Ripensare la città

È da poco online una raccolta di scritti presi da questo blog. Sostanzialmente un libro da leggere online sotto forma di un altro blog, dove però i contenuti sono stati organizzati e riordinati in modo da consentire una facile lettura. I temi selezionati sono quelli che riguardano la vivibilità delle aree urbane e la mobilità sostenibile, bicicletta in testa. Il titolo del libro/blog è Ripensare la città. Buona lettura.

L’inferno degli specchi

Pochi giorni fa, vincendo una fortissima riluttanza, ho finalmente aperto un account su Twitter, social network caratterizzato dalla brevità concessa agli utenti, obbligati a concentrare le proprie comunicazioni in soli 140 caratteri.

Non so cosa realmente mi aspettassi di trovare (mi avevano descritto un ‘medium’ più orientato alle notizie che alle chiacchiere), come primo impatto mi è parso una brutta copia di Facebook, con testi contratti al massimo e ‘quoting’ semi incomprensibili, rimbalzi e rimpalli di cose altrui (retweet) ed aggiornamenti giornalistici che si possono avere in maniera molto più gestibile attraverso un aggregatore di feed RSS.

Ma la cosa più fastidiosa e disturbante mi è apparsa la evidente specularità con Facebook, che frequento ormai da diversi anni. Tutto quello che non mi era risultato evidente nell’esperienza di un singolo ‘social medium’ è emerso nel confronto con il secondo: un gioco di specchi con al centro l’utente, che finisce con lo sperimentare un mondo informativo-relazionale a propria immagine e somiglianza.

E veniamo al titolo di questo post, preso in prestito da uno scrittore giapponese (Taro Hirai) che si firmava con lo pseudonimo Edogawa Ranpo. “L’inferno degli specchi” è uno dei suoi racconti più famosi e dà il titolo ad un’antologia di storie tra il noir e il fantasy che mi è capitata in mano qualche tempo fa.

Nella vicenda un ricercatore comincia ad indagare le proprietà paranormali degli specchi, in particolare dei riflessi multipli. Sviluppando le sue teorie arriva ad ideare un apparato concepito come un guscio rivestito all’interno di specchi di diverse forme e dimensioni. Una volta costruito, come ultimo esperimento vi si chiude dentro finendo per svanire fra urla disumane in una realtà (orribile) posta al di là degli specchi stessi. L’apparato, una volta riaperto, si rivela vuoto.

Per l’epoca in cui fu scritto, e per i contenuti ormai anacronistici, né il racconto né l’antologia tutta mi entusiasmarono particolarmente. Oggi tuttavia ne colgo appieno il valore metaforico. L’uomo che si annienta nei propri riflessi è una efficace raffigurazione dell’utente dei social-network, talmente preso da una illusione da lui stesso creata da finire col perdere il contatto con la realtà. Cito testualmente da un post scritto poco più di un anno fa.

The Daily Pierfra nasce da una discussione sull’idea di ‘Daily Me’, ovvero sul rischio che l’utilizzo della rete, filtrato dalle singole e rispettive sensibilità, finisca col riflettere più che una varietà di opinioni l’orientamento di pensiero del singolo utente. In pratica ognuno frequenterebbe quotidianamente siti informativi, blog e forum di proprio gusto, finendo con l’esperire una sorta di galleria degli specchi dove gli viene continuamente rimandata un’immagine di sé, pur restando convinto di aver effettuato una immersione culturale nel mondo reale.”

La mia ‘full immersion’ nel social-network per antonomasia (Facebook) inizia circa quattro anni fa, in occasione della nascita del movimento #salvaiciclisti. All’epoca cercare di sfruttare il meccanismo social per veicolare idee ed iniziative parve una buona idea, e per un po’ probabilmente funzionò. Ma erano altri tempi, gli utenti non erano ancora abituati (verrebbe da dire assoggettati) ai meccanismi strutturali di Facebook, la comunicazione era meno dispersiva e polverizzata.

I meccanismi, appunto. L’interesse primario dei social-network è quello di far passare ai propri utenti il maggior tempo possibile sulla piattaforma. Per far questo si opera un attento ‘profiling’ di ogni singolo utente in modo da potergli/le offrire contenuti di suo interesse. Il risultato finale è un appiattimento di quanto viene automaticamente filtrato dal sistema sui personali gusti ed interessi del fruitore.

A questo si aggiungono i meccanismi di selezione dell’utente stesso, che tende a privilegiare discussioni, su argomenti specifici, con persone allo stesso livello di elaborazione, col risultato che ci si circonda di ‘menti affini’ che hanno poco di nuovo da portare, mentre le persone potenzialmente interessate ad approfondire l’argomento ne restano al di fuori, o subiscono reprimende nel momento in cui intervengono maldestramente nel dibattito.

Una ripetitività di contenuti e dinamiche che, oltretutto, tende a peggiorare nel tempo, portando ad una lenta ma inarrestabile disaffezione degli utenti (paradossalmente proprio quello che i meccanismi stessi vorrebbero scongiurare). Tornando a me, proprio la montante insoddisfazione nei confronti di Facebook mi ha spinto a cercare la fuga in un ‘social’ diverso, Twitter, dove tuttavia paiono dominare le stesse dinamiche, aggravate da una dimensione dialettica pesantemente penalizzata.

Un’esperienza frustrante che mi spinge a rimettere in discussione l’efficacia di molte delle forme di comunicazione che ho provato a sviluppare nel corso degli ultimi anni. Con esiti che appaiono, al momento, difficilmente predicibili.

Caravaggio - "Narciso"

Di ideologie, utopie ed altri costrutti

Da tempo ragiono di scrivere un post sulle ideologie e su quanto il nostro modo di pensare e di relazionarci agli altri ed al mondo dipenda da esse. Parafrasando un aforisma di Ascanio Celestini (che l’autore dedica al razzismo) potremmo affermare che “le ideologie sono come il culo, puoi vedere quelle degli altri ma non sei in grado di vedere le tue”.

Di fatto le ideologie semplificano una realtà complessa rendendola in qualche modo gestibile, il problema è che facilmente descrivono un quadro sbagliato. Le ideologie sono, tipicamente, delle proiezioni di sé: si abbracciano perché rappresentano il proprio sentire ed il proprio modo di relazionarsi agli altri, molto spesso quello che abbiamo appreso con l’educazione.

Così, ad esempio, se siamo cresciuti nella convinzione che la cooperazione sia eticamente superiore alla competizione abbracceremo preferibilmente un’ideologia “di sinistra” teorizzante l’uguaglianza tra gli uomini, mentre se siamo stati allevati in un contesto dove a dominare è la competizione saremo più facilmente sedotti da un’ideologia “di destra”.

Poi arrivano gli antropologi e fanno piazza pulita di tutti i costrutti ideologici elaborati nel corso dei dieci, quindicimila anni di quella che chiamiamo civiltà (termine che dal punto di vista etimologico sancisce solo il passaggio culturale che da popolazioni nomadi ci ha reso stanziali ed inurbati) riportandoci alle radici di quello che è la condizione umana.

Riguardo al lavoro di Jared Diamond ho già avuto modo di dilungarmi in passato parlando di Armi, acciaio e malattie e di Collasso. In questo ultimo lavoro (2012) l’antropologo mette in campo una vita di ricerche partendo dalla domanda “Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?” La prima risposta che mi viene da dare è: a demolire le ideologie.

Uno dei primi argomenti trattati nel volume riguarda la guerra, termine che solitamente associamo ai conflitti tra nazioni e normalmente non ci verrebbe da associare agli scontri tra piccole tribù. Diamond dimostra come il concetto di conflitto armato tra gruppi umani sia facilmente scalabile ai piccoli aggregati, e non sia improprio associarlo agli scontri tra tribù, gang rivali o cartelli per il controllo di produzione e traffico di droga.

La guerra, il conflitto, è una condizione pressoché costante nelle relazioni tra gruppi umani confinanti, perfino tra tribù che normalmente intrattengono rapporti commerciali ed hanno scambi che coinvolgono relazioni parentali (mogli o mariti che si trasferiscono da un gruppo all’altro). Le guerre, piccole e grandi, prendono il via da situazioni pregresse, insoddisfazione, torti subiti, dispute territoriali, e coinvolgono dalle poche decine di individui ad intere coalizioni di tribù.

La natura non gerarchica dei piccoli aggregati umani rappresenta in questo caso un limite, perché non esistendo capi dotati di reale potere (ma solo di una ‘autorità morale’) non c’è modo di imporre la cessazione delle ostilità alle “teste calde”, col risultato che le faide si propagano, con momenti di diversa violenza ed intensità, nel corso degli anni, fino a diventare endemiche.

Le modalità dei conflitti variano in base alla numerosità delle popolazioni coinvolte, siano esse piccole tribù, nazioni disperse identificate dalle etnie, città stato, imperi o nazioni moderne, ma il dato comune che emerge è che a giustificare il conflitto c’è la possibilità di ottenerne un vantaggio, quindi l’equilibrio tra guerra e pace è determinato dalla disponibilità di risorse.

Tipicamente, nota Diamond, le popolazioni che vivono in un regime di sussistenza precaria in habitat poveri di risorse non hanno vantaggi ad intraprendere relazioni conflittuali e tendono ad intrattenere coi vicini piccoli scambi commerciali che non sfociano in gesti violenti. Per contro gruppi umani stanziati in regioni ricche di risorse finiscono col sovrappopolare il proprio areale e ad entrare in conflitto con le popolazioni circostanti.

La guerra funge da meccanismo di riequilibrio demografico, riducendo le popolazioni in eccesso ed operando una redistribuzione delle risorse fra i superstiti, in attesa di un nuovo ciclo di abbondanza, seguito da aumento della popolazione, quindi crisi, conflitto per le risorse, ad libitum.

In quest’ottica le grandi ideologie del ventesimo secolo perdono il terreno su cui appoggiano: la guerra, la violenza, non sono più caratteristiche indesiderate dell’animo umano ma semplicemente reazioni istintive alla situazione contestuale, non già una questione di organizzazione sociale di un tipo o dell’altro. Organizzazione sociale che se influenza la redistribuzione delle risorse ha un controllo molto relativo sulla loro produzione.

La grande domanda di sempre, se gli esseri umani siano intrinsecamente ‘buoni’ o ‘cattivi’, trova quindi una risposta, che è: entrambi. Gli esseri umani diventano pacifici o violenti a seconda della situazione contingente, contengono in sé il germe del bene e del male, ma le molle scatenanti sono al di fuori di essi, per quanto le ideologie che abbracciano possano spingerli in una direzione o nell’altra.

Questo mette la definitiva pietra tombale a molte ideologie, e sancisce il mio definitivo abbandono dell’ideale anarchico. Se fin qui ho sempre pensato che l’anarchia fosse il miglior metodo possibile di autogoverno ‘ma non con l’umanità attuale’, ora ho ben chiaro che l’umanità non potrà mai essere diversa dall’attuale senza diventare altro, un qualcosa che non saprei immaginare, un qualcosa che potrebbe non esistere mai.

Se quello che siamo, pur deformato da quindici millenni di cosiddetta civiltà, è il risultato di un processo evolutivo, in tal caso un’umanità diversa, in grado di elaborare l’aggressività intra ed interspecie, avrebbe gli stessi vantaggi competitivi, sarebbe in grado di sopravvivere? Non è forse il nostro desiderio di un mondo pacifico e felice un semplice costrutto ideologico assolutamente non calzante con la realtà?

Le società tradizionali hanno alle spalle millenni di elaborazione di un equilibrio con l’ambiente dal quale traggono sostentamento, equilibrio che comprende conflitti, infanticidio, in diversi casi cannibalismo (per far fronte a carenze proteiche). Per contro la nostra cultura, che pretende di imporre le proprie idee ed ideologie, è l’apoteosi del disequilibrio, dell’insostenibilità, della distruzione progressiva di risorse e suolo fertile, della sovrappopolazione di qualsiasi habitat senza alcun piano di riequilibrio.

Non posso che concludere con la frase di Goya (nella rilettura di Scripta Manent): ‘il sogno della ragione genera mostri’. Non il sonno, come la frase viene solitamente tradotta, bensì il sogno, la pretesa che l’intelletto possa piegare la realtà alle proprie cervellotiche elucubrazioni, costruendo modelli sociali che si rivelano poi inadeguati a gestire la complessità ed ambiguità dell’animo umano. Ed ancor meno la salute della biosfera e dell’intero pianeta.

Medioevo e decrescita

La lettura del saggio “Medioevo – un secolare pregiudizio” di Régine Pernoud mi sta portando a rivedere in una diversa ottica molto di quello che credevo di sapere sulla storia europea. L’autrice si fa un punto di restituire ad un’epoca lungamente bistrattata gli onori che le competono, risollevandone la fama negativa di ‘secoli oscuri’ e rivalutando arti, usanze ed evoluzione del costume in una chiave totalmente diversa.

Il volume è del 1977 ed il quadro che descrive ben si presta ad essere ulteriormente riletto sulla base delle idee che si sono venute affermando in anni recenti. In particolare, da un punto di vista strettamente economico, il tema del progressivo esaurimento delle risorse e della necessità di rivedere al ribasso il livello dei consumi in quella che viene usualmente definita ‘decrescita’. Da qui in poi quello che leggerete non sarà farina del sacco dell’autrice del saggio ma in gran parte mie personali considerazioni.

Il Medioevo viene convenzionalmente fatto iniziare nell’anno 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augustolo, evento che segna il collasso definitivo di gran parte dell’impero (ne sopravviverà, per alcuni secoli, la controparte bizantina) e l’avvio di una diversa organizzazione politica e sociale in Europa.

Ma tagliare le epoche storiche con l’accetta non può rendere giustizia a processi storici caratterizzati da una continua evoluzione. Per quanto li consideriamo appartenenti ad un unico ‘blocco’ l’impero romano del quinto secolo è completamente diverso da quello del primo secolo, come ci narra Rutilio Namaziano nel “De reditu”: decadente, percorso in lungo e in largo dai barbari, in preda ad un ormai irreversibile declino.

In tempi recenti siamo passati a descrivere l’ascesa e caduta dell’impero romano in termini economici: in una prima fase l’espansione produceva ricchezza (schiavi, bottino, materie prime), quindi la ricchezza produceva altra espansione. Un meccanismo perverso che trovò la sua fine quando l’impero fu ormai talmente vasto che ulteriori saccheggi all’esterno non poterono compensare le aspettative di una popolazione cresciuta a dismisura.

Possiamo fare un parallelo descrivendo negli schiavi il ‘petrolio’ dell’epoca e nei saccheggi di metalli preziosi la ‘benzina’ del comparto militare. L’impero romano estraeva forza lavoro a bassissimo costo dai territori conquistati, ma una volta aggiunti questi territori all’impero essi non potevano più funzionare da serbatoio energetico. Il gioco valse la candela finché le terre da conquistare erano ricche e popolose, ma più ci si avvicinava a nord ai paesi germanici e baltici e a sud al deserto sahariano, meno ‘energia’ era possibile estrarvi per far funzionare la macchina statale nelle forme del passato.

Sul piano sociale il diritto romano era una “lex” decisamente crudele. Agli schiavi non veniva riconosciuta la dignità di esseri umani ed il padrone aveva su di loro diritto di vita e di morte. Una mentalità che oggi potremmo definire ‘consumistica’, dal momento che le nuove conquiste continuavano a produrre ulteriori schiavi e non vi era necessità di economizzare. Ma quello che era possibile fare con gli schiavi non era possibile farlo coi ‘cives’, i cittadini, che non avevano altrettanta disponibilità (obbligata) a fare totale sacrificio delle proprie vite.

In parallelo alla riorganizzazione economica avviene una trasformazione culturale importante con l’avvento del cristianesimo, religione e filosofia di vita molto più attenta ai temi dell’uguaglianza sociale e del rispetto reciproco rispetto al pantheon pagano. È il cristianesimo a guidare la transizione dall’economia ‘consumista’ imperiale all’organizzazione feudale del Medioevo, caratterizzata da una fitta rete di obblighi reciproci tra i diversi strati sociali.

Anche qui il saggio di Pernoud è netto riguardo al fatto che il sistema delle servitù feudali fosse molto diverso, in termini di riconoscimenti reciproci e patto sociale, dai rapporti padrone-schiavo di epoca romana. I contadini sono sì legati alle proprie terre, ma i feudatari non lo sono di meno. Esiste la possibilità di affrancarsi, di cambiare mestiere ed anche una limitatissima mobilità sociale.

In questo contesto il ruolo della chiesa ed i princìpi di uguaglianza promossi dalla filosofia cristiana ottengono di mitigare le spinte bellicose che, in un contesto ormai polverizzato e privo di nemici esterni, producono in continuazione guerre locali che via via si espandono e crescono di scala con la nascita delle nazioni moderne.

Il Medioevo appare quindi come un’epoca dominata dalla necessità di ripensare i consumi energetici ed adattarli ad un nuovo paradigma sociale in maniera non molto dissimile da quella che i teorici della decrescita postulano per un prossimo futuro, nel quale esaurimento dei combustibili fossili e progressivo inquinamento della biosfera obbligheranno l’umanità a porre un freno a decenni di sconsiderato sfruttamento delle risorse globali.

Paradossalmente la frugalità medioevale pone pian piano le basi del proprio superamento, e quando la scoperta del Nuovo Mondo renderà nuovamente percorribile la strada del saccheggio di altre popolazioni tornerà in auge, culturalmente e di fatto, il Diritto Romano, abbandonato per secoli, per giustificare tra le altre cose il ritorno alla pratica schiavista.

Volendo ridurre e semplificare di molto l’analisi e ragionando su larga scala, è come se alla ricchezza di singoli e nazioni andasse di pari passo l’imbarbarimento della morale e delle relazioni sociali (prevalenza della predazione), mentre in tempi di ristrettezze e povertà risultassero più efficaci e funzionali i modelli relazionali basati sulla solidarietà (filosofia cristiana).

Il Medioevo andrebbe quindi considerato come un periodo di riflessione e ripensamento tra le due grandi ‘bolle economiche’ dell’impero romano prima e della rivoluzione industriale poi. Un’epoca in cui emergono e si consolidano filosofie religiose e sociali più orientate alla pacifica convivenza ed al reciproco rispetto (in mezzo anche a mille guerre e guerricciole, va detto).

Filosofie tuttavia non sufficientemente rigide ed auto-evidenti da impedire una pronta retromarcia, laddove il potenziale di predazione riemerga, che le riadatti e riformuli per giustificare guerre di aggressione e saccheggio, come le crociate o la conquista delle Americhe. O da non poter essere messe comodamente in soffitta ed archiviate, e con esse l’intera epoca storica da cui sono emerse, a fronte di un ulteriore cambio di paradigma come la rivoluzione industriale.

L’invenzione di un futuro immaginario

Più ci ragiono e più ho la sensazione che l’idea stessa di “futuro” sia stata in qualche modo inventata all’incirca un secolo e mezzo fa, non molto dopo l’inizio della cosiddetta rivoluzione industriale. E quest’idea di futuro ha finito col plasmare la nostra cultura, distorcendola fino a farne qualcosa di totalmente folle.

Andando ad analizzare le culture precedenti, da quelle antiche su su fino al medioevo, nessuna forma narrativa affronta il tema del futuro. Il futuro per i nostri antenati si riduceva all’anno successivo, alla ricchezza o povertà del raccolto, al dover affrontare situazioni contingenti. La narrativa fantastica dava per scontata l’esistenza di creature sovrumane, divinità, spiriti, fate, folletti, senza mai prendere in considerazione eventi di un tempo prossimo o remoto.

Il passato, per i nostri avi, era molto più affascinante del futuro, l’esigenza di comprendere da dove si provenisse sicuramente più sentita di quella riguardante il dove si stesse andando e il ‘tempo’ qualcosa di concreto con cui fare i conti, come il raccolto dell’anno a venire o la salute propria e degli animali.

L’unica idea di ‘futuro’ che venga proposta dai testi sacri (Bibbia e Vangeli) è quella del Giudizio Universale: un dio padrone dell’Universo che a un certo punto arriva e dice “rien ne va plus”, sbaracca il mondo, spedisce le anime all’Inferno o in Paradiso e chiude bottega. Una ‘fine dei giochi’ ineluttabile ed ingestibile.

Per contro non ci è giunto alcun testo dalla Grecia classica che immagini una macchina pensante basata sul meccanismo di Anticitera (un antico calcolatore astronomico), né alcun testo di epoca latina che descriva navi spinte dalla sfera di Erone (l’antenata dei motori a vapore).

Mancavano, evidentemente, dei presupposti, che col tempo si sono venuti a creare. Il primo presupposto è probabilmente l’alfabetizzazione diffusa, che si ebbe solo nel medioevo a seguito dell’invenzione della macchina da stampa a caratteri mobili da parte di Johannes Gutenberg.

L’alfabetizzazione diffusa produsse un nuovo mercato, quello dell’intrattenimento letterario, con la nascita del romanzo in senso moderno, dei giornali e tutta una serie di altre ricadute in larga misura positive. La cultura popolare si consolidò in forme scritte, al pari di quella ‘alta’.

Il secondo presupposto fu l’accelerazione del processo di innovazione generata dalla rivoluzione industriale, conseguente all’introduzione del metodo scientifico che segnò la nascita della scienza moderna. La trasformazione del mondo cominciò a correre talmente in fretta da destare una diffusa preoccupazione per quello che sarebbe potuto accadere nell’immediato futuro.

Se guardiamo bene tutti questi processi concorrono nel produrre un meccanismo autoalimentante: l’invenzione della stampa diffonde la cultura, le nuove idee circolano più in fretta e ne producono di ancora più nuove, le conoscenze scientifiche accelerano i processi produttivi e generano una maggior ricchezza individuale, che può essere reinvestita in ulteriore innovazione e dar vita a nuovi mercati.

Il risultato è che, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, con scrittori del calibro di Jules Verne in Francia ed H. G. Wells in Inghilterra, l’idea di futuro si materializza nell’inconscio collettivo grazie a romanzi di enorme successo come Dalla Terra alla Luna (1865), La macchina del tempo (1895), assieme a molti altri.

Il neonato genere narrativo, che alla fine dell’ottocento veniva definito “scientific romance”, dovrà attendere ancora qualche decennio prima di trovare un nome unanimemente accettato grazie ad Hugo Gernsback, scrittore ed editore, che negli anni ’20 del secolo scorso coniò il termine “science fiction”, poi tradotto nell’italiano “fantascienza”.

I temi della fantascienza sono gli stessi dei cicli epici: il viaggio e la guerra, solo riletti alla luce di possibili innovazioni scientifiche ancora là da venire. Questa forma narrativa risponde alle paure dell’uomo contemporaneo travolto da un mondo in trasformazione, in cui scienza e tecnologia concorrono a sfornare macchine e strumenti capaci di produrre cambiamenti sostanziali negli stili di vita e di fornire a potenziali aggressori, umani o alieni che siano, armi di distruzione apocalittiche.

La fantascienza è stata probabilmente la vera, grande, innovazione culturale del ventesimo secolo. Nata come segmento popolare, snobbata dalla cultura ‘alta’, e progressivamente arrivata ad affermarsi, nelle sue forme più mature, con opere ormai parte del mainstream culturale, letterario, cinematografico e televisivo.

La sua ricaduta più negativa, tuttavia, consiste nell’aver modellato una tale strabordante varietà di futuri fittizi da far letteralmente sparire, nell’immaginario collettivo, il futuro reale, o quantomeno un futuro ragionevolmente prevedibile. La pretesa capacità propria della ‘scienza narrata’ di sfornare innovazioni è ormai assurta a totale paradigma della realtà, sostituendosi alla concreta capacità predittiva della scienza vera e propria.

Così, ad esempio, sono più le persone convinte che in un futuro a breve termine guideranno automobili elettriche, o con motori ad acqua, di quelle consapevoli che l’esaurimento delle risorse produrrà, nel giro di pochi anni, il collasso dell’automobile come oggetto di massa (idea che comincia ormai a trapelare anche dalle dichiarazioni dei fabbricanti di autovetture).

O, per fare un altro esempio, che il livello di consumi attuale potrà proseguire indefinitamente (per non dire aumentare) grazie alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio e gas, o alla fusione fredda, o ad altre forme di produzione di energia ‘pulita’, in barba ai problemi reali come il riscaldamento globale, la perdita di fertilità dei suoli o l’inquinamento diffuso.

La fantascienza è sicuramente servita, nell’arco di molti decenni, ad allentare la tensione dalle paure e dalle angosce della cultura contemporanea, ma il prezzo che abbiamo pagato è consistito in un progressivo ed inarrestabile scollamento dalla realtà, nell’incapacità ormai diffusa di concepire un futuro verosimile e plausibile col quale misurarsi, per limitare i danni prodotti da decenni di scelte opportunistiche.

Il futuro che la scienza, la scienza vera, ci racconta ormai da tempo è un futuro di crisi a cascata, ognuna più grave e preoccupante dell’altra. E mentre noi sogniamo di viaggi interstellari e mondi immaginari continua a farsi più prossimo e spaventoso ad ogni giorno che passa.

Meta-complottismo

Negli scaffali di casa mia è ancora rintracciabile un volume intitolato “Il pianeta sconosciuto”, a firma Peter Kolosimo. Un autore, per chi non lo sapesse, che andava per la maggiore negli anni ’70 sfornando ciclicamente volumi sui ‘grandi misteri irrisolti’ del nostro pianeta. Un po’ quello che in tempi più recenti fa Roberto Giacobbo con la sua trasmissione Voyager.

La cosa che me lo rese stucchevole già al primo volume fu che questa gran voglia di mistero non si concretizzava in spiegazione alcuna. I misteri, per Kolosimo, erano belli in sé: svelarli avrebbe ottenuto l’effetto di rovinarli. Il libro si riduce pertanto ad un elenco sfinente di cose che non si riuscivano ad interpretare, la maggior parte delle quali veniva fatta risalire a contatti con civiltà extraterestri.

Il libro è del ’57, temporalmente poco distante dalla psicosi collettiva che portò migliaia di americani a vedere in cielo oggetti volanti non identificati o U.F.O. dall’acronimo inglese. Alcuni atti recentemente desecretati dal Pentagono rivelano che alcuni di questi avvistamenti possono essere ricondotti ai voli di prova di veicoli sperimentali, cosa che non rende ugualmente giustizia delle dimensioni che il fenomeno assunse.

Erano anche gli anni della guerra fredda e dei racconti di spionaggio, della corsa allo spazio, con tutti i suoi potenziali misteri irrisolti. Tempi di grandi aspettative e di grandi incertezze, e le nuove mitologie spaziali erano pronte per un mercato di massa.

Cosa è rimasto oggi di quell’epoca? La corsa allo spazio è terminata per consensuale abbandono di entrambi i contendenti, troppo elevati i costi a fronte di ritorni sempre più esigui. Non ci sono basi lunari né miniere, e l’umanità si è ridotta a bazzicare l’orbita bassa e lanciare sonde robotizzate per l’esplorazione di mondi troppo lontani.

Gli extraterrestri non si sono fatti vivi. Secondo qualcuno perché la nostra specie non è probabilmente una compagnia piacevole né edificante, secondo altri perché le traversate spaziali sono qualcosa che va oltre la portata di specie simili alla nostra, o di specie viventi in generale. Una terza opzione è che la diffusione della vita nell’Universo potrebbe non corrispondere con una analoga probabilità che si sviluppi l’intelligenza.

I ‘misteri’ si sono quindi trasferiti armi e bagagli in rete, dove impazzano teorie largamente campate per aria, dalle scie chimiche al negazionismo climatico, dal pianeta Nibiru che sarebbe in rotta di collisione con la Terra (sebbene nessuno l’abbia mai osservato), ai millenarismi in stile Maya.

Il ‘fil rouge’ della maggior parte di queste teorie strampalate consiste nell’idea che certe informazioni vengano tenute nascoste, che ci sia un complotto ordito perché i cittadini vengano tenuti all’oscuro, in modo da poterli controllare con il rilascio di sostanze chimiche nell’aria, da poter controllare il clima con le onde elettromagnetiche (HAARP), abbattere grattacieli fingendo l’impatto di aerei terroristi (11 settembre), nascondere le mirabolanti invenzioni di Nikola Tesla e via tramando.

Ovviamente le spiegazioni ‘alternative’ fornite non hanno reali basi scientifiche, ma questo agli appassionati delle teorie complottiste non interessa. Esistono anche siti web divenuti celebri per la loro opera di ‘debunking’ di tali teorie ma, inutile dirlo, per i complottisti anche questi sono complici del complotto.

A questo punto non mi resta che formulare una ennesima teoria, che in mancanza di definizioni potrei definire “meta-complottista”, ovvero che tutte queste teorie del complotto siano esse stesse ‘il complotto’: che servano a tenerci occupati a ragionare di corbellerie mentre nel mondo accadono fatti realmente gravissimi.

Le famose ‘armi di distrazione di massa’, per mutuare una splendida definizione di Sabina Guzzanti. In fondo perché preoccuparsi dei danni reali che stiamo producendo alla biosfera da cui dipendiamo se c’è da vigilare su qualche oscura minaccia inventata all’uopo? Scopriremo probabilmente, in un futuro più o meno remoto, che dietro tutte le scemenze date in pasto agli internauti c’era gente pagata per creare cortine di fumo…

Darwin, la sessualità e i pregiudizi

Consapevole di affrontare un tema “caldo”, ed altresì della estrema difficoltà di rispettare tutte le posizioni al riguardo, credo sia giunto il momento di fare un punto delle questioni relative alle diversità negli orientamenti sessuali. Dopo aver discusso questi argomenti in sedi diverse, il quadro complessivo mi è ormai sufficientemente chiaro da poter essere esposto in questo spazio.

Per “diversità negli orientamenti sessuali” intendo il fatto che lo sviluppo della maturità sessuale non comporta automaticamente lo sviluppo di un’attrazione nei confronti di persone del sesso opposto, come i meccanismi riproduttivi dovrebbero spingerci a fare, ma produce spesso un’attrazione nei confronti di individui dello stesso sesso, che prende il nome di omosessualità.

L’omosessualità è una variante comportamentale che si osserva in molte specie animali oltre alla nostra, prevalentemente in quelle caratterizzate da comportamenti sociali. Il legame con la socialità è a mio parere la chiave di lettura principale, ma prima di arrivarci bisognerà piantare un po’ di paletti e ripartire dall’origine della riproduzione sessuata, qualcosa come due o tre miliardi di anni fa.

La riproduzione sessuata è caratterizzata dallo scambio di materiale genetico tra due individui, non necessariamente di sesso diverso. Esistono, soprattutto nelle forme di vita più arcaiche, specie ermafrodite, in cui i caratteri maschili e femminili non sono differenziati (p.e. nei gasteropodi). Il vantaggio evolutivo dello scambio di materiale genetico consiste nella rapida produzione di varietà rispetto all’individuo standard.

Laddove una specie di creature in grado di riprodursi solo per copie identiche ha tempi di trasformazione lentissimi, una specie capace di riproduzione sessuata effettua ad ogni step riproduttivo una sorta di “lancio dei dadi” genetico tale da produrre un ampio ventaglio di opzioni.

Sebbene la maggior parte delle mutazioni genetiche siano dannose per gli individui che ne sono portatori, la presenza di una varietà di forme consente alla specie di adattarsi meglio e più in fretta alle trasformazioni ambientali, scongiurando il rischio di estinzione e rappresentando un significativo vantaggio.

Negli animali, creature in grado di mettere in atto un set comportamentale diversificato, la necessità di effettuare l’accoppiamento con un altro individuo della stessa specie richiede la presenza di un istinto riproduttivo, laddove in specie più semplici (p.e. le piante) richiede semplicemente la sincronizzazione della stagione fertile, ed a volte neppure quella.

Di cosa parliamo quando usiamo il termine “istinto”? Gli istinti appaiono quando gli organismi diventano capaci di perseguire spontaneamente delle attività, e rappresentano una sorta di programmazione di base del cervello. In animali molto semplici (p.e. gli insetti) gli istinti sono geneticamente scritti nella rete neurale e fanno parte del bagaglio di strutture che si differenziano nel corso dello sviluppo embrionale.

Le creature più evolute, con un cervello di dimensioni maggiori e la capacità di elaborare reazioni diversificate, posseggono anch’esse istinti, per quanto meno netti e più dissimulati all’interno di un ventaglio comportamentale vasto. Questo semplicemente perché gli istinti si attivano molto più in fretta di qualsiasi ragionamento, e nella lotta per la sopravvivenza anche una frazione di secondo può fare la differenza.

Quindi noi creature complesse cresciamo con una parte di cervello responsabile degli istinti, relativamente fissa ed immutabile, ed una parte plastica in grado di apprendere informazioni dal mondo circostante ed elaborare risposte diversificate.

Possiamo immaginare un istinto come una sorta di “memoria di sola lettura” del cervello, i cui effetti possono essere gestiti ma non resettati. È evidente come negli animali più semplici tali istruzioni siano anch’esse molto semplici: l’insorgere di istinti diversi da quelli del resto della specie comporta quasi sempre l’estinzione dell’individuo e la perdita del suo bagaglio genetico.

Facciamo l’esempio di una farfalla. La farfalla rappresenta l’ultimo stadio metamorfico di una creatura che passa la maggior parte della vita come bruco a nutrirsi della vegetazione. Un ultimo stadio che a volte ha unicamente una funzione riproduttiva: alcune farfalle non possiedono neppure l’apparato digerente, possono solo accoppiarsi, deporre le uova e morire.

Chiaramente per una creatura simile l’insorgere di una variante dell’istinto riproduttivo che induca ad accoppiarsi con individui dello stesso sesso rappresenta un fallimento totale, e una tale anomalia si perderebbe definitivamente con la morte dell’individuo stesso, senza tramandarsi alle successive generazioni.

Una differenza fondamentale che possiamo invece notare nelle specie evolute, non solo la nostra, è che questo tipo di variante comportamentale non solo continua a ripresentarsi generazione dopo generazione, ma è totalmente slegata da qualsivoglia carattere di ereditarietà diretta.

Ed in effetti questa è la caratteristica più sorprendente, ad un primo distratto esame: il fatto che un tratto comportamentale tanto svantaggioso per l’individuo sia stato conservato a livello di specie. Se affrontassimo la questione in maniera rudimentale dovremmo aspettarci che questa variante finisca con lo scomparire nel volgere di poche generazioni, man mano che gli individui portatori affrontano problemi maggiori degli altri a portare a termine la fase riproduttiva.

Ma l’etologia ci insegna che non sempre ciò che è svantaggioso per l’individuo lo è anche a livello di gruppo: il gruppo (il branco, lo stormo, la tribù) si comporta come un sovra-organismo, i cui singoli individui sono gli organi. Per questo motivo (come racconta Daniel Goleman in Intelligenza sociale), gli individui con tendenze “estreme” (p.e. quelli più disposti a correre rischi rispetto alla media) rappresentano una risorsa che il gruppo ha interesse a conservare.

L’esempio che viene fatto è quello di uno stormo di uccelli. All’interno dello stormo di uccelli ci sarà un ventaglio di possibili reazioni istintive: alcuni individui tenderanno a volare più vicini fra loro, altri ad allontanarsi maggiormente. Il fatto di allontanarsi li esporrà a rischi maggiori, ma al tempo stesso consentirà allo stormo di individuare più facilmente i predatori, e mettere in salvo un numero maggiore di individui.

Ecco come un comportamento dannoso per l’individuo si traduce in un vantaggio per il gruppo, che avrà interesse a preservarlo, ad esempio facendo riprodurre di più, e più in fretta, gli individui con comportamenti estremi. Tutto questo a livello inconscio, ma è evidente che i due istinti, quello per i comportamenti estremi e quello riproduttivo che tende a far preferire l’accoppiamento con questi individui, devono evolvere di pari passo.

Per contro, uno stormo di uccelli privo anche di uno solo di questi due istinti risulterà più vulnerabile ai predatori ed avrà maggiori difficoltà a prosperare. Questa linea di ragionamento ci porta ad un’unica conclusione: se la nostra specie conserva un tratto comportamentale tanto svantaggioso per la riproduzione del singolo individuo com’è l’omosessualità (soprattutto quella maschile), evidentemente questo rappresenta un vantaggio per la collettività, tutto sta a comprendere quale sia.

Il punto, secondo me, sta proprio nel meccanismo preposto alla socialità (ne ho parlato tempo addietro in un altro post), ovvero quel complesso sistema cerebrale che ci fa star male da soli. Star male in senso stretto, dal momento che in assenza di nostri simili il cervello attiva lo sviluppo di tossine che ci fanno ammalare più facilmente.

È un falso paradosso molto simile a quello appena visto per lo stormo di uccelli: l’individuo che si ammala quando sta da solo tenderà a stare in gruppo, ed il gruppo rappresenterà per tale individuo un vantaggio straordinario per la sopravvivenza, di gran lunga maggiore rispetto allo star bene anche da soli.

Ma il sistema psico/emotivo, inevitabilmente complesso, che fa sì che il cervello disinneschi i “protocolli di autodanneggiamento” in presenza di nostri simili, evidentemente non può essere troppo netto. Non può proprio a causa della diversificazione nelle caratteristiche fisiche e comportamentali della nostra specie, che si è adattata a suddividersi in gruppi di maschi nella funzione di cacciatori e gruppi di femmine in quella di raccoglitori.

Un meccanismo di appagamento emotivo troppo rigido, e discriminante rispetto al sesso, non funziona altrettanto bene di uno più elastico e tollerante, e questo si riflette in un ventaglio di comportamenti sociali e sessuali esteso.

Quindi, e vengo al punto, l’omosessualità non è una questione che riguardi l’individuo, bensì l’intera specie. L’essere creature sociali, e lo straordinario vantaggio evolutivo che ne consegue, è legato a doppio filo ad una “elasticità” nelle reazioni sessuali, affettive e comportamentali senza la quale semplicemente non saremmo quello che siamo.
Forse saremmo addirittura estinti.

Opporsi a questa caratteristica “di specie”, pretendere che l’omosessualità sia “un errore”, o “un comportamento aberrante”, è del tutto privo di senso. È un tratto comportamentale che fa semplicemente parte del nostro retaggio di esseri umani, ovvero di tutto il ventaglio di diversità che ci ha consentito di sopravvivere in un ambiente ostile, e prosperare.