Musica

Nelle scorse settimane una fortunata serie di coincidenze mi ha portato a riflettere sulla musica, sul suo rapporto con la società contemporanea e su quanto sia mutato questo rapporto nel corso del mio arco vitale, un abbondante mezzo secolo nel corso del quale innovazioni stilistiche e tecnologiche hanno più volte modificato modalità e funzioni sociali legate alla fruizione musicale.

La prima di queste ‘coincidenze’ riguarda la messa in onda della serie televisiva Vinyl, centrata sulla scena musicale newyorkese degli anni ’70. Tra le cifre stilistiche della fiction c’è la ricostruzione filologica (tra i produttori figura Mick Jagger) dei live-set degli artisti dell’epoca, all’interno dei quali i protagonisti si trovano ad interagire.

La seconda ‘coincidenza’ riguarda l’oscar a Ennio Morricone per le musiche del film “The Hateful Eight” di Tarantino. Credo che anche qui sia il caso di lasciarsi andare alla musica ed alle immagini, prima di proseguire.

Due universi musicali lontanissimi, indubbiamente, ma con un unico filo conduttore: l’attenzione. La partitura di Morricone muove da una sequenza di poche note per costruire un panorama musicale inquietante e perennemente mutevole. L’ascoltatore è obbligato all’attenzione perché non ha modo di intuire come la musica potrà svilupparsi.

E questo ci riporta (almeno chi ha potuto vivere quel periodo) agli anni dai ’60 alla fine degli ’80. Anni che videro la progressiva diffusione degli strumenti di riproduzione musicale (i dischi in vinile, le audiocassette, quindi i Compact Disk) e l’ascesa di un mercato musicale completamente nuovo.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto limitato alle esecuzioni dal vivo. Solo nella prima metà del ventesimo secolo l’invenzione della radio cominciò a portare la musica nelle case, ma la scelta dei brani da proporre (ed ascoltare) spettava ancora ai disk jockey. Si dovette attendere il secondo dopoguerra, quando il boom economico portò nelle case i giradischi, per la nascita del commercio di musica nella forma in cui lo intendiamo attualmente.

Credo di aver vissuto, nella mia esperienza personale, l’intero ventesimo secolo compresso nell’arco di pochi decenni. Da ragazzo in casa dei miei nessuno sentiva la necessità di ascoltare musica. Per poco meno di vent’anni mi limitai ad una fruizione passiva, principalmente attraverso la televisione. Degli anni ’70 ricordo più che altro l’avvento della disco music e “La Febbre del Sabato Sera”, che ritenni da subito troppo edonistica per potermi entusiasmare.

Nei primi anni ’80 l’avvento delle televisioni private portò finalmente in casa un po’ di musica ‘straniera’, ma l’effetto collaterale fu quello di una baraonda caotica. Mancando di cultura musicale non ero in grado di strutturare una qualsiasi comprensione di quello che andavo ascoltando, oltre ad una comprensione viscerale ed istintiva. Si aggiunga che la qualità dei suoni emessi dall’apparecchio televisivo non era minimamente decente.

D’inverno c’erano le chiacchiere, a scuola, dei tifosi dell’una o dell’altra band, gli appassionati dei Led Zeppelin vs. quelli dei Deep Purple vs. quelli dei Jethro Tull. D’estate c’erano le serate passate a suonare (io solo ad ascoltare) nei garages. C’erano Dire Straits e Pink Floyd e Francesco Guccini che giravano sulle autoradio.

A metà degli anni ’80 mi regalarono un Sony Walkman in grado di restituire una minima fedeltà a quello che arrivava alle mie orecchie. Cominciai a spazzolare dalle librerie Remainders, che si occupavano di commercializzare materiale invenduto (avanzi di editori falliti, o pubblicazioni ‘da edicola’ tornate indietro), a prezzi stracciati, i fascicoli della collana Rock – Storia e Musica, corredati di audiocassette tematiche suddivise per autori.

La collana non proponeva dischi completi, ma una sorta di ‘the best of’ di ogni autore/gruppo, con i brani più significativi (almeno secondo il compilatore). Ricordo ancora la stanza semibuia con un enorme cesto traboccante di fascicoli. Dalla prima spedizione tornai a casa con tre cassette corredate dei relativi pamphlettini: Jimi Hendrix, Bob Dylan e Bruce Springsteen, scelti in virtù di non so quale esatto criterio (la scelta non era comunque vastissima). Quello fu il primo passo: pur non capendo un’acca dei testi, all’ascolto la distanza con la musica ‘commerciale’ risultava siderale.

Credo di aver consumato il nastro di Springsteen durante il servizio militare. ‘Thunder Road’ e ‘Jungleland’ mi facevano compagnia nelle agrodolci serate tra commilitoni in libera uscita in quel di Portogruaro. Fu lì che conobbi Andrea, un ragazzo di Milano dalla sconfinata passione per la musica, che mi aiutò ad organizzare il caos.

La musica divenne quindi un progredire di stili, artisti, filosofie e correnti musicali, e parole come Jazz, Folk, Hard-Rock, Blues, New-Age, Pop, Punk, Progressive, iniziarono ad avere un senso ed una collocazione. Dopo il ritorno a casa non passò molto tempo perché, coi primi guadagni, mi decidessi ad acquistare un impianto stereo.

Avevo abissi di ignoranza da colmare. Iniziai a leggere riviste musicali (“Il Buscadero” e “Il Mucchio Selvaggio” in testa) e a comprare dischi uno dopo l’altro. Una media di un centinaio di dischi all’anno… due a settimana. Per aver modo di ascoltarli dappertutto li copiavo immediatamente su nastro, così da avere con me almeno i più recenti.

Andai avanti così per almeno tre anni, poi qualcosa si incrinò. Vissi il passaggio dal vinile al Compact Disc come una bieca speculazione commerciale: la stessa musica a prezzo doppio su un supporto meno costoso, solo per avere il suono digitale privo di difetti. Non compravo CD perché sovraprezzati, ed al tempo stesso non compravo più vinili perché pensavo che a breve sarebbero spariti dal mercato.

Ma, più che altro, ormai da un po’ i nuovi acquisti non mi raccontavano nulla di nuovo. Avevo saccheggiato in breve tempo due o tre decenni di evoluzione musicale (considerati, a posteriori, i più ricchi di creatività), non potevo aspettarmi miracoli. Continuai a seguire gli artisti cui ero più affezionato. L’unico vero sconvolgimento degli anni ’90 furono, per me, i Nirvana di Nevermind e i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magic (peraltro dischi entrambi usciti nel ’91).

Più in là aggiunsi anch’io un lettore CD all’impianto stereo, e nel corso degli anni di CD ne acquistai diversi, recuperando un po’ di cose trascurate ed autori minori. Ma la vita adulta, il cambiamento di lavoro ed abitudini, oltre alla vita di coppia, mi lasciavano molto meno tempo ed attenzione di prima per l’ascolto musicale.

Fa un po’ tenerezza confrontare il mondo musicale nel quale sono cresciuto con quello che è attualmente l’offerta musicale. La diffusione di internet ha portato nelle case quello che non era immaginabile neppure nei miei più folli sogni di adolescente. Praticamente qualsiasi album di qualunque artista è ormai alla distanza di pochi ‘click’, ed è possibile ascoltare musica in qualità digitale praticamente gratis.

Quello che manca, tuttavia, è proprio l’attenzione. Grazie ai “Walkman” prima ed ai lettori mp3 poi (ed infine direttamente agli smartphone), la musica pervade ormai ogni momento della nostra vita. In questa trasformazione ha perso però ciò che più gli dava valore, l’attenzione dell’ascoltatore. Priva della necessità di attenzione l’offerta musicale si è appiattita su soluzioni progettate a tavolino, tanto scintillanti e rifinite quanto piatte ad un ascolto attento.

Per questo l’opera di Morricone, perfettamente a cavallo tra tradizione classica e contemporaneità, spicca tanto drammaticamente. E ci riporta indietro a tempi lontani, in cui la musica aveva un valore. Bisognava recarsi in un negozio ad acquistarla, scegliendo con attenzione. Poi il disco, di cui non sapevi nulla tranne forse un brano ascoltato di sfuggita, veniva estratto e posato con cura sul piatto, la puntina scendeva frusciando leggermente ed il ‘viaggio’ iniziava.

C’era, all’epoca, questa idea che la musica potesse insegnarci qualcosa. I suoni possedevano un’aura magica e misteriosa, non essendo ancora stati cucinati e ripassati infinite volte in infinite canzonette mediocri e commerciali. I cantanti, i musicisti, erano più simili ad antichi depositari di culti esoterici, sacerdoti officianti di ritualità pagane, capaci di evocare sensazioni dai più reconditi anfratti della psiche.

Cosa sia rimasto di quel mondo di grandezze ed eccessi è difficile dirlo. Giovani vite immolate sull’altare di uno star system distruttivo ed autodistruttivo, riti sacrificali basati sull’assunzione massiccia di droghe ed alcool in cerca di verità negate ai comuni mortali. Resta la musica registrata, a testimonianza di mondi culturali e musicali ormai perduti. Che tuttavia il mutare del contesto e della cultura musicale, la fruizione massificata e sciatta, rendono negli anni via via più incomprensibile.

Che fare?

E’ una domanda che in tempi di crisi si rivolgono tutti: “che fare?”. Tipicamente ci si schiera con le posizioni più “in voga” del dibattito politico del momento. Un tempo ci si divideva tra filocomunisti e filocapitalisti, oggi che gli estremismi non vanno più di moda si prendono le parti dei “socialdemocratici” o dei “liberisti”, vuote formule atte solo a nascondere un vuoto di idee.

Le parti, dicevo, come se l’agone politico fosse riducibile ad una contesa di natura sportiva in cui tifare, per partito preso o per simpatia, l’uno o l’altro dei contendenti. Sfugge, ai più, la reale natura del contendere. Sfuggono i termini esatti della congiuntura internazionale dal momento che, in un’epoca di “vacche grasse” come quella durata ininterrottamente per almeno l’ultimo mezzo secolo, l’interesse e l’attenzione di tutti è stata scientemente dirottata sul consumo allegro e sfrenato.

Questa è la preoccupazione dell’uomo contemporaneo: cosa mi regalerò, cosa potrei comprarmi, quale nuovo vestito, quale nuova automobile, quale nuovo elettrodomestico, quale nuovo oggetto (materiale o meno) potrà meglio nascondere la mia assenza di identità e dirottare su di sé l’attenzione degli altri. Il consumo compulsivo sostituisce la definizione identitaria e diventa oggetto primo, se non unico, di interesse: prima, se non unica, ossessione condivisa.

“Se tornassero i vecchi di una volta!”… l’idea emerge di frequente nei discorsi tra mia madre ed i suoi coetanei. Persone anziane, che hanno visto cambiare completamente il mondo sotto i propri occhi ma non hanno perso la memoria di com’era “prima”. Noialtri, invece, i “baby -boomers” nati negli anni ’60 e ancor più le generazioni successive, di quel “prima” abbiamo colto solo i fantasmi in via di dissoluzione.

Com’era il “prima” non lo sappiamo più. Non solo, non abbiamo nessuna intenzione di scoprirlo, è un rimosso, un tabù collettivo. L’industria dell’intrattenimento e dello spettacolo è in questo perfettamente rappresentativa, collaborando attivamente alla riscrittura del passato: ammodernando, patinando, ammorbidendo, sfumando, raccontandoci le storie che siamo disposti ad ascoltare, quelle di cui abbiamo bisogno per addormentarci.

Di fatto viviamo in un mondo totalmente immaginario, una grande allucinazione collettiva, un “Truman show” diffuso su scala globale che va in scena tutti i giorni ed i cui protagonisti siamo noi, senza altri spettatori all’esterno. Ma quanto può durare ancora? Quanta autonomia resta a questa colossale truffa?

Che il “motore della crescita” stia rallentando è evidente già da un po’. La macchina è ben oliata ma il carburante comincia a scarseggiare, sia in termini energetici, sia delle innumerevoli materie prime di cui questo mostro si nutre. Materie prime non riciclabili di cui la nostra insipienza ritiene di non poter fare a meno.

Cambiare rotta è possibile, sempre, in qualunque momento, ma sul piano individuale si può fare ben poco. Al livello collettivo bisognerebbe cominciare almeno a ripensare quanto si è fatto fin qui, a valutare onestamente e con serenità gli scenari che ci si parano davanti, ad archiviare gli errori commessi in passato, farne tesoro ed intraprendere azioni correttive. Ma per questo occorre volontà.

Purtroppo, l’unica volontà che fin qui è stata premiata è quella delle persone che ci hanno condotto all’impasse attuale. Persone che siedono nei consigli di amministrazione delle ricche società d’affari e nei posti di potere. Persone che quotidianamente continuano a perseguire il mito della crescita indefinita ed il pensiero unico del consumismo. Persone il cui unico fine è la perpetuazione di sé e del mondo a cui hanno dato vita, anche a costo di negare l’evidenza.

Persone che instancabilmente nutrono la nostra ignavia, la nostra pigrizia mentale, il nostro vuoto, che offuscano con lustrini e paillette i nostri pensieri e le nostre aspirazioni, che tessono incessantemente la rete di menzogne che ci tiene imprigionati. Persone anziane, spesso, prigioniere esse stesse della realtà fittizia che le ha amorevolmente coccolate e nutrite.

Che fare, dunque?

Non molto, temo. Abitudini consolidate, o dovrei dire incancrenite, su un arco temporale di decenni, non cambiano spontaneamente. Realtà enormemente complesse e globalmente interconnesse non si trasformano spontaneamente nel proprio opposto: al più cercano di modificarsi il meno possibile, finché non sopravviene il collasso.

Ora quel collasso è davanti ai nostri occhi, non a decenni o a generazioni di distanza: quel collasso è dietro l’angolo. Non apparterrà alle generazioni future, sarà la nostra a doverci fare i conti. E il massimo che potremo riuscire a fare sarà provare a tirare il freno quando verrà il momento, e farlo con tutta la forza che abbiamo.

Si tratterà di ripensare un mondo intero, archiviare le abitudini di decenni, recuperare modalità relazionali dimenticate ed elaborarne di nuove, ridisegnare il territorio e le città, cominciando dai trasporti, investire sulle risorse sostenibili e dare un taglio drastico ai consumi. Cambiare la propria alimentazione, le proprie abitudini, i propri interessi, stravolgere il proprio stile di vita. Arginare l’umano egoismo per restituire al pianeta almeno una parte di quello che gli abbiamo rubato e distrutto.

Vorrei sperare che sapremo esserne capaci, ma la ragione mi induce al pessimismo.

P.s.: questa canzone di Billy Bragg mi gira in testa da un quarto di secolo ormai. Era già allora tutto evidente, ma nessuno ha mosso un dito, e chi ci ha provato ha fallito…

THE BUSY GIRL BUYS BEAUTY

The busy girl buys beauty
The pretty girl buys style
And the simple girl buys
What she’s told to buy
And sees her world
Through the brightly lit eyes
Of the glossy romance of fashion
Where she can learn…
Top tips for the gas cook
Successful secrets of a sexual kind
The daily drill for beautiful hair
And the truth about pain

What was Anna Ford wearing?
What did Angela Rippon say?
What will you do
When you wake up one morning
To find that God’s made you plain
In a beautiful person’s world?
And all those quick recipes
Have let you down
And you’re 20 and half and not yet engaged
Will you go look for the boy who says
I love you let’s get married and have kids?

The busy girl buys beauty
The pretty girl buys style
And the simple girl buys
What she’s told to buy
Through the brightly lit eyes
Of the glossy romance of fashion
Where she can learn…
Top tips for the gas cook
Successful secrets of a sexual kind
The daily drill for beautiful hair
In a mail order paradise…

Anche se voi vi sentite assolti

Oggi pomeriggio è morta una ragazza di 22 anni, in bicicletta. Stava attraversando un semaforo col verde quando una Smart, arrivando a forte velocità ed ignorando il rosso, l’ha uccisa sul colpo. Un incidente? No.

Un incidente è, per definizione, qualcosa di imprevedibile. Qui l’unica cosa imprevedibile è il “chi”, il “dove”, il “quando”, ma di certo non il numero di morti, che di anno in anno continua a salire. Quello che non si sa è se la prossima volta toccherà a me, a te che leggi, a qualcuno che conosciamo o a qualche sconosciuto, se sarà nella mia o nella tua città, o da qualche altra parte, se sarà domani o dopodomani.

Quello che si sa per certo è che nel Far-West delle strade italiane, parafrasando Sergio Leone, “Quando un uomo con l’automobile impatta un uomo con la bicicletta, l’uomo con la bicicletta è un uomo morto”. Quello che si sa per certo è che alla fine dell’anno più di mille persone in Italia, ciclisti e pedoni, avranno perso la vita perché qualcuno aveva troppa fretta, era in ritardo, non li ha visti, si è distratto, parlava al cellulare, era stanco…

Questo è quanto riferisce l’ASAPS. “Sul totale di vittime della strada il 50% sono pedoni e ciclisti: a Roma muore un ciclista a settimana. la percentuale di decessi per un passante coinvolto in un incidente raggiunge quasi il doppio rispetto alla media italiana: il 28% rispetto al 15%”.

Sono morti già decisi, già accettati, metabolizzati, vittime sacrificali di un modello di mobilità delirante come non si era mai visto prima nella storia dell’umanità. Fremiamo di sdegno per la crudeltà dei sacrifici umani degli Aztechi, ma siamo incapaci di vedere le nostre vittime, sacrificate sull’altare della divinità automobile. Morti talmente prevedibili che qualcuno ci ha fatto un contatore, e potete star sicuri che sbaglierà solo di poche unità.

Chiedo perciò a tutti quelli/e che leggeranno questo mio post un rapido esame di coscienza, perché ad una situazione del genere non si arriva senza l’accettazione passiva, la connivenza, la complicità di un’intera popolazione. Chiedo, a tutti quelli che leggeranno, cosa abbiano mai fatto per ribellarsi a questo stillicidio di vittime inermi, se mai abbiano provato a reagire in un qualsiasi modo, a ribellarsi a questa strage, o si siano sempre limitati a girarsi dall’altra parte, a scuotere la testa, a distogliere lo sguardo. Perché in quest’ultimo caso prenderò a prestito le parole di un grande poeta dei nostri tempi per dire “anche se voi vi sentite assolti, siete lo stesso coinvolti”.

 

Qualcosa si sta agitando, da un mese a questa parte, per risvegliare questo paese vecchio e abulico dal letargo pluridecennale in cui versa. Ci trovate su Facebook nel gruppo “Salviamo i ciclisti”. Aderire non vi costa nulla… non vi laverà la coscienza ma almeno una briciola di sforzo potrete dire di averlo fatto.

Angoscia radioattiva

Torno a parlare del disastro nucleare di Fukushima perché lo sto vivendo con l'angoscia di chi è in grado di inquadrare i termini tecnici del problema e nonostante tutto subisce le ambiguità ed i silenzi dell'informazione.

Da ormai due giorni seguo pressoché in diretta, grazie ai liveblogging de Il Post ed ai commenti che rimbalzano in rete, l'evoluzione della situazione, che diventa più drammatica di ora in ora.

E' questo uno degli aspetti inattesi della globalizzazione, una tragedia che si svolge dall'altra parte del pianeta ci opprime in tempo reale, possiamo seguirne tutti gli sviluppi con un livello di dettaglio prima impensabile.

Le immagini della devastazione si abbattono su di noi come uno tsunami culturale, distruggendo gioia e buonumore. Eppure è impossibile mantenere il distacco, pensare di esserne lontani, illuderci che questi fatti riguardino altri.

Da sempre abbiamo vissuto le tragedie di popoli anche confinanti attraverso i filtri imposti dai governi ai canali informativi, ora, invece, è un po' come essere lì, assieme al popolo giapponese. La rete ci porta in tempo reale foto, video, racconti.

Il Giappone fa ormai parte dell'esperienza di vita di chiunque si nato dagli anni '60 in poi, di tutti quelli cresciuti con i cartoni animati giapponesi come primissima scuola di vita. Nessun'altra cultura è riuscita a rappresentare con tanta forza i valori dell'onore, della lealtà, dello spirito di sacrificio.

Sgomenta quante affinità vi siano tra quelle riletture in chiave mitico/tecnologica e l'attuale tragica realtà dei fatti. In Godzilla un dinosauro risvegliato ed ingigantito dagli esperimenti nucleari giunge dall'oceano (oggi lo tsunami) ed arriva a devastare i villaggi costieri. Nei cartoni di Jeeg Robot d'Acciaio creature dormienti provenienti dal sottosuolo (oggi terremoti e radionuclidi) distruggono le città giapponesi.

L'illustratore Makkox è riuscito con una straordinaria capacità di sintesi a racchiudere tutto questo in un'unica tavola, in cui il mostro che attacca e distrugge le città è alimentato dalla nostra fame di comodità, tecnologie e modernità.

E il pensiero corre di nuovo al passato, a quel referendum che più di vent'anni fa ha fermato le installazioni nucleari in Italia. Non ci fosse stato potremmo aver avuto una centrale nucleare vicino L'Aquila, nei giorni del terremoto, ed esserci trovati noi nella situazione che vive ora il Giappone, con l'incubo di una nube mortale pronta ad avvolgere aree densamente popolate.

Ora nessuno sa più cosa fare, il vaso di Pandora è scoperchiato e nessuno è in grado di prevedere cosa ne uscirà fuori. Il Mondo intero osserva attonito e sorpreso l'ennesimo venire al pettine dei problemi prodotti da uno sviluppo folle e scellerato, disposto a correr rischi per un tornaconto immediato anche a costo di ipotecare il futuro delle generazioni a venire.

Esattamente quello che i nostri vetusti e ciechi governanti attuali continuano a fare. Ed è questa, probabilmente, la prospettiva più terrificante.

 

Rapid Eye Movement

Pubblicando la mia prima playlist incentrata prevalentemente sulla musica pop inglese degli anni '80 mi ero ripromesso di comporne un'altra dedicata alla musica americana dello stesso periodo. Mettendo a fuoco meglio l'idea mi sono in seguito reso conto che il primo tributo, monografico, spettava ad una band che ho nel cuore fin dal primo ascolto.

Oggi parlare dei R.E.M. è relativamente semplice, sono una band affermata, uno dei gruppi storici della scena musicale americana. Nel 1987 qui in Italia non li conosceva quasi nessuno, non giravano nelle radio e non passavano in televisione, ma…

Ma un pomeriggio qualsiasi, mentre guardavo Videomusic, passò il video di "The One I Love". Fu amore al primo ascolto, la sola cosa che pensai fu "devo avere questo disco". Questa percezione netta ed inequivocabile in vita mia l'ho avuta solo due volte, la prima con i R.E.M. la seconda con i Nirvana di "Smells Like Teen Spirit".

La canzone era contenuta nell'LP "Document", acquistato immediatamente. Da quello riandai all'indietro, un disco alla volta, fino al lavoro d'esordio, "Murmur". Poi ho continuato a seguirli per molti anni ancora, più o meno finché mi è durata la voglia di acquistare dischi.

A lungo ho considerato i R.E.M. la mia band preferita, ma solo stasera, riascoltando quelle canzoni, mi sono reso conto di quanto fossero incredibilmente belle, e di quanto mi sia difficile sceglierne solo alcune. Mi aspettavo di complare una playlist di una dozzina di brani, e sono quasi trenta…

Il materiale è in ordine cronologico, si va dalle sonorità ancora acerbe di "Murmur" fino alla metà degli anni '90. Buon ascolto.

http://www.youtube.com/p/5F883C4A26C61AA2?hl=it_IT&fs=1

Musica dal passato

Dopo aver "maledetto" gli anni '80 mi sento ora in dovere di salvare il salvabile. Mentre in Italia si gettavano le basi del regno "arcoriano" di Berlusconi all'estero la musica esplodeva in mille forme e stili, rielaborando il passato ed inventando il futuro.

In quel periodo, o meglio verso la fine, il sottoscritto, per vie traverse, approdava alla scoperta della musica con la "M" maiuscola con un background pressoché virginale. E' una storia abbastanza lunga, e non mi va ora di raccontarla, vi basti sapere che dopo l'acquisto del tanto desiderato impianto stereo e nella fretta di recuperare il tempo perduto acquistai qualcosa come 250 LP in meno di un paio d'anni.

Di tutta quella montagna di vinile e note mi restano nel cuore parecchie decine di canzoni e di artisti, talché stamattina mi son messo di buzzo buono a selezionarne alcuni sfruttando la funzione "Playlist" di youtube. Per stavolta mi sono limitato al pop inglese, ma più in là conto di fare altrettanto col rock americano dello stesso periodo.

Se vi va, ascoltate questi brani, magari ne riconoscerete più d'uno. E se non li riconoscete fatemi sapere che ne pensate. Mi interessa.

http://www.youtube.com/p/522239985D1871A5?hl=it_IT&fs=1