Il cielo ritrovato

Quest’estate, al ritorno dalle ferie, mi è venuta l’idea di pubblicare un libro online, nel Kindle Book Store di Amazon. Avevo da poco riletto un manualetto minimo sull’osservazione astronomica pubblicato (per modo di dire) nel 2014 e rigirato in rete in formato PDF, la prima idea che ho avuto è stata di estendere quella piccola guida sviluppando meglio i diversi argomenti.

L’idea del libro è fornire informazioni utili a comprendere la pratica dell’osservazione del cielo, con indicazioni utili sia ai totali neofiti, sia a chi già abbia disponibilità di un minimo di strumentazione. Non tanto un manuale omnicomprensivo, quanto una serie di indicazioni per evitare gli errori più tipici, dalle aspettative sbagliate alla scelta di una strumentazione non idonea.

Mentre lo buttavo giù, inserendo molti più argomenti di quanti avevo inteso originariamente, ho anche ripreso in mano l’idea di pubblicare una raccolta di post sul tema della mobilità leggera e dell’uso degli spazi urbani. Inutile dire che il secondo libro ha finito col sorpassare il primo, e venire pubblicato con diverse settimane di anticipo.

L’esperienza di pubblicazione del primo volume mi è tornata utile per il secondo, da poco online in formato e-book ed a breve anche in versione cartacea. Con l’occasione ho messo online anche il primo ‘manualetto minimo’, anche se il prezzo più basso consentito da Amazon (0,99€) non è ridotto quanto avrei voluto.

Il nuovo libro lo trovate a questo link, potete leggerne un’anteprima online o farvela inviare al Kindle (chi ne ha uno). Come per il primo, non mi aspetto grossi volumi di vendita. La materia è già stata sviluppata in innumerevoli altri testi, spesso in forma più approfondita. Quello che differenzia il mio libro è il taglio pratico, finalizzato al conseguimento di risultati osservativi più che ad una conoscenza a 360° della materia.

Cover

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Manualetto per curiosi di astronomia

Alla fine quello che era nato come un articolo è diventato un libricino.

L’idea era di spiegare in poche parole, a neofiti ed amici curiosi, il mondo dell’astronomia amatoriale nel suo complesso. Non è un manuale d’uso e non insegna concretamente nulla sull’utilizzo di telescopi o altro, ma fornisce un quadro d’assieme sulla materia utile per definire i passi di approfondimento successivi. Il taglio è inevitabilmente orientato all’osservazione visuale, come peraltro chi scrive.

La formattazione è stata effettuata per renderlo leggibile sugli smartphone.
L’idea iniziale era di renderlo scaricabile gratuitamente via Google Play Store… purtroppo c’è un problema: sebbene il volume sia a prezzo zero il server di Google richiede comunque l’inserimento di un metodo di pagamento, Paypal, carta di credito o altro. È una discreta seccatura perché io stesso non possiedo nessuno dei metodi di pagamento richiesti… (teoricamente potrei attivare una carta di credito virtuale con contenuto 1€, ma mi sembra un sistema che definire “inutilmente farraginoso” è poco.)

Per chi sia già cliente dei servizi Google è possibile scaricarlo gratuitamente, per gli altri la soluzione probabilmente più semplice è scaricarsi il file PDF direttamente sul telefono e leggerlo con un pdf player, oppure da lì caricarselo su Google Play (se proprio piace la visualizzazione a “sfogliamento di pagina”, ma considerate che occorre un periodo di elaborazione perché il libriccino venga reso disponibile).

Il file in formato PDF lo potete scaricare cliccando sulla foto qui sotto:

astro

(se lo fate dallo smartphone ve lo scarica direttamente lì… se poi volete condividerlo con gli amici potrete farglielo scaricare o trasferirlo via bluetooth, il file è molto leggero)

Opnioni ed osservazioni saranno ben gradite, e torneranno utili nell’elaborazione delle prossime “release”.

Galassie

La passione per l’astronomia, che mi accompagna ormai da diversi decenni, è in fondo il riflesso di quella curiosità insaziabile che mi spinge ad indagare tutto ciò che non so. In questa continua esplorazione ha assunto forme diverse, si è avvalsa negli anni di strumenti diversi, via via più specialistici e performanti, ha avuto periodi alti e bassi, ma non mi ha mai abbandonato.

Ad oggi, sulla soglia dei cinquant’anni, mi ritrovo a partire da solo (non sempre si creano le condizioni per coinvolgere altri), in macchina, sul far della sera, ed a viaggiare per diverse decine di chilometri alla ricerca delle montagne e del (relativo) buio. Una volta arrivato nel luogo prescelto mi serve quasi un’ora per riassemblare e mettere a punto la strumentazione prima di poter osservare veramente.

Non c’è fretta, dato che la “notte astronomica” inizia in media un’ora e mezza dopo il tramonto del Sole, e i target che mi interessano hanno bisogno del buio più assoluto, o almeno buio quanto le luci delle lontane città consentano (l’inquinamento luminoso arriva a far danni a decine di km di distanza).

A quel punto scelgo sulla mappa l’oggetto che voglio osservare, accendo un piccolo laser verde allineato al telescopio che, come una sottile matita di luce, mi indica sulla sfera celeste il punto dove l’oggetto dovrebbe trovarsi, accosto l’occhio all’oculare ed attendo di vedere la “magia” ripetersi ancora una volta.

Quello che appare nel campo dell’oculare è quanto di meno spettacolare si potrebbe immaginare, in genere si vedono un po’ di deboli stelline sparpagliate in maniera casuale, ed in mezzo a queste stelline puntiformi l’oggetto appare come una macchia estesa e debolissima, a volte perfino troppo debole per essere visto direttamente, ma percepibile solo con la coda dell’occhio.

Allora cos’è che fa scattare il meccanismo di meraviglia? Cos’è che giustifica la fatica, i chilometri percorsi, la spesa per benzina ed autostrada, l’inquietudine del trovarsi da soli in un luogo sperduto ed isolato, il disagio, spesso il freddo? Si rende necessario un passaggio ulteriore, un passaggio interpretativo, di natura culturale.

Il termine stesso “oggetto” non rende minimamente l’idea di cosa si stia osservando. Gli astrofili lo utilizzano in mancanza di termini migliori, ma basta provare a coinvolgere un profano (in questo caso mia moglie, almeno le prime volte) per rendersi conto dell’enorme sforzo necessario per rendere maneggiabile e comprensibile, inquadrabile in un qualsivoglia schema della realtà, quello che stiamo osservando. Di quanto lontano dall’esperienza quotidiana sia quello che ci si dischiude davanti agli occhi.

Il fatto è che l’Universo è in larghissima parte vuoto, completamente vuoto. Non c’è nulla, al di fuori del sottilissimo strato di atmosfera nel quale siamo immersi, che possa fermare la radiazione luminosa, che ha quindi modo di viaggiare indisturbata. E questa luce arriva a noi da ogni punto dell’Universo dove vi sia una sorgente luminosa, a qualsiasi distanza tale sorgente si trovi.

Di giorno la luce del Sole ci arriva, dalla distanza di 150 milioni di chilometri, dopo otto minuti di viaggio. Ci arriva dalla Luna, riflesso di quella emessa dal Sole, e per farlo compie un tragitto di 380.000 km in poco più di un secondo. Allo stesso modo la luce riflessa del Sole ci arriva dagli altri pianeti: da Giove ci arriva mezz’ora dopo aver lasciato la superficie del pianeta.

Ma le stelle, oggetti in tutto e per tutto simili al nostro Sole, sono ancora più lontane. La luce della stella più vicina alla Terra, Proxima Centauri, arriva a noi dopo un viaggio di quattro anni e mezzo, effettuato all’irraggiungibile velocità di 300 mila chilometri al secondo: 4,5 anni luce, un’unità di distanza, anche se riferita ad un tempo.

Tutte le altre stelle sono più lontane, e formano complessivamente una struttura chiamata Galassia, che ne contiene un numero prossimo a cento miliardi ed ha la forma di un disco schiacciato con un diametro di circa centomila anni luce. Una struttura perfettamente visibile ad occhio nudo, da un cielo sufficientemente buio, e che prende il nome di Via Lattea (in greco antico Ga Lacta, da cui il termine galassia).

Già un concetto del genere va oltre le misere capacità della mente umana, qualunque sforzo di renderlo comprensibile e riportarlo in una scala in qualche maniera gestibile è del tutto vano. L’unica maniera di maneggiarlo è attraverso la fredda astrazione dei numeri, del linguaggio matematico, dei calcoli.

Ma da molti decenni ormai sappiamo che la Via Lattea, per quanto sconfinata, immensa, inconcepibile, non rappresenta l’intero Universo. E’ invece un oggetto tipico nel suo genere: spingendo lo sguardo un po’ più in là si scopre che su una scala più grande l’Universo è popolato di Galassie, poste fra loro a distanze dell’ordine del milione, o delle decine di milioni di anni luce.

Come si fa a prendere per vera un’idea del genere? Come può un curioso, un vero curioso, mettere alla prova tali affermazioni? In quale piaga il nostro moderno San Tommaso deve andare ad infilare la sua mano per accettare una verità che va al di là della comprensione?

La risposta, l’avrete intuito, è molto semplice: l’Universo è vuoto, quindi trasparente. Nulla impedisce alla luce di viaggiare anche per decine di milioni di anni nella nostra direzione, dobbiamo solo costruirci degli “occhi” abbastanza grandi da raccoglierla e vederla. Occhi fatti di vetro e specchi che abbiamo finito col chiamare telescopi.

E quindi ecco spiegata la magia di quella macchiolina ovale ed indistinta che ci appare, al limite della visibilità, osservando al telescopio. Altro non è che il fantasma emesso milioni di anni addietro, quando la specie umana ancora non esisteva da un conglomerato di centinaia di miliardi di soli. Luce fossile che ha viaggiato nel vuoto assoluto per un tempo incommensurabile solo per raggiungere le nostre retine e raccontare al un minuscolo cervello di un mammifero bipede la propria esistenza.

Bastano davvero pochi fotoni per raccontarci la realtà di un Cosmo semplicemente al di là della nostra capacità di comprensione, ad instaurare quello che personalmente considero un “rapporto privilegiato con l’Universo”, ed a ricordarci quanto piccola, fragile e per ciò stesso preziosa sia la nostra esistenza su questo minuscolo granello di polvere, posto ai margini dell’infinito.


Virgo

Tre uomini e una vetta (per tacer del Dob)

La perenne insoddisfazione rispetto allo stato del cielo notturno della penisola più ricca e sprecona d’Europa mi spinge talvolta ad esplorare soluzioni mai tentate prima. Le condizioni da ricercare sono due: località lontane da fonti d’inquinamento luminoso e quote elevate per tagliar via l’assorbimento atmosferico, che soprattutto in prossimità dell’orizzonte cancella letteralmente gli oggetti più deboli del “cielo profondo”.

Studia che ti ristudia, lambicca che ti rilmbicca, ho individuato un sito promettente nel Rifugio Zilioli, in prossimità della cima del monte Vettore, nelle Marche: quota 2230mslm ed uno dei punti con meno inquinamento luminoso del centro Italia. Unica controindicazione, è raggiungibile solo con un sentiero da fare a piedi, due ore circa di camminata.

Il mio telescopio, per quanto trasportabile e compatto, pesa pur sempre sedici chili, aggiungetene altri cinque di accessori, mappe, luci, ecc, due o tre litri d’acqua, cibarie per la nottata ed un cambio d’abito invernale per star fuori tutta la notte a passa duemila metri di quota e diverrà evidente come non sia pensabile di affrontare l’avventura da soli.

Tuttavia la follia è una caratteristica diffusa tra gli astrofili, tanto che alla proposta lanciata su un forum di astronomia ben due altri impavidi hanno deciso di aggregarsi, rendendo l’impresa affrontabile. Detto fatto, io, Andrea e Davide ci siamo dati un appuntamento per sabato mattina a Roma, confidando di arrivar su nel primo pomeriggio e dare l’arrembaggio al massiccio con largo anticipo sull’orario delle osservazioni.

Suddiviso il carico e la strumentazione (un telescopio ed un binocolo gigante completo di cavalletto), intorno alle 16.30 iniziamo ad inerpicarci sul sentiero partendo dai 1450mslm di Forca di Presta con 15-20kg a testa di zavorra sul groppone.

L’inesperienza si palesa quasi subito, il sentiero affrontato a passo troppo baldanzoso raffredda ben presto i nostri entusiasmi, costringendoci a diverse soste nel corso delle quali ci scambiamo i rispettivi zaini. Il sistema che ho ideato per imbracare il dobson si rivela troppo rudimentale, scaricando male il peso ed impedendo alla cassa toracica di espandersi al meglio, pregiudicando la corretta respirazione.

Per fortuna la cosa sembra pesare meno ad Andrea (complici anche i 25 anni di differenza rispetto al sottoscritto), che ben volentieri accetta di scambiare il suo zaino supertecnico con la mia “cassetta tracollata”. Mi carico qualche chilo in più, ma la fattura dello zaino me li fa pesare meno.

La salita dura circa due ore e mezza, e sono ore stranianti. Il paesaggio è bello da mozzare il fiato, ma non si può indulgere troppo perché bisogna guardare dove si mettono i piedi: una storta a questo punto sarebbe micidiale.

Saliamo tra l’aria che si raffredda per il progredire del pomeriggio e per l’altezza, ed il sudore dello sforzo che ci surriscalda, senza riuscire a ben gestire l’abbigliamento. L’ultima rampa è la più scoscesa e sconnessa, ma ormai il più è fatto ed approdiamo al tanto sospirato rifugio.

C’è ancora il tempo per cambiarsi, spostando il vestiario zuppo di sudore all’esterno e quello asciutto in prossimità del corpo. Ci appoggiamo nel locale di servizio del rifugio malsopportando il tanfo di urina gentilmente lasciato da qualche precedente fruitore. Io mi stendo sul tavolaccio e riesco perfino a sonnecchiare un po’.

Sul far del tramonto ci raggiunge un gruppo di quattro escursionisti di Osimo con le chiavi del rifugio (andavano prenotate in anticipo, e quando siamo arrivati alla decisione di partire ormai erano già ipotecate). Mentre loro si sistemano nel locale principale ne approfitto per montare il telescopio ed effettuare le ultime regolazioni e messe a punto.

Nel primo crepuscolo porto fuori il dob ed iniziamo ad osservare. C’è vento forte e devo schermarmi dietro alla parete del rifugio, per fortuna il sud è libero ed è la direzione più importante. Punto Saturno, e nonostante lo specchio non sia ancora perfettamente in temperatura ed il seeing un po’ traballante, valutiamo che sia abbastanza buono da proporlo ai nostri “coinquilini”.

I quattro ragazzi si mostrano interessati, ne nasce una bella chiacchierata mentre il cielo scurisce e cominciamo a puntare anche qualche nebulosa planetaria e l’immancabile ammasso globulare M13 in Ercole. Per valutare la qualità del sud punto quindi la nebulosa Laguna, che a buio ancora non completo si mostra già ricchissima di chiaroscuri grazie al filtro OIII.

Intorno alle 22.30 accade l’irreparabile: il rifugio viene avvolto da una nuvola e ci ritroviamo immersi nella nebbia. Per un po’ speriamo si tratti di un evento passeggero, ma dopo la prima mezz’ora perdo la fiducia e riporto lo strumento al chiuso. Dalla nuvola non ne usciremo più se non a piedi, la mattina successiva, a metà della discesa.

Tra l’altro uno dei “goal” della missione era misurare il valore del “buio” di un cielo d’alta quota per confrontarlo con quello rilevato al valico, quasi mille metri più sotto. Neanche questo è possibile perché al momento del blackout stellare manca ancora mezz’ora alla “notte astronomica”.

I quattro marchigiani, non oberati da strumentazione bislacca, hanno portato con sé un barbecue monouso, vino e salsicce a volontà che offrono di condividere con noi. Dopo una laboriosissima operazione di accensione, che il vento forte e l’umidità tentano vanamente di sabotare, ci consoliamo con una gustosa salsicciata.

Intorno a mezzanotte, esaurita la cena e constatato che il nebbione perdura, ci accingiamo a dormire al piano superiore, su un soppalco di legno e senza neppure i sacchi a pelo. Non che servano, abbiamo addosso vestiario adatto a passare la notte all’esterno, ma il pavimento di legno si rivela ben poco confortevole.

Tra il sonno che va e viene esco ancora un paio di volte, all’una e mezza ed alle tre, nella speranza di scoprire il cielo stellato tanto auspicato, ma senza successo. Con l’SQM (Sky Quality Meter) misuro solo il buio della nebbia. Al mattino veniamo svegliati da un altro gruppo di escursionisti, partiti per vedere l’alba dalla vetta e rimasti anch’essi vittime della nebbia. Si sono accampati nello stanzino puteolente quasi sedendosi, stremati, sulla nostra strumentazione.

Valutata l’inutilità di restare (c’era l’idea di una camminata senza zaini fino alla vetta, o ai laghi di Pilato) smonto il telescopio e recupero tutta la strumentazione, rimpacchettiamo la roba negli zaini ed imbocchiamo la via del ritorno.

La discesa si rivela meno pesante della salita, ma si somma alla fatica pregressa ed al poco e scomodo sonno, il vento freddo ed umido ci sferza mentre la ghiaia rischia di farci ruzzolare. Un tornante dietro l’altro scendiamo verso il valico, stupendoci di quanto fosse in realtà lunga la strada percorsa.

Un’ora e mezza dopo siamo in macchina, sfiniti dalla stanchezza. Facciamo colazione, poi sono di nuovo 200km fino a casa, cercando di trarre il buono da un’esperienza che non ha mantenuto fino in fondo le promesse.

Siamo sconfitti ma non vinti, e già ragioniamo se, come e quando tornar su. Di sicuro andrà valutata meglio la situazione meteo, gestiti con più attenzione pesi e dotazioni, cibarie, vestiario ed accessori. Sarà meglio un gruppo leggermente più folto, per suddividere più adeguatamente il carico.

Negli occhi e nel cuore ci rimarrà la magia di quel rifugio solitario e impervio, sospeso sopra le nuvole, sotto un cielo che pian piano scurisce. Promessa di felicità non mantenuta, ma forse soltanto rimandata.

Memorie di comete del secolo scorso

In una bizzarra concomitanza di situazioni, il passaggio della cometa PanSTARRS ha coinciso con la ritrovata funzionalità del mio vecchio scanner e la possibilità, finalmente, di scansionare e rendere disponibili le immagini riprese su pellicola a due comete apparse a metà degli anni ’90: la Hyakutake (1996) e la Hale-Bopp (1997).

Mentre la Hale-Bopp la ricordano più o meno tutti, dato che il suo passaggio durò diversi mesi, la Hyakutake apparve e scomparve molto in fretta, in un piovoso febbraio, e passò quasi del tutto inosservata. In un’epoca in cui internet era ben là da venire le comunicazioni su questi oggetti risultavano spesso intempestive e perfino il tam-tam tra appassionati non era in grado di comunicare l’importanza e l’urgenza di tali eventi.

La Hyakutake non era brillantissima di suo, ma passò molto vicina alla Terra. Anche per questo la scoperta e le comunicazioni furono largamente insufficienti… Fatto sta che le informazioni parlavano di una “chioma” (la vera e propria testa della cometa) delle dimensioni della Luna piena, e di una luminosità tale da consentirne la visione anche dai cieli cittadini.

Senza crederci molto, una sera rimasi alzato fin verso la mezzanotte, e quando finalmente la cometa “sorse” sopra il tetto del palazzo di fronte per poco non mi cascò la mascella a terra. Era enorme! Purtroppo già all’epoca l’inquinamento luminoso in città era tale da nascondere completamente la tenue coda, ci attivammo quindi per andare ad osservarla da una località più buia.

Il sito designato per la prima uscita era Frasso Sabino, paesello in prossimità della via Salaria rilevante per il solo fatto di ospitare l’osservatorio dell’Associazione Romana Astrofili. Un primo tentativo effettuato probabilmente di giovedì fu brutalmente frustrato da una coltre impenetrabile di nubi basse e localizzate. Solo sulla via del ritorno, in prossimità di Roma e da un cielo già pessimo, la testa della cometa ci si mostrò nuovamente, ma della coda nulla. Nei giorni seguenti di nuovo pioggia.

Il secondo tentativo fu effettuato la domenica successiva, scommettendo su una possibile finestra di sereno tra una perturbazione e l’altra. Indicibile la frustrazione di ritrovarsi, una volta giunti a Frasso, di nuovo sotto le nuvole. A salvare la nottata fu la prontezza di spirito di Fausto Porcellana, che telefonò ad un amico a Rieti e scoprì che lì il cielo era sereno.

La spedizione ripartì quindi alla volta della piana reatina. Qui, durante una breve sosta per fare il punto, ho un primo ricordo, incredulo, della cometa stagliata sopra il massiccio del Terminillo, con letteralmente un palmo di coda già visibile, in orizzontale, sopra la montagna incappucciata di neve. Dopo un rapido consulto stabilimmo di andarci a posizionare ancora più lontano dalla città, e più in alto.

La località prescelta fu il valico di Leonessa, a circa 1100 m.s.l.m. in un tratto di strada dismessa sufficientemente schermato dai fari delle automobili di passaggio. Scesi dall’auto ed adattati gli occhi al buio, sotto un cielo ancora pressoché incontaminato da luci parassite, la cometa ci si disvelò in tutta la sua spaventosa maestosità.

Questa è la foto ripresa con l’obiettivo grandangolare da 24mm. Per chi abbia un minimo di dimestichezza col cielo sarà facile riconoscere nell’angolo in alto a sx la costellazione dell’Orsa Maggiore e farsi un’idea delle dimensioni spropositate di questa cometa.

Per gli altri cercherò, forse vanamente, di descrivere l’indescrivibile: riempiva il cielo. Un enorme fantasma diafano si stagliava di fronte alle stelle, minaccioso. Come testimoniato da diversi altri osservatori, la visione era spaventevole. Ricordo ancora Fausto, accanto a me, osservare a bassa voce: “Ora capisco le cronache del passato, che raccontavano di contadini terrorizzati…”

Già! Noi uomini di scienza, nutriti dal sapere del ventesimo secolo, noi perfettamente consapevoli della natura fisica di quell’oggetto, nient’altro che una palla di gas e ghiaccio in moto su un’orbita iperbolica intorno al sole, ugualmente ne eravamo oppressi ed inquietati, oltreché perdutamente affascinati.

Passammo diverse ore, non saprei nemmeno dire quante, a riprendere fotografie e ad osservarla ad occhio nudo e coi binocoli. Fabrizio Amico aveva attrezzato una montatura equatoriale per l’inseguimento, io ci misi le ottiche e l’esperienza di ripresa, facemmo più scatti a diversi livelli di ingrandimento. Questa è forse la migliore, ripresa con un 85mm

La settimana successiva piovve quasi in continuazione e non ci fu modo di rivederla più, quantomeno in tutto il suo splendore. Rimasero solo una manciata di immagini a testimoniare un evento a tutt’oggi ancora unico, e forse irripetibile.

L’anno dopo ci fu il passaggio di una cometa davvero “monstre”: la Hale-Bopp. A differenza della Hyakutake non fu visibile solo per l’estrema prossimità alla Terra, ma per la luminosità assoluta veramente da record. Questo fece sì che rimase visibile ad occhio nudo letteralmente per dei mesi, arrivando a mostrare anche senza strumenti l’incredibile doppia coda (di ioni e di polveri), che nelle fotografie apparivano di due colori diversi.

Nel frattempo mi ero anche dotato di un telescopio ottimizzato per la fotografia a largo campo, un ultraluminoso Vixen 200mm f/4, col quale riuscii a riprenderla pur in assenza di un adeguato sistema di guida.

L’ultima visione di questa cometa riuscii a “rubarla” dalla cima del Monte Nerone, nelle Marche. Era il maggio del 1997 e la cometa si stava avvicinando al Sole, mostrandosi ormai lontana, ben più piccola, annegata nella luce del crepuscolo.

Fu quella notte, nel seguito delle osservazioni, sotto un cielo nero pece come ormai in Italia non se ne trovano più, che capitai per la prima volta nel cuore dell’ammasso di galassie della Vergine, subendone un imprinting definitivo che mi portò ad abbandonare le velleità fotografiche e fece di me un “visualista”… ma questa è un’altra storia.

Due comete incredibili per due anni di fila… e purtroppo ben poco per i quindici successivi. Tolto il lasso di tempo intercorso nel mio stato di disaffezione per l’astronomia pratica, le comete degli ultimi anni sono state ben poca cosa, al punto da farmi ormai ritenere quelle esperienze un “unicum” che rischia di non ripetersi più.

Cometa PanSTARRS C/2011 L4

Sei anni e due mesi fa, l’apertura di questo blog venne “salutata” dal passaggio della cometa McNaught. In questi giorni una simile “piccola meraviglia” è visibile nei nostri cieli, e prende il nome di PanSTARRS C/2011 L4. Piccola e molto elusiva, in realtà.

Il problema, con comete di questo tipo, è che arrivano ad essere sufficientemente brillanti solo molto in prossimità del sole, cosa che rende l’osservazione problematica. Se a questo aggiungiamo che il passaggio avviene in un periodo dell’anno in cui il clima non è propriamente mite, ed è facile trovarsi in presenza di nubi, soprattutto in prossimità dell’orizzonte, riuscire ad osservarla diventa quasi una sfida.

Bisogna innanzitutto trovare un sito con visuale perfettamente sgombra fino all’orizzonte, quindi attendere circa un’ora dopo il tramonto perché il cielo si scurisca a sufficienza, e a questo punto osservare in fretta, poiché solo poche decine di minuti dopo è la cometa stessa a tramontare.

Ad aggravare la cosa contribuiscono due fattori: l’assorbimento atmosferico, che toglie luminosità all’oggetto man mano che si avvicina all’orizzonte, e l’inquinamento luminoso (per chi come me la osserva dalla città), che rende il cielo in prossimità dell’orizzonte più luminoso delle zone sovrastanti. Nelle due sessioni osservative che ho avuto modo di effettuare la cometa risultava pressoché invisibile prima delle 19.10 a causa del chiarore del cielo, e già non più percepibile alle 19.30 perché ormai troppo bassa.

In questa finestra osservativa molto ristretta, se armati di un buon binocolo e sapendo dove puntarlo, si può cogliere la debole luce di questa “visitatrice celeste”, destinata a sbiadire progressivamente nei prossimi giorni man mano che la sua orbita la porterà ad allontanarsi progressivamente dal sole.

(in questa elaborazione ho cercato di riprodurre l’effetto dell’osservazione visuale in un binocolone 14×70. La foto originale, di Roberto Petagna, è stata pubblicata sul forum Coelestis e messa cortesemente a disposizione dall’autore)

L’umanità disintegrata

L’uomo disintegrato è un romanzo di fantascienza scritto nel 1952 che ho avuto modo di leggere nel corso degli anni ’80. Della complessa vicenda narrata, un giallo incentrato su un crimine commesso in una società dove la lettura del pensiero è pratica ormai diffusa, non ricordavo quasi più nulla, tuttavia una delle “scene clou” mi è rimasta da subito fortemente impressa: quella in cui il protagonista, un assassino, viene sottoposto ad un processo di cancellazione della memoria.

Questo non avviene, come ci si aspetterebbe, attraverso un complesso e futuribile macchinario come andava di moda in quegli anni, bensì nel corso della vicenda, narrato “in soggettiva” dall’uomo ormai scoperto ed in fuga dalla polizia. Le cose che scompaiono per prime sono quelle più lontane: le stelle. Il protagonista prima ne registra la sparizione, divenendone consapevole, poi questa consapevolezza si perde, e la normalità diventa un mondo progressivamente sempre più minuscolo, fino al punto da contenere solo il protagonista, poi nemmeno più quello.

Tutto questo avviene attraverso un racconto in prima persona in cui la perdita progressiva dell’identità viene percepita, ma non razionalizzata. L’uomo pensa di scappare sulle lune di Giove, e si sta dirigendo allo spazioporto, poi guarda il cielo in cerca della sua destinazione e si accorge che non ci sono più le stelle.

Domanda alle persone che ha intorno e nessuno ha idea di cosa siano le stelle. “A che mi servono le stelle, io devo fuggire sui pianeti…”, riflette, quindi si reca a fare i biglietti e l’uomo del desk gli spiega che non esiste nulla al di fuori del sole e della Luna. “Andrò sulla Luna”, pensa, e all’improvviso non c’è più nemmeno la Luna.

La vicenda si sviluppa quindi in una orribile sarabanda onirica nel corso della quale il mondo si riduce prima alla sola Inghilterra, poi solo a Londra, poi ad un quartiere… Il protagonista è a tal punto ossessionato dall’idea della fuga che continua a cercare un luogo in cui scappare, mentre il suo universo personale collassa progressivamente fino alla singolarità, al nulla.

Perché questa vicenda immaginaria mi ha colpito a tal punto da rimanere impressa nella memoria anche a distanza di anni? Direi in primis perché ci parla della difficoltà dell’affrontare una trasformazione talmente radicale della realtà tale da farci dubitare della nostra stessa sanità mentale. Quella che il protagonista attraversa è, di fatto, un’odissea nella follia. Un dover scendere a patti con l’evidenza, inaccettabile, che il proprio stesso cervello non funziona più. Una prospettiva oggettivamente terrificante.

Eppure c’è ancora qualcosa di più, dal momento che il valore e la ricchezza della narrativa metaforica sta nel fatto di trasfigurare l’esistente per offrirci chiavi di lettura che altrimenti rimarrebbero nascoste. E proprio oggi una di quelle “chiavi di lettura della realtà” è emersa prepotentemente dall’oblio.

A far “scattare la molla” è stata questa immagine, pubblicata da Daniele Gasparri sul forum Astroimaging con questo commento: “…Si tratta del gegenschein, un rinforzo circolare della luce zodiacale che si verifica nel punto anti solare a causa della riflessione totale (senza fase) delle particelle di polvere presenti lungo il piano dell’eclittica del Sistema Solare. L’immagine è stata scattata da Maitland Downs, Queensland, Australia, il 13 novembre 2012″ (*)

Il gegenschein è un fenomeno naturale permanente, e tuttavia, nei miei ormai 48 anni di vita (gli ultimi 30 dei quali vissuti da appassionato di astronomia), non ho ancora mai avuto la possibilità di osservarlo. Eccolo il cielo sparito non mio, stavolta, ma di tutti. Ecco l’inizio del processo di “disintegrazione mentale” immaginato da Alfred Bester nel lontano 1952.

Alzate gli occhi al cielo notturno, appena ne avrete l’occasione, e scoprirete che le stelle sono già scomparse dalla volta celeste sopra la vostra città, sostituite da un grigiore aranciato prodotto dall’inquinamento luminoso. I pianeti sono ancora al loro posto, ma la maggior parte non saprà riconoscerli, e se chiedessi in quale fase lunare ci troviamo adesso, ben pochi saprebbero rispondere.

Il parallelo col romanzo, da un certo punto di vista, si ferma qui. Per inciso: non penso sia un processo avviato in maniera intenzionale ma solo il prodotto di pulsioni collettive istintive in un contesto di abbondanza di energia, materie prime e tecnologia (per quanto anche tali pulsioni possano in qualche misura venir contrastate o al contrario assecondate, e mi sembra più probabile la seconda opzione…).

Si aprono invece, per altri versi, prospettive inquietanti, in particolare per quanto riguarda la sostituzione del mondo reale, e dell’esperienza dello stesso, con una quantità e varietà di “mondi virtuali” che si vanno diffondendo e moltiplicando di anno in anno.

Una delle patologie emerse recentemente è proprio la dipendenza da videogiochi, proiezione estrema (finora) di quel processo di alienazione progressiva dalla realtà che ci ha portato nel corso dei secoli (con un’accelerazione esponenziale in quest’ultimo) a confinarci in luoghi chiusi, in ambienti urbani sempre più artificiali, a spostarci per mezzo di scatolette sigillate, a nutrirci con alimenti preconfezionati e ad appassionarci di vite immaginarie veicolate dalla TV.

Infine, saltando di parallelo in parallelo, mi sono sovvenuti i Borg, popolo di creature in parte organiche ed in parte meccaniche introdotti nell’immaginario collettivo dalla serie televisiva “Star Trek”, caratterizzati dalla totale rinuncia all’individualità in favore di un’intelligenza centralizzata in grado di controllare molti corpi (ennesima riproposizione dei fantasmi del collettivismo socialista per il pubblico nordamericano).

Frullando tutto insieme sono giunto alla conclusione che quello che ci sta accadendo è analogo alla trasformazione Borg, solo che al posto delle parti meccaniche a sostituire componenti organici (un processo fisico) abbiamo porzioni di esperienze virtuali che nel nostro cervello vanno a sostituire analoghe porzioni di esperienze reali (un processo psichico).

Paradossalmente il risultato di questo processo appare molto simile a quello che fa dei Borg una collettività priva di individui: il nostro immaginario è uniformato, i nostri desideri vengono massificati ed appiattiti, perfino le nostre reazioni collettive diventano prevedibili ed, in ultima istanza, pianificabili e manipolabili.

Quindi la conclusione di quel processo di “disintegrazione della realtà” di cui fanno parte sia la progressiva scomparsa del cielo stellato che la sostituzione di esperienze reali con altre virtuali è esattamente la stessa immaginata nel romanzo: la cancellazione delle diversità culturali (nel libro, letta in chiave negativa, la tendenza omicida…) e l’omologazione dell’individuo a convenzioni e dettami sociali potenzialmente decisi a tavolino. Una prospettiva decisamente poco allegra…


(*) …e aggiunge poco più avanti: “Purtroppo si vedono anche i raggi laser puntati involontariamente da me nel cielo (…) Al centro le Pleiadi, in basso, come un faro, Giove (e faceva ombra in terra).”