La questione ambientale (sesta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Fin qui abbiamo usato il termine ‘sostenibilità’ senza scendere nel dettaglio, ora sarà il caso di farlo. ‘Sostenibilità’ deriva da ‘sostenere’, come, ad esempio, nell’idea di ‘sostenere un oggetto’. L’esempio ci rimanda ad un lavoro fatto per contrastare una naturale tendenza, ovvero quella dell’oggetto attratto verso il suolo dalla forza di gravità: maggiore il peso, più breve il periodo di sostenibilità.

Per le civiltà valgono considerazioni analoghe: maggiore è la pressione sull’ecosistema, più breve sarà l’arco temporale in cui la civiltà in oggetto potrà essere ‘sostenuta’ dai processi biologici naturali. La storia dell’umanità abbonda di esempi di civiltà insediatesi in habitat troppo esigui per alimentare il livello di consumi da esse imposto all’ecosistema. Il risultato è in genere consistito nel collasso o nella totale estinzione.

Un esempio, già trattato in passato, è quello delle colonie vichinghe in Groenlandia. Il tentativo di riprodurre, in terre più povere di risorse, uno stile di vita sperimentato come funzionale nel Nord Europa ha condotto alla scomparsa delle popolazioni ivi insediatesi. Un altro esempio è quello dell’Isola di Pasqua, dove una migrazione da parte dei polinesiani intorno all’anno mille produsse un’aggressione massiccia alla fauna ed alla flora indigene, portando il delicato ecosistema ad un depauperamento irreversibile nel volgere di pochi secoli.

Oggi sappiamo che la colpa del collasso non fu interamente delle popolazioni native, che avevano finito col trovare un delicato equilibrio con le risorse dell’isola. Il ‘colpo di grazia’ definitivo fu dato dalla scoperta dell’isola da parte degli occidentali, che vi portarono, involontariamente, malattie e specie alloctone (roditori). Tuttavia la presenza dei roditori non avrebbe potuto portare, da sola, al collasso di un habitat in buona salute. La responsabilità dei polinesiani rimane nell’aver prodotto, mediante l’abbattimento sistematico delle palme giganti di cui l’isola era ricca, una estrema fragilità dell’ecosistema insulare.

Quindi, al di là delle buone intenzioni espresse nel precedente capitolo, relative ad una riduzione volontaria degli esasperati consumi attuali, ciò che realmente determina il carattere di sostenibilità di una civiltà è, in ultima istanza, la capacità dell’ecosistema di alimentare il livello di consumi desiderato a tempo indefinito, ed a quale prezzo ciò può essere ottenuto.

Al di là del consumo di suolo e dell’inquinamento, problemi gravi ma evidenti e percepibili, quello che ai più sfugge è il drammatico crollo della biodiversità prodotto dall’azione umana negli ultimi millenni. Per biodiversità si intende da un lato la varietà di specie viventi che insistono in un territorio, dall’altro la numerosità delle specie stesse in termini di individui.

La salute di un ecosistema dipende dall’equilibrio tra esigenze diverse: la coesistenza di specie diverse di piante, di erbivori, di frugivori, di insetti, di batteri nel suolo, la competizione tra prede e predatori, e dai movimenti, transumanze e migrazioni delle specie che popolano un territorio. All’interno di questa ricchezza si producono le risorse per far fronte alle trasformazioni ambientali, dai periodi più caldi alle ere glaciali, attraverso una varietà genetica che accelera i percorsi evolutivi di adattamento.

In questo processo l’opera dell’uomo è devastante. Foreste ricche di biodiversità vengono abbattute per far spazio a monocolture ad alta ‘produttività’. Specie selvatiche vengono con indifferenza portate all’estinzione mentre si preservano solo una manciata delle varietà ritenute adatte all’allevamento ed al consumo umano, animali trasformati in modo da soddisfare le esigenze produttive e consumistiche, non più in grado di sopravvivere allo stato selvatico. La pesca ‘industriale’ trasformata in un sistematico saccheggio e depauperamento della fauna ittica globale.

Il fattore drammatico, ancora non metabolizzato dall’opinione pubblica, è che una specie non si estingue quando muore l’ultimo esemplare: se la popolazione si riduce al di sotto della soglia in grado di garantire una sufficiente diversità genetica, la specie è già condannata. Recentemente i koala sono stati dichiarati specie ‘funzionalmente estinta’, a fronte di una popolazione residua di 80.000 unità.

Un discorso analogo vale per gli habitat sui quali le specie insistono. Le riserve che vengono approntate per preservare la biodiversità dalla distruzione totale hanno spesso dimensioni insufficienti a garantire l’effettiva sopravvivenza delle specie che vivono al loro interno, essendo in grado unicamente di prorogare, per un breve arco temporale, la sopravvivenza di una manciata di individui.

A questo proposito occorre citare un esempio che a mio parere chiarisce bene la natura del problema. Anni fa un team di entomologi stava studiando un particolare moscerino della foresta amazzonica, un insetto microscopico del peso di pochi milligrammi. Lo studio analizzava la capacità dell’insetto di sopravvivere alla deforestazione, ovvero la sua adattabilità a porzioni ridotte di foresta. Quello che si evidenziò fu la totale scomparsa della specie da porzioni di foresta di dimensioni inferiori ad un chilometro quadrato.

Ora, se la capacità di riprodursi di un insetto dipende dalla disponibilità di un chilometro quadrato di foresta vergine, di quanto spazio hanno bisogno specie più grandi? Ne stiamo lasciando abbastanza? La risposta è no. Gli habitat naturali si stanno riducendo a velocità crescenti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame e coltivazioni di palma da olio. La previsione è che, in assenza di interventi drastici, gli habitat intatti saranno totalmente scomparsi nell’arco di pochi decenni, assieme alla gran parte della biodiversità globale.

Quindi la sola riduzione dei consumi individuali, già teorizzata nel precedente post, non è strategia sufficiente a garantire la salute degli ecosistemi terrestri. Al pari degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua stiamo alacremente distruggendo i meccanismi biologici fondamentali che garantiscono la salute del pianeta, creando quelle stesse condizioni di fragilità che causeranno un prevedibile futuro collasso. Stavolta non al livello di una singola isola, bensì globale. Sarà necessario incidere molto più a fondo per realizzare la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, in ultima istanza individuando la maniera di ridurre la popolazione umana mondiale.

D’altro canto la lungimiranza non è mai stata la caratteristica principale della nostra specie, così come non lo è per qualunque specie vivente. La natura premia, nell’immediato, l’individuo, la popolazione e la specie in grado di razziare la maggior quantità di risorse, riservando al lungo periodo l’opera di ristabilire un equilibrio. Che può anche comprendere la totale scomparsa della specie ‘eccessivamente aggressiva’, non solo un suo ridimensionamento.

Venendo al nostro caso, siamo i predatori più efficaci del pianeta, surclassando di diversi ordini di grandezza qualsiasi altro predatore apicale. Il nostro successo riproduttivo, relativo agli ultimi millenni, non ha eguali nella storia del pianeta. Prevedibilmente, la nostra caduta sarà altrettanto repentina.

Evolution

(elaborazione dell’autore, a partire da un originale trovato qui)

(continua)

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La questione ambientale (quarta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

A peggiorare il bilancio dell’assalto plurimillenario condotto dalla nostra specie nei confronti delle risorse globali, l’inquinamento ha aggiunto ulteriore fattore di stress agli ecosistemi naturali.

Col termine inquinamento si intende l’introduzione di materiali ‘alieni’ alle dinamiche biologiche, ed in grado di interferire coi processi di riuso della materia organica. Tutto quello che la specie umana estrae dal suolo, raffina, trasforma, utilizza ed infine scarta rappresenta una forma di inquinamento. Inizierò quindi col descrivere una modalità di inquinamento che non viene ancora individuata come tale: l’edilizia.

I primi rifugi inventati dalla nostra specie furono, con molta probabilità, capanne di legno e foglie, composte interamente da materiali organici, decomponibili e biologicamente riciclabili. Col tempo ed il padroneggiare tecniche di manipolazione più evolute, la costruzione di edifici in pietra rappresentò un primo esempio di intervento umano operato in totale difformità dai processi biologici.

I materiali inerti necessari all’edilizia vengono estratti dalle cave di pietra e collocati dove poi sorgono paesi e città, luoghi di norma caratterizzati da abbondante disponibilità di suolo fertile. La costruzione di edifici e la successiva espansione delle città ha l’effetto di ridurre la disponibilità di suolo fertile.

Con la crescita delle città e la nascita di regni ed imperi, l’occupazione di suolo prodotta dalle città aumenta progressivamente, mentre la produzione alimentare si trasferisce sempre più verso le periferie, processo che innesca la creazione di strade ed il consumo di ulteriore suolo fertile.

Il gigantismo delle attuali metropoli, e le trasformazioni avvenute nella produzione e nei trasporti grazie alla Rivoluzione Industriale, hanno di fatto totalmente scollegato le aree urbane dalla necessità di un’autonomia alimentare ‘di prossimità’, creando condizioni di estrema criticità. Qualunque riduzione nell’efficienza della produzione agricola, o di quella della rete di trasporti, si tradurrebbe in un’incapacità delle popolazioni inurbate di far fronte al proprio stesso sostentamento.

In epoche passate, un limite alla crescita delle dimensioni urbane è consistito nella disponibilità di cibo in relativa prossimità. Con la Rivoluzione Industriale questo limite è stato rimosso, consentendo alle città di espandersi seppellendo le aree agricole di prossimità. Questo processo non è più reversibile nel breve periodo, perché i terreni scavati e cementificati non recuperano la propria fertilità a fronte del semplice abbattimento degli edifici.

I materiali edili presentano quantomeno il vantaggio di essere inerti rispetto ai processi organici. Lo stesso non si può dire di gran parte delle sostanze che sono diventate parte della nostra vita di tutti i giorni. Dalla rivoluzione industriale in poi la chimica ha infatti provveduto a sviluppare una varietà pressoché infinita di sostanze tossiche e nocive, in grado di interferire a vari livelli coi processi biologici.

Queste sostanze sono successivamente entrate a far parte dei manufatti, o divenute parte integrante dei relativi processi produttivi, e molto poco si è fatto per gestirne uno smaltimento sicuro al termine del ciclo d’utilizzo. Parliamo di un ventaglio di sostanze che va dai veleni veri e propri agli acidi, a materiali variamente irritanti, tossici o cancerogeni. Tutta roba che per decenni è stata rilasciata nei fiumi, seppellita, conferita nelle discariche o bruciata e dispersa nell’atmosfera.

Anche materiali biologicamente inerti come la plastica presentano un risvolto negativo, perché la loro diffusione e successivo degrado sta creando problemi agli animali che tentano di nutrirsene, causandone spesso la morte. Soprattutto negli oceani la quantità di frammenti di plastica trasportata da fiumi e correnti sta rappresentando un problema significativo per la fauna marina.

Questo senza contare che il processo di frammentazione, al momento ancora parziale (si parla infatti di ‘microplastiche’), procederà gradualmente fino al livello molecolare, saturando l’ambiente di quantità enormi di catene di polimeri di origine non biologica, con effetti, allo stato attuale, totalmente non quantificabili.

Un’altra parte rilevante di inquinamento deriva dall’impiego di diserbanti ed antiparassitari nell’agricoltura, che cresce di anno in anno. Si tratta di composti chimici dichiaratamente ostili ai processi biologici (la loro funzione è uccidere le varietà vegetali che competono con le specie coltivate e gli insetti che di queste ultime si nutrono), che finiscono con l’accumularsi nella catena alimentare portando morte anche alle specie (rettili, uccelli e mammiferi) che di tali insetti si nutrono.

Oltre agli antiparassitari l’agricoltura fa anche un largo uso di fertilizzanti azotati, che hanno un effetto positivo a breve termine sulle colture, ma nel lungo termine alterano gli equilibri chimici dei suoli rendendoli meno ospitali per le popolazioni di insetti ed altre forme di vita che li abitano. Quel che è peggio: ancora non è chiaro quali siano gli effetti cumulativi relativi al dilavamento di tutte queste sostanze venefiche, al loro assorbimento nei suoli ed alla loro diffusione nei fiumi e nei mari.

Un forte segnale di allarme giunge proprio riguardo alle quantità e varietà di insetti rilevate in prossimità delle aree agricole europee, che hanno subito un collasso repentino negli ultimi anni in diversi paesi. Per la loro importanza nella produzione del miele l’attenzione è attualmente capitalizzata dalle api, specie di cui si sono registrati diversi casi di collasso di interi alveari, fino alla totale scomparsa in diversi paesi, al punto che in alcune zone della Cina gli agricoltori devono impollinare gli alberi da frutta a mano.

Un caso a sé è rappresentato dai sottoprodotti dell’industria nucleare civile e militare. L’evoluzione delle tecnologie atomiche ha generato, mediante un processo detto ‘arricchimento’, tonnellate di materiali radioattivi in forme estremamente concentrate. Materiali che, essendo instabili, non sono mai venuti a contatto con le forme viventi. infatti, pur essendo presenti nella fase di formazione del sistema solare, essi erano già scomparsi, dalla crosta terrestre, ben prima che i processi vitali avessero inizio.

Parliamo di sostanze in grado di rendere pericolose ed inabitabili ampie porzioni di pianeta, come abbiamo visto in occasione degli incidenti di Chernobyl in Ucraina e Fukushima in Giappone. Su scala più ridotta il riutilizzo di uranio impoverito nella fabbricazione di proiettili ha già causato decine di casi di leucemia, anche mortali, fra gli stessi militari utilizzatori di tali munizioni. Molto poco è poi dato sapere sulle condizioni delle migliaia e migliaia di testate nucleari tattiche, il cui semplice potenziale esplosivo, già ai tempi della Guerra Fredda, era dato come in grado di annientare completamente l’intera umanità più volte.

L’ultima e più subdola forma di inquinamento riguarda i gas rilasciati in atmosfera a seguito dell’utilizzo massivo di combustibili fossili per i trasporti, le macchine utensili e la produzione di energia elettrica. Questi gas stanno lentamente ma inesorabilmente alterando l’equilibrio millenario tra il riscaldamento prodotto dalla radiazione solare di giorno, ed il raffreddamento causato dall’irraggiamento notturno, con l’effetto di surriscaldare l’atmosfera ad un ritmo mai visto prima (essendo, per l’appunto, un fenomeno artificiale) ed innescando ulteriori eventi caratterizzati da feedback positivo, ovvero in grado di accelerare il riscaldamento: scioglimento delle calotte polari, con ulteriore riduzione dell’albedo, e rilascio di gas metano dal permafrost artico.

Stiamo già misurando, in questi anni, una variazione delle temperature globali talmente repentina da non lasciare, a molte specie viventi, il tempo di adattarsi, e causando, assieme a fattori concomitanti, un collasso a catena di interi ecosistemi, dalle barriere coralline del pacifico alle popolazioni di orsi bianchi non più in grado di cacciare le foche artiche per la scomparsa dei ghiacci.

Riassumendo: caccia alle specie animali edibili, allevamento e sostituzione della naturale biodiversità con specie ‘simbionti’ (quelle di cui ci nutriamo), distruzione delle foreste per far spazio a coltivazioni, distruzione della residua biodiversità con fertilizzanti, erbicidi ed antiparassitari, consumo di suolo fertile causato dall’edilizia, dalla costruzione di strade ed infrastrutture, oltreché dall’erosione chimica e meccanica prodotta dai macchinari agricoli, rilascio di sostanze velenose e tossiche nell’ambiente, inquinamento da materie plastiche, riscaldamento globale del clima.

Come ultimo risultato, conseguenza di tutto questo gran daffare, la popolazione umana è cresciuta esponenzialmente fin quasi a raggiungere gli otto miliardi di individui, con una impennata negli ultimi decenni che ha prodotto una progressiva invasione antropica dei residui habitat intatti: le foreste vergini dell’Amazzonia e della Polinesia. Un surplus di popolazione umana la cui sussistenza può essere garantita solo attraverso l’inasprimento delle forme di saccheggio ambientale descritte fin qui.

Parafrasando Nietzsche: siamo da un paio di secoli sull’orlo dell’abisso, e l’abisso ci sta chiamando a gran voce. È possibile fare qualcosa per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta, e con esse della nostra specie? Proverò a ragionarci su nel prossimo post.

(continua)

La questione ambientale (terza parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

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Nella prima parte di questa analisi abbiamo visto come la specie umana sia riuscita, nel corso dei millenni, a ricavare nuove ed abbondanti forme di nutrimento aggredendo interi habitat vergini mediante l’allevamento e l’agricoltura. Molto di questo successo si è realizzato grazie all’invenzione di macchine semplici.

Le ‘macchine semplici’ nascono assieme alla nostra specie, caratterizzata dalla capacità di manipolare, per mezzo degli arti superiori, quanto disponibile nell’ambiente al fine di migliorare la caccia e la raccolta. Una macchina semplice è l’ascia a mano, una pietra con un bordo tagliente ricavato per lavorazioni successive, che consentiva di abbattere animali di medie dimensioni. Altra macchina semplice è la lancia, evolutasi successivamente in arco e frecce.

Per la raccolta si usavano con molta probabilità cesti di vimini, che consentivano il trasporto di un maggior numero di cibarie. Dalla tecnica di intrecciare fibre vegetali derivò con molta probabilità la produzione di tessuti. L’agricoltura divenne più produttiva grazie all’invenzione dell’aratro, uno strumento in grado di ‘ammorbidire’ il terreno e facilitare l’attecchimento delle sementi.

L’aratro fu, molto probabilmente, il primo strumento per mezzo del quale l’umanità sperimentò l’utilizzo di forze motrici diverse dalle proprie stesse masse muscolari, aggiogando bovini e cavalli per utilizzarne l’energia metabolica. Altri esempi sono l’uso del vento per la propulsione di imbarcazioni, destinate a diventare un importante strumento per la pesca, il commercio e l’esplorazione di nuovi habitat.

Un ulteriore processo fisico, ben presto asservito ad usi pratici, furono le proprietà esplosive di alcuni composti chimici, esplorate dapprima in Asia con funzioni ricreative (fuochi d’artificio) e trasformate quindi in occidente, grazie ai progressi della metallurgia, in armi da fuoco (fucili e cannoni). Queste nuove armi svolsero un ruolo chiave nell’invasione e colonizzazione manu militari di due nuove masse continentali, le Americhe.

I due sub continenti americani erano già stati colonizzati dall’homo sapiens ventimila anni prima, nel corso dell’era glaciale, da popolazioni spintesi a piedi nei territori dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni ivi insediate avevano trovato un habitat intatto ed una macro-fauna totalmente impreparata all’arrivo di un nuovo predatore. Quest’ultima fu sistematicamente cacciata fino all’estinzione, con rare eccezioni. Al termine della glaciazione le Americhe rimasero isolate dalle altre masse continentali a causa della risalita del livello dei mari.

Le popolazioni insediate nel nuovo continente rimasero perciò tagliate fuori dall’evoluzione tecnologica che stava avvenendo in Eurasia, col risultato che, all’epoca della loro ‘riscoperta’ da parte degli europei, civiltà ancora all’età della pietra dovettero scontrarsi e soccombere al cospetto di invasori muniti di sciabole d’acciaio, fucili, cannoni e cavalli.

A metà del diciottesimo secolo la nostra specie si era già diffusa sulla totalità delle terre emerse (ad esclusione, per ovvi motivi, dell’Antartide), praticando l’agricoltura su buona parte delle pianure irrigate, l’allevamento di bestiame nelle praterie, la pesca nei mari e negli oceani. Quest’ultima attività si estese alla caccia ai cetacei per ricavarne l’olio da utilizzare nell’illuminazione notturna, cosa che portò diverse specie di mammiferi marini sull’orlo della completa estinzione.

La situazione, vista e considerata col senno di poi, era già sufficientemente preoccupante. Quello che produsse un’ulteriore accelerazione al processo fu l’invenzione della macchina a vapore, un meccanismo complesso che sfruttava la combustione del carbone per trasformare il calore in movimento, ed il movimento in lavoro. Ben presto le macchine a vapore vennero impiegate massivamente per la fabbricazione di tessuti e per i trasporti su terra e mare.

I motori a vapore erano obbligati a grandi pesi e grandi dimensioni, trovando facile applicazione principalmente alla propulsione di treni e navi. Anche così, l’impatto fu enorme, consentendo alle metropoli occidentali, già all’epoca sovrappopolate, di drenare ricchezze e derrate alimentari dai quattro angoli del pianeta.

L’idea di utilizzare fonti energetiche fossili per accelerare i processi produttivi segna il passaggio all’era industriale. L’accelerazione impressa ai trasporti favorisce la nascita dei grandi imperi commerciali, che a loro volta alimentano politiche imperialiste e colonialiste.

Ma c’è un ulteriore risvolto nella rivoluzione industriale, e riguarda la necessità di accaparramento di risorse non organiche. Già in epoche preistoriche l’umanità aveva scoperto le proprietà di durezza e malleabilità dei metalli che potevano venir estratti dalla crosta terrestre. L’estrazione e lavorazione dei metalli aveva però costi molto elevati, che ne relegavano l’impiego ad oggetti di lusso, oppure a finalità prevalentemente belliche, restando il grosso dei manufatti di uso comune ancora in legno, pietra, ceramica ed osso.

Nella nuova fase ‘industriale’ della storia umana, grazie anche allo sviluppo della chimica, le risorse inorganiche trovarono applicazioni in innumerevoli campi, arrivando ad avere un peso via via sempre maggiore nella produzione di cibi e manufatti. Questo comportò un’accelerazione nei processi estrattivi, nelle esplorazioni minerarie, nella ricerca scientifica, ed un’escalation della potenza militare non più legata al semplice fattore demografico.

Le macchine a vapore, la scienza e le nuove tecnologie rappresentarono un’importante rottura col passato, dominato dai testi sacri e dalle caste sacerdotali. Esse non solo rivoluzionarono le modalità produttive, ma ebbero un effetto ben più dirompente sul piano culturale, finendo col dar vita a quella che potremmo definire come ’ideologia del Progresso’.

Nell’ideologia del progresso, tutto quello che l’uomo fa all’ambiente è giustificato dal suo essersi dimostrato superiore a Dio, dall’aver imposto la propria volontà al mondo, dall’aver sottomesso la Natura al proprio Ego. L’Uomo regna sull’Universo, ne svela le leggi e le piega ai propri bisogni, accrescendo via via la propria potenza e ricchezza, e ciò non può essere che buono e giusto.

Se pensiamo al dettato biblico che è gravato per millenni sulla testa dei popoli occidentali, quel “lavorerai col sudore della tua fronte” che rappresentava la condanna divina all’uomo nel momento in cui quest’ultimo aveva cercato di rendersi più simile a Dio per mezzo della conoscenza, possiamo ben comprendere quello che la Rivoluzione Industriale rappresentò per le popolazioni dell’epoca.

Al di là delle condizioni miserrime degli operai del diciannovesimo secolo, la prospettiva di un mondo futuro, nel quale le macchine avrebbero affrancato l’uomo dalla fatica e dall’immobilità in uno stesso luogo di residenza, regalando ricchezza e benessere a tutti, dovette apparire come il tanto atteso riscatto, l’affrancamento finale dal giogo divino.

Sul fronte della ricerca di nuove fonti energetiche, dopo il carbone fossile si trovò il modo di sfruttare i prodotti della raffinazione del petrolio, composti chimicamente molto attivi in grado di alimentare motori a scoppio molto più piccoli di quelli a vapore, quindi applicabili a macchine agricole e veicoli per la mobilità individuale. Nascevano trattori ed automobili, e con essi un intero nuovo modello di mondo.

Nel tempo, col progredire delle conoscenze e delle tecnologie, materiali sempre nuovi iniziarono a trovare un impiego, dai prodotti fissili in grado di alimentare l’industria nucleare militare e civile, a cemento, acciaio, vetro ed alluminio per i nuovi edifici, alle materie plastiche, sintetizzate a partire dagli idrocarburi, ai semiconduttori e metalli rari per le tecnologie informatiche. Tutto questo estrarre, lavorare, consumare ed in ultima istanza abbandonare materiali inorganici su larga scala ha rappresentato un nuovo problema per il pianeta, quello dell’inquinamento.

Una caratteristica dei processi biologici, fin dalla loro comparsa, consiste nell’incessante riciclaggio delle materie prime necessarie alla chimica organica, e nel conseguente sequestro, nel sottosuolo, delle sostanze inutili, tossiche e nocive. Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra specie ha alacremente lavorato a scavar fuori tutti questi composti, potenzialmente tossici e nocivi per i processi biologici, finendo col rilasciarne sconsideratamente nell’ambiente quantità via via crescenti.

(continua)

La questione ambientale (seconda parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Prima di approfondire le questioni relative alla Rivoluzione Industriale dobbiamo però aver chiaro perché il successo senza precedenti della nostra specie rappresenti un problema. Di fatto abbiamo ottenuto quanto desideravamo: cibo a sazietà, agi e comodità, la sconfitta di numerose malattie che affliggevano la nostra specie dalla notte dei tempi, oltre a conquiste strabilianti dal punto di vista tecnologico… cosa c’è di male in tutto questo? Per comprenderlo dovremo fare un passo indietro, comprendere come funziona la biosfera ed il suo principale motore: la catena alimentare.

La catena alimentare non è altro che il meccanismo in grado di riciclare la materia organica. La Vita si nutre di sé stessa, ed ogni individuo che nasce e cresce finisce prima o poi per diventare il nutrimento di qualche altra creatura. I vegetali vengono mangiati dagli erbivori, che a loro volta sono predati dai carnivori, che finiscono vittime di altri carnivori o muoiono finendo decomposti dai vermi, in un processo che mira al riutilizzo di tutta la materia organica disponibile, ed all’occupazione di ogni possibile ‘nicchia ecologica’.

Food chain

Gli organismi autotrofi (le piante) sono anche in grado di costruire materia organica a partire dal carbonio presente nell’aria (sotto forma di CO2) e di materia inorganica, avendo a disposizione la giusta quantità di acqua e di luce solare. Dove è in grado di svilupparsi vegetazione non tardano a comparire erbivori e carnivori.

Perché il processo funzioni è però necessario instaurare un equilibrio, affinché la predazione non sia eccessiva e non conduca all’estinzione la specie predata. In genere questo equilibrio si trova da sé: ad un aumento della popolazione nella specie predata (per esempio a causa di una trasformazione climatica favorevole) corrisponde un aumento dei predatori, il cui numero cresce finché la popolazione predata non si riduce al di sotto della soglia di sostentamento dei predatori.

Cosa accade quando questo equilibrio non riesce ad instaurarsi ce lo racconta la vicenda di un branco di bovini abbandonati su un’isola disabitata del Pacifico all’epoca dei grandi viaggi di esplorazione oceanica. Pochi capi di mucche e vitelli vennero abbandonati su un’isola ricca di erba. Al successivo passaggio della nave, diversi anni dopo, in assenza di predatori e con abbondante cibo a disposizione i bovini si erano moltiplicati, ed assommavano ad alcune decine.

Al terzo passaggio, trascorsi altri anni, i bovini erano ormai oltre un centinaio ed avevano colonizzato ogni angolo dell’isola. Al quarto passaggio, tuttavia, i marinai non trovarono traccia di bovini vivi: l’isola era coperta di ossa e non si vedeva più nemmeno un filo d’erba. La proliferazione di un predatore ‘alieno’ troppo massiccio ed efficiente per il microscopico habitat insulare aveva condotto all’esaurimento delle risorse ed, in ultima istanza, all’estinzione del predatore stesso.

Purtroppo non sono riuscito a rintracciare la fonte di questo racconto, ma ho trovato un articolo in rete che racconta dell’abitudine settecentesca di lasciare capre sulle isole oceaniche per fornire cibo ad eventuali naufraghi. L’articolo racconta anche i danni ambientali prodotti dalle capre, e di come si siano dovuti investire fondi ingenti per eradicarle nuovamente in modo da preservare i delicati equilibri ecologici di habitat unici.

Il punto è che, come spiega bene Charles Darwin, l’evoluzione viaggia a velocità diverse e su scale diverse nelle masse continentali rispetto alle piccole isole. Un grande continente ha spazi e risorse molto maggiori, tali da consentire il processo di ‘gigantismo’ che ha dato vita ai dinosauri prima, ed all’attuale macrofauna mammifera poi: gli erbivori crescono di dimensioni come difesa rispetto ai carnivori, che a loro volta devono seguire un percorso analogo per risultare predatori efficaci.

Tutto questo è in relazione alle risorse disponibili ed agli spazi. I casi di gigantismo nelle piccole isole sono relativamente rari: le tartarughe giganti delle isole Galapagos, i Draghi di Komodo e le palme giganti, ora estinte, dell’isola di Pasqua, per quello che riesco a rammentare su due piedi.

Nelle isole avviene anzi un processo inverso, in cui animali originariamente di grandi dimensioni rimpiccioliscono per adattarsi ad habitat meno ricchi di quelli dove si erano precedentemente sviluppati. È il caso degli elefanti nani del Mediterraneo, ridotti, dalla necessità di adattarsi ad ecosistemi meno ricchi rispetto a quelli originari, ad un’altezza di poco superiore al metro.

L’atipicità della nostra specie consiste nell’aver ideato strumenti che ci hanno consentito da un lato di raggiungere l’apice della catena alimentare, dall’altro di diversificare il nutrimento aggredendo più nicchie ecologiche simultaneamente. Mentre ogni specie animale ha un ventaglio di risorse alimentari limitato alle specie di cui si nutre, la nostra ha fatto in modo di metabolizzare non solo più varietà (siamo onnivori, possiamo nutrirci di carne, vegetali, frutta) ma, attraverso il fuoco, l’allevamento e l’agricoltura, di convertire in forme alimentari anche ciò che originariamente non era per noi commestibile.

Quindi, fin dall’antichità, siamo una specie inconsapevolmente votata all’obiettivo di divorare l’intero pianeta, eliminando selettivamente le forme di vita non commestibili per lasciare spazio solo a quelle edibili. Tornando alla chiusura del precedente post: cosa poteva andare peggio? Semplicemente che trovassimo il modo di trasformare in nutrimento anche la materia inerte. Cosa avvenuta, su larga scala, con la Rivoluzione Industriale.

(continua)

La fabbrica dei Troll

Troll

Oggi non tratteremo dei folletti delle leggende scandinave, bensì dei Troll di Internet, o meglio, del comportamento da troll che si attiva spontaneamente nei Social quando un qualsiasi utente deve confrontarsi con argomentazioni che contraddicano le proprie convinzioni.

Prendiamo Facebook. È il social network più diffuso tra gli utenti non giovanissimi, ed uno spazio in cui molti, tra i quali il sottoscritto, scelgono di interagire con la propria cerchia relazionale per sviluppare temi che potremmo definire di ‘promozione sociale’: come migliorare la sicurezza nelle strade, gli spazi urbani, la socialità, la salute e lo svago.

Tutto va mediamente bene finché le discussioni restano confinate nell’ambito specifico, ovvero i gruppi di discussione tematici. Quando però questi argomenti vengono portati ‘fuori’, ovvero in gruppi allargati ad una fetta di popolazione che dell’argomento non si è mai interessata né mai lo ha approfondito, cominciano i problemi.

Il comportamento ‘da troll’ non tarda ad emergere quando singoli individui vengono posti di fronte ad affermazioni che mettono in discussione le proprie convinzioni profonde, o anche solo i propri pregiudizi. Si scatenano reazioni veementi, che non tengono minimamente conto della preparazione degli interlocutori. Si pretende, spesso e volentieri, di mettere sullo stesso piano lavori scientifici e ‘chiacchiere da bar’.

Ora, è indubbio un dato di ignoranza diffusa nella popolazione italiana. È altrettanto indubbio che parte dell’autostima delle persone poggia sul non ammettere la propria ignoranza, ma il dato interessante è proprio la veemenza delle reazioni, l’arrampicarsi sugli specchi, l’incapacità di ascolto ed approfondimento.

A lungo andare mi sono convinto che parte del problema consiste nella frettolosità con la quale si usano i social, e parte nel loro anonimato. Da un lato i tempi ‘marginali’ che vengono in genere riempiti con la comunicazione via social non sono compatibili con l’approfondimento degli argomenti trattati (un problema che si riflette anche nella diffusione di “fake news”). Dall’altro, il non poter conoscere personalmente gli interlocutori, in assenza della necessaria umiltà, mina alle radici la possibilità di un confronto realmente costruttivo.

Purtroppo non ho indicazioni su come fronteggiare questa ennesima disfunzionalità di uno degli strumenti di comunicazione più diffusi. Quello che posso consigliare è di interagire con cognizione di causa, perché, come sottolinea spesso il mio amico Alfredo: “le persone sono in genere migliori di come appaiono via internet”.
Perfino i Troll.

Darwin, Goleman e l’intelligenza diffusa

Una delle riflessioni fondamentali di questi ultimi anni è proposta nel libro “Intelligenza sociale”, di Daniel Goleman, e riguarda la presenza di comportamenti devianti all’interno di gruppi di individui che attuano comportamenti sociali. Ne recupero la descrizione riassuntiva già data in un precedente post.

L’esempio che viene fatto è quello di uno stormo di uccelli. All’interno dello stormo di uccelli ci sarà un ventaglio di possibili reazioni istintive: alcuni individui tenderanno a volare più vicini fra loro, altri ad allontanarsi maggiormente. Il fatto di allontanarsi li esporrà a rischi maggiori, ma al tempo stesso consentirà allo stormo di individuare più facilmente i predatori, e mettere in salvo un numero maggiore di individui. Ecco come un comportamento dannoso per l’individuo si traduce in un vantaggio per il gruppo, che avrà interesse a preservarlo, ad esempio facendo riprodurre di più, e più in fretta, gli individui con comportamenti estremi. Tutto questo a livello inconscio, ma è evidente che i due istinti, quello per i comportamenti estremi e quello riproduttivo che tende a far preferire l’accoppiamento con questi individui, devono evolvere di pari passo. Per contro, uno stormo di uccelli privo anche di uno solo di questi due istinti risulterà più vulnerabile ai predatori ed avrà maggiori difficoltà a prosperare.

Quest’analisi ci dice che un gruppo funzionale deve necessariamente essere composto da individui con caratteristiche diverse, e che le caratteristiche estreme si presenteranno più raramente di quelle standard. Recentemente mi è capitato di associare il concetto di ‘caratteristica estrema’ anche all’intelligenza, e questo ha fatto quadrare diverse evidenze che mi risultavano prima incomprensibili.

Ragiono sull’intelligenza più o meno da sempre, perché è un fattore che mi ha sempre differenziato dagli altri, fin dall’infanzia. Un’intelligenza atipica unita ad una curiosità divorante mi hanno emarginato, per gusti ed interessi, fin dai tempi della scuola dell’obbligo. Ai miei amici interessava il calcio, a me la narrativa fantascientifica. I miei amici seguivano le diverse mode, io mi appassionavo di astronomia e fisica delle particelle. Ero un ragazzo strano, fuori standard.

Essendo cresciuto nella convinzione illuminista che l’Umanità avrebbe inevitabilmente percorso la via del progresso, ho sempre faticato a giustificare gli innumerevoli passi indietro compiuti dalle società umane: guerre che continuavano a scoppiare, nessun argine al progredire dell’inquinamento ambientale, perdita di biodiversità e molto altro.

“Dov’è il progresso di cui ci raccontavano? È forse questo?” mi domandavo. E soprattutto: “perché pensavamo che le società umane sarebbero diventate via via più intelligenti, più sapienti, più colte, mentre invece continuiamo a commettere, generazione dopo generazione, sempre gli stessi errori?”

Ora penso di aver trovato una risposta, anche se sconfortante. L’intelligenza, la curiosità, non sono caratteristiche evolutivamente utili, bensì l’equivalente dell’attitudine ad esibire ‘comportamenti estremi’. Il gruppo ne beneficia e le tollera, ma continuerà a comportarsi da gruppo, nella media.

Come lo stormo di uccelli dell’esempio riportato poco sopra non potrà adottare in massa i comportamenti ‘estremi’ di alcuni dei suoi membri, pena un peggioramento della situazione complessiva, così le società umane non potranno adottare, collettivamente, comportamenti più brillanti della media, con buona pace degli illuministi e delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

L’obbligo allo studio, l’imposizione di standard culturali più elevati, non contribuiscono all’intelligenza complessiva. Le società che generano sono più ordinate, non di rado più efficienti, ma non mancano di cadere in eccessi ancora più tragici. L’intelligenza, la curiosità, non possono essere indotte e forzate.

L’unico ‘driver’ in campo resta, a questo punto, quello della disponibilità di risorse: consumeremo e distruggeremo finché ce ne sarà. Ed accetteremo di ridurre i nostri consumi solo e soltanto quando saremo alla proverbiale ‘canna del gas’. Quando ormai, per molte delle specie viventi e degli habitat terrestri, sarà già troppo tardi.

Uccelli

L’approccio dell’idraulico

Un’idea ha cominciato a prender forma nella mia testa nei giorni scorsi, e non mi piace affatto. Su piccola scala riguarda l’approccio alla ciclabilità della mia città, su scala più ampia riguarda l’intera umanità e la maniera che ha di relazionarsi col proprio habitat.

Per cominciare a delineare il contesto nel quale questa idea si è sviluppata devo partire da un’esperienza di molti anni fa: il viaggio in bici in Albania del 2007. La cosa che più mi colpì di quell’esperienza fu l’enorme contrasto tra vecchio e nuovo, tra un passato di ristrettezze e povertà ed i simboli di un riscatto tanto a lungo desiderato: alberghi, ristoranti, automobili di lusso; ai nostri occhi esibizioni grossolane che stonavano con l’estrema povertà circostante.

“Che senso ha un albergo di lusso in un villaggio che non ha nemmeno una rete fognaria?”, mi domandavo con la ‘vision’ di un occidentale abituato a vivere un’organizzazione urbana dalle stratificazioni millenarie. Ancora meglio: “com’è possibile che non vedano una simile incongruenza?”. La risposta a questa domanda comincia finalmente a prender forma.

Il punto è che un’esperienza di privazione non ti rende in grado di cogliere la complessità di un diverso assetto culturale, politico e sociale. Tutto quello che ti è consentito percepire sono esibizioni di esteriorità: a New York l’italiano vede i grattacieli e pensa che siano quelli la differenza, ad Amsterdam vede le piste ciclabili, allo stesso modo in Italia gli albanesi vedevano i locali notturni e gli alberghi di lusso.

Non percependo (ci vorrebbero anni di studio intenso) la complessità sistemica che ha prodotto tali realtà, ognuno prova a rimetter mano al proprio contesto cercando di riprodurre l’esteriorità di ciò che viene percepito come ‘più evoluto’, con risultati spesso disastrosi. Semplicemente una diversa organizzazione politico sociale non è riproducibile in un contesto diverso, perché oltre agli elementi ‘fisici’ di contorno mancano la radici culturali che hanno prodotto quel diverso processo.

In assenza dell’intreccio di aspettative, volontà, consuetudini, forme mentis e percorsi culturali che hanno prodotto quell’unicum, irripetibile, la sua riproposizione tal quale in altri contesti sociali e culturali può produrre esiti opposti. L’introduzione di elementi culturalmente estranei non è facilmente metabolizzata, dando spesso luogo a crisi di rigetto. È questo, temo, il caso delle piste ciclabili a Roma.

L’attuale amministrazione cittadina ha deciso di investire massicciamente nello sviluppo della ciclabilità, cosa mai avvenuta con le precedenti amministrazioni. Purtroppo, mancando una comprensione complessiva dei meccanismi sociali, politici e culturali che hanno portato all’affermazione di tale forma di mobilità in altri contesti, manca anche l’opera di mediazione culturale in grado di renderla metabolizzabile ad una popolazione abituata ad un paradigma completamente opposto. Quelli che si stanno realizzando sono interventi che risultano incomprensibili ad una porzione significativa della popolazione.

Volendo fare un parallelo (le metafore sono una mia grande passione), è come se un idraulico provasse a realizzare nella propria casa, vecchia di un secolo, soluzioni viste funzionare in un edificio moderno. Ovviamente partirebbe a realizzare gli interventi più esteriori, senza poter accedere ad informazioni che le mura del nuovo edificio celano: l’organizzazione dei cablaggi dei diversi servizi in primis, quindi una serie di piccole accortezze atte a rendere il tutto perfettamente funzionante.

Un’organizzazione complessiva che richiede una vision di tipo ingegneristico, che il nostro idraulico non possiede, ancor più che l’edificio su cui interviene non gli consente di realizzare. Così rompendo il muro per realizzare le nuove tubazioni troverà impedimenti, colonne portanti, passaggi di cavi elettrici e del gas, pavimenti che non consentiranno le corrette pendenze… come conseguenza l’acqua calda arriverà tiepida, gli scarichi non saranno efficaci e via elencando.

Questo è quello che rischia di accadere a Roma con le sistemazioni ciclabili, da molti percepite come una forzatura rispetto ad un preesistente stratificato e sedimentato in termini di usi e consuetudini, rispetto a cui nessun lavoro di trasformazione culturale è stato operato. Un approccio più da idraulici che da ingegneri.

Da parte mia voglio assumermi parte della responsabilità: un simile rischio sono stato in grado di intuirlo, ma non di formalizzarlo ed esplicitarlo in termini sufficientemente netti. Quello che sto provando a fare adesso, ora che i contorni della questione cominciano a delinearsi, andava probabilmente fatto anni fa, ma né io ne sono stato capace, né si è compresa tale necessità.

l punto, lo ribadisco, è che le sistemazioni ciclabili del Nord Europa sono solo la punta di un iceberg la cui massa complessiva giace, invisibile, sotto il filo dell’acqua. Per vedere il problema nella sua complessità bisogna essere in grado di ricostruire il mosaico che costituisce l’identità del popolo che le ha realizzate, la sua etica, le sue aspirazioni, la maniera in cui gli individui si relazionano gli uni agli altri, le scelte di vita, l’organizzazione del tempo pubblico e privato.

Posiamo copiare l’aspetto esteriore, possiamo sperare che il seme gettato metta radici, ma mancando il processo primario di costruzione del consenso, la maturazione di un’identità culturale, in assenza di una consapevolezza complessiva rispetto al processo in essere, il rischio che quanto realizzato venga rigettato, disprezzato ed in seguito spazzato via, rimane alto.

Nomentana

(automobili parcheggiate sulla costruenda ciclabile Nomentana. La foto è presa da qui: https://www.facebook.com/groups/salvaiciclisti.roma/permalink/2288619584509580/)