Darwin, l’empatia e la violenza

The_ScreamI lettori di questo blog sanno che amo discettare occasionalmente su materie per le quali non ho formali competenze, ed è il caso di questo post. Il motivo che mi spinge a far ciò è che, di tanto in tanto, inciampo in questioni che non riesco a gestire con le chiavi di lettura fornite dalla narrazione corrente. Nel caso specifico, le esplosioni di violenza incontrollata.

L’esercizio della violenza appare vieppiù biasimevole ed incomprensibile quando avviene nei confronti di soggetti deboli, di norma donne e bambini. La società contemporanea ha iniziato recentemente ad interrogarsi su un fenomeno che ha preso il nome di ‘femminicidio’, e riguarda l’uccisione, da parte di un maschio, della compagna, o ex compagna, cui sia stato precedentemente legato da una relazione sentimentale.

Tralasciando i casi, per fortuna rari, in cui tale omicidio viene freddamente pianificato a tavolino e lucidamente posto in atto, nella maggior parte dei casi la molla che innesca il delitto appare essere fornita dall’ennesimo litigio, l’ennesima situazione di stress, a cui il maschio, non di rado obnubilato da sostanze psicotrope (alcol e/o droga) reagisce con forme di violenza estrema.

Altra situazione con cui trovo analogie sono gli infanticidi determinati da depressione post-parto. In questo caso è presente una patologia psichica relativamente nota e dai contorni definiti, ma resta, per quella che è la mia percezione, l’insensatezza di un atto inconsulto, non pensato, non pianificato. Infanticidio che, oltretutto, scatta solo per alcune donne e non per altre.

La terza forma comportamentale difficile da digerire sono gli eccessi di violenza sui minori, anche molto piccoli, che portano adulti, in genere maschi, ad infierire brutalmente su corpicini inermi per motivazioni futili come, ad esempio, un pianto incontrollato.

Il fattore comune a queste tre situazioni è, in molti casi, l’esplosione incontrollata, il gesto inconsulto, la perdita totale ed irreparabile del controllo sul senso del proprio agire. In alcuni casi ci troviamo di fronte ad individui dal temperamento abitualmente violento o sopra le righe, ma questo non può valere per le madri che uccidono i propri figli in preda a depressione.

Una chiave di lettura mi è stata fornita, quasi incidentalmente, da una fiction medica. Nella vicenda inscenata uno psicologo si trovava ad affrontare il caso di una bambina totalmente psicopatica, ovvero incapace di provare empatia con altri esseri umani che, nell’arco narrativo, aveva rischiato di uccidere il fratellino per un futile diverbio.

Lo psicologo, per evitare di rinchiuderla a vita in un istituto, cerca di insegnarle un metodo alternativo di gestione delle proprie reazioni, una strategia che le consenta di emulare le funzioni emotive che la bambina non è in grado di provare.

Da ipocondriaco latente quale sono, non ho potuto fare a meno di proiettare il problema su di me, e domandarmi: “non starò facendo anch’io la stessa cosa?”. In altri termini: non potrei essere anch’io uno psicopatico che emula le reazioni emotive con sovrastrutture razionali? Se così fosse, cosa accadrebbe nel momento in cui i meccanismi razionali, a seguito di stress intensi e prolungati, finiscano col cedere?

Questa interpretazione comportamentale potrebbe dar conto dei fenomeni sovra-descritti, in cui una momentanea perdita di controllo ha conseguenze devastanti sulla vita degli altri e sulla propria. Ma presupporre una tale percentuale di psicopatologie ‘auto-corrette’ mi è parsa una forzatura eccessiva. La realtà non è solo bianco o nero, presenta solitamente una vasta sfumatura di zone grigie.

Ancora una volta mi sono rifatto al pensiero di Darwin: cosa è un vantaggio, e cosa uno svantaggio, in termini evolutivi? Il comportamento sociale, quindi l’empatia, la capacità di comprendere, interpretare e fare proprie le emozioni altrui, è evidentemente un vantaggio: consente di formare gruppi, la cui efficacia in termini di sopravvivenza e riproduzione è superiore a quella del singolo individuo.

Ma se la cooperazione è un fattore chiave del nostro successo come specie, la competizione lo è altrettanto perché consente, all’individuo ed al gruppo, di difendersi dalle aggressioni, di sottomettere i ‘competitors’ ed in ultima istanza di accedere ad una maggior quantità di risorse.

Ma, e qui è il punto, come gestire queste due necessità tra loro conflittuali? Come passare dalla cura e l’affetto per il proprio gruppo/tribù alla necessità di combattere senza pietà tribù rivali e potenziali aggressori? Come passare dal ruolo di genitore affettuoso a quella di guerriero spietato?

La spiegazione che mi sono dato è che queste due nature fanno entrambe parte del nostro essere umani, separate da un confine che può essere, a volte, molto sottile. Sia la capacità di provare empatia che quella di non provarne fanno parte del successo evolutivo della nostra specie. E la gestione di questa profonda contraddizione risiede in meccanismi mentali, sviluppati ad-hoc, che possono occasionalmente incepparsi.

Così, per fare un esempio, possiamo essere profondamente empatici con alcune specie animali ‘di compagnia’, e parimenti non-empatici con altre specie animali di cui invece ci nutriamo. Non è raro, nel mondo contadino, che la stessa persona che al mattino gioca con il proprio cane, il pomeriggio sgozzi a mani nude un maiale: entrambi questi comportamenti sono funzionali al suo benessere ed alla sua sopravvivenza.

Se, pertanto, entrambi i comportamenti, empatico e psicopatico, sono vantaggiosi per la specie (o lo sono stati in un passato non troppo lontano, dato che il genoma umano è sostanzialmente immutato da diverse decine di migliaia di anni), la mia personale conclusione è che disporre della capacità di passare dall’uno all’altro rappresenti anch’essa un vantaggio.

Quindi dobbiamo abituarci a ragionare gli esseri umani come individui necessariamente dotati di questa doppia natura, empatica ed anempatica, in grado di passare senza soluzione di continuità dall’una all’altra se posti in condizioni di forte stress.

Questo significa che chiunque di noi può, in un determinato momento, ‘perdere il lume della ragione’. Perdere, cioè, la capacità di percepire gli altri come simili a sé, finendo col comportarsi da perfetto psicopatico per un ristretto arco temporale. L’assunzione di sostanze psicotrope (droghe o alcol) facilita questa transizione di stato mentale.

Essendo tale capacità, nel contesto odierno caratterizzato da una diffusa socialità, potenzialmente dannoso non solo per l’oggetto della violenza ma anche per il soggetto che la esprima, l’unico suggerimento che si può dare ai singoli è quello di evitare, ove possibile, le situazioni capaci di generare stress elevati. Obiettivo che, di fondo, rappresenta la finalità di molte antiche filosofie orientali, in cui la ricerca della pace interiore attraverso forme di meditazione non ha altro intento se non la riduzione dell’accumulo di stress psicologico.

Dal punto di vista della collettività, se la tesi suesposta dovesse essere confermata da evidenze sperimentali, dovremmo darci modo di diagnosticare la potenziale fragilità di questo confine psichico in specifici individui, per indirizzarli verso stili di vita ‘a basso rischio’. Allo stesso modo i partner dovrebbero poter accedere a queste informazioni cliniche, in modo da poter agire di conseguenza.

Purtroppo la società attuale va in direzione diametralmente opposta, promuovendo forme di insoddisfazione (e quindi di stress) come motore dello sviluppo sociale, alimentando bisogni indotti e generando in forma diffusa situazioni esasperanti, non ultima la guida prolungata di veicoli a motore. Queste condizioni di ‘stress sociale’ si scaricano, in ultima istanza, all’interno dell’unità minima, la coppia o la famiglia.

Non è un caso se le culture a capitalismo avanzato, che più spingono sull’accelerazione di questi fattori di stress, siano anche quelle dove l’uso di sostanze psicotrope sia più elevato, e le esplosioni di violenza irragionevole avvengano su più larga scala.

L’esperimento sociale in cui viviamo immersi da decenni ormai, consistente nell’inurbazione forzata di masse crescenti di individui e nella competizione economica tra diverse nazioni pur in assenza di conflitti espliciti tra le stesse (le guerre), finisce con lo scaricare la distruttività accumulata ed inespressa sugli elementi più deboli della catena: i singoli individui, finendo con l’innescare esplosioni di violenza incontrollata ed insensata proprio in virtù di un meccanismo che, in un lontano passato, ci ha invece aiutato a sopravvivere.

La questione ambientale (settima parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Il capitolo precedente si chiudeva evocando la necessità di ridurre la popolazione umana mondiale. Questo è probabilmente il punto più cruciale di tutti, e per certi versi anche il più difficile da applicare. Il motivo, banale, è che un intervento di questo tipo va contro la nostra natura di esseri viventi. O meglio, contro la natura degli esseri viventi nel loro complesso.

Gli esempi di popolazioni umane che abbiano praticato un controllo demografico non mancano, in particolare tra le popolazioni adattate a vivere in piccole isole con risorse limitate. I metodi adottati per tale gestione, tuttavia, rientrano nel novero di quelli che la nostra cultura etichetterebbe come disumani e lesivi delle libertà individuali.

Generalizzando si può affermare che l’unica forzante in grado di condurre a politiche di contenimento e stabilizzazione delle popolazioni sia la limitatezza delle risorse disponibili. Limitatezza che funziona anche in assenza di tali politiche, provvedendo da sé a ridurre la percentuale di popolazione in eccesso attraverso la morte per fame. Le popolazioni delle aree isolate vissute nei secoli scorsi conoscevano bene questo tipo di problema.

Quello che sta accadendo adesso, tuttavia, è qualcosa di mai visto prima nella storia dell’umanità, quantomeno su scala così vasta. La movimentazione globale di merci e derrate alimentari ha raggiunto volumi tali da slegare completamente le popolazioni residenti sui territori dalla necessità di una produzione alimentare di prossimità. Non c’è più correlazione, su scala globale, tra i luoghi dove il cibo viene prodotto e quelli dove viene consumato.

Ciò ha condotto da un lato alla crescita esponenziale delle megalopoli ed all’inurbazione di gran parte della popolazione mondiale, dall’altro all’aggressione sconsiderata agli habitat naturali fin qui preservati. Quest’ultima aiutata dalla distanza, fisica ed emotiva, tra esecutori (i grandi latifondisti agricoli) e mandanti (i consumatori).

Allo stato attuale, i tentativi di preservare gli habitat naturali ancora intatti appaiono inefficaci e fallimentari. Di conseguenza, la ‘forzante’ rappresentata dal limite delle risorse disponibili avrà modo di intervenire solo quando ogni habitat naturale sarà stato spogliato dalla propria biodiversità e convertito alla produzione di cibo. Una prospettiva decisamente raccapricciante.

La produzione di cibo dipende tuttavia da diversi fattori, non unicamente dalla quantità di suolo destinata alle coltivazioni. Per esempio dipende dal ciclo dell’acqua che, come abbiamo visto, smette di funzionare efficacemente in seguito alla deforestazione di vaste aree. Questo fattore, tuttavia, non impedirà la distruzione dei residui habitat intatti, ma produrrà unicamente la progressiva desertificazione di una parte significativa delle attuali aree agricole.

L’efficienza delle coltivazioni agricole, e dei trasporti, dipende inoltre dall’investimento energetico, che di fatto assume varie forme. La più ovvia è quella legata alla movimentazione delle macchine agricole, che operano ancora, in larghissima misura, grazie a carburanti fossili. Quindi vanno considerati i fertilizzanti e la loro produzione (in gran parte ancora risorse fossili, miniere di fosforo in primis).

A seguire i ‘maledetti pesticidi’, che aumentano la resa per ettaro a prezzo della distruzione massiva di insetti e microorganismi del terreno, i quali che richiedono energia sia per la produzione che per l’applicazione alle colture. Poi c’è la componente infrastrutturale, dai sistemi irrigui alle diverse forme di trattamento pre e post produzione. In ultima istanza il trasporto ai consumatori finali.

Per far meglio comprendere quale problema comporti la sovrappopolazione del pianeta mi servirò di un grafico sviluppato nel 2015 da Paul Chefurka sulla base di dati FAO. Il grafico mostra la suddivisione della biomassa complessiva presente sul pianeta tenendo conto di tre fattori: fauna selvatica (wild, in viola), animali d’allevamento (domesticated, in azzurro), ed esseri umani (human, in rosso), prendendo a riferimento tre diverse epoche.

biomassa-2Nella preistoria (colonna a sinistra) esseri umani ed animali d’allevamento occupavano una dimensione molto piccola nel complesso delle forme viventi. Nel 1900 (colonna centrale) eravamo già i quattro quinti del totale, a spese dell’80% della fauna selvatica annientata nel frattempo. La colonna di destra, relativa al 2015, è impressionante perché il totale della biomassa, costante nei millenni precedenti, appare moltiplicato per sei volte. Come può essere successo?

Semplicemente l’effetto dell’impennata esponenziale generata dalla disponibilità e messa a regime di energia fossile derivante dal petrolio. Fino al 1900 (circa) l’umanità aveva avuto a disposizione la sola energia radiante proveniente dal sole, ed aveva dovuto fare i conti con quel limite. Con lo sfruttamento delle risorse petrolifere quel limite è saltato, e si è potuto produrre quantità via via crescenti di cibo per alimentare una popolazione anch’essa in crescita.

Tuttavia sappiamo bene che le risorse di petrolio non sono inesauribili (e nonostante ciò continuiamo a sprecarle per attività sostanzialmente inutili, come lo spostare tonnellate di ferro e gomma, le automobili, solo per muoverci individualmente da un posto all’altro). Cosa accadrà quando questa risorsa comincerà a declinare?

Il grafico ci da una risposta abbastanza tragica circa il livello di sostenibilità che il pianeta è in grado di supportare: anche rinunciando ad un’alimentazione basata sulla carne, e quindi azzerando la componente relativa agli animali d’allevamento, la popolazione attuale eccede largamente le capacità del pianeta.

Certo, abbiamo sviluppato varietà vegetali ad alta resa, ma nel frattempo dovremo fare i conti con suoli danneggiati ed impoveriti da decenni di agricoltura industriale ed inquinamento, a cui si aggiungeranno i problemi generati dal riscaldamento globale. Quale panorama possiamo allora aspettarci in un’epoca di ‘ritorni decrescenti’?

È altamente improbabile che un’economia basata unicamente su fonti rinnovabili possa continuare a garantire l’attuale livello di tecnologia e complessità. Pertanto, nel momento in cui la disponibilità energetica pro-capite comincerà a declinare, come primo effetto vedremo impennarsi i prezzi di ogni cosa, dalle materie prime ai prodotti finiti, cibo compreso.

È indubitabile che a quel punto le esigenze alimentari continueranno ad essere considerate una priorità, mentre molte delle attuali ‘commodities’ finiranno in secondo piano. Azzardare previsioni è sempre molto difficile, ma è verosimile che il meccanismo che ha prodotto l’inurbazione di milioni (se non miliardi) di individui finisca con l’incepparsi, ed il processo cominci ad invertirsi.

Possiamo facilmente immaginare un flusso massiccio di abitanti, che abbandoneranno città divenute invivibili perché inadeguate a funzionare senza una massiccia dissipazione energetica, riversarsi nelle campagne alla ricerca di cibo, o per provare a produrselo da sé. Possiamo anche immaginare l’escalation di conflitti che questo comporterà, nel momento in cui tutti comprenderanno che cibo per tutti non ce n’è.

Un’altra possibilità, già oggetto di studio, in grado di produrre un contenimento e finanche una riduzione della popolazione, è offerta dal calo diffuso della fertilità registrato nei paesi tecnologicamente avanzati. Esso appare determinato in parte dagli stili di vita (l’età a cui si decide di avere un figlio si sposta sempre più avanti), in parte dal vivere in ambienti insalubri ed inquinati, in parte all’assunzione massiccia di cibi chimicamente alterati da aromi artificiali, coloranti e conservanti, sui cui effetti di accumulo nei tessuti organici non esistono studi su larga scala.

Questo calo della fertilità, almeno nell’immediato, non sta interessando i paesi del ‘sud del mondo’, che stanno anzi andando incontro ad un boom demografico senza precedenti, soprattutto nell’Africa sub-sahariana. Il risultato sono flussi migratori incessanti che, a partire dai paesi poveri, vanno a colmare i ‘vuoti’ prodotti dalla denatalità nelle nazioni più ricche.

Un recente esperimento di controllo demografico su larga scala è rappresentato dalla ‘politica del figlio unico’, in vigore nella Repubblica Popolare Cinese dalla fine degli anni ‘70 ai primi anni 2000, ed attualmente sostituita dalla possibilità di averne due per far fronte all’esponenziale crescita economica del paese.

Se da un lato un simile notevole risultato si è dimostrato possibile, dall’altro non possiamo non rilevare che solo un governo autoritario è stato in grado di imporre un provvedimento tanto impopolare ad una popolazione numerosissima e riluttante. È molto dubbio, tuttavia, che un intervento di tale portata possa essere condotto con successo all’interno di un regime democratico, come quello vigente nel nostro paese (ed in molti altri).

La pressione antropica causata sugli ecosistemi globali dalla sovrappopolazione è un problema ancora più drammatico del surriscaldamento globale, eppure, probabilmente per un tabù culturale, nessuno ne vuole parlare.

Nella prospettiva più ottimistica, finiremo col cancellare dal pianeta la maggior parte delle specie viventi, dando luogo alla famosa sesta estinzione di massa (anche se qualcuno trova inesatto il termine estinzione, e trova più corretto ‘sterminio’). I nostri discendenti finiranno a vivere in un incubo distopico alla Blade Runner, dove il lusso più sfrenato sarà rappresentato da un animale robotico, ché quelli in carne ed ossa non esisteranno più.

Nella prospettiva più pessimista, ci renderemo conto troppo tardi di aver generato un tale squilibrio nella catena alimentare globale da diventare del tutto incapaci di produrre ulteriore cibo (p.e. avendo causato inavvertitamente l’estinzione di massa di specie di insetti, o lombrichi, fondamentali per la sopravvivenza delle piante di cui ci nutriamo), e finiremo con l’estinguerci lasciando il pianeta in eredità a qualche forma di invertebrati, come i ragni, o a microrganismi ancora più piccoli.

(continua?)

La scomparsa della civiltà contadina

Quest’estate ho trascorso parte delle ferie in due paesini di montagna. Il primo è Pianello di Cagli, nelle Marche, paese originario di mia madre, dove ancora vivono molti dei miei parenti. Il secondo è Aggius, in Sardegna, dove ho alloggiato nella casa di un caro amico.

Entrambi i paesi appaiono esteriormente in buone condizioni. Le case sono in larga parte ristrutturate, rifinite, ordinate. Entrambi si mostrano in uno stato migliore, oggi, rispetto agli anni passati. Ma è una salute di facciata, un’apparenza, un simulacro conservato dall’affetto.

Gli edifici restaurati sono, in larga misura, ‘case per le vacanze’ e restano vuoti per la maggior parte dell’anno. I giovani, spesso ormai ex-giovani, si sono da tempo spostati nelle città, in prossimità di opportunità lavorative. I residenti fissi, lentamente, invecchiano e muoiono.

Sono le fasi conclusive di un processo di progressivo abbandono iniziato quasi un secolo fa con la comparsa delle macchine agricole nelle campagne e portato a compimento nel dopoguerra, con la definitiva transizione dalla mezzadria all’agricoltura meccanizzata.

Questo passaggio di consegne ha significato da un lato l’eliminazione di gran parte del lavoro manuale ed animale necessario alle produzioni agricole, dall’altro il progressivo abbandono delle terre ‘marginali’, ovvero quei campi collocati in luoghi impervi, in genere troppo piccoli perché ne fosse economicamente redditizia la coltivazione.

Per secoli l’agricoltura ha rappresentato il motore dell’economia, con lo sviluppo di piccole comunità obbligate alla prossimità con i luoghi di produzione. Il lavoro nei campi, dall’aratura al raccolto, veniva effettuato a mano e con l’aiuto di animali, questi ultimi utilizzati anche per la produzione di latte, uova e formaggi, ed in ultima istanza come cibo.

Delle vacanze della mia infanzia a Pianello ricordo che i nonni avevano ancora piccole stalle con animali, una grande per le due vacche che trainavano il ‘biroccio’ (un carro a ruote), poi le galline, i maiali, i conigli (nell’orto), i piccioni. Questi animali, e piccoli appezzamenti di terreno, minuscole vigne e frutteti, facevano della famiglia di mio nonno una delle più ricche del paese. Avevano di che mangiare ed un surplus di prodotti da commerciare in grado di garantire un moderato benessere.

Il boom economico degli anni ‘60 cambiò tutto. L’agricoltura meccanizzata e l’allevamento industriale produssero un declino nei prezzi delle derrate alimentari. Ciò che significò da un lato cibo in abbondanza per tutti, ma sancirono la fine delle economie rurali preesistenti, il progressivo abbandono delle campagne e l’urbanizzazione ‘forzata’ dei giovani, assorbiti dalle nuove produzioni industriali.

A tamponare in parte il problema fu la diffusione dell’automobile privata, che consentì ad una parte delle nuove generazioni di continuare a vivere nei piccoli borghi montani pur lavorando altrove, nelle piccole e medie industrie manifatturiere delle città più vicine. Molti, tuttavia, finirono inurbati nelle grandi città.

Tutto ciò che era stato tipico di una civiltà contadina, povera ma energica e vitale, finì in un lento oblio. I campi lasciati incolti, i frutteti abbandonati, le stalle vuote e fatiscenti, come pure, con la scomparsa degli anziani, la maggior parte delle case.

Quelli che resistettero all’esodo, della generazione di mia madre e mio padre, sono nel frattempo diventati anziani, e mantengono ricordi ed affetti legati ad uno stile di vita più semplice ed umano. Una generazione ormai prossima alla totale scomparsa. I loro discendenti, la mia generazione, sono finiti dispersi nel vasto mondo. Solo pochissimi restano legati ai luoghi di origine, a gestire un minimo di commercio, somministrazione e ristorazione, prevalentemente nella stagione estiva.

Quello che spaventa di più, in tutto questo processo, è la scomparsa di saperi, competenze ed abitudini. Una semplice diminuzione nella disponibilità energetica globale sarà capace di rendere antieconomico l’attuale andirivieni motorizzato, e a quel punto chi sarà nuovamente in grado di prendersi cura dei campi? Chi si occuperà degli animali? Ci potrà di ridar vita ad un’economia ed un modus vivendi ormai cancellati dalla memoria?

Tra mia madre, che da bambina portava le pecore al pascolo sulla montagna, e me, cresciuto negli anni ‘70 ed ‘80 in una grande città come Roma, c’è già un gap esperienziale incolmabile. Chi dovrà riprendere in mano la situazione, quando il paradigma dovesse nuovamente cambiare (e i segnali ci sono tutti), sarà l’attuale ‘generazione smartphone’, o la successiva, ancora più alienata e cibernetica.

Confido che in qualche modo ce la faremo, ma credo anche che ne usciremo con la sensazione di aver barattato qualcosa di vero e prezioso, se non le intere nostre vite, con l’ennesima, aggiornata e tecnologica, manciata di perline luccicanti.

E mentre i piccoli borghi montani lentamente si svuotano, declinano e muoiono, nelle città crescono periferie disumane ed agghiaccianti, sintomo di un male dal quale troppo a lungo abbiamo distolto lo sguardo.

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Vittime disfunzionali

C’è una questione che angustia i ciclisti e, più in generale, tutti quelli che si occupano di sicurezza stradale. Riguarda i ‘due pesi e due misure’ che i mass-media praticano rispetto alle vittime da incidentalità stradale. I morti e feriti sulle strade sembrano appartenere ad un popolo ‘di serie B’: se ne parla soltanto in occasione di eventi eccezionali.

In realtà, nell’economia dell’informazione, ed in senso più lato della politica, i morti hanno pesi e funzioni diverse. Esistono morti ‘funzionali’, ovvero in grado di attivare meccanismi di restituzione (di denaro, di attenzione, di immagine), e morti ‘disfunzionali’, per i quali questi meccanismi non si attivano. Le vittime della strage stradale attengono a questa seconda categoria.

Prendiamo il caso dei migranti annegati. Questa tipologia di vittime è in grado di produrre dibattito politico (è uno di quegli argomenti che i partiti solitamente utilizzano per distinguersi in base allo schieramento), quindi attenzione mediatica, i giornali possono farci sopra articoli e vendere spazi pubblicitari, i politici guadagnare attenzione e visibilità.

Evidentemente morire in mare non è sufficiente per innescare un dibattito politico, serve il momento adatto, uno scandalo da oscurare, l’assenza di dibattiti seri. Mancando queste condizioni anche l’affondamento dell’ennesimo barcone passa inosservato. I morti tornano ad essere ‘disfunzionali’ come gli altri.

Alcune tipologie di morti da incidentalità finiscono col bucare l’attenzione mediatica, ma solo se accompagnate da fenomeni di contorno. È il caso dei due bambini investiti e uccisi sulla porta di casa da un SUV guidato da rampolli delle locali famiglie mafiose. Ecco quindi un ricamare sulla criminalità organizzata, sul meridione ed altre sfaccettature assortite che giustificano l’attenzione dei giornali.

Analogamente, il caso del genitore che va fuoristrada mentre si sta filmando col telefono, causando la morte dei due figli in macchina con lui, smuove corde profonde. C’è il dolore per le vite innocenti spezzate, il biasimo sociale per il padre snaturato, la critica sociologica all’impatto dei social-media sui comportamenti devianti. Tutta roba per cui vale la pena sollevare l’attenzione collettiva.

Per l’anziano investito sulle strisce pedonali, per il ciclista buttato fuori strada dal distratto di turno, per il giovane che sopravvaluta la tenuta di strada del proprio veicolo, questi meccanismi non si attivano più.

Il lettore medio rifugge le disgrazie ‘generiche’, gli danno ansia, pensa: “succederà anche a me?”, non è in grado di trarne indicazioni utili (di guidare più piano e con più attenzione non se ne parla), ed in ultima istanza non sono morti politicamente strumentalizzabili, dal momento che il partito dell’automobile è assolutamente bipartisan.

Sono morti e disgrazie non monetizzabili, né in termini di attenzione, né di polemica politica ed in ultima istanza di inserzioni pubblicitarie. E se consideriamo che i principali inserzionisti della carta stampata sono attualmente le case automobilistiche, questo chiude definitivamente il cerchio.

La questione ambientale (sesta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Fin qui abbiamo usato il termine ‘sostenibilità’ senza scendere nel dettaglio, ora sarà il caso di farlo. ‘Sostenibilità’ deriva da ‘sostenere’, come, ad esempio, nell’idea di ‘sostenere un oggetto’. L’esempio ci rimanda ad un lavoro fatto per contrastare una naturale tendenza, ovvero quella dell’oggetto attratto verso il suolo dalla forza di gravità: maggiore il peso, più breve il periodo di sostenibilità.

Per le civiltà valgono considerazioni analoghe: maggiore è la pressione sull’ecosistema, più breve sarà l’arco temporale in cui la civiltà in oggetto potrà essere ‘sostenuta’ dai processi biologici naturali. La storia dell’umanità abbonda di esempi di civiltà insediatesi in habitat troppo esigui per alimentare il livello di consumi da esse imposto all’ecosistema. Il risultato è in genere consistito nel collasso o nella totale estinzione.

Un esempio, già trattato in passato, è quello delle colonie vichinghe in Groenlandia. Il tentativo di riprodurre, in terre più povere di risorse, uno stile di vita sperimentato come funzionale nel Nord Europa ha condotto alla scomparsa delle popolazioni ivi insediatesi. Un altro esempio è quello dell’Isola di Pasqua, dove una migrazione da parte dei polinesiani intorno all’anno mille produsse un’aggressione massiccia alla fauna ed alla flora indigene, portando il delicato ecosistema ad un depauperamento irreversibile nel volgere di pochi secoli.

Oggi sappiamo che la colpa del collasso non fu interamente delle popolazioni native, che avevano finito col trovare un delicato equilibrio con le risorse dell’isola. Il ‘colpo di grazia’ definitivo fu dato dalla scoperta dell’isola da parte degli occidentali, che vi portarono, involontariamente, malattie e specie alloctone (roditori). Tuttavia la presenza dei roditori non avrebbe potuto portare, da sola, al collasso di un habitat in buona salute. La responsabilità dei polinesiani rimane nell’aver prodotto, mediante l’abbattimento sistematico delle palme giganti di cui l’isola era ricca, una estrema fragilità dell’ecosistema insulare.

Quindi, al di là delle buone intenzioni espresse nel precedente capitolo, relative ad una riduzione volontaria degli esasperati consumi attuali, ciò che realmente determina il carattere di sostenibilità di una civiltà è, in ultima istanza, la capacità dell’ecosistema di alimentare il livello di consumi desiderato a tempo indefinito, ed a quale prezzo ciò può essere ottenuto.

Al di là del consumo di suolo e dell’inquinamento, problemi gravi ma evidenti e percepibili, quello che ai più sfugge è il drammatico crollo della biodiversità prodotto dall’azione umana negli ultimi millenni. Per biodiversità si intende da un lato la varietà di specie viventi che insistono in un territorio, dall’altro la numerosità delle specie stesse in termini di individui.

La salute di un ecosistema dipende dall’equilibrio tra esigenze diverse: la coesistenza di specie diverse di piante, di erbivori, di frugivori, di insetti, di batteri nel suolo, la competizione tra prede e predatori, e dai movimenti, transumanze e migrazioni delle specie che popolano un territorio. All’interno di questa ricchezza si producono le risorse per far fronte alle trasformazioni ambientali, dai periodi più caldi alle ere glaciali, attraverso una varietà genetica che accelera i percorsi evolutivi di adattamento.

In questo processo l’opera dell’uomo è devastante. Foreste ricche di biodiversità vengono abbattute per far spazio a monocolture ad alta ‘produttività’. Specie selvatiche vengono con indifferenza portate all’estinzione mentre si preservano solo una manciata delle varietà ritenute adatte all’allevamento ed al consumo umano, animali trasformati in modo da soddisfare le esigenze produttive e consumistiche, non più in grado di sopravvivere allo stato selvatico. La pesca ‘industriale’ trasformata in un sistematico saccheggio e depauperamento della fauna ittica globale.

Il fattore drammatico, ancora non metabolizzato dall’opinione pubblica, è che una specie non si estingue quando muore l’ultimo esemplare: se la popolazione si riduce al di sotto della soglia in grado di garantire una sufficiente diversità genetica, la specie è già condannata. Recentemente i koala sono stati dichiarati specie ‘funzionalmente estinta’, a fronte di una popolazione residua di 80.000 unità.

Un discorso analogo vale per gli habitat sui quali le specie insistono. Le riserve che vengono approntate per preservare la biodiversità dalla distruzione totale hanno spesso dimensioni insufficienti a garantire l’effettiva sopravvivenza delle specie che vivono al loro interno, essendo in grado unicamente di prorogare, per un breve arco temporale, la sopravvivenza di una manciata di individui.

A questo proposito occorre citare un esempio che a mio parere chiarisce bene la natura del problema. Anni fa un team di entomologi stava studiando un particolare moscerino della foresta amazzonica, un insetto microscopico del peso di pochi milligrammi. Lo studio analizzava la capacità dell’insetto di sopravvivere alla deforestazione, ovvero la sua adattabilità a porzioni ridotte di foresta. Quello che si evidenziò fu la totale scomparsa della specie da porzioni di foresta di dimensioni inferiori ad un chilometro quadrato.

Ora, se la capacità di riprodursi di un insetto dipende dalla disponibilità di un chilometro quadrato di foresta vergine, di quanto spazio hanno bisogno specie più grandi? Ne stiamo lasciando abbastanza? La risposta è no. Gli habitat naturali si stanno riducendo a velocità crescenti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame e coltivazioni di palma da olio. La previsione è che, in assenza di interventi drastici, gli habitat intatti saranno totalmente scomparsi nell’arco di pochi decenni, assieme alla gran parte della biodiversità globale.

Quindi la sola riduzione dei consumi individuali, già teorizzata nel precedente post, non è strategia sufficiente a garantire la salute degli ecosistemi terrestri. Al pari degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua stiamo alacremente distruggendo i meccanismi biologici fondamentali che garantiscono la salute del pianeta, creando quelle stesse condizioni di fragilità che causeranno un prevedibile futuro collasso. Stavolta non al livello di una singola isola, bensì globale. Sarà necessario incidere molto più a fondo per realizzare la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, in ultima istanza individuando la maniera di ridurre la popolazione umana mondiale.

D’altro canto la lungimiranza non è mai stata la caratteristica principale della nostra specie, così come non lo è per qualunque specie vivente. La natura premia, nell’immediato, l’individuo, la popolazione e la specie in grado di razziare la maggior quantità di risorse, riservando al lungo periodo l’opera di ristabilire un equilibrio. Che può anche comprendere la totale scomparsa della specie ‘eccessivamente aggressiva’, non solo un suo ridimensionamento.

Venendo al nostro caso, siamo i predatori più efficaci del pianeta, surclassando di diversi ordini di grandezza qualsiasi altro predatore apicale. Il nostro successo riproduttivo, relativo agli ultimi millenni, non ha eguali nella storia del pianeta. Prevedibilmente, la nostra caduta sarà altrettanto repentina.

(continua)

Evolution

(elaborazione dell’autore, a partire da un originale trovato qui)

La questione ambientale (quarta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

A peggiorare il bilancio dell’assalto plurimillenario condotto dalla nostra specie nei confronti delle risorse globali, l’inquinamento ha aggiunto ulteriore fattore di stress agli ecosistemi naturali.

Col termine inquinamento si intende l’introduzione di materiali ‘alieni’ alle dinamiche biologiche, ed in grado di interferire coi processi di riuso della materia organica. Tutto quello che la specie umana estrae dal suolo, raffina, trasforma, utilizza ed infine scarta rappresenta una forma di inquinamento. Inizierò quindi col descrivere una modalità di inquinamento che non viene ancora individuata come tale: l’edilizia.

I primi rifugi inventati dalla nostra specie furono, con molta probabilità, capanne di legno e foglie, composte interamente da materiali organici, decomponibili e biologicamente riciclabili. Col tempo ed il padroneggiare tecniche di manipolazione più evolute, la costruzione di edifici in pietra rappresentò un primo esempio di intervento umano operato in totale difformità dai processi biologici.

I materiali inerti necessari all’edilizia vengono estratti dalle cave di pietra e collocati dove poi sorgono paesi e città, luoghi di norma caratterizzati da abbondante disponibilità di suolo fertile. La costruzione di edifici e la successiva espansione delle città ha l’effetto di ridurre la disponibilità di suolo fertile.

Con la crescita delle città e la nascita di regni ed imperi, l’occupazione di suolo prodotta dalle città aumenta progressivamente, mentre la produzione alimentare si trasferisce sempre più verso le periferie, processo che innesca la creazione di strade ed il consumo di ulteriore suolo fertile.

Il gigantismo delle attuali metropoli, e le trasformazioni avvenute nella produzione e nei trasporti grazie alla Rivoluzione Industriale, hanno di fatto totalmente scollegato le aree urbane dalla necessità di un’autonomia alimentare ‘di prossimità’, creando condizioni di estrema criticità. Qualunque riduzione nell’efficienza della produzione agricola, o di quella della rete di trasporti, si tradurrebbe in un’incapacità delle popolazioni inurbate di far fronte al proprio stesso sostentamento.

In epoche passate, un limite alla crescita delle dimensioni urbane è consistito nella disponibilità di cibo in relativa prossimità. Con la Rivoluzione Industriale questo limite è stato rimosso, consentendo alle città di espandersi seppellendo le aree agricole di prossimità. Questo processo non è più reversibile nel breve periodo, perché i terreni scavati e cementificati non recuperano la propria fertilità a fronte del semplice abbattimento degli edifici.

I materiali edili presentano quantomeno il vantaggio di essere inerti rispetto ai processi organici. Lo stesso non si può dire di gran parte delle sostanze che sono diventate parte della nostra vita di tutti i giorni. Dalla rivoluzione industriale in poi la chimica ha infatti provveduto a sviluppare una varietà pressoché infinita di sostanze tossiche e nocive, in grado di interferire a vari livelli coi processi biologici.

Queste sostanze sono successivamente entrate a far parte dei manufatti, o divenute parte integrante dei relativi processi produttivi, e molto poco si è fatto per gestirne uno smaltimento sicuro al termine del ciclo d’utilizzo. Parliamo di un ventaglio di sostanze che va dai veleni veri e propri agli acidi, a materiali variamente irritanti, tossici o cancerogeni. Tutta roba che per decenni è stata rilasciata nei fiumi, seppellita, conferita nelle discariche o bruciata e dispersa nell’atmosfera.

Anche materiali biologicamente inerti come la plastica presentano un risvolto negativo, perché la loro diffusione e successivo degrado sta creando problemi agli animali che tentano di nutrirsene, causandone spesso la morte. Soprattutto negli oceani la quantità di frammenti di plastica trasportata da fiumi e correnti sta rappresentando un problema significativo per la fauna marina.

Questo senza contare che il processo di frammentazione, al momento ancora parziale (si parla infatti di ‘microplastiche’), procederà gradualmente fino al livello molecolare, saturando l’ambiente di quantità enormi di catene di polimeri di origine non biologica, con effetti, allo stato attuale, totalmente non quantificabili.

Un’altra parte rilevante di inquinamento deriva dall’impiego di diserbanti ed antiparassitari nell’agricoltura, che cresce di anno in anno. Si tratta di composti chimici dichiaratamente ostili ai processi biologici (la loro funzione è uccidere le varietà vegetali che competono con le specie coltivate e gli insetti che di queste ultime si nutrono), che finiscono con l’accumularsi nella catena alimentare portando morte anche alle specie (rettili, uccelli e mammiferi) che di tali insetti si nutrono.

Oltre agli antiparassitari l’agricoltura fa anche un largo uso di fertilizzanti azotati, che hanno un effetto positivo a breve termine sulle colture, ma nel lungo termine alterano gli equilibri chimici dei suoli rendendoli meno ospitali per le popolazioni di insetti ed altre forme di vita che li abitano. Quel che è peggio: ancora non è chiaro quali siano gli effetti cumulativi relativi al dilavamento di tutte queste sostanze venefiche, al loro assorbimento nei suoli ed alla loro diffusione nei fiumi e nei mari.

Un forte segnale di allarme giunge proprio riguardo alle quantità e varietà di insetti rilevate in prossimità delle aree agricole europee, che hanno subito un collasso repentino negli ultimi anni in diversi paesi. Per la loro importanza nella produzione del miele l’attenzione è attualmente capitalizzata dalle api, specie di cui si sono registrati diversi casi di collasso di interi alveari, fino alla totale scomparsa in diversi paesi, al punto che in alcune zone della Cina gli agricoltori devono impollinare gli alberi da frutta a mano.

Un caso a sé è rappresentato dai sottoprodotti dell’industria nucleare civile e militare. L’evoluzione delle tecnologie atomiche ha generato, mediante un processo detto ‘arricchimento’, tonnellate di materiali radioattivi in forme estremamente concentrate. Materiali che, essendo instabili, non sono mai venuti a contatto con le forme viventi. infatti, pur essendo presenti nella fase di formazione del sistema solare, essi erano già scomparsi, dalla crosta terrestre, ben prima che i processi vitali avessero inizio.

Parliamo di sostanze in grado di rendere pericolose ed inabitabili ampie porzioni di pianeta, come abbiamo visto in occasione degli incidenti di Chernobyl in Ucraina e Fukushima in Giappone. Su scala più ridotta il riutilizzo di uranio impoverito nella fabbricazione di proiettili ha già causato decine di casi di leucemia, anche mortali, fra gli stessi militari utilizzatori di tali munizioni. Molto poco è poi dato sapere sulle condizioni delle migliaia e migliaia di testate nucleari tattiche, il cui semplice potenziale esplosivo, già ai tempi della Guerra Fredda, era dato come in grado di annientare completamente l’intera umanità più volte.

L’ultima e più subdola forma di inquinamento riguarda i gas rilasciati in atmosfera a seguito dell’utilizzo massivo di combustibili fossili per i trasporti, le macchine utensili e la produzione di energia elettrica. Questi gas stanno lentamente ma inesorabilmente alterando l’equilibrio millenario tra il riscaldamento prodotto dalla radiazione solare di giorno, ed il raffreddamento causato dall’irraggiamento notturno, con l’effetto di surriscaldare l’atmosfera ad un ritmo mai visto prima (essendo, per l’appunto, un fenomeno artificiale) ed innescando ulteriori eventi caratterizzati da feedback positivo, ovvero in grado di accelerare il riscaldamento: scioglimento delle calotte polari, con ulteriore riduzione dell’albedo, e rilascio di gas metano dal permafrost artico.

Stiamo già misurando, in questi anni, una variazione delle temperature globali talmente repentina da non lasciare, a molte specie viventi, il tempo di adattarsi, e causando, assieme a fattori concomitanti, un collasso a catena di interi ecosistemi, dalle barriere coralline del pacifico alle popolazioni di orsi bianchi non più in grado di cacciare le foche artiche per la scomparsa dei ghiacci.

Riassumendo: caccia alle specie animali edibili, allevamento e sostituzione della naturale biodiversità con specie ‘simbionti’ (quelle di cui ci nutriamo), distruzione delle foreste per far spazio a coltivazioni, distruzione della residua biodiversità con fertilizzanti, erbicidi ed antiparassitari, consumo di suolo fertile causato dall’edilizia, dalla costruzione di strade ed infrastrutture, oltreché dall’erosione chimica e meccanica prodotta dai macchinari agricoli, rilascio di sostanze velenose e tossiche nell’ambiente, inquinamento da materie plastiche, riscaldamento globale del clima.

Come ultimo risultato, conseguenza di tutto questo gran daffare, la popolazione umana è cresciuta esponenzialmente fin quasi a raggiungere gli otto miliardi di individui, con una impennata negli ultimi decenni che ha prodotto una progressiva invasione antropica dei residui habitat intatti: le foreste vergini dell’Amazzonia e della Polinesia. Un surplus di popolazione umana la cui sussistenza può essere garantita solo attraverso l’inasprimento delle forme di saccheggio ambientale descritte fin qui.

Parafrasando Nietzsche: siamo da un paio di secoli sull’orlo dell’abisso, e l’abisso ci sta chiamando a gran voce. È possibile fare qualcosa per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta, e con esse della nostra specie? Proverò a ragionarci su nel prossimo post.

(continua)

La questione ambientale (terza parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

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Nella prima parte di questa analisi abbiamo visto come la specie umana sia riuscita, nel corso dei millenni, a ricavare nuove ed abbondanti forme di nutrimento aggredendo interi habitat vergini mediante l’allevamento e l’agricoltura. Molto di questo successo si è realizzato grazie all’invenzione di macchine semplici.

Le ‘macchine semplici’ nascono assieme alla nostra specie, caratterizzata dalla capacità di manipolare, per mezzo degli arti superiori, quanto disponibile nell’ambiente al fine di migliorare la caccia e la raccolta. Una macchina semplice è l’ascia a mano, una pietra con un bordo tagliente ricavato per lavorazioni successive, che consentiva di abbattere animali di medie dimensioni. Altra macchina semplice è la lancia, evolutasi successivamente in arco e frecce.

Per la raccolta si usavano con molta probabilità cesti di vimini, che consentivano il trasporto di un maggior numero di cibarie. Dalla tecnica di intrecciare fibre vegetali derivò con molta probabilità la produzione di tessuti. L’agricoltura divenne più produttiva grazie all’invenzione dell’aratro, uno strumento in grado di ‘ammorbidire’ il terreno e facilitare l’attecchimento delle sementi.

L’aratro fu, molto probabilmente, il primo strumento per mezzo del quale l’umanità sperimentò l’utilizzo di forze motrici diverse dalle proprie stesse masse muscolari, aggiogando bovini e cavalli per utilizzarne l’energia metabolica. Altri esempi sono l’uso del vento per la propulsione di imbarcazioni, destinate a diventare un importante strumento per la pesca, il commercio e l’esplorazione di nuovi habitat.

Un ulteriore processo fisico, ben presto asservito ad usi pratici, furono le proprietà esplosive di alcuni composti chimici, esplorate dapprima in Asia con funzioni ricreative (fuochi d’artificio) e trasformate quindi in occidente, grazie ai progressi della metallurgia, in armi da fuoco (fucili e cannoni). Queste nuove armi svolsero un ruolo chiave nell’invasione e colonizzazione manu militari di due nuove masse continentali, le Americhe.

I due sub continenti americani erano già stati colonizzati dall’homo sapiens ventimila anni prima, nel corso dell’era glaciale, da popolazioni spintesi a piedi nei territori dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni ivi insediate avevano trovato un habitat intatto ed una macro-fauna totalmente impreparata all’arrivo di un nuovo predatore. Quest’ultima fu sistematicamente cacciata fino all’estinzione, con rare eccezioni. Al termine della glaciazione le Americhe rimasero isolate dalle altre masse continentali a causa della risalita del livello dei mari.

Le popolazioni insediate nel nuovo continente rimasero perciò tagliate fuori dall’evoluzione tecnologica che stava avvenendo in Eurasia, col risultato che, all’epoca della loro ‘riscoperta’ da parte degli europei, civiltà ancora all’età della pietra dovettero scontrarsi e soccombere al cospetto di invasori muniti di sciabole d’acciaio, fucili, cannoni e cavalli.

A metà del diciottesimo secolo la nostra specie si era già diffusa sulla totalità delle terre emerse (ad esclusione, per ovvi motivi, dell’Antartide), praticando l’agricoltura su buona parte delle pianure irrigate, l’allevamento di bestiame nelle praterie, la pesca nei mari e negli oceani. Quest’ultima attività si estese alla caccia ai cetacei per ricavarne l’olio da utilizzare nell’illuminazione notturna, cosa che portò diverse specie di mammiferi marini sull’orlo della completa estinzione.

La situazione, vista e considerata col senno di poi, era già sufficientemente preoccupante. Quello che produsse un’ulteriore accelerazione al processo fu l’invenzione della macchina a vapore, un meccanismo complesso che sfruttava la combustione del carbone per trasformare il calore in movimento, ed il movimento in lavoro. Ben presto le macchine a vapore vennero impiegate massivamente per la fabbricazione di tessuti e per i trasporti su terra e mare.

I motori a vapore erano obbligati a grandi pesi e grandi dimensioni, trovando facile applicazione principalmente alla propulsione di treni e navi. Anche così, l’impatto fu enorme, consentendo alle metropoli occidentali, già all’epoca sovrappopolate, di drenare ricchezze e derrate alimentari dai quattro angoli del pianeta.

L’idea di utilizzare fonti energetiche fossili per accelerare i processi produttivi segna il passaggio all’era industriale. L’accelerazione impressa ai trasporti favorisce la nascita dei grandi imperi commerciali, che a loro volta alimentano politiche imperialiste e colonialiste.

Ma c’è un ulteriore risvolto nella rivoluzione industriale, e riguarda la necessità di accaparramento di risorse non organiche. Già in epoche preistoriche l’umanità aveva scoperto le proprietà di durezza e malleabilità dei metalli che potevano venir estratti dalla crosta terrestre. L’estrazione e lavorazione dei metalli aveva però costi molto elevati, che ne relegavano l’impiego ad oggetti di lusso, oppure a finalità prevalentemente belliche, restando il grosso dei manufatti di uso comune ancora in legno, pietra, ceramica ed osso.

Nella nuova fase ‘industriale’ della storia umana, grazie anche allo sviluppo della chimica, le risorse inorganiche trovarono applicazioni in innumerevoli campi, arrivando ad avere un peso via via sempre maggiore nella produzione di cibi e manufatti. Questo comportò un’accelerazione nei processi estrattivi, nelle esplorazioni minerarie, nella ricerca scientifica, ed un’escalation della potenza militare non più legata al semplice fattore demografico.

Le macchine a vapore, la scienza e le nuove tecnologie rappresentarono un’importante rottura col passato, dominato dai testi sacri e dalle caste sacerdotali. Esse non solo rivoluzionarono le modalità produttive, ma ebbero un effetto ben più dirompente sul piano culturale, finendo col dar vita a quella che potremmo definire come ’ideologia del Progresso’.

Nell’ideologia del progresso, tutto quello che l’uomo fa all’ambiente è giustificato dal suo essersi dimostrato superiore a Dio, dall’aver imposto la propria volontà al mondo, dall’aver sottomesso la Natura al proprio Ego. L’Uomo regna sull’Universo, ne svela le leggi e le piega ai propri bisogni, accrescendo via via la propria potenza e ricchezza, e ciò non può essere che buono e giusto.

Se pensiamo al dettato biblico che è gravato per millenni sulla testa dei popoli occidentali, quel “lavorerai col sudore della tua fronte” che rappresentava la condanna divina all’uomo nel momento in cui quest’ultimo aveva cercato di rendersi più simile a Dio per mezzo della conoscenza, possiamo ben comprendere quello che la Rivoluzione Industriale rappresentò per le popolazioni dell’epoca.

Al di là delle condizioni miserrime degli operai del diciannovesimo secolo, la prospettiva di un mondo futuro, nel quale le macchine avrebbero affrancato l’uomo dalla fatica e dall’immobilità in uno stesso luogo di residenza, regalando ricchezza e benessere a tutti, dovette apparire come il tanto atteso riscatto, l’affrancamento finale dal giogo divino.

Sul fronte della ricerca di nuove fonti energetiche, dopo il carbone fossile si trovò il modo di sfruttare i prodotti della raffinazione del petrolio, composti chimicamente molto attivi in grado di alimentare motori a scoppio molto più piccoli di quelli a vapore, quindi applicabili a macchine agricole e veicoli per la mobilità individuale. Nascevano trattori ed automobili, e con essi un intero nuovo modello di mondo.

Nel tempo, col progredire delle conoscenze e delle tecnologie, materiali sempre nuovi iniziarono a trovare un impiego, dai prodotti fissili in grado di alimentare l’industria nucleare militare e civile, a cemento, acciaio, vetro ed alluminio per i nuovi edifici, alle materie plastiche, sintetizzate a partire dagli idrocarburi, ai semiconduttori e metalli rari per le tecnologie informatiche. Tutto questo estrarre, lavorare, consumare ed in ultima istanza abbandonare materiali inorganici su larga scala ha rappresentato un nuovo problema per il pianeta, quello dell’inquinamento.

Una caratteristica dei processi biologici, fin dalla loro comparsa, consiste nell’incessante riciclaggio delle materie prime necessarie alla chimica organica, e nel conseguente sequestro, nel sottosuolo, delle sostanze inutili, tossiche e nocive. Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra specie ha alacremente lavorato a scavar fuori tutti questi composti, potenzialmente tossici e nocivi per i processi biologici, finendo col rilasciarne sconsideratamente nell’ambiente quantità via via crescenti.

(continua)