Critical Marriage

Sabato scorso a Roma c’era la Cemmona, evento ciclocritico dell’anno di risonanza internazionale (viene menzionata sulle guide “Lonely Planet”), giunta ormai alla sua nona edizione. Quest’anno io e Manu ce la siamo persa, ma per un buon motivo: eravamo a Parma al matrimonio di una copia di amici “di bicicletta”.

La mattina di buon’ora ce ne siamo andati in stazione con le nostre pieghevoline (Brompton), le abbiamo caricate sul Frecciarossa ed in compagnia di Cecilia (Bromptomunita anch’essa) siamo partiti alla volta dell’Emilia Romagna. Guidati dal fido GPS abbiamo quindi raggiunto pedalando la sala destinata dal municipio ai riti civili e partecipato alla cerimonia.

Terminato lo sposalizio abbiamo seguito gli sposi in una sorta di Critical Mass che ha attraversato la città, con brevi soste per le foto di rito nelle piazze più spettacolari e meritato finale al ristorante accanto al parco cittadino. In tutto questo ho trovato il tempo di girare un breve filmino, videocamera alla mano, che è stato rimontato e sistemato una volta tornato a casa. Eccolo qui (la pedalata è nella seconda metà).

[youtube:”http://youtu.be/68UKLfyLU08″%5D

Pulp (Science)Fiction

Da diversi mesi ho abbandonato l’abitudine di scrivere sul blog di tutti i libri che vado leggendo. Dapprima per via di alcuni lavori mediocri o non particolarmente entusiasmanti, poi per definitiva perdita della motivazione. In fondo, a cosa serve che aggiunga le mie considerazioni in calce a libri che chiunque può benissimo leggere e giudicare da sé?

In questo caso, tuttavia, farò un’eccezione, perché il libro in questione è pressoché irrintracciabile, essendo stato pubblicato per l’ultima volta nel 1977 in una collana da edicola (Urania – Mondadori) e da allora mai più riproposto. Probabilmente nemmeno la copia in mio possesso fu acquistata al momento dell’uscita, ma proviene con molta probabilità dagli scaffali delle bancarelle lungamente frequentate nel corso dell’adolescenza.

Da accanito divoratore di narrativa fantascientifica ero infatti un habitué di rivendite di libri usati dove potevo recuperare i lavori di autori che non godevano il privilegio di una pubblicazione “da libreria”, e finivano con l’essere in breve tempo introvabili (salvo sperare in future ristampe).

Di quell’epoca, legata ai miei solitari anni giovanili, conservo inevitabilmente un ricordo romantico. Nascosti in fondo ad un armadio ho ancora centinaia di copie dei Romanzi di Urania pubblicati negli anni ’70 ed ’80, quando le uscite erano addirittura ogni due settimane (parliamo di un centinaio di pubblicazioni l’anno… non tutte appetibili, a dire il vero).

In mezzo a molta paccottiglia si potevano portare a casa romanzi di Philip K. Dick, Ursula Le Guin, James G. Ballard, autori che avrebbero trovato una consacrazione nella cultura “alta” solo molti anni dopo. E soprattutto moltissimi autori minori ed ormai dimenticati, tra i quali appunto L. P. Davies.

Ricordo che la lettura di “Psicospettro” mi appassionò molto, sebbene rovinata da un inatteso incidente di percorso: nel riposizionare il segnalibro (probabilmente poco prima di cedere al sonno, dato che ero, e sono ancora, solito leggere la sera prima di addormentarmi) commisi l’errore di posizionarlo alcune decine di pagine più avanti, col risultato di saltare un pezzo dello svolgimento della vicenda, e di rendermene conto solo una volta giunto alla fine del racconto.

A quel punto cercai di rileggermi anche la parte mancante, ma la storia ormai svelata aveva perso ogni suspence. In parte per rimediare a quel pasticcio, ed in parte perché ne avevo un buon ricordo, pochi giorni fa ho rimesso mano al libro (nonostante mantenessi abbastanza netto il ricordo delle vicende narrate) per vedere se conservasse ancora, tra le pagine ingiallite, l’antica fascinazione.

Il sottogenere di appartenenza del plot può essere definito fanta-horror: un personaggio con problemi di schizofrenia e poteri telecinetici (spostamento di oggetti e simili) vive uno sdoppiamento di personalità letterale: la sua seconda identità lascia il corpo originario per andare ad occupare quello di un altro individuo recentemente deceduto, ed in questo stato di transfert vive la proiezione di una vicenda narrata in un vecchio fumetto di fantascienza.

Un po’ racconto di zombi (ante litteram), un po’ thriller fantascientifico, in un crescendo di situazioni inspiegabili e macchinari dal funzionamento mirabolante (alimentati dall’energia psichica della personalità schizoide) la minaccia viene infine affrontata e debellata in una landa desolata, dove in seguito non resterà traccia degli avvenimenti, se non nei ricordi dei protagonisti.

Duole dirlo, ma a rileggere questo libro l’ho trovato meno che mediocre, come vedere un vecchio B-movie in bianco e nero degli anni ’50 alla Ed Wood. Non mi sento di infierire nei confronti di uno scrittore che sicuramente non aveva pretese artistiche, limitandosi a confezionare narrativa di puro intrattenimento, ma la delusione rimane cocente perché si proietta su un intero segmento di narrativa popolare che mi ha accompagnato per lungo tempo.

E’ dunque questo il “ghetto culturale” da cui Philip Dick tentò inutilmente di evadere in vita: libercoli per lettori di poche pretese, pressoché privi di approfondimento psicologico dei personaggi, capaci di evadere dalla piattezza del quotidiano solo per mezzo di fantasie roboanti, stereotipate ed implausibili. Un tratto comune alla cultura “pop” passato direttamente da un veicolo di intrattenimento ad un altro, dalla narrativa al cinema.

Cosa ce ne faremo di tutti questi sogni improbabili di epoche ormai lontane? Di questi scenari da guerra fredda ormai improponibili? Di queste vicende immaginarie buone solo a riempire volumetti di consumo leggero, da edicola appunto? Non so, temo nulla.

Per quanto duro possa essere recidere il cordone ombelicale con le mie fantasie giovanili, pure non riesco più a trarne nutrimento. In cambio di una maturazione personale sicuramente apprezzabile ho perso qualcosa che probabilmente non riavrò più: un altro pezzo della mia giovinezza. E dovrò adattarmi a farne a meno.

Il mondo alla rovescia

Potete ricordare quando è stata l’ultima volta che avete portato ad aggiustare un vestito, o un paio di scarpe? Sapete dire di qualcuno che abbia mai portato a riparare un telefono cellulare, o un televisore, o una macchina fotografica? Io sì, ma sono un caso a parte. Eppure chiedetelo agli anziani, ai vostri genitori o nonni, se si ricordano che una volta le cose si aggiustavano. Si ricordano, eccome…

Mia madre settantenne conserva un coltello, nella sua cucina. E’ un vecchio coltello di ferro un po’ rugginoso, non l’acciaio inox 18/10 a cui siamo abituati anche nelle produzioni cinesi col manico di plastica. Un coltello da cucina di ferro col manico di metallo cromato, vecchio di cinquant’anni e più. Un coltello appartenuto a sua madre, prima di lei… ormai un anacronismo. Retaggio di un’epoca in cui un semplice coltello da cucina si tramandava di madre in figlia.

Dunque qualcosa è successo, nell’arco delle ultime due o tre generazioni. Qualcosa che abbiamo chiamato in diversi modi: “progresso”, ovviamente, “crescita” secondo alcuni, “consumismo” secondo altri. Modi molto diversi per definire una trasformazione sociale epocale. Siamo passati da un mondo in cui le cose avevano un valore, un’importanza, e valeva la pena ripararle e continuare ad usarle, ad uno in cui, se una cosa si rompe, si butta e se ne acquista una nuova.

Problemi di gestione della quantità di rifiuti a parte, sembrerebbe a prima vista una condizione desiderabile, e sicuramente lo è per chi ha la fortuna di viverla, ma vale la pena comprendere a cosa sia dovuta, in base a quali meccanismi sia venuta a prodursi, ed a cosa ci porterà.

Alla base di tutto c’è il progresso tecnologico, la produzione in serie che consente di abbattere i costi, ma quello che ha davvero dato l’avvio al modello consumistico è stata la disponibilità di energia a basso costo. Il carbone prima, il petrolio poi, hanno consentito di azionare macchinari sempre più sofisticati per produrre ogni genere di utensili (e sciocchezze) l’umanità potesse desiderare.

Il salto di qualità dal carbone al petrolio è leggibile attraverso le trasformazioni avvenute nell’agricoltura, primaria fonte di approvvigionamento di cibo. Nel momento in cui il lavoro di decine di braccianti si è potuto sostituire con un singolo trattore le campagne si sono spopolate, e la manodopera è andata ad affollare i cantieri edili e le fabbriche dei distretti industriali.

Per farla semplice è come se avessimo scavato la terra per portare alla luce un tesoro nascosto, e da quel momento in poi ci fossimo affannati ad estrarne e spenderne il più possibile, al punto da mettere in moto meccanismi economici premianti lo sperpero al posto della conservazione. Chi più in fretta riusciva a convertire l’energia fossile in oggetti e ricchezza (spesso effimera) finiva premiato dal mercato e dagli investitori.

Tutto ciò non ha precedenti nella storia dell’umanità. Il “mondo alla rovescia” del titolo è in realtà quello che stiamo vivendo adesso, e la normalità il suo contrario. Quello che ce lo fa sembrare tanto normale è il fatto di esserci vissuti dentro per più di mezzo secolo, il che significa per molti (me compreso) l’intero arco della propria vita.

Quanto a lungo può durare un “mondo alla rovescia”? Sicuramente non molto oltre la singolarità economica rappresentata dall’energia e dalle materie prime a basso costo. E’ evidente a qualunque geologo che a furia di scavare avremo a disposizione sempre meno petrolio e materie prime, ed a costi via via crescenti (a meno di progressi tecnologici drammatici che si attendono da decenni ma dei quali non si vede ancora nulla all’orizzonte).

L’aspettativa è dunque che l’anomalia raggiunga il suo culmine e venga successivamente riassorbita, riportando il mondo ad un suo più naturale percorso. Un futuro in cui torneremo a costruire oggetti con l’idea che debbano essere duraturi e riparabili, in cui il risparmio sia premiato e lo spreco condannato, ed in cui le formiche sopravviveranno più facilmente delle cicale.

A chi ha occhi per vedere questo futuro appare già iniziato, gli altri non dovranno aspettare a lungo prima di doverne prendere atto. Con prezzi del petrolio continuamente crescenti ed in assenza di alternative plausibili su larga scala il “mondo alla rovescia” ha ormai imboccato la sua fase declinante.