Stanko

Ieri sera ero a teatro, per la prima di un nuovo allestimento dello spettacolo Io sono Stanko di (e con) Giovanni Maria Buzzatti e Giselle Martino. La pièce ripercorre la storia personale di Stanko Lazendić e del movimento di opposizione nonviolenta Otpor, intrecciando a questa temi diversi legati ai Balcani, alla crisi delle dittature comuniste e, più immediatamente vicine a noi, all’immigrazione, alla cultura del popolo Rom ed alla sua difficile convivenza con le popolazioni stanziali.

Gli autori provano ad indossare i panni dell’altro, del “diverso”, proponendo al pubblico un analogo coinvolgimento. Il risultato è spaesante, e mi ha permesso di mettere a fuoco diverse idee. La prima è che dentro di me, nel mio essere ciclista, c’è un pezzetto di anima nomade, zingara, che mi fa preferire gli spazi aperti al chiuso degli edifici, il viaggiare sotto il sole e nel vento, che mi spinge ad esplorare gli anfratti della città, non di rado incontrando sul mio percorso baracche ed accampamenti.

Da questa terra di mezzo in cui vivo, da questa pulsione irrisolta, mi riesce forse più facile comprendere cosa muova queste persone a vivere in baracche e roulotte, a non avere né desiderare una patria, a conservare quest’idea assoluta di libertà, che per la maggior parte di noi gagé si è ridotta alla libertà di spendere danaro, spesso per acquistare giocattoli di nessuna utilità.

Più la nostra vita diventa comoda, chiusa ed artificiosa, più la vita dei Rom finisce con l’apparirci una negazione dei nostri presunti “valori”, una critica permanente all’asservimento ed all’istupidimento cui abbiamo scelto di sottostare accettando la disgregazione sociale dei quartieri dormitorio e delle periferie urbane, il solipsismo degli “appartamenti” in cui viviamo, per l’appunto, appartati da tutto e da tutti, sognando vite irreali per mezzo della tv.

Ma il nocciolo duro dello spettacolo è sulla tragedia della disgregazione della ex-Yugoslavia, che in Italia abbiamo vissuto da spettatori, impotenti e disinformati. Per quanto ci raccontiamo di essere un “popolo di santi e navigatori” quello che di certo non siamo è un popolo di viaggiatori. Gli italiani non sfruttano il periodo delle ferie lavorative per girare il mondo e conoscere altri popoli e culture: nella stragrande maggioranza passano quel tempo al mare, nelle seconde case di proprietà, in villaggi vacanze, ed anche quando vanno all’estero scelgono le strutture ricettive del turismo di massa.

Per questo anche di paesi a pochissima distanza dal nostro finiamo col non avere cognizione alcuna, e a derubricare quello che vi accade come “faccende troppo complicate”. Abituati a vivere in un “tempo immobile”, tutto quello che accade in luoghi dove la Storia sta passando proprio adesso ci spaventa, e spinge a distogliere lo sguardo.

Personalmente non mi considero granché migliore dei miei compatrioti, ma la curiosità mi ha portato, nel 2007, a percorrere in bicicletta le strade dell’Albania, e la scorsa estate, dopo una settimana in Croazia, mi ha spinto fin nel cuore della Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo. Sull’Albania ho scritto moltissimo, sulla Bosnia quasi nulla… rimedierò qui.

A tanti anni di distanza, le ferite di una guerra fratricida risultano in gran parte ricomposte, ma le tracce di quel disastro sono state conservate, come monito per le generazioni a venire. La cosa che più colpisce intorno alle grandi città bosniache sono i cimiteri, migliaia di sepolture sulle colline circostanti, visibili da quasi ogni luogo.

Le città, al contrario, sono un calderone di culture e tradizioni diverse che riescono inaspettatamente a convivere. Sarajevo è una città dove puoi uscire da una chiesa cattolica, voltare l’angolo ed entrare in una sinagoga, voltarne un altro e trovarti di fronte una chiesa cristiana di rito greco-ortodosso, o più facilmente una delle onnipresenti moschee…

O la facciata di un palazzo crivellata dai colpi di un fucile automatico…

Un luogo dove tra le stradine pedonalizzate ed affollatissime del centro città puoi vedere due giovani amiche passeggiare chiacchierando animatamente, una col velo e coperta da capo a piedi con gli abiti della tradizione mussulmana, l’altra in short, canottiera ed infradito ai piedi…

Il fatto stesso che popoli e culture tanto differenti potessero (e finalmente possano di nuovo) coesistere pacificamente deve essere apparso come una provocazione inaccettabile ai movimenti nazionalisti, che periodicamente rifanno capolino quando le popolazioni sono strette dalla morsa di crisi finanziarie, economiche o politiche (è recente il caso della Grecia). L’ennesima dimostrazione di quanto sia precario l’equilibrio tra il bisogno di appartenenza ed omologazione da una parte e l’aspirazione alla libertà ed al confronto tra reciproche diversità dall’altra.

O, se vogliamo, di quanto sia critico il mantenimento di un contesto sociale capace di garantire libertà di espressione a differenti idee, culture, punti vista, filosofie, nonostante la storia dell’umanità abbia dimostrato come queste siano le condizioni ideali per il fiorire dell’arte, della cultura e della conoscenza.

E il pensiero vola al futuro prossimo venturo di questo mio disgraziato paese, incapace di comprendere la reale devastante portata dell’appiattimento culturale e della massificazione prodotte negli ultimi decenni da un sistema economico interamente votato all’accumulo di ricchezza ed al consumo sfrenato. Incapace di stabilire se quello che ormai è entrato nell’accezione comune con l’espressione “scenario balcanico” possa materializzarsi presto o tardi anche qui con altrettanta virulenza.

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