Musica

Nelle scorse settimane una fortunata serie di coincidenze mi ha portato a riflettere sulla musica, sul suo rapporto con la società contemporanea e su quanto sia mutato questo rapporto nel corso del mio arco vitale, un abbondante mezzo secolo nel corso del quale innovazioni stilistiche e tecnologiche hanno più volte modificato modalità e funzioni sociali legate alla fruizione musicale.

La prima di queste ‘coincidenze’ riguarda la messa in onda della serie televisiva Vinyl, centrata sulla scena musicale newyorkese degli anni ’70. Tra le cifre stilistiche della fiction c’è la ricostruzione filologica (tra i produttori figura Mick Jagger) dei live-set degli artisti dell’epoca, all’interno dei quali i protagonisti si trovano ad interagire.

La seconda ‘coincidenza’ riguarda l’oscar a Ennio Morricone per le musiche del film “The Hateful Eight” di Tarantino. Credo che anche qui sia il caso di lasciarsi andare alla musica ed alle immagini, prima di proseguire.

Due universi musicali lontanissimi, indubbiamente, ma con un unico filo conduttore: l’attenzione. La partitura di Morricone muove da una sequenza di poche note per costruire un panorama musicale inquietante e perennemente mutevole. L’ascoltatore è obbligato all’attenzione perché non ha modo di intuire come la musica potrà svilupparsi.

E questo ci riporta (almeno chi ha potuto vivere quel periodo) agli anni dai ’60 alla fine degli ’80. Anni che videro la progressiva diffusione degli strumenti di riproduzione musicale (i dischi in vinile, le audiocassette, quindi i Compact Disk) e l’ascesa di un mercato musicale completamente nuovo.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto limitato alle esecuzioni dal vivo. Solo nella prima metà del ventesimo secolo l’invenzione della radio cominciò a portare la musica nelle case, ma la scelta dei brani da proporre (ed ascoltare) spettava ancora ai disk jockey. Si dovette attendere il secondo dopoguerra, quando il boom economico portò nelle case i giradischi, per la nascita del commercio di musica nella forma in cui lo intendiamo attualmente.

Credo di aver vissuto, nella mia esperienza personale, l’intero ventesimo secolo compresso nell’arco di pochi decenni. Da ragazzo in casa dei miei nessuno sentiva la necessità di ascoltare musica. Per poco meno di vent’anni mi limitai ad una fruizione passiva, principalmente attraverso la televisione. Degli anni ’70 ricordo più che altro l’avvento della disco music e “La Febbre del Sabato Sera”, che ritenni da subito troppo edonistica per potermi entusiasmare.

Nei primi anni ’80 l’avvento delle televisioni private portò finalmente in casa un po’ di musica ‘straniera’, ma l’effetto collaterale fu quello di una baraonda caotica. Mancando di cultura musicale non ero in grado di strutturare una qualsiasi comprensione di quello che andavo ascoltando, oltre ad una comprensione viscerale ed istintiva. Si aggiunga che la qualità dei suoni emessi dall’apparecchio televisivo non era minimamente decente.

D’inverno c’erano le chiacchiere, a scuola, dei tifosi dell’una o dell’altra band, gli appassionati dei Led Zeppelin vs. quelli dei Deep Purple vs. quelli dei Jethro Tull. D’estate c’erano le serate passate a suonare (io solo ad ascoltare) nei garages. C’erano Dire Straits e Pink Floyd e Francesco Guccini che giravano sulle autoradio.

A metà degli anni ’80 mi regalarono un Sony Walkman in grado di restituire una minima fedeltà a quello che arrivava alle mie orecchie. Cominciai a spazzolare dalle librerie Remainders, che si occupavano di commercializzare materiale invenduto (avanzi di editori falliti, o pubblicazioni ‘da edicola’ tornate indietro), a prezzi stracciati, i fascicoli della collana Rock – Storia e Musica, corredati di audiocassette tematiche suddivise per autori.

La collana non proponeva dischi completi, ma una sorta di ‘the best of’ di ogni autore/gruppo, con i brani più significativi (almeno secondo il compilatore). Ricordo ancora la stanza semibuia con un enorme cesto traboccante di fascicoli. Dalla prima spedizione tornai a casa con tre cassette corredate dei relativi pamphlettini: Jimi Hendrix, Bob Dylan e Bruce Springsteen, scelti in virtù di non so quale esatto criterio (la scelta non era comunque vastissima). Quello fu il primo passo: pur non capendo un’acca dei testi, all’ascolto la distanza con la musica ‘commerciale’ risultava siderale.

Credo di aver consumato il nastro di Springsteen durante il servizio militare. ‘Thunder Road’ e ‘Jungleland’ mi facevano compagnia nelle agrodolci serate tra commilitoni in libera uscita in quel di Portogruaro. Fu lì che conobbi Andrea, un ragazzo di Milano dalla sconfinata passione per la musica, che mi aiutò ad organizzare il caos.

La musica divenne quindi un progredire di stili, artisti, filosofie e correnti musicali, e parole come Jazz, Folk, Hard-Rock, Blues, New-Age, Pop, Punk, Progressive, iniziarono ad avere un senso ed una collocazione. Dopo il ritorno a casa non passò molto tempo perché, coi primi guadagni, mi decidessi ad acquistare un impianto stereo.

Avevo abissi di ignoranza da colmare. Iniziai a leggere riviste musicali (“Il Buscadero” e “Il Mucchio Selvaggio” in testa) e a comprare dischi uno dopo l’altro. Una media di un centinaio di dischi all’anno… due a settimana. Per aver modo di ascoltarli dappertutto li copiavo immediatamente su nastro, così da avere con me almeno i più recenti.

Andai avanti così per almeno tre anni, poi qualcosa si incrinò. Vissi il passaggio dal vinile al Compact Disc come una bieca speculazione commerciale: la stessa musica a prezzo doppio su un supporto meno costoso, solo per avere il suono digitale privo di difetti. Non compravo CD perché sovraprezzati, ed al tempo stesso non compravo più vinili perché pensavo che a breve sarebbero spariti dal mercato.

Ma, più che altro, ormai da un po’ i nuovi acquisti non mi raccontavano nulla di nuovo. Avevo saccheggiato in breve tempo due o tre decenni di evoluzione musicale (considerati, a posteriori, i più ricchi di creatività), non potevo aspettarmi miracoli. Continuai a seguire gli artisti cui ero più affezionato. L’unico vero sconvolgimento degli anni ’90 furono, per me, i Nirvana di Nevermind e i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magic (peraltro dischi entrambi usciti nel ’91).

Più in là aggiunsi anch’io un lettore CD all’impianto stereo, e nel corso degli anni di CD ne acquistai diversi, recuperando un po’ di cose trascurate ed autori minori. Ma la vita adulta, il cambiamento di lavoro ed abitudini, oltre alla vita di coppia, mi lasciavano molto meno tempo ed attenzione di prima per l’ascolto musicale.

Fa un po’ tenerezza confrontare il mondo musicale nel quale sono cresciuto con quello che è attualmente l’offerta musicale. La diffusione di internet ha portato nelle case quello che non era immaginabile neppure nei miei più folli sogni di adolescente. Praticamente qualsiasi album di qualunque artista è ormai alla distanza di pochi ‘click’, ed è possibile ascoltare musica in qualità digitale praticamente gratis.

Quello che manca, tuttavia, è proprio l’attenzione. Grazie ai “Walkman” prima ed ai lettori mp3 poi (ed infine direttamente agli smartphone), la musica pervade ormai ogni momento della nostra vita. In questa trasformazione ha perso però ciò che più gli dava valore, l’attenzione dell’ascoltatore. Priva della necessità di attenzione l’offerta musicale si è appiattita su soluzioni progettate a tavolino, tanto scintillanti e rifinite quanto piatte ad un ascolto attento.

Per questo l’opera di Morricone, perfettamente a cavallo tra tradizione classica e contemporaneità, spicca tanto drammaticamente. E ci riporta indietro a tempi lontani, in cui la musica aveva un valore. Bisognava recarsi in un negozio ad acquistarla, scegliendo con attenzione. Poi il disco, di cui non sapevi nulla tranne forse un brano ascoltato di sfuggita, veniva estratto e posato con cura sul piatto, la puntina scendeva frusciando leggermente ed il ‘viaggio’ iniziava.

C’era, all’epoca, questa idea che la musica potesse insegnarci qualcosa. I suoni possedevano un’aura magica e misteriosa, non essendo ancora stati cucinati e ripassati infinite volte in infinite canzonette mediocri e commerciali. I cantanti, i musicisti, erano più simili ad antichi depositari di culti esoterici, sacerdoti officianti di ritualità pagane, capaci di evocare sensazioni dai più reconditi anfratti della psiche.

Cosa sia rimasto di quel mondo di grandezze ed eccessi è difficile dirlo. Giovani vite immolate sull’altare di uno star system distruttivo ed autodistruttivo, riti sacrificali basati sull’assunzione massiccia di droghe ed alcool in cerca di verità negate ai comuni mortali. Resta la musica registrata, a testimonianza di mondi culturali e musicali ormai perduti. Che tuttavia il mutare del contesto e della cultura musicale, la fruizione massificata e sciatta, rendono negli anni via via più incomprensibile.

Che fare?

E’ una domanda che in tempi di crisi si rivolgono tutti: “che fare?”. Tipicamente ci si schiera con le posizioni più “in voga” del dibattito politico del momento. Un tempo ci si divideva tra filocomunisti e filocapitalisti, oggi che gli estremismi non vanno più di moda si prendono le parti dei “socialdemocratici” o dei “liberisti”, vuote formule atte solo a nascondere un vuoto di idee.

Le parti, dicevo, come se l’agone politico fosse riducibile ad una contesa di natura sportiva in cui tifare, per partito preso o per simpatia, l’uno o l’altro dei contendenti. Sfugge, ai più, la reale natura del contendere. Sfuggono i termini esatti della congiuntura internazionale dal momento che, in un’epoca di “vacche grasse” come quella durata ininterrottamente per almeno l’ultimo mezzo secolo, l’interesse e l’attenzione di tutti è stata scientemente dirottata sul consumo allegro e sfrenato.

Questa è la preoccupazione dell’uomo contemporaneo: cosa mi regalerò, cosa potrei comprarmi, quale nuovo vestito, quale nuova automobile, quale nuovo elettrodomestico, quale nuovo oggetto (materiale o meno) potrà meglio nascondere la mia assenza di identità e dirottare su di sé l’attenzione degli altri. Il consumo compulsivo sostituisce la definizione identitaria e diventa oggetto primo, se non unico, di interesse: prima, se non unica, ossessione condivisa.

“Se tornassero i vecchi di una volta!”… l’idea emerge di frequente nei discorsi tra mia madre ed i suoi coetanei. Persone anziane, che hanno visto cambiare completamente il mondo sotto i propri occhi ma non hanno perso la memoria di com’era “prima”. Noialtri, invece, i “baby -boomers” nati negli anni ’60 e ancor più le generazioni successive, di quel “prima” abbiamo colto solo i fantasmi in via di dissoluzione.

Com’era il “prima” non lo sappiamo più. Non solo, non abbiamo nessuna intenzione di scoprirlo, è un rimosso, un tabù collettivo. L’industria dell’intrattenimento e dello spettacolo è in questo perfettamente rappresentativa, collaborando attivamente alla riscrittura del passato: ammodernando, patinando, ammorbidendo, sfumando, raccontandoci le storie che siamo disposti ad ascoltare, quelle di cui abbiamo bisogno per addormentarci.

Di fatto viviamo in un mondo totalmente immaginario, una grande allucinazione collettiva, un “Truman show” diffuso su scala globale che va in scena tutti i giorni ed i cui protagonisti siamo noi, senza altri spettatori all’esterno. Ma quanto può durare ancora? Quanta autonomia resta a questa colossale truffa?

Che il “motore della crescita” stia rallentando è evidente già da un po’. La macchina è ben oliata ma il carburante comincia a scarseggiare, sia in termini energetici, sia delle innumerevoli materie prime di cui questo mostro si nutre. Materie prime non riciclabili di cui la nostra insipienza ritiene di non poter fare a meno.

Cambiare rotta è possibile, sempre, in qualunque momento, ma sul piano individuale si può fare ben poco. Al livello collettivo bisognerebbe cominciare almeno a ripensare quanto si è fatto fin qui, a valutare onestamente e con serenità gli scenari che ci si parano davanti, ad archiviare gli errori commessi in passato, farne tesoro ed intraprendere azioni correttive. Ma per questo occorre volontà.

Purtroppo, l’unica volontà che fin qui è stata premiata è quella delle persone che ci hanno condotto all’impasse attuale. Persone che siedono nei consigli di amministrazione delle ricche società d’affari e nei posti di potere. Persone che quotidianamente continuano a perseguire il mito della crescita indefinita ed il pensiero unico del consumismo. Persone il cui unico fine è la perpetuazione di sé e del mondo a cui hanno dato vita, anche a costo di negare l’evidenza.

Persone che instancabilmente nutrono la nostra ignavia, la nostra pigrizia mentale, il nostro vuoto, che offuscano con lustrini e paillette i nostri pensieri e le nostre aspirazioni, che tessono incessantemente la rete di menzogne che ci tiene imprigionati. Persone anziane, spesso, prigioniere esse stesse della realtà fittizia che le ha amorevolmente coccolate e nutrite.

Che fare, dunque?

Non molto, temo. Abitudini consolidate, o dovrei dire incancrenite, su un arco temporale di decenni, non cambiano spontaneamente. Realtà enormemente complesse e globalmente interconnesse non si trasformano spontaneamente nel proprio opposto: al più cercano di modificarsi il meno possibile, finché non sopravviene il collasso.

Ora quel collasso è davanti ai nostri occhi, non a decenni o a generazioni di distanza: quel collasso è dietro l’angolo. Non apparterrà alle generazioni future, sarà la nostra a doverci fare i conti. E il massimo che potremo riuscire a fare sarà provare a tirare il freno quando verrà il momento, e farlo con tutta la forza che abbiamo.

Si tratterà di ripensare un mondo intero, archiviare le abitudini di decenni, recuperare modalità relazionali dimenticate ed elaborarne di nuove, ridisegnare il territorio e le città, cominciando dai trasporti, investire sulle risorse sostenibili e dare un taglio drastico ai consumi. Cambiare la propria alimentazione, le proprie abitudini, i propri interessi, stravolgere il proprio stile di vita. Arginare l’umano egoismo per restituire al pianeta almeno una parte di quello che gli abbiamo rubato e distrutto.

Vorrei sperare che sapremo esserne capaci, ma la ragione mi induce al pessimismo.

P.s.: questa canzone di Billy Bragg mi gira in testa da un quarto di secolo ormai. Era già allora tutto evidente, ma nessuno ha mosso un dito, e chi ci ha provato ha fallito…

THE BUSY GIRL BUYS BEAUTY

The busy girl buys beauty
The pretty girl buys style
And the simple girl
buys what she’s told to buy
And she sees her world
Through the brightly lit eyes
Of the glossy romance of fashion
Where she can learn…
Top tips for the gas cook
Successful secrets of a sexual kind
The daily drill for beautiful hair
And the truth about pain

What was Anna Ford wearing?
What did Angela Rippon say?
What will you do
When you wake up one morning
To find that God’s made you plain
In a beautiful person’s world?
And all those quick recipes
Have let you down
And you’re 20 and half and not yet engaged
Will you go look for the boy who says
I love you let’s get married and have kids?

The busy girl buys beauty
The pretty girl buys style
And the simple girl
Buys what she’s told to buy
And she sees her world
Through the brightly lit eyes
Of the glossy romance of fashion
Where she can learn…
Top tips for the gas cook
Successful secrets of a sexual kind
The daily drill for beautiful hair
In a mail order paradise…

Anche se voi vi sentite assolti

Oggi pomeriggio è morta una ragazza di 22 anni, in bicicletta. Stava attraversando un semaforo col verde quando una Smart, arrivando a forte velocità ed ignorando il rosso, l’ha uccisa sul colpo. Un incidente? No.

Un incidente è, per definizione, qualcosa di imprevedibile. Qui l’unica cosa imprevedibile è il “chi”, il “dove”, il “quando”, ma di certo non il numero di morti, che di anno in anno continua a salire. Quello che non si sa è se la prossima volta toccherà a me, a te che leggi, a qualcuno che conosciamo o a qualche sconosciuto, se sarà nella mia o nella tua città, o da qualche altra parte, se sarà domani o dopodomani.

Quello che si sa per certo è che nel Far-West delle strade italiane, parafrasando Sergio Leone, “Quando un uomo con l’automobile impatta un uomo con la bicicletta, l’uomo con la bicicletta è un uomo morto”. Quello che si sa per certo è che alla fine dell’anno più di mille persone in Italia, ciclisti e pedoni, avranno perso la vita perché qualcuno aveva troppa fretta, era in ritardo, non li ha visti, si è distratto, parlava al cellulare, era stanco…

Questo è quanto riferisce l’ASAPS. “Sul totale di vittime della strada il 50% sono pedoni e ciclisti: a Roma muore un ciclista a settimana. la percentuale di decessi per un passante coinvolto in un incidente raggiunge quasi il doppio rispetto alla media italiana: il 28% rispetto al 15%”.

Sono morti già decisi, già accettati, metabolizzati, vittime sacrificali di un modello di mobilità delirante come non si era mai visto prima nella storia dell’umanità. Fremiamo di sdegno per la crudeltà dei sacrifici umani degli Aztechi, ma siamo incapaci di vedere le nostre vittime, sacrificate sull’altare della divinità automobile. Morti talmente prevedibili che qualcuno ci ha fatto un contatore, e potete star sicuri che sbaglierà solo di poche unità.

Chiedo perciò a tutti quelli/e che leggeranno questo mio post un rapido esame di coscienza, perché ad una situazione del genere non si arriva senza l’accettazione passiva, la connivenza, la complicità di un’intera popolazione. Chiedo, a tutti quelli che leggeranno, cosa abbiano mai fatto per ribellarsi a questo stillicidio di vittime inermi, se mai abbiano provato a reagire in un qualsiasi modo, a ribellarsi a questa strage, o si siano sempre limitati a girarsi dall’altra parte, a scuotere la testa, a distogliere lo sguardo. Perché in quest’ultimo caso prenderò a prestito le parole di un grande poeta dei nostri tempi per dire “anche se voi vi sentite assolti, siete lo stesso coinvolti”.

 

Qualcosa si sta agitando, da un mese a questa parte, per risvegliare questo paese vecchio e abulico dal letargo pluridecennale in cui versa. Ci trovate su Facebook nel gruppo “Salviamo i ciclisti”. Aderire non vi costa nulla… non vi laverà la coscienza ma almeno una briciola di sforzo potrete dire di averlo fatto.

Angoscia radioattiva

Torno a parlare del disastro nucleare di Fukushima perché lo sto vivendo con l'angoscia di chi è in grado di inquadrare i termini tecnici del problema e nonostante tutto subisce le ambiguità ed i silenzi dell'informazione.

Da ormai due giorni seguo pressoché in diretta, grazie ai liveblogging de Il Post ed ai commenti che rimbalzano in rete, l'evoluzione della situazione, che diventa più drammatica di ora in ora.

E' questo uno degli aspetti inattesi della globalizzazione, una tragedia che si svolge dall'altra parte del pianeta ci opprime in tempo reale, possiamo seguirne tutti gli sviluppi con un livello di dettaglio prima impensabile.

Le immagini della devastazione si abbattono su di noi come uno tsunami culturale, distruggendo gioia e buonumore. Eppure è impossibile mantenere il distacco, pensare di esserne lontani, illuderci che questi fatti riguardino altri.

Da sempre abbiamo vissuto le tragedie di popoli anche confinanti attraverso i filtri imposti dai governi ai canali informativi, ora, invece, è un po' come essere lì, assieme al popolo giapponese. La rete ci porta in tempo reale foto, video, racconti.

Il Giappone fa ormai parte dell'esperienza di vita di chiunque si nato dagli anni '60 in poi, di tutti quelli cresciuti con i cartoni animati giapponesi come primissima scuola di vita. Nessun'altra cultura è riuscita a rappresentare con tanta forza i valori dell'onore, della lealtà, dello spirito di sacrificio.

Sgomenta quante affinità vi siano tra quelle riletture in chiave mitico/tecnologica e l'attuale tragica realtà dei fatti. In Godzilla un dinosauro risvegliato ed ingigantito dagli esperimenti nucleari giunge dall'oceano (oggi lo tsunami) ed arriva a devastare i villaggi costieri. Nei cartoni di Jeeg Robot d'Acciaio creature dormienti provenienti dal sottosuolo (oggi terremoti e radionuclidi) distruggono le città giapponesi.

L'illustratore Makkox è riuscito con una straordinaria capacità di sintesi a racchiudere tutto questo in un'unica tavola, in cui il mostro che attacca e distrugge le città è alimentato dalla nostra fame di comodità, tecnologie e modernità.

E il pensiero corre di nuovo al passato, a quel referendum che più di vent'anni fa ha fermato le installazioni nucleari in Italia. Non ci fosse stato potremmo aver avuto una centrale nucleare vicino L'Aquila, nei giorni del terremoto, ed esserci trovati noi nella situazione che vive ora il Giappone, con l'incubo di una nube mortale pronta ad avvolgere aree densamente popolate.

Ora nessuno sa più cosa fare, il vaso di Pandora è scoperchiato e nessuno è in grado di prevedere cosa ne uscirà fuori. Il Mondo intero osserva attonito e sorpreso l'ennesimo venire al pettine dei problemi prodotti da uno sviluppo folle e scellerato, disposto a correr rischi per un tornaconto immediato anche a costo di ipotecare il futuro delle generazioni a venire.

Esattamente quello che i nostri vetusti e ciechi governanti attuali continuano a fare. Ed è questa, probabilmente, la prospettiva più terrificante.

 

Rapid Eye Movement

Pubblicando la mia prima playlist incentrata prevalentemente sulla musica pop inglese degli anni '80 mi ero ripromesso di comporne un'altra dedicata alla musica americana dello stesso periodo. Mettendo a fuoco meglio l'idea mi sono in seguito reso conto che il primo tributo, monografico, spettava ad una band che ho nel cuore fin dal primo ascolto.

Oggi parlare dei R.E.M. è relativamente semplice, sono una band affermata, uno dei gruppi storici della scena musicale americana. Nel 1987 qui in Italia non li conosceva quasi nessuno, non giravano nelle radio e non passavano in televisione, ma…

Ma un pomeriggio qualsiasi, mentre guardavo Videomusic, passò il video di "The One I Love". Fu amore al primo ascolto, la sola cosa che pensai fu "devo avere questo disco". Questa percezione netta ed inequivocabile in vita mia l'ho avuta solo due volte, la prima con i R.E.M. la seconda con i Nirvana di "Smells Like Teen Spirit".

La canzone era contenuta nell'LP "Document", acquistato immediatamente. Da quello riandai all'indietro, un disco alla volta, fino al lavoro d'esordio, "Murmur". Poi ho continuato a seguirli per molti anni ancora, più o meno finché mi è durata la voglia di acquistare dischi.

A lungo ho considerato i R.E.M. la mia band preferita, ma solo stasera, riascoltando quelle canzoni, mi sono reso conto di quanto fossero incredibilmente belle, e di quanto mi sia difficile sceglierne solo alcune. Mi aspettavo di complare una playlist di una dozzina di brani, e sono quasi trenta…

Il materiale è in ordine cronologico, si va dalle sonorità ancora acerbe di "Murmur" fino alla metà degli anni '90. Buon ascolto.

http://www.youtube.com/p/5F883C4A26C61AA2?hl=it_IT&fs=1

Musica dal passato

Dopo aver "maledetto" gli anni '80 mi sento ora in dovere di salvare il salvabile. Mentre in Italia si gettavano le basi del regno "arcoriano" di Berlusconi all'estero la musica esplodeva in mille forme e stili, rielaborando il passato ed inventando il futuro.

In quel periodo, o meglio verso la fine, il sottoscritto, per vie traverse, approdava alla scoperta della musica con la "M" maiuscola con un background pressoché virginale. E' una storia abbastanza lunga, e non mi va ora di raccontarla, vi basti sapere che dopo l'acquisto del tanto desiderato impianto stereo e nella fretta di recuperare il tempo perduto acquistai qualcosa come 250 LP in meno di un paio d'anni.

Di tutta quella montagna di vinile e note mi restano nel cuore parecchie decine di canzoni e di artisti, talché stamattina mi son messo di buzzo buono a selezionarne alcuni sfruttando la funzione "Playlist" di youtube. Per stavolta mi sono limitato al pop inglese, ma più in là conto di fare altrettanto col rock americano dello stesso periodo.

Se vi va, ascoltate questi brani, magari ne riconoscerete più d'uno. E se non li riconoscete fatemi sapere che ne pensate. Mi interessa.

http://www.youtube.com/p/522239985D1871A5?hl=it_IT&fs=1

Il luogo delle cose semplici e vere


Dopo il capodanno del 2009 passato in allegra e rumorosa compagnia, e l’anno turbolento che ne è seguito, io e Manu abbiamo deciso di regalarci un momento di tranquillità trasferendoci per qualche giorno a Pianello, in compagnia di parenti e nipoti. Fra queste case antiche dai muri di pietra, con lo scoppiettare della legna nel caminetto, la pioggia che scende su un paesaggio inequivocabilmente invernale, il tempo della vita ricomincia ad avere un minimo di senso.

Questo paesino è la mia pietra di paragone fin dalla fanciullezza, l’unità di misura fissa ed immutabile attraverso la quale interpretare e provare a comprendere la follia della modernità che ci ha pervasi e posseduti tutti. Il luogo delle cose semplici e vere, che abbiamo perso da qualche parte nel corso della vita, o forse solo dimenticato. "Sometimes you wanna go where everybody knows your name" recitava una canzone di qualche anno fa: "a volte hai voglia di andare dove tutti conoscono il tuo nome", quel posto, unico al mondo, per me è qui e non potrebbe essere altrove.

In un paesino così piccolo, non dovendo lavorare, non c’è praticamente nulla da fare al di fuori delle routine quotidiane del mangiare e dormire, così si passa la maggior parte del tempo ad incontrare gente e chiacchierare del più e del meno, di cosa ha fatto Tizio e di cosa è successo a Caio, in una forma di "narrazione" che offre pochi appigli per intervenire a chi viene da fuori.

È anche molto naturale, semplicemente passeggiando, imbattersi in un piccolo cimitero ed affacciarsi all’interno. Quarantacinque anni di vita sono già abbastanza perché in questi luoghi si finisca col ritrovare compagni di gioventù prematuramente scomparsi. E ripensare ad altri momenti, altre stagioni della vita. E realizzare che il tempo passa, ma per accorgersene davvero occorre trovare l’occasione per fermarsi a guardarlo scorrere.

In questi giorni di vacanza sono riuscito a stare un po’ coi miei nipoti, li ho portati a camminare sui sentieri, a pattinare con lo skateboard, abbiamo letto cose insieme e mi sono un po’ "spupazzato" il più piccolo, che ha solo un anno e mezzo. Pensavo, mentre lo facevo, a quarant’anni fa, quando il bambino ero io… ed ai miei zii di allora, che non ci sono più.

Ed oggi nevica. Era da tanto che non vedevo la neve. Forse l’ultima volta è stata proprio qui. Il paesaggio è diventato bianco, ed immagino che fra un po’ anche i miei capelli faranno altrettanto. In sottofondo ascolto Gavin’s Woodpile, di Bruce Cockburn, un cantautore canadese che sto riscoprendo in queste ultime settimane (potete ascoltarla QUI, insieme all’intero album "In The Falling Dark").

Mi sento sospeso, come fuori dal flusso del tempo. Osservo frammenti slegati della mia vita scorrermi davanti agli occhi, e pur senza trovarvi un senso compiuto ne ammiro la coerenza di fondo. C’è un che di straniante, ma al tempo stesso tranquillizzante, in questa mia provvisoria consapevolezza. Un momento raro e prezioso, sospeso tra zen ed introspezione, che prelude al ritorno alle quotidiane battaglie.

Disco Music

At first I was afraid,
I was petrified
Kept thinkin’ I could never live
without you by my side

Ci sono canzoni che restano legate alla nostra vita fin dal primo momento in cui le ascoltiamo, altre di cui scopriamo la profondità solo dopo anni di maturazione umana e personale. Questa in particolare ha subito una sorte ancora diversa, e per poter arrivare a “farla mia” il percorso è stato inusitatamente complesso e tortuoso.

Tutto inizia negli anni ’70, col sottoscritto preadolescente in una società in balìa di tumultuose trasformazioni sociali e culturali. Gli anni del post ’68, del terrorismo, dell’austerity, della televisione di stato. Un calderone caotico ed imprevedibile, soprattutto agli occhi di un ragazzo ancora imberbe e precocemente solitario.

Uno dei fenomeni culturali clamorosi ed inattesi di quel periodo fu il successo del film La febbre del sabato sera, che lanciò la moda delle discoteche e, conseguentemente, segnò l’avvento della “Disco Music”, anticipazione e preparazione al consumismo sfrenato e spensierato degli anni ’80.

La “Disco Music” divenne ben presto la bandiera del divertimento coatto e modaiolo, una filosofia di vita, se tale si può definire, lontana anni luce dalle radici contadine della mia famiglia, dalla mia educazione improntata alla morigeratezza ed alla frugalità e soprattutto dalla mia possibilità di comprenderla. Penso di aver detestato il fenomeno “Disco” con tutte le mie forze finché, col passare degli anni, non assistetti finalmente al suo declino… cui tuttavia seguì l’avvento di forme musicali ancora più mediocri e sciatte.

But then I spent so many nights
Thinkin’ how you did me wrong
And I grew strong, I learned how to get along

Fu molti anni dopo che mi capitò di vedere un bizzarro film australiano: Priscilla la regina del deserto, incentrato sui problemi e le difficoltà di accettazione dell’omosessualità. A metà della pellicola c’è una appassionata performance basata proprio su questo brano.

And so you’re back from outer space
I just walked in to find you here
with that sad look upon your face

Altro decennio, altro film, altra situazione, stessa canzone: In and Out, commedia gay con Kevin Kline. All’interno un’irresistibile sequenza in cui una audiocassetta registrata cerca invano di convincere il protagonista a non ballare. Cos’ha questa canzone, mi sono chiesto allora, per diventare a distanza di tutto questo tempo un’icona gay? Di cosa parla? Cosa racconta?

Inevitabilmente, come molte altre curiosità estemporanee, anche questa era destinata a scontrarsi e soccombere, almeno temporaneamente, al perenne daffare quotidiano ed ai miei mille altri interessi ed occupazioni. Me ne dimenticai, e gli anni continuarono a passare.

I should have changed that stupid lock
I should have made you leave your key
If I’d know for just one second you’d be back to bother me

Poi venne il tempo dei laboratori teatrali, e nel secondo anno di corso la nostra insegnante si mise in testa di farci cantare (non in coro, ovviamente). Cominciò col darci da studiare Vedrai, vedrai, di Luigi Tenco, ed in seguito ci chiese di portare delle altre canzoni, a nostra scelta.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
‘cause you’re not welcome anymore

Fu lì che mi trovai a dover decidere, a dover scegliere, nella mole sterminata di musica alla quale ero affezionato, quel singolo brano che avrebbe potuto/dovuto rappresentarmi al meglio. Vagliai e scartai decine di opzioni: rock, pop, folk, blues, dark, musica tradizionale… di tutto di più. In una lezione successiva cantai L’internazionale (sì, quella!), nella versione di Billy Bragg, in un’altra American Pie, che avevo in testa rifatta dai King’s Singers.

Weren’t you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I’d crumble?
Did you think I’d lay down and die?

Come ultimo esercizio ci fu chiesto di esibirci su una base musicale che ci saremmo dovuti procurarci da soli su internet. Questo restringeva di molto la scelta dei brani, ed in ogni caso quel palcoscenico vuoto con un singolo “occhio di bue” non faceva che rimandarmi l’immagine di “Priscilla”… ma già, di che cosa parlava quella canzone? I will survive, io sopravviverò (???), il tempo di rintracciare il testo in rete e…

Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love I know I’ll stay alive
I’ve got all my life to live
I’ve got all my love to give
And I’ll survive, I will survive, Hey Hey

…la folgorazione! Resto senza parole. Straordinaria a qualsiasi livello di lettura ed analisi.

Sul piano narrativo la canzone interpretata da Gloria Gaynor è il monologo di una persona lasciata al suo partner, riapparso inaspettatamente. Da notare, in questo senso, la perfetta “non assegnazione” di gender consentita dalla lingua inglese: il sesso dei due personaggi non viene mai dichiarato esplicitamente. Già questo potrebbe spiegare le “simpatie” della comunità GLBT, ma c’è sicuramente dell’altro.

It took all the strength I had not to fall apart
Kept trying hard to mend the pieces of my broken heart

Sul piano musicale il brano è suddiviso in due “movimenti” identicamente strutturati: la partenza è lenta, struggente, poi la musica sale, entrano le percussioni, il brano acquista forza e determinazione ed alla fine viaggia come un treno in corsa.

And I spent oh so many nights
just feeling sorry for myself,
I used to cry
but now I hold my head up high

E questo avviene parallelamente al procedere della narrazione. Le prime frasi raccontano il dolore dell’abbandono, la sofferenza, la tristezza. Ma subito dopo c’è il riscatto, la consapevolezza di sé, la scoperta di una forza interiore inattesa, della capacità di reagire.

And you see me
somebody new
I’m not that chained up little person still in love with you

In un crescendo irresistibile il/la protagonista descrive questa trasformazione, e di come la sua visione del mondo sia cambiata. Tolta dagli occhi la nebbia offuscante dell’innamoramento l’altro/a appare drammaticamente ridimensionato/a: una persona insensibile, meschina, vuota.

And so you feel like droppin’ in
And just expect me to be free
Now I’m savin’ all my lovin’
for someone who’s lovin’ me

E quindi l’invito ad andarsene, ad uscire di scena e sparire per sempre, in uno dei ritornelli più potenti ed efficaci probabilmente mai composti.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
‘cause you’re not welcome anymore

Ma non basta. La sfida sale ancora di tono, diventa sarcasmo, ironia tagliente.

Weren’t you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I’d crumble?
Did you think I’d lay down and die?

E si conclude con l’affermazione finale: “io sopravviverò perché sono capace di amare” (corollario: “e di te, che invece sai solo usare gli altri, non so che farmene”). Sicuramente è un approccio molto “femminile” all’esibizione dei propri sentimenti, un’altra chiave di lettura del perché sia diventato un inno gay.

Oh no not I,
I will survive
Oh as long as I know how to love I know I’ll stay alive
I’ve got all my life to live
I’ve got all my love to give
And I’ll survive, I will survive
Hey Hey

Non so voi, ma io la trovo di un’eleganza ed un’efficacia sorprendente. E non posso non invidiare alla lingua inglese l’essenzialità fonetica delle singole parole: in tutta la canzone i concetti viaggiano su monosillabi che copiano perfettamente l’andamento percussivo della base ritmica. I bisillabi si contano sulla punta delle dita, ed i trisillabi sono solo due. In italiano non ci si scriverebbe neppure la prima strofa.

Negli anni questa canzone ha rappresentato, per tutto il mondo anglofono, la possibilità di riscatto dei deboli e degli umili di fronte alle angherie della vita. C’è un terzo film in cui compare “Le riserve“, cantata in coro da una squadra di football americano (sport maschile per eccellenza) composta interamente di giocatori di seconda scelta e finiti imprevedibilmente a giocarsi il tutto per tutto contro un team di professionisti. La cantano la sera prima della finale, quasi per gioco, per farsi coraggio a vicenda.

A questo punto non posso non concludere con una traduzione completa. Letta tutta insieme sembra davvero un monologo teatrale. Chissà che prima o poi non mi salti in mente di proporla in forma di prosa davanti ad un vero pubblico.

Io sopravviverò

All’inizio ero spaventa, pietrificata
Pensavo di non poter vivere senza averti accanto
Ma poi ho passato così tante notti
Pensando a quanto male mi avevi fatto
E sono diventata forte
Ho imparato ad andare avanti

E così sei tornato, piovuto giù dal cielo
Sono rientrata a casa e ti trovo qui
con quell’espressione triste in faccia
Avrei dovuto cambiare la serratura,
o farmi ridare la chiave
Se solo per un istante avessi immaginato
che saresti tornato ad infastidirmi

Va’ via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant’è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.

Ho dovuto far appello a tutta la forza che avevo
per non buttarmi giù
È stata dura tenere insieme i brandelli
del mio cuore a pezzi
Ed ho passato così tante notti a sentirmi triste
Ero solita piangere
Ma ora cammino a testa alta

E ora guardami
Sono un’altra
Non più quella piccola prigioniera
Ancora innamorata di te
E così ti senti di passare a trovarmi
E ti aspetti che io sia libera
Invece sto mettendo da parte tutto il mio amore
Per qualcuno che mi ami davvero

Va’ via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant’è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.

Ah, alla fine l’ho cantata davvero, con tanto di base musicale, di fronte agli altri studenti del corso di teatro. E l’effetto di spiazzamento che volevo ottenere c’è stato tutto. Una delle ragazze è perfino salita sul palco a ballare. Un altro partecipante al corso, che all’epoca mi conosceva poco, mi ha confessato anni dopo di essersi preoccupato che fossi gay. E per la povera insegnante, partire da Luigi Tenco ed arrivare a Gloria Gaynor… la distanza non le sarà potuta sembrare maggiore!

Per Eva

And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I’m yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I’m not afraid to die.


“E il giudizio divino mi attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire”

Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l’eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c’è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima ‘morte annunciata’. La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L’indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

“La strada è di chi se la prende” recita la delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d’acciaio pesanti tonnellate, lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le ‘tribù’ del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un’azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: ‘Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?’

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, “an eye for an eye and a tooth for a tooth”, “occhio per occhio, dente per dente”, l’antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.

Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle ‘leggi di mercato’.

Ed allora la rabbia diventa lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest’assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d’oro, del ‘feticcio nerolucido’, e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.