Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

Sapere dogmatico vs sapere esperienziale

Mi prendo una pausa dal lavoro di analisi sui meccanismi di emersione delle ideologie [1] per un approfondimento sull’incomunicabilità. In passato mi sono concentrato sull’assenza di un sapere condiviso [2], sulla base del quale costruire ragionamenti e conclusioni. Recentemente ho individuato un problema ulteriore, legato non solo al sapere, ma ai processi di costruzione del sapere stesso. Nel modello che sto mettendo a fuoco individuo due diversi processi di costruzione del sapere, definiti, rispettivamente, ‘esperienziale’ e ‘dogmatico’.

Il ‘sapere esperienziale’ si costruisce dal basso, accumulando fatti ed evidenze ed andando a definire un’architettura interpretativa della realtà basata sulla messa in relazione di singole evidenze. Questo è il processo più lungo e faticoso, perché le evidenze vanno soggette ad interpretazione, interpretazioni erronee danno luogo alla costruzione di architetture interpretative disfunzionali ed il tutto piò risolversi in un enorme caos.

Una ulteriore complicazione discende dai già descritti ‘bias culturali’, che fungono da collante sociale e modellano i nostri processi interpretativi. Quando un’evidenza entra in conflitto con un bias culturale consolidato, risulta più semplice mettere in discussione la singola evidenza rispetto al rimettere in discussione il bias culturale consolidato nella nostra architettura interpretativa.

Il ‘sapere dogmatico’ affronta la questione in maniera diametralmente opposta, individuando una fonte di sapere ed acquisendone in blocco la chiave interpretativa della realtà. Il processo risulta molto più semplice e diretto, consentendo di padroneggiare tematiche complesse senza il necessario sforzo di costruzione del percorso logico soggiacente.

Questo processo richiede un investimento minore in termini di intelligenza e consumo delle facoltà cognitive, risultando a molti più accessibile del precedente. Il problema del ‘sapere dogmatico’ è che dipende in toto dall’autorevolezza delle fonti, non avendo richiesto lo sviluppo degli strumenti analitici capaci di metterle in discussione. Analoga considerazione vale per l’onestà intellettuale delle fonti stesse, o per il loro essere strettamente legate ad una diversa cultura ed ai relativi bias culturali.

Il sapere dogmatico risulta una scorciatoia, adottabile da un’ampia fetta della popolazione umana, per accedere alla comprensione di problematiche complesse ed alle chiavi interpretative connesse. Ma è un sapere che accetta di essere messo in discussione solo attraverso l’individuazione di una fonte ‘più autorevole’, in assenza della quale si fossilizza e cessa di evolvere.

Il punto che ho messo a fuoco solo recentemente è che queste due diverse forme di sapere non sono in grado di dialogare, perché parlano due linguaggi cognitivi diversi. Posti di fronte all’interpretazione di una stessa situazione, sapere esperienziale e sapere dogmatico attivano strategie e risorse diverse.

Il sapere esperienziale scompone l’evento in una serie di singoli elementi logici, intorno ai quali costruisce una chiave interpretativa. Il sapere dogmatico individua anch’esso una serie di elementi logici, ma lavora ad inserirli in un contesto interpretativo familiare e consolidato, ereditato dalla ‘fonte autorevole’. Se i due modelli, per qualche ragione, non combaciano, non c’è modo di limare le diversità, e le discussioni si avvitano senza via d’uscita.

Il ‘sapiente esperienziale’ proverà a dimostrare l’efficacia del proprio modello interpretativo utilizzando strumenti cognitivi di cui il ‘sapiente dogmatico’ non dispone, dato che non ha alcuna esperienza nella costruzione di modelli interpretativi: di tutte le spiegazioni fornite non saprà letteralmente che farsene. Anche escludendo la disonestà intellettuale, siamo in una situazione in cui si attivano processi cognitivi diametralmente opposti.

Dal canto suo il ‘sapiente dogmatico’ proverà ad illustrare le proprie chiavi interpretative prefissate, mancando di validarle alla luce dei nuovi fatti, semplicemente perché il meccanismo di acquisizione del proprio sapere non contempla una fase di discussione e validazione diversa da ‘questa fonte è più autorevole di quest’altra’. Per contro, tratterà l’intero modello interpretativo proposto dal proprio interlocutore come proveniente da ‘fonte scarsamente attendibile’.

Quest’analisi delinea un nuovo scenario di incomunicabilità. Mentre il precedente muoveva da considerazioni molto più basiche sulla quantità di sapere disponibile ai due contendenti, l’attuale sposta il focus sul problema della costruzione di tale sapere. O, se vogliamo, della capacità di distinguere tra sapere e ‘non sapere’, tra effettiva comprensione del reale e metabolizzazione di bias culturali.

In compenso l’analisi consente di inquadrare un problema legato alla crescita esponenziale del sapere verificatasi nei secoli recenti. Di fatto risulta molto problematico accedere ai campi più specialistici attraverso un approccio ‘esperienziale’. Se già la mole di nozioni da acquisire è enorme, la mole di fatti ed interpretazioni soggiacenti quelle nozioni risulta enormemente più vasta.

In questo processo di scalata ai vertici delle competenze risultano avvantaggiati gli individui più inclini ad abbracciare un ‘sapere dogmatico’, rispetto a quanti organizzano la propria interpretazione della realtà basandosi sul ‘sapere esperienziale’. Questo potrebbe dar conto, per estensione, della tendenza delle culture umane alla fossilizzazione del sapere.

Per ora mi fermo qui, ma non escludo di tornare sull’argomento.


[1] Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

[2] Sull’incomunicabilità

Sull’origine delle ideologie

(N.b.: a pochi mesi di distanza da questo scritto ho messo mano ad un’analisi più puntuale del processo, che ne integra la sostanza fornendo chiavi interpretative ulteriori)


Nel post precedente accennavo a ‘processi di sostituzione’, un tema poi riemerso nella discussione, purtroppo breve, che si è sviluppata via social con l’amico Marco Melillo. Ho pertanto iniziato a buttar giù una serie di riflessioni con l’obiettivo di mettere a fuoco il concetto ma, mentre procedevo, un’idea ben più interessante ha finito col prender forma.

Sono infatti arrivato ad individuare un motivo che rende necessarie, non occasionali, la nascita e lo sviluppo delle ideologie. Se pensiamo a quanto queste ultime, a partire dalle fedi religiose per arrivare alle attuali ideologie ‘laiche’, hanno influenzato lo sviluppo della storia umana, comprenderne la loro collocazione antropologica ha una sua importanza.

Partiamo però dalle dinamiche di sostituzione che, a monte di tutto, sono parte integrante dei processi vitali: fenomeni legati alla chimica organica che possono essere efficacemente descritti in termini di molteplici eventi di tipo sostitutivo. Le nuove generazioni sostituiscono quelle più antiche; le forme mutate di DNA sostituiscono le versioni precedenti; le tipologie nuove, e meglio adattate, degli individui di una stessa specie, sostituiscono quelle preesistenti.

La chiave interpretativa dei ‘processi di sostituzione’ è, di fatto, molto aderente all’originale pensiero esposto da Charles Darwin nel saggio “L’origine delle Specie”. Tuttavia nel corso degli anni ha prevalso una chiave d’interpretazione, che potremmo etichettare come ‘positivista’, strettamente legata all’idea di ‘evoluzione’, termine che veicola significati non sufficientemente neutrali ed oggettivi e presta il fianco ad interpretazioni improprie. Il motivo per cui ciò è accaduto risulta tutt’altro che banale, e richiederà un approfondimento.

Sintetizzando all’estremo la storia dell’umanità (analisi più dettagliate dei singoli eventi potete cercarle nei post pubblicati in passato), lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni ha rappresentato il fattore chiave per la sopravvivenza della nostra specie. Come conseguenza inevitabile, l’aumento della capacità cognitiva ha portato con sé l’emergere di grandi dilemmi:

Qual’è il senso dell’esistenza umana?”
“Cosa è giusto e cosa è sbagliato?”
“Cosa è Bene e cosa è Male?”

La nostra specie, per la prima volta nella storia della vita sul nostro pianeta, ha dipeso quasi unicamente dall’esercizio dell’intelligenza, impiegata sia a fini cooperativi che per comprendere e prevedere gli eventi. La necessità di dare risposta ai summenzionati ‘grandi dilemmi’, più che un mero esercizio filosofico, ha rappresentato per i nostri avi una questione di vita o di morte, perché da quelle stesse risposte ne sarebbero discese decisioni e scelte, ed in ultima istanza l’efficacia dell’azione collettiva mirata alla sopravvivenza del gruppo.

Può essere difficile, nel momento attuale, ragionare di sopravvivenza, tanto è distante la nostra condizione da quella di anche soltanto un secolo fa, figuriamoci calarci nel pensiero di popolazioni preistoriche. Tuttavia, nel momento in cui il pensiero astratto divenne la principale arma a disposizione della nostra specie, al pari degli artigli dei predatori o dei muscoli degli erbivori, l’ambito delle idee finì col diventare dominante nell’organizzazione umana, mettendo in secondo piano le reazioni istintive.

Le specie viventi sono necessariamente dotate di pulsioni istintive alla sopravvivenza ed alla riproduzione. I comportamenti istintivi sono codificati all’interno del cervello ad un livello molto più basico di quelli destinati al pensiero. Gli insetti, pur disponendo di cervelli minuscoli, dotati di pochi neuroni, possono attuare una serie di comportamenti complessi. In essi, però, non esiste possibilità di apprendimento: tutti i comportamenti sono strettamente codificati a livello genetico.

La pulsione alla sopravvivenza è un elemento chiave di questa rigida programmazione. In estrema sintesi: gli individui che possiedono reazioni adeguate a sopravvivere e riprodursi trasmettono questo carattere alle generazioni successive, quelli che ne possiedono versioni difettose o inefficienti muoiono senza riprodursi.

Ma un cervello rudimentale, se pure è in grado di effettuare una serie di operazioni ripetitive al pari di un microscopico robot, non è la dotazione migliore per fronteggiare gli imprevisti. Col crescere delle dimensioni degli animali è stato possibile alimentare cervelli più grandi, capaci di risposte flessibili e dell’abilità di apprendere. La specie umana è quella che si è spinta più avanti in questa direzione.

Come già detto, nel momento in cui la nostra specie sviluppa un cervello plastico e ne fa lo strumento principe per la propria sopravvivenza, i processi cognitivi finiscono col diventare dominanti rispetto ai processi istintivi. Si rende perciò necessario lo sviluppo di architetture cognitive, quelle che siamo soliti definire sovrastrutture culturali, in grado di sopperire alla diminuita efficacia delle reazioni istintive.

Siamo stati quindi obbligati a sviluppare dei rinforzi culturali all’istinto di sopravvivenza, proprio per evitare che l’eccessiva capacità immaginativa del nostro cervello producesse risposte distruttive per noi stessi e per i nostri simili. Un tale risultato venne ottenuto, fin dalla notte dei tempi, imbrigliando la libertà di pensiero all’interno di quello che possiamo definire uno schema della realtà, quello che poi ha preso il nome di ‘bagaglio culturale’.

Ogni collettivo, dalla piccola tribù alle capitali degli imperi, è stato obbligato a dar forma ad una visione condivisa della realtà, che offrisse spiegazioni all’esistente e desse indirizzi comportamentali finalizzati al benessere, dei singoli individui e dell’intero gruppo, ed alla coesione sociale. Nacquero così le storie, le leggende, le interpretazioni ed in ultima istanza le religioni che, come abbiamo già detto, rappresentano il primo esempio noto di ideologie.

In una realtà primitiva, la spiegazione più semplice all’esistenza del mondo è immaginare entità sovrumane che, dopo aver creato e modellato l’Universo, amministrano la giustizia e comminano premi e punizioni. La religione nasce per offrire un fondamentale rinforzo dell’istinto di sopravvivenza attraverso l’idea di una vita dopo la morte.

Essa ha la doppia funzione da un lato di disincentivare il suicidio, dall’altro di codificare ed obbligarci ad ottemperare ai comportamenti più idonei al successo del gruppo sociale cui apparteniamo, ivi incluso, ove necessario, il sacrificio di sé per il bene comune. Con l’avvento della scrittura, nel terzo millennio avanti Cristo, tutte queste complesse teologie finirono nella redazione dei testi sacri, formalizzando un ventaglio completo, seppur variegato, di risposte ai dilemmi umani.

I testi sacri sono la pietra angolare di qualsiasi pensiero religioso. Essendo, per comune consenso, ispirati direttamente dalla divinità, il loro contenuto non è questionabile. I principali sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, e le indicazioni da essi fornite sono risultate talmente efficaci da aver accompagnato l’umanità attraverso i lunghi millenni di sviluppo delle civiltà.

Il problema è sorto quando diversi intellettuali, nell’arco di alcuni secoli, hanno iniziato a sviluppare il pensiero scientifico, mettendo in discussione l’attendibilità dei testi sacri. Con molta evidenza, il massimo sapere di culture dell’età del bronzo non poté competere con le conoscenze ed i nuovi strumenti tecnologici sviluppati nell’arco di secoli.

Dapprima Galileo, con l’invenzione del telescopio, dimostrò l’inattendibilità della Bibbia sulle materie astronomiche. In seguito Newton sostituì la narrazione teologica del cosmo con un asettico formalismo matematico, capace di dar conto dei movimenti dei corpi celesti grazie a poche semplici equazioni. Da ultimo Darwin, che spiegò ‘l’origine delle specie’ togliendo alla divinità anche il merito della varietà delle forme viventi.

Il problema, per i religiosi, è che i Testi Sacri devono, per definizione, essere infallibili, essendo emanazione stessa della divinità. Se quanto affermato in un Testo Sacro non risulta coerente con la realtà fattuale, si pongono due eventualità, entrambe spiacevoli: o la divinità ha scelto di mentire all’umanità, il che aprirebbe a scenari poco rassicuranti, o il testo non è emanazione della divinità, e a questo punto risulta delegittimato nella sua interezza.

Il risultato dello scardinamento prodotto dal pensiero scientifico sulle società umane appare drammatico. Da un lato abbiamo l’affermazione di un pensiero laico, freddo, lucido ed oggettivo, capace di leggere la realtà attraverso strumenti meccanici e non più per mezzo di interpretazioni culturali. Dall’altro si registra il progressivo smantellamento delle credenze religiose, che trascina con se il valore di collante sociale e la ‘stampella psichica’ rappresentata dai modelli culturali veicolati dalle fedi.

Il pensiero scientifico, del suo, non è in grado di svolgere le funzioni di rinforzo degli istinti di sopravvivenza e di collante sociale, per gruppi e comunità, che le architetture cognitive del pensiero religioso avevano fino ad allora espletato. L’istinto di sopravvivenza, come pure le esigenze relazionali, di cui tutti abbiamo bisogno per non soccombere alle difficoltà della vita, non possono essere validate da un’oggettività scientifica, ma unicamente descritte in termini di strutture cognitive.

Ridotto il discorso ai minimi termini: se la fede è in grado di far sentire una persona importante, utile, desiderata, di dargli una collocazione nel cosmo e delle finalità da perseguire, per la scienza quella stesso individuo è solo un generico essere vivente, appartenente ad una specie fra le tante che popolano un habitat qualsiasi, la cui sopravvivenza individuale è totalmente irrilevante. Nulla che possa essere di alcuna utilità al superamento di difficoltà esistenziali oggettive.

Per questo una significativa parte di umanità ha istintivamente rifiutato le conclusioni filosofiche prodotte dalla scienza: finché c’è da approfittare di una nuova macchina o un nuovo strumento sono tutti concordi sulla sua utilità, ma quando si deve affrontare il baratro di un’esistenza finita e priva di significato la mente umana, istintivamente, si tira indietro.

Nel corso del processo mai realmente completato, anch’esso in qualche modo ‘di sostituzione’, del pensiero religioso con quello scientifico, accadono eventi collaterali degni di nota. Il primo è che il pensiero scientifico viene inevitabilmente veicolato per mezzo delle strutture linguistiche preesistenti, intrise di pensiero magico e religioso. Gli scienziati sono obbligati a riutilizzare termini, figure retoriche, esempi e paralleli che rimandano ognuno alle rispettive radici culturali, e risultano per loro natura impropri ed imprecisi.

Il linguaggio della scienza è fatto di formalismi matematici, di relazioni geometriche, di simmetrie, che il linguaggio corrente non è in grado di restituire con efficacia, perché le sue radici affondano nell’esperienza umana e nell’emotività. Nel migliore dei casi si produce una comprensione mediata dall’area linguistica del cervello, e da essa inevitabilmente distorta, nel peggiore dei casi si hanno veri e propri fraintendimenti.

Il secondo effetto, conseguente al primo, è l’originarsi di una serie di ideologie non religiose, che lavorano ad incasellare il pensiero scientifico in una matrice fideistica non esplicita. Tali ideologie rimuovono la figura taumaturgica della divinità sostituendola con ‘ideali’ astratti, un riflesso culturalmente elaborato di alcuni dei nostri istinti primitivi, di fatto mimando le architetture cognitive di tipo religioso non più disponibili a causa della delegittimazione dei Testi Sacri.

Le funzioni delle ideologie, religiose o meno, sono principalmente tre: motivare la nostra esistenza, orientare le nostre azioni e renderci parte di un gruppo sociale solidale. Funzioni essenziali alla nostra sopravvivenza individuale e di conseguenza al nostro successo riproduttivo. Rispetto a ciò, l’aderenza ad una visione oggettiva della realtà appare come una semplice alternativa fra tante, in sé del tutto priva di funzioni sociali e pertanto del tutto accessoria.

Gli ideali di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (per citare le parole d’ordine della Rivoluzione Francese, solitamente identificata come uno dei principali portati dell’illuminismo), non poggiano su basi scientifiche, ma rappresentano unicamente il riutilizzo di categorie cognitive istintuali, rinforzate’ nelle epoche precedenti dal pensiero religioso. La pretesa di inglobarle in una visione unitaria assieme al pensiero scientifico, tipica dell’ideologia illuminista, è da ritenersi totalmente inconsistente.

Tornando a Darwin, l’interpretazione in chiave ‘evolutiva’ dello sviluppo delle specie animali fu diffusamente accolta perché supportava la descrizione illuminista di un cosmo che muove dal caos all’ordine (mentre non altrettanto funzionale dev’essere apparsa la rappresentazione, formalmente più esatta, di una transizione da un caos più semplice ad un caos di maggiore complessità).

Di fatto la filosofia illuminista si appropriò del concetto di evoluzione per inserirlo, a forza, all’interno di una narrazione della Storia Umana immaginata in un analogo percorso di ‘sviluppo’, dando vita a quella che oggi identifichiamo come ‘ideologia del progresso’. Da questa forzatura nasceranno tutta una serie di interpretazioni distorte, dal darwinismo sociale all’eugenetica, fino ad alcune tesi di sedicente razzismo scientifico che serviranno da fondamenta teoriche del Fascismo prima e del Nazismo in seguito.

Tuttavia, come già accennato, una componente chiave dell’efficacia del pensiero religioso, quella legata al sollievo dalla sofferenza psichica causata dal pensiero della morte, non poté in alcun modo essere soddisfatta dalle ideologie laiche, cosa che impedì loro di soppiantare del tutto le fedi preesistenti. Dovendo scegliere tra una visione laica, priva di una componente umanamente essenziale, e la fede nel sovrannaturale, in molti hanno preferito scegliere di rinunciare all’aderenza alla realtà fattuale professata dal pensiero scientifico.

Non è probabilmente un caso se la corrente religiosa ad aver avuto maggior successo e diffusione, nell’arco temporale seguito alla rivoluzione scientifica, sia stata il cristianesimo protestante, la cui totale decentralizzazione, unita al forte spirito individualista, ha saputo trovare più facilmente un equilibrio con le nuove ideologie filo-scientifiche ed accogliere più facilmente quelle idee ed innovazioni che le grandi religioni organizzate andavano aspramente combattendo.

Dopo questa lunga, ma necessaria, digressione, vale la pena tornare all’inizio, ovvero ai ‘processi di sostituzione’. Rileggere la storia del mondo in chiave di processi di sostituzione ci restituisce uno sguardo più neutrale ed obiettivo rispetto allo stato attuale del pianeta ed a ciò che potremo attenderci in un futuro più o meno lontano, laddove un’analisi basata sulle fantasie di ‘progresso’ ci trarrebbe sicuramente in inganno.

Per mezzo delle rivoluzioni tecnologiche abbiamo sostituito l’esistenza scomoda ed impegnativa dei cacciatori/raccoglitori con una più ‘moderna’ e stanziale, caratterizzata da ridotto lavoro fisico alternato ad agi e svaghi. Tutto questo al prezzo di un significativo danneggiamento di ogni altra forma di vita sul pianeta e del progressivo degrado degli ecosistemi terrestri e marini, un processo, tutt’ora in corso, che può portare unicamente a tre conclusioni.

La prima, la più ottimistica, è che il danneggiamento receda, in seguito a trasformazioni culturali conseguenti al progressivo esaurimento delle riserve energetiche fossili, stabilizzandosi su un modello socioeconomico radicalmente diverso dall’attuale. A sfavore di tale eventualità pesa l’evidenza che nessuna forma di elaborazione culturale umana stia fattivamente lavorando allo sviluppo di un modello di sussistenza alternativo.

In assenza di rivoluzioni culturali, la seconda possibile conclusione, stante l’insostenibilità conclamata dell’attuale processo di esaurimento delle risorse, è il collasso dell’attuale ‘civiltà dei consumi’, seguito da guerre, carestie, pestilenze tali da riequilibrare il peso della popolazione umana nei confronti della componente selvatica della biosfera. Un evento spiacevole ma che ad oggi appare, a chi scrive, altamente probabile.

La terza eventualità, ancor meno desiderabile, è che l’attuale grado di danneggiamento degli ecosistemi risulti, in tempi umani, irreversibile, e conduca ad una estinzione di massa di specie viventi (peraltro già in corso) tale da includere anche la nostra. Il pianeta Terra non rimpiangerà l’homo sapiens, la cui scomparsa lascerà spazio a forme di vita meno distruttive.

Insomma ci fermeremo con le buone, o con le cattive, oppure non ci fermeremo proprio, finché non sarà troppo tardi per tornare indietro. Con buona pace di tutte le teologie e fantasie ideologiche accumulate fin qui, che non sono state capaci di rinforzare il nostro istinto di sopravvivenza abbastanza da aver ragione degli effetti collaterali prodotti dal nostro innato egoismo animale.

P.s.: a distanza di un mese ho trovato un TED-Talk dove viene affrontato lo stesso argomento, giungendo a conclusioni del tutto analoghe, anche se da una prospettiva leggermente diversa.

UNSPECIFIED – CIRCA 1865: Karl Marx (1818-1883), philosopher and German politician. (Photo by Roger Viollet Collection/Getty Images)

P.s.: rileggendo, ex post, quest’analisi, la trovo talmente semplice ed elegante da farmi dubitare delle conclusioni. Davvero la storia dell’umanità, millenni di guerre, arte e passioni può ridursi ad un modello comportamentale tanto semplice? Eppure non riesco a trovarvi incongruità.



Approfondimenti
(ovvero cose che avevo inizialmente scritto, ma poi ho escluso dal testo)

  • Esempi di processi di sostituzione li troviamo nel funzionamento del cervello e nelle modalità in cui esso interagisce con l’ambiente circostante. L’etologo Konrad Lorenz per primo ha individuato il meccanismo definito ‘imprinting’, che fissa la relazione tra i cuccioli e la figura materna. È celebre l’esempio delle anatre che, alla schiusa dell’uovo, identificano la prima creatura che le accudisce come la propria madre. Lorenz si sostituì al genitore biologico e gli anatroccoli lo accettarono come tale, prendendo a seguirlo ovunque.
  • Desmond Morris, nel saggio “La scimmia nuda”, spiega che tutte le forme animali complesse, incluso l’uomo, vivono una perenne tensione tra neofilia e neofobia, ovvero tra la curiosità per il nuovo ed il timore delle novità. Per gestire la neofobia, la paura delle novità, attuiamo comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano.

Cit.: “Come ho già detto, anche gli individui socialmente bene adattati di tanto in tanto presentano questi ‘tic’, che di solito si manifestano in situazioni di stress dove hanno la funzione analoga di tranquillizzanti. Conosciamo bene queste manifestazioni. Il dirigente che aspetta una telefonata di vitale importanza tamburella o picchietta sulla scrivania, la donna che attende nella sala d’aspetto del medico apre e stringe le dita intorno alla borsetta, il bambino imbarazzato fa ondeggiare il proprio corpo a destra e a sinistra, il padre in attesa cammina avanti e indietro, lo studente al momento dell’esame succhia la matita, l’ufficiale preoccupato si liscia i baffi.

  • In questo io leggo un processo di sostituzione: sostituiamo all’inattività, che ci causa ansia, comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano. Anche qui, come nell’imprinting, emerge una capacità di adattamento descrivibile in termini di disponibilità a sperimentare un ventaglio di possibili opzioni comportamentali. Qualcosa di analogo accade nella lotta.

Cit.: “Esiste un’altra fonte importante di segnali particolari che nasce da un tipo di comportamento a cui è stato dato il nome di attività di spostamento. Uno degli effetti collaterali di un intenso conflitto interiore consiste nel fatto che l’animale talvolta presenta forme di comportamento strane e apparentemente non appropriate, come se la creatura, in stato di tensione, incapace di effettuare entrambe le cose che desidera disperatamente di fare, trovasse uno sfogo all’energia contenuta in un’altra attività completamente diversa.

  • La capacità di operare delle sostituzioni, a livello mentale, è da un lato efficace per migliorare la nostra capacità di sopravvivenza, dall’altro il fondamento di quelli che abbiamo imparato ad individuare come bias cognitivi. Sostituiamo l’idea della morte con l’idea di una vita eterna, e questo ci aiuta star meglio. Sostituiamo il benessere del gruppo al nostro benessere individuale, e questo aiuta la sopravvivenza del gruppo, ed in ultima istanza la nostra.
  • Il vantaggio, nell’utilizzare l’idea di ‘sostituzione’ al posto di altre formulazioni come p.e. il concetto di evoluzione, è che ci consente di prendere le distanze da un diffusissimo bias culturale legato all’idea che la natura proceda nella direzione di un continuo miglioramento, ovvero la base su cui poggia l’ideologia del progresso. Bias culturale che discende da un bias cognitivo: la necessità di pensare noi stessi migliori degli altri individui.
  • L’ideologia del progresso si fonda su una serie di assunti, di natura culturale, scientificamente infondati:
    – un processo evolutivo e sociale finalizzato al raggiungimento di un ‘vertice’
    – la specie umana al vertice del processo evolutivo naturale
    – il progresso umano come estensione del processo evolutivo
    Ragionare in termini di ‘processi di sostituzione’, anziché di ‘evoluzione’, ci consente di rimettere in prospettiva questi errori interpretativi.
  • La sequenza di ‘sostituzioni’ che caratterizza il processo evolutivo muove, necessariamente, in direzione di una maggiore complessità, nel momento in cui la complessità consente di ottenere un vantaggio nell’acquisizione di risorse (cibo, energia, materie prime). L’idea che questo sottenda un ‘miglioramento’ è un concetto astratto, un parto della mente umana. La natura non discrimina le specie in termini di migliori e peggiori, solo il pensiero umano è responsabile di una tale strumentalizzazione.
  • A monte di tutto, il pensiero scientifico, per come è stato definito, osserva e descrive, non giudica. Possiamo osservare come nel corso del tempo forme di vita diverse si siano succedute, in risposta a modifiche ambientali o mutazioni casuali, ma non possiamo affermare che alcune siano ‘migliori’ di altre a meno di applicare una scala dei valori frutto di una cultura antropocentrica ed autoreferenziale.
  • Escludendo le implicazioni per la specie umana, è evidente come le specie animali e vegetali ‘ingegnerizzate’, prima attraverso secoli di allevamento selettivo e più recentemente con l’ingegneria genetica, non possano definirsi ‘migliori’ di quelle selvatiche. In molti casi queste specie non sono più in grado né di sopravvivere ‘in natura’, né di riprodursi senza l’intervento dell’uomo. Allo stesso modo i territori sottoposti all’intervento umano, attraverso la deforestazione, le ‘bonifiche’, le pratiche agricole plurimillenarie, le urbanizzazioni, non possono definirsi in condizioni ‘migliori’ rispetto a quelli naturalmente intatti. Da un punto di vista biologico e di efficienza degli ecosistemi risultano infatti in varia misura compromessi, spesso in maniera grave.
  • Il processo di civilizzazione è il prodotto di una sinergia tra dinamiche di sostituzione di natura molto diversa tra loro. Le dinamiche di sostituzione di natura fisica (controllo del fuoco, sviluppo di agricoltura ed allevamento, civiltà tecnologica) hanno richiesto in parallelo l’elaborazione di nuove forme culturali che andassero a sostituire le precedenti idee legate all’equilibrio naturale.
  • Lo sviluppo tecnologico umano nasce da una rottura dell’equilibrio naturale, un processo culturalmente metabolizzato per mezzo di successivi eventi di sostituzione. Popoli antichi hanno trasferito questa consapevolezza nel racconto della Genesi biblica, dove il ‘peccato originale’ dell’uomo è il desiderio di conoscenza, il voler essere simile a Dio nel comprendere il mondo. Per questo l’umanità viene punita dalla divinità e condannata ad una vita di lavoro e tribolazioni.

Un paese mummificato

Ho appena iniziato ai seguire la registrazione del webinar “La progettazione della sicurezza stradale in ambito urbano”, organizzato da Polinomia in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia. È sempre un piacere ascoltare l’architetto Matteo Dondé, anche se questa volta, come mai prima, mi pesa addosso la disperante sensazione di aver buttato via altri anni preziosi.

Gli spunti sono tanti, a cominciare dalla frase “…qui togliere un posto auto può far cadere una giunta…” perché “…i cittadini si percepiscono come automobilisti”. È un concetto che non pare troppo strano. E in fondo non può apparire tale, vivendo da sempre dentro questa cultura. Eppure andrebbe ragionato! Come mai finiamo con l’identificarci, individualmente e collettivamente, con l’oggetto automobile ed il suo utilizzo?

La conclusione a cui sono giunto è che, nel corso degli anni, sia stata operata una sostituzione: alcune cose ci sono state tolte, altre ci sono state lasciate. Col risultato che, possedendo solo queste ultime, solo a queste ci siamo legati affettivamente, solo con queste ci siamo identificati Dal dopoguerra ad oggi ci sono stati chiesti sacrifici, lavoro, fiducia, ci sono stati tolti spazi per camminare, per giocare all’aria aperta, per socializzare, in cambio ci hanno riempito di denaro, di calcio, di automobili, di case perse nel nulla.

Chiaramente qualcuno ci ha guadagnato, altri ci hanno rimesso, noi tutti abbiamo perso moltissimo e siamo rimasti con in mano una manciata di perline colorate: scatole rotolanti a motore da dover cambiare ogni pochi anni (ma che bella l’automobile nuova, ci hanno raccontato), mentre diventavamo sempre più pigri, più sedentari, più tristi, più ignoranti e, inevitabilmente, più stupidi.

Deve essere stato relativamente facile far breccia in una popolazione ingenua e sprovveduta come la nostra, pompare modelli di autoaffermazione rudimentali ed egoistici, inondare il mercato di Fiat, di Ferrari, di Alfa Romeo, di Maserati, mostrarle sui giornali, nei libri, al cinema, in televisione, fino a consolidare una narrazione collettiva basata sull’individualismo ed il possesso di oggetti di status.

Quello che ci ritroviamo ora è un paese mummificato, aggrappato ad un feticcio che ingoia vite, risorse, natura e persone, senza più alcuna capacità di riottenere ciò che gli è stato tolto. Una popolazione che ha subìto una lobotomia frontale, e non ricorda più chi era, cosa aveva, cosa desiderava, ma vede ormai soltanto quello che ha sotto gli occhi uscendo di casa: un deserto di lamiere.

L’altra considerazione, ancora più amara, riguarda me, la mia generazione e tutti quelli che hanno cercato di arginare questa deriva. È evidente che abbiamo fallito, che nulla è cambiato. Comincio a pensare che il nostro errore sia stato un errore di scala. Un madornale errore di scala. Avremmo dovuto comprendere che il poco che riuscivamo ad ottenere, il pochissimo che ci veniva concesso, non solo non avrebbe cambiato la realtà in maniera significativa, ma nel complesso non avrebbe cambiato praticamente nulla.

A un certo punto della conferenza ho avuto un’epifania: mi sono visto di nuovo ai tempi della scuola, quando il maestro si stancava di insegnare e diceva a tutta la classe: “ora prendete l’album e le matite, e ciascuno faccia un disegno a piacere”. E come eravamo bravi a disegnare, quanto ci piaceva!

Da un certo punto di vista, stiamo facendo da anni la stessa cosa: disegnare un mondo di fantasia che non si avvererà mai. Non tanto perché non può avverarsi, quanto perché non deve. Ogni tanto qualcuno riceve un premio dal maestro, un bel voto, una pista ciclabile che fa il giro dell’isolato, destinata a decomporsi e cadere a pezzi insieme alle speranze che aveva suscitato. Ma poi che importanza ha? A quanti, nella vita, servirà saper disegnare?

Tutto il resto rimane immobile, paralizzato, inalterabile. D’altronde non siamo già al top? Siamo un modello per il mercato, abbiamo il massimo numero di automobili acquistate pro-capite. Spremere ancor più denaro dalle nostre tasche non deve sembrare possibile. La priorità, ad oggi, è che questa ‘bonanza’ non smetta. Che nulla cambi e che tutto resti com’è.

Dalla trasformazione alla conservazione

La cultura cui appartengo, per scelta, è quella della trasformazione. Sono insoddisfatto del mondo che ho ereditato e cerco, con tutte le mie energie intellettuali, di guidarlo in direzione di un miglioramento. Tale miglioramento, nelle intenzioni, dovrebbe partire dalle relazioni umane, e lo strumento scelto per invertire la direzione seguita negli ultimi decenni è il ridisegno degli spazi pubblici finalizzato alla riattivazione di una vita sociale e relazionale che è stata progressivamente marginalizzata dalla crescita urbana.

Dall’analisi degli ultimi decenni appare evidente come il processo di arricchimento individuale e collettivo seguito al boom economico abbia prodotto una progressiva disgregazione dei rapporti sociali. Da un lato la discesa dei costi delle cubature abitative ha garantito una sovrabbondanza di spazi individuali, dall’altro l’aumentata disponibilità alimentare e la diffusione dei sistemi mediatici di intrattenimento ha favorito l’autoisolamento dei cittadini negli ambiti privati.

La progressiva riduzione degli spazi di socialità ha veicolato un generale deperimento in tutto un ventaglio di aspetti dell’espressione umana che vanno dall’attivismo politico alle arti, alla letteratura. L’isolamento individuale, alimentato sia da una naturale propensione all’asocialità che dalle spinte di un sistema economico basato sui consumi, ha finito col produrre una società polverizzata, dove il principale canale di alimentazione culturale è divenuto quello verticale, dai fabbricanti di contenuti al singolo fruitore, anziché, come è stato per millenni, quello orizzontale, prodotto dallo scambio continuativo fra individui partecipanti a piccole e grandi comunità.

Non mi interessa, in questa riflessione, indagare come questo processo si integri nel modello che ho abbozzato relativo alla domesticazione umana, quanto, piuttosto, delineare una tendenza che va prendendo piede a seguito delle diverse crisi, economiche e sanitarie, che si sono susseguite nell’ultimo decennio, ed inquadrarla in una prospettiva ‘picchista’, ovvero dal punto di vista dell’ormai incontestabile evidenza della crisi delle risorse energetiche.

Nell’ultimo paio di secoli, la messa a sistema dello sfruttamento delle risorse fossili ha prodotto un’esplosione manifatturiera senza precedenti, un periodo storico che i geologi hanno ribattezzato ‘antropocene’. Questo processo ha interessato in vario modo le diverse parti del mondo, producendo trasformazioni più evidenti nei paesi e nelle città che hanno saputo drenare le porzioni maggiori di questa ricchezza.

Ma, superato il picco della ricchezza estraibile e man mano che i ritorni economici finiscono col decrescere, con il peso del debito contratto negli anni passati che grava su un’economia non più in grado di produrre i volumi di ricchezza precedentemente disponibili, una frazione sempre più ridotta di risorse resta disponibile per la trasformazione delle città e degli spazi urbani. Non solo, l’espansione sconsiderata dei decenni precedenti ha generato una quantità enorme di edifici ed infrastrutture: manufatti spesso già scadenti in origine ed ora bisognosi di interventi di manutenzione.

Spostando l’osservatorio al di fuori dell’ambito urbano possiamo vedere come il processo di costruzione ed asfaltatura di nuove strade, proseguito fino oltre metà degli anni ‘90, stia cedendo il passo ad un progressivo abbandono della rete viaria secondaria, con strade un tempo asfaltate ormai in rovina e nessun intervento mirato al loro recupero.

Quella che stiamo osservando, in questo momento storico, è probabilmente la fase di arresto delle grandi trasformazioni urbane e paesistiche, perlomeno nei paesi economicamente meno floridi come il nostro. Il momento in cui il grosso della spesa è inghiottito dalla necessità di interventi di manutenzione, riparazione, restauro dell’esistente, e non restano più che le briciole per rimetter mano alla quantità e varietà di errori commessi in un’epoca di investimenti allegri e di sconsiderato ottimismo.

Già ora osserviamo uno slittamento nelle parole d’ordine della politica: dallo slancio verso il futuro ancora presente alla fine del secolo scorso si va progressivamente spostando l’attenzione collettiva alla salvaguardia dell’esistente. Con i ponti e le infrastrutture degli anni ‘60 che iniziano a crollare ed intere porzioni di territorio rase al suolo dall’attività sismica, non pare esserci molto margine per realizzare nuove infrastrutture, o per investire in sistemi di trasporto innovativi.

Andremo avanti per un po’ a riparare e rappezzare quanto costruito nel passato recente, perdendo pezzi via via più grossi lungo la strada. Col tempo dovremo arrenderci all’evidenza che quanto di mal realizzato non potrà essere riparato indefinitamente, né tantomeno ripristinato o corretto, perché mancheranno le risorse. Infine anche lo sforzo dedicato a far funzionare l’esistente si esaurirà. Sul cosa accadrà dopo sono abbastanza preoccupato.

Ama il prossimo tuo

Da tempo provo ad immaginare un modo per conciliare le istanze ambientaliste con la dottrina cristiana. Sul tema è intervenuto recentemente papa Francesco, con l’enciclica ‘Laudato sì’, sviluppando però un ragionamento tutto interno alla dottrina cattolica. Dal mio punto di vista, più vicino al pensiero scientifico, proverò ad aggiungere ulteriori spunti di riflessione.

Se ragioniamo l’insegnamento di Cristo da un punto di vista strettamente filosofico, osserviamo il tentativo di reinterpretare l’impianto teologico della tradizione ebraica nell’intento di aggiornarlo ed umanizzarlo. L’estrema sintesi del dettato biblico, operata dal pensiero cristiano, sta proprio nel dettato “ama il prossimo tuo come te stesso”, estrema sintesi dei comandamenti biblici.

Un imperativo morale radicale per l’epoca in cui fu formulato e, per quanto condiviso da miliardi di persone, ben lontano dall’essere pienamente applicato. In molti casi ciò avviene perché il concetto di ‘prossimo’ non viene applicato in conformità alla sua originale intenzione, estesa all’intero genere umano. Oltre a ciò, non basta certo una direttiva di natura filosofica (per non dire ideologica) ad inibire le pulsioni individualiste e gli imperativi biologici tipici di ogni essere vivente.

Paradossalmente, l’amore per il prossimo concorre ad aggravare i guasti ambientali. Il problema non è tanto nel messaggio in sé, ovvero l’invito ad una fratellanza universale, quanto nella dinamica che esso instaura con dettati preesistenti e molto più antichi, formulati in epoche in cui le priorità erano diverse dalle attuali.

Il primo e più antico fra questi dettati è l’ordine divino “crescete e moltiplicatevi”, di origine biblica. Stante che il cristianesimo discende in linea diretta dalla bibbia ebraica, che rimane un testo sacro di riferimento, tale mandato viene ancora interpretato in senso letterale.

L’imperativo a “crescere e moltiplicarsi”, per i popoli antichi, era una questione di vita o di morte, non tanto per i singoli individui quanto per la cultura stessa di cui erano portatori. Nell’età del bronzo i processi innescati dalla progressiva diffusione delle pratiche di agricoltura ed allevamento avevano portato alla nascita delle prime città e dei primi imperi. Questi ultimi avevano l’abitudine di assoggettare le popolazioni circostanti ed imporre loro la propria cultura, cancellando le tradizioni preesistenti.

Se sommiamo il “crescete e moltiplicatevi” con “ama il prossimo tuo come te stesso”, ne discendiamo una visione della storia umana caratterizzata da un mandato divino alla progressiva presa di possesso del pianeta, per realizzarvi un benessere diffuso di natura strettamente antropocentrica che, in assenza di freni, finisce con l’assecondare la gran parte degli istinti predatori e delle pulsioni egoistiche della nostra specie.

Se devo “amare il mio prossimo come me stesso”, non posso impedirgli di “crescere e moltiplicarsi”. E tuttavia, se non si pone un freno alla crescita demografica, la specie umana finirà col sottrarre ogni possibile spazio alle forme di vita selvatiche, trasformando il pianeta in un’immensa fattoria e condannando all’estinzione tutte le specie viventi non direttamente connesse all’alimentazione umana (ammesso che ciò sia realizzabile senza causare il collasso degli ecosistemi).

Un terzo fattore culturale ad aver favorito l’instaurarsi di una crescita incontrollata delle popolazioni è l’idea biblica di una ‘fine del mondo’, seguita da un ‘Giudizio Universale’. La prospettiva che la Storia dell’umanità avrebbe potuto concludersi, per decisione divina, inaspettatamente e da un momento all’altro, ha accompagnato lo sviluppo della civiltà occidentale fino a tempi relativamente recenti.

Per millenni le popolazioni cristiane si sono limitate a vivere e, per quanto possibile, prosperare nel rispetto dei dettami religiosi, senza concretamente porsi il problema di cosa sarebbe potuto accadere dopo di loro. Il futuro del Mondo essendo demandato alla volontà divina, sulla quale poco o nulla avrebbero potuto influire le opinioni, o le azioni, dei singoli individui.

Solo l’avvento dell’illuminismo e del pensiero scientifico porterà l’umanità a riflettere sul proprio destino futuro. L’epoca in cui questo avviene è segnata dalla nascita della cosiddetta ‘narrativa d’anticipazione’, che vede in Jules Verne uno dei suoi capostipiti. Un genere letterario che adotterà solo in seguito, nei primi decenni del ventesimo secolo, la moderna definizione di fantascienza.

La fantascienza ha contribuito a renderci consapevoli di come la somma di tutte le nostre azioni abbia un’influenza diretta sul mondo. Di come la vocazione, individuale e collettiva, biologica e culturale, a “crescere e moltiplicarsi” abbia prodotto la sovrappopolazione del pianeta, il progressivo esaurimento delle risorse naturali ed un danno significativo alla biodiversità. La ‘fine del mondo’, anziché avvenire per scelta divina, è rientrata nel ventaglio delle possibili conseguenze di dissennate decisioni dell’uomo.

Per quanta poca fiducia possa riporre nel potere di contrasto della filosofia rispetto agli imperativi biologici (le filosofie vengono abbracciate più facilmente e convintamente quando assecondano i suddetti imperativi, anziché contrastarli), nondimeno resto convinto che tutte le vie potenzialmente in grado di impedire il collasso planetario debbano essere tentate.

Al fine di evitare conseguenze ancora peggiori agli equilibri naturali messi a repentaglio dall’operato umano, può valer la pena provare a scavare più a fondo nell’interpretazione dei dettati ancestrali della nostra cultura, e rileggere quei testi alla luce di una consapevolezza moderna. In partenza, si potrebbe prendere atto di come la prescrizione a “crescere e moltiplicarsi” sia già stata onorata più che a sufficienza, e che non sia il caso di insistere ulteriormente.

Ancor più utile sarebbe riuscire a ragionare il termine “prossimo”, presente in ‘ama il prossimo tuo’, in termini diversi da quanto fatto fin qui. Non già nel significato di prossimità fisica, ovvero di chi ci è vicino, quanto di prossimità temporale: ‘ama i prossimi umani’, quelli che verranno dopo di te. L’ambiguità del termine, nella lingua italiana, facilita questa chiave di lettura.

Perché i ‘prossimi umani’, i nostri figli, i nostri nipoti, le generazioni che verranno dopo di noi, erediteranno un mondo inquinato ed impoverito dal nostro egoismo. Un mondo sovrappopolato, in cui l’approvvigionamento alimentare sarà a forte rischio e l’innalzamento del livello dei mari potrà allagare terre ora ricche e fertili. Un mondo in cui la maggior parte delle specie animali esistenti potrebbe semplicemente sparire nel nulla in un arco di tempo drammaticamente breve, assieme agli habitat .

Parliamo di riscaldamento globale, di scioglimento della calotta antartica, di acidificazione degli oceani, fino alla prospettiva peggiore di tutte: l’avvio di un effetto serra auto-alimentante che rischia di trasformare la Terra in un gemello del pianeta Venere, un mondo ridotto ad un forno cocente e velenoso sul quale la vita stessa non sarà più in grado di esistere.

San Francesco aveva provato a farci interpretare il concetto di ‘prossimo’ includendovi tutte le specie viventi di quella che considerava la Creazione divina. Una concezione probabilmente troppo estremista e troppo lontana dall’egoismo biologico per poter prender piede diffusamente.

Nel mio sentire laico, il terreno comune tra pensiero cristiano e spirito ecologista, indispensabile a fronteggiare le sfide ambientali che ci attendono, sta, in buona parte, nella rilettura del significato di quale sia il ‘prossimo’ da amare, cercando di individuarlo in chi è lontano da noi non solo nello spazio, ma nel tempo ancora da venire.

La nostra capacità di venire a capo dei problemi causati dall’avvento della civiltà industriale dipenderà unicamente dalla disponibilità che sapremo dimostrare nel sacrificare i nostri appetiti immediati alle esigenze delle generazioni a venire. Una rivoluzione culturale che siamo ben lontani dall’aver anche solo iniziato.

Domesticazione umana ed evoluzione dell’aggressività

Lo scenario che mi si è aperto davanti in seguito alla riflessione sui sui Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) mi ha spinto a ragionare, attraverso la lente dei processi evolutivi, il ventaglio di variabilità dei comportamenti umani e le espressioni patologiche ad essi correlate. L’intenzione è di provare a delineare quanta parte delle attuali dinamiche psichiche discenda dall’inurbamento e dagli adattamenti mentali imposti dal processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie.

È indubbio che l’abbandono della vita nomade, basata su caccia e raccolta, in favore di un’esistenza stanziale fondata su agricoltura, allevamento ed artigianato, abbia richiesto una importante rimodulazione nelle reazioni istintive dove, al pari dell’ADHD, risultano fortemente coinvolti i meccanismi di autocontrollo e gestione e dell’aggressività.

I nostri lontani antenati, adattati alla vita selvatica, avevano necessità di sviluppare abilità diverse dagli individui attuali. La vita all’aria aperta basata su caccia e raccolta, legata al nomadismo che portava ad esplorare luoghi sempre diversi, traeva vantaggio dalla capacità di processare numerosi stimoli contemporaneamente (caratteristica propria di alcune forme lievi di ADHD). Parimenti utile doveva essere l’attitudine a reagire istintivamente, ed in fretta, ad un pericolo imprevisto.

Un diverso equilibrio tra reazioni istintive e azioni ponderate (ovvero mediate dal pensiero analitico e dai meccanismi di autocontrollo) potrebbe di fatto aver rappresentato la normalità nelle popolazioni del passato. È quindi verosimile che alcune di quelle che oggi classifichiamo come forme (lievi) di ADHD fossero all’epoca maggiormente diffuse nella popolazione, per non dire rappresentare la normalità. Una condizione destinata a cambiare con lo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento, che ha finito col determinare la transizione dallo stile di vita nomade alla stanzialità.

L’adattamento a svolgere mestieri monotoni e ripetitivi ha facilitato l’avvento di individui con tipicità caratteriali completamente diverse da quelle richieste, ad esempio, in una battuta di caccia. Il percorso umano e culturale che ha portato i nostri antenati dal nomadismo delle piccole tribù di cacciatori/raccoglitori alle megalopoli attuali ha obbligato lo sviluppo dei processi mentali legati all’autocontrollo, sia dei pensieri che degli istinti.

In natura, l’occasionale prossimità fra individui sconosciuti della stessa specie è fonte di stress e frequente causa di reazioni aggressive. Con la crescita della popolazione e l’evoluzione dei villaggi in città, il processo di inurbamento ha imposto condizioni di stretta contiguità con una moltitudine di altri individui, richiedendo lo sviluppo di modalità di contenimento delle reazioni più immediate e brutali in favore di interazioni più controllate sotto il profilo emozionale.

La trasformazione delle società umane ha reso la coesistenza fra sconosciuti un fatto frequente, cosa che ha richiesto la compensazione dei preesistenti meccanismi di stress mediante articolazioni mentali in grado di sopprimerli. La transizione, dai rapporti di tipo familiare tipici di una piccola tribù, ad un contesto relazionale esteso, ha richiesto un potenziamento delle capacità individuali di autocontrollo.

Le moderne neuroscienze sono oggi in grado di individuare le strutture cerebrali responsabili del nostro autocontrollo, e quantificarne l’attività ed il livello di funzionalità. Possiamo immaginare come, nell’arco di millenni, queste strutture possano essersi evolute per consentirci di prosperare nel mutato scenario prodotto dall’ascesa delle città e del ruolo da esse svolto nel governo del mondo.

Tuttavia, dati i tempi molto rapidi richiesti da questi adattamenti, nell’ordine di pochi millenni, non si può attribuire tale trasformazione ad una effettiva evoluzione della specie Homo Sapiens, quanto ad un adattamento per accumulo di fattori di natura epigenetica. I tempi necessari alla propagazione di una modifica di natura genetica sono infatti lunghissimi, ma i geni sono solo una piccola parte del nostro DNA. Una parte ben più consistente è demandata a controllarne l’espressione. L’epigenetica studia le trasformazioni in queste porzioni di DNA.

Rispetto alle mutazioni genetiche, i meccanismi epigenetici consentono, ad individui e popolazioni, di rispondere con prontezza a mutamenti consistenti nell’ambiente, garantendo la sopravvivenza in situazioni in rapida trasformazione. I caratteri acquisiti possono poi, col tempo, fissarsi in una nuova specie, o regredire, nel caso in cui dovessero ripristinarsi le condizioni originarie.

Questo significa che il contesto ambientale può influenzare l’insorgere o meno di determinate caratteristiche negli individui, che queste caratteristiche possono fissarsi ed essere conservate ed è documentato come queste modifiche adattive possono essere trasmesse alla discendenza. È un po’ un rientrare dalla finestra delle idee di Lamarck, dopo che il criterio evolutivo suggerito da Darwin, basato sulla selezione naturale, le aveva buttate fuori dalla porta.

Queste considerazioni consentono di correggere un po’ il tiro rispetto alla mia prima interpretazione dell’ADHD, descritto nei termini di una occasionale sopravvivenza di caratteri infantili negli individui adulti. In un lontano passato questi caratteri di curiosità ed irruenza, attualmente tipici dell’età giovanile, venivano preservati negli individui adulti perché funzionali ad una vita nomade basata su caccia e raccolta.

Il progressivo inurbamento ha favorito un contenimento generalizzato delle reazioni più istintive e brutali, ma la rapidità richiesta ha attivato processi epigenetici, che non sono né infallibili né irreversibili. L’occasionale riemergere di tali caratteri arcaici non deve sorprendere in assoluto, e ancor meno deve stupire che ciò avvenga contesti sociali degradati, caratterizzati da modalità relazionali basate sulla sopraffazione e sull’uso diffuso della violenza.

Negli individui cresciuti in condizioni di precarietà affettiva e sociale, elevato stress emotivo, difficoltà economiche e relazionali, i meccanismi di autocontrollo faticano a svilupparsi e fissarsi, e questo è un dato che ci viene confermato dagli studi sui maltrattamenti infantili. Una volta che tali circuiti mentali disfunzionali finiscono col fissarsi nell’individuo adulto, risulta per quest’ultimo più complicato riuscire a sviluppare un soddisfacente equilibrio relazionale.

Tornando ancora una volta a quanto affermato da Daniel Goleman nel suo saggio sull’intelligenza emotiva (cito a memoria):

‘le abilità che non vengono apprese nei primi anni di vita possono essere perse per sempre, o il loro recupero risultare in seguito molto faticoso e nel complesso solo parziale’.

Un individuo penalizzato in gioventù nello sviluppo delle funzioni di autocontrollo avrà una elevata probabilità di diventare un adulto fortemente incline alle reazioni violente ed al rischio di dipendenza da sostanze psicotrope.

Questo vale sia per le forme di ADHD non diagnosticate, sia per le situazioni in cui lo sviluppo dell’individuo non avviene in un contesto culturalmente e affettivamente sano. Sempre Goleman, in Intelligenza sociale, afferma che le esperienze traumatiche sperimentate nelle prime fasi della crescita non si limitano a formare un bagaglio culturale, potenzialmente reversibile, ma alterano in permanenza le strutture cerebrali, tanto da rendere ogni successivo tentativo di recupero difficoltoso ed a rischio di insuccessi.

Quindi, non solo dovremmo rivolgere maggior attenzione agli anni dello sviluppo, per evitare che situazioni traumatiche fissino nei giovani modalità relazionali disfunzionali, potenzialmente nocive per sé e per gli altri, ma dovremmo ampliare gli sforzi per consentire ad individui già ‘danneggiati’ un inserimento sociale adeguato, tenendo conto delle limitazioni loro derivanti da meccanismi mentali, di autocontrollo e non solo, potenzialmente compromessi.

In primo luogo andrebbe estesa la consapevolezza delle problematiche legate ad attenzione ed autocontrollo, affinché i portatori possano esserne pienamente consapevoli ed indirizzare al meglio le proprie scelte di vita lavorative e relazionali. Tale consapevolezza andrebbe quindi integrata nel percorso formativo, dalle famiglie alle istituzioni scolastiche, In modo da poter intervenire tempestivamente ove necessario. Da ultimo dovrebbe obbligarci a ripensare la funzione dell’istituzione carceraria.

Perché se quest’ultima deve essere mirata, come nelle formali intenzioni, al recupero e reinserimento nella società civile degli individui che ‘hanno sbagliato’, gli sforzi da impiegare non potranno limitarsi alla detenzione, ma muovere dall’assunto che molte delle persone responsabili di atti incontrollati e violenti risultano già in partenza ‘danneggiate’, ed hanno necessità di terapie sociali, culturali ed emotive, mirate e profonde.

Uno degli assunti fondamentali delle società umane è l’idea che la collettività possa funzionare grazie ad un unico set di regole, valide per tutti, ma ciò ha senso solo se assumiamo che i diversi individui condividano una uniformità caratteriale e relazionale. Le neuroscienze ci raccontano di differenze che possono insorgere a livello fisiologico, tali da obbligarci a rimettere in discussione questo assunto.

Più è ampio il ventaglio di diversità tra gli individui, più il sistema di regole condivise deve prevedere bilanciamenti e contrappesi perché l’equilibrio ottenuto sia funzionale. L’evidenza che, nel momento attuale, un intero ventaglio di diversità caratteriali legate alla gestione dell’autocontrollo non appaia pienamente riconosciuto, suggerisce l’evidenza di un limite strutturale all’efficacia del sistema di regole che ci governa.

Foto di Małgorzata Tomczak da Pixabay

Una vacanza bici+mare

Quest’estate, tra covid ed altre beghe, io e mia moglie abbiamo optato per una vacanza in relativo relax, riuscendo a conciliare la sua passione per il mare con la mia per la bicicletta. Non potendo spostarci all’estero, dove questa forma di turismo è ben più sviluppata, e soprattutto non volendo imbarcarci in un viaggio itinerante in un paese, il nostro, che non ha attenzione per la sicurezza dei viaggiatori su due ruote, abbiamo cercato una destinazione ‘bike-friendly’. La scelta è infine caduta sulla Via Verde della Costa dei Trabocchi. Non essendo la ciclovia ancora completata, ragionando sui segmenti già operativi abbiamo stabilito di cercare alloggio in un punto intermedio del tratto fruibile più a nord, quello tra Ortona e Fossacesia, in modo da sfruttare il tracciato ciclabile per spostarci ogni giorno in una spiaggia diversa. La scelta è caduta su Marina di San Vito Chietino, dove abbiamo affittato un appartamento con affaccio sul mare a breve distanza dalla ciclovia.

La ciclovia
Il percorso si snoda sul sedime dismesso della ferrovia Ortona-Vasto, il cui tracciato, a causa della continua erosione operata dal mare, è stato spostato più nell’entroterra. Dopo la rimozione dei binari si è scelto di destinare il sedime dismesso a pista ciclabile, realizzando un tappeto di asfalto e ristrutturando le gallerie. Sebbene il lavoro sia ancora incompleto e la ciclovia non interamente percorribile, allo stato attuale il tracciato risulta ugualmente molto fruibile, consentendo uno sfruttamento ottimale di un lungo tratto di costa prima reso difficilmente raggiungibile proprio dalla presenza della linea ferroviaria. Dal punto di vista ciclistico, pedalare in sicurezza a pochi metri dal mare, con gli affacci sulle spiaggette e sui trabocchi che si susseguono senza soluzione di continuità, rappresenta un’immersione nella bellezza difficilmente descrivibile. L’estrema regolarità del percorso, unita all’assenza di dislivelli tipica dei tracciati ferroviari, consente di chiacchierare amabilmente mentre si percorre la pista alla ricerca della spiaggia ideale. Unica nota dolente l’assenza di illuminazione delle gallerie, prevedibile considerando il fatto che non fossero ancora aperte al pubblico transito.

Situazioni problematiche
A questo riguardo va detto che nei primi giorni della nostra vacanza abbiamo trovato diverse gallerie sbarrate da recinzioni… ostacoli che sono stati poi rimossi, apparentemente, ‘a furor di popolo’. Fatto prevedibile, dato che la domanda di mobilità ciclistica e pedonale, sulla tratta, si è dimostrata estremamente consistente. Gallerie che, nei primi giorni, risultavano sbarrate o di difficile accesso, a fine settimana venivano serenamente percorse da decine di bagnanti che non hanno ritenuto di dover attendere il collaudo di agibilità. Il tratto più affollato, e di gente a piedi più che di biciclette, è risultato proprio quello in prossimità del paese dove alloggiavamo. Mentre a Fossacesia la pista passa più lontano dal mare, ed il transito dei villeggianti si svolge sulle strade a ridosso della spiaggia, a Marina di San Vito i bagnanti provenienti dal borgo affollano il tracciato percorrendo a piedi la ciclovia anche per lunghi tratti. In prossimità di Ortona il rifacimento del fondo asfaltato non era ancora stato completato. Oltre a questo, la galleria detta dell’Acquabella, molto più lunga delle altre e con una curva a metà che impedisce di sfruttare la luce in entrata dal lato opposto, ha richiesto l’impiego di lampade per il transito (cosa che non ha ostacolato più di tanto il significativo viavai di ciclisti e pedoni in ogni occasione in cui l’abbiamo percorsa). Ad Ortona il sedime si riduce ad una pietraia e termina sotto uno svincolo stradale. Ho scoperto solo in seguito che il tracciato, ben sistemato, prosegue ancora oltre, ma le due tratte non sono al momento collegate. Dal lato opposto, oltre Fossacesia la ciclovia prosegue asfaltata ma in mezzo al verde, lontano dalla riva, fino a Torino di Sangro, poi per alcune centinaia di metri il sedime è di nuovo una pietraia sconnessa, fino al punto in cui è totalmente assente, franato a causa dell’aggressione dei marosi. Più oltre la ciclovia prosegue ancora fino a Vasto, ma la distanza da San Vito e l’impossibilità di riallacciarsi al tracciato senza percorrere tratti di strada fortemente trafficati ci hanno dissuaso dall’esplorazione.

Il mare
La costa abruzzese, almeno nel tratto da noi esplorato, è risultata estremamente bella e pulita, oltreché ricca di pesci a farci compagnia nelle sessioni di snorkeling. Le spiagge sono quasi tutte a ciottoli, problema aggirabile con le apposite calzature ‘da scoglio’. Le uniche spiagge sabbiose le abbiamo trovate ad Ortona e Fossacesia. In alcuni punti, sugli scogli e nel fondale, abbiamo riscontrato la presenza di anemoni, che abbiamo avuto cura di evitare di toccare. In una singola nuotata ci ha fatto compagnia una medusa solitaria, che è stata molto bella da vedere… a debita distanza.

Dotazione logistica
Sulle biciclette avevamo una coppia di borse da viaggio per trasportare il necessario: asciugamani, pranzo al sacco, maschere da sub ed una tendina aperta che ha degnamente sostituito il tradizionale ombrellone (potendo oltretutto richiudersi in un sacchetto di dimensioni poco superiori a quelle di un avambraccio), oltre alle suddette calzature da scoglio e ad una piccola telecamera con custodia impermeabile per le riprese subacquee.

Conclusioni
Sicuramente una proposta di vacanza adatta alle esigenze di coppie e famiglie cui piaccia muoversi in bicicletta, senza doversi sobbarcare l’impegno di un vero cicloviaggio. La presenza di una abbondante offerta ristorativa in loco, di ottima qualità ed a prezzi contenuti, ci ha consentito di fare (quasi) del tutto a meno dell’automobile, la cui unica funzione è stata di portarci a destinazione e riportarci a casa, restando poi parcheggiata ed inutilizzata per l’intera settimana.

Darwin, gli estremisti e i disadattati

Ho passato quasi la mia intera esistenza a sentirmi un disadattato. Poi sono approdato a Darwin e Goleman, e la mia sensazione ‘a pelle’ ha trovato una esatta collocazione razionale all’interno di una descrizione in termini evoluzionistici della società umana.

La genetica molecolare ci insegna che, all’interno di una specie vivente, non esistono due individui identici. Questo è il prodotto della riproduzione sessuata: ad ogni nuovo nato avviene un rimescolamento dei geni paterni e materni. La presenza di individui dotati di lievi differenze l’uno dall’altro rappresenta la chiave del processo evolutivo.

Lo scostamento dal modello tipo rappresenta, solitamente, un problema per l’individuo portatore di tale carattere. A titolo di esempio, in una specie che popoli un determinato habitat la lunghezza del pelo è perfettamente adattata al range di temperature solitamente presenti. L’individuo che, occasionalmente, nasca con una peluria più lunga o più folta della media risulterà perciò svantaggiato.

Ma la specie nel suo complesso ha necessità di produrre questi individui ‘svantaggiati’, perché le condizioni climatiche possono variare nel tempo. Se le temperature medie scendono, su un arco temporale di anni o di secoli, gli individui col pelo più folto risulteranno avvantaggiati, e trasmetteranno questo carattere alla propria discendenza, che continuerà a prosperare. Se la trasformazione climatica diventa permanente, ciò causerà una definitiva trasformazione nelle caratteristiche medie della specie.

I ‘caratteri estremisti’ non attengono unicamente l’aspetto fisico degli individui. In una specie caratterizzata da comportamenti sociali, atteggiamenti ‘estremisti’, rispetto alla media del branco, sono propri di singoli individui. Individui che tendono ad allontanarsi, che esplorano il territorio, e che si espongono, in questo modo, a rischi maggiori.

Daniel Goleman, in “Intelligenza sociale”, spiega come la collettività tragga vantaggio dall’esistenza di questi comportamenti estremisti, e trovi il modo di compensare il maggior rischio corso da questi individui, e la relativa brevità delle loro vite, facendoli riprodurre con più facilità rispetto agli individui, la maggior parte, dotati di un carattere più gregario.

Il tratto distintivo della specie umana è rappresentato dall’intelligenza, ed inevitabilmente anche questa, come ogni carattere, è distribuita in maniera diseguale. La gran parte della popolazione dispone di un Q.I. (quoziente intellettivo) pari a 100, mentre il ventaglio dei restanti si estende, con numeri via via più ridotti, in entrambe le direzioni.

Estendendo il parallelo darwiniano alla sfera intellettiva, dovremo aspettarci che gli individui dotati di Q.I. più elevato della media tendano ad allontanarsi più degli altri dall’areale (culturale) in cui staziona il branco, ad esplorare territori sconosciuti, a padroneggiare materie che la maggior parte dei consimili non sente alcun bisogno di approfondire.

Da questa esigenza intellettuale al diventare dei ‘disadattati’ il passo è breve. Conoscere più della gran massa delle persone, maneggiare concetti che per gli altri sono astrusi, avere una comprensione lucida di cognizioni complesse, finisce con l’alienare questi individui dalla massa dei propri consimili, e consegnarli alla solitudine.

Da adolescente disadattato ho esplorato la questione e mi sono sottoposto a test del Q.I. ed è risultato che i miei valori eccedevano significativamente la media. Parliamo di esiti superiori a 140 punti (più prossimi ai 150) su diversi ventagli di abilità (letterarie, numeriche, visivo/spaziali). Ma non sempre conoscere il proprio problema consente di affrontarlo nella maniera migliore.

Perché mi aspetto che questo tema interessi i lettori del mio blog? Qui entra in gioco un bias cognitivo noto come Bias di Proiezione: il nostro cervello rifiuta il fatto che gli altri siano diversi da noi. Questo fa sì che le persone particolarmente intelligenti tendano a considerare gli altri al loro stesso livello, spesso commettendo errori grossolani.

Prima di passare ad illustrarvi le conseguenze di questo ragionamento sarà utile contestualizzare il problema che vi/ci riguarda. La maniera migliore mi sembra partire da un grafico. La curva qui sotto raffigura la distribuzione del quoziente intellettivo nella popolazione umana. La freccia indica dove si collocano, secondo una mia verosimile stima, i lettori di questo blog.

Non mi interessa accattivarmi le simpatie di chi legge. È ormai acclarato che quasi metà della popolazione italiana sia costituita da analfabeti funzionali, fatto che, da solo, già esclude tutta la parte sinistra della curva. Del rimanente 50%, solo una piccola frazione frequenta spazi informativi (la maggior parte di chi è in grado di leggere e scrivere passa il tempo a battibeccare sui social). Di questi spazi informativi i meno gettonati risultano quelli caratterizzati da un linguaggio prolisso, argomentazioni cervellotiche ed uso di locuzioni desuete. Ed eccoci qui.

Se siete arrivati a leggere la mia paginetta è perché la produzione culturale di massa (perdonatemi la definizione) non vi soddisfa pienamente, o perché state cercando risposte che altrove non trovate. Magari perché vi ponete domande senza aspettare che qualcun altro le formuli per voi, avendo compreso che le domande di quel tipo sono strumentali al rifilarvi risposte già belle e confezionate.

Siete qui per un’insoddisfazione di fondo che non sapete spiegare. Perché vi sembra che manchi sempre qualcosa, qualche pezzo di ragionamento, o qualche sfumatura artistica nei prodotti di intrattenimento, o qualche sviluppo nei termini dell’agire umano che sarebbe altamente auspicabile… ad esempio una svolta ambientalista negli indirizzi politici globali.

Siete qui perché pensate che in un sistema democratico valga la volontà della maggioranza, e non riuscite a spiegarvi come mai la vostra volontà non venga quasi mai rappresentata nelle scelte politiche ed economiche. Perché vi siete sempre riconosciuti in partiti di minoranza. Perché vi sentite apostrofare come ‘estremisti’ quando sviluppate analisi del tutto ragionevoli. Perché non siete ‘adattati’ al sentire corrente… altrimenti passereste il vostro tempo ad ascoltare la radio o ad informarvi sul mondo del calcio.

Il motivo di ciò sta nel grafico di cui sopra: voi ed io non facciamo parte della ‘maggioranza’. È brutto sentirselo dire, l’animo umano soffre nel sentirsi emarginato, il Bias di Proiezione scalpita e protesta. Purtroppo è la realtà: la maggioranza opera scelte che in gran parte ci escludono.

Di conseguenza i prodotti di intrattenimento vi appaiono spesso mediocri, i film prevedibili, la musica banale, i programmi di approfondimento superficiali, i giornali buoni per incartare il pesce. Il problema non è loro (quantomeno non completamente), è nostro. Nella società dei consumi ogni prodotto è indirizzato ad un target ben preciso, di norma il più vasto possibile. Semplicemente, quel target non siamo noi. I prodotti adatti ad interessarci vanno cercati col lanternino.

E se vi sembra che i prodotti culturali del passato fossero mediamente migliori, anche questo ha una spiegazione. Nel passato gli artisti avevano un maggior controllo sulla propria produzione, ed erano necessariamente le menti più brillanti del proprio campo. Non cercavano unicamente denaro e consenso, non producevano per un pubblico massificato: spesso facevano le cose che più gli piacevano.

Quindi era più facile che cogliessero aspetti in grado di interessare il lato estremo della curva, quello di cui anche loro facevano parte, e nel generare una produzione artistica di alto livello trascinavano con sé anche il proprio pubblico. Penso alla musica, alla letteratura, alla pittura, alla danza, ma il discorso può essere esteso a qualunque ambito espressivo.

Nel tempo, la democratizzazione del processo artistico ha fatto sì che gli strumenti di creazione fossero alla portata di un ventaglio sempre più ampio di persone, e la diffusione dei relativi prodotti raggiungesse una capillarità mai vista prima. Questo ha consentito anche ad artisti non eccelsi di generare forme d’arte rudimentali, in grado di raccogliere l’approvazione di un pubblico più vasto, e generare un maggior indotto commerciale, rispetto ad altre forme d’espressione più colte.

La massificazione è un portato del processo di domesticazione che interessa la nostra specie ormai da millenni. Nell’allevamento di massa la ricerca di un nutrimento (intellettuale) per gli individui ‘estremisti’ è uno spreco di tempo e risorse, e non ha un adeguato ritorno sull’investimento.

Perciò continueremo a cercare musica che ci racconti qualcosa di nuovo, mentre intorno a noi risuonano i ‘Tunz-Tunz’ della dance fabbricata in serie. Continueremo a cercare film e romanzi che non siano brutte copie di quanto già visto e letto in passato, scavandoli fuori da canali distributivi sempre più minuscoli e capillari. Continueremo ad attendere proposte politiche sensate, e ad aspettarci che il mondo intorno le accolga.

Lo so, fa male, ma ve lo dovevo dire. Questa è la terra incognita che il mio peregrinare ‘estremista’ ha finito con lo scoprire. Questa è la conoscenza che sono riuscito ad acquisire scampando ai predatori e percorrendo sentieri solitari. Non serve a molto, dato che l’areale di questa specie è impossibilitato ad espandersi, le risorse si vanno progressivamente esaurendo, e non c’è segno che la parte sinistra della curva possa cominciare ad interessarsi al problema. E men che meno provare a reagire.

Saldamente incatenati agli anni ‘50

Perché non riusciamo davvero ad imporre una svolta, una trasformazione, alle nostre città? Perché gli interventi di ammodernamento procedono col contagocce, riuscendo a risultare insufficienti fin dal momento stesso del loro completamento? Perché, sostanzialmente, siamo immobilizzati in un eterno presente che si trascina, sempre più a fatica, dall’epoca del boom economico?

Il problema principale, per quel che posso vedere, consiste nel non aver mai realmente voluto fare i conti con le contraddizioni prodotte da un sistema di mobilità basato sull’automobile privata. Modello al quale siamo saldamente ed entusiasticamente incatenati, senza la minima possibilità di evadere.

Fin dal suo apparire l’automobile è stata narrata come un simbolo di modernità, di libertà, di affrancamento dalla fatica, e come tale è stata culturalmente metabolizzata. Un assunto privo di fondamento ma a tal punto martellato, ribadito, ripetuto, con ogni singolo strumento mediatico disponibile, da far sì che sia ormai percepito alla stregua di una realtà oggettiva, non discutibile, per la maggioranza di noi. Sebbene molti dei lati negativi prodotti della mobilità privata fossero evidenti in partenza, a cominciare dall’elevato tasso di mortalità stradale, si scelse di ignorarli.

Ora di tempo ne è trascorso parecchio, ed i problemi causati dalla fascinazione collettiva per l’automobile si sono andati accumulando, anziché risolversi. L’automobile, da simbolo di libertà di movimento, è diventata la causa prima della paralisi dei centri città, e già solo questa semplice evidenza dovrebbe indurre un ripensamento. Tuttavia il dibattito politico su questi temi è totalmente assente, e sempre lo è stato, a destra come a sinistra.

Il paese appare immobilizzato in una visione arcaica, immutata dagli anni ‘50, in cui l’automobile soddisfa un diritto alla mobilità individuale che gli organi istituzionali sono tenuti a garantire. Tale visione è attualmente portata avanti con maggior vigore, direi paradossalmente, proprio dai partiti di sinistra (PD in testa), che invece di preoccuparsi della qualità della vita dei cittadini si concentrano nel salvaguardare un indifendibile ‘diritto al possesso ed all’uso dell’automobile’.

Inutile dire che ciò rappresenta un errore prospettico enorme, perché l’automobile privata, per dimensioni, ingombri ed esigenze di spazi per la movimentazione e la sosta, non è più compatibile (ammesso che lo sia mai stata) con la maturata domanda di mobilità propria della dimensione urbana.

Il principale appunto che devo fare all’amministrazione attuale, M5S, riguarda proprio la totale assenza di un dibattito pubblico su questi temi. Si è partiti a costruire infrastrutture ciclabili senza aver prima costruito una comprensione, un consenso popolare, senza aver spiegato adeguatamente per quali motivi le si stavano realizzando. Probabilmente illudendosi che una popolazione come la nostra, bombardata per decenni unicamente da propaganda a favore dell’automobile, avrebbe fatto da sé il salto culturale necessario.

Evidentemente ciò non è avvenuto, come dimostrano le discussioni sui social ed i comitati che quotidianamente si oppongono a qualsiasi intervento sulla viabilità. Quello che è stato ragionato e compreso, in realtà meno culturalmente fossilizzate della nostra (situate in prevalenza nel Nord Europa), è che proprio l’utilizzo dell’auto privata, anziché aumentare la capacità individuale di spostamento, rappresenta un collo di bottiglia per la mobilità dei cittadini all’interno degli spazi urbani.

Le automobili private ingombrano gli spazi pubblici, li rendono insicuri per pedoni, ciclisti ed utenti ‘deboli’ come anziani e disabili, intasano i corridoi stradali rallentando il trasporto pubblico, producono rumore ed inquinamento e richiedono sistemazioni (asfalto+cemento) che confliggono con la presenza di alberature, la cui ombra riduce il calore diurno rendendo le strade più piacevoli da vivere e da percorrere a piedi e in bicicletta.

Nelle realtà urbanisticamente più progredite si sta portando avanti un lavoro di progressiva riduzione degli spazi e dei servizi destinati alla mobilità privata, destinando quegli stessi spazi e servizi per usi pubblici: eliminazione di sosta e parcheggio, riduzione delle possibilità di transito in aree particolarmente affollate (pedonalizzazioni, ZTL e ‘zone 30’), limitazione, mediante tariffazione, degli accessi alle aree centrali.

Il nuovo paradigma della città moderna punta il focus sulla mobilità dei cittadini, non dei veicoli, mettendo al centro gli spostamenti delle persone anziché delle automobili. E dove si colloca l’Italia in questo processo? In coda, evidentemente. Il percorso di elaborazione culturale sulla compatibilità tra spazio pubblico e mobilità privata qui non è mai iniziato: siamo fermi, saldamente inchiavardati ad una visione vecchia di settant’anni, che vuole l’automobile al centro della vita urbana.

L’ideologia della modernità, che l’automobile ha incarnato fin dalla sua comparsa, ha tra i suoi pilastri fondanti l’idea che ad ogni problema si troverà soluzione, in un futuro più o meno lontano, grazie ad invenzioni non ancora disponibili al momento attuale. Gli ideologi del futuro dell’automobile stanno riempendo le proprie narrazioni di veicoli futuristici, auto a guida autonoma, elettriche, ad idrogeno, cercando ostinatamente di nascondere l’evidenza.

L’evidenza, inconfutabile, che l’automobile stessa è un mezzo di trasporto obsoleto ed antimoderno, noto per causare più problemi di quanti ne risolva e tale da contribuire pesantemente al degrado dei centri urbani. Non a caso, le città dove si vive peggio, nel mondo, sono proprio quelle dove circolano più automobili.

Quando riusciremo a sbarazzarci di questa visione stantia e disfunzionale della vivibilità urbana? La sensazione è che passeranno altri decenni. Il dominio economico del comparto automotive sui mass media è evidente, e tanto basta a mettere la sordina alle voci in grado di produrre un cambiamento culturale. La macchina statale è totalmente appiattita e complice, destinando fondi pubblici ad una varietà infinita di incentivi e sovvenzioni all’attuale sistema di produzione e mobilità. La politica tace o balbetta.

Il patto faustiano siglato dall’Italia col culto dell’auto privata, e firmato col sangue delle vittime della strage stradale, non sarà certo annullato per scelta della mefistofelica controparte, né combattuto da una classe politica incapace di vedere al di là del proprio naso né, in ultima istanza, sciolto da una volontà popolare che appare, ancora oggi, totalmente assente e distratta.