Bortle

Uno dei dubbi che più m’inquieta, da sempre, riguarda l’obiettività delle mie analisi. L’obiettività non è facilmente acquisibile, non si può mutuare da libri che potrebbero essi stessi rivelarsi non obiettivi, va costruita un po’ alla volta in base all’esperienza del mondo. Il limite nella costruzione della propria obiettività dipende in larga misura dalle esperienze che si riescono a vivere.

La scarsa obiettività si manifesta, alle volte, in maniera del tutto imprevista. A me è successo poco più di una settimana fa, riguardo ad un argomento sui cui mi ritenevo ferratissimo: l’inquinamento luminoso. Il fatto è che ho ripreso da poco ad interessarmi di osservazioni astronomiche (dopo una lunga pausa di disaffezione dovuta solo in parte alla fatica di organizzare uscite osservative ed in misura ben maggiore al continuo peggiorare delle condizioni del cielo notturno).

Percorrere in macchina più di un centinaio di chilometri, arrivare in cima ad una montagna, lavorare per ore al freddo solo per constatare un costante e progressivo degrado della qualità del cielo stellato alla lunga fa passare la fantasia.
Per questo il mio bel telescopio da 8″ è rimasto inutilizzato per anni, ben chiuso dentro il suo scatolone, mentre alimentavo la mia antica passione con strumenti più modesti e trasportabili (un binocolo 10×50 ed un rifrattorino da 7cm). Alla lunga, però, da quella scatola non poteva che rivenirne fuori.

La prima occasione è stata a margine di un weekend in mountain bike dalle parti di Campo Felice: deludente. Hanno fatto seguito due nottate estive più didattiche che fattive intorno al lago di Chiusi, con cieli altrettanto scadenti. Quindi monte Nerone, di cui ho scritto ad agosto: un cielo stellato finalmente degno di questo nome… o quasi.

Quel “quasi”, ho scoperto in seguito, dipendeva tutto da me, ovvero dalla mia esperienza di cieli stellati maturata in quasi trent’anni di passione astronomica. Parecchia, direte voi. Eh, sì, “parecchia”, avrei detto anch’io.

Se non che, dopo essermi iscritto ad un forum di astrofili, ecco riemergere in una discussione la “scala di Bortle“, argomento di cui avevo spesso sentito accennare in passato ma che non avevo mai avuto occasione di approfondire. Breve ricerca sull’impagabile Wikipedia ed eccola lì, in tutto il suo splendore.

La “scala di Bortle” appare per la prima volta un articolo pubblicato nel 2001 sulla rivista americana Sky&Telescope, praticamente la più diffusa rivista al mondo sull’astronomia amatoriale. Visto il progressivo acuirsi del problema dell’inquinamento luminoso John E. Bortle, primo fra molti, propose un metro univoco per definire la qualità del cielo da cui si effettuano le osservazioni, in modo da poter fare confronti significativi tra i risultati ottenuti da osservatori e/o strumenti e/o siti diversi.

L’utilità di questa scala sta nella sua usabilità: anziché dare istruzioni su letture strumentali Bortle identificò una serie di oggetti via via più deboli da impiegare come marcatori per stabilire la qualità del cielo. Si comincia col definire la visibilità dei disegni delle costellazioni dai dintorni cittadini per finire con galassie, nebulose ed altre strutture evanescenti osservabili solo da siti molto buoni.

Cominciando a scorrerla dal basso troviamo: “Cielo cittadino (Bortle8): …luminescenza arancione, si può facilmente leggere…”, sì, questo mi è familiare, è quello che si può trovare in prossimità di casa mia, anche nelle zone relativamente lontane dai lampioni (sull’argomento è illuminante quanto divertente questo racconto del mio amico Gianni).

Andando a salire: “Cielo sub-urbano (Bortle5): …Via Lattea molto debole o invisibile in prossimità dell’orizzonte, appare slavata allo zenith…”. Cielo “sub-urbano”? È quello che si vedeva a luglio da Campo Felice, un altopiano a 1500 m.s.l.m. nel cuore dell’Abruzzo! E’ vero, L’Aquila è lì sotto, ma…

Resto spiazzato. Era senza dubbio un cielo scadente, peggiore della media per quel sito, ma da qui a definirlo “sub-urbano”, e a collocarlo a metà di una scala nel cui gradino più basso non sono riconoscibili nemmeno le costellazioni… sul momento mi sembra eccessivo, ma vado avanti a leggere.

“Classe 4: …M33 un oggetto difficile in visione distolta..”. Il cielo “entusiasmante” che avevo trovato sul monte Nerone, dalle descrizioni successive, si colloca a metà tra il gradino 3 ed il 4, per Bortle un cielo ancora mediocre. Ma allora com’è un cielo davvero buono?

“Classe 2: tipico sito veramente buio. Bagliore atmosferico debolmente percettibile all’orizzonte; M33 facilmente visibile ad occhio nudo (una settimana fa, dal Tancia, si faticava a distinguerla con un buon binocolo); evidenti strutture nella Via Lattea; nuvole visibili solo come ‘buchi’ oscuri; oggetti nei dintorni a fatica distinguibili come sagome scure contro il cielo; Molti ammassi globulari di Messier osservabili distintamente ad occhio nudo”

Eccolo qui: questo è il cielo che non ho mai visto. Quarantaquattro anni, di cui quasi trenta di passione per l’astronomia, e solo ora realizzo di aver osservato, fin qui, nient’altro che una vaga parvenza di cielo stellato. Apprendo che anche quello che ho sempre dato per buono è in realtà mediocre. E non basta, c’è ancora un gradino da salire.

“Classe 1: sito eccellente. Luce Zodiacale, gegenschein, banda zodiacale visibili; M33 visibile direttamente ad occhio nudo, le regioni di Scorpione e Sagittario della Via Lattea proiettano ombre evidenti sul terreno; Giove e Venere pregiudicano l’adattamento al buio; dintorni sostanzialmente non visibili.”

Questo non è solo il cielo che non ho mai avuto sopra la testa. È il cielo che non ho mai nemmeno immaginato possibile. Il cielo del deserto, degli altopiani aridi, dei luoghi lontani dalla “civiltà”. Uno spettacolo grandioso che miliardi di esseri umani non sono più in grado nemmeno di concepire, schiavi delle luci artificiali, della paura del buio, della logica dello spreco di risorse, o semplicemente vittime, come me, dei propri simili.

Un cielo che, non molto più in là di un secolo fa, era una ricchezza di tutti. Che ha ispirato poeti ed artisti, filosofi, mistici e scienziati, da sempre. Un cielo che in occidente non c’è più, non solo, di cui si è persa perfino la memoria.

Ora ho questo tarlo in testa, che non se ne vuole andare. Voglio quel cielo, foss’anche per un’unica volta nella mia vita. Voglio quell’esperienza, dovessi arrivare fino in Namibia! In modo da serbarne il ricordo, e per comprendere ciò che sono e di cui faccio parte. Polvere di stelle… e cenere alla cenere.

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Recentemente la blogosfera riflette su sé stessa, e non si piace più. Mantellini prende atto, chiamando in causa pareri analoghi, che i blog non stanno cambiando il mondo. Nemmeno, in sedicesimo, quel "mondo dell’informazione" che pure nelle ottimistiche previsioni di molti avrebbe dovuto ricevere un "robusto scrollone" dall’irrompere di "voci nuove" ed "indipendenti". E beh, sì, in effetti non molto di quanto auspicato è poi accaduto.

Il piccolo e circoscritto universo della blogosfera, attentissimo a quanto accadeva al suo interno, non si è accorto che il mondo là fuori andava avanti per conto proprio, indifferente come sempre, e che tutto quello scrivere, parlare e "conversare" restava rinchiuso entro i confini di una quasi totale autoreferenzialità.

La "grande conversazione", appunto, entità mitica in grado di sovvertire i paradigmi, si è rivelata l’equivalente tecnologico delle chiacchiere da bar. Belle, piacevoli, socializzanti, sì… ma pur sempre chiacchiere. E dell’informazione, altra creatura chimerica, cosa ne è stato?

Forse proprio il "fenomeno blog", nella sua rapida parabola dalle grandi aspettative iniziali al "ripensamento" odierno, ci può aiutare a comprendere un po’ di meccanismi, limiti e vincoli del mondo in cui viviamo. In primo luogo proprio su cos’è l’informazione.

Generalizzando, "informazione" è qualcosa che ci trasmette una conoscenza, tuttavia il termine è abbastanza vago da non specificare se questa conoscenza sia utile, inutile, o peggio ancora dannosa. Uno dei limiti dei Blog è proprio quello di non poter in alcun modo garantire l’attendibilità (per non dire l’utilità) dell’informazione generata.

È palesemente un limite che affligge, in misura maggiore o minore, qualunque strumento di comunicazione. Ma ultimamente la "credibilità" è diventata terreno di confronto e conflitto. Una delle attività preferite dai bloggers è appunto "far le pulci" all’informazione scritta, andando a verificare, e svelare, gli scivoloni e  le sciocchezze scritte dai professionisti. Ma un conto è l’opera di verifica su un lavoro già fatto, un altro produrlo ex-novo.

A posteriori la prospettiva inizialmente ventilata di un esercito di scrittori dilettanti, competenti nei propri settori, in grado di sostituirsi al giornalismo professionistico si è rivelata impercorribile. Questo è il primo limite: in un’economia di mercato l’informazione è una merce, e produrla ha dei costi non individualmente sostenibili in un regime di gratuità.

Quello che a suo tempo non si è compreso, o non si è voluto comprendere, è che già solo scrivere è di per sé un lavoro: richiede tempo, capacità, energie. Non molti, pur ammesso che ne abbiano la possibilità, sono disposti ad investire gran parte delle proprie giornate per compilare paginette da mettere gratuitamente a disposizione on-line sul proprio blog.

Chi lo fa, spesso, vive quest’attività come una forma di autopromozione, se ne attende in cambio visibilità, autorevolezza, non di rado riuscendoci. Un blog molto visitato ed apprezzato può arrivare ad ospitare spazi pubblicitari e generare entrate economiche, ma a quel punto finisce col cadere negli stessi meccanismi di dipendenza ed autocensura che affliggono il giornalismo commerciale. Non si morde la mano che ci nutre.

Altri blogger, famosi e con un grosso seguito di lettori, pur non "vendendo" platealmente il proprio spazio on-line hanno attirato l’attenzione di soggetti commerciali più o meno importanti, interessati ad acquistarne la "benevolenza" ed ottenere recensioni favorevoli ai propri prodotti, o quantomeno non ostili, secondo meccanismi ben noti e collaudati.

Insomma niente di sconvolgente e rivoluzionario, il nuovo medium digitale ha finito col ripercorrere gli stessi sentieri di quelli già esistenti, approdando ad uno status riconosciuto e nel contempo mutuandone vizi e difetti. Tolte le "blogstar", però, va considerata anche la cosiddetta "coda lunga".

Della "coda lunga", in questo caso, fanno parte i piccoli blog personali, come questo qui. Chi li anima, non avendo particolari velleità di "fama&gloria", finisce col raccontare delle proprie passioni ed interessi. Cosa lodevole in sé, ma che difficilmente può interessare più di una ristretta cerchia di amici.

Un blog siffatto potrà, marginalmente o in via occasionale, anche generare reale "informazione", capace di interessare ed essere utile ai molti, ma in una forma talmente "diluita" nel mare di contenuti da renderla sostanzialmente infruibile. Il dispendio di tempo connesso alla ricerca di poche idee interessanti sepolte in un mare magno di commenti e riflessioni, per i più insignificanti o poco interessanti, risulta per solito eccessivo.

Questo è anche uno dei motivi che mi limita nel seguire con continuità un ampio ventaglio di blog. Alla fine della fiera rimangono l’ottimo Leonardo, geniale ed irresistibile, Mantellini, di cui apprezzo la capacità di segnalare spunti di riflessione ed i numerosi commentatori, Wittgenstein, dal taglio più giornalistico, per l’eterogeneità dei contenuti, ed alla spicciolata un po’ di blog personali tra i quali segnalo l’eclettico TalkIsCheap, un blog collettivo come RomaPedala, ed altri più strettamente tematici, come L’Occhio di Romolo ed il blog di ASPO-Italia.

Il fenomeno della "diluizione" dei contenuti appare strutturale allo strumento blog. Come qualunque forma di "diletto", anche la scrittura deve cedere il passo a tutta una quantità di altre attività contingenti: in primis il lavoro, quindi la famiglia, le spese, la vita sociale, i pasti, la lettura, lo svago. Nessuno che non sia un professionista potrà mai garantire un "flusso informativo" costante nel tempo, ed a maggior ragione uno mirato e coerente. Scriviamo quello che possiamo, quando possiamo, sacrificando qualcos’altro.

Prendo ad esempio questo blog, partito quasi due anni fa: l’intenzione iniziale era di inserire un post ogni due, tre giorni, lo stato attuale è  grossomodo di un post a settimana. Pesa in questo anche la mia scelta di inserire ragionamenti articolati (che mi obbligano ad una prolissità, funzionale allo sviluppo dell’analisi), ma pesa ancor di più la cronica mancanza di tempo.

Includendo, in ciò, un po’ tutto quello che faccio al di fuori del mio lavoro di progettista meccanico (che già del suo impegna la giornata fino a metà pomeriggio): la partecipazione a forum e gruppi di discussione on-line, il tempo che spendo a leggere e tenermi aggiornato (inclusi i blog altrui,  anche eventualmente partecipando alla suddetta "grande conversazione"), e quello che impegno nel promuovere e partecipare ad iniziative ed eventi.

Trovare un equilibrio tra tutte queste attività, e dedicarsi pure a questa sorta di "giornalismo in pantofole", di "opinionismo casalingo", richiede già del suo un notevole spirito di adattamento (per non parlare della pazienza nella persona che ho accanto) e dubito fortemente che questo problema sia solo mio.

Il "fenomeno blog" si trova attualmente in una situazione caratterizzata da una polarizzazione abbastanza netta. Da un lato ci sono i blog famosi e a grande visibilità, che proprio a causa di questo loro successo finiscono preda di interessi esterni, dall’altro quelli a "basso ascolto", che sono la stragrande maggioranza, caratterizzati da contenuti prevalentemente amatoriali e di difficile fruizione perché "diluiti".

In tutto questo, devo dire, ormai mi sono affezionato a questo spazio. Soffro quando non riesco ad aggiornarlo, mi domando chi siano le decine di lettori che ogni giorno il contatore mi segnala e sento di voler loro bene, anche se non mi commentano quasi mai.

In questo periodo ho ricevuto più di 25.000 visite (anche se sono convinto che molti ci siano capitati per caso e se ne siano andati con la consapevolezza di aver perso tempo…), e Google mi dà atto di un discreto interesse, dal momento che digitando "mammifero" nella stringa di ricerca questo blog esce attualmente al settimo posto (dietro tre enciclopedie ed una canzone dei Subsonica).

TIC, rispondendo ad una mia domanda, affermava che i blog servono a chi ci scrive per poter dire "io sono questo". Sacrosanto, ma non credo che il Mammifero Bipede assolva unicamente ad una funzione di "territorial pissing" culturale. È vero, "io sono questo", ma lo sarei anche senza blog. Il blog mi aiuta a condividere quello che sono con gli altri, e viceversa.

Non sarà la "rivoluzione dell’informazione", ma è a suo modo qualcosa di non disprezzabile. Posso accontentarmi.

La morte delle cose

http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=-2138416794381091301&hl=it&fs=true


Sono ormai diverse settimane che rimugino su questo video di Annie Leonard, "La storia delle cose". Ogni volta che lo rivedo mi dà la medesima sensazione: ci sta sfuggendo qualcosa. Anzi, a dirla tutta la sensazione è ancora peggiore: ci sta sfuggendo la maggior parte di ciò che invece dovremmo comprendere.
Quello che sappiamo, e su cui quotidianamente ragioniamo, è solo una porzione minuscola del tutto. Peggio: non solo ci manca la visione d’insieme, ma neppure riusciamo più a cogliere la reale essenza di quello che stiamo facendo.

Non consola, ma anzi preoccupa ancor di più, la sensazione che questa comprensione manchi anche a chi occupa posizioni decisionali, o ai vari "esperti" che pontificano su tutto, pur conoscendo a fondo solo il proprio ambito, non di rado limitato e circoscritto.

Si può analizzare un meccanismo vedendone solo l’esteriorità? Ovviamente no. Sarebbe come accettare l’idea che sia possibile ricostruire il meccanismo interno di un orologio potendone osservare solo le lancette. Parallelamente, per quanto attiene la comprensione del "Sistema Mondo", siamo sicuri di riuscire a fare qualcosa di sostanzialmente diverso?

Il documentario ci informa che "tra le maggiori 100 economie mondiali, oggi 51 sono multinazionali". Come inquadriamo questo fatto? Siamo davvero in grado di comprenderne le conseguenze? A scuola ci insegnano che il pianeta è organizzato per nazioni. All’interno delle nazioni sussistono sistemi di governo e di potere, più o meno democratici, ed ogni nazione si relaziona alle altre su una base di diplomazia ed attraverso scambi commerciali.

Ma una società multinazionale che produce ricchezza su una scala nazionale non è "ipso facto" equivalente ad una nazione? Certo, pur con qualche distinguo. Di sicuro il suo "potere economico" le consente di manipolare eventi politici, e la sua "invisibilità" (il fatto che di questo potere le masse non si rendono conto) la mette in grado di operare trasformazioni sociali all’apparenza inesplicabili.

Insomma, è come se vi fossero Stati negli Stati, "Nazioni Economiche" totalmente antidemocratiche che giocano a Risiko con le nostre vite sullo stesso scacchiere delle "Nazioni Politiche", ciononostante restando nascoste agli occhi dei cittadini. E per di più capaci di manipolare occultamente idee e pensieri attraverso i media e la pubblicità.

Il meccanismo è semplice: il mercato pubblicitario è la leva economico politica che veicola i desideri delle multinazionali, inculcandoceli subdolamente. Attraverso la spesa pubblicitaria le grandi aziende si garantiscono l’appoggio supino del sistema dei media, decidono e controllano quello che vediamo ed ascoltiamo. Gestiscono il nostro immaginario, quello che pensiamo, quello che sogniamo, quello che desideriamo.

In quest’ottica eventi apparentemente assurdi trovano facilmente spiegazione. Ad esempio perché siamo sempre più ricchi e sempre meno felici, perché viviamo più a lungo ma siamo sempre più preoccupati ed insicuri, perché abitiamo in luoghi orribili e, anziché investire risorse per migliorarli, ne creiamo altri simili e contemporaneamente distruggiamo gli ambienti naturali incontaminati.

C’è un dato, fra i tanti snocciolati dal documentario, sul quale bisognerebbe riflettere: soltanto l’1% dei prodotti e delle materie prime immesse sul mercato americano sono ancora in uso dopo sei mesi. Che senso ha distruggere in pochi mesi il rimanente 99%, che pure ha avuto un costo in termini umani ed energetici ed è in buona parte composto da materiali non rinnovabili?

Una frase fra tutte, attribuita all’economista Victor Lebow e formulata negli anni ’50, sembra essere il manifesto di un progetto criminale di distruzione su scala planetaria: "La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore".

In realtà, scartabellando un po’ su internet, salta fuori che le cose non stanno esattamente come il documentario racconta. Lebow fu un critico del consumismo, non un teoreta, ma resta il fatto che la frase citata, pur se parafrasata, descrive con estrema precisione la nostra situazione contingente.

Consumismo, consumare… Qualche tempo fa lessi nei commenti di un blog che la definizione del termine "consumatore", sul dizionario, è "qualcuno che distrugge lentamente". Sul "lentamente" ho qualche dubbio, sulla distruzione no. Eppure è un processo che va avanti da parecchio, con unanime consenso. Al punto che, verrebbe da pensare, affondi le sue radici nel profondo dell’animo umano.

Non avremmo altrimenti formulato, e quindi applicato con zelo, concetti come l’obsolescenza pianificata, che nel documentario viene brillantemente definita: "progettare per la discarica". Non saremmo così collettivamente appiattiti sulla pratica dell’obsolescenza percepita, che ci fa sentire "migliori" quanto più siamo proni ai diktat della moda e dello stilista di turno, pronti a disfarci di strumenti ancora funzionanti per sostituirli con altri sostanzialmente equivalenti ma più "nuovi".

Fino a pochi decenni fa possedere un oggetto aveva un valore. Prendersi cura delle proprie cose e mantenerle in efficienza destava ammirazione. Possedere manufatti in grado di durare a lungo era aspirazione condivisa. Gli oggetti migliori si tramandavano da una generazione all’altra.

Adesso, invece, la nostra capacità di essere soddisfatti di quello che abbiamo viene sistematicamente aggredita e distrutta dagli annunci pubblicitari, la cui funzione primaria, sempre citando il documentario, è quella di renderci infelici. Infelici e pronti a tutto pur di appagare i "bisogni indotti" di cui siamo schiavi.

Certo, non è così che ce la raccontiamo: essere una specie geneticamente votata alla distruzione di tutto ciò che ha intorno non è un fatto che si accetti facilmente. Ci convinciamo di essere buoni, di amare la natura e gli altri esseri viventi, ma rifiutiamo di prendere coscienza di appartenere ad un sistema che sta devastando il pianeta per produrre su larga scala vite vuote riempite di oggetti inutili, di giocattoli "usa e getta" per adulti infantili.

Continuiamo, anzi, ad alimentare il Moloch che sta mangiando il nostro mondo e le nostre esistenze anche a costo di sacrifici personali. Insistiamo a chiudere gli occhi di fronte ai disastri prodotti. Come si può fermare questo processo? Come si può invertire? Bella domanda, ma somiglia molto ad un’altra: "come si può arrestare uno sciame di cavallette?"

In "nonsenso" inverso

Da un po’ di tempo in qua mi trovo in difficoltà ad affrontare ulteriori romanzi di Philip K. Dick e la cosa, ne sono consapevole, discende dal fatto che ne ho letti ormai tantissimi, forse troppi. Procedendo mi rendo conto che non sto valutando un romanzo a sé stante, ma lo stesso in relazione alla complessità del lavoro di una vita intera. Il rischio, o meglio la certezza, è di non aver più un approccio neutro alle singole opere.

Questa premessa è necessaria prima che inizi ad enumerare i molti difetti di questo romanzo: non sono neutrale. Il mio giudizio è mediato dall’aver letto ed assimilato letteralmente decine di altri lavori di Dick, e sarebbe senza dubbio diverso se avessi letto solo questo. Probabilmente, immagino, ne sarei poco meno che entusiasta.

Invece non lo sono affatto, in primis per l’implausibilità della vicenda stessa. Questionare di "implausibilità" trattando di narrativa fantastica può apparire inutile o superfluo, ma non lo è nel merito di un genere preciso, denominato "fantascienza". La fantascienza nacque come narrativa speculativa sulle possibilità aperte dalle nuove scoperte scientifiche, e si propose di offrire una base di verosimiglianza a quanto narrato.

È pur vero che questo assunto spesso non viene rispettato, a maggior ragione dall’avvento degli effetti speciali nella cinematografia, che spesso sacrificano la verosimiglianza delle situazioni alla facile spettacolarità. Ma il caso di "In senso inverso" è ancora differente, e per comprenderlo bisogna scavare nella storia personale dell’autore.

Il principale dramma di Philip K. Dick fu il non riuscire ad affermarsi come scrittore "mainstream". Riuscì invece, non senza qualche difficoltà, a sfruttare la sua incredibile immaginazione per diventare uno scrittore professionista di fantascienza. Ma non era quello che desiderava.

La sua narrativa muove da un periodo iniziale, caratterizzato da trame coerentemente fantascientifiche e personaggi grossolanamente abbozzati, per approdare, nella piena maturità, ad una narrativa "psicologica", incentrata sulle emozioni e le reazioni umane dei personaggi protagonisti, che si muovono all’interno di uno "scenario" di situazioni surreali.

Nel periodo maturo di Dick l’impalcatura di vicende "fantastiche" funziona da contenitore, ed è quasi sempre funzionale allo sviluppo di situazioni narrative in cui l’interesse prevalente sta nell’evoluzione psicologica dei personaggi.

Questo processo di transizione si compie tra la metà dei ’60 e l’inizio dei ’70. In questi anni gli interessi di Dick virano verso la religione, la teologia, la natura ed interpretazione della realtà. È anche un momento di crisi personale, dopo il periodo di lavoro "forsennato" che, tra il ’60 e il ’64, lo portò a pubblicare una media di quattro romanzi e diverse decine di racconti l’anno. Poi il matrimonio in crisi, l’uso di droghe, la paranoia ed altre complicazioni personali.

È in questo periodo turbolento e tormentato che Philip Dick inizia staccarsi con decisione dai canoni classici della fantascienza, che evidentemente gli vanno stretti, e concepisce questa storia "fanta-religiosa" ambientata a pochi decenni di distanza dall’anno in cui fu scritta.

I personaggi agiscono in un mondo capovolto, in cui una non meglio spiegata alterazione delle leggi fisiche (la "fase Hobart") fa sì che la vita delle persone scorra all’inverso: i corpi già morti si ricompongono nelle tombe, tornano alla vita e la ripercorrono, metabolicamente, all’indietro, fino al grembo materno.

In questo "tempo rovesciato", però, le persone continuano a muoversi ed agire con la stessa logica del nostro "tempo lineare", devono lavorare per guadagnarsi la giornata, comportarsi in funzione di quello che accade loro intorno, pensare agli affari e a fronteggiare le situazioni impreviste.

Tutto questo genera un quadro di totale assurdità, che evidentemente non preoccupa l’autore quanto il rappresentare le vicissitudini del protagonista, alle prese con situazioni non chiare e quindi relativamente ingestibili, con conseguenti decisioni, ripensamenti, pentimenti e cambiamenti continui di scenario.

Ma stavolta, a differenza di molti altri romanzi in cui le "licenze logiche" sono colmabili ed al limite ignorabili, il gioco non funziona come dovrebbe. Troppo inverosimile l’idea iniziale, troppo privi di senso i dettagli (le sigarette "ricostruite" soffiandoci dentro il fumo, il cibo rigettato anziché mangiato…) troppo il fastidio per una situazione complessiva inaccettabile a fronte di qualsiasi analisi minimamente logica.

Un conto è accettare come possibile una tecnologia ancora non realizzata, un altro accettare come possibile una situazione che cozza contro tutte le leggi fisiche, in primis il principio di causa-effetto. Questa volta Dick fa il passo più lungo della gamba, e rovina tutto.

Peccato, perché per il resto i personaggi funzionano, e gli sviluppi della vicenda, per quanto inverosimili, non mancano di colpire l’immaginazione. Ma non basta. La storia non sta in piedi, ed alla fine quello che rimane è solo il fascino di un esercizio di abile arte narrativa, completamente campato per aria.

The Daily Blogger



Premessa, questa è un’idea che regalo al mondo, è del tutto Open Source, se qualcuno se la prende e ci diventa ricco, no problem, tanto io non ne sarei capace comunque (nel caso, accetto comunque qualsiasi attestato di gratitudine, anche e/o soprattutto monetario).

Più o meno non passa giorno senza che, da qualche parte della Blogosfera, non si levino strali e lamentazioni nei confronti della stampa "tradizionale", o dei giornalisti "tout-court". L’ultima, per dire, è stata la messa alla berlina de "La Stampa" e "Il Corriere della Sera" per aver pubblicato per vera una finta copertina di Vogue contenente un pacchiano fotomontaggio della candidata alla vicepresidenza americana Sarah Palin.

Posto che le obiezioni dei blogger mediamente sono fondate, e che la situazione politica di questo disgraziato paese pare avvitarsi ogni giorno di più, è possibile pensare di fare un passo avanti, rimboccarsi le maniche e provare a proporre qualcosa di nuovo? Qualcosa, per dirla alla Monty Python, "di completamente diverso"?

Ragionando su cosa si potesse concretamente realizzare ho cercato, come mio solito, di incastrare i diversi pezzi del puzzle. Da un lato c’è la rete, che è prodiga di contenuti interessanti quanto dispersi, dall’altro una potenziale utenza di milioni di persone che, semplicemente, questi contenuti non sono in grado di trovarli, o non hanno tempo e risorse per vagliarli personalmente.

Il fatto è che i blog, oltre a produrre informazione, riflessioni ed analisi utili, ospitano anche tanta "fuffa". Per certi versi va bene così, ognuno/a ha il diritto di scrivere nel proprio spazio quello che gli va, solo che questo doppio livello personale/generale fa sì che, necessariamente, si finisca col riuscire a seguire solo pochi blog, beccandosi oltre ai commenti di interesse generale anche diversi post rivolti ad una ristretta cerchia di amici.

Può valer la pena, a questo punto, di ragionare sulla possibilità di organizzare, vagliare criticamente e ripubblicare questi contributi (laddove, sia chiaro, la "licenza d’uso" lo consenta). L’idea è esattamente quella di dar vita ad una specie di "giornale on-line", il "Daily Blogger" del titolo. Come "il Corriere", o "La Repubblica" on-line, esattamente, solo coi post dei blogger. Acquisiti via feed RSS, per dire.

Andrebbe messa in piedi una redazione in grado di gestire sia la fase di "raccolta" dei post interessanti, sia quella di impaginazione on-line, e probabilmente occorrerebbe anche un buon avvocato per gestire le questioni legali relative al "diritto di cronaca". In compenso un simile progetto non dovrebbe faticare molto a trovare risorse pubblicitarie per autofinanziarsi.

I singoli bloggers pubblicati potrebbero anche solo accontentarsi della visibilità ottenuta, o magari, a lungo andare, stipulare dei veri e propri contratti per la pubblicazione in esclusiva o in anteprima dei propri post.

Per la Blogosfera sarebbe un salto di qualità decisamente interessante, e finalmente si vedrebbe nascere un oggetto completamente nuovo, nato dall’evoluzione di internet. Un "citizen journalism" orizzontale e diffuso, che andrebbe a misurarsi su terreni suoi propri (quantomeno la capacità di analisi) con il giornalismo "blasonato" della carta stampata e delle relative testate on-line.

N.b.: Magari qualcun altro ci ha già pensato prima, e solo io non lo so. Se è così, segnalatemi l’URL del "non-giornale" che corro a leggerlo.



Update: mentre "lo stivale" continua il suo insostenibile letargo in Francia un oggetto del genere esce addirittura nelle edicole!

Il difficile ritorno di Robert Sheckley

Quando ho visto questo volume in edicola non ci ho pensato su due volte ad acquistarlo: Sheckley è stato uno dei miei "maestri", per la sua ironia dissacrante ed il gusto del paradosso. Purtroppo questi racconti, scritti negli ultimi anni della sua vita (conclusasi nel 2005) non sono all’altezza della sua passata produzione.

A dirla tutta, fino alle ultime pagine pensavo di intitolare questo post "letteratura inutile", e disquisire sulla tristezza di leggere un grande autore ormai giunto al capolinea artistico. Ancora in grado di scrivere in maniera intrigante (la lettura non annoia mai) ma perso nell’inutile e vano esercizio iconoclasta di triturare e seppellire i luoghi comuni della narrativa popolare.

Leggere le totalmente improbabili vicende di Tom Carmody avendo in mente, ad esempio, "I testimoni di Joenes", dà l’esatta misura della distanza tra forma e sostanza. In "Joenes" la satira graffiante aveva bersagli reali, che trasparivano dalla scrittura immaginifica. In quest’ultimo "Carmody", e nei racconti seguenti, resta ormai solo il gioco, la burla, il nonsense.

Ma proprio verso la fine del volume, dopo il già menzionato romanzo iniziale ed una sequenza di racconti tutto sommato inutili, arriva una piccola perla di  pochissime pagine, un raccontino minuscolo ma a suo modo straordinario:"Giro turistico del 2179".

L’autore immagina un anziano del prossimo futuro che decide, prima di morire, di fare un ultimo viaggio e rivedere Venezia, di cui serba uno splendido ricordo dovuto ad una vacanza fatta in gioventù. Arriva, ma si rende anche conto che quello che cercava, il ricordo della sua gioventù, stride con il suo corpo invecchiato ed i suoi sensi ormai attutiti.

Quindi, pur consapevole dei rischi a cui va incontro, decide di "forzare" il proprio metabolismo e le proprie percezioni (cosa che l’autore immagina fattibile nella sua epoca futura, ed è questo l’unico elemento fantascientifico della storia) per riprovare, per l’ultima volta, quella sensazione di essere "come un Dio in terra, lucido, forte, quasi onnipotente", propria della giovinezza.

L’anziano personaggio si rende conto che il suo organismo è ormai troppo fragile per sostenere uno sforzo di questo tipo, ma troppo grande è la seduzione di sentirsi di nuovo giovane. Perciò ignora scientemente i segnali di cedimento del suo debole corpo, pur di continuare a vivere fino in fondo questo  ultimo "sogno", finché non si accascia e muore.

Sheckley, come il suo personaggio, ci lascia per sempre con una metafora potente e drammatica su ciò che siamo, e ciò che diventeremo. Narra, in pochissime pagine, dell’incredibile dono della giovinezza, e parimenti dell’incapacità di comprenderlo appieno finché non lo si sarà perso, come pure dell’ineluttabilità di questa perdita.

Dopo aver scherzato e ragionato per tutta la vita sul vuoto di senso dell’esistere, sembra quasi che Sheckley, nei suoi ultimi anni, come il protagonista moribondo di una vecchia canzone di Roberto Vecchioni: "Vide che sulla luna gli sfuggiva la sua vita e se ne innamorò". E ne scrisse, lasciandoci un monito indelebile.