Domesticazione umana ed evoluzione dell’aggressività

Lo scenario che mi si è aperto davanti in seguito alla riflessione sui sui Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) mi ha spinto a ragionare, attraverso la lente dei processi evolutivi, il ventaglio di variabilità dei comportamenti umani e le espressioni patologiche ad essi correlate. L’intenzione è di provare a delineare quanta parte delle attuali dinamiche psichiche discenda dall’inurbamento e dagli adattamenti mentali imposti dal processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie.

È indubbio che l’abbandono della vita nomade, basata su caccia e raccolta, in favore di un’esistenza stanziale fondata su agricoltura, allevamento ed artigianato, abbia richiesto una importante rimodulazione nelle reazioni istintive dove, al pari dell’ADHD, risultano fortemente coinvolti i meccanismi di autocontrollo e gestione e dell’aggressività.

I nostri lontani antenati, adattati alla vita selvatica, avevano necessità di sviluppare abilità diverse dagli individui attuali. La vita all’aria aperta basata su caccia e raccolta, legata al nomadismo che portava ad esplorare luoghi sempre diversi, traeva vantaggio dalla capacità di processare numerosi stimoli contemporaneamente (caratteristica propria di alcune forme lievi di ADHD). Parimenti utile doveva essere l’attitudine a reagire istintivamente, ed in fretta, ad un pericolo imprevisto.

Un diverso equilibrio tra reazioni istintive e azioni ponderate (ovvero mediate dal pensiero analitico e dai meccanismi di autocontrollo) potrebbe di fatto aver rappresentato la normalità nelle popolazioni del passato. È quindi verosimile che alcune di quelle che oggi classifichiamo come forme (lievi) di ADHD fossero all’epoca maggiormente diffuse nella popolazione, per non dire rappresentare la normalità. Una condizione destinata a cambiare con lo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento, che ha finito col determinare la transizione dallo stile di vita nomade alla stanzialità.

L’adattamento a svolgere mestieri monotoni e ripetitivi ha facilitato l’avvento di individui con tipicità caratteriali completamente diverse da quelle richieste, ad esempio, in una battuta di caccia. Il percorso umano e culturale che ha portato i nostri antenati dal nomadismo delle piccole tribù di cacciatori/raccoglitori alle megalopoli attuali ha obbligato lo sviluppo dei processi mentali legati all’autocontrollo, sia dei pensieri che degli istinti.

In natura, l’occasionale prossimità fra individui sconosciuti della stessa specie è fonte di stress e frequente causa di reazioni aggressive. Con la crescita della popolazione e l’evoluzione dei villaggi in città, il processo di inurbamento ha imposto condizioni di stretta contiguità con una moltitudine di altri individui, richiedendo lo sviluppo di modalità di contenimento delle reazioni più immediate e brutali in favore di interazioni più controllate sotto il profilo emozionale.

La trasformazione delle società umane ha reso la coesistenza fra sconosciuti un fatto frequente, cosa che ha richiesto la compensazione dei preesistenti meccanismi di stress mediante articolazioni mentali in grado di sopprimerli. La transizione, dai rapporti di tipo familiare tipici di una piccola tribù, ad un contesto relazionale esteso, ha richiesto un potenziamento delle capacità individuali di autocontrollo.

Le moderne neuroscienze sono oggi in grado di individuare le strutture cerebrali responsabili del nostro autocontrollo, e quantificarne l’attività ed il livello di funzionalità. Possiamo immaginare come, nell’arco di millenni, queste strutture possano essersi evolute per consentirci di prosperare nel mutato scenario prodotto dall’ascesa delle città e del ruolo da esse svolto nel governo del mondo.

Tuttavia, dati i tempi molto rapidi richiesti da questi adattamenti, nell’ordine di pochi millenni, non si può attribuire tale trasformazione ad una effettiva evoluzione della specie Homo Sapiens, quanto ad un adattamento per accumulo di fattori di natura epigenetica. I tempi necessari alla propagazione di una modifica di natura genetica sono infatti lunghissimi, ma i geni sono solo una piccola parte del nostro DNA. Una parte ben più consistente è demandata a controllarne l’espressione. L’epigenetica studia le trasformazioni in queste porzioni di DNA.

Rispetto alle mutazioni genetiche, i meccanismi epigenetici consentono, ad individui e popolazioni, di rispondere con prontezza a mutamenti consistenti nell’ambiente, garantendo la sopravvivenza in situazioni in rapida trasformazione. I caratteri acquisiti possono poi, col tempo, fissarsi in una nuova specie, o regredire, nel caso in cui dovessero ripristinarsi le condizioni originarie.

Questo significa che il contesto ambientale può influenzare l’insorgere o meno di determinate caratteristiche negli individui, che queste caratteristiche possono fissarsi ed essere conservate ed è documentato come queste modifiche adattive possono essere trasmesse alla discendenza. È un po’ un rientrare dalla finestra delle idee di Lamarck, dopo che il criterio evolutivo suggerito da Darwin, basato sulla selezione naturale, le aveva buttate fuori dalla porta.

Queste considerazioni consentono di correggere un po’ il tiro rispetto alla mia prima interpretazione dell’ADHD, descritto nei termini di una occasionale sopravvivenza di caratteri infantili negli individui adulti. In un lontano passato questi caratteri di curiosità ed irruenza, attualmente tipici dell’età giovanile, venivano preservati negli individui adulti perché funzionali ad una vita nomade basata su caccia e raccolta.

Il progressivo inurbamento ha favorito un contenimento generalizzato delle reazioni più istintive e brutali, ma la rapidità richiesta ha attivato processi epigenetici, che non sono né infallibili né irreversibili. L’occasionale riemergere di tali caratteri arcaici non deve sorprendere in assoluto, e ancor meno deve stupire che ciò avvenga contesti sociali degradati, caratterizzati da modalità relazionali basate sulla sopraffazione e sull’uso diffuso della violenza.

Negli individui cresciuti in condizioni di precarietà affettiva e sociale, elevato stress emotivo, difficoltà economiche e relazionali, i meccanismi di autocontrollo faticano a svilupparsi e fissarsi, e questo è un dato che ci viene confermato dagli studi sui maltrattamenti infantili. Una volta che tali circuiti mentali disfunzionali finiscono col fissarsi nell’individuo adulto, risulta per quest’ultimo più complicato riuscire a sviluppare un soddisfacente equilibrio relazionale.

Tornando ancora una volta a quanto affermato da Daniel Goleman nel suo saggio sull’intelligenza emotiva (cito a memoria):

‘le abilità che non vengono apprese nei primi anni di vita possono essere perse per sempre, o il loro recupero risultare in seguito molto faticoso e nel complesso solo parziale’.

Un individuo penalizzato in gioventù nello sviluppo delle funzioni di autocontrollo avrà una elevata probabilità di diventare un adulto fortemente incline alle reazioni violente ed al rischio di dipendenza da sostanze psicotrope.

Questo vale sia per le forme di ADHD non diagnosticate, sia per le situazioni in cui lo sviluppo dell’individuo non avviene in un contesto culturalmente e affettivamente sano. Sempre Goleman, in Intelligenza sociale, afferma che le esperienze traumatiche sperimentate nelle prime fasi della crescita non si limitano a formare un bagaglio culturale, potenzialmente reversibile, ma alterano in permanenza le strutture cerebrali, tanto da rendere ogni successivo tentativo di recupero difficoltoso ed a rischio di insuccessi.

Quindi, non solo dovremmo rivolgere maggior attenzione agli anni dello sviluppo, per evitare che situazioni traumatiche fissino nei giovani modalità relazionali disfunzionali, potenzialmente nocive per sé e per gli altri, ma dovremmo ampliare gli sforzi per consentire ad individui già ‘danneggiati’ un inserimento sociale adeguato, tenendo conto delle limitazioni loro derivanti da meccanismi mentali, di autocontrollo e non solo, potenzialmente compromessi.

In primo luogo andrebbe estesa la consapevolezza delle problematiche legate ad attenzione ed autocontrollo, affinché i portatori possano esserne pienamente consapevoli ed indirizzare al meglio le proprie scelte di vita lavorative e relazionali. Tale consapevolezza andrebbe quindi integrata nel percorso formativo, dalle famiglie alle istituzioni scolastiche, In modo da poter intervenire tempestivamente ove necessario. Da ultimo dovrebbe obbligarci a ripensare la funzione dell’istituzione carceraria.

Perché se quest’ultima deve essere mirata, come nelle formali intenzioni, al recupero e reinserimento nella società civile degli individui che ‘hanno sbagliato’, gli sforzi da impiegare non potranno limitarsi alla detenzione, ma muovere dall’assunto che molte delle persone responsabili di atti incontrollati e violenti risultano già in partenza ‘danneggiate’, ed hanno necessità di terapie sociali, culturali ed emotive, mirate e profonde.

Uno degli assunti fondamentali delle società umane è l’idea che la collettività possa funzionare grazie ad un unico set di regole, valide per tutti, ma ciò ha senso solo se assumiamo che i diversi individui condividano una uniformità caratteriale e relazionale. Le neuroscienze ci raccontano di differenze che possono insorgere a livello fisiologico, tali da obbligarci a rimettere in discussione questo assunto.

Più è ampio il ventaglio di diversità tra gli individui, più il sistema di regole condivise deve prevedere bilanciamenti e contrappesi perché l’equilibrio ottenuto sia funzionale. L’evidenza che, nel momento attuale, un intero ventaglio di diversità caratteriali legate alla gestione dell’autocontrollo non appaia pienamente riconosciuto, suggerisce l’evidenza di un limite strutturale all’efficacia del sistema di regole che ci governa.

Foto di Małgorzata Tomczak da Pixabay

Una vacanza bici+mare

Quest’estate, tra covid ed altre beghe, io e mia moglie abbiamo optato per una vacanza in relativo relax, riuscendo a conciliare la sua passione per il mare con la mia per la bicicletta. Non potendo spostarci all’estero, dove questa forma di turismo è ben più sviluppata, e soprattutto non volendo imbarcarci in un viaggio itinerante in un paese, il nostro, che non ha attenzione per la sicurezza dei viaggiatori su due ruote, abbiamo cercato una destinazione ‘bike-friendly’. La scelta è infine caduta sulla Via Verde della Costa dei Trabocchi. Non essendo la ciclovia ancora completata, ragionando sui segmenti già operativi abbiamo stabilito di cercare alloggio in un punto intermedio del tratto fruibile più a nord, quello tra Ortona e Fossacesia, in modo da sfruttare il tracciato ciclabile per spostarci ogni giorno in una spiaggia diversa. La scelta è caduta su Marina di San Vito Chietino, dove abbiamo affittato un appartamento con affaccio sul mare a breve distanza dalla ciclovia.

La ciclovia
Il percorso si snoda sul sedime dismesso della ferrovia Ortona-Vasto, il cui tracciato, a causa della continua erosione operata dal mare, è stato spostato più nell’entroterra. Dopo la rimozione dei binari si è scelto di destinare il sedime dismesso a pista ciclabile, realizzando un tappeto di asfalto e ristrutturando le gallerie. Sebbene il lavoro sia ancora incompleto e la ciclovia non interamente percorribile, allo stato attuale il tracciato risulta ugualmente molto fruibile, consentendo uno sfruttamento ottimale di un lungo tratto di costa prima reso difficilmente raggiungibile proprio dalla presenza della linea ferroviaria. Dal punto di vista ciclistico, pedalare in sicurezza a pochi metri dal mare, con gli affacci sulle spiaggette e sui trabocchi che si susseguono senza soluzione di continuità, rappresenta un’immersione nella bellezza difficilmente descrivibile. L’estrema regolarità del percorso, unita all’assenza di dislivelli tipica dei tracciati ferroviari, consente di chiacchierare amabilmente mentre si percorre la pista alla ricerca della spiaggia ideale. Unica nota dolente l’assenza di illuminazione delle gallerie, prevedibile considerando il fatto che non fossero ancora aperte al pubblico transito.

Situazioni problematiche
A questo riguardo va detto che nei primi giorni della nostra vacanza abbiamo trovato diverse gallerie sbarrate da recinzioni… ostacoli che sono stati poi rimossi, apparentemente, ‘a furor di popolo’. Fatto prevedibile, dato che la domanda di mobilità ciclistica e pedonale, sulla tratta, si è dimostrata estremamente consistente. Gallerie che, nei primi giorni, risultavano sbarrate o di difficile accesso, a fine settimana venivano serenamente percorse da decine di bagnanti che non hanno ritenuto di dover attendere il collaudo di agibilità. Il tratto più affollato, e di gente a piedi più che di biciclette, è risultato proprio quello in prossimità del paese dove alloggiavamo. Mentre a Fossacesia la pista passa più lontano dal mare, ed il transito dei villeggianti si svolge sulle strade a ridosso della spiaggia, a Marina di San Vito i bagnanti provenienti dal borgo affollano il tracciato percorrendo a piedi la ciclovia anche per lunghi tratti. In prossimità di Ortona il rifacimento del fondo asfaltato non era ancora stato completato. Oltre a questo, la galleria detta dell’Acquabella, molto più lunga delle altre e con una curva a metà che impedisce di sfruttare la luce in entrata dal lato opposto, ha richiesto l’impiego di lampade per il transito (cosa che non ha ostacolato più di tanto il significativo viavai di ciclisti e pedoni in ogni occasione in cui l’abbiamo percorsa). Ad Ortona il sedime si riduce ad una pietraia e termina sotto uno svincolo stradale. Ho scoperto solo in seguito che il tracciato, ben sistemato, prosegue ancora oltre, ma le due tratte non sono al momento collegate. Dal lato opposto, oltre Fossacesia la ciclovia prosegue asfaltata ma in mezzo al verde, lontano dalla riva, fino a Torino di Sangro, poi per alcune centinaia di metri il sedime è di nuovo una pietraia sconnessa, fino al punto in cui è totalmente assente, franato a causa dell’aggressione dei marosi. Più oltre la ciclovia prosegue ancora fino a Vasto, ma la distanza da San Vito e l’impossibilità di riallacciarsi al tracciato senza percorrere tratti di strada fortemente trafficati ci hanno dissuaso dall’esplorazione.

Il mare
La costa abruzzese, almeno nel tratto da noi esplorato, è risultata estremamente bella e pulita, oltreché ricca di pesci a farci compagnia nelle sessioni di snorkeling. Le spiagge sono quasi tutte a ciottoli, problema aggirabile con le apposite calzature ‘da scoglio’. Le uniche spiagge sabbiose le abbiamo trovate ad Ortona e Fossacesia. In alcuni punti, sugli scogli e nel fondale, abbiamo riscontrato la presenza di anemoni, che abbiamo avuto cura di evitare di toccare. In una singola nuotata ci ha fatto compagnia una medusa solitaria, che è stata molto bella da vedere… a debita distanza.

Dotazione logistica
Sulle biciclette avevamo una coppia di borse da viaggio per trasportare il necessario: asciugamani, pranzo al sacco, maschere da sub ed una tendina aperta che ha degnamente sostituito il tradizionale ombrellone (potendo oltretutto richiudersi in un sacchetto di dimensioni poco superiori a quelle di un avambraccio), oltre alle suddette calzature da scoglio e ad una piccola telecamera con custodia impermeabile per le riprese subacquee.

Conclusioni
Sicuramente una proposta di vacanza adatta alle esigenze di coppie e famiglie cui piaccia muoversi in bicicletta, senza doversi sobbarcare l’impegno di un vero cicloviaggio. La presenza di una abbondante offerta ristorativa in loco, di ottima qualità ed a prezzi contenuti, ci ha consentito di fare (quasi) del tutto a meno dell’automobile, la cui unica funzione è stata di portarci a destinazione e riportarci a casa, restando poi parcheggiata ed inutilizzata per l’intera settimana.

Di cosa parla ‘La Principessa Scimmia’

Sto ragionando, in questi giorni, su quanto sia difficile raccontare di un libro di narrativa senza svelarne i dettagli della trama. Quando poi la trama è caratterizzata da un susseguirsi di situazioni del tutto inattese, risulta quasi impossibile spiegare i motivi di interesse senza finire con l’accennare a vicende che è importante non conoscere a priori. Il libro in questione è ‘La Principessa Scimmia’, da poco disponibile su Amazon.

Di cosa parla il mio racconto? Di molte cose. La protagonista è inizialmente una scimmia, che attraverso il coraggio e la determinazione riesce a riacquistare la propria umanità, solo per trovarsi ad affrontare il mistero della propria esistenza, della quale non ricorda nulla. La giovane donna inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta di se stessa e del mondo, ed attraverso una serie di prove dimostrerà le proprie capacità, e saprà farsi accettare per i propri pregi ed abilità. C’è quindi una componente che attiene ai racconti di viaggio, un’altra alle avventure fiabesche, un’altra ancora è rappresentata dalla ricerca e scoperta della propria identità, che nella storia si viene costruendo un pezzo alla volta.

Il racconto è diviso in tre parti nettamente definite, ognuna delle quali rappresenta il riappropriarsi di una porzione necessaria ed importante dell’identità della protagonista. Nella terza parte si lascia spazio a personaggi apparentemente secondari, che si mettono in moto per soccorrere la protagonista e devono perciò attraversare, ognuno nella sua specificità, un percorso di confronto e cambiamento, una messa in discussione delle proprie identità, dal quale escono tutti trasformati e più maturi.

L’universo fantastico che fa da cornice al racconto ha le proprie regole. Gli animali parlano tra loro, e si comprendono tutti, anche fra specie diverse, solo gli umani non parlano più la lingua degli animali, e non la comprendono più da millenni. La civiltà è di tipo pre-industriale. Esistono i maghi, ma sono pochi, e passano più tempo a studiare la magia che non ad esercitarla. I personaggi stessi, per quanto di fantasia ed, in qualche misura, improbabili (i moltissimi animali parlanti su tutti), vivono con estrema coerenza ed umanità la propria condizione, e si finisce con l’accettarli come persone reali.

La magia viene usata come escamotage narrativo, ma in chiave fortemente metaforica. Le trasformazioni che i protagonisti subiscono sono trasfigurazioni di situazioni reali, nelle quale ognuno di noi può trovarsi, o essersi trovato in passato. Umanità ed animalità diventano due facce della stessa medaglia, complementari e non auto-escludenti, trasposizioni di modi diversi di pensare e relazionarsi all’esistenza.

Il Bene ed il Male non sono entità astratte in contrapposizione, emergono semplicemente da diversi approcci alla vita. I ‘buoni’ sono personaggi semplici, attenti a quello che hanno intorno, empatici e rispettosi degli altri. I ‘cattivi’ sono individui vuoti, che non riescono a costruirsi motivi d’interesse all’esistenza non dipendenti dall’opinione altrui, che sono quindi obbligati ad assoggettare.

La scrittura si sforza di essere sempre presente alle vicende narrate. La prosa asciutta ed essenziale mira a fornire le informazioni necessarie e sufficienti a dare corpo e tridimensionalità ai personaggi ed alle situazioni descritte, senza appesantire inutilmente lo svolgersi degli eventi con dettagli sovrabbondanti e superflui, piuttosto lasciando all’immaginazione del lettore la costruzione degli scenari all’interno dei quali i personaggi agiscono.

Rispetto a ciò che accade è meglio non sapere nulla in anticipo. Essendo un viaggio di scoperta, di pagina in pagina ogni nuova rivelazione apre scenari prima inaspettati. Svelare troppo di quello che accadrà significherebbe togliere magia e mistero ad una storia che merita di essere assaporata un passaggio alla volta.

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura.

PS quadrato

La Principessa Scimmia

PS

Da poche ore è online su Amazon la mia ultima fatica. Si tratta di una fiaba un po’ dark, un racconto fantasy che si sviluppa con toni prima infantili, per poi maturare man mano che la vicenda procede. Il racconto di com’è nato questo libro è già, del suo, una storia che merita di essere narrata.

Nell’accompagnare a letto mia figlia, che ormai ha otto anni, le ho sempre letto storie scritte da altri. Si è addormentata con le fiabe dei fratelli Grimm, con Perrault, con Hans Christian Andersen. Poi le ho letto Il Piccolo Principe, il Pinocchio di Carlo Collodi (nella versione integrale), la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Sepúlveda ed altri ancora, finché non ha insistito perché le raccontassi una storia inventata da me.

Non sentendomi all’altezza, ho deciso di farle uno scherzo innocente, buttando là una fiaba per prenderla un po’ in giro. Siccome la bambina era in una fase di fissa per le principesse, le ho inventato una storia senza capo né coda.

‘C’era una volta una scimmia che voleva diventare principessa. Allora va in giro a chiedere a tutti gli animali “come posso fare?”. Tutti gli animali le rispondono che non si può. Alla fine si fa coraggio, va dal Leone e gli chiede “Re della foresta, come posso fare a diventare una principessa?”. Il Leone le risponde “Non si può!”, e se la mangia’.

Come previsto la nuova storia è stata accolta con notevole disappunto. “Papà, ma che storia è?”. “È la storia della scimmia”, le ho risposto io. E pensavo fosse finita lì. Se non che il giorno dopo mia figlia mi ha avvicinato con una richiesta: “Papà, la storia della scimmia… Puoi inventare un finale dove lei riesce a diventare principessa?”. E come si fa a dire di no ad una figlia?

Solo che, a quel punto, non mi potevo rimangiare le premesse. Gli animali non dicono bugie. Se le avevano detto che una scimmia non poteva diventare principessa, doveva essere vero per forza. Qui nasce il secondo colpo di scena della storia (il primo è come riesce a non farsi mangiare dal leone).

Continuando a sviluppare le idee, ho deciso che la vicenda meritava maggior dignità di un semplice racconto orale. Ho quindi scelto di scriverla, così come era scritto il Piccolo Principe, o Pinocchio, con una prosa adatta ad essere letta ad un bambino. Questo mi ha obbligato ad uno stile di scrittura nuovo, con frasi brevi, ed in cui per ogni battuta pronunciata viene anche specificato quale personaggio la pronuncia. Uno stile di scrittura adatto ad una lettura ad alta voce.

Ma le premesse mi avevano messo in una situazione molto difficile. Una volta che la scimmia (ri)diventa principessa, che tipo di principessa è? Che ci fa in mezzo alla savana? E sono le domande che si pongono sia il lettore che la protagonista. Comincia quindi un lungo viaggio alla ricerca di una storia passata di cui la ragazza stessa non sa nulla.

Scrivendo un pezzo alla volta, a gruppi di poche pagine, la storia prendeva forma e veniva raccontata a mia figlia, che non vedeva l’ora di scoprire le nuove avventure della principessa scimmia, interrogandomi tra una stesura e l’altra su cosa sarebbe successo. La storia prendeva forma in un bizzarro miscuglio di magia e realtà.

Mentre scrivevo, già dalle prime pagine, ho anche compreso che la narrazione poteva essere uno strumento per comunicarle una visione del mondo e delle relazioni umane, diventando uno strumento per insegnare, così come nelle antiche fiabe, delle lezioni di vita.

La scrittura stessa, procedendo in avanti, si è modificata per accogliere situazioni e soluzioni meno schematiche ed infantili quando ho iniziato a proiettarvi i miei timori per quello che attenderà mia figlia con la crescita, evitando di scivolare su soluzioni scontate e prevedibili. Il tutto nei confini di situazioni adeguate e comprensibili ad una bambina della sua età.

Una particolarità di questa storia è che si è articolata senza un’idea preconcetta di quello che sarebbe accaduto. Non ho costruito lo scheletro della storia, andandolo poi a riempire. Ho sviluppato la vicenda un passo alla volta, calandomi nei panni dei personaggi e facendoli agire in base a quello che era accaduto fino a quel punto.

Credo che questo contribuisca all’imprevedibilità delle situazioni, mentre un altro motivo di interesse sono i continui cambi di scenario e l’alternarsi dei personaggi di secondo piano, che entrano ed escono di scena portando con sé le proprie peculiarità e caratteristiche.

Una volta completato lo sviluppo dei personaggi e delle vicende, e confezionato il prevedibile lieto fine, ho quindi sottoposto il mio lavoro al vaglio di un ventaglio molto selezionato di amici e parenti, ricevendone pareri mediamente positivi. Questo mi ha convinto a pubblicare questo bizzarro ed improbabile oggetto letterario.

Mi sarebbe piaciuto farne una versione illustrata, ma fin qui non mi è stato possibile. Sarò contento se la storia piacerà. La sua funzione primaria, divertire mia figlia, è comunque assolta.

Il libro è acquistabile su Amazon in versione e-book. Nei prossimi giorni sarà disponibile per l’acquisto anche la versione cartacea.

N.b.: mi sono reso conto, a posteriori, di non aver detto molto sui contenuti del libro. Nell’intento di rimediare, ho proseguito il discorso.

L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

Vado elaborando, ormai da anni, una descrizione della realtà basta su relazioni di causa-effetto. L’idea di fondo è che l’esatta individuazione delle cause dovrebbe, almeno in teoria, consentire di intervenire sugli effetti. Quello che spesso emerge, tuttavia, nel corso dell’analisi, è che le cause prime sono molto più profonde e radicate di quanto appaia a prima vista.

Prendiamo l’esempio delle ideologie, rispetto a cui ho sviluppato un’analisi ormai diversi anni fa. Le ideologie, anche complesse (destra, sinistra, ambientalismo, progresso, ‘crescitismo’, capitalismo), emergono come strutturazione razionale di pulsioni più basiche, sepolte in profondità nella nostra psiche.

Le ideologie di destra emergono come formalizzazione di una pulsione istintiva alla competizione, retaggio di tutti gli esseri viventi. Quelle di sinistra rappresentano una concettualizzazione dalla spinta alla cooperazione, che discende dal nostro essere una specie sociale. Le ideologie del Progresso e della Crescita Economica Illimitata nascono come proiezione di una aspirazione al benessere, comune ad ogni essere vivente.

Le ideologie umane, tuttavia, modellano il mondo, generando nuovi problemi prima inesistenti. La questione più drammatica emersa negli ultimi decenni riguarda l’impatto delle attività umane sulla biosfera. Lo sfruttamento incontrollato dell’ecosistema da parte della specie Homo Sapiens sta causando la distruzione di una serie di realtà caratterizzate da elevata biodiversità, e la loro sistematica sostituzione con habitat artificiali finalizzati alla produzione di cibo per una popolazione insaziabile e tutt’ora in crescita.

Il fatto che tutto ciò non sia percepito come un problema dalla maggior parte della popolazione è indice di un travisamento di fondo, collettivo, della collocazione eco-sistemica dell’essere umano su questo pianeta. Anche su questo ho recentemente scritto, etichettando tale bias culturale con la definizione di Pregiudizio Antropocentrico.

Ma un singolo bias culturale da sé non può reggersi, perché finisce con lo scontrarsi con una serie di contraddizioni. A riprova di ciò, non tutte le culture umane appaiono afflitte da ‘Pregiudizio Antropocentrico’, in special modo ne sono distanti quelle rimaste legate ad un rapporto più profondo con la natura e i suoi equilibri. Quelle culture che la nostra arrogante autoreferenzialità bolla come ‘arretrate’.

La Natura nasce dal caos, e nel caos procede, con paletti definiti unicamente dalle leggi della fisica e della chimica molecolare. Le strutture organiche autoreplicanti emergono dal caos primordiale, ed in virtù della proprietà di riprodursi in innumerevoli copie, dati tempi lunghissimi a disposizione, finiscono col produrre le innumerevoli forme di vita che vediamo oggi. Nessun ordine, nessun progetto, solo popolazioni abbondanti e diversificate che competono per la sopravvivenza, generando un equilibrio dinamico e trasformandosi nel processo.

Nei fenomeni biologici, l’ordine è conseguenza di innumerevoli iterazioni di processi simili, su larga scala. Le popolazioni animali e vegetali si susseguono con continuità, interagendo in maniere complesse ed adattandosi in continuazione le une alle altre. Ciò può dar luogo ad un’apparente armonia, che è però unicamente il risultato, su larghissima scala, di un’innumerevole quantità di eventi casuali.

In questo scenario, dopo centinaia di milioni di anni, irrompe una nuova specie, la nostra, caratterizzata da un significativo sviluppo cerebrale. Un cervello in grado di osservare, comprendere e manipolare la realtà, sviluppatosi inizialmente con funzioni di mera sopravvivenza ma, in ultima istanza, diventato talmente complesso da interrogarsi su se stesso. Da questa unicità la nostra specie ha tratto l’idea di essere diversa e più importante delle altre.

Per supportare la tesi che l’Uomo fosse al centro dell’Universo occorreva contrastare l’evidenza dei fatti, elaborando una complessa ideologia che poggiasse su una quantità sufficiente di quelle che chiameremo ‘stampelle’ per potersi reggere in piedi. La prima di queste stampelle fu, con molta probabilità, la negazione della morte.

La consapevolezza della morte è una delle forme di sofferenza cui ci ha condannato lo sviluppo intellettuale del nostro cervello. Abbiamo trovato il modo di contrastare questa permanente afflizione mediante l’elaborazione del pensiero religioso e l’invenzione delle divinità, con la conseguente costruzione di sistemi di credenze finalizzate a negare la morte degli individui.

Questa elaborazione concettuale, che oggi accettiamo con facilità, deve essere stata altamente contro-intuitiva per i nostri antenati, abituati alla vita nomade di cacciatori-raccoglitori. Uno stile di vita in cui la morte doveva essere un’evidenza estremamente frequente (per quanto mitigata dall’elaborazione del lutto mediante riti funebri).

L’invenzione di un’anima divina, slegata dalla corruzione del mondo, è stata in grado di allontanare l’angoscia della morte, ma richiedeva la fabbricazione di una ulteriore ‘stampella’ ideologica a supporto, che fosse allo stesso tempo evidente e auto-giustificante. Nacque così l’idea di un Ordine Divino, avente il suo riflesso nell’Uomo.

Come abbiamo visto, in una ipotetica dicotomia ordine-caos, la natura appartiene al caos. L’uomo decide così di ‘chiamarsi fuori’, di appartenere ad un Ordine Divino, di aspirare all’immortalità. Nel fare ciò, mette insieme una serie di evidenze a supporto di tale tesi. Come esempi di ordine trova i cicli temporali determinati dall’interazione gravitazionale dei corpi celesti: l’alternanza di giorno e notte, il succedersi dei mesi lunari, i cicli delle stagioni, il ruotare incessante del cielo notturno, i moti dei pianeti.

Non è un caso che tutte le culture umane abbiano proiettato nel cielo il luogo delle divinità, come a sancire uno spazio in cui si manifesta l’Ordine (divino), distinto e separato dall’ambito terrestre, dominato dal caos. Nella regolarità dei moti celesti l’uomo antico proietta il suo bisogno di ordine, la sua aspirazione alla divinità ed in ultima istanza il desiderio di sfuggire alla morte.

Il concetto di Ordine si sviluppa, in parallelo, anche grazie alla crescita delle abilità cognitive ed attraverso i modi coi quali un cervello particolarmente sviluppato ci consente di manipolare la realtà circostante. Gli utensili, per risultare efficienti, devono essere fabbricati in una maniera precisa e sempre uguale; i ripari, anche quelli provvisori, vanno realizzati con criterio; i vegetali per l’alimentazione vanno scelti con attenzione, per evitare le varietà tossiche o velenose, e mescolati nelle esatte dosi.

Dovendo dipendere il benessere e la sopravvivenza dei gruppi umani dalla corretta applicazione di numerose regole, non è difficile immaginare come la leadership delle tribù preistoriche abbia finito col premiare proprio quegli individui più capaci di aderire ad un comportamento altamente strutturato, finendo con l’aprire la via all’idea di un Ordine Salvifico contrapposto ad un Caos potenzialmente mortale.

L’idea di Ordine si traduce, nel corso dei secoli, nelle prime scienze esatte, matematica e geometria, che si riflettono a loro volta nei primi monumenti dell’uomo (piramidi, colonne), nelle opere di irregimentazione idraulica e nell’organizzazione delle coltivazioni. Da questa prospettiva non è un caso che Scienza e Fede vadano letteralmente a braccetto, perlomeno fino ai tempi recenti.

Quello che accade, da Galileo Galilei in poi, è un progressivo distacco. La scienza matura una propria idea di Ordine Intrinseco delle Cose che non ha più necessità di una divinità a supporto. La religione, dal canto suo, non trovando più appigli nelle nuove scoperte scientifiche non può far altro che rinchiudersi a riccio sulla veridicità delle antiche scritture ed ostacolare, per quanto possibile, le nuove acquisizioni del sapere.

Sapere che si traduce ben presto in nuove tecnologie, in macchine sempre più sofisticate e complesse, in realizzazioni ingegneristiche strabilianti. La scienza diventa il nuovo alfiere del trionfo dell’Ordine, mentre alla religione resta soltanto la funzione di sollievo e conforto dalla paura della morte, anch’essa significativamente ridimensionata dall’avvento di nuove forme di distrazione (aka intrattenimento) via via più evolute e capillari.

Dato il quadro fin qui descritto, risulta evidente come a guidare l’evoluzione tecnologica della nostra specie sia stata, fin dall’antichità, l’adesione ad un’idea astratta di Ordine che ha dapprima incarnato, ed in tempi recenti sostituito, la figura divina. I nuovi sacerdoti di questa fede sono i grandi tecnocrati, architetti, progettisti, sviluppatori di software intelligenti e mondi virtuali.

E tuttavia l’Ordine umano, freddo e meccanico, si contrappone ai processi caotici propri del mondo naturale, determinando un conflitto permanente per il dominio del pianeta. È chiaro, a questo punto, il motivo per cui non siamo in grado di moderare l’impatto delle attività umane sulla biosfera: da un lato è il pregiudizio antropocentrico a suggerire che il nostro agire possa essere unicamente ‘buono e giusto’, dall’altro è l’idea, introiettata nell’arco di innumerevoli generazioni, di un Ordine (a suo modo divino, in quanto frutto di pura astrazione) sempre e comunque preferibile al Caos.

Un’idea analoga a quella formulata dallo scrittore e filosofo Robert M. Pirsig nel volume “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” con l’elaborazione di ciò che viene definito come Metafisica della Qualità, solo che la chiave di lettura è qui completamente rovesciata dall’evidenza che la Qualità (l’Ordine) è il motore stesso della distruzione del mondo.

Questa nuova consapevolezza mi mette a disagio, come pure realizzare quanto in profondità sia radicato il bisogno di Ordine nei modi in cui mi relaziono all’esistente. Perfino questo ragionamento, per dire, è espressione di un desiderio di Ordine. Subisco da sempre la fascinazione per le geometrie perfette, le idee astratte, la musica, la tecnologia, per tutto ciò che è regolare, preciso, esatto, prevedibile.

Proprio per questo, fatico enormemente ad accogliere la consapevolezza della fallacia e provvisorietà dei successi umani. È un’idea che mi addolora, perché in controtendenza con tutto quello che ho sognato e desiderato fin dalla fanciullezza.

E tuttavia resta innegabile l’evidenza del danno progressivo che stiamo producendo sull’ambiente che ci ha generati. In termini di perdita di biodiversità, di distruzione di habitat, di turbamento di equilibri sviluppatisi su un arco temporale di milioni di anni. E in qualche modo altrettanto evidente mi appare il concetto, attribuito ad Albert Einstein, che: “non si può risolvere un problema usando lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato”.

In conseguenza di ciò, non possiamo illuderci di poter risolvere un problema generato dalla tecnologia umana per mezzo della tecnologia umana. Non possiamo affrontare un dissesto prodotto dall’idea di Ordine applicando un analogo criterio, solo declinato diversamente.

Se vogliamo risolvere il problema causato dalle attività umane all’ambiente possiamo solo sospendere le attività umane. O tenerci il problema, e scommettere su quanto a lungo riusciremo a non farci sopraffare dalle ricadute indesiderate delle nostre azioni.

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Darwin, l’empatia e la violenza

The_ScreamI lettori di questo blog sanno che amo discettare occasionalmente su materie per le quali non ho formali competenze, ed è il caso di questo post. Il motivo che mi spinge a far ciò è che, di tanto in tanto, inciampo in questioni che non riesco a gestire con le chiavi di lettura fornite dalla narrazione corrente. Nel caso specifico, le esplosioni di violenza incontrollata.

L’esercizio della violenza appare vieppiù biasimevole ed incomprensibile quando avviene nei confronti di soggetti deboli, di norma donne e bambini. La società contemporanea ha iniziato recentemente ad interrogarsi su un fenomeno che ha preso il nome di ‘femminicidio’, e riguarda l’uccisione, da parte di un maschio, della compagna, o ex compagna, cui sia stato precedentemente legato da una relazione sentimentale.

Tralasciando i casi, per fortuna rari, in cui tale omicidio viene freddamente pianificato a tavolino e lucidamente posto in atto, nella maggior parte dei casi la molla che innesca il delitto appare essere fornita dall’ennesimo litigio, l’ennesima situazione di stress, a cui il maschio, non di rado obnubilato da sostanze psicotrope (alcol e/o droga) reagisce con forme di violenza estrema.

Altra situazione con cui trovo analogie sono gli infanticidi determinati da depressione post-parto. In questo caso è presente una patologia psichica relativamente nota e dai contorni definiti, ma resta, per quella che è la mia percezione, l’insensatezza di un atto inconsulto, non pensato, non pianificato. Infanticidio che, oltretutto, scatta solo per alcune donne e non per altre.

La terza forma comportamentale difficile da digerire sono gli eccessi di violenza sui minori, anche molto piccoli, che portano adulti, in genere maschi, ad infierire brutalmente su corpicini inermi per motivazioni futili come, ad esempio, un pianto incontrollato.

Il fattore comune a queste tre situazioni è, in molti casi, l’esplosione incontrollata, il gesto inconsulto, la perdita totale ed irreparabile del controllo sul senso del proprio agire. In alcuni casi ci troviamo di fronte ad individui dal temperamento abitualmente violento o sopra le righe, ma questo non può valere per le madri che uccidono i propri figli in preda a depressione.

Una chiave di lettura mi è stata fornita, quasi incidentalmente, da una fiction medica. Nella vicenda inscenata uno psicologo si trovava ad affrontare il caso di una bambina totalmente psicopatica, ovvero incapace di provare empatia con altri esseri umani che, nell’arco narrativo, aveva rischiato di uccidere il fratellino per un futile diverbio.

Lo psicologo, per evitare di rinchiuderla a vita in un istituto, cerca di insegnarle un metodo alternativo di gestione delle proprie reazioni, una strategia che le consenta di emulare le funzioni emotive che la bambina non è in grado di provare.

Da ipocondriaco latente quale sono, non ho potuto fare a meno di proiettare il problema su di me, e domandarmi: “non starò facendo anch’io la stessa cosa?”. In altri termini: non potrei essere anch’io uno psicopatico che emula le reazioni emotive con sovrastrutture razionali? Se così fosse, cosa accadrebbe nel momento in cui i meccanismi razionali, a seguito di stress intensi e prolungati, finiscano col cedere?

Questa interpretazione comportamentale potrebbe dar conto dei fenomeni sovra-descritti, in cui una momentanea perdita di controllo ha conseguenze devastanti sulla vita degli altri e sulla propria. Ma presupporre una tale percentuale di psicopatologie ‘auto-corrette’ mi è parsa una forzatura eccessiva. La realtà non è solo bianco o nero, presenta solitamente una vasta sfumatura di zone grigie.

Ancora una volta mi sono rifatto al pensiero di Darwin: cosa è un vantaggio, e cosa uno svantaggio, in termini evolutivi? Il comportamento sociale, quindi l’empatia, la capacità di comprendere, interpretare e fare proprie le emozioni altrui, è evidentemente un vantaggio: consente di formare gruppi, la cui efficacia in termini di sopravvivenza e riproduzione è superiore a quella del singolo individuo.

Ma se la cooperazione è un fattore chiave del nostro successo come specie, la competizione lo è altrettanto perché consente, all’individuo ed al gruppo, di difendersi dalle aggressioni, di sottomettere i ‘competitors’ ed in ultima istanza di accedere ad una maggior quantità di risorse.

Ma, e qui è il punto, come gestire queste due necessità tra loro conflittuali? Come passare dalla cura e l’affetto per il proprio gruppo/tribù alla necessità di combattere senza pietà tribù rivali e potenziali aggressori? Come passare dal ruolo di genitore affettuoso a quella di guerriero spietato?

La spiegazione che mi sono dato è che queste due nature fanno entrambe parte del nostro essere umani, separate da un confine che può essere, a volte, molto sottile. Sia la capacità di provare empatia che quella di non provarne fanno parte del successo evolutivo della nostra specie. E la gestione di questa profonda contraddizione risiede in meccanismi mentali, sviluppati ad-hoc, che possono occasionalmente incepparsi.

Così, per fare un esempio, possiamo essere profondamente empatici con alcune specie animali ‘di compagnia’, e parimenti non-empatici con altre specie animali di cui invece ci nutriamo. Non è raro, nel mondo contadino, che la stessa persona che al mattino gioca con il proprio cane, il pomeriggio sgozzi a mani nude un maiale: entrambi questi comportamenti sono funzionali al suo benessere ed alla sua sopravvivenza.

Se, pertanto, entrambi i comportamenti, empatico e psicopatico, sono vantaggiosi per la specie (o lo sono stati in un passato non troppo lontano, dato che il genoma umano è sostanzialmente immutato da diverse decine di migliaia di anni), la mia personale conclusione è che disporre della capacità di passare dall’uno all’altro rappresenti anch’essa un vantaggio.

Quindi dobbiamo abituarci a ragionare gli esseri umani come individui necessariamente dotati di questa doppia natura, empatica ed anempatica, in grado di passare senza soluzione di continuità dall’una all’altra se posti in condizioni di forte stress.

Questo significa che chiunque di noi può, in un determinato momento, ‘perdere il lume della ragione’. Perdere, cioè, la capacità di percepire gli altri come simili a sé, finendo col comportarsi da perfetto psicopatico per un ristretto arco temporale. L’assunzione di sostanze psicotrope (droghe o alcol) facilita questa transizione di stato mentale.

Essendo tale capacità, nel contesto odierno caratterizzato da una diffusa socialità, potenzialmente dannoso non solo per l’oggetto della violenza ma anche per il soggetto che la esprima, l’unico suggerimento che si può dare ai singoli è quello di evitare, ove possibile, le situazioni capaci di generare stress elevati. Obiettivo che, di fondo, rappresenta la finalità di molte antiche filosofie orientali, in cui la ricerca della pace interiore attraverso forme di meditazione non ha altro intento se non la riduzione dell’accumulo di stress psicologico.

Dal punto di vista della collettività, se la tesi suesposta dovesse essere confermata da evidenze sperimentali, dovremmo darci modo di diagnosticare la potenziale fragilità di questo confine psichico in specifici individui, per indirizzarli verso stili di vita ‘a basso rischio’. Allo stesso modo i partner dovrebbero poter accedere a queste informazioni cliniche, in modo da poter agire di conseguenza.

Purtroppo la società attuale va in direzione diametralmente opposta, promuovendo forme di insoddisfazione (e quindi di stress) come motore dello sviluppo sociale, alimentando bisogni indotti e generando in forma diffusa situazioni esasperanti, non ultima la guida prolungata di veicoli a motore. Queste condizioni di ‘stress sociale’ si scaricano, in ultima istanza, all’interno dell’unità minima, la coppia o la famiglia.

Non è un caso se le culture a capitalismo avanzato, che più spingono sull’accelerazione di questi fattori di stress, siano anche quelle dove l’uso di sostanze psicotrope sia più elevato, e le esplosioni di violenza irragionevole avvengano su più larga scala.

L’esperimento sociale in cui viviamo immersi da decenni ormai, consistente nell’inurbazione forzata di masse crescenti di individui e nella competizione economica tra diverse nazioni pur in assenza di conflitti espliciti tra le stesse (le guerre), finisce con lo scaricare la distruttività accumulata ed inespressa sugli elementi più deboli della catena: i singoli individui, finendo con l’innescare esplosioni di violenza incontrollata ed insensata proprio in virtù di un meccanismo che, in un lontano passato, ci ha invece aiutato a sopravvivere.

La scomparsa della civiltà contadina

Quest’estate ho trascorso parte delle ferie in due paesini di montagna. Il primo è Pianello di Cagli, nelle Marche, paese originario di mia madre, dove ancora vivono molti dei miei parenti. Il secondo è Aggius, in Sardegna, dove ho alloggiato nella casa di un caro amico.

Entrambi i paesi appaiono esteriormente in buone condizioni. Le case sono in larga parte ristrutturate, rifinite, ordinate. Entrambi si mostrano in uno stato migliore, oggi, rispetto agli anni passati. Ma è una salute di facciata, un’apparenza, un simulacro conservato dall’affetto.

Gli edifici restaurati sono, in larga misura, ‘case per le vacanze’ e restano vuoti per la maggior parte dell’anno. I giovani, spesso ormai ex-giovani, si sono da tempo spostati nelle città, in prossimità di opportunità lavorative. I residenti fissi, lentamente, invecchiano e muoiono.

Sono le fasi conclusive di un processo di progressivo abbandono iniziato quasi un secolo fa con la comparsa delle macchine agricole nelle campagne e portato a compimento nel dopoguerra, con la definitiva transizione dalla mezzadria all’agricoltura meccanizzata.

Questo passaggio di consegne ha significato da un lato l’eliminazione di gran parte del lavoro manuale ed animale necessario alle produzioni agricole, dall’altro il progressivo abbandono delle terre ‘marginali’, ovvero quei campi collocati in luoghi impervi, in genere troppo piccoli perché ne fosse economicamente redditizia la coltivazione.

Per secoli l’agricoltura ha rappresentato il motore dell’economia, con lo sviluppo di piccole comunità obbligate alla prossimità con i luoghi di produzione. Il lavoro nei campi, dall’aratura al raccolto, veniva effettuato a mano e con l’aiuto di animali, questi ultimi utilizzati anche per la produzione di latte, uova e formaggi, ed in ultima istanza come cibo.

Delle vacanze della mia infanzia a Pianello ricordo che i nonni avevano ancora piccole stalle con animali, una grande per le due vacche che trainavano il ‘biroccio’ (un carro a ruote), poi le galline, i maiali, i conigli (nell’orto), i piccioni. Questi animali, e piccoli appezzamenti di terreno, minuscole vigne e frutteti, facevano della famiglia di mio nonno una delle più ricche del paese. Avevano di che mangiare ed un surplus di prodotti da commerciare in grado di garantire un moderato benessere.

Il boom economico degli anni ‘60 cambiò tutto. L’agricoltura meccanizzata e l’allevamento industriale produssero un declino nei prezzi delle derrate alimentari. Ciò che significò da un lato cibo in abbondanza per tutti, ma sancirono la fine delle economie rurali preesistenti, il progressivo abbandono delle campagne e l’urbanizzazione ‘forzata’ dei giovani, assorbiti dalle nuove produzioni industriali.

A tamponare in parte il problema fu la diffusione dell’automobile privata, che consentì ad una parte delle nuove generazioni di continuare a vivere nei piccoli borghi montani pur lavorando altrove, nelle piccole e medie industrie manifatturiere delle città più vicine. Molti, tuttavia, finirono inurbati nelle grandi città.

Tutto ciò che era stato tipico di una civiltà contadina, povera ma energica e vitale, finì in un lento oblio. I campi lasciati incolti, i frutteti abbandonati, le stalle vuote e fatiscenti, come pure, con la scomparsa degli anziani, la maggior parte delle case.

Quelli che resistettero all’esodo, della generazione di mia madre e mio padre, sono nel frattempo diventati anziani, e mantengono ricordi ed affetti legati ad uno stile di vita più semplice ed umano. Una generazione ormai prossima alla totale scomparsa. I loro discendenti, la mia generazione, sono finiti dispersi nel vasto mondo. Solo pochissimi restano legati ai luoghi di origine, a gestire un minimo di commercio, somministrazione e ristorazione, prevalentemente nella stagione estiva.

Quello che spaventa di più, in tutto questo processo, è la scomparsa di saperi, competenze ed abitudini. Una semplice diminuzione nella disponibilità energetica globale sarà capace di rendere antieconomico l’attuale andirivieni motorizzato, e a quel punto chi sarà nuovamente in grado di prendersi cura dei campi? Chi si occuperà degli animali? Ci potrà di ridar vita ad un’economia ed un modus vivendi ormai cancellati dalla memoria?

Tra mia madre, che da bambina portava le pecore al pascolo sulla montagna, e me, cresciuto negli anni ‘70 ed ‘80 in una grande città come Roma, c’è già un gap esperienziale incolmabile. Chi dovrà riprendere in mano la situazione, quando il paradigma dovesse nuovamente cambiare (e i segnali ci sono tutti), sarà l’attuale ‘generazione smartphone’, o la successiva, ancora più alienata e cibernetica.

Confido che in qualche modo ce la faremo, ma credo anche che ne usciremo con la sensazione di aver barattato qualcosa di vero e prezioso, se non le intere nostre vite, con l’ennesima, aggiornata e tecnologica, manciata di perline luccicanti.

E mentre i piccoli borghi montani lentamente si svuotano, declinano e muoiono, nelle città crescono periferie disumane ed agghiaccianti, sintomo di un male dal quale troppo a lungo abbiamo distolto lo sguardo.

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Vittime disfunzionali

C’è una questione che angustia i ciclisti e, più in generale, tutti quelli che si occupano di sicurezza stradale. Riguarda i ‘due pesi e due misure’ che i mass-media praticano rispetto alle vittime da incidentalità stradale. I morti e feriti sulle strade sembrano appartenere ad un popolo ‘di serie B’: se ne parla soltanto in occasione di eventi eccezionali.

In realtà, nell’economia dell’informazione, ed in senso più lato della politica, i morti hanno pesi e funzioni diverse. Esistono morti ‘funzionali’, ovvero in grado di attivare meccanismi di restituzione (di denaro, di attenzione, di immagine), e morti ‘disfunzionali’, per i quali questi meccanismi non si attivano. Le vittime della strage stradale attengono a questa seconda categoria.

Prendiamo il caso dei migranti annegati. Questa tipologia di vittime è in grado di produrre dibattito politico (è uno di quegli argomenti che i partiti solitamente utilizzano per distinguersi in base allo schieramento), quindi attenzione mediatica, i giornali possono farci sopra articoli e vendere spazi pubblicitari, i politici guadagnare attenzione e visibilità.

Evidentemente morire in mare non è sufficiente per innescare un dibattito politico, serve il momento adatto, uno scandalo da oscurare, l’assenza di dibattiti seri. Mancando queste condizioni anche l’affondamento dell’ennesimo barcone passa inosservato. I morti tornano ad essere ‘disfunzionali’ come gli altri.

Alcune tipologie di morti da incidentalità finiscono col bucare l’attenzione mediatica, ma solo se accompagnate da fenomeni di contorno. È il caso dei due bambini investiti e uccisi sulla porta di casa da un SUV guidato da rampolli delle locali famiglie mafiose. Ecco quindi un ricamare sulla criminalità organizzata, sul meridione ed altre sfaccettature assortite che giustificano l’attenzione dei giornali.

Analogamente, il caso del genitore che va fuoristrada mentre si sta filmando col telefono, causando la morte dei due figli in macchina con lui, smuove corde profonde. C’è il dolore per le vite innocenti spezzate, il biasimo sociale per il padre snaturato, la critica sociologica all’impatto dei social-media sui comportamenti devianti. Tutta roba per cui vale la pena sollevare l’attenzione collettiva.

Per l’anziano investito sulle strisce pedonali, per il ciclista buttato fuori strada dal distratto di turno, per il giovane che sopravvaluta la tenuta di strada del proprio veicolo, questi meccanismi non si attivano più.

Il lettore medio rifugge le disgrazie ‘generiche’, gli danno ansia, pensa: “succederà anche a me?”, non è in grado di trarne indicazioni utili (di guidare più piano e con più attenzione non se ne parla), ed in ultima istanza non sono morti politicamente strumentalizzabili, dal momento che il partito dell’automobile è assolutamente bipartisan.

Sono morti e disgrazie non monetizzabili, né in termini di attenzione, né di polemica politica ed in ultima istanza di inserzioni pubblicitarie. E se consideriamo che i principali inserzionisti della carta stampata sono attualmente le case automobilistiche, questo chiude definitivamente il cerchio.

La questione ambientale (quinta parte)

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(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Mi domandavo, al termine del precedente post: ‘cosa è possibile fare per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta e della nostra stessa specie?’ (che è un po’ la mia personale “Grande Domanda sulla Vita l’Universo e Tutto Quanto”, per parafrasare l’umorista inglese Douglas Adams). L’analisi sviluppata fin qui suggerisce una soluzione tanto semplice quanto impraticabile: disfare tutto quello che abbiamo fatto, come specie, dall’età della pietra fino ai giorni nostri.

In soldoni dovremmo iniziare a tutelare (seriamente) e progressivamente ampliare gli habitat ancora intatti, sospendere le attività di caccia e pesca a livelli industriali, pianificare una progressiva riduzione della popolazione umana, smantellare via via le propaggini delle città non più necessarie, interrompere le attività estrattive di minerali e combustibili fossili, rinunciare alle produzioni industriali su larga scala, riconvertire l’agricoltura e l’allevamento, azzerare l’inquinamento.

Il motivo che rende questa soluzione impraticabile è evidente. Lo sviluppo tecnologico ha risposto a bisogni archetipi dell’animo umano: sicurezza, stabilità alimentare, desiderio di agiatezza e di forme ricreative, volontà di dominio. Questi bisogni profondi sono ancora lì, costituiscono parte integrante delle principali culture globali e dell’immaginario collettivo, non possono essere ‘spenti’ a volontà, semplicemente schiacciando un bottone.

E tuttavia quest’ansia ‘consumista’ sta, per l’appunto, consumando il mondo, e presto o tardi dovrà fare i conti con la sua finitezza. Le risorse energetiche fossili sono, a detta di molti, già in via di esaurimento, con chiari indicatori che la parte restante sarà più difficile da estrarre o, in altri termini, più costosa, e non potrà alimentare una ‘società dei consumi’ energivora come l’attuale. Quando ciò avverrà ognuno di noi dovrà ridimensionare le proprie aspettative.

Secondo uno studio di diversi anni fa, se paragoniamo l’energia messa a disposizione dall’estrazione di petrolio con quella generata dal lavoro muscolare, ogni abitante del mondo occidentale ha a disposizione l’equivalente di 100 schiavi dell’antichità. Quando questa disponibilità, come è altamente probabile, comincerà a ridursi o finirà col mancare del tutto, dovremo abituarci all’idea di un mondo in cui si lavora di più per ottenere meno.

Nel transitorio potremmo, se saremo in grado di volerlo e, soprattutto, se non finiremo a subire gli effetti di comportamenti irrazionali, pianificare tutta una serie di azioni per ridurre gli inevitabili disagi. La strada per un rientro ‘dolce’ entro parametri di sostenibilità ambientale appare tuttavia molto stretta e costellata di questioni irrisolte.

Si pongono pertanto due distinti ordini di problemi: da un lato motivare l’umanità a cambiare rotta, agendo in maniera diametralmente opposta a quanto fatto per millenni, dall’altro pianificare un percorso in grado di riportarci ad un equilibrio non distruttivo con la biosfera. È evidente come le due questioni siano strettamente intrecciate, dal momento che più difficoltosa sarà la rotta tracciata, più ardua l’opera di convincimento.

Il previsto aumento dei costi energetici, legato ad una futura scarsità di combustibili fossili e più in generale di risorse cui attingere, causerà un’instabilità del modello dei consumi attuale, con ricadute politiche e sociali complesse. Ad aggravare il quadro, la ridotta disponibilità di energia porterà con sé un aumento generalizzato dei costi di estrazione e raffinazione delle materie prime e si tradurrà in un’impennata dei costi dei manufatti che lascerà poco margine ad ulteriori spinte consumiste.

Nell’ipotesi, a mio parere molto remota, che si riesca a cavalcare la tigre dello scontento popolare ed indirizzare le diverse società mondiali sulla via di un riequilibrio con la disponibilità reale di risorse, proverò a delineare un percorso di graduale rientro dell’attuale cultura dello spreco all’interno di parametri di sostenibilità ambientale.

Il primo punto su cui lavorare è la riduzione dell’inquinamento in tutte le sue forme, dal momento che è il fattore che maggiormente sta attentando alla funzionalità degli ecosistemi superstiti. Appare evidente come questa esigenza sia strettamente legata alla progressiva riduzione della produzione industriale, nonché dei posti di lavoro ad essa connessi. Dobbiamo smettere di fabbricare sciocchezze dalla vita utile brevissima ed investire su prodotti essenziali, robusti, di facile manutenzione, riusabili potenzialmente all’infinito e composti da materie prime pienamente riciclabili.

In quest’ottica dovranno essere bandite le plastiche monouso, in special modo quelle utilizzate per il confezionamento (packaging), mentre tutte quelle utilizzate nella componentistica di apparati complessi dovranno essere rese riciclabili. Un buon metodo per ottenere ciò sarà fare in modo che i produttori divengano responsabili degli oggetti fabbricati fino al termine della loro vita utile, attraverso un modello che escluda la vendita a privati ma punti sul noleggio. L’oggetto, al termine del periodo di noleggio, tornerà in mano al fabbricante, che ne dovrà curare la ricollocazione o il riutilizzo in forme diverse.

Questo ridurrà (sperabilmente eliminerà) il ricorso a pratiche come l’obsolescenza programmata, anche se avrà l’effetto di rallentare bruscamente l’innovazione nei campi di punta, come il mercato dei prodotti digitali. È altrettanto evidente come la soluzione proposta sia incompatibile con le logiche di ‘libero mercato’ attualmente in essere, richiedendo al contrario uno stretto controllo della macchina statale sulle dinamiche economiche. Questa esigenza sarà declinata in vario modo dai diversi sistemi di governo esistenti, non necessariamente in forme incruente.

Effetto collaterale della scelta di abbattere l’uso della plastica sarà una drastica riduzione della produzione e dello smaltimento di rifiuti, oltreché dei costi ad esse connessi, attualmente una delle maggiori criticità nella gestione dei contesti urbani.

Il secondo terreno di riduzione dell’inquinamento e dei consumi riguarda la mobilità, delle merci e delle persone. La riduzione nella produzione di materiali di consumo richiederà da sé una minor movimentazione di merci, quindi i principali interventi riguarderanno la mobilità individuale, stravolgendo l’abitudine all’automobile personale che ha dominato un intero secolo.

La proprietà privata delle automobili andrà in una prima fase sostituita da forme di noleggio. Questo comporterà diversi effetti, inclusa la riduzione dell’attaccamento feticistico al singolo oggetto/veicolo e l’esibizione dello stesso in termini di status. Le automobili torneranno ad essere strumenti d’uso, prelevati e restituiti a seconda delle necessità, soggetti a limitazioni legate alle esigenze del trasporto pubblico e della vivibilità dei quartieri.

Il grosso del trasporto collettivo nelle città dovrà svilupparsi mediante reti elettrificate su ferro, che collegheranno con rapidità ed efficienza le zone interessate. Sarà necessario progettare una ricompattazione dei territori urbani troppo dispersi perché un tale servizio sia efficiente, cosa che richiederà la ristrutturazione di interi quartieri, e si scontrerà con l’abitudine tutta italiana alla casa di proprietà.

Il quartiere urbano modello dovrà disporre di commercio di prossimità accessibile a piedi, strade e spazi pubblici vivibili, luoghi di ristorazione e ricreazione, aree per attività ginnica e sportiva. Dovrà avere in stretta prossimità una fermata del trasporto pubblico, che porterà in breve tempo nei principali luoghi d’interesse, culturali o lavorativi. Una ‘forma urbis’ già presente in diverse aree della città, che andrà estesa alle restanti.

Questa non è che la prima tappa di un ideale viaggio ‘indietro nel tempo’, che ci riporterebbe alla realtà di circa un secolo fa, sfrondando quanto di più superfluo e distruttivo è stato prodotto nel ventesimo secolo. Ovviamente l’abbandono delle cattive pratiche non significherà rinunciare completamente alle moderne tecnologie, ma semplicemente a quella parte di consumi più esagerata ed insostenibile.

Avremo ancora, e per diverso tempo, i televisori a schermo piatto e la telefonia cellulare, le luci a led ed il forno a microonde. Dovremo semmai abituarci ad andare a far la spesa a piedi, portandoci appresso i contenitori necessari: sacchetti, buste, bottiglie, perché quasi tutto sarà sfuso o imballato nella carta. Non disponendo più di automobili, faremo acquisti prevalentemente nei negozi vicino casa anziché nei grandi centri commerciali, che pian piano spariranno.

Come pure spariranno, per tutti i motivi sopra elencati, a partire dalla drastica riduzione nell’uso di auto private, le propaggini abitative disperse, a cominciare dai villini monofamiliari ‘immersi nel verde’. Questo processo avverrà spontaneamente, a cominciare da una rarefazione nel loro utilizzo per concludersi col totale abbandono, seguito dall’abbattimento e dalla riconversione degli spazi ad uso agricolo.

La progressiva riduzione nell’uso di automobili renderà superflua la manutenzione di buona parte delle attuali sedi stradali, producendo un declino della viabilità minore, per la quale i costi della stesa di nuovo asfalto diverranno insostenibili. Più in generale si andrà verso la riconversione di molte delle attuali attività lavorative con funzioni diverse: in una prima fase lavoreremo meno per consumare meno. Sul lungo periodo le facilitazioni prodotte fin qui (macchine, tecnologie, infrastrutture) tenderanno a decadere e guastarsi, quindi in capo a poche generazioni finiremo col tornare a lavorare principalmente per il sostentamento alimentare.

Potrà bastare, quanto sopra descritto, a salvare il pianeta dall’aggressione umana? No, a meno di porre ulteriori paletti e limitazioni, sulle quali varrà la pena di sviluppare un ulteriore approfondimento. Orientativamente: per quanto la civiltà di un secolo fa fosse meno invasiva ed aggressiva dell’attuale, lo era significativamente di più rispetto a quella medioevale. E quella medioevale era, a sua volta, più invasiva ed aggressiva di quella dell’età della pietra.

Dovremo pertanto ragionare sul concetto stesso di sostenibilità, o meglio: su quale arco temporale possa protrarsi tale ipotizzata sostenibilità. E cominciare a mettere in discussione ben di più che non la sola oggettistica superflua, le modalità di spostamento o le abitudini ricreative. Molto probabilmente dovremo rimettere in discussione l’attuale idea di libertà.

(continua)

Le città malate

Premessa

Ho iniziato ad usare con continuità la bicicletta oltre trent’anni fa, sul finire degli anni ‘80. All’epoca molte realtà europee iniziavano a muovere i primi passi (Austria, Germania) o a sviluppare progetti partiti oltre un decennio prima per migliorare la vivibilità delle proprie città (Olanda, Danimarca). In Italia il movimento ambientalista aveva iniziato a portare all’attenzione dell’opinione pubblica i temi dell’inquinamento, del traffico, della vivibilità dei centri urbani. Per molti e diversi motivi questi temi non si sono mai tradotti in politiche efficaci.

Ho avuto modo di misurare sulla mia pelle il generale peggioramento della situazione nella città in cui vivo (Roma) e, in qualche modo a distanza, nel resto del territorio nazionale. Nel corso degli anni le amministrazioni che si sono succedute alla guida della città hanno operato con diversi approcci alla questione della mobilità ciclistica. Nessun intervento ha prodotto trasformazioni importanti. L’unico cambiamento misurabile è consistito in un aumento incontrollato del traffico veicolare.

A lungo le realtà associative (più o meno formali) dei ciclisti urbani si sono interrogate sui motivi di tali esiti fallimentari, individuando di volta in volta gli errori presenti nelle soluzioni proposte dagli ‘esperti’ di mobilità. Ad ogni successivo passaggio si sono suggeriti approcci differenti, evidenziando nuovi errori ad un più alto livello della piramide decisionale.

Quello che credo di aver compreso, tardivamente, è l’esistenza di un errore di fondo ancora più a monte di quanto inizialmente immaginato. Una mancata comprensione talmente grave e radicale da lasciare interdetti.

Il passato

“Gli’è tutto sbagliato! Gli’è tutto da rifare!” (Gino Bartali)

Le primissime realizzazioni per i ciclisti a Roma (giunte Rutelli, negli anni ‘90), furono i due segmenti della Ciclabile Tevere, l’asse di viale Giulio Agricola/Nobiliore e la pista su viale Angelico. I segmenti ciclabili realizzati sugli argini fluviali risultarono molto apprezzati, ma unicamente per finalità ludico/ricreative, vista la loro collocazione pressoché totalmente scollegata con l’abitato. A ciò venne proposto, come correttivo, la riconnessione mediante riutilizzo delle banchine fluviali, opera realizzata nei primi anni 2000.

L’asse di viale Giulio Agricola risultava invece del tutto infruibile a causa di grossolani errori di progettazione, grandi e piccoli. L’attenzione dei ciclisti si concentrò sulla richiesta che i responsabili delle sistemazioni per la ciclabilità disponessero di competenze specifiche sulla materia, e consultassero gli utenti finali prima di procedere alle realizzazioni.

Poco dopo il passaggio al nuovo millennio una nuova ondata di corridoi ciclabili piovve sulla città, grazie all’interesse del sindaco Veltroni e dell’assessore Dario Esposito. Queste nuove realizzazioni accoglievano in parte le critiche delle comunità ciclistiche, ma presentavano del loro nuovi problemi. I segmenti di piste ciclabili si sviluppavano in collocazioni inessenziali, non rispondenti a reali esigenze di mobilità, scollegate l’una dall’altra e financo da esse stesse. Il caso più plateale fu il corridoio ciclabile di viale Palmiro Togliatti, richiesto come collegamento tra Cinecittà e Ponte Mammolo e formalizzatosi in due spezzoni non comunicanti, uno all’altezza di Centocelle, l’altro di Colli Aniene.

Ci volle un po’ per mettere a fuoco l’errore alla base di questo ennesimo fallimento, ovvero l’assenza di una visione complessiva della città e delle esigenze dei ciclisti. Fu quindi avviato un lavoro di disegno di rete ciclabile su scala cittadina (BiciPlan). Purtroppo, come le realizzazioni pratiche di un decennio prima avevano ignorato gli elementi fondamentali della pratica ciclistica, le elaborazioni concettuali del decennio successivo finirono con l’ignorare comportamenti e motivazioni degli utenti finali, disegnando una rete scarsamente calzante coi dati reali, emersi in seguito (ECC 2014), sull’uso della città da parte dei ciclisti.

Di nuovo, un ulteriore errore fu individuato nell’idea di poter aggiungere funzioni ad una rete viaria ormai satura senza penalizzare l’utenza motorizzata, che ne occupa la porzione largamente maggioritaria, limitandosi invece a togliere spazi ai pedoni e relegare i flussi ciclistici sulla viabilità marginale. Il già citato studio ECC 2014 rese evidente l’incongruenza di quanto sviluppato col precedente BiciPlan.

Il presente

Trascorsi molti anni (troppi, a mio avviso), ogni amministrazione ha operato dei microscopici passi avanti, senza tuttavia realmente ripensare l’impostazione autocentrica della mobilità. L’attuale governo cittadino, di cui pure ho fatto parte, ha preso atto dei precedenti errori e sta evitando di ripeterli nelle nuove realizzazioni. Purtroppo nuovi errori sono in agguato, perché le forme mentis che hanno guidato l’infrastrutturazione pregressa della città sono ancora in essere.

In particolare l’idea, fallace, che un contesto urbano più vivibile (e, nello specifico, più ciclabile), possa emergere dalla somma di una serie di progetti fra loro autonomi, per quanto parzialmente coordinati. Interventi circoscritti, definiti in ambiti spazialmente ristretti, effettuati con l’idea di una ‘messa in rete’ solo in tempi successivi. Tale approccio produce una costante parcellizzazione dell’azione, che riflette l’assenza di una vision complessiva e finisce col produrre segmenti di viabilità ciclabile che, seppur realizzati con tutti i crismi, faticano a relazionarsi col circostante tessuto urbano.

Questa cosa appare evidente alla luce delle opere messe in cantiere dal municipio di cui sono stato assessore alla mobilità, e per le quali ho seguito nel dettaglio la fase progettuale. I tecnici coi quali mi sono interfacciato, abituati a ragionare per ambiti circoscritti, hanno faticato a concepire l’idea che gli spezzoni ciclabili progettati (estesi spesso per poche centinaia di metri) dovessero avere un ‘prima e un ‘dopo’. Che i ciclisti che li percorreranno avranno una provenienza ed una destinazione, e che ciò sia destinato a riflettersi sulla fruibilità complessiva delle infrastrutture.

Più in generale continua a mancare la consapevolezza che la rete viaria sia un organismo le cui parti devono poter comunicare con efficacia, e che lo sviluppo di una mobilità ciclabile non possa prescindere dalla continuità di fruizione della rete stessa. Questo obbliga, direi impone, tutta una serie di passaggi di definizione puntuali da compiere prima di scendere nel dettaglio delle singole realizzazioni, pena ritrovarsi, per fare un esempio, con una ciclabile realizzata sul lato sbagliato di una sede stradale, tale da risultare difficilmente accessibile dai flussi ciclistici.

Ammettiamo pure che quanto ipotizzato sia fattibile in tempi brevi, basterà?
A mio parere, no.

Le città malate

“Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” (Totò e Peppino)

Resta infatti un errore di fondo ancora più grave, che tuttavia sono riuscito a mettere a fuoco solo da pochissimo. Una carenza ‘a monte’ di ogni altro ragionamento successivo, consistente nella mancata definizione di un obiettivo finale cui puntare. Di un risultato misurabile. Si continua a ritenere che, operando una qualsiasi serie di interventi di mobilità leggera, si perverrà ad un generico ‘miglioramento della situazione’, senza stabilire a priori, quantitativamente, cosa si desideri realmente.

Potrei spiegare subito cosa intendo con ‘obiettivo finale’, ma preferisco fare prima un parallelo con la vita di tutti i giorni. Immaginerò pertanto la nostra città come un paziente affetto da problemi legati ad una cattiva gestione del proprio organismo. Possiamo pensare ad un grave obeso, con problemi di mobilità, pressione arteriosa, affaticamento cardiaco, colesterolo (aggravati da problematiche psicologiche meno immediatamente quantificabili).

A fronte di un tale quadro clinico l’approccio medicalmente corretto non consisterà nel curare i sintomi, prescrivendo l’assunzione di una serie di farmaci, ma imporrà una revisione complessiva dei comportamenti alimentari e dell’attività fisica, pianificando un ripristino delle condizioni fisiologiche ottimali. Nessun serio professionista della medicina liquiderà un paziente gravemente obeso con la frase: “lei è grasso, provi a mangiare meno e vediamo che succede…”

Si lavorerà invece a pianificare una razionalizzazione dell’apporto alimentare, definendo con esattezza un piano dietetico che imponga le esatte quantità da assumere giorno dopo giorno per ogni singolo alimento (meno carboidrati e grassi, più vitamine e proteine). Il piano dietetico si integrerà con un analogo percorso di esercizi fisici che, al pari dell’apporto alimentare, andranno successivamente rimodulati man mano che l’organismo recupera equilibrio e tono muscolare: brevi e leggeri per iniziare, via via più intensi col procedere della terapia.

Perché, questo è il punto, siamo all’interno di un percorso noto. Sappiamo già quale è il risultato finale da ottenere: un rapporto equilibrato tra l’altezza dell’individuo, la sua massa muscolare, la massa grassa ed il peso corporeo. Non c’è nulla da inventare, solo definire una serie di passaggi per pervenire a tale risultato nei tempi e nei modi più consoni alla situazione del paziente. Possiamo modulare l’intervento su un arco di tempo più o meno lungo, ma sempre avendo ben chiari sia i passaggi intermedi che l’obiettivo finale.

Trasportato il parallelo allo stato di salute delle nostre città, nulla di tutto questo accade.

La diagnosi

La prima cosa che manca è proprio la quantificazione dello stato di salute dell’organismo città. Pretendiamo di intervenire su un organismo complesso, di cui il comparto mobilità rappresenta l’equivalente della circolazione sanguigna, senza un’idea precisa del suo stato di salute. Non sappiamo quali valori vadano ritenuti ‘normali’ e quali siano ‘fuori scala’. Siamo obesi senza rendercene conto. Conseguenza di ciò è che non abbiamo modo di definire obiettivi precisi da raggiungere. Interveniamo alla cieca sperando che qualcosa migliori.

È paradossale, per me, realizzare che mi ci sono voluti trent’anni per capirlo, ma la nostra cultura non ha mai prodotto l’idea che un organismo complesso come una città possa essere analizzato e trattato in termini di salute. Come diretta conseguenza del non poter quantificare lo stato di salute, non c’è nemmeno modo di definire una terapia.

La cosa più spiazzante, in tutto questo ragionamento, è che la maniera di definire una condizione di salute c’è, le competenze ci sono, manca solo l’idea di farlo. Se davvero ci mettessimo a tavolino non sarebbe difficile identificare una serie di parametri in grado di quantificare lo stato di benessere delle nostre città, partendo dai dati sanitari (percentuali di sostanze inquinanti, sedentarietà diffusa, stress e patologie psichiche), dall’efficienza dei sistemi trasportistici (congestione, occupazione di spazio, incidentalità), dalla qualità del trasporto pubblico all’accessibilità ai servizi per persone con limitate capacità motorie, ed altri ulteriori indicatori.

Senza contare che la salute è materia attinente all’ambito sanitario, non a quello trasportistico, di conseguenza l’ente competente è il Ministero della Sanità, non quello delle Infrastrutture. Riformulato il problema in questi termini ci rendiamo conto dell’errore di fondo, del perché siamo ‘obesi’ senza rendercene conto: le competenze tecniche cui abbiamo delegato l’organizzazione delle nostre città non possiedono le categorie mentali necessarie a valutare lo stato di salute delle città.

È come se chiedessimo un consulto medico ad un architetto o ad un ingegnere. Pur con tutta la buona volontà, non disporrebbero della preparazione specifica per il quesito posto. Alla stessa maniera stiamo applicando soluzioni meramente ingegneristiche ad un problema che ingegneristico non è, riuscendo unicamente ad aggravarlo.

Solo una volta formalizzata la diagnosi ed identificate correttamente le diverse patologie, diverrà possibile definire la terapia. Ci si potrà basare sul confronto con altre realtà (città) di pari dimensioni e popolazione, verificare i rispettivi livelli di salute, darsi degli obiettivi concreti e stabilire, in base alle risorse a disposizione, un arco temporale definito per il loro raggiungimento.

Scendendo nel dettaglio, un marker evidente (al pari della percentuale di grassi saturi nel sangue) consiste nel numero eccessivo di veicoli per abitante: Roma ne ha il doppio di Parigi ed il triplo di Londra. La terapia riguarderà una serie di interventi per ridurre questa sproporzione, pianificando l’arco temporale necessario perché le politiche abbiano effetto in modo da monitorare l’efficacia delle stesse. Ipotizzando, a titolo di esempio, una riduzione del 5% l’anno, dato un arco temporale di cinque anni si otterrebbe una riduzione complessiva (il famoso ‘obiettivo finale’) prossimo al 25%, che ci riporterebbe in prossimità delle realtà più ‘salubri’.

Un altro indicatore della salute del nostro sistema di mobilità sarà l’aumento del numero dei ciclisti, con i relativi ben noti benefici in termini di salute collettiva. Risultato ben diverso dall’obiettivo teorizzato fin qui, consistente in ’chilometri di piste ciclabili’. Come dimostrato dall’esperienza degli anni passati, ad un aumento dei chilometri di piste ciclabili (in special modo se mal collegate e collocate in posizioni marginali rispetto alla domanda di trasporto) non corrisponde necessariamente un aumento nell’uso della bicicletta.

Di fatto, se guardiamo alla letteratura relativa agli interventi di mobilità leggera realizzati nei paesi più avanzati del nostro, non è raro leggere affermazioni del tipo “la nostra città ha una percentuale di spostamenti in bici del (x)% ed intendiamo arrivare ad (y)% entro il tot anno”. Il tema della salute pubblica non viene correlato all’estensione della rete ciclabile, ma al numero di percorsi effettuati in bicicletta. Questa è la maniera corretta di affrontare il tema della qualità degli spazi urbani.

L’approccio proposto cambia completamente le modalità attuali di interazione tra la parte politica e le funzioni tecniche. Ad oggi i politici più attenti, dando prova di buona volontà, continuano erroneamente a ritenere un proprio compito (politico) stabilire a quali infrastrutture ciclabili dare priorità. Il mandato politico dovrebbe invece consistere unicamente nella quantificazione degli obiettivi di trasferimento modale da raggiungere (numero di utenti che passano da una forma di trasporto ad un’altra), delegando alle funzioni tecniche la definizione del percorso per pervenire a tale risultato.

La cura

Appare evidente come la questione delle trasformazioni urbane sia stata fin qui mal compresa ed ancor peggio gestita. Ci si è mossi senza una precisa definizione del problema da risolvere, col risultato che tutte le soluzioni proposte nel tempo non sono realmente riuscite a scalfire la questione di fondo della scarsa vivibilità degli ambiti urbani.

Ricapitolando: l’input dovrebbe partire dal governo nazionale, con un piano per la ‘salute delle città’ coordinato dal Ministero della Sanità. L’obiettivo iniziale consisterà nell’analisi dello stato di salute delle urbanizzazioni più popolose, onde poter impegnare fondi destinati a modifiche infrastrutturali orientate a produrre un miglioramento della salute pubblica nelle aree individuate e dar luogo, di conseguenza, ad un ritorno in termini economici sotto forma di minori spese sanitarie a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Il piano dovrebbe partire con l’identificazione degli indicatori da monitorare quindi, in base ai fondi disponibili, definire gli obiettivi da raggiungere a diverse scadenze temporali.

Le amministrazioni locali dovrebbero, in cascata, acquisire input e fondi ed attivare gli uffici per la pianificazione e progettazione degli interventi. Il mandato politico dovrebbe consistere unicamente nella supervisione dell’operato degli uffici e nella verifica che i diversi passaggi formali vengano effettuati nei tempi previsti.

Il monitoraggio periodico dei risultati, definiti dagli indicatori stabiliti dal Ministero della Sanità, potrà fornire un corretto ed esauriente riscontro dei progressi raggiunti dalle diverse città, e del conseguente miglioramento dello stato di salute della popolazione.

Conclusioni

Arrivato a questo punto mi trovo in una situazione imbarazzante. Da un lato non trovo nessuna ragionevole obiezione a quanto esposto fin qui, dall’altro non posso fare a meno di domandarmi come sia possibile che a partorire uno schema d’azione in fin dei conti ovvio debba essere un privato cittadino. Possibile che l’intero apparato statale di una delle principali potenze economiche mondiali non sia stato in grado di produrre una analoga analisi su un arco temporale tanto lungo?

Se ho ragione, e non riesco ad individuare errori nella mia analisi, cosa hanno fatto le istituzioni per… quanto? Trent’anni? Sessanta? Dov’erano? A cosa pensavano? Più in generale, a cosa serve uno Stato se non è in grado di prendersi cura della salute dei propri cittadini? Qual è la sua reale funzione?

Sono domande pesanti ma, in assenza di corretti input da parte del governo nazionale, le amministrazioni locali hanno scarso margine operativo, sia in termini economici, sia di scelte impopolari (p.e. promuovendo interventi di limitazione alla circolazione dei veicoli privati, da scontare nelle successive tornate elettorali).

Oltre a ciò, i benefici sanitari risultanti da tali onerosi ed impopolari interventi non si tradurrebbero in vantaggi immediati per le amministrazioni cittadine, che non hanno specifiche competenze in materia di salute pubblica né capitoli di bilancio. Stanti queste limitazioni i Comuni potranno al massimo dar vita ad interventi estemporanei, dettati dall’estro, dalla fantasia del singolo politico, interventi più di facciata che di sostanza. Esattamente quello che è successo negli scorsi decenni.

Queste considerazioni mi impediscono di essere pienamente soddisfatto della consapevolezza acquisita. Peggio, mi spaventano. Perché a questo punto vacilla la convinzione che il trend attuale possa mai essere invertito, come avvenuto in altri paesi europei. Quella convinzione che ho faticosamente alimentato nel corso di lunghi decenni, anche a fronte di evidenze del tutto contrarie.

Non posso concedermi l’arroganza di credere di essere arrivato per primo alle conclusioni suesposte: sono troppo ovvie. Quindi cosa è successo realmente negli ultimi decenni? Come e da chi è stato impedito che si prendessero le le decisioni necessarie a tutelare la salute pubblica? Temo che questa domanda continuerà a tormentarmi a lungo.

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