Musica

Nelle scorse settimane una fortunata serie di coincidenze mi ha portato a riflettere sulla musica, sul suo rapporto con la società contemporanea e su quanto sia mutato questo rapporto nel corso del mio arco vitale, un abbondante mezzo secolo nel corso del quale innovazioni stilistiche e tecnologiche hanno più volte modificato modalità e funzioni sociali legate alla fruizione musicale.

La prima di queste ‘coincidenze’ riguarda la messa in onda della serie televisiva Vinyl, centrata sulla scena musicale newyorkese degli anni ’70. Tra le cifre stilistiche della fiction c’è la ricostruzione filologica (tra i produttori figura Mick Jagger) dei live-set degli artisti dell’epoca, all’interno dei quali i protagonisti si trovano ad interagire.

La seconda ‘coincidenza’ riguarda l’oscar a Ennio Morricone per le musiche del film “The Hateful Eight” di Tarantino. Credo che anche qui sia il caso di lasciarsi andare alla musica ed alle immagini, prima di proseguire.

Due universi musicali lontanissimi, indubbiamente, ma con un unico filo conduttore: l’attenzione. La partitura di Morricone muove da una sequenza di poche note per costruire un panorama musicale inquietante e perennemente mutevole. L’ascoltatore è obbligato all’attenzione perché non ha modo di intuire come la musica potrà svilupparsi.

E questo ci riporta (almeno chi ha potuto vivere quel periodo) agli anni dai ’60 alla fine degli ’80. Anni che videro la progressiva diffusione degli strumenti di riproduzione musicale (i dischi in vinile, le audiocassette, quindi i Compact Disk) e l’ascesa di un mercato musicale completamente nuovo.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto limitato alle esecuzioni dal vivo. Solo nella prima metà del ventesimo secolo l’invenzione della radio cominciò a portare la musica nelle case, ma la scelta dei brani da proporre (ed ascoltare) spettava ancora ai disk jockey. Si dovette attendere il secondo dopoguerra, quando il boom economico portò nelle case i giradischi, per la nascita del commercio di musica nella forma in cui lo intendiamo attualmente.

Credo di aver vissuto, nella mia esperienza personale, l’intero ventesimo secolo compresso nell’arco di pochi decenni. Da ragazzo in casa dei miei nessuno sentiva la necessità di ascoltare musica. Per poco meno di vent’anni mi limitai ad una fruizione passiva, principalmente attraverso la televisione. Degli anni ’70 ricordo più che altro l’avvento della disco music e “La Febbre del Sabato Sera”, che ritenni da subito troppo edonistica per potermi entusiasmare.

Nei primi anni ’80 l’avvento delle televisioni private portò finalmente in casa un po’ di musica ‘straniera’, ma l’effetto collaterale fu quello di una baraonda caotica. Mancando di cultura musicale non ero in grado di strutturare una qualsiasi comprensione di quello che andavo ascoltando, oltre ad una comprensione viscerale ed istintiva. Si aggiunga che la qualità dei suoni emessi dall’apparecchio televisivo non era minimamente decente.

D’inverno c’erano le chiacchiere, a scuola, dei tifosi dell’una o dell’altra band, gli appassionati dei Led Zeppelin vs. quelli dei Deep Purple vs. quelli dei Jethro Tull. D’estate c’erano le serate passate a suonare (io solo ad ascoltare) nei garages. C’erano Dire Straits e Pink Floyd e Francesco Guccini che giravano sulle autoradio.

A metà degli anni ’80 mi regalarono un Sony Walkman in grado di restituire una minima fedeltà a quello che arrivava alle mie orecchie. Cominciai a spazzolare dalle librerie Remainders, che si occupavano di commercializzare materiale invenduto (avanzi di editori falliti, o pubblicazioni ‘da edicola’ tornate indietro), a prezzi stracciati, i fascicoli della collana Rock – Storia e Musica, corredati di audiocassette tematiche suddivise per autori.

La collana non proponeva dischi completi, ma una sorta di ‘the best of’ di ogni autore/gruppo, con i brani più significativi (almeno secondo il compilatore). Ricordo ancora la stanza semibuia con un enorme cesto traboccante di fascicoli. Dalla prima spedizione tornai a casa con tre cassette corredate dei relativi pamphlettini: Jimi Hendrix, Bob Dylan e Bruce Springsteen, scelti in virtù di non so quale esatto criterio (la scelta non era comunque vastissima). Quello fu il primo passo: pur non capendo un’acca dei testi, all’ascolto la distanza con la musica ‘commerciale’ risultava siderale.

Credo di aver consumato il nastro di Springsteen durante il servizio militare. ‘Thunder Road’ e ‘Jungleland’ mi facevano compagnia nelle agrodolci serate tra commilitoni in libera uscita in quel di Portogruaro. Fu lì che conobbi Andrea, un ragazzo di Milano dalla sconfinata passione per la musica, che mi aiutò ad organizzare il caos.

La musica divenne quindi un progredire di stili, artisti, filosofie e correnti musicali, e parole come Jazz, Folk, Hard-Rock, Blues, New-Age, Pop, Punk, Progressive, iniziarono ad avere un senso ed una collocazione. Dopo il ritorno a casa non passò molto tempo perché, coi primi guadagni, mi decidessi ad acquistare un impianto stereo.

Avevo abissi di ignoranza da colmare. Iniziai a leggere riviste musicali (“Il Buscadero” e “Il Mucchio Selvaggio” in testa) e a comprare dischi uno dopo l’altro. Una media di un centinaio di dischi all’anno… due a settimana. Per aver modo di ascoltarli dappertutto li copiavo immediatamente su nastro, così da avere con me almeno i più recenti.

Andai avanti così per almeno tre anni, poi qualcosa si incrinò. Vissi il passaggio dal vinile al Compact Disc come una bieca speculazione commerciale: la stessa musica a prezzo doppio su un supporto meno costoso, solo per avere il suono digitale privo di difetti. Non compravo CD perché sovraprezzati, ed al tempo stesso non compravo più vinili perché pensavo che a breve sarebbero spariti dal mercato.

Ma, più che altro, ormai da un po’ i nuovi acquisti non mi raccontavano nulla di nuovo. Avevo saccheggiato in breve tempo due o tre decenni di evoluzione musicale (considerati, a posteriori, i più ricchi di creatività), non potevo aspettarmi miracoli. Continuai a seguire gli artisti cui ero più affezionato. L’unico vero sconvolgimento degli anni ’90 furono, per me, i Nirvana di Nevermind e i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magic (peraltro dischi entrambi usciti nel ’91).

Più in là aggiunsi anch’io un lettore CD all’impianto stereo, e nel corso degli anni di CD ne acquistai diversi, recuperando un po’ di cose trascurate ed autori minori. Ma la vita adulta, il cambiamento di lavoro ed abitudini, oltre alla vita di coppia, mi lasciavano molto meno tempo ed attenzione di prima per l’ascolto musicale.

Fa un po’ tenerezza confrontare il mondo musicale nel quale sono cresciuto con quello che è attualmente l’offerta musicale. La diffusione di internet ha portato nelle case quello che non era immaginabile neppure nei miei più folli sogni di adolescente. Praticamente qualsiasi album di qualunque artista è ormai alla distanza di pochi ‘click’, ed è possibile ascoltare musica in qualità digitale praticamente gratis.

Quello che manca, tuttavia, è proprio l’attenzione. Grazie ai “Walkman” prima ed ai lettori mp3 poi (ed infine direttamente agli smartphone), la musica pervade ormai ogni momento della nostra vita. In questa trasformazione ha perso però ciò che più gli dava valore, l’attenzione dell’ascoltatore. Priva della necessità di attenzione l’offerta musicale si è appiattita su soluzioni progettate a tavolino, tanto scintillanti e rifinite quanto piatte ad un ascolto attento.

Per questo l’opera di Morricone, perfettamente a cavallo tra tradizione classica e contemporaneità, spicca tanto drammaticamente. E ci riporta indietro a tempi lontani, in cui la musica aveva un valore. Bisognava recarsi in un negozio ad acquistarla, scegliendo con attenzione. Poi il disco, di cui non sapevi nulla tranne forse un brano ascoltato di sfuggita, veniva estratto e posato con cura sul piatto, la puntina scendeva frusciando leggermente ed il ‘viaggio’ iniziava.

C’era, all’epoca, questa idea che la musica potesse insegnarci qualcosa. I suoni possedevano un’aura magica e misteriosa, non essendo ancora stati cucinati e ripassati infinite volte in infinite canzonette mediocri e commerciali. I cantanti, i musicisti, erano più simili ad antichi depositari di culti esoterici, sacerdoti officianti di ritualità pagane, capaci di evocare sensazioni dai più reconditi anfratti della psiche.

Cosa sia rimasto di quel mondo di grandezze ed eccessi è difficile dirlo. Giovani vite immolate sull’altare di uno star system distruttivo ed autodistruttivo, riti sacrificali basati sull’assunzione massiccia di droghe ed alcool in cerca di verità negate ai comuni mortali. Resta la musica registrata, a testimonianza di mondi culturali e musicali ormai perduti. Che tuttavia il mutare del contesto e della cultura musicale, la fruizione massificata e sciatta, rendono negli anni via via più incomprensibile.

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Intelligenza e raziocinio

“Intelligenza e raziocinio sono due cose distinte” (M.B.)

Parto da questa considerazione per una riflessione sull’intelligenza che covavo da un po’  e di cui finalmente ho completato il quadro. Ritengo di poter trattare di intelligenza con cognizione di causa, essendo un problema che da lungo tempo mi affligge.

Generalmente si pensa all’intelligenza come ad una dote, un vantaggio, una ricchezza. Se questo era vero in tempi passati lo è probabilmente molto meno ai giorni nostri (soprattutto in Italia, come dimostrano gli alti tassi di disoccupazione intellettuale nel nostro paese). L’intelligenza, come ogni cosa, rappresenta un vantaggio quando è richiesta ed uno svantaggio quando non lo è.

Sul come e perché si sia venuta a determinare una tale situazione contingente posso formulare solo delle ipotesi. Quello che è avvenuto nel corso dei secoli è, a mio avviso, una progressiva crescita del controllo dell’Uomo sull’ambiente naturale: man mano che allevamento ed agricoltura sostituivano caccia e raccolta, la necessità di abilità superiori si è progressivamente ridotta, continuando a far parte del nostro genoma in termini via via più marginali.

È un processo che ho avuto modo in passato di definire “domesticazione umana”. In maniera analoga a come sono state modificate nel tempo le caratteristiche degli animali da allevamento e delle varietà vegetali, rendendole via via più “produttive” e sempre meno adatte alla sopravvivenza nelle condizioni selvatiche di origine, l’umanità ha trasformato sé stessa, privilegiando alcune caratteristiche a sfavore di altre.

Tali caratteristiche di eccellenza sopravvivono ancora, per quanto minoritarie. Le abilità di tipo fisico trovano una canale di esercizio nello sport, nelle discipline agonistiche e nel mondo dell’intrattenimento circense, quelle intellettuali vengono impiegate nella ricerca scientifica, nel marketing in tutte le sue forme e nell’ideazione di nuove varietà di intrattenimento audiovisivo di massa.

L’intelligenza vissuta come “dote” ha però un inevitabile lato oscuro. Il filosofo Friedrich Nietzsche lo ha condensato in uno splendido aforisma:

“Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”

La “stella danzante” è una metafora per il parto artistico, l’opera di genio, l’espressione più alta delle capacità umane, impossibile ai più. Non è casuale il riferimento alla danza, fusione perfetta di intelligenza e controllo del corpo, creatività ed addestramento, una tra le espressioni probabilmente più alte e complete dell’essere umano.

Ma in questa frase è il riferimento all’intelligenza che ne racconta il “lato oscuro”, dal momento che viene definita come “un caos dentro di sé”. Questa è la condizione perenne dell’individuo intelligente: il caos. Da un lato una fame di nuovo, una curiosità inesauribile (molto spesso frustrata), dall’altro un continuo vortice di idee, concetti, significati, interpretazioni, potenzialità, che rende difficile mantenere la concentrazione.

È un po’ il contrario di come l’intelligenza ci viene solitamente raccontata, e non è un caso. Fin dai tempi dell’illuminismo si è voluto far coincidere l’intelligenza con la razionalità, la capacità di estrarre ordine dal caos, di organizzare un’idea coerente del mondo in grado di spiegare ogni cosa, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Ma la razionalità non è che una delle possibili forme che l’intelligenza assume dietro la propria pressione, o meglio una delle possibili risposte ai problemi che l’intelligenza stessa produce, a partire dall’affaticamento del cervello.

Un’alternativa è accettare di vivere il caos, non avere punti fermi, riferimenti fissi, osservare il fluttuare continuo dei confini di ciò che si conosce e diventarne parte. Un’altra possibilità ancora è quella di fermare il moto incessante dei pensieri attraverso tecniche mentali, dalla ripetizione di formule verbali, di mantra, alle tecniche di meditazione orientate allo “svuotamento della coscienza”.

Non da ultimo c’è il ricorso alla chimica, alle sostanze psicotrope in grado di alterare i processi mentali, dall’alcool agli stupefacenti. Il caos mentale produce una domanda di stordimento, un’esigenza di rallentamento dei meccanismi mentali. Una ulteriore risorsa in tal senso è ad oggi rappresentata dalle forme di intrattenimento (si veda, in tal senso, il monumentale romanzo dei paradossi “Infinite Jest”, di David Foster Wallace).

La reazione del primo tipo, la razionalità, produce il pensiero scientifico. La seconda, l’accettazione del caos, produce la maggior parte delle espressioni artistiche. La terza è più tipica di un orientamento mistico religioso. La quarta generalmente non produce nulla ed espone al rischio di forme di dipendenza.

Tutto questo ragionare ha finito col dare nuova luce ad una riflessione molto pessimista formulata diverso tempo fa:

“Abbiamo, come specie, la stessa capacità di pianificazione nell’utilizzo delle risorse di una colonia di virus nell’organismo ospite” (M.B.)

Per lungo tempo ci si è illusi che il raziocinio ci avrebbe salvato da noi stessi. Il grande autoinganno dell’illuminismo è stato proprio confidare che la scienza e la tecnologia avrebbero finito col risolvere i problemi da esse stesse creati.

Purtroppo non è così, e per molti e diversi di problemi. In primis c’è il fatto che molti guasti prodotti ex-novo potrebbero, per loro natura, non avere alcuna soluzione (lo stoccaggio a tempo indeterminato delle scorie radioattive prodotte dalle tecnologie nucleari appare essere di questa natura).

In secondo luogo perché anche a quei problemi cui sono applicabili soluzioni dettate dal raziocinio, quest’ultimo potrebbe non essere sufficientemente diffuso da rappresentare una via percorribile. E questo per il semplice, banalissimo motivo che intelligenza e razionalità non coincidono.

Non è la razionalità ad essersi evoluta assieme a noi per garantirci la sopravvivenza, bensì forme di “intelligenza” totalmente irrazionali. L’istinto di sopravvivenza è il primo fra questi, le pulsioni riproduttive e la cura parentale sono altre. In buona sostanza sono proprio le reazioni istintive, ed in altri contesti ed epoche “intelligenti”, che l’evoluzione ha modellato in noi ad impedirci di esercitare quel raziocinio che solo potrebbe (forse) correggere gli eccessi da noi stessi innescati.

Ed il parallelo con la colonia di virus che uccide l’organismo ospite, estinguendosi con esso, non è soltanto un’amara constatazione dei fatti ma anche l’unica possibile evoluzione della situazione attuale. La catastrofe malthusiana è scritta nel nostro DNA.

La lunga attesa dei mammiferi

Sono reduce dalla visione di un documentario che mi ha chiarito i tempi reali dell’evoluzione dei mammiferi. Pensavo, come credo molti di voi, che i mammiferi si fossero evoluti dai rettili in occasione dell’estinzione di massa di questi ultimi, avvenuta intorno a 65 milioni di anni fa. Niente di più sbagliato, i mammiferi sono molto più antichi.

La linea evolutiva del nostro theria prende il via dal Triassico, 215 milioni di anni fa. A fronte della spettacolare esplosione di forme e varietà avvenuta negli ultimi 65 milioni di anni dobbiamo confrontarci con precedenti 150 milioni di anni di pressoché totale anonimato. Dunque, cosa facevano i mammiferi in quelle interminabili epoche remote?

Bisogna capire a questo punto la ragione delle differenze tra mammiferi e rettili. In breve, i mammiferi svilupparono un metabolismo molto più energivoro di quello dei rettili per mantenere il proprio sangue caldo e riuscire a cacciare di notte. Questo sul lungo periodo produsse una serie di adattamenti come la copertura di pelo, sensi più efficienti ed un cervello più sviluppato in proporzione alle dimensioni corporee.

Non stiamo parlando di grosse creature ma di minuscoli topolini, capaci di muoversi a caccia di insetti nel buio più totale ed obbligati a sparire nelle proprie tane di giorno, quando i rettili riprendevano il dominio del mondo. E questo per 150 milioni di anni.

Una lunga, interminabile attesa, fino al momento in cui il meteorite responsabile della formazione del Golfo del Messico piomberà il mondo nell’oscurità, sterminando i grossi rettili ed aprendo le porte al domino dei mammiferi.

Vi ricorda qualcosa? A me fa venire in mente il romanzo di Richard Matheson: “Io sono leggenda” (non chiedetemi del film, quello non l’ho voluto vedere), in cui il protagonista umano si affanna a combattere ed uccidere i vampiri che hanno invaso il mondo, finché da ultimo si rende conto che un “nuovo mondo” è nato, che i vampiri hanno instaurato una civiltà in sostituzione di quella umana e, in una perfetta inversione di ruoli, adesso il “mostro” è lui che va in giro di giorno ad ucciderli, come prima erano i vampiri ad uccidere gli umani di notte.

Questo è già accaduto, in qualche modo, nel nostro lontanissimo passato. In quell’epoca i rettili dominavano il mondo di giorno ed i mammiferi si muovevano furtivi di notte, minuscoli ed inafferrabili, a caccia di vermi e insetti, portando con sé ed allattando i propri cuccioli. E aspettando.

Ed è lì che probabilmente è nata la nostra fame insaziabile: dalla necessità di alimentare quel sangue sempre caldo che ci scorreva nelle vene. Il passaggio dai rettili ai mammiferi comporta la necessità di un dispendio molto maggiore di energia, sia per la termostabilizzazione che per le esigenze di un cervello molto grosso ed attivo.

Anche per questo, probabilmente, ci è così difficile trovare un equilibrio con l’ambiente circostante. Siamo “creature di carne e sangue (caldo)”, una fame inestinguibile di vita ci brucia dentro. Abbiamo atteso a lungo, ere interminabili, ma quando finalmente è giunta l’occasione ci siamo presi il Mondo.

Fra un milione di anni

Papaveri rossi
ondeggiano
davanti al cemento
fratturato
di una periferia di città

Quel rosso è un grido
rosso di sangue
il grigio recede
soverchiato

“Io sono vivo”
urla al cemento
il rosso papavero
“sono vivo e morirò”

“Fra un anno però
vivrò di nuovo
perché io sono vita
e la vita rivive

Ti troverò ancora qui
grigio ed immobile
con qualche crepa in più
con qualche briciola in meno

Fra un milione di anni
io sarò ancora qui
di nuovo
e per sempre

Tu sarai polvere
soffiata dal vento
o sepolta nel terreno

Le mie radici
ti accarezzeranno

Sarai dimenticato
assieme al ricordo
delle sciocche creature
che un tempo lontano
ti diedero forma”

L’infinito revisited

Qualche giorno fa, sul solito Facebook, si menzionava “L’infinito” di Leopardi, al che mi è scappato di commentare: “Semprecaromifu quest’ermocolle”, così, tutto attaccato. Alla domanda “perché l’hai scritto in questo modo” ci ho dovuto pensar su un momento.

L’ho scritto così perché è così che si legge. Eh, già! Per la prima volta mi sono reso conto che non pronunciamo le parole separate le une dalle altre, ma a blocchi, a grappoli, spesso foneticamente raddoppiando le consonanti iniziali per accorparle meglio.

Su questa cosa, mi rendo conto adesso, ci devono già essere ponderosi studi, non foss’altro per elaborare i programmi di dettatura automatizzata al computer, per cui eviterò di reinventare l’acqua calda.

Però voglio finire il lavoro sulla poesia leopardiana, visto che la adoro, e credo che questa tecnica di saldare insieme le parole possa essere un buon viatico ad una corretta recitazione. O quantomeno un aiuto a definirne un modo anziché un altro.

Quindi grappoli di parole saldati, doppie consonanti, spazi di separazione per le pause brevi, “a capo” per le pause più lunghe (ottime per riprender fiato), ed accenti dove si trovano realmente.

E’ un esperimento bislacco, ma se vi va di farlo con me, provate a recitarla ad alta voce così come la trovate scritta qui sotto. Poi ditemi come vi sembra.

L’infinito

Semprecàromifù quest’èrmocòlle

Eqquèstasièpe chedatàntapàrte

Del’ùltimoorizzònte ilguàrdoesclùde

Massedèndo emiràndo

interminàtispàzi dilàdaquèlla

essovrumàni silènzi

epprofondìssimaquiète

Ionelpensièrmifìngo

oveperpòco ilcòrnonsispaùra

Eccomeilvènto

Odostormìr traquestepiànte ioquèllo

Infinìtosilènzio aquestavòce

Vòccomparàndo

emmisovviènl’etèrno

Elemòrtestagiòni elapresènte

Evvìva e‘lsuòndilèi

Così traquèsta immensità

s’annègailpensiermìo

E‘lnaufragàrm’èdòlce

inquestomàre.

Update: e se vi sembra tanto strana, sentite come la legge Vittorio Gassman…

[youtube:”http://youtu.be/DUzsNkKTXMU”%5D

La Macchina dei Desideri

Ho avuto la fortuna, nel corso delle mie fugaci incursioni nel mondo del teatro, di incrociare la strada di Giampiero Rappa: autore, regista ed attore. Sin dal primo spettacolo, “Zenit”, ambientato all’interno di un istituto psichiatrico, mi colpì la sua capacità di narrare le vicende umane, l’asciuttezza ed essenzialità dei dialoghi, la totale assenza di fronzoli ed orpelli. Dopo “Zenit”, i lavori successivi (“Il Riscatto” e “Prenditi cura di me”) non fecero che rafforzare l’intuizione iniziale.

Nel 2009 ho partecipato al suo laboratorio di scrittura teatrale, presso il teatro “Piccolo Re di Roma”, esperienza che mi ha consentito di perfezionare una mediocre arte scrittoria e di portare in scena un testo redatto a quattro mani assieme a Laura Petroni: “Istantanee”. Dopodiché è iniziata la mia prolungata latitanza dai palcoscenici del teatro amatoriale, protrattasi fino ad oggi.

Il lavoro portato in scena nelle scorse settimane al teatro Piccolo Eliseo di Roma dalla compagnia teatrale “Gloriababbi teatro” di Genova, “La Macchina dei Desideri”, rappresenta la naturale evoluzione del percorso drammaturgico di Rappa: una fiaba morale che mescola vizi e virtù dell’animo umano e riecheggia in profondità molte delle dinamiche più deleterie dell’Italia attuale, trasfigurate nella figura di un “Sindaco” avido e narcisista e di una popolazione altrettanto piccola e meschina.

Nella vicenda, l’elemento di straniazione e fascinazione è rappresentato da una macchina in grado di realizzare (a pagamento) i desideri, e nel susseguente avvitarsi delle vicende personali di buona parte dei personaggi in una spirale autodistruttiva. La rivisitazione in chiave metaforica degli ultimi vent’anni di storia di questo paese è solo una delle tante possibili chiavi di lettura.

In realtà i temi affrontati sono ancora più universali e profondi, dal potere corruttore della ricchezza e dell’avidità all’investimento di eccessive aspettative nella soddisfazione dei propri desideri e pulsioni, il tutto in una cornice narrativa profondamente essenziale, con dialoghi serrati e spesso esilaranti ed un ben calibrato gusto del grottesco.

La struttura fiabesca dell’impianto narrativo consente di glissare sui dettagli secondari e sulla stretta verosimiglianza delle situazioni, trasportando lo spettatore in un mondo dove i confini tra giusto e sbagliato, gli effetti delle scelte individuali e la consequenzialità delle diverse situazioni sono più facilmente interpretabili e comprensibili… senza per questo sacrificare nulla del puro piacere di partecipare alla vicenda narrata (e di questo ne è stata testimonianza la reazione fortemente positiva del pubblico in sala).

Da appassionato del genere fantastico e della narrativa metaforica in genere non ho potuto mancare di cogliere affinità con altri lavori. Sul piano dell’uso teatrale del grottesco, e più in generale sulla tematica di un gruppo sociale dominato da una figura dittatoriale, il primo richiamo è a “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, di Brecht (anche per averlo recentemente visto in scena al teatro Argentina, nell’allestimento di Umberto Orsini).

La struttura di apologo etico/morale della vicenda mi ha invece rammentato il romanzo “Cose preziose” di Stephen King, ambientato in un villaggio in cui l’apertura di un negozio di rarità ad opera di un essere diabolico e sovrannaturale ha il potere di stimolare il lati peggiori dell’animo umano e distruggere la rete relazionale dell’intera comunità.  Riguardo all’esaudimento dei desideri, la presa di coscienza di uno dei protagonisti riecheggia il finale di “Picnic sul ciglio della strada”, straordinario romanzo russo di fantascienza scritto dai fratelli Strugatzki e dal quale il regista Andrej Tarkovskij ha tratto il film “Stalker”.

Per altri versi la forma fiabesca della vicenda, pur con i suoi risvolti crudeli ed amari, si inserisce nel solco della grande tradizione europea, fondendo elementi di crudeltà tipici dei fratelli Grimm con il gusto per il grottesco che non posso non associare all’epoca d’oro dei cartoon Disney. Non mi stupirebbe affatto ritrovare “La Macchina dei Desideri”, fra non molto, portata sul grande schermo in un film di animazione.

In un periodo storico in cui il mercato dell’intrattenimento è dominato dalla spettacolarità a tutti i costi, dalla cultura dell’eccesso e dalla volontà narcisistica di superare i limiti di quello che si è osato in precedenza, Giampiero Rappa continua a fare con semplicità, rigore ed eleganza il mestiere che si è scelto: quello di raccontare storie, necessarie chiavi di lettura di quello che ci accade intorno quotidianamente. E di questo lo ringraziamo sentitamente.

Mi ha anche fatto molto piacere rivedere in scena un altro dei miei maestri di teatro: Massimiliano Graziuso, in due ruoli comici nei quali dà il meglio di sé. Ma a questo punto non posso non rimarcare l’estremo affiatamento e professionalità di tutto il collettivo di Gloriababbi Teatro, che da anni ci regala lavori coinvolgenti ed emozionanti.

Cartoline dalla Puglia

Per il capodanno abbiamo accettato l’invito di una coppia di amici di vecchia data (ormai trasferitisi in pianta stabile in Svizzera) e ci siamo spostati a Bari. Abbiamo caricato sul Frecciazzurra le Brompton ma le abbiamo usate relativamente poco perché ci hanno pensato loro a scarrozzarci di qua e di là. Abbiamo visitato Bari, Alberobello coi suoi trulli ed il 1° gennaio i celebri Sassi di Matera (che ancora non avevo mai visto).

Ciliegina sulla torta è stato il concerto di capodanno di Elio e le Storie Tese. La mattina del 2 gennaio, prima di riprendere il treno, c’è stato il tempo per un giro nella Bari Vecchia in sella alle fedeli pieghevoli. Qui le foto.