Rimozione collettiva

Soylent Green (in Italia “2022 – i sopravissuti”), film di fantascienza del 1973, descrive un mondo dove le problematiche della sovrappopolazione e dell’esaurimento delle risorse hanno raggiunto il punto di non ritorno. L’unica fonte di cibo ancora disponibile per tutte le fasce di popolazione è per l’appunto il ‘Soylent Green’, una mattonella proteica distribuita dalla multinazionale Soylent su scala globale di cui sono coperti da segreto industriale ingredienti e modalità produttive.

Al termine di una lunga e rocambolesca indagine il protagonista ‘detective’ Thorne (interpretato da Charlton Heston) scopre l’orribile verità: il pianeta è ormai troppo devastato dall’inquinamento e dal cambiamento climatico per poter ancora produrre cibo, le terre emerse sono cementificate o aride, gli oceani sono morti ed il ‘Soylent Green’ viene prodotto riciclando cadaveri umani.

A fronte di questo scenario già estremamente pessimista la cosa che mi gelò, letteralmente, fu la scena finale. Il protagonista, ferito a morte, riesce a trasmettere alle persone che lo circondano l’agghiacciante rivelazione, pronunciando poi queste ultime parole: “Dovete fermarli prima che sia troppo tardi!”

Trovai questa conclusione terrorizzante. Per lo spettatore è evidente che, nella situazione descritta dal film, è già ‘troppo tardi’. Tuttavia il protagonista, che pure ha vissuto l’intera esperienza sulla propria pelle, in punto di morte non se ne rende conto.

Si può guardare un film ‘catastrofista’ senza eccessivo coinvolgimento, razionalizzando il fatto che è in fondo solo fiction. Ma il rendersi conto che esistono realmente le condizioni perché quel finale si concretizzi, nel breve o lungo termine, è sicuramente più inquietante. Il punto è che la mente umana rifugge l’idea di una catastrofe definitiva, e tanto basta a frenare ed impedire le azioni atte a contrastarla.

Questa sensazione di sottovalutazione della catastrofe mi afferra ogni volta che, come in un lentissimo Tetris all’interno della mia testa, qualche pezzo di realtà cade al suo posto e miracolosamente si incastra con gli altri a formare una spiegazione di senso compiuto. La cosa che ho realizzato più di recente è che quello che per alcuni può definirsi un fallimento, osservato da una prospettiva diametralmente opposta è percepito come un successo.

È ovvio, lo so, lapalissiano, ma provate ad applicare questo ragionamento alla situazione della mobilità urbana a Roma ed in Italia. Abbiamo un traffico fuori controllo, un numero di automobili pro-capite spropositato rispetto a qualsiasi altro paese di caratteristiche comparabili, un computo di morti e feriti per incidentalità stradale ed inquinamento abnorme e tutt’ora in crescita, condito da degrado delle aree urbane, malattie degenerative da sedentarietà… cosa ci si può mai trovare di buono?

Ed è proprio questo il punto: se guardiamo solo agli aspetti negativi non è comprensibile come questa situazione si sia venuta a creare, ancor meno come possa perdurare, ed appare folle che possa addirittura aggravarsi. Ecco la catastrofe in cui siamo immersi, il guaio è che riteniamo esista necessariamente una via di salvezza, perfino che sia a portata di mano, o che al più debba essere agevolata, non certo forzata e tantomeno conquistata.

Al contrario, da una prospettiva diametralmente opposta questo cumulo di morti e feriti da trauma, di asmatici, di malati di cancro, obesità, diabete, ipertensione, viene percepito come un ‘successo planetario’ per chi fa della vendita di automobili il proprio mestiere e ne ricava sostanziosi dividendi. O per chi costruisce pezzi di città in mezzo al nulla i cui futuri abitanti saranno schiavi dell’automobile per ogni minima necessità.

I grafici delle vendite parlano una lingua molto semplice, rudimentale. Non conservano traccia degli orrori, delle sofferenze, del degrado, dell’abbrutimento che l’eccesso di automobili ha prodotto nelle nostre città. Il contante è sempre immediatamente tangibile, i problemi che ne derivano sono lontani, dispersi nascosti, negabili.

Come negabile, anche solo per necessità esistenziale, è il fatto che l’inferno che ci circonda ce lo costruiamo addosso da soli, un pezzetto ogni giorno, mentre ci illudiamo che prima o poi, spontaneamente, si dissolverà.

Annunci

Il trionfo della morte – 7

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Parte settima: ambientalisti vs. zombie

La paura, come emozione, ha da sempre un posto di spicco nell’immaginario popolare, declinandosi diversamente da generazione a generazione. Nel lontano passato si aveva paura dei mostri mitologici: ciclopi e arpie nella cultura classica, Troll in quelle nordiche, diavoli, streghe, mostri marini ed altro ancora, ognuno legato ad un diverso aspetto dell’esperienza comune, ad una diversa paura da razionalizzare ed esorcizzare.

In tempi più recenti possiamo menzionare il successo, da metà ottocento fino a tutta la prima metà del secolo scorso, della ‘creatura del dr. Frankenstein’, proiezione della paura nei confronti delle scoperte scientifiche e del desiderio umano di travalicare i propri limiti senza valutare le conseguenze. L’erdità delle paure ottocentesche consiste in larga parte di orrori soprannaturali che hanno a che vedere col ritorno dall’aldilà: non-morti, vampiri, mummie egizie o, come nel caso della creatura del dr. Frankenstein, un essere composto di parti di cadavere riportato in vita grazie all’elettricità.

Gli zombi sono un prodotto culturale ancora più recente. Nati dalle leggende haitiane come corpi resuscitati e resi schiavi dagli stregoni locali, evolvono rapidamente in una minaccia di tipo globale grazie al regista George Romero, che nel film “La notte dei morti viventi”, del 1968, apporta dei radicali cambiamenti al mito caraibico: le creature sono cannibali e la causa della trasformazione non è tanto la morte in sé quanto un misterioso e non meglio precisato ‘contagio’ che si trasmette venendo morsi da zombi.

A differenza del vampiro, dell’uomo lupo, della mummia, che sono predatori solitari, la caratteristica degli zombi è quella di muoversi in gruppo e di poter trasformare in zombi praticamente chiunque. La situazione tipo consta di pochi superstiti che cercano di sfuggire alla caccia di decine di creature antropofaghe, semidementi, insensibili al dolore ed ai danni fisici e per questo difficili da abbattere.

Il film di Romero non ha un seguito immediato, passeranno dieci anni prima che lo stesso regista riproponga sullo schermo il tema dell’apocalisse zombi vestendo, nel 1978, la confezione horror di satira sociale e di costume. Nel seguito “Dawn of the Dead” (in italiano semplicemente “Zombi”), la scena si sposta in un centro commerciale ed i superstiti devono guadagnare la salvezza combattendo tra espositori e scaffali.

L’immagine degli zombi abbrutiti che vagano nei reparti e sulle scale mobili come memori della propria vita precedente rimanda immediatamente alle ideologie consumiste, alla spersonalizzazione indotta dai ‘non luoghi’ del commercio massificato ed all’omologazione delle merci (e degli spazi) fabbricati in serie.

È interessante notare come siano evolute, nel corso degli anni, le paure collettive e le loro rappresentazioni mediatiche. La creatura del dr. Frankenstein giace abbandonata nel dimenticatoio, rispolverata di rado in qualche rilettura rigorosamente in chiave ottocentesca. Vampiri e lupi mannari si sono trasferiti nelle narrazioni adolescenziali (‘young adult’) umanizzandosi e perdendo le caratterizzazioni più terrificanti.

Solo gli zombi hanno conosciuto di recente un successo tale da dar vita ad innumerevoli film e serializzazioni televisive che ne hanno preservato ed accentuato la natura orrorifica, raggiungendo una tale penetrazione nell’immaginario collettivo da far sì che anche l’esercito USA finisse con l’utilizzare la minaccia di una ‘Zombie Apocalypse’ come tema di esercitazione per i propri cadetti.

C’è, insomma, in quest’idea del ‘morire da vivi’ una delle paure profonde dell’umanità contemporanea, come la percezione che la modernità ci stia progressivamente privando di porzioni importanti dell’esperienza vitale, fino a ridurci a burattini massificati capaci solo di ‘produrre e consumare’. Un’umanità che spende il proprio tempo libero a muoversi tra le vetrine di un centro commerciale, desiderando oggetti, respirando aria condizionata, dipendente dall’automobile per spostarsi da un luogo all’altro.

Un’umanità che ha ormai solo un lontano ricordo della vita reale, della fatica fisica, del dolore, del correre a perdifiato, delle emozioni, della vita.

Cacciatore (raccoglitore) fuori tempo

All’ingresso di casa ho una stampa di questa foto. La didascalia riporta il nome dell’autore, Edward S. Curtis, il titolo, “At the water’s edge”, e la data, ca. 1900. Vidi questo poster tra i faldoni di una libreria, e l’immagine mi ossessionò a tal punto che acquistai la stampa, la portai a far incorniciare e la misi nel punto più simbolico della casa. Ora chi vi entra non può fare a meno di osservare questa finestra sul passato. Una sorta di biglietto da visita.

Il termine “ossessionare” non è scelto a caso. Ci sono delle persone in questa fotografia che guardano verso di me. Persone in lontananza, una lontananza incolmabile. Non solo lo specchio d’acqua che ci separa, ma una barriera formata dal tempo trascorso, da culture totalmente diverse, da un modo di vivere lontanissimo, incomprensibile ed ormai scomparso. In ultima istanza, dal confine invalicabile tra la vita e la morte.

La sensazione che mi da questa immagine è quella di essere osservato da persone che stanno oltre ogni possibilità di stabilire un contatto, nonostante il mio desiderio di varcare quella soglia immaginaria e trovarmi lì, sulla riva del fiume, per comprendere chi io sia, e chi io non sia. Fra le molte immagini che potessi scegliere, la mia scelta è caduta su questa. A lungo non ho saputo spiegarmi il perché.

Comincerò allora col raccontarvi di un puzzle in cui il pezzo centrale è capovolto. Essendo capovolto gli altri pezzi non vi si incastrano. Serve qualcuno che comprenda il problema e capovolga il pezzo chiave, per fare in modo che ogni altro pezzo trovi una sua giusta collocazione. La persona che ha ribaltato questo pezzo chiave, nel mio caso, è stata Jared Diamond.

Il pezzo chiave è qui rappresentato dalla collocazione dell’uomo contemporaneo all’interno del suo contesto storico/geografico. Si capirà quindi come non sia un problema secondario maneggiare un oggetto tanto articolato, e come non sia semplice rendersi conto del fatto che si trovi capovolto.

Il problema principale nasce dal fatto che l’uomo, inteso come ogni forma di cultura e civiltà della storia, ha sempre mirato ad esaltare se stesso ed il proprio ruolo nell’Universo. Già nella Genesi si pone al vertice della creazione, non diversamente da tutte le mitologie e teologie precedenti e successive. L’uomo come apoteosi del creato, dominatore del mondo, prediletto dagli dei.

In realtà tutto questo è una mera proiezione del nostro innato bisogno di grandezza, un tratto psicologico fondamentale nella lotta per la sopravvivenza, ma in grado di farci commettere grossolani errori di valutazione. Siccome la storia la raccontano sempre i vincitori, ed i vincitori esaltano le proprie vittorie ed i mezzi grazie ai quali le hanno conseguite, il risultato è che siamo cresciuti immersi in un’idea di “progresso” altamente artefatta.

Il primo passo che fa Diamond per sovvertire questa visione del mondo è la mera constatazione che il popolo degli agricoltori/allevatori, l’umanità che ha conquistato e soggiogato il mondo, non presenta caratteristiche fisiche o mentali di eccellenza rispetto ai cacciatori/raccoglitori (da sempre definiti selvaggi), ma anzi ne rappresenta, evolutivamente, un passo indietro.

L’accesso ad ingenti fonti di cibo consentito dall’agricoltura e dall’allevamento, protratto per millenni, si è tradotto in un impoverimento del pool genetico umano, impercettibile poiché largamente compensato, in termini di sopravvivenza e capacità bellica, dalla cultura e dalla tecnologia che in seno a queste società si sono sviluppate.

Per millenni la principale, se non unica, discriminante per la riproduzione degli individui nelle società agricole è stata la resistenza biologica alle malattie infettive, caratteristica che ha spesso soppiantato l’acutezza dei sensi, la capacità di attenzione, la prontezza di riflessi, la prestanza fisica e, in molti casi, l’intelligenza stessa.

In sostanza l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento ha innescato un processo di trasformazione antropologica di portata tale da sovvertire le priorità evolutive che nei millenni hanno concorso nel fare dell’homo sapiens la specie che conosciamo (ed alla quale apparteniamo).

Devo dire, in tutta sincerità, che la tesi dell’umanità lanciata verso il progresso è stata una delle poche certezze che ho da sempre nutrito. Da persona intellettualmente brillante e fisicamente sana mi sentivo parte di quella spinta propulsiva verso un radioso futuro, idea che fin da ragazzo mi ha accompagnato.

Oggi non più: Jared Diamond ha ribaltato il paradigma e finalmente mi rendo conto che le caratteristiche che fin qui ho attribuito all’evoluzione sono in realtà un retaggio di tempi passati.

Cos’era il mio andare in giro solitario degli anni giovanili, armato solo di macchina fotografica e della mia attenzione, se non una trasposizione in chiave moderna della vita di un cacciatore/raccoglitore?

Cos’è la mia passione per gli spazi sconfinati, che ha come apice il viaggio in bicicletta, se non un’aspirazione a quella libertà anarchica che la società massificata mi nega?

Cos’è la mia fatica ad accettare i rituali collettivi, l’omologazione, le mode, l’appiattimento sui modelli socialmente condivisi se non il retaggio di una condizione ancestrale, meno artificiosa e più a contatto con la natura?

Pensavo di essere un uomo del futuro, invece sono un uomo del passato. Un cacciatore/raccoglitore piovuto fuori dal suo tempo, in una modernità che mette a disagio, obbligato a convivere con un’umanità che non comprendo.

E’ come se, mentre procedeva a domesticare le altre specie animali e vegetali, l’essere umano abbia esso stesso subito un processo di domesticazione, finendo col condividere la sorte di quegli animali che, sottoposti alle sue spesso poco amorevoli cure ed incroci selettivi, non sono ormai più in grado di sopravvivere allo stato selvatico.

Questo spiegherebbe la riluttanza di molti rispetto agli spazi aperti, l’ansia di vivere fuori da “scatole” e recinti più o meno complessi (case, automobili, centri commerciali), l’istinto gregario diffuso, la fascinazione collettiva per l’osservazione passiva di attività altrui (lo sport): tutti riflessi della domesticazione subita dalla nostra stessa specie.

Dove ci sta portando questo processo? La visione più raccapricciante, distopica ed estrema ce la fornisce lo scrittore di fantascienza Frank Herbert nel suo romanzo “L’alveare di Hellstrom” (in alcune edizioni italiane “Progetto 40”).

Nel racconto, un eccentrico ex-scienziato (Hellstrom) vive da lunghi anni in una fattoria isolata da tutto e da tutti. Quando alcuni agenti si mettono ad indagare, scoprono una realtà oltre ogni immaginazione. L’ex-scienziato ha continuato a lavorare sul genoma umano producendo l’equivalente antropologico di un nido di api, o formiche. Esseri subumani ammassati sottoterra a centinaia in un intrico di gallerie, divisi in classi tra riproduttori ed individui specializzati, guerrieri fortissimi ed asessuati, operai semidementi.

L’aspetto terrificante della vicenda è che l’abbrutita comunità dell’alveare risulta essere molto più letale, agguerrita e reattiva della normale umanità, rappresentandone, nell’idea di Hellstrom, un inevitabile e necessario superamento evolutivo.

Ecco la chiave di lettura metaforica più terribile del processo che chiamiamo modernità: l’avanzata dell’uomo massificato, cieco ed inarrestabile, che tutto schiaccia e travolge, avendo ormai perduto le proprie radici ed il senso profondo del proprio rapporto col mondo.

Armi, acciaio, malattie ed il dominio sul mondo

Molti, moltissimi anni fa, mi capitò per le mani un volumetto dello scrittore di fantascienza Alfred E. Van Vogt intitolato Crociera nell’infinito (il cui titolo originale, “The voyage of the space Beagle”, esplicita l’ispirazione al “Viaggio di un naturalista intorno al mondo” di Charles Darwin).

Nel volume si immagina una enorme astronave esplorativa popolata di centinaia di scienziati specialisti delle diverse discipline, più un singolo portavoce di una disciplina nuova, il “connettivismo”, la cui funzione è di ricercare un approccio multidisciplinare alla conoscenza. Quest’idea di una forma di sapere in grado di inglobare e relazionare competenze diverse mi affascinò a lungo, e probabilmente modellò il mio approccio all’idea di sapere.

A distanza di molto tempo ho trovato qualcuno che ha realmente tentato di applicare un metodo analogo nientemeno che alla storia dell’umanità. Sullo slancio datomi da L’origine delle specie di Darwin ho, nei giorni scorsi, letteralmente divorato Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond, dove con la stessa, multidisciplinare, impostazione di fondo si analizza l’evoluzione delle società umane. La pagina su Wikipedia ne offre un valido sunto.

Diamond applica i criteri dell’evoluzionismo darwiniano alle società umane, descrivendone l’evoluzione complessiva su un arco temporale di decine di millenni: la diffusione al di fuori dell’Africa, la conquista di tutte le terre emerse, l’invenzione dell’agricoltura, la stanzialità, la nascita delle civiltà, quindi la diffusione delle civiltà, in ondate successive. Nel farlo riscrive la storia del mondo non già dalla prospettiva estemporanea dei conquistatori, ma da quella dell’antropologo che osserva col necessario distacco un processo in corso da millenni.

Insomma, un testo a suo modo sconvolgente e spiazzante, che fa tabula rasa delle tesi razziste e del suprematismo bianco schiacciandole sotto una mole di evidenze sterminata e multidisciplinare, ed arrivando addirittura a rovesciare l’assunto per cui le civiltà rappresentino un’evoluzione della specie umana, dimostrando nei fatti come sedentarietà ed abbondanza abbiano pressoché invertito i meccanismi naturali che hanno portato alla comparsa ed allo sviluppo dell’homo sapiens sapiens.

La supremazia delle società moderne sui popoli di cacciatori/raccoglitori non è data da vantaggi fisici o intellettuali, bensì dalle armi, dall’acciaio e dalle malattie che si sviluppano (e vengono localmente metabolizzate) nelle città affollate ed a stretto contatto con gli animali. Il cacciatore/raccoglitore sopravvive grazie alla prestanza fisica, all’intelligenza ed alle proprie abilità, laddove per la sopravvivenza dell’allevatore/coltivatore contano molto di più la resistenza alle malattie e l’inserimento in un contesto sociale.

Anche i luoghi dove queste forme di organizzazione umana hanno maggior probabilità di svilupparsi non sono uniformemente distribuiti. Come già intuito da Charles Darwin per l’evoluzione delle specie animali, un continente esteso e disposto orizzontalmente lungo una fascia a clima temperato sarà enormemente avvantaggiato in termini di competizione, varietà di forme viventi e possibilità di diffusione di popoli, idee ed invenzioni rispetto ad uno più piccolo (Africa sub-sahariana), isolato (Australia), con climi estremi e/o con una disposizione nord-sud con aree climatiche radicalmente dissimili (Americhe).

N.b.: segnalo, per approfondimenti, l’articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza, ad oggi pubblicato come introduzione al volume e che ne riassume efficacemente la complessità di contenuti ed argomentazioni. Servirà per seguire meglio le tesi che svilupperò nel prossimo post.

Il trionfo della morte – 1

Sto ammucchiando idee da diverso tempo, e il guaio è che sono tutte idee collegate tra loro. Formano la trama di un affresco discretamente vasto, che non ho modo di contenere in un unico post senza renderlo prolisso e strabordante. La soluzione è smembrarlo, questa è la prima parte.

Difficile anche stabilire un punto di partenza del ragionamento, dato che dovrò toccare punti culturalmente molto distanti. Probabilmente converrà iniziare dalla prima intuizione, datata un paio di mesi fa, riguardante gli sguardi degli automobilisti mentre mi sposto in bicicletta attraverso la città.

Parte prima: gli occhi degli automobilisti

Tempo addietro scrissi un post semi-ironico intitolato “Perché gli automobilisti ci odiano”, col tempo ho compreso che in quegli sguardi c’è qualcosa di più, e di diverso, dall’odio. Ritengo si tratti di una forma di nostalgia.

Da appassionato di quella meravigliosa forma di narrativa metaforica che ricade sotto la definizione di fantascienza, rimasi estremamente colpito, molti anni fa, da un racconto breve di Isaac Asimov intitolato Occhi non soltanto per vedere. Solo poche pagine per affrontare il tema del cambiamento, della trasformazione, della perdita di sé.

Il racconto, in breve, immagina l’evoluzione finale dell’umanità in forma di creature semidivine di pura energia, immortali ed in grado di manipolare la realtà grazie a campi di forze. Volendo attingere ad un immaginario più tradizionale, creature sostanzialmente non troppo dissimili dagli angeli.

All’approssimarsi di una ricorrenza due di queste creature si incontrano nel vuoto dello spazio interstellare per discutere di quale opera d’arte presentare. Una delle due ha un’idea estremamente radicale per esseri di pura energia che hanno fatto dell’energia ogni uso artistico possibile ed immaginabile: produrre un manufatto di materia.

Ottenuta la perplessa attenzione dell’altro, questi comincia a raccogliere della polvere interstellare, fino a metterne insieme una palla, che prende a modellare. Da principio non sa bene cosa tirarne fuori, se non che la forma irregolare di quel mucchietto di materia comincia a smuovere dei ricordi di ciò che era prima di diventare pura energia, di quando era un essere umano.

Comincia quindi a modellare una testa, un naso, degli occhi, finché l’essere di pura energia non viene colto da un’ondata devastante di ricordi sulla propria umanità, fino a diventare consapevole di cosa era, una donna, e di cosa ha significato perdere la propria carne in cambio dell’immortalità.

La “scultrice” fugge via, alla velocità della luce, abbandonando dietro di sé la forma sbozzata della testa che aveva iniziato a modellare: sotto uno degli occhi appare una lacrima. Lacrima che, avendo rinunciato alla propria umanità, non ha più modo di versare, e questo spiega infine il titolo del racconto.

In questo breve apologo Asimov racconta il processo di evoluzione, di crescita, di trasformazione che, volenti o nolenti, il nostro essere umani ci impone, e di come ogni guadagno comporti inevitabilmente anche una perdita. Il diventare adulti ci rende più forti, più sapienti, ci spalanca potenzialità, ma per ciò stesso non può evitare di toglierci la fanciullezza, la leggerezza, la spontaneità.

Ho trovato molti paralleli tra questo racconto e la realtà contingente, uno dei quali è negli sguardi di molti automobilisti. L’idea diffusa, costruita ad arte dalle campagne pubblicitarie, è che l’automobile rappresenti una forma di crescita, di emancipazione: il possesso di un’automobile rappresenta per molti la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, e di farlo con comodità in un ambiente familiare ed accogliente.

Quello di cui gli automobilisti non sono consapevoli è quanto l’automobile tolga loro in termini di autonomia, autostima, consapevolezza di sé e degli altri: una parziale rinuncia alla propria umanità. Realtà che, ogni tanto, appare un ciclista a ricordargli.

La visione di un ciclista li rende infine consapevoli del doversi imprigionare in una lussuosa scatola per potersi spostare. Una scatola a ruote cui devono sacrificare ore ed ore di lavoro, che va continuamente nutrita, accudita, aggiustata. Una macchina che, a dispetto di quanto affermi la pubblicità, non è da essi posseduta, bensì li possiede.

E questo è il primo tassello del mosaico: la nostalgia della vita perduta. Non già una percezione lucida quanto un’ombra ai margini della coscienza, una consapevolezza negata ma incontrovertibile, l’inspiegabile sensazione di stare viaggiando dentro una bara a quattro ruote. E, forse, di essere già quasi morti.

(Continua)

Sudditanze culturali

Tutte le battaglie di civiltà, ivi compresa quella per la diffusione dell’uso della bicicletta che sto portando avanti ormai da decenni, si trovano a scontrarsi col modello culturale dominante. Non è infatti pensabile che una consuetudine diffusa e condivisa da intere popolazioni possa porsi in atto senza che a supportarla non vi sia una propaganda altrettanto diffusa, perdurante e onnicomprensiva.

Questo vale ovunque appaia un sistema organizzato per lo sfruttamento di una ricchezza collettiva, sia essa una risorsa naturale o una fonte energetica. Nel momento stesso in cui tale risorsa viene individuata, in vista del suo futuro utilizzo su larga scala, la macchina della propaganda si mette in moto per garantire che alla sua pubblica diffusione faccia seguito un accoglimento entusiasta da parte del pubblico.

Il perenne conflitto ideale fra cooperazione e competizione (soprattutto in paesi come il nostro, dominati da una secolare tradizione cristiana più orientata verso la prima delle due) fa sì che le trasformazioni sociali e culturali passino il vaglio di una interpretazione che le renda eticamente accettabili alle masse, esaltandone i lati positivi e mettendone in ombra i lati negativi.

A titolo di esempio, l’invasione di “terre vergini” e la riduzione in schiavitù delle relative popolazioni è sempre stata giustificata nei termini di una diffusione della civiltà alle terre conquistate, di una superiorità tecnologico/culturale del popolo invasore, e legata a discutibili vantaggi realizzati in loco come case, scuole, infrastrutture (dall’impatto spesso devastante in un contesto culturale ed ambientale totalmente diverso da quello del paese occupante).

I meno giovani ricorderanno la mitizzazione della conquista del selvaggio west” americano, divenuto valvola di sfogo per la sovrappopolata Europa e che costò lo sterminio di milioni di nativi, sulle cui terre si costruì la ricchezza di una nuova nazione (che ancora a distanza di decenni sentiva la necessità di giustificare tale massacro con la retorica dei “coraggiosi pionieri”).

L’energia atomica, per fare un altro esempio, vide inizialmente la luce come applicazione militare, col bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, una vergogna storica che fu rapidamente dimenticata grazie alla promessa di una fonte di energia inesauribile e “pulita” per il futuro a venire.

Tale fu l’entusiasmo collettivo artificiosamente prodotto nei suoi confronti da tracimare massicciamente nella letteratura d’intrattenimento e nei fumetti (dando vita all’ondata dei “supereroi”, da poco approdata sugli schermi cinematografici a seguito del perfezionamento delle tecniche di animazione computerizzata). Nei fumetti l’esposizione alle radiazioni nucleari non produce il cancro, la leucemia, la morte tra sofferenze atroci, bensì “mutazioni” positive che conferiscono ai personaggi poteri sovrumani, in un totale rovesciamento della realtà e di quanto all’epoca già noto da decenni.

La propaganda culturale, sopratutto quella più subdola, fa leva sulla necessità di giustificare le proprie azioni, dettate molto spesso da convenienza spicciola, in una chiave etica che sia collettivamente accettabile. Si ha perciò facile gioco nel mascherare gli egoismi individuali rivestendoli di una patina fittizia di altruismo e buoni sentimenti.

Come per ogni idea variamente legata al concetto di “modernità”, la diffusione massiccia e per molti versi scriteriata dell’automobile si è anch’essa servita di argomentazioni ipocrite e surrettizie, di una sostanziale mistificazione dei fatti e dell’appoggio acritico di gran parte delle popolazioni.

L’automobile, come il treno prima di essa, viene da principio veicolata come un mezzo per ridurre le distanze ed avvicinare le persone. A differenza del treno, tuttavia, la sua natura di veicolo individuale consente di farne uno strumento di identificazione personale, cosa che la rende ben presto uno status symbol.

La discendenza in linea diretta dalla carrozza ottocentesca, col suo portato di icona di lusso e successo, ne produce la differenziazione in modelli di diverse prestazioni, costo e finiture, innescando così un processo di identificazione verso l’alto. Mentre il cittadino medio non può facilmente aspirare, per dire, a possedere una barca, gli è abbastanza semplice fantasticare sul possedere un’auto di lusso.

Si innesca a questo punto quel meccanismo psicologico di sudditanza culturale cui alludevo nel titolo: da un lato l’accettazione di un’inferiorità economica e sociale, dall’altro l’ammirazione acritica nei confronti del veicolo di esibizione dello status sociale, e di conseguenza nell’accettazione acritica di sé e del proprio modello di vita ben più miserevole.

A supporto di questa “vision” la grancassa della propaganda ha facile gioco nel distribuire “a pioggia” meriti ed onori, per cui il successo economico o sportivo di un brand italiano diventa una vittoria “dell’intero paese”, cosicché anche un muratore o bracciante agricolo possa sentirsene orgoglioso e continuare a contribuire con entusiasmo al sistema ideologico cui è culturalmente asservito.

Dalla grancassa pubblicitaria onnipresente, martellante ed ideologicamente focalizzata nel mantenere elevato il grado di accettazione sociale del modello automobile manca ogni possibile lettura critica del fenomeno che ne evidenzi le ricadute negative.

Dalle pubblicità magicamente scompaiono i riferimenti all’inquinamento delle città, alla congestione del traffico, all’incidentalità stradale, ai costi individuali e collettivi che tale scelta comporta, e non potrebbe essere diverso trattandosi appunto di propaganda, il cui unico fine è il nostro asservimento culturale.

E non basta neppure essere consapevoli di ciò per essere in grado di dar vita ad un’autonoma regressione da un modello culturale che si è passivamente introiettato nel corso degli anni o nell’intero arco vitale, fin dalla più tenera età in cui giocavamo con autopiste e macchinine. Occorre una capacità di analisi critica ormai rara.

[youtube:”http://youtu.be/oRJFyHRasOU”%5D

Darwin, i tetrapodi e i fauni

Una delle conseguenze più nefaste della conoscenza è il suo entrare in conflitto con la fantasia. Meno cose si conoscono, più la fantasia è libera di spiccare il volo e condurci in altri mondi e territori. Per contro, più nozioni si possiedono, meno spazio rimane per i voli pindarici.

Avevo già affrontato questo tema in un post di qualche anno fa, ora estenderò ulteriormente il discorso applicando il quadro teorico dell’evoluzionismo darwiniano alle creature di fantasia, non solo quelle dell’immaginario scientifico.

Uno dei più grossolani “misunderstanding” sull’evoluzione è l’idea che questa proceda per salti. Ad esempio nella saga supereroistica X-men della Marvel si ipotizza la nascita di individui dotati dei poteri più disparati a causa di un “salto evolutivo”. Purtroppo (per la credibilità del fumetto) la natura non “salta”.

L’evoluzione attua un percorso di adattamento progressivo nel quale ogni “mutazione” deve essere immediatamente vantaggiosa, pena la sua scomparsa. Strutture complesse come le penne degli uccelli, ad esempio, non appaiono dal nulla, ma derivano dalla progressiva trasformazione di strutture più semplici. Come peli, che successivamente si ispessiscono e diventano piume (molti dinosauri ne erano ricoperti, consentiva un migliore adattamento termico), e finalmente, una volta conseguita la capacità di volare, si trasformano in penne.

Il corno del rinoceronte è l’evoluzione di un singolo pelo, le ali degli uccelli sono l’evoluzione degli arti anteriori di creature in origine quadrupedi e successivamente divenute bipedi. Tutti i vertebrati discendono dai pesci attraverso un adattamento alla vita in ambienti asciutti (anfibi, rettili, uccelli e mammiferi), e tutti gli animali terrestri appartengono al subphylum dei tetrapodi: animali dotati di quattro arti.

In pratica tutta l’evoluzione terrestre si è sviluppata a partire da una struttura a quattro arti, che sono diventati di volta in volta quattro zampe, due zampe e due ali, due zampe e due braccia, per addirittura ridiventare nuovamente pinne nei cetacei.

Per quale motivo non esistono vertebrati a sei zampe mentre ne hanno un tale numero gli insetti, ed addirittura otto gli aracnidi? Non si sa, ma quello che ci insegna l’evoluzione è che la natura ha una pazienza sconfinata e scale temporali enormi, e che molto poco avviene per caso. Quello che possiamo provare ad attuare è una sorta di “reverse engineering”, ovvero dedurre dalla situazione attuale quali possano essere stati gli eventi che vi hanno condotto, ricostruendo i numerosi “pezzi mancanti”.

Quindi l’assenza di vertebrati esapodi ci offre un primo indizio, e ci spinge a ragionare sui motivi per cui il processo evolutivo non ha potuto seguire quella strada. Un secondo indizio sta nel fatto che la meccanica del movimento delle zampe negli insetti è spesso molto rudimentale (le zampe avanzano a tre a tre, due su un lato ed una sull’altro, alternandosi). Un ulteriore indizio è dato dalla presenza, nel cervello, di aree dedicate per ogni arto.

Avere una coppia di zampe in più, nei millenni in cui i pesci provavano a colonizzare gli ambienti asciutti, non deve aver rappresentato un vantaggio, probabilmente perché richiedeva una maggior complessità nelle strutture cerebrali a danno di qualcos’altro, ed obbligava ad una complessità di coordinamento che ne rendeva il moto meno efficiente.

Per lo stesso motivo un paio di arti in più non può ricomparire più avanti nel processo evolutivo, o se ricompare rappresenta una mutazione immediatamente svantaggiosa, che non ha tempo e modo di evolvere in una creatura funzionale.

Cosa scompare sotto questa “falce logica”? Di fatto buona parte delle creature fantastiche di ogni tempo e luogo. Non possono esistere i centauri, ad esempio, perché quattro zampe e due braccia sono sei arti. Non possono esistere (in natura) creature come gli angeli dell’immaginario cristiano, perché due ali, due braccia e due gambe sono di nuovo sei arti. Non possono esistere i draghi volanti, le sfingi e nemmeno l’ippogrifo.

Oltretutto, se questo processo ha avuto luogo sul nostro pianeta, non c’è motivo perché, a parità di struttura genetica (l’unica possibile) non abbia avuto luogo ovunque si siano create analoghe condizioni favorevoli allo sviluppo della vita. Quindi tali creature non potranno esistere nemmeno su altri pianeti.

E se anche proveremo a realizzarle in futuro con l’ingegneria genetica, dotarle di strutture cerebrali in grado di gestire sei arti sarà molto, molto meno banale che farglieli crescere artificialmente.

Quindi salutiamo i nostri bizzarri amici che ci hanno tenuto compagnia nei secoli, e con loro anche creature chimeriche più semplici come ad esempio i fauni. Il fauno tecnicamente è un tetrapode, ma ha arti troppo diversificati: due mani umane e due zampe dotate di zoccoli.

Quello che osserviamo negli animali esistenti ed esistiti è una sostanziale somiglianza strutturale nei quattro arti. Le nostre mani hanno cinque dita come i nostri piedi, e tutte le dita hanno le unghie, mani e piedi. Quelle delle mani ci servono ancora, quelle dei piedi no, ma non possiamo perderle a causa della codifica che ne fa il DNA.

Apparentemente il DNA forma delle strutture similari per i quattro arti, e le diversifica nel corso dello sviluppo embrionale. Strutture ossee analoghe, strutture muscolari analoghe, più o meno sviluppate a seconda della funzionalità dell’arto. Il massimo della diversificazione si ha negli uccelli, dove le dita degli arti superiori sono lunghe, hanno membrane e penne, e diventano ali, mentre quelle degli arti inferiori restano zampe.

Ma gli uccelli rappresentano un caso atipico, perché il volo è del suo un grosso successo evolutivo, tale da giustificare gli adattamenti successivi. Mentre tutti i quadrupedi hanno strutture analoghe negli arti superiori ed inferiori, probabilmente perché il grado di complessità raggiunto dal DNA è tale da non consentire una ulteriore diversificazione che possa essere funzionale sul breve periodo.

Un processo evolutivo tale da produrre una diversificazione tanto drastica tra arti superiori (mani) e inferiori (zoccoli) richiederebbe tempi estremamente lunghi e situazioni di contorno molto forzate, difficili da prodursi spontaneamente.

Col risultato che adesso, quando incontro creature simili nelle opere di fantasia, fatico molto più di prima a farmene avvincere.