Il cielo sopra il mondo

Aracoeli(tra l’Altare della Patria e la piazza del Campidoglio sorge la Basilica di Santa Maria in Aracoeli, eretta nel VI secolo sul sito di un preesistente tempio romano. Vi si accede per mezzo di una lunga e ripida scalinata e fu luogo, diversi anni fa, di una delle esperienze più profonde, intense e spiazzanti della mia vita)

È un sabato pomeriggio. Con mia moglie abbiamo deciso di fare un po’ i ‘turisti in casa’, andando a passeggiare nel centro storico, senza una meta precisa. Quando ci ritroviamo a passare sotto la chiesa dell’Aracoeli vediamo un’ambulanza ferma, e mi rendo conto che in cima alla scalinata sta accadendo qualcosa. Un gruppo di paramedici si sta dando da fare su di un corpo steso a terra. Non so esattamente cosa mi muove, Emanuela vuole andar via, io sento che il mio posto è lassù. La convinco e saliamo lentamente le scale.

Giunti in cima ci troviamo di fronte una scena surreale. I paramedici stanno praticando il massaggio cardiaco sul corpo di un uomo a terra. Accanto a loro due donne, di età diversa (moglie e figlia, penso) li osservano ammutolite. Nessuno osa parlare. Sotto di noi, lontani, i suoni attutiti della città ci raggiungono da una distanza che appare incolmabile. Sopra le nostre teste, nere nuvole temporalesche creano una luce cupa, rarissima da osservare. Sembra la scena di un film. Non un film qualsiasi. È Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders.

WendersNel film il protagonista è un angelo. La realtà degli angeli coesiste con la nostra, ma su un piano diverso. Gli angeli vedono un mondo in bianco e nero, privo di suoni. Non sentono le parole degli uomini, ma ne ascoltano i pensieri. Non possono interagire né interferire. Provano a consolarli quando sono disperati, ma molto spesso sono semplici testimoni dei fatti che accadono: della vita, del dolore, della morte. In cima a quella scalinata, sotto un cielo plumbeo, mentre abbraccio mia moglie senza parlare, mi sento così: mero testimone di un momento di passaggio, forse l’ultimo, per un mio simile. Il passaggio del confine tra la vita e la morte.

Cerco di immaginare i momenti precedenti. La famiglia in vacanza. La decisione di salire a vedere quella chiesa. La scalinata, forse troppo lunga e ripida per quell’uomo corpulento, di mezza età. Sull’ultimo gradino l’arresto cardiaco. Le due donne, poco prima allegre, improvvisamente sole di fronte alla tragedia inaspettata. Il mondo, sotto di loro, che indifferente va avanti con le sue routines. Osservo commosso questa scena cercando di darle un senso. Un senso difficile da trovare.

Dopo un tempo non quantificabile, dieci minuti, forse venti, i paramedici smettono di praticare i tentativi di rianimazione. Si fermano stremati a contemplare il corpo esanime. Io ed Emanuela entriamo in chiesa, storditi, lei per pregare, io per riflettere. All’interno della chiesa è in corso una funzione religiosa: una messa del sabato pomeriggio celebrata per una manciata di astanti, in prevalenza anziani. Dopo poco il sacerdote, informato dell’accaduto, interrompe la funzione. Avvisa che deve recarsi all’esterno per impartire l’estrema unzione al defunto, si allontana dall’altare a passi lenti e gravi.

Da ateo non posso partecipare alla dimensione trascendente della celebrazione, ma mi colpisce, all’improvviso, quel grumo di umanità, quel piccolo popolo legato a riti antichi. Percepisco la loro esigenza di una dimensione umana che travalichi il consumismo, il mero desiderio di oggetti inanimati. Comprendo, almeno in parte, la contrapposizione tra materialismo e trascendenza in una chiave di conflitto ideologico.

Pur ateo, la filosofia cristiana all’interno della quale sono stato cresciuto (e che ho introiettato, nonostante la rinuncia alla dimensione teologica) mi spinge ad agire in termini cooperativi, solidali, a considerare le dinamiche egoistiche e competitive come una strategia erronea dell’agire umano. Nonostante ciò devo riconoscere in questo momento storico il primato della sopraffazione. Come conciliare teoria e realtà?

Seguendo un filo di analisi che avevo già introdotto nel finale di un precedente post, la mia conclusione attuale è che competizione e cooperazione restano le due dinamiche portanti del comportamento umano, ma il punto di equilibrio è determinato dal contesto, ed il contesto che abbiamo sviluppato nell’arco dei millenni è totalmente diverso da quello che ha dato origine all’etica ebraica prima, e cristiana in seguito.

L’etica ebraico-cristiana, elaborata in seno ad un popolo disperso di pastori nomadi, fornisce indirizzi efficaci in situazioni di povertà di risorse e scarsità d’individui. Dato un simile contesto, la solidarietà, la condivisione, l’aiuto reciproco contribuiscono fattivamente al benessere delle comunità ed alla loro prosperità. Ma il mondo che ha visto la luce in seguito alla rivoluzione industriale non presenta più queste caratteristiche.

Il mondo in cui viviamo oggi è dominato dalla sovrabbondanza di beni e di popolazione, animato da collegamenti veloci che consentono di trasferire rapidamente persone e beni materiali da un paese all’altro, da un continente all’altro. Regolato da legislazioni che favoriscono l’accumulo di ricchezza in poche mani, perfettamente compatibili con pesanti disparità sociali che producono masse sfruttate da un lato ed oligarchie economico-finanziarie dall’altro.

In questo contesto l’etica solidale cristiana risulta ancora premiante al livello dei singoli individui, delle relazioni interpersonali, ma le modalità predatorie tipiche dell’accumulazione capitalista offrono vantaggi sconfinati per quanto riguarda le manipolazioni su vasta scala, dai singoli paesi ad interi continenti. Nella modernità globalizzata, singoli egoismi individuali possono arrivare a disporre di un potere di gran lunga superiore a quello esercitabile dalla vasta maggioranza della popolazione, grazie al controllo sulla politica e sui mezzi di comunicazione, alla propaganda strisciante ed onnipresente, alla menzogna reiterata.

Eppure anche questo momento storico folle, estemporaneo ed esplosivo, si schianterà di fronte ai limiti fisici del pianeta che ci ospita. La cultura dell’accumulo egoistico dovrà sperabilmente far posto a quella della ridistribuzione, perché l’alternativa produrrebbe paesi spopolati ed indeboliti. Non possiamo dare per scontato che questo avvenga nell’immediato. Nel secolo scorso il crollo dei mercati degli anni ’20, ed il conseguente impoverimento delle popolazioni, produssero al contrario ideologie fortemente aggressive come il Fascismo in Italia e il Nazismo in Germania.

Quale tipo di etica, o di ideologia, o di religione potrà guidare la transizione verso una cultura a minor impatto ambientale non ci è dato sapere, probabilmente deve ancora essere formulata. Abbiamo accumulato negli anni una lunga serie di tesi puramente razionali, ma sappiamo bene quanto poco la razionalità riesca a pesare nei momenti di crisi sociale. Converrà trovare il modo di elaborare una nuova Idea del Mondo nel tempo che ancora ci resta, a rischio di non poterne disporre quando ne avremo un disperato bisogno.

Deriva messicana

(ripubblico anche qui un post già apparso sul blog a più mani Crisis? What Crisis? col quale ho da poco iniziato a collaborare)

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A distanza di mesi il film Sicario (ne parlavo qui) continua a turbare i miei sonni. Il modello di organizzazione urbana, di società, che la pellicola rappresenta mettendo in scena Ciudàd Juàrez, una città messicana al confine con gli Stati Uniti, è semplicemente agghiacciante. Nel film la criminalità è totalmente fuori controllo, i cartelli della droga che riforniscono il mercato statunitense sono ricchissimi, potentissimi e spietati: cadaveri mutilati dei loro oppositori penzolano in pieno giorno dai cavalcavia della città.

Immaginare una collettività totalmente in mano a bande criminali è tuttavia utile per ragionare alcune delle problematiche del nostro paese. Il punto è che veniamo cresciuti nella rassicurante narrazione di vivere in uno stato governato da una democrazia rappresentativa, dove i cittadini scelgono liberamente i propri rappresentanti, e questi ultimi, una volta eletti, operano per realizzare il bene della collettività. Ma è davvero così?

Se guardiamo all’Europa osserviamo diverse realizzazioni di questo modello ideale, ed il fatto di far parte dell’Europa è per i cittadini italiani rassicurante. Ma sappiamo anche che popoli diversi sviluppano culture diverse, tradizioni diverse, modalità di relazionamento interpersonale diverse. Sappiamo che i popoli nordici sono più freddi e pragmatici, più rigidi, più inflessibili di quelli del bacino del Mediterraneo.

Sappiamo anche che l’Italia meridionale è stata culla del fenomeno delle mafie, dei clan criminali che gestiscono il traffico di droga e di uomini (e donne) dal Nordafrica verso l’Italia e l’Europa. Clan criminali coi quali, ben lungi da una guerra all’ultimo sangue, lo stato italiano ha sviluppato negli anni una sorta di ‘patto di non belligeranza’, dal momento che i traffici illegali rappresentano pur sempre una fetta importante del PIL nazionale. Una ricchezza non altrettanto facile da produrre (e distribuire) per vie legali.

Questo è un primo punto di incongruenza tra narrazione e realtà. Uno dei tanti, per la verità, primo di una serie di incongruenze talmente sistemiche da lasciar ipotizzare un diverso modello organizzativo. Un modello, mi viene da pensare, inaccettabile per buona parte della popolazione, permeata da un’etica di stampo cristiano, fatta di Comandamenti ed osservanza, di peccati e punizioni, applicate in passato con estremo rigore. La tesi che i modelli comportamentali collettivamente accettati dipendano dal livello di ricchezza diffusa è stata sviluppata in un precedente post.

“Volendo ridurre e semplificare di molto l’analisi e ragionando su larga scala, è come se alla ricchezza di singoli e nazioni andasse di pari passo l’imbarbarimento della morale e delle relazioni sociali (prevalenza della predazione), mentre in tempi di ristrettezze e povertà risultassero più efficaci e funzionali i modelli relazionali basati sulla solidarietà (filosofia cristiana).”

La Ciudàd Juàrez del film ci racconta una realtà alternativa. Una realtà dove il potere economico criminale condiziona l’intera vita della collettività. Dove flussi di denaro colossali si riversano nelle tasche di individui senza scrupoli, tanto da dar vita ad eserciti personali, spietati, armati fino ai denti, custodi di una legge del terrore imposta all’intera popolazione. Un modello terribile. E che pure, date le necessarie condizioni di contorno, si sviluppa e prende vita autonomamente.

Parlo di modelli perché la mente umana tende a razionalizzare la realtà, derivandone sistemi basati su meccanismi di causa-effetto. Più il modello interpretativo utilizzato è esatto, meglio è in grado di prevedere, e descrivere, quanto poi accade nei fatti. Se il modello interpretativo tradizionale fallisce è possibile che un modello alternativo si dimostri più aderente alla realtà.

Prendiamo l’esempio della mobilità urbana. Una governance cittadina realmente preoccupata della salute e del benessere della popolazione varerebbe piani di riduzione del traffico privato, pedonalizzazione delle aree residenziali, incremento dell’efficienza e dell’utilizzo del trasporto pubblico. Interventi che produrrebbero ricadute positive non solo sul piano umano, ma anche economico, con l’abbattimento della spesa sanitaria e dei costi delle infrastrutture viarie.

Tutto questo avviene da anni nel resto dell’Europa, ma non avviene in Italia. E non sto descrivendo processi estemporanei, bensì percorsi che in alcuni paesi (Olanda, Danimarca, Austria) sono iniziati negli anni ’70, mentre gli ultimi a muoversi (Spagna, Francia ed Inghilterra) hanno iniziato già da oltre un decennio conseguendo risultati sbalorditivi. La forbice tra le due diverse modalità d’intervento è indice del fatto che le dinamiche politico-sociali, nel nostro paese, siano drasticamente differenti rispetto alle altre realtà europee.

Proviamo quindi a ragionare di un modello affatto dissimile rispetto a quello narrato, un modello in cui la cittadinanza non ha alcun reale potere di controllo sulla ‘cosa pubblica’ perché questo controllo gli è stato, negli anni, subdolamente sottratto. Possiamo descrivere tale modello come una piramide. In cima ci sono i poteri economici, industriali e finanziari, indistintamente legali e criminali, non di rado con caratteristiche sovranazionali. Sono queste le entità che, attraverso la gestione di ingenti quantità di denaro, orientano il corso degli eventi. In quella che possiamo descrivere come una catena alimentare rappresentano i ‘predatori apicali’.

Subito al di sotto c’è il livello politico, composto da manovalanza rapidamente intercambiabile. Il livello politico svolge diverse funzioni, principalmente di ‘mascheramento’. In questo schema la politica ha il compito di far approvare al corpus elettorale le decisioni prese nelle sedi economiche. Per fare ciò utilizza gli spazi mediatici informativi e culturali promuovendo, spesso in forme camuffate, gli interessi del vertice della piramide. Funge inoltre da collegamento con il successivo livello burocratico-amministrativo.

Il livello burocratico-amministrativo si occupa di mettere in opera le direttive trasmesse attraverso il livello politico, e curarne la realizzazione. A differenza dell’ambito politico, ha tempi di avvicendamento lunghissimi, non di rado pluridecennali. Essendo un contesto a lentissimo ricambio svolge una funzione ‘conservativa’ rispetto ai cambiamenti di orientamento estemporanei nell’opinione pubblica, che possono riflettersi nell’avvicendamento delle compagini politiche. La selezione delle figure strutturalmente più funzionali agli assetti consolidati di potere avviene per mezzo di carriere e nomine politiche non immediatamente modificabili.

L’ultimo livello della piramide, il più basso, è rappresentato dalla popolazione. La popolazione esercita il diritto di voto, ma esclusivamente all’interno di un sistema elettorale controllato dai partiti, i quali sono, a loro volta, saldamente controllati dai poteri economici in una relazione mutuale: i partiti gestiscono i flussi (enormi) di denaro pubblico, e li orientano verso i referenti economici che garantiscono loro i massimi rientri.

Questo modello spiega, (molto meglio della vulgata sulla ‘rincorsa del centro’) l’assoluta continuità nelle politiche pubbliche nonostante il periodico ricambio con le opposizioni: la compagine politica che si siede sugli scranni del governo, in sostituzione della precedente, non ha alcun interesse a modificare gli equilibri preesistenti, il cosiddetto status quo, ma solo ad approfittarne. Anche l’abitudine di creare ammanchi di bilancio, da lasciare in eredità all’amministrazione successiva di diverso colore, assume in questo quadro caratteristiche sistemiche e non occasionali.

Qualora, poi, una personalità o una forza politica ‘nuova’ provi a dare uno scossone al tavolo (evento che si presenta quasi unicamente in ambiti locali), entra subito in azione il livello burocratico-amministrativo, rallentando ed impedendo ogni forma di intervento finché non si trova il modo di depotenziare, abbattere o del tutto omologare la spinta innovativa. Esempi di questa natura si sono visti con le prime amministrazioni comunali M5S, oltreché con la vicenda del sindaco Ignazio Marino a Roma, defenestrato a seguito di una campagna denigratoria totalmente pretestuosa a base di multe per divieto di sosta e scontrini per cene di lavoro.

Il comparto informativo (editoria e televisione) agisce ormai come un ‘braccio armato’ dei poteri economici, che non di rado li possiedono, e dei partiti politici ad essi collegati, totalmente dipendente, sotto il profilo dei bilanci, dalle inserzioni pubblicitarie e dal finanziamento statale. La funzione dei media, in una società a capitalismo avanzato, consiste infatti nel veicolare forme assortite di pubblicità e nell’essere veicolo di propaganda palese ed occulta (dalla quale trae il ritorno economico), non già nell’informare ed istruire la popolazione.

È pertanto evidente come un simile sistema tenda a non discriminare troppo tra poteri economici legali ed illegali, tra multinazionali buone e cattive, tra finanza e mafia. ‘Pecunia non olet’, il denaro non puzza, dicevano gli antichi romani, e gli attuali fanno loro eco. Tutto sta nel mantenere le apparenze, nel non farsi scoprire. Le economie criminali sono divenute nel tempo elemento integrante del sistema-paese e partecipano attivamente al suo declino, allentando le inibizioni etico-morali e producendo diseconomie diffuse.

In tutto questo, è ovvio, il ventaglio di possibili reazioni individuali all’interno della classe politica ed amministrativa è estremamente vario. Si va dalle persone oneste, convinte che il sistema possa essere cambiato solo operando dall’interno, ai veri e propri delinquenti, corresponsabili (sia pure, spesso, in maniera indiretta, come nel caso dell’incidentalità stradale) di molti dei misfatti riportati dalla cronaca nera. Il prevalere degli interessi privati su quelli pubblici genera mostri che prendono il nome di ‘disagio esistenziale’, ‘dipendenze’, ‘conflittualità sociale’, ‘rabbia repressa’, ‘solitudine’, ‘abbandono’, ognuno col suo portato di tragedie.

Dato un modello del genere non stupisce più che l’Italia sia tra gli ultimi paesi in Europa per quanto riguarda il grado di corruzione diffusa, l’indipendenza della stampa, le retribuzioni da lavoro dipendente, l’economia sommersa ed illegale, il prelievo fiscale (e la relativa evasione), l’incidentalità stradale, il malfunzionamento dei trasporti (pubblici e privati), l’analfabetismo funzionale, la criminalità organizzata ed, in sostanza, un po’ tutti gli indicatori legati al concetto di civiltà.

Perché, se pure geograficamente siamo in Europa, culturalmente siamo molto più prossimi alle popolazioni del Centroamerica, alla Ciudàd Juàrez governata dai trafficanti di droga: storditi dalla propaganda, incapaci di comprendere i meccanismi occulti che muovono il paese, con armi democratiche spuntate ed inefficaci. Vittime inermi, se non occasionalmente complici, di una guerra tra bande che si volge sopra le nostre teste. In una lenta ed inesorabile ‘deriva messicana’ che coinvolge ormai l’intero paese.

Rimozione collettiva

Soylent Green (in Italia “2022 – i sopravissuti”), film di fantascienza del 1973, descrive un mondo dove le problematiche della sovrappopolazione e dell’esaurimento delle risorse hanno raggiunto il punto di non ritorno. L’unica fonte di cibo ancora disponibile per tutte le fasce di popolazione è per l’appunto il ‘Soylent Green’, una mattonella proteica distribuita dalla multinazionale Soylent su scala globale di cui sono coperti da segreto industriale ingredienti e modalità produttive.

Al termine di una lunga e rocambolesca indagine il protagonista ‘detective’ Thorne (interpretato da Charlton Heston) scopre l’orribile verità: il pianeta è ormai troppo devastato dall’inquinamento e dal cambiamento climatico per poter ancora produrre cibo, le terre emerse sono cementificate o aride, gli oceani sono morti ed il ‘Soylent Green’ viene prodotto riciclando cadaveri umani.

A fronte di questo scenario già estremamente pessimista la cosa che mi gelò, letteralmente, fu la scena finale. Il protagonista, ferito a morte, riesce a trasmettere alle persone che lo circondano l’agghiacciante rivelazione, pronunciando poi queste ultime parole: “Dovete fermarli prima che sia troppo tardi!”

Trovai questa conclusione terrorizzante. Per lo spettatore è evidente che, nella situazione descritta dal film, è già ‘troppo tardi’. Tuttavia il protagonista, che pure ha vissuto l’intera esperienza sulla propria pelle, in punto di morte non se ne rende conto.

Si può guardare un film ‘catastrofista’ senza eccessivo coinvolgimento, razionalizzando il fatto che è in fondo solo fiction. Ma il rendersi conto che esistono realmente le condizioni perché quel finale si concretizzi, nel breve o lungo termine, è sicuramente più inquietante. Il punto è che la mente umana rifugge l’idea di una catastrofe definitiva, e tanto basta a frenare ed impedire le azioni atte a contrastarla.

Questa sensazione di sottovalutazione della catastrofe mi afferra ogni volta che, come in un lentissimo Tetris all’interno della mia testa, qualche pezzo di realtà cade al suo posto e miracolosamente si incastra con gli altri a formare una spiegazione di senso compiuto. La cosa che ho realizzato più di recente è che quello che per alcuni può definirsi un fallimento, osservato da una prospettiva diametralmente opposta è percepito come un successo.

È ovvio, lo so, lapalissiano, ma provate ad applicare questo ragionamento alla situazione della mobilità urbana a Roma ed in Italia. Abbiamo un traffico fuori controllo, un numero di automobili pro-capite spropositato rispetto a qualsiasi altro paese di caratteristiche comparabili, un computo di morti e feriti per incidentalità stradale ed inquinamento abnorme e tutt’ora in crescita, condito da degrado delle aree urbane, malattie degenerative da sedentarietà… cosa ci si può mai trovare di buono?

Ed è proprio questo il punto: se guardiamo solo agli aspetti negativi non è comprensibile come questa situazione si sia venuta a creare, ancor meno come possa perdurare, ed appare folle che possa addirittura aggravarsi. Ecco la catastrofe in cui siamo immersi, il guaio è che riteniamo esista necessariamente una via di salvezza, perfino che sia a portata di mano, o che al più debba essere agevolata, non certo forzata e tantomeno conquistata.

Al contrario, da una prospettiva diametralmente opposta questo cumulo di morti e feriti da trauma, di asmatici, di malati di cancro, obesità, diabete, ipertensione, viene percepito come un ‘successo planetario’ per chi fa della vendita di automobili il proprio mestiere e ne ricava sostanziosi dividendi. O per chi costruisce pezzi di città in mezzo al nulla i cui futuri abitanti saranno schiavi dell’automobile per ogni minima necessità.

I grafici delle vendite parlano una lingua molto semplice, rudimentale. Non conservano traccia degli orrori, delle sofferenze, del degrado, dell’abbrutimento che l’eccesso di automobili ha prodotto nelle nostre città. Il contante è sempre immediatamente tangibile, i problemi che ne derivano sono lontani, dispersi nascosti, negabili.

Come negabile, anche solo per necessità esistenziale, è il fatto che l’inferno che ci circonda ce lo costruiamo addosso da soli, un pezzetto ogni giorno, mentre ci illudiamo che prima o poi, spontaneamente, si dissolverà.

Spacciatori di automobili (prima parte)

Ieri sera ho fatto un salto al cineclub Detour di Roma per assistere alla proiezione di Bikes vs. Cars, un documentario sulla rinascita dell’uso della bici nelle metropoli di tutto il mondo e sugli infiniti ostacoli che la società contemporanea pone al dispiegarsi di questo processo.

Buona parte del film si concentra sulla massiccia, onnipresente e pervasiva opera di lobbying posta in atto nell’arco di un secolo da parte delle industrie automobilistiche per ottenere sistemazioni stradali tese a massimizzare l’occupazione di spazi urbani da parte delle auto private, fino a stravolgere completamente forma e funzioni delle città moderne.

Il senso di oppressione, disperazione ed impotenza suscitato dalle immagini degli ingorghi e dalle riflessioni delle persone intervistate mi ha ‘mosso delle corde’, entrando in risonanza con altre visioni cinematografiche recenti… un film sul traffico di droga.

Sicario, del regista canadese Denis Villeneuve, è uno dei film più sorprendenti del 2015. Pagando un grosso debito alle atmosfere rese celebri dalla fiction televisiva True Detective il film riesce, con un utilizzo estremamente asciutto del linguaggio cinematografico, a restituire tutta l’ambiguità di una lotta alla droga che finisce con l’allearsi agli stessi nemici che dovrebbe combattere (i Cartelli Centroamericani).

Una frase in particolare, nel film pronunciata da un agente della C.I.A., recita (cito a senso): “finché qualcuno non trova il modo di convincere il 20% della popolazione a smettere di sniffare e fumare quella robaccia, il meglio che si può fare è provare a ridurre i danni collaterali”.

L’analogia tra dipendenza da stupefacenti e sviluppo del traffico motorizzato nelle società occidentali non dovrebbe risultare nuova ai lettori di questo blog: l’argomento è stato sviluppato in un post intitolato proprio La dipendenza dall’automobile (che suggerisco di rileggere). Ieri sera mi sono tuttavia reso conto di aver trascurato completamente, nel redigerlo, un intero aspetto della faccenda.

Nel concentrarmi sul lato ‘della domanda’ ho infatti mancato di ragionare sul lato ‘dell’offerta’, ovvero tutte le attività messe in campo da parte dei fabbricanti di automobili e dei produttori di combustibili (senza dimenticare il comparto edilizio) per massimizzare i propri profitti.

L’analisi che vi proporrò parte da una chiave di lettura acquisita grazie ai saggi dell’antropologo Jared Diamond (Armi, acciaio e malattie, Collasso ed il recente Il mondo fino a ieri) ovvero il fatto che l’umanità tenda a riprodurre su scale diverse, se i processi di partenza sono simili, modalità relazionali caratterizzate da forti analogie.

Così le guerre tribali condotte tra gruppi di poche decine di individui presentano significativi paralleli coi conflitti su scala più vasta e, fatti i dovuti distinguo, anche con le moderne guerre tra nazioni. Semplificare il quadro complessivo ci aiuta a comprendere ed interpretare dinamiche che altrimenti apparirebbero come a sé stanti ed a tentare di prevederne l’evoluzione.

La prima analogia, come abbiamo visto, riguarda il meccanismo di ‘dipendenza’ che, se estendiamo il concetto, è alla base di ogni attività umana ed animale su questo pianeta. Dipendiamo dal cibo per sopravvivere, dagli abiti e dalle abitazioni per difenderci dal freddo (e dal caldo), dipendiamo dai rapporti sociali per la riproduzione e per il nostro stesso equilibrio fisico e psichico.

Considerato lo sviluppo storico dell’umanità l’automobile si inserisce solo recentemente in questo meccanismo (la sua prima apparizione data non più in là di un secolo addietro), nondimeno riesce ad incistarsi massicciamente nell’evoluzione della struttura sociale umana forzandone, e per certi versi obbligandone, le modalità di sviluppo.

Il risultato finale del processo (troppo lungo per poter essere esposto nel dettaglio) è che ad oggi l’automobile viene utilizzata in parte per l’accesso al cibo (in forma diretta per raggiungere i luoghi d’acquisto ed indiretta per raggiungere il posto di lavoro dove si guadagna il denaro per acquistarlo), in parte come integratore della protezione da climi ostili (‘uso l’auto così non ho caldo/freddo e sono riparato dalla pioggia e dal vento’), in parte come strumento di definizione del proprio status sociale e per partecipare alle ritualità connesse.

Come risultato finale l’automobile si aggancia alla catena di dipendenze preesistente realizzando una ulteriore dipendenza, sua propria, ed un conseguente pesante drenaggio delle risorse economiche individuali. Come ben spiegato nel suddetto documentario, circa un quarto del reddito netto percepito dagli abitanti degli Stati Uniti viene speso per far fronte all’acquisto di autovetture, alla loro manutenzione ed ai consumi di carburante. Senza contare la parte molto consistente di tasse versate allo stato centrale che viene spesa per manutenzione ed ampliamento della rete stradale.

L’automobile assolve quindi la funzione di trasferire una parte consistente della ricchezza prodotta individualmente nelle tasche dei produttori di carburante, dei fabbricanti di automobili e del comparto edilizio. Riguardo a quest’ultimo va compreso che la forma urbis prodotta dall’automobile è radicalmente diversa da quella precedente la sua introduzione: disponibilità di case con maggiori volumetrie, sprawl urbano e consumo di suolo sono caratteristiche indotte dalla possibilità di muoversi quotidianamente su lunghe distanze.

La nostra civiltà è quindi scivolata, lentamente ma inesorabilmente, in un imbuto di dipendenza dall’automobile che, come un cappio che si stringe, sta rendendo progressivamente più invivibili le città. Così il sogno di una casa ‘nel verde’ produce come effetto collaterale una percentuale maggiore di vita spesa nello stress del traffico, gli spazi urbani sono assediati da un numero crescente di autovetture, gli ampliamenti della rete stradale inducono soltanto ulteriore traffico.

Come ogni forma di ‘dipendenza’, è molto più semplice caderci dentro che venirne fuori. La dipendenza ci rende deboli, ricattabili e sfruttabili, e col passare del tempo pretende un pedaggio sempre crescente. Ma se questa è una faccia della medaglia, quella di chi subisce il processo di dipendenza, dobbiamo essere capaci di vedere anche l’altra, quella di chi lo agisce.

Le realtà che realizzano guadagni dalla situazione attuale non avranno alcun interesse ad invertirne il corso, per basilari leggi di mercato. Per la legge statunitense, ad esempio, le società quotate in borsa sono responsabili nei confronti degli azionisti. Anche volendo, una società manifatturiera non potrebbe decidere iniziative in direzioni di una riduzione dei guadagni, a rischio di esporsi alla possibilità di cause legali da parte degli azionisti.

In tale ottica diventa legale, e finanche obbligatorio, reinvestire parte dei guadagni in propaganda (dalle campagne pubblicitarie all’orientamento, diretto o indiretto, della stampa), nel pilotaggio delle decisioni politiche (con azioni di lobbying ed il finanziamento, non sempre trasparente, ai partiti), nel contrasto alla concorrenza. Le pressioni sulla politica non escludono poi forme di ricatto occupazionale quando le decisioni prese in sedi democratiche contrastino con gli interessi del comparto.

In quest’ottica si inserisce, ad esempio, l’acquisto e successivo smantellamento da parte della General Motors dell’intera rete di trasporto pubblico su tram delle principali città degli Stati Uniti a cavallo degli anni ’40, operato al fine di obbligare gli abitanti a possedere un’automobile privata.

Un’attività di ‘difesa del business ad ogni costo’ che presenta paralleli inquietanti con un altro mercato legato alla dipendenza, quello degli stupefacenti. Anche in quel caso non c’è interesse a che gli individui in stato di dipendenza recuperino la salute, non c’è interesse a quali e quanti danni essi facciano per procurarsi il denaro per la ‘dose’, non c’è interesse ai guasti collaterali causati a terzi, né che si producano delle vittime.

Il parallelo tra i morti e feriti causati dall’incidentalità stradale e dall’inquinamento e quelli prodotti dagli scontri a fuoco e dalle vendette trasversali della criminalità organizzata è sicuramente forzato, ma in entrambi i casi le organizzazioni coinvolte li derubricano come ‘costi umani non evitabili’, sacrificabili alla necessità del successo economico.

La differenza principale tra i due processi consiste nella narrazione collettiva, che ritiene ‘necessario, giusto, inevitabile’ il dominio dell’auto privata sulle città, mentre considera ‘criminale, illegale, biasimevole’ l’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Ma di analogie e differenze parleremo nel dettaglio nel prossimo post.

(continua)

I Ciclisti Filosofi

La scorsa settimana, spinto dall’intenzione, vaga, di far circolare aforismi sulla bicicletta, ho dato vita all’ennesima pagina Facebook (le altre che mantengo le potete trovare nella colonna di destra, identificate da piccoli ‘box’). Ben presto l’idea iniziale ha cominciato a definirsi con maggior precisione, disvelando un potenziale superiore a quanto mi aspettassi inizialmente.

Per comprendere come nasca l’idea di dar vita ad una simile serializzazione dei contenuti occorre fare un passo indietro e ragionare sul concetto di ‘meme’.
Wikipedia descrive il meme nei termini di:

…“un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica, quindi un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione…

Per sintetizzare il concetto: ogni cultura evolve integrando nel proprio corpus idee, concetti, logiche ed approcci nuovi, e rimuovendone altri che quindi cadono in disuso. Il termine ‘meme’ rimanda all’imitazione, ovvero alla caratteristica propria dei gruppi sociali di cementare la propria identità attraverso la condivisione e la ripetizione di consuetudini.

Consuetudini che possono essere l’utilizzo di un neologismo o di una forma gergale esclusiva, di una canzone o un semplice frammento di testo, di un manierismo unico nella pronuncia di determinati fonemi, alla stessa maniera in cui viene utilizzato l’abbigliamento o l’interesse per una determinata categoria di oggetti ed attività umane per collocarsi all’interno di ‘mode’. Ci si imita a vicenda e questo fa del gruppo una realtà distinguibile.

Sui meccanismi di propagazione dei ‘meme’ è in corso da anni una riflessione. Se a posteriori è evidente come alcuni di essi possano essere prepotentemente emersi (molti per sparire in un arco di tempo altrettanto breve), stabilire una ‘formula del successo’ è impossibile. Esempi di ‘meme’ in anni recenti sono i Chuck Norris Facts, o la scena del film Titanic sulla prua della nave (ripresa in un milione di citazioni e parodie), o l’avvento degli zombie come spauracchio di massa in cui parlavo altrove.

Nel mondo dei Social Network (e di Facebook in particolare, che al momento è il più diffuso e pervasivo) la propagazione spontanea di piccoli e semplici meme è all’ordine del giorno. Li riceviamo volenti o nolenti ogni volta che qualche amico decide di condividere un pensiero, o un’immagine, o una ‘confezione’ di entrambi. In genere sono motti, aforismi o battute satiriche. Altrettanto in genere non si tratta di contenuti isolati ma di forme serializzate di intrattenimento.

Cito a mo’ di esempio la pagina umoristica Kotiomkin (nome ispirato esso stesso ad un celeberrimo ‘meme’ della cultura italiana, la battuta di Fantozzi: “per me la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”)

…la gallery Il Peggio Della Fotografia Made in Italy (che spesso attinge ad immagini di matrimoni realizzate in paesi dell’Europa dell’est)

…o Le più belle frasi di Osho dove la molla umoristica nasce dal contrasto tra le foto di vita quotidiana del santone indiano e la sovrapposizione di frasi in romanesco riferite ad un immaginario affatto diverso.

Dati questi ‘alti esempi’ mi sono chiesto se non sarebbe stato possibile veicolare idee sull’uso della bicicletta tramite l’accostamento di parole ed immagini. Ne è nata una piccola sperimentazione (chiamata inizialmente ‘CicloAforismi’) che mi ha spinto ad estendere la cerchia delle persone coinvolte nel processo ideativo.

Ora la redazione è composta, oltre al sottoscritto, da Marco Melillo, Serena Maniscalco, Elena Scategni e Paolo De Felice, e la qualità delle ‘cartoline’ prodotte ha subito una drastica impennata verso l’alto.

Anche il ‘concept’ è stato rivisto, non più aforismi e frasi ad effetto legate alla bicicletta, ma motti e consigli di senso generale uniti ad immagini di persone in bicicletta che ne contestualizzano il significato e ne propongono una possibile chiave di lettura, non necessariamente immediata.

L’oggetto finale assume così una dimensione in parte visiva, in parte filosofica, in parte di sofisticato ‘divertimento intellettuale’ nell’interpretazione della relazione tra immagine e testo.

L’idea è che l’efficacia del messaggio prodotto dall’abbinamento di testi ed immagini produca spontaneamente una sensazione di immedesimazione (meme) tale da spingere i lettori a ripubblicare l’immagine stessa sul proprio profilo per esporla ad una platea più vasta, innescando quel meccanismo di diffusione virale proprio dei ‘meme’ più efficaci.

Se funzionerà o meno è impossibile dirlo. La speranza è che le immagini circolino diffusamente portando con sé il ‘meme’ della bicicletta anche a quanti non ne siano ancora utilizzatori, veicolando fantasie, suggestioni, attese. Nel suo piccolo il progetto va nella direzione di una ridefinizione dell’idea di bicicletta nell’immaginario collettivo.

Come arco vitale per questa esperienza immagino alcuni mesi, all’inizio con pubblicazioni quotidiane, poi via via più rarefatte man mano che illustrazioni e frasi vengono utilizzate. Quello che ne resterà alla conclusione sarà una gallery di impressioni, idee, immagini, legate all’uso della bici ed alle trasformazioni fisiche, culturali, mentali ed emotive da essa prodotte.

Il trionfo della morte – 7

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Parte settima: ambientalisti vs. zombie

La paura, come emozione, ha da sempre un posto di spicco nell’immaginario popolare, declinandosi diversamente da generazione a generazione. Nel lontano passato si aveva paura dei mostri mitologici: ciclopi e arpie nella cultura classica, Troll in quelle nordiche, diavoli, streghe, mostri marini ed altro ancora, ognuno legato ad un diverso aspetto dell’esperienza comune, ad una diversa paura da razionalizzare ed esorcizzare.

In tempi più recenti possiamo menzionare il successo, da metà ottocento fino a tutta la prima metà del secolo scorso, della ‘creatura del dr. Frankenstein’, proiezione della paura nei confronti delle scoperte scientifiche e del desiderio umano di travalicare i propri limiti senza valutare le conseguenze. L’erdità delle paure ottocentesche consiste in larga parte di orrori soprannaturali che hanno a che vedere col ritorno dall’aldilà: non-morti, vampiri, mummie egizie o, come nel caso della creatura del dr. Frankenstein, un essere composto di parti di cadavere riportato in vita grazie all’elettricità.

Gli zombi sono un prodotto culturale ancora più recente. Nati dalle leggende haitiane come corpi resuscitati e resi schiavi dagli stregoni locali, evolvono rapidamente in una minaccia di tipo globale grazie al regista George Romero, che nel film “La notte dei morti viventi”, del 1968, apporta dei radicali cambiamenti al mito caraibico: le creature sono cannibali e la causa della trasformazione non è tanto la morte in sé quanto un misterioso e non meglio precisato ‘contagio’ che si trasmette venendo morsi da zombi.

A differenza del vampiro, dell’uomo lupo, della mummia, che sono predatori solitari, la caratteristica degli zombi è quella di muoversi in gruppo e di poter trasformare in zombi praticamente chiunque. La situazione tipo consta di pochi superstiti che cercano di sfuggire alla caccia di decine di creature antropofaghe, semidementi, insensibili al dolore ed ai danni fisici e per questo difficili da abbattere.

Il film di Romero non ha un seguito immediato, passeranno dieci anni prima che lo stesso regista riproponga sullo schermo il tema dell’apocalisse zombi vestendo, nel 1978, la confezione horror di satira sociale e di costume. Nel seguito “Dawn of the Dead” (in italiano semplicemente “Zombi”), la scena si sposta in un centro commerciale ed i superstiti devono guadagnare la salvezza combattendo tra espositori e scaffali.

L’immagine degli zombi abbrutiti che vagano nei reparti e sulle scale mobili come memori della propria vita precedente rimanda immediatamente alle ideologie consumiste, alla spersonalizzazione indotta dai ‘non luoghi’ del commercio massificato ed all’omologazione delle merci (e degli spazi) fabbricati in serie.

È interessante notare come siano evolute, nel corso degli anni, le paure collettive e le loro rappresentazioni mediatiche. La creatura del dr. Frankenstein giace abbandonata nel dimenticatoio, rispolverata di rado in qualche rilettura rigorosamente in chiave ottocentesca. Vampiri e lupi mannari si sono trasferiti nelle narrazioni adolescenziali (‘young adult’) umanizzandosi e perdendo le caratterizzazioni più terrificanti.

Solo gli zombi hanno conosciuto di recente un successo tale da dar vita ad innumerevoli film e serializzazioni televisive che ne hanno preservato ed accentuato la natura orrorifica, raggiungendo una tale penetrazione nell’immaginario collettivo da far sì che anche l’esercito USA finisse con l’utilizzare la minaccia di una ‘Zombie Apocalypse’ come tema di esercitazione per i propri cadetti.

C’è, insomma, in quest’idea del ‘morire da vivi’ una delle paure profonde dell’umanità contemporanea, come la percezione che la modernità ci stia progressivamente privando di porzioni importanti dell’esperienza vitale, fino a ridurci a burattini massificati capaci solo di ‘produrre e consumare’. Un’umanità che spende il proprio tempo libero a muoversi tra le vetrine di un centro commerciale, desiderando oggetti, respirando aria condizionata, dipendente dall’automobile per spostarsi da un luogo all’altro.

Un’umanità che ha ormai solo un lontano ricordo della vita reale, della fatica fisica, del dolore, del correre a perdifiato, delle emozioni, della vita.

Out from the wild

Poche sere fa ho visto in tv “Into the wild”, il film di Sean Penn che ripercorre l’avventura di Christopher McCandless, un giovane statunitense deciso a fuggire dalla civiltà e finito a morire di fame e stenti in una sperduta foresta dell’Alaska. Ho affrontato la visione del film consapevole di essere fortemente prevenuto, in particolare nei confronti del tentativo di fare del protagonista una sorta di tragico eroe moderno.

Il film ha in parte confermato i miei pregiudizi. McCandless affrontò la vita selvaggia senza una preparazione adeguata, confidando unicamente su quanto appreso dai libri di Thoreau e London, oltre ad una manciata di manuali. Sottovalutò la propria capacità di procurarsi cibo, sottovalutò le trasformazioni ambientali nel corso della primavera ed estate (un fiume ingrossato che gli impedì di tornare indietro quando si rese conto di essere in difficoltà) e probabilmente altri fattori

Ma anche questo probabilmente non poteva essere sufficiente a giustificare una fine tanto drammatica,mi sono quindi messo in cerca di ulteriori informazioni, finendo con l’approdare su un articolo di approfondimento in rete. La causa principale viene qui individuata nella progressiva denutrizione, causata in parallelo dalla scarsa quantità di cibo ingerito e dallo sbilanciamento dell’apporto complessivo di nutrienti: in prevalenza proteine e poco o nulla grassi e carboidrati. Non si vive a lungo nutrendosi di scoiattoli.

In particolare colpisce un dato che nel film viene omesso, quando il corpo fu ritrovato si stimò che al momento della morte McCandless fosse arrivato a pesare solo 30 kg, con un indice di massa corporea inferiore al valore minimo necessario alla sopravvivenza. Se devo immaginare un maschio adulto del peso di 30 chili le immagini che mi vengono in mente sono quelle dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti subito dopo la liberazione. Una condizione fisiologica cinematograficamente non riproducibile.

Per raggiungere tale condizione la perdita di peso deve essere stata continua e progressiva. Probabilmente fin dall’inizio McCandless si ritrovò in condizioni di sottonutrizione, ma sottovalutò il problema, forse per ingenuità o per inesperienza. O, e questa è la mia tesi, perché non si rese pienamente conto di quanto il mondo fosse cambiato dai tempi in cui i libri che lo ispirarono furono scritti.

Thoreau visse un’esperienza simile, che narrò nel suo Walden, la vita nei boschi, ma era il Massachusetts a metà dell’800. McCandless per ripetere la stessa esperienza un secolo e mezzo dopo fu costretto a scegliere l’Alaska, terra ancora più estrema ed inospitale, con molta meno selvaggina (vuoi per la latitudine, vuoi per il periodo storico) e condizioni climatiche peggiori. Indubbiamente nel suo dramma personale anche questo ha avuto il suo peso.