Che brutto affare!

Massimo Mantellini (eh, sì, ancora lui…) segnala sul suo Blog che la RAI ha richiesto a Youtube ed altre piattaforme video on-line di rimuovere tutti i materiali di sua proprietà in vista del lancio di un proprio portale web in cui renderli disponibili. Ai soli abbonati… Già questo mi pare problematico sul piano tecnico, oltreché discutibile per diversi motivi, ma tant’è, siamo un paese in cui prima ancora di “coltivare l’orticello” ci si tira su un bel recinto.

Tutto normale? Se ci mettiamo i paraocchi e concentriamo lo sguardo solo sulle finalità strettamente commerciali magari sì, ma questa è una forma di miopia nella quale cerco, se possibile, di non cadere, anche se tutti i mass media ne sembrano ormai affetti ed anzi ne siano da tempo attivo “veicolo di contagio”. Già, perché qui non stiamo parlando solo di un “prodotto commerciale”, per capirci non sono le pere del fruttivendolo, non è il pieno dal benzinaio, è quello che in questo paese hanno visto e ascoltato milioni di persone: cultura, costume, memoria collettiva.

Faccio un esempio, per quanto “scemo” possa sembrare: Jo Chiarello. Questo nome vi dice niente? Qualcuno se la ricorda? Direi quasi impossibile. Eppure giusto qualche giorno fa, non ricordo più su quale blog visto che stavo navigando un po’ a casaccio, c’era questo:

Ecco, è difficile dire le sensazioni che ho provato nel rivederne le immagini: mi ha rituffato indietro di 25 anni, un’altra Italia, un altro mondo, com’era la mia vita “una vita fa”… Posso immaginare che questo tipo di contributi di cultura “bassa” difficilmente avranno spazio negli archivi RAI. O forse invece ci saranno, ma in tal caso ecco la prima questione: cosa davvero troveremo là dentro? E chi deciderà cosa “merita” di starci e cosa no? O per dirla diversamente: cosa potremo ricordare e cosa no? Fahrenheit 451 di Bradbury, qualcuno/a l’ha letto (o ha visto il film)? Parlava di libri bruciati, di cancellazione della memoria, di controllo sociale.

Prima ancora di sapere cosa troveremo negli “Archivi di Stato” Jo Chiarello sarà stata “raschiata via” da Youtube insieme ad innumerevoli altri “fotogrammi” del nostro passato e della nostra storia. Frammenti pazientemente ritagliati e selezionati da migliaia di persone per raccontare con ognuno un pezzetto di sé, della propria memoria, delle proprie emozioni, fino a costruire un enorme puzzle che indipendemente dai singoli pezzi narra il nostro tempo.

Sarò esagerato, ma mi pare che da più parti si stia usando il grimaldello del copyright per limitare e controllare la memoria storica delle persone. Purtroppo è una questione fondamentale e di cui si parla sempre troppo poco: la monetarizzazione della conoscenza, lo sfruttamento commerciale del Sapere. Qualcosa che, se abbandonata alle dinamiche puramente e dichiaratamente egoistiche del mercato, finisce con l’impoverire l’intera collettività.

Poi c’è un’altra questione, a mio pare non secondaria: questi contenuti, una volta resi disponibili in forma “ufficiale” saranno altrettanto facilmente riutilizzabili, citabili, linkabili, in una parola “fruibili”? Youtube permette di fare con i video quello che si fa col “quoting” del testo, consentendo l’embedding nei nostri post delle immagini di cui si sta scrivendo (Beppe Grillo insegna). Non è un problema di “qualità” del materiale video, che è bassissima, ma di usabilità dei contenuti, di didattica in senso lato, di ricircolo culturale.

Dunque cos’ha da temere la RAI se immagini vecchie di venti o trent’anni (quando l’uso attuale non era nemmeno immaginabile) e a scarsa risoluzione vengono rese disponibili a tutti? Cos’ha da temere la RAI da Jo Chiarello, che senza i suoi improbabili fan sarebbe completamente dimenticata? Cos’abbiamo da rimetterci noi se frammenti a bassa qualità di pezzi della nostra storia, minuscola e maiuscola, finiscono “in the public domain”?

Perché, poi, si pretende di privare gli altri media di quello che è consentito fare con le parole? Citare porzioni di testo pubblicate dai giornali, di carta e on-line, è consentito, citare porzioni di film e spettacoli no? In cosa consiste la differenza? Bisogna pur distinguere tra il “prodotto finito”, completo, qualitativamente commerciabile, e la sua “citazione”. Stiamo discutendo di legalizzazione di un abuso, o quantomeno di un “panorama legislativo” inadeguato ai tempi ed alle tecnologie (e, aggiungerei, pesantemente condizionato da lobbies mediatiche miliardarie… non dimentichiamo da dove nasce Forza Italia).

Vediamo la questione da un altro punto di vista: possiede un popolo la propria storia? E se sì (come immagino) che uso può farne se non raccontarla? E “come” raccontarla efficacemente senza i suoni, senza le immagini, senza la musica? Che narrazione potremmo mai fare di un’epoca se ci venisse impedito di utilizzare i materiali video ed audio di quel periodo? Se, per esempio, gli eredi di Hitler e Mussolini si avvalessero del “diritto d’autore” per vietare la riproduzione di filmati, scritti e discorsi? Parleremmo di censura, in quel caso?

Bisogna ovviamente definire un discrimine tra cosa è privato e cosa è invece pubblico, ovvero patrimonio culturale collettivo. E questo non significa che lo “sfruttamento commerciale” non vada tutelato, tutt’altro, solo che non può prevaricare i diritti della collettività. Come ben dice Massimo Troisi ne “Il postino”: la poesia non è di chi la scrive… la poesia è di chi “gli serve”. E a noi “serve” di poter possedere e raccontare la nostra storia, “alta” e “bassa”, perfino quando si tratta di Jo Chiarello.

Perché, appunto, si tratta di “sfruttamento non commerciale”, che è più o meno come raccontare ad un amico una barzelletta ascoltata in tv o alla radio, o letta su un giornale. E non penso che si possa parlare di “sfruttamento commerciale” neppure se i gestori dei server (Youtube perlomeno), sulle loro pagine (che non siamo obbligati a visitare) ci mettono accanto un po’ di pubblicità (che siamo sempre liberi di non guardare) di prodotti commerciali (che siamo sempre liberi di non acquistare) per ripagarsi delle spese di gestione del servizio.

Avevamo appena cominciato (qualcuno/a almeno) ad usare Youtube per rielaborare ricordi, situazioni, mode, forme culturali ed altro, e adesso ci si dà un bello stop con il pretesto dei diritti d’autore (peraltro già pagati, col canone, da tutti noi). Quand’è che si ragionerà anche qui del valore collettivo della conoscenza diffusa? Gratuitamente diffusa? O dobbiamo rassegnarci a non possedere nemmeno i nostri ricordi?

Come appunto cantava Jo Chiarello: “Che brutto affare!”.

Links per approfondimenti:
L’articolo di Tessarolo
(citato da Mantellini)
La replica di Luddist

il governo del popolo

Ringrazio Stefano Gerosa per la lunga riflessione inserita nei commenti al mio ultimo post. È raro che un commento sia più lungo e "denso" del post che lo ha generato, e per dargli il giusto rilievo, piuttosto che insistere nello spazio "minore" dei commenti, riprendo il discorso direttamente da qui. Evidentemente quelli affrontati sono problemi che hanno "scottato" non solo me e Stefano ma parecchi "attivisti del volontariato". Concordo con lui che definire la democrazia una "ideologia" è già un bel passo avanti per inquadrare il problema in maniera diversa.

Siamo soliti definire la democrazia, il "governo del popolo", semplicemente in contrapposizione ad altre forme di governo su base più ridotta (monarchia, oligarchia, plutocrazia…), ed a preferirla in maniera quasi ideologica sottovalutando che non è "condizione necessaria e sufficiente" a garantire l’eticità delle scelte che vengono operate. In passato ho spesso sintetizzato la questione in un mio personale aforisma: "quando una minoranza opprime una maggioranza la chiamiamo dittatura, ma quando una maggioranza opprime una minoranza la si può benissimo chiamare democrazia".

Accade su larga scala in diversi paesi del mondo, penso ai Curdi, ai Ceceni, agli indios del Messico, al destino delle "nazioni indiane" quando si sono ritrovate schiacciate dalla pressione demografica (e dalla superiorità tecnologica) dell’Europa, agli aborigeni australiani, perfino ai Maori. Accade su piccola e piccolissima scala all’interno delle associazioni. In tempi in cui la "democrazia" viene "esportata" a suon di bombe a grappolo ed occupazioni "manu militari" di stati sovrani direi che è il caso di ragionarci su con la necessaria attenzione.

Sottoscrivo la sua affermazione che "la democrazia non è possibile senza la responsabilità", ma siamo proprio sicuri che una forma democratica sia il miglior sistema di funzionamento di un’associazione? Siamo sicuri che sia inattaccabile all’insorgere di forme più dirigiste ed illiberali?

Porto il mio esempio personale. Dopo sei anni di presidenza (e sei mesi buoni di critiche sempre più pesanti al mio operato, complice lo stress dell’organizzazione del Cicloraduno Fiab) ho rassegnato le dimissioni dall’associazione Ruotalibera-Fiab (e poco dopo da "invitato" al C.N. Fiab). All’epoca consideravo l’uso "intensivo" della posta elettronica come un potente strumento di democrazia all’interno dell’associazione (peraltro continuo a pensarlo), ma ad oggi, a più di due anni dalle mie dimissioni, l’uso della posta elettronica come strumento di dialettica e confronto interno, soprattutto nei confronti degli associati, è pressoché azzerato, apparentemente senza che nessuno se ne lamenti.

Due anni fa spinsi per strutturare il sito dell’associazione come un Blog, per estendere e veicolare questa "dialettica interna" anche verso l’esterno (devo dire con buoni risultati, almeno a giudicare dal numero di commenti ai miei post di allora), finché questa "dialettica" non è sfociata in una mia personale dissociazione da alcune scelte del consiglio direttivo (scelte che ritenevo "poco democratiche"), e mi si è fatto capire che il dissenso non era gradito. A quel punto ho, per così dire, "fatto le valigie" e lasciato il sito ai suoi "legittimi proprietari" (si vedano i commenti al post linkato). Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Attualmente nell’associazione c’è molto meno dibattito, circola forse meno informazione, a meno persone è richiesto l’impegno di conoscere e ragionare su cosa viene fatto e la forma più gettonata di "partecipazione" corrisponde in larga misura alla "delega in bianco" al gruppo dirigente. Abbastanza democraticamente si è scelto di ridimensionare gli spazi e gli strumenti di elaborazione democratica, relegando ogni residuo dibattito ai contatti interpersonali diretti o alle riunioni.

Senza indulgere in paralleli storici probabilmente fuori luogo (per dire, anche Adolf Hitler, prima di instaurare la dittatura nazista, fu eletto in regolari e democratiche elezioni), sono convinto che sotto la generica definizione di "democrazia" si apra un ventaglio di opzioni e possibilità non tutte fortemente desiderabili, e che non siano in pochi quelli disposti a barattare la propria responsabilità decisionale con la minor fatica di delegare altri. Alla fin fine bisogna distinguere tra due finalità ben diverse: da un lato la partecipazione "attiva" civile e la diffusione di idee, dall’altra la fruizione "passiva" dei "prodotti" dell’associazione, come uscite in bici e/o escursioni. Inevitabilmente la strutturazione ed il peso del dialogo e della dialettica interna finiscono col premiare l’una piuttosto che l’altra.

Democrazia e suoi contrari

Ieri, attraverso percorsi che non mi sono ancora ben chiari, sono finito sul Blog di Leonardo che, per chi non lo sapesse (io non lo sapevo, perlomeno fino a ieri), è uno dei blogger più famosi d’Italia, tanto che dai suoi scritti on-line è stato tratto e pubblicato un libro. Senza rendermene ben conto sono capitato su un paio di articoli datati 2004 (prima parte e seconda parte) riguardanti un tema sul quale ho avuto modo di ragionare anche io, ovvero la democraticità dei movimenti.

Invero raramente mi sono ritrovato a confrontarmi con platee superiori alle poche decine di persone, ma le dinamiche descritte si producono anche su scale molto più ridotte, comprese le piccole associazioni. Tutto funziona bene finché si è concordi sugli argomenti da discutere, sulle priorità, sulla linea d’azione. Quando cominciano ad esserci divergenze sostanziali si mettono in atto meccanismi davvero spiacevoli.

Il primo, ed il più tipico, consiste nel dare priorità ad alcuni temi di discussione piuttosto che ad altri, nello spendere la maggior parte del tempo in discussioni "muro contro muro" che portano solo allo sfinimento dei presenti, nel marginalizzare alcune proposte "scomode" e nel seppellirne altre rimandandole indefinitamente a riunioni future. La cosa più spettacolare, in tutto ciò, è che molto spesso chi mette in atto questo tipo di dinamiche è fermamente convinto/a, dentro di sé, di stare dando vita ad un meccanismo perfettamente democratico, quando invece sta solo fieramente combattendo e demotivando le persone che in teoria dovrebbero stare dalla sua parte.

Non so se finirò col leggere il trattato di sociologia che Leonardo cita, e dalle cui conclusioni parte, ma sento di aver già attraversato, e vissuto sulla mia pelle, parecchie delle situazioni che vi vengono descritte.

Continuiamo così, facciamoci del male…

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Oggi ho voluto fare una cosa che mi ripromettevo da tempo. Me la ripromettevo ogni mattina, passandoci accanto in auto per andare in ufficio (eh, sì, io vado in ufficio in auto, non in bici. Considerato dove abito e dove lavoro, potrebbe essere uno dei principali motivi del mio permanere in vita a rompere gli zebedei all’Universo). Sono andato a fare un sopralluogo ai lavori in corso della pista ciclabile in costruzione su viale Palmiro Togliatti. Se mi fossi reso conto anche solo lontanamente del senso di frustrazione che questa visita mi avrebbe regalato me ne sarei probabilmente rimasto a casa. Occhio, se leggerete il resto è molto probabile che parte della mia devastante frustrazione si trasferisca anche a voi.

Prima di andare avanti occorre fare una premessa: le aspettative. Si tratta della prima pista “di un certo impegno” che viene realizzata in questo quadrante della città. Nove chilometri. Una sorta di “raccordo ciclabile” fra due aree molto popolose, Tuscolana e Rebibbia, con in mezzo quartieri non secondari. Qualcosa che avrebbe potuto, in effetti dovrei dire dovuto, rappresentare per le biciclette l’equivalente dell’arteria viaria che le corre accanto, una via di veloce scorrimento.

Veloce. Questa è la parola chiave.

Quanto è veloce un ciclista? Quanto veloce va una bicicletta? Pensate che i progettisti di questo capolavoro se lo siano mai domandati? Io ritengo, dall’alto dei vent’anni che vado in bici, di no. Per cui proverò a spiegarglielo: un essere umano, in sella ad una bici da passeggio ed in assenza di qualsiasi allenamento specifico, sviluppa una velocità di poco meno di 20km/h, velocità che sale a più di 30km/h per ciclisti mediamente allenati, e supera i 50km/h per gli sportivi che viaggiano in gruppo. Velocità “di crociera”, non di picco. Velocità che possono essere mantenute indefinitamente, in assenza di ostacoli.

Ora, la pista ciclabile della Palmiro Togliatti è un susseguirsi quasi ininterrotto di ostacoli. Termina e ricomincia in continuazione, con segmenti che vanno da alcune centinaia di metri a meno di quindici. Termina e ricomincia spostata di diversi metri a lato. Con in mezzo di tutto, principalmente attraversamenti pedonali della pista stessa, ma anche passaggi per le auto che fanno inversione di marcia, aiuole, piazzette, piccole aree giochi (aree giochi in mezzo a due corridoi di traffico… a me pare pura follia!). A volte sparisce del tutto, per ricomparire alcune decine di metri più avanti. A volte sparisce e basta, come all’altezza di via Prenestina, per ricomparire un chilometro più in là (Colli Aniene), impossibilitata ad esistere da realizzazioni urbanistiche degne del folle genio di un Hannibal Lecter.

Per chi è stata pensata, immaginata, costruita questa pista ciclabile? Per chi va in bici? Non direi, non direi proprio. Sarebbe come affermare che per la circolazione delle auto andrebbero realizzate autostrade con le curve ad angolo retto e strette come i vicoli del centro di Roma, che facciano ogni tanto delle gimcane senza senso, come quella della foto qui sotto.

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E così finalmente ho la risposta alla domanda posta poco sopra: “quanto va veloce un ciclista?” Risposta: non più di una dozzina di chilometri l’ora, occasionalmente anche meno, se non vuole andare a sbattere contro un albero, o finire fuori pista ad una curva, o spalmarsi contro un pedone in sosta in uno spazio che ha tutto il diritto di reclamare suo, terminando la pista ad un metro di distanza, per poi riprendere un metro più in là. Un ciclista poco dissimile dal Ninetto Davoli delle pubblicità degli anni ‘70, che girava per Roma portando il pane e cantando “Fornéscion…”

E noi che passiamo il tempo a credere che la bici può essere un mezzo più veloce, più efficiente, più pratico dell’automobile (perlomeno in città), ci ritroviamo a confrontarci con questi percorsi ad ostacoli capaci di far perdere la pazienza anche ad un santo, con realizzazioni pensate per qualunque altra cosa che non siano l’efficienza, la praticità, il buon senso.

Per anni ho combattuto chi mi diceva che l’amministrazione comunale non aveva nessun interesse a promuovere l’uso della bicicletta, e che piste ciclabili come quelle che si son fatte a Roma era quasi meglio che non le facessero affatto. Ora sto cambiando idea, comincio a pensarlo anch’io. Spero sinceramente di sbagliarmi.

Pietre, ossa e DNA

Una delle cose che più apprezzo dei Blog è la capacità di far circolare informazioni e segnalazioni di articoli interessanti. Data l’impossibilità fisica di navigare a tempo indeterminato su e giù la rete, e l’attuale incapacità tecnica di attivare eventuali strumenti idonei, quello che trovo più efficace è il fare appello alla cosiddetta “intelligenza collettiva della rete” e lasciare ad altri, più esperti, o appassionati, o curiosi, o semplicemente con più tempo a disposizione, di effettuare la scrematura della “fuffa” e selezionare le “chicche”. Per quel che mi riguarda, poi, cerco di fare la stessa cosa, magari integrando con mie riflessioni.

L’articolo “Beyond stones and bones”, a suo tempo segnalato da Luca Sofri (grande frequentatore di MSN ed appassionato lettore di Newsweek on-line, almeno a giudicare dagli articoli che linka) trae spunto dalla notizia dell’apertura di una nuova ala del Museo di Storia Naturale di New York, e ci guida per mano attraverso le novità che stanno rivoluzionando la branca della paleoantropologia.

Oltre le ossa e le pietre, appunto, è da poco entrato in scena un nuovo “spettatore” dell’evoluzione umana, il DNA. Analizzando le mutazioni incorse nei secoli molte delle teorie dominanti fino a pochi anni fa sono state rimesse in discussione, nuovi dati sono emersi, vecchie credenze sono state letteralmente spazzate via.

Intanto è appurato che la specie Homo si è evoluta fino a poche decine di migliaia di anni fa pressoché nel solo continente africano. Sebbene diverse altre specie ominidi abbiano popolato in tempi remotissimi l’Eurasia (l’Homo Erectus anche un milione di anni fa), il DNA dimostra che noi non siamo loro diretti discendenti, che quelle popolazioni si estinsero senza lasciare eredi.

Altrettanto incredibile sembra la conclusione che tutte le popolazioni non africane sono figlie di una migrazione avvenuta circa sessantamila anni fa, e le minime differenze genetiche tra i loro discendenti (noi europei, gli aborigeni australiani, gli indios sudamericani) ci raccontano di un numero di individui prossimo alle 4000 unità. Praticamente tutte le popolazioni non africane del pianeta discendono da quei pochi avventurosi.

Risulta al pari sconvolgente comprendere quanto di quello che siamo sia scritto nel nostro DNA, al punto da poter ipotizzare correlazioni tra l’insorgere di singoli geni e trasformazioni epocali come la nascita delle prime grandi città, seimila anni fa.

Il DNA può davvero dirci moltissimo su ciò che siamo, forse addirittura troppo. Io non so se siamo davvero pronti per una conoscenza di questo tipo. E temo l’uso che potremo farne.

Feedback analogico

Data la carenza fisiologica di commenti ai miei post devo giocoforza accontentarmi del "feedback analogico", ovvero delle cose che i conoscenti mi dicono a voce. Ieri sera, a cena a casa di amici, ho finalmente ricevuto una fondata critica a questo Blog: "Non è possibile", mi ha detto Gianni prima di scodellarmi nel piatto una generosa porzione di riso indiano (di cui ho poi fatto bis e tris), "che per ogni cosa di cui parli, sia il teatro, le letture o altro, tu debba sempre iniziare demolendo qualcosa… come se tu solo vivessi cose interessanti."

Lì per lì ho obiettato che sul piano dello scrivere partire da lontano è una forma retorica, un modo per definire il "campo di gioco" ed arrivare al punto con un po’ di paletti ben piantati. Mi sono appellato al "panico da pagina bianca". Ma alla fine ho realizzato che non è solo questo, e dato che la risposta riguarda la mia concezione delle relazioni interpersonali, e il come questo blog vi si inserisce, ho deciso di metter giù tutto per iscritto.

Nel mio modo di intendere la vita c’è un’idea di progresso intesa come "progressione", ossia passaggio da una condizione iniziale meno preferibile ad una finale migliore. Perché questo passaggio avvenga occorre mettere in atto un meccanismo esperienziale, ovvero produrre delle azioni che comportino l’acquisizione di un sapere prima mancante (qualcuno/a a questo punto porrà la legittima domanda: ma non hai un modo meno convoluto e soprattutto noioso di spiegare le cose? Ebbene no, non ce l’ho… mi spiace).

Una volta sperimentato ed acquisito questo nuovo sapere trovo poi desiderabile, sul piano etico, farne partecipi altri in modo che il percorso (esperienziale) da me tracciato possa essere altrettanto proficuamente seguito. Ovviamente vale anche l’esatto opposto, ovvero trovo utile individuare potenziali nuove conoscenze in percorsi esperienziali altrui, se adeguatamente condivisi.

Resta tuttavia necessario definire in maniera il più possibile netta (verrebbe da dire "scientifica") i parametri in base ai quali l’esperimento/esperienza viene compiuto, e quindi le condizioni iniziali del sistema, ovvero la condizione iniziale dalla quale poi si guadagna la conoscenza finale. Ed eventualmente vanno evidenziati, in negativo, comportamenti alternativi che impediscono il percorso esperienziale.

"In soldoni": dire "mi sbatto per conoscere cose nuove, e se le trovo interessanti poi voglio farne partecipe chi mi legge" non significa affermare che "solo io" faccio cose interessanti. Significa che cerco di farle, e a volte (non sempre) ci riesco. E quando ci riesco ho piacere di condividerne la gratificazione rendendo altri in grado di accedervi.

Ovvio che ciò non esclude che "gli altri" possano fare cose probabilmente anche più interessanti delle mie e se le tengano per sé… no?

Una grande lezione di scrittura

Image Hosted by ImageShack.usA scuola ci insegnano che scrivere consiste nell’aggiungere una parola dietro l’altra. Poi ci insegnano come si strutturano le frasi: soggetto, predicato, complemento (anche queste definizioni, mi dicono, negli ultimi anni sono state riviste, ma poco importa…), e quindi come si concatenano le frasi tra loro. Tutto ciò, però, in modo molto piatto e formale. In sostanza impariamo a malapena a leggere, e nessuno ci insegna davvero a scrivere. Finita la scuola veniamo lasciati a noi stessi, liberi di perdere progressivamente anche queste risicate conoscenze. Come spesso accade.

D’altro canto la perdita della capacità di formulare pensieri dotati di una forma accettabile non è d’impedimento, nel nostro paese, ad alcun tipo di carriera. Dal calciatore incapace di articolare frasi di senso compiuto, al presentatore in perenne conflitto coi congiuntivi, all’uomo politico prolisso ed inconcludente, gli esempi sono infiniti, l’imbarbarimento dilagante e l’analfabetismo "di ritorno" sempre più diffuso.

In mezzo a tale straripante sciatteria, non estranea perfino ad opere con pretese letterarie, stupisce incontrare scrittori che si ergono come titani in mezzo al deserto. Ernest Hemingway è indubbiamente uno di quelli.

Per solito, da appassionato di un genere "minore" quale la fantascienza, le mie incursioni nelle letteratura "mainstream" sono abbastanza infrequenti. Faccio delle rare eccezioni per pochi autori particolarmente versati sul piano dello stile, e sistematicamente mi scopro disabituato ad una scrittura tanto elegante ed efficace, tanto netta, precisa, implacabile nel descrivere luoghi, situazioni, personaggi, da lasciare dietro di sé emozioni vere: dolore, frustrazione, senso di abbandono, al posto del generico "divertissement intellettuale" che solitamente ricerco nella letteratura "leggera".

Per chi suona la campana, letto nelle ultime settimane, spesso a poche pagine per volta, nei ritagli di tempo, sui mezzi pubblici o prima di addormentarmi, mi ha regalato un pezzo di vita vera, una storia di guerra vissuta e raccontata con lucido disincanto, la narrazione di un idealismo talmente astratto da sconfinare nel desiderio di morte. Una scrittura tanto intensa da risultare faticosa, sul piano emotivo, anche se presa a piccole dosi. Ora però mi serve una pausa.