, artisti, scrittori, capaci di farsi carico del dolore del Mondo, di un dolore talmente vasto e profondo da rasentare l’intollerabilità, la maggior parte di noi rifugge in un mondo vuoto e vacuo, di apparenze, di vanità, di puro egoismo edonistico.

E, certo, qualcuno obietterà, c’è in questo un giudizio. E d’altronde neppure si può pensare di passare tutta la vita a farsi carico della sofferenza di singoli e popoli, di persone e moltitudini. Ma di certo oggi non c’è equilibrio, si è troppo lontani non solo dalla sofferenza, ma anche dall’elaborazione della sofferenza, dall’accettazione, dalla comprensione, dalla compassione. E in questo non fuggiamo, in realtà, solo dal dolore, dalla sofferenza. Abbiamo anche, temo, troppe risate ed in fondo poca vera gioia.

Librerie in evoluzione

Da ragazzo passavo parecchio tempo a girare per negozi di libri. Ero un adolescente solitario, e abitando in centro me ne ritrovavo svariati vicino casa. Entravo e cominciavo a girare per i diversi settori, i miei preferiti erano quelli riservati alla fantascienza, alla scienza e alla fotografia.

Cercavo le novità, ma molto spesso occhieggiavo titoli che non mi decidevo ad acquistare. Sfogliavo i libri che non mi potevo permettere, soprattutto quelli fotografici, o di cui mi interessavano solo poche pagine come, ad esempio, quelli con i testi delle canzoni. Le librerie, negli anni ’70, erano ancora posti tranquillizzanti. Ricettacoli di un sapere ponderato e un po’ polveroso che, col tempo e la pazienza, pensavo sarei riuscito a fare mio. Ora non più: ad oggi le librerie mi spaventano.

In primis c’è che sono cresciute a dismisura, gli spazi una volta angusti si sono dilatati e moltiplicati, le sezioni tematiche traboccano di novità, di copertine colorate ed accattivanti, ma anche visivamente aggressive. Una babele di scrittori, narratori, affabulatori invade pareti su pareti, ricolma scaffali e tavoli in una vastità d’offerta che purtroppo non riflette livelli di reale qualità, ma solo la domanda del mercato.

Poi, ancora più grave, c’è il "segno dei tempi", il perenne cambiamento che nulla salva. La fantascienza è pressoché morta, assieme all’idea di un futuro. I nuovi scrittori (aggiungerei "pubblicati in Italia", ma temo che cambierebbe poco) si contano sulla punta delle dita e molto spesso propongono quello che chiede loro il mercato: mega polpettoni da migliaia di pagine con personaggi stereotipati e situazioni di stampo hollywoodiano.

Dei vecchi non resta traccia. Malamente e frettolosamente archiviata la "star" Asimov, scaraventati nel meritato dimenticatoio i ben più "pulp" Heinlein e Van Vogt (insieme a quasi tutto lo sciocchezzario degli anni ’50), sopravvive nella considerazione degli editori solo il tardivo riconoscimento del genio di Philip K. Dick. Poco, troppo poco.

E girando e annaspando tra migliaia di volumi capita così che l’occhio cada su una copertina qualsiasi, in cui l’editor grafico ha voluto raffigurare due "Supereroi" pescando illustrazioni vecchie di cinquant’anni. E che in quelle figurine variopinte con le spalle drappeggiate di pesanti mantelli (un capo d’abbigliamento ormai demodé) si possa leggere in un solo istante, con ben più immediatezza di un trattato di storia contemporanea, l’inesorabile mutazione vissuta negli ultimi decenni.

Non verranno più i Supereroi a salvarci, sebbene ormai il mondo dell’immaginario sia infestato da "serial killer". La società non si sta più dirigendo verso un benessere diffuso e generalizzato come sognavamo ancora nei tardi ’60. Non possiamo più stare tranquilli e sperare nel futuro. Dobbiamo averne paura, piuttosto, al punto da fare il possibile per non pensarci, rifugiarci nel presente e sperarlo immutabile.

Una nuova "strategia della tensione", stavolta non appannaggio di un manipolo di terroristi, ma dell’intero sistema economico-politico-mediatico.
Funzionale allo status quo.