La solitudine dei filosofi

Nell’arco dei quasi sedici anni di vita di questo blog ho finito col maturare una inevitabile stanchezza. La voglia di scrivere non è scomparsa, a frenarmi non è un esaurimento della motivazione. È, piuttosto, la consapevolezza delle conseguenze di ciò che vado elaborando ultimamente.

La scoperta del meccanismo che origina i bias cognitivi ha rappresentato per me un punto di non ritorno, consentendomi di inquadrare la fragilità umana in tutta la sua varietà e complessità. La natura ci ha donato una straordinaria capacità di comprensione che risulta, al tempo stesso, uno strumento formidabile per comprendere la Realtà ed un costante attentato alla nostra stessa capacità di sopravvivenza.

L’estrema lucidità, l’estrema comprensione della natura del mondo, ci lasciano basiti ed inermi, soli al cospetto dell’inumana indifferenza del Cosmo. Solo i bias cognitivi ci aiutano a sopportare la ‘cruda realtà’, restituendoci consolanti fantasie esistenziali. Forme di auto-inganno di cui l’evoluzione ci ha forniti come aiuto per sopportare le avversità.

Da un po’ di tempo, probabilmente da sempre, la mia curiosità si è data a smontare questi costrutti. Il metodo scientifico, il continuo rimettere in discussione quello che pensiamo di conoscere, è un potente grimaldello in quest’opera di demolizione, il cui fine ultimo dovrebbe essere il raggiungimento di una comprensione chiara e lucida della realtà, non offuscata da millenni di inquinamenti culturali.

Tuttavia, più avanzo in questo percorso, più strada percorro sulla via della conoscenza, e più ottengo di allontanarmi dai miei stessi simili. Le verità che raccolgo sono spiacevoli, scomode da accettare, a tratti disperanti. L’Universo è senza senso, la civiltà umana è senza senso, le nostre vite sono senza senso. È possibile accettare questa realtà?

Personalmente, in qualche modo ci sto riuscendo, ma quel che vale per me non è detto che valga per tutti. Ho imparato in giovane età a fare a meno del conforto della fede, e più avanti ho finito col disfarmi di altre narrazioni confortanti, legate alla scienza ed alla politica. Realizzo tardivamente che potrei essere un’eccezione.

Nella vita non sono mai stato attratto dalla ricerca dello stordimento, ottenuto da molti con l’alcol e le droghe. Non mi sono mai ubriacato, mai sballato. Oggi posso leggere con lucidità queste forme di ricerca dello stordimento come segnali di fragilità, tentativi disperati di alleviare il ‘peso della vita’. La vita non mi è mai pesata, e in questo mi ritengo fortunato.

Nondimeno la vita è un peso per molti, soprattutto con l’avanzare dell’età, con la rinuncia ai sogni della gioventù, con la realtà di un corpo che perde colpi, con la scomparsa di persone care. Più si diventa fragili, più ci si aggrappa alle illusioni. È una reazione umana che non è possibile biasimare.

La mia ricerca intellettuale va in direzione opposta rispetto a questa necessità. Le persone hanno bisogno di illudersi per tirare avanti, io invece procedo a macinare queste illusioni, riducendole in polvere. E qui veniamo al punto: quale può essere il senso di condividere le mie conclusioni? Che utilità possono avere, non già per me, ma per chi le legge?

Se le persone hanno bisogno di credere, nell’essere umano, nella cultura, nella politica, nell’aldilà, nella scienza, negli ideali, che senso ha distruggere queste illusioni? Solo perché personalmente sono in grado di sopportare una tale consapevolezza, cosa mi fa ritenere di poterla infliggere con leggerezza a chicchessia?

Questo è il motivo per cui, ormai da settimane, sto girando a vuoto. Scrivo, pagine su pagine, inanello evidenze e relazioni, rapporti di causa-effetto, ma alla fine arrivo sempre al punto di domanda: a che serve, a chi serve, quello che sto scrivendo? Non trovo risposta, e le pagine restano ammucchiate nei files dove le ho stipate.

L’ultima domanda rimane, a questo punto, a cosa serva ancora questo blog. Al momento non ho una risposta. Non sono più la persona che lo avviò, quasi sedici anni fa. La mia vita è diversa, la mia consapevolezza è diversa, nemmeno il mondo è più lo stesso di prima.

Se smetterò di scrivere, come sembra probabile, lo lascerò aperto per i visitatori occasionali, come una stele assira in caratteri cuneiformi, a coprirsi di polvere digitale. Lo slancio che mi animava anche solo tre lustri fa si è col tempo esaurito, le aspettative rispetto alla rilevanza di questo strumento si sono pian piano prosciugate, ed al momento ho dubbi anche sulla sua reale utilità.

Senza voler essere pessimisti, non mi sembra verosimile un ritorno di fiamma, perlomeno in tempi brevi. Questo potrebbe essere l’ultimo post a tempo indefinito. Un saluto a chi mi ha seguito fin qui.

Bias culturali – l’idea di normalità

Credit: image from Pedro Szekely on Flickr

Comincerò con un aneddoto. Anni fa mi accingevo a tornare a casa dall’ufficio, in bicicletta. Un collega di lavoro, il tipo di persona che si identifica in un’automobile sportiva, uscendo dallo stesso edificio mi apostrofò con disprezzo: “Tu non sei normale!”. Per nulla turbato da tale considerazione gli risposi serafico: “Io non voglio essere normale”. Non ci furono repliche.

Un’analoga idea di normalità è recentemente riemersa nel corso della campagna elettorale. La destra ha suggerito l’idea di intervenire per correggere le ‘devianze’, intendendo con questo termine una serie di ‘derive comportamentali’, contrapposte ad una presunta ‘normalità’. Il punto è che discriminare la popolazione tra ‘normali’ da un lato e ‘devianti’ dall’altro è totalmente sbagliato.

In natura non esiste la normalità, semmai esiste una ‘prevalenza’ di alcuni caratteri su altri. Le caratteristiche prevalenti, in una specie, sono quelle che meglio si adattano alla situazione contingente, consentendo ai singoli individui, ai gruppi ed all’intera specie di prosperare. Tuttavia la natura, per mezzo della riproduzione sessuata e delle mutazioni casuali, si riserva margini di errore, producendo ad ogni generazione individui significativamente diversi dalla versione standard. Sono proprio questi individui che, al mutare delle situazioni contingenti, possono consentire ai gruppi cui appartengono di adattarsi e continuare a prosperare.

Per chiarire meglio il concetto citerò un esempio tratto da “L’Origine delle Specie” di Charles Darwin [1]. La lunghezza del pelo, in una qualunque specie animale, discende in linea diretta dalle condizioni climatiche standard in cui la specie vive e prospera. Un individuo che nasca col pelo più folto soffrirà il caldo, risultando svantaggiato nella competizione per la sopravvivenza e la riproduzione. Analogamente, un individuo dal pelo più corto soffrirà il freddo, con conseguenze simili. Questa forma di svantaggio fa sì che gli individui con caratteristiche difformi dai valori ottimali non abbiano la possibilità di alterare lo standard dell’intera specie.

Tuttavia, nel momento in cui le condizioni climatiche si trovino a variare, come ad esempio all’inizio di una glaciazione, saranno gli individui dal pelo più folto ad essere avvantaggiati, a sopravvivere e a riprodursi con maggior facilità. La loro esistenza rappresenta un margine di adattabilità fondamentale per preservare la specie dal rischio di estinzione. Inoltre, specie che si ritrovino, per un qualunque motivo, a popolare habitat diversi da quello originario, superato un primo periodo di difficoltà finiscono con lo sviluppare adattamenti specifici, locali, che risultano vantaggiosi nel nuovo habitat, diversificandosi dalla linea genetica di partenza.

La diversità fra singoli individui rappresenta pertanto una necessità nei processi evolutivi, e non solo non può essere eliminata, ma è al contrario fondamentale per garantire alle specie la necessaria capacità di adattamento alle eventuali trasformazioni degli habitat ed alla competizione con specie differenti. Basterebbe già questo per bollare determinate ideologie suprematiste, basate su idee come la ‘purezza della razza’, come Bias Culturali, ma c’è dell’altro.

Quando spostiamo l’attenzione dai singoli individui alle specie sociali osserviamo che non è tanto l’efficacia individuale a rappresentare la carta vincente, dato che il gruppo (mandria, stormo, banda, tribù, piccola comunità) agisce come un sovra-individuo, integrando le capacità dei singoli membri. In natura disporre di un ventaglio differenziato di abilità rappresenta un vantaggio. Un gruppo dotato di individui con abilità diverse riesce ad essere più versatile, e meglio adattabile, di un gruppo in cui tutti sanno fare più o meno le stesse cose.

Il vantaggio di mettere a sistema le singole abilità travalica l’appartenenza di specie. Come ho osservato personalmente in Sud Africa, branchi di erbivori di specie diverse pascolano abitualmente insieme, spontaneamente integrando i differenti acumi sensoriali per meglio individuare la presenza di predatori. Animali che hanno una vista scadente (i rinoceronti) possiedono per contro un ottimo olfatto, animali che hanno un olfatto scadente possono avere un ottimo udito, animali che hanno un udito scadente possono avere una vista più acuta. All’avvicinarsi dei predatori, la prima specie ad accorgersene fugge, e in questo modo allerta tutte le altre.

Analogamente, in un gruppo di umani è vantaggioso avere un ampio ventaglio di caratteristiche individuali, con alcuni più alti della media, altri più bassi, alcuni più forti e massicci, altri più veloci, come pure avere individui che metabolizzano meglio alcuni cibi, altri con una vista superiore alla media, o con un ottimo udito, o con un olfatto sensibile. Lo stesso vale per le caratteristiche psicologiche: alcuni individui possono essere più irruenti, altri violenti, altri emotivi, altri calmi, altri razionali. Non esiste una risposta unica ed ottimale a tutti i problemi, per questo è necessario generare e conservare un ventaglio di capacità e propensioni diverse.

Se le abilità di un singolo individuo sono definite dal suo personale patrimonio genetico, le abilità complessive del gruppo sono espressione del pool genetico collettivo. Quelle abilità particolari che nel gruppo risultino carenti, diventano oggetto di attrazione e desiderio sessuale nei confronti di membri di altri gruppi, portando di norma alla formazione di coppie fra individui appartenenti a diverse comunità.

Questo discorso vale anche per condizioni particolari, estreme e fortemente svantaggiose per i singoli individui, come possono essere i disturbi mentali, caratteriali o, limitatamente alla sfera riproduttiva, l’omosessualità. Nel momento in cui queste caratteristiche risultano in grado di procurare un vantaggio al gruppo, nonostante gli svantaggi derivanti ai singoli individui, esse vengono preservate all’interno del pool genetico (con una prevalenza ad esprimersi raramente).

In molti popolazioni native del Nord America, ad esempio, veniva riconosciuta una ‘doppia natura’ di alcuni individui, ossia il non essere così nettamente maschi o femmine (corrispondente a ciò che viene attualmente identificato con le etichette di omosessualità e transgender). Questi individui, anziché essere stigmatizzati o emarginati, come nelle culture coeve del Vecchio Mondo, venivano ritenuti più vicini alla realtà immateriale, al mondo degli spiriti, e finivano solitamente a svolgere la funzione di sciamani.

Nel ruolo di sciamani, sacerdoti o profeti potevano trovare spazi, status ed accettazione sociale perfino individui con disturbi mentali. Esistono condizioni fisiologiche, come l’epilessia del lobo frontale, che causano a chi ne soffre visioni mistiche perfettamente convincenti. Considerata l’importanza per una piccola comunità, in termini di collante sociale e capacità di resilienza, di convinzioni religiose riguardanti una realtà immateriale (comuni a tutte le comunità umane note, dalla preistoria ad oggi), risulta evidente come condizioni semi-patologiche possano essere state in grado, dato un particolare contesto, di generare vantaggi per le antiche comunità, ed essere perciò state preservate nel genoma attuale.

In linea di massima, una collettività comprendente individui con caratteristiche fisiche e mentali disperse su un ampio ventaglio di variabilità risulta più efficiente, compatta e capace di affrontare le difficoltà rispetto ad una composta da individui simili o del tutto identici. Questo discorso vale per tutte le forme viventi.

Un ambito dove risultano evidenti le conseguenze di una ridotta variabilità genetica sono le produzioni agricole industriali, dove la disponibilità di sementi più produttive di altre ha portato all’avvento delle monocolture. La coltivazione su più ettari di terreno di piante geneticamente identiche fa sì che le piante stesse siano tutte identicamente attaccabili da un medesimo parassita, portando alla perdita di interi raccolti laddove la variabilità naturale ne avrebbe salvato una parte, quella diversamente in grado di resistere ai predatori.

Tornando al discorso iniziale, da dove nasce l’idea che la ‘normalità’ sia una condizione talmente desiderabile da renderla un totem, al punto da volerla forzatamente estendere all’intera popolazione? Da quale bias cognitivo emerge il Bias Culturale, promosso da partiti di destra e da molti integralismi religiosi (entrambi IdeoCulture), che bolla tali ‘devianze’ come difetti da dover ricondurre nell’alveo di una non meglio definita ‘normalità’? Nel mio modello interpretativo, nel momento in cui vengono diffuse idee in contrasto con le evidenze fattuali è chiaramente in atto un ‘processo di inganno’ [2].

Una buona parte dei processi di inganno si fonda su paure irrazionali. Una paura profonda è quella di essere noi stessi dei ‘devianti’, o di poterlo diventare, o che possano diventarlo persone a noi care, che dipendono da noi, o dalle quali noi stessi dipendiamo. Questo è conseguenza del fatto che le ‘atipicità’ comportano un bagaglio di difficoltà per gli individui che ne sono portatori, e nessuno desidera aggiungere ulteriori problemi a quella che è già la normale fatica di vivere. Il fatto stesso che i caratteri ‘atipici’ vengano espressi nel pool genetico in percentuali ridotte evidenzia la difficoltà che essi generano agli individui che ne sono portatori, riducendone l’aspettativa di vita ed il successo riproduttivo.

La normalità, ossia l’assenza di una qualsiasi eccezionalità, rappresenta quindi una ‘comfort-zone’ all’interno della quale le persone trovano rifugio da un’esistenza che non manca di produrre fatica e stress. L’idea di perdere tale condizione privilegiata, o che ciò accada ad una persona cara (trascinando con sé, nel disagio, l’intero nucleo familiare), è una preoccupazione diffusa. Oltre al fatto che forme estreme di scostamento dallo standard possono ben rientrare nella casistica delle patologie.

Se la comparsa di individui portatori di caratteristiche atipiche e svantaggiose ci pare ingiusta, va considerato che i processi di selezione naturale non sono modellati da esigenze etiche. In natura si producono spontaneamente individui con caratteristiche differenti, ed è solo la maniera in cui queste specificità riescono ad adattarsi alla situazione contingente a dettare la sopravvivenza o meno, ed il successo riproduttivo, del singolo individuo. Questo processo, come abbiamo visto utile e necessario a livello di gruppi e specie, comporta che molte delle ‘eccezionalità’ che si generano spontaneamente finiscano col tradursi in insuccessi, non di rado con conseguenze tragiche per i singoli individui.

Ad aggiungere ulteriore complicazione c’è l’impossibilità di tracciare un confine netto tra le ‘eccezionalità’ destinate al successo e quelle che conducono a forme di autodistruzione. A seconda del contesto sociale, o culturale, in cui vengano a manifestarsi, determinate caratteristiche fisiche e/o mentali possono condurre all’ascesa sociale o alla prematura scomparsa. Forme di irrequietezza intellettuale possono sbocciare in un talento artistico apprezzato da molti, o in una leadership carismatica, con conseguente successo sociale o, per ragioni totalmente fuori dal nostro controllo, deviare verso l’abuso di sostanze psicotrope (alcol e droghe) e addirittura condurre al suicidio.

In conseguenza di ciò, oltre alla naturale fascinazione, esiste un istintivo ed irrazionale ‘fastidio’ nei confronti degli individui con caratteristiche di eccezionalità. Fastidio che si aggrava nel caso di tratti platealmente svantaggiosi, come le disabilità fisiche o mentali, stante il riflesso istintivo ed irrazionale a temere di perdere ciò che riteniamo parte integrante del nostro essere individui, ovvero la salute fisica e mentale. Su queste preoccupazioni ed insicurezze è relativamente facile modellare ed alimentare narrazioni collettive consolatorie (Bias Culturali), finalizzate ad guadagnare consenso popolare e ad ottenere potere decisionale.

Va poi considerato un ulteriore fattore di scala, generato dai processi di massificazione che hanno operato negli ultimi secoli. In una piccola comunità, il cui obiettivo è la sopravvivenza spicciola, ogni individuo trova il modo di rendersi utile, anche nella sua diversità. Per contro, in una comunità allargata e scarsamente differenziata le caratteristiche ‘eccezionali’ finiscono col generare più problemi che vantaggi, ai singoli ed alla collettività. Da ultimo, i processi industriali hanno contribuito a mettere in buona luce l’uniformità, in contrasto con l’eterogeneità.

A partire dalla rivoluzione industriale si è compreso come solo i processi ‘normalizzati’ consentano di generare i massimi livelli di produzione, attraverso le economie di scala. Costruire un singolo componente ha un costo che può essere quasi totalmente ammortizzato nel caso se ne producano migliaia, attraverso la realizzazione di processi standardizzati. Una singola vite può essere realizzata al tornio, da un operaio specializzato, e costerà in proporzione al tempo/persona richiesto. Una vite identica può essere prodotta in migliaia di copie da un macchinario (il cui costo finirà spalmato su un numero estremamente alto di esemplari, pressoché azzerandosi) ad un costo infimo, pari a poco più del valore del metallo di cui è composta.

Questi processi hanno inevitabilmente influito sulla nostra percezione del valore delle cose, che viene correlato ai metodi produttivi: ciò che viene fabbricato in serie, in copie tutte identiche, è ritenuto affidabile anche se offerto a prezzi molto bassi, perché questo è lo standard al quale l’industria ci ha abituati. Da qui a trasferire questo giudizio sulle persone il passo è breve: tutto quello che si discosti più di tanto dalla ‘norma’ viene considerato semplicemente ‘difettoso’, come se la natura (o Dio, per chi ci crede) commettesse errori nel tentativo di produrre, con uno stampino, individui tutti perfettamente identici.

Da notare che, in campagna elettorale, alle parole della destra contro le ‘devianze’, da parte opposta si è contrapposto uno slogan parimenti privo di senso, “viva le devianze”, anch’esso frutto di una visione totalmente ideologica delle relazioni umane, ma di segno contrario. Le caratteristiche ‘eccezionali’ devono trovare accoglienza nella collettività, ma tale accoglienza non può ignorare le difficoltà ad esse connesse che ricadono, spesso con conseguenze negative, sui singoli individui e sulla loro cerchia relazionale.

Il linguaggio della politica, inevitabilmente, tende a rispecchiare il generale livello di consapevolezza collettiva. In questo caso risulta sconfortante il grado di semplificazione veicolato nella narrazione pubblica rispetto a tematiche sociali gravi e persistenti, se non addirittura in via di aggravamento. Un ulteriore riflesso di quanto lontano sia il sentire comune rispetto alle evidenze fattuali da tempo acquisite nella letteratura scientifica.

Nello specifico, il disagio di vivere, che in ogni individuo si declina diversamente, è la causa prima su cui intervenire. Depressione, alcolismo, violenza, stili di vita autodistruttivi, ne sono gli effetti, descritti come ‘devianze’. Il disagio di vivere discende a sua volta dall’interazione tra la nostra natura individuale, biologica, genetica, ed il contesto in cui questa natura si esprime. Se la natura individuale, nel suo ventaglio di espressioni, risulta immodificabile, stanti i tempi lunghissimi dell’evoluzione biologica, è invece il contesto in cui ci troviamo a vivere ad essersi radicalmente alterato nel volgere di pochi secoli, in una progressione inarrestabile.

La sensazione è che esista una volontà collettiva, inespressa e probabilmente almeno in parte inconsapevole, di applicare alla nostra specie gli stessi criteri di produttività mutuati dallo sviluppo industriale. Persa la necessità, propria dei piccoli gruppi umani del lontano passato, di difendere ed integrare gli individui portatori di ‘diversità’, si procede a rimuovere le ‘devianze’ dal corpus sociale, attraverso lo stigma, la repressione o il carcere, in un processo del tutto analogo all’eliminazione degli scarti di produzione all’interno di un processo industriale.

Veicolare, nella comunicazione collettiva, l’idea che occorra intervenire unicamente sugli effetti, le cosiddette ‘devianze’, scegliendo bellamente di ignorare le cause a monte, appare come un’operazione puramente demagogica: l’alimentazione di un Bias Culturale in chiave di puro opportunismo.

Esistono al contrario cause prime passibili di intervento, come l’organizzazione abitativa e sociale, le modalità relazionali e l’influenza dei vettori culturali, sempre più nelle mani dei grandi potentati economici, a differenza delle cause nel complesso ineliminabili, perché scritte nel nostro DNA collettivo, nel nostro bagaglio di biodiversità.

Questa consapevolezza dovrebbe portarci a ripensare l’intera organizzazione sociale e collettiva, a rimettere al primo posto i bisogni umani, schiacciati da un processo che ci sta progressivamente trasformando in automi. Un processo di massificazione e livellamento che, nel generare profitti astronomici, procede ad alimentare una narrazione collettiva mendace ed ottundente, tesa a sopraffare le nostre individuali, limitate, capacità intellettive.


1 – Meu amigo Charlie Darwin

2 – Competizione, cooperazione e inganno

La funzione ecosistemica dell’idealismo

Mi sono trovato a riflettere, recentemente, su quelli che nel modello darwiniano dell’evoluzione vengono definiti come ‘tratti giovanili’. In sostanza lo sviluppo degli individui segue una serie di passaggi, a cui corrispondono determinate caratteristiche fisiche. Alcune delle caratteristiche tipiche della fase giovanile vengono spesso perse nelle fasi successive.

L’esempio più eclatante ci viene dal mondo degli insetti. In queste forme di vita la fase giovanile (o larvale) è caratterizzata da individui profondamente diversi da quelli che emergono nella fase adulta. Le farfalle, ad esempio, escono dalle uova sotto forma di bruchi. Questa forma iniziale ha l’unica funzione di incamerare abbastanza cibo e materia organica per poter affrontare la metamorfosi che produrrà l’individuo adulto.

L’insetto adulto è una creatura sostanzialmente diversa dalla larva da cui ha avuto origine, dispone di arti ed organi che le consentono di volare, dell’apparato riproduttivo e di un sistema sensoriale differente. Alcune specie di farfalle non possiedono più nemmeno l’apparato digerente. La loro unica funzione, come forma adulta, è quella di accoppiarsi, deporre le uova nel volgere di poche ore, riprodurre la specie e quindi morire.

Il fatto che una specie trascorra, nella fase larvale, un arco di tempo molto più lungo di quello successivamente vissuto, in una forma sostanzialmente diversa, dall’individuo adulto, ci obbliga a riconsiderare l’idea antropocentrica di cosa sia un individuo, la nostra stessa funzione ecosistemica e l’importanza delle priorità dettate dalle esigenze di sopravvivenza.

Nel caso delle farfalle non possiamo limitarci a ritenere che la forma larvale sia unicamente funzionale allo sviluppo di un individuo adulto, e che necessariamente sia questo individuo a rappresentare “la specie”. Potremmo altrettanto correttamente affermare che l’individuo adulto rappresenti solo la fase terminale della vita dell’individuo, caratterizzata unicamente dalla funzione riproduttiva.

La conclusione probabilmente più estrema di questo approccio è probabilmente la definizione di una gallina come “lo strumento utilizzato da un uovo per produrre un altro uovo”. Da una prospettiva cellulare, il fatto di moltiplicarsi fino a produrre un individuo che risulta in grado di generare una copia, o meglio una nuova versione, della cellula originaria, è funzionale alla sopravvivenza della cellula stessa.

Un altro esempio inizialmente spiazzante, appreso grazie ad una discussione sui social, riguarda una particolare branca del regno animale che prende il nome scientifico di Tunicata. I tunicati sono forme di vita marine molto primitive, che passano la loro esistenza adulta in maniera non diversa dalle meduse o dai molluschi, vivendo come organismi filtranti, ovvero creature che estraggono dall’acqua che li attraversa i nutrimenti necessari alla sopravvivenza.

La caratteristica apparentemente bizzarra di queste creature è la presenza, nella forma larvale, di un organo detto notocorda, che è l’antenato della colonna vertebrale. La presenza della colonna vertebrale ha rappresentato un enorme successo evolutivo, consentendo di bypassare i limiti dell’esoscheletro sviluppato dagli artropodi producendo uno scheletro interno. La presenza di questo organo ha consentito lo sviluppo di creature di grandi dimensioni che hanno successivamente occupato buona parte delle nicchie ecologiche. I vertebrati, di cui anche noi facciamo parte.

Ma nei Tunicati la notocorda sparisce passando dalla fase larvale all’individuo adulto, lasciando un grosso interrogativo: come mai una caratteristica che si è dimostrata tanto vantaggiosa da consentire all’ordine dei vertebrati l’occupazione di una enorme varietà di nicchie ecologiche viene in questa specie abbandonata, lasciando l’individuo adulto privo della mobilità che essa garantisce? Per l’approccio classico appare come un controsenso evolutivo.

Una delle ipotesi che è stata formulata per spiegare questo apparente controsenso è che la notocorda si sia originariamente sviluppata per migliorare la mobilità delle larve, ed in seguito, attraverso meccanismi di conservazione delle caratteristiche giovanili ben descritti dai modelli evoluzionistici, abbia finito col mantenersi in una parte degli individui adulti, dando origine ad una prima speciazione che in seguito ha portato allo sviluppo delle migliaia di forme di vertebrati, dai pesci agli anfibi, che hanno a loro volta prodotto rettili, dinosauri e mammiferi, fino ad arrivare agli uccelli, diretti discendenti dei dinosauri.

Questa spiegazione obbliga, perlomeno me, ad un radicale cambiamento di prospettiva, perché distingue nettamente fase giovanile e fase adulta in termini di funzioni ecosistemiche svolte. La fase giovanile ha l’unica finalità di generare l’individuo adulto, al quale è demandata la funzione riproduttiva, a cui fa seguito l’eventuale accudimento della prole, fino alla senilità ed al declino.

Considerata l’estrema e radicale diversificazione di queste fasi nel mondo animale, mi pare difficile da sostenere la tesi che non avvengano trasformazioni analoghe nella nostra specie. In particolare, data l’importanza svolta dal nostro enormemente complesso cervello, per quel che riguarda l’evoluzione cognitiva. Appare per contro molto verosimile che il cervello, nella sua fase giovanile, possa essere fisiologicamente differente da quello incaricato di gestire la maturità.

Se osserviamo lo sviluppo umano, possiamo distinguere facilmente i vari momenti che lo contraddistinguono. La prima fase, l’infanzia, richiede anni per far sì che gli individui sviluppino la padronanza del proprio corpo ed apprendano le basi culturali che legano insieme il gruppo di cui fanno parte. La seconda, l’adolescenza, è la fase in cui ci si comincia a misurare con potenzialità e risultati, ci si sfida, si affronta la maturazione sessuale e ci si prepara al momento riproduttivo, in genere stabilendo un legame di coppia.

È interessante notare come lo sviluppo cerebrale acceleri nel corso di questa seconda fase, con l’avvento della ‘materia bianca’ che, diffondendosi nelle diverse aree del cervello, velocizza la trasmissione di dati nella rete neuronale. È altrettanto interessante notare come questa diffusione non sia uniforme, ma proceda partendo dalle aree interessate all’elaborazione delle emozioni, raggiungendo per ultime le aree cognitive.

Questo significa che un adolescente, fino al raggiungimento della maturità, è preda di forti emozioni sulle quali ha uno scarso controllo. È possibile che questa ‘diffusione asimmetrica’ non sia un processo legato a vincoli fisiologici, ma risponda a logiche di ‘vantaggio riproduttivo’? Di fatto adolescenti e giovani devono in qualche modo superare di slancio la consapevolezza del carico di dolore e fatica che produrrà l’accudimento della prole, quindi il fatto che la sfera emotiva risulti potenziata rispetto alla sfera cognitiva si dimostra funzionale.

Per contro, superata la fase riproduttiva, avere il pieno controllo delle capacità cognitive rappresenta un vantaggio per poter affrontare, senza tanti ‘grilli per la testa’, le incombenze legate alla sopravvivenza ed all’accudimento di una famiglia, dal momento che lo sviluppo cerebrale della nostra specie ha tempi significativamente più lunghi di quello degli altri mammiferi. La nostra prole impiega archi temporali molto lunghi per raggiungere il momento in cui è in grado di provvedere autonomamente a se stessa, il che implica una fase prolungata di cure parentali.

Il cervello umano deve perciò adattarsi a condizioni diverse, in diversi momenti della sua esistenza, e questo è un’evidenza. Il passaggio ulteriore che vorrei proporre qui è considerare queste trasformazioni da un punto di vista fisiologico, ovvero ipotizzare che l’evoluzione delle nostre risposte emotive e cognitive non sia unicamente il portato di situazioni contingenti, o un dato meramente culturale, ma sia in qualche modo ‘scritta’ nei processi metabolici che sperimentiamo nel corso della crescita.

In questo senso l’iperattività infantile ed adolescenziale, l’emotività, l’ansia di sperimentare cose nuove, gli slanci ideali, possono essere descritti come ‘tratti giovanili’ delle funzioni cognitive. Caratteristiche che si rivelano funzionali nelle fasi iniziali della vita, ma destinate a perdersi, o quantomeno a ridimensionarsi, col procedere della maturazione fisiologica degli individui.

Questo spiegherebbe la percezione diffusa che le convinzioni politiche cambino col passare degli anni, che i ‘giovani rivoluzionari’ finiscano col trasformarsi in adulti moderati e, più in là con gli anni, in anziani conservatori. Siamo abituati a pensare che ciò sia dovuto ad un non meglio definito ‘processo di maturazione’, ma è verosimile la tesi che si tratti di un processo guidato da dinamiche evolutive, scandito dai processi di duplicazione cellulare e con componenti importanti di natura fisiologica.

Ad esempio, l’idea che le istanze solidaristiche e ‘di sinistra’ siano in prevalenza appannaggio delle giovani generazioni potrebbe discendere da un processo di ‘selezione sessuale’: le giovani femmine sarebbero maggiormente attratte da maschi che propugnano idee egualitarie e ideali di solidarietà perché li riterrebbero più idonei a prendersi cura della prole dopo il concepimento.

Parimenti i maschi che, sempre dopo il concepimento (e quindi avendo ormai completato la fase riproduttiva), risultino capaci di ridurre o perdere i propri slanci ideali, per spendere risorse ed attenzioni in cure parentali, sarebbero avvantaggiati sotto il profilo del successo riproduttivo, perché la loro prole crescerebbe sana, equilibrata e capace di portare a sua volta a compimento quello stesso processo (sempre evolutivamente parlando).

Ovviamente questa generalizzazione non si può facilmente ricondurre a singoli casi, per diversi motivi. In primis lo spettro di variabilità comportamentale espresso dal genoma di specie fa sì che, ad ogni generazione, emergano caratteri estremisti, quindi individui che non presentano i suddetti ‘tratti giovanili’, o per contro altri che li conservano fino all’età adulta o addirittura alla senilità.

In secondo luogo perché lo stravolgimento culturale operato dalla modernità fa sì che il contesto cui gli individui devono adattarsi sia diventato enormemente fluido, consentendo a diversi di quelli che abbiamo definito ‘tratti giovanili’ di favorire il successo dei singoli individui anche in età più avanzate, rallentandone così il naturale declino.

La tesi, fin qui descritta, che gli slanci ideali siano, nella nostra specie, un ‘tratto giovanile’ di natura psichica, destinato a scomparire col raggiungimento della maturità per lasciare il posto a quello che potremmo definire come ‘istinto alla conservazione’, rappresenta una ulteriore pietra tombale sui ‘valori’ e sulle ideologie in generale, e in qualche modo giustifica l’incapacità dei movimenti politici sviluppatisi da due secoli a questa parte nel costruire forme di società più eque e più giuste.

Tali forme di organizzazione ‘felici’, che in gioventù crediamo possano funzionare e rappresentare una futura evoluzione sociale della nostra specie, potrebbero essere null’altro che un’ennesima forma di bias cognitivi: auto-illusioni alimentate dal nostro cervello per aiutarci a svolgere le finalità biologiche individuali legate alla riproduzione della specie.

È una conclusione molto amara, e nonostante ciò l’unica calzante con la mia personale esperienza di vita. D’altronde, il percorso culturale che ho deciso di affrontare consiste nello scremare quanto di ideologico c’è nelle mie convinzioni, passando queste ultime al vaglio del confronto impietoso con la realtà fattuale.

La realtà fattuale, per quanto possiamo sforzarci di ammorbidirla, si contrappone alle semplificazioni ideologiche, presentando un quadro di eventi sistematicamente difforme dalle aspettative. Le ideologie, quando siamo in grado di alimentarle, e massimamente nelle fasi giovanili, rappresentano un buon anestetico all’inaccettabile brutalità del mondo reale. Anche per questo facciamo tanta fatica ad abbandonarle.

Razionalità ed emozioni

Da convinto razionalista, com’ero in gioventù, negli ultimi tempi mi sono ritrovato spesso a ragionare sulle emozioni. Il motivo di questo slittamento d’interesse risiede nella sopravvenuta consapevolezza della sostanziale irrazionalità delle scelte umane, e nella conseguente esigenza di comprendere l’origine di tale irrazionalità. Svilupperò quindi un’analisi dell’emergere dei processi cognitivi, razionali ed irrazionali, e di come si sono venuti strutturando, nella nostra specie, nella forma di un dipolo emozioni/razionalità.

La base di partenza è sempre Darwin: se una caratteristica esiste, nei viventi, è per soddisfare una necessità. Le emozioni svolgono la funzione di spingerci ad agire, a fare scelte, a correre rischi. Senza questa molla, senza amore, senza paura, senza rabbia, diventiamo esseri inerti e ci lasciamo morire. Le emozioni sono quindi estensioni, o parti funzionali, di quell’attitudine, comune a tutte le forme di vita, che prende il nome di ‘istinto di sopravvivenza’.

L’istinto di sopravvivenza è una caratteristica essenziale dei processi vitali. Il motivo è presto detto: per vivere, per riprodursi, occorre una spinta a farlo. Chi la possiede, vive e si riproduce, chi non ce l’ha, si limita a scomparire dalla scena, senza produrre discendenti. Non è un’esigenza consapevole e non ha nessuna origine razionale, è semplicemente un tratto autoselettivo: possederlo conduce alla sopravvivenza ed alla sua trasmissione, non possederlo conduce all’estinzione. Non si fatica a comprendere come, dall’avvento delle prime forme viventi, il mondo si sia popolato unicamente di specie portatrici di questa caratteristica innata.

Nelle creature più semplici l’istinto di sopravvivenza si esplicita in assenza di funzioni cognitive. Batteri ed organismi unicellulari funzionano come complesse macchine organiche le cui uniche funzioni sono sopravvivenza e riproduzione. La riproduzione sessuata rimescola le carte ad ogni nuova generazione e può dar luogo ad individui che difettano di questa funzionalità. Tali individui, soccombendo, si rimuovono automaticamente dal genoma della specie, lasciando riprodursi solo quelli portatori di una sua versione funzionale.

Il processo spontaneo di aumento della complessità ha successivamente portato allo sviluppo di organismi multicellulari, creature via via più capaci di mobilità e di comportamenti complessi. Attraverso il processo di differenziazione cellulare degli organismi, le singole cellule si sono evolute per svolgere compiti diversi. Una parte di queste cellule ha sviluppato capacità sensoriali, rappresentando un primo canale comunicativo tra il mondo esterno e l’organismo, altre sono diventate neuroni, formando la struttura responsabile dei processi decisionali.

L’apparato cognitivo-sensoriale ha rappresentato un grosso vantaggio evolutivo per la specie, ormai irrintracciabile, che per prima è riuscita a disporne. Conoscere la localizzazione del nutrimento e poter decidere di muoversi nella sua direzione rappresenta un vantaggio importante rispetto agli organismi banalmente filtranti, che si limitano a fissarsi in un punto ed attendere che le correnti gli portino i nutrienti. Questo vantaggio ha dato luogo allo sviluppo ed all’evoluzione del cervello.

Nei cervelli più semplici, come quelli degli invertebrati, pochi neuroni controllano un ventaglio di comportamenti ristretto ed efficace. Esperimenti sulle vespe hanno dimostrato l’assenza di plasticità di queste reazioni, ovvero l’incapacità di adeguare il comportamento al mutare delle situazioni. Potremmo rappresentarci gli insetti come minuscoli robot organici, capaci di un limitato set di reazioni agli stimoli, fisso ed immodificabile, relativo ai comportamenti in grado di garantire la continuità della specie.

Con lo sviluppo dei vertebrati le dimensioni corporee hanno potuto crescere in maniera significativa. Questo ha comportato una ulteriore diversificazione degli organi, lo sviluppo di strumenti sensoriali più potenti ed in ultima istanza di un cervello più grosso e complesso, capace di gestire una più ampia varietà di situazioni. È in questa fase che si sviluppa il cervello plastico, capace di adattarsi a condizioni di volta in volta differenti adeguando di conseguenza le proprie reazioni. A differenza delle architetture minimali degli invertebrati, limitate dalle dimensioni corporee, i vertebrati sono in grado di analizzare il contesto, effettuare scelte e prendere decisioni arbitrarie.

Questo sposta il focus della sopravvivenza sul ventaglio comportamentale disponibile per il singolo individuo, e sulle reti relazionali del gruppo di cui fa parte. A titolo di esempio, la reazione di paura nei confronti dei predatori, che indurrebbe il singolo individuo alla fuga, deve trovare un equilibrio con la necessità del gruppo di difendere gli elementi più deboli, i cuccioli e gli individui feriti.

Nei primati, Homo Sapiens compresi, questo processo raggiunge vertici mai sperimentati prima. Complessità del cervello, capacità sensoriali, comunicative e manipolative sono ai massimi livelli, e le abilità cognitive risultano disperse su un ventaglio notevolmente vasto. Questo si riflette da un lato in una estrema adattabilità a differenti contesti, situazioni, disponibilità di risorse, dall’altro in un parimenti vasto ventaglio di potenziali reazioni ad uno stesso identico stimolo o evento.

Semplificando molto, la personalità di ogni singolo individuo risulta dall’equilibrio tra due componenti: quella istintiva, rappresentata dalle emozioni, e quella cognitivo/razionale. L’illustrazione qui sotto rappresenta questo schema di polarizzazione.

Le emozioni rappresentano la componente istintiva dei processi cognitivi. Come già detto e come afferma il termine stesso [1], sono la pulsione che ci ‘muove’ ad agire. Le emozioni determinano la spinta, alla quale la componente razionale è destinata a dare forma e concretezza. L’emozione ‘vuole’, mentre la parte razionale si occupa di realizzare ciò che l’emozione vuole, quindi procede ad organizzare azioni, gesti, parole, comunicazione, affinché tale desiderio sia esaudito.

Tutto questo processo, per se stesso inevitabile, presta tuttavia il fianco ad ampi margini di disfunzionalità. Su questa pagina si è molto discusso di bias cognitivi, definiti come errori intrinseci nei processi di razionalizzazione, forme di auto-inganno derivanti, apparentemente, da un miglior successo evolutivo/riproduttivo ottenuto dagli individui portatori di questi ‘difetti’ rispetto a quelli che ne sono esenti.

La simmetricità del grafico sembra suggerire l’esistenza di equivalenti ‘bias emotivi’, e l’osservazione del reale consente di assegnare questa definizione a determinati specifici comportamenti. I bias emotivi possono essere descritti nei termini di errori intrinseci nei processi emotivi venuti a generarsi, in determinati individui, sulla spinta dei processi evolutivi/riproduttivi.

Nei bias emotivi rientrano le attivazioni di intense reazioni emotive a stimoli incongrui o inadeguati. Le fobie possono essere descritte come l’attivazione di una reazione di paura incontrollata a fronte di una minaccia irrilevante o del tutto assente. Analogamente si registrano reazioni di rabbia ingiustificata a fronte di stimoli lievi, o di reazioni sproporzionate ad eventi di scarsa importanza. Anche l’innamoramento sviluppato per una persona che non ci ricambia può essere descritto in termini di bias emotivo.

Azzardando paralleli con un’esperienza diffusa, possiamo descrivere le emozioni come il motore di un veicolo, e la razionalità come il suo conducente. Nella condizione ideale, il motore funziona ed il conducente è in grado di gestirlo. In condizioni critiche (o, al limite, patologiche), il motore può essere troppo potente per le capacità del conducente, ed il veicolo finire a schiantarsi da qualche parte. In alternativa un motore difettoso o guasto (una sfera emozionale malfunzionante) può impedire al conducente il raggiungimento delle mete attese, o un completo blocco ed incapacità di muoversi.

In questo parallelo, i bias cognitivi equivalgono ad un conducente distratto, o smemorato, o privo di concentrazione, che anche con un motore efficiente non sarà in grado di arrivare a destinazione. I bias emotivi equivalgono a comportamenti imprevedibili del motore, che magari andrà alla massima potenza solo nelle direzioni ‘sbagliate’, e perderà spinta nelle direzioni ‘giuste’, obbligando il conducente ad una esasperante ed infruttuosa serie di deviazioni.

Se il quadro generale appare sufficientemente lineare, la complessità dei processi coinvolti rende l’analisi di dettaglio delle situazioni individuali estremamente ardua. Usando un’altra analogia: le regole degli scacchi sono perfettamente definite, l’ambito è delimitato (una scacchiera 8×8 e 16 pezzi a disposizione di ogni giocatore) e rimane tuttavia impossibile prevedere in anticipo chi vincerà.

Allo stesso modo si possono analizzare le capacità emotive e razionali di un singolo individuo, comprenderne i bias cognitivi ed emotivi, ma solo in rarissimi casi il quadro finale potrà essere ricondotto ad una forma realmente patologica, o suggerire indicazioni terapeutiche, perché è impossibile predire il tipo di esperienza di vita che potrà prodursi a partire dalle specifiche inclinazioni del suddetto individuo. Perfino una sfera emotiva fortemente distorta può essere razionalmente ben gestita, al punto da consentire al suo portatore una vita serena e soddisfacente.

L’equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale si viene a strutturare nel corso della crescita. È essenziale, in questa fase, che ad ogni pulsione emotiva si acquisisca la capacità di associare un adeguato atto razionale. Gli squilibri prodotti da una cattiva gestione delle prime fasi di crescita, e le conseguenti errate associazioni tra pulsioni emotive ed azioni conseguenti, possono condurre ad uno sviluppo disfunzionale della sfera sociale ed affettiva, con esiti potenzialmente disastrosi.

Problemi di equilibrio tra emozioni e razionalità hanno modo di svilupparsi a diversi livelli ed in diversi momenti dello sviluppo personale. Possono emergere nella dimensione che la persona sperimenta con se stessa, in quella che sviluppa con un partner e, da ultimo, in quella che realizza con il proprio gruppo sociale.

Una relazione disfunzionale con se stessi può portare a conseguenze tragiche: apatia, depressione, autolesionismo, può sfociare in forme di dipendenza, di anoressia o bulimia, in disturbi legati all’assunzione di cibo. Tipicamente le esperienze traumatiche causano lo sviluppo di risposte cognitive inadeguate agli eventi emozionali, che finiscono col danneggiare sia l’esperienza di vita individuale che le aree relazionali.

Anche qualora si riesca a stabilire una relazione equilibrata con se stessi, nel momento in cui si prova a strutturare un legame relazionale ed affettivo con un altro individuo possono generarsi dinamiche distruttive. L’interazione tra due diverse individualità, ognuna con le proprie specificità, rende più complesso trovare un assestamento che sia soddisfacente per entrambe. Per questo motivo mi sento di avallare l’opinione diffusa che non sia affatto facile trovare l’anima gemella. In questo caso, più risulta precario l’equilibrio individuale, del singolo o dei singoli, più è probabile che sia messo in crisi dalle mutate esigenze di un rapporto di coppia.

In ultima istanza, gli equilibri individuali e di coppia possono essere messi a dura prova dall’interazione col contesto sociale e relazionale nel quale si è inseriti. Personalità critiche sotto il profilo dell’equilibrio emotivo/razionale finiranno col trovarsi a proprio agio, inevitabilmente, all’interno di gruppi di individui affini, col risultato di esasperare l’originale squilibrio. Questo è uno dei motivi del sostanziale fallimento della funzione riabilitativa delle istituzioni carcerarie, dove gli squilibri individuali trovano facilmente un rinforzo collettivo, ottenendo di fissarsi in strutture mentali patologiche ancor più difficili da recuperare.

Da ultimo, più potente dell’influenza prodotta dal gruppo sociale col quale ci si relaziona direttamente, pesa il condizionamento culturale collettivo operato dalla società nel suo complesso. Per le dinamiche già esaminate [2], il contributo del comparto culturale appare più orientato al consumo e allo sfruttamento, in casi limite limite alla distruzione dei singoli individui, che non al conseguimento della loro felicità. E questo purtroppo è un fattore altamente distruttivo, che si ripercuote su tutti gli altri livelli.

[1] Etimologia del termine ‘emozione’

[2] Economia, domesticazione e dipendenze

Domesticazione umana ed evoluzione dell’aggressività

Lo scenario che mi si è aperto davanti in seguito alla riflessione sui sui Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) mi ha spinto a ragionare, attraverso la lente dei processi evolutivi, il ventaglio di variabilità dei comportamenti umani e le espressioni patologiche ad essi correlate. L’intenzione è di provare a delineare quanta parte delle attuali dinamiche psichiche discenda dall’inurbamento e dagli adattamenti mentali imposti dal processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie.

È indubbio che l’abbandono della vita nomade, basata su caccia e raccolta, in favore di un’esistenza stanziale fondata su agricoltura, allevamento ed artigianato, abbia richiesto una importante rimodulazione nelle reazioni istintive dove, al pari dell’ADHD, risultano fortemente coinvolti i meccanismi di autocontrollo e gestione e dell’aggressività.

I nostri lontani antenati, adattati alla vita selvatica, avevano necessità di sviluppare abilità diverse dagli individui attuali. La vita all’aria aperta basata su caccia e raccolta, legata al nomadismo che portava ad esplorare luoghi sempre diversi, traeva vantaggio dalla capacità di processare numerosi stimoli contemporaneamente (caratteristica propria di alcune forme lievi di ADHD). Parimenti utile doveva essere l’attitudine a reagire istintivamente, ed in fretta, ad un pericolo imprevisto.

Un diverso equilibrio tra reazioni istintive e azioni ponderate (ovvero mediate dal pensiero analitico e dai meccanismi di autocontrollo) potrebbe di fatto aver rappresentato la normalità nelle popolazioni del passato. È quindi verosimile che alcune di quelle che oggi classifichiamo come forme (lievi) di ADHD fossero all’epoca maggiormente diffuse nella popolazione, per non dire rappresentare la normalità. Una condizione destinata a cambiare con lo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento, che ha finito col determinare la transizione dallo stile di vita nomade alla stanzialità.

L’adattamento a svolgere mestieri monotoni e ripetitivi ha facilitato l’avvento di individui con tipicità caratteriali completamente diverse da quelle richieste, ad esempio, in una battuta di caccia. Il percorso umano e culturale che ha portato i nostri antenati dal nomadismo delle piccole tribù di cacciatori/raccoglitori alle megalopoli attuali ha obbligato lo sviluppo dei processi mentali legati all’autocontrollo, sia dei pensieri che degli istinti.

In natura, l’occasionale prossimità fra individui sconosciuti della stessa specie è fonte di stress e frequente causa di reazioni aggressive. Con la crescita della popolazione e l’evoluzione dei villaggi in città, il processo di inurbamento ha imposto condizioni di stretta contiguità con una moltitudine di altri individui, richiedendo lo sviluppo di modalità di contenimento delle reazioni più immediate e brutali in favore di interazioni più controllate sotto il profilo emozionale.

La trasformazione delle società umane ha reso la coesistenza fra sconosciuti un fatto frequente, cosa che ha richiesto la compensazione dei preesistenti meccanismi di stress mediante articolazioni mentali in grado di sopprimerli. La transizione, dai rapporti di tipo familiare tipici di una piccola tribù, ad un contesto relazionale esteso, ha richiesto un potenziamento delle capacità individuali di autocontrollo.

Le moderne neuroscienze sono oggi in grado di individuare le strutture cerebrali responsabili del nostro autocontrollo, e quantificarne l’attività ed il livello di funzionalità. Possiamo immaginare come, nell’arco di millenni, queste strutture possano essersi evolute per consentirci di prosperare nel mutato scenario prodotto dall’ascesa delle città e del ruolo da esse svolto nel governo del mondo.

Tuttavia, dati i tempi molto rapidi richiesti da questi adattamenti, nell’ordine di pochi millenni, non si può attribuire tale trasformazione ad una effettiva evoluzione della specie Homo Sapiens, quanto ad un adattamento per accumulo di fattori di natura epigenetica. I tempi necessari alla propagazione di una modifica di natura genetica sono infatti lunghissimi, ma i geni sono solo una piccola parte del nostro DNA. Una parte ben più consistente è demandata a controllarne l’espressione. L’epigenetica studia le trasformazioni in queste porzioni di DNA.

Rispetto alle mutazioni genetiche, i meccanismi epigenetici consentono, ad individui e popolazioni, di rispondere con prontezza a mutamenti consistenti nell’ambiente, garantendo la sopravvivenza in situazioni in rapida trasformazione. I caratteri acquisiti possono poi, col tempo, fissarsi in una nuova specie, o regredire, nel caso in cui dovessero ripristinarsi le condizioni originarie.

Questo significa che il contesto ambientale può influenzare l’insorgere o meno di determinate caratteristiche negli individui, che queste caratteristiche possono fissarsi ed essere conservate ed è documentato come queste modifiche adattive possono essere trasmesse alla discendenza. È un po’ un rientrare dalla finestra delle idee di Lamarck, dopo che il criterio evolutivo suggerito da Darwin, basato sulla selezione naturale, le aveva buttate fuori dalla porta.

Queste considerazioni consentono di correggere un po’ il tiro rispetto alla mia prima interpretazione dell’ADHD, descritto nei termini di una occasionale sopravvivenza di caratteri infantili negli individui adulti. In un lontano passato questi caratteri di curiosità ed irruenza, attualmente tipici dell’età giovanile, venivano preservati negli individui adulti perché funzionali ad una vita nomade basata su caccia e raccolta.

Il progressivo inurbamento ha favorito un contenimento generalizzato delle reazioni più istintive e brutali, ma la rapidità richiesta ha attivato processi epigenetici, che non sono né infallibili né irreversibili. L’occasionale riemergere di tali caratteri arcaici non deve sorprendere in assoluto, e ancor meno deve stupire che ciò avvenga contesti sociali degradati, caratterizzati da modalità relazionali basate sulla sopraffazione e sull’uso diffuso della violenza.

Negli individui cresciuti in condizioni di precarietà affettiva e sociale, elevato stress emotivo, difficoltà economiche e relazionali, i meccanismi di autocontrollo faticano a svilupparsi e fissarsi, e questo è un dato che ci viene confermato dagli studi sui maltrattamenti infantili. Una volta che tali circuiti mentali disfunzionali finiscono col fissarsi nell’individuo adulto, risulta per quest’ultimo più complicato riuscire a sviluppare un soddisfacente equilibrio relazionale.

Tornando ancora una volta a quanto affermato da Daniel Goleman nel suo saggio sull’intelligenza emotiva (cito a memoria):

‘le abilità che non vengono apprese nei primi anni di vita possono essere perse per sempre, o il loro recupero risultare in seguito molto faticoso e nel complesso solo parziale’.

Un individuo penalizzato in gioventù nello sviluppo delle funzioni di autocontrollo avrà una elevata probabilità di diventare un adulto fortemente incline alle reazioni violente ed al rischio di dipendenza da sostanze psicotrope.

Questo vale sia per le forme di ADHD non diagnosticate, sia per le situazioni in cui lo sviluppo dell’individuo non avviene in un contesto culturalmente e affettivamente sano. Sempre Goleman, in Intelligenza sociale, afferma che le esperienze traumatiche sperimentate nelle prime fasi della crescita non si limitano a formare un bagaglio culturale, potenzialmente reversibile, ma alterano in permanenza le strutture cerebrali, tanto da rendere ogni successivo tentativo di recupero difficoltoso ed a rischio di insuccessi.

Quindi, non solo dovremmo rivolgere maggior attenzione agli anni dello sviluppo, per evitare che situazioni traumatiche fissino nei giovani modalità relazionali disfunzionali, potenzialmente nocive per sé e per gli altri, ma dovremmo ampliare gli sforzi per consentire ad individui già ‘danneggiati’ un inserimento sociale adeguato, tenendo conto delle limitazioni loro derivanti da meccanismi mentali, di autocontrollo e non solo, potenzialmente compromessi.

In primo luogo andrebbe estesa la consapevolezza delle problematiche legate ad attenzione ed autocontrollo, affinché i portatori possano esserne pienamente consapevoli ed indirizzare al meglio le proprie scelte di vita lavorative e relazionali. Tale consapevolezza andrebbe quindi integrata nel percorso formativo, dalle famiglie alle istituzioni scolastiche, In modo da poter intervenire tempestivamente ove necessario. Da ultimo dovrebbe obbligarci a ripensare la funzione dell’istituzione carceraria.

Perché se quest’ultima deve essere mirata, come nelle formali intenzioni, al recupero e reinserimento nella società civile degli individui che ‘hanno sbagliato’, gli sforzi da impiegare non potranno limitarsi alla detenzione, ma muovere dall’assunto che molte delle persone responsabili di atti incontrollati e violenti risultano già in partenza ‘danneggiate’, ed hanno necessità di terapie sociali, culturali ed emotive, mirate e profonde.

Uno degli assunti fondamentali delle società umane è l’idea che la collettività possa funzionare grazie ad un unico set di regole, valide per tutti, ma ciò ha senso solo se assumiamo che i diversi individui condividano una uniformità caratteriale e relazionale. Le neuroscienze ci raccontano di differenze che possono insorgere a livello fisiologico, tali da obbligarci a rimettere in discussione questo assunto.

Più è ampio il ventaglio di diversità tra gli individui, più il sistema di regole condivise deve prevedere bilanciamenti e contrappesi perché l’equilibrio ottenuto sia funzionale. L’evidenza che, nel momento attuale, un intero ventaglio di diversità caratteriali legate alla gestione dell’autocontrollo non appaia pienamente riconosciuto, suggerisce l’evidenza di un limite strutturale all’efficacia del sistema di regole che ci governa.

Foto di Małgorzata Tomczak da Pixabay

Una vacanza bici+mare

Quest’estate, tra covid ed altre beghe, io e mia moglie abbiamo optato per una vacanza in relativo relax, riuscendo a conciliare la sua passione per il mare con la mia per la bicicletta. Non potendo spostarci all’estero, dove questa forma di turismo è ben più sviluppata, e soprattutto non volendo imbarcarci in un viaggio itinerante in un paese, il nostro, che non ha attenzione per la sicurezza dei viaggiatori su due ruote, abbiamo cercato una destinazione ‘bike-friendly’. La scelta è infine caduta sulla Via Verde della Costa dei Trabocchi. Non essendo la ciclovia ancora completata, ragionando sui segmenti già operativi abbiamo stabilito di cercare alloggio in un punto intermedio del tratto fruibile più a nord, quello tra Ortona e Fossacesia, in modo da sfruttare il tracciato ciclabile per spostarci ogni giorno in una spiaggia diversa. La scelta è caduta su Marina di San Vito Chietino, dove abbiamo affittato un appartamento con affaccio sul mare a breve distanza dalla ciclovia.

La ciclovia
Il percorso si snoda sul sedime dismesso della ferrovia Ortona-Vasto, il cui tracciato, a causa della continua erosione operata dal mare, è stato spostato più nell’entroterra. Dopo la rimozione dei binari si è scelto di destinare il sedime dismesso a pista ciclabile, realizzando un tappeto di asfalto e ristrutturando le gallerie. Sebbene il lavoro sia ancora incompleto e la ciclovia non interamente percorribile, allo stato attuale il tracciato risulta ugualmente molto fruibile, consentendo uno sfruttamento ottimale di un lungo tratto di costa prima reso difficilmente raggiungibile proprio dalla presenza della linea ferroviaria. Dal punto di vista ciclistico, pedalare in sicurezza a pochi metri dal mare, con gli affacci sulle spiaggette e sui trabocchi che si susseguono senza soluzione di continuità, rappresenta un’immersione nella bellezza difficilmente descrivibile. L’estrema regolarità del percorso, unita all’assenza di dislivelli tipica dei tracciati ferroviari, consente di chiacchierare amabilmente mentre si percorre la pista alla ricerca della spiaggia ideale. Unica nota dolente l’assenza di illuminazione delle gallerie, prevedibile considerando il fatto che non fossero ancora aperte al pubblico transito.

Situazioni problematiche
A questo riguardo va detto che nei primi giorni della nostra vacanza abbiamo trovato diverse gallerie sbarrate da recinzioni… ostacoli che sono stati poi rimossi, apparentemente, ‘a furor di popolo’. Fatto prevedibile, dato che la domanda di mobilità ciclistica e pedonale, sulla tratta, si è dimostrata estremamente consistente. Gallerie che, nei primi giorni, risultavano sbarrate o di difficile accesso, a fine settimana venivano serenamente percorse da decine di bagnanti che non hanno ritenuto di dover attendere il collaudo di agibilità. Il tratto più affollato, e di gente a piedi più che di biciclette, è risultato proprio quello in prossimità del paese dove alloggiavamo. Mentre a Fossacesia la pista passa più lontano dal mare, ed il transito dei villeggianti si svolge sulle strade a ridosso della spiaggia, a Marina di San Vito i bagnanti provenienti dal borgo affollano il tracciato percorrendo a piedi la ciclovia anche per lunghi tratti. In prossimità di Ortona il rifacimento del fondo asfaltato non era ancora stato completato. Oltre a questo, la galleria detta dell’Acquabella, molto più lunga delle altre e con una curva a metà che impedisce di sfruttare la luce in entrata dal lato opposto, ha richiesto l’impiego di lampade per il transito (cosa che non ha ostacolato più di tanto il significativo viavai di ciclisti e pedoni in ogni occasione in cui l’abbiamo percorsa). Ad Ortona il sedime si riduce ad una pietraia e termina sotto uno svincolo stradale. Ho scoperto solo in seguito che il tracciato, ben sistemato, prosegue ancora oltre, ma le due tratte non sono al momento collegate. Dal lato opposto, oltre Fossacesia la ciclovia prosegue asfaltata ma in mezzo al verde, lontano dalla riva, fino a Torino di Sangro, poi per alcune centinaia di metri il sedime è di nuovo una pietraia sconnessa, fino al punto in cui è totalmente assente, franato a causa dell’aggressione dei marosi. Più oltre la ciclovia prosegue ancora fino a Vasto, ma la distanza da San Vito e l’impossibilità di riallacciarsi al tracciato senza percorrere tratti di strada fortemente trafficati ci hanno dissuaso dall’esplorazione.

Il mare
La costa abruzzese, almeno nel tratto da noi esplorato, è risultata estremamente bella e pulita, oltreché ricca di pesci a farci compagnia nelle sessioni di snorkeling. Le spiagge sono quasi tutte a ciottoli, problema aggirabile con le apposite calzature ‘da scoglio’. Le uniche spiagge sabbiose le abbiamo trovate ad Ortona e Fossacesia. In alcuni punti, sugli scogli e nel fondale, abbiamo riscontrato la presenza di anemoni, che abbiamo avuto cura di evitare di toccare. In una singola nuotata ci ha fatto compagnia una medusa solitaria, che è stata molto bella da vedere… a debita distanza.

Dotazione logistica
Sulle biciclette avevamo una coppia di borse da viaggio per trasportare il necessario: asciugamani, pranzo al sacco, maschere da sub ed una tendina aperta che ha degnamente sostituito il tradizionale ombrellone (potendo oltretutto richiudersi in un sacchetto di dimensioni poco superiori a quelle di un avambraccio), oltre alle suddette calzature da scoglio e ad una piccola telecamera con custodia impermeabile per le riprese subacquee.

Conclusioni
Sicuramente una proposta di vacanza adatta alle esigenze di coppie e famiglie cui piaccia muoversi in bicicletta, senza doversi sobbarcare l’impegno di un vero cicloviaggio. La presenza di una abbondante offerta ristorativa in loco, di ottima qualità ed a prezzi contenuti, ci ha consentito di fare (quasi) del tutto a meno dell’automobile, la cui unica funzione è stata di portarci a destinazione e riportarci a casa, restando poi parcheggiata ed inutilizzata per l’intera settimana.

Di cosa parla ‘La Principessa Scimmia’

Sto ragionando, in questi giorni, su quanto sia difficile raccontare di un libro di narrativa senza svelarne i dettagli della trama. Quando poi la trama è caratterizzata da un susseguirsi di situazioni del tutto inattese, risulta quasi impossibile spiegare i motivi di interesse senza finire con l’accennare a vicende che è importante non conoscere a priori. Il libro in questione è ‘La Principessa Scimmia’, da poco disponibile su Amazon.

Di cosa parla il mio racconto? Di molte cose. La protagonista è inizialmente una scimmia, che attraverso il coraggio e la determinazione riesce a riacquistare la propria umanità, solo per trovarsi ad affrontare il mistero della propria esistenza, della quale non ricorda nulla. La giovane donna inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta di se stessa e del mondo, ed attraverso una serie di prove dimostrerà le proprie capacità, e saprà farsi accettare per i propri pregi ed abilità. C’è quindi una componente che attiene ai racconti di viaggio, un’altra alle avventure fiabesche, un’altra ancora è rappresentata dalla ricerca e scoperta della propria identità, che nella storia si viene costruendo un pezzo alla volta.

Il racconto è diviso in tre parti nettamente definite, ognuna delle quali rappresenta il riappropriarsi di una porzione necessaria ed importante dell’identità della protagonista. Nella terza parte si lascia spazio a personaggi apparentemente secondari, che si mettono in moto per soccorrere la protagonista e devono perciò attraversare, ognuno nella sua specificità, un percorso di confronto e cambiamento, una messa in discussione delle proprie identità, dal quale escono tutti trasformati e più maturi.

L’universo fantastico che fa da cornice al racconto ha le proprie regole. Gli animali parlano tra loro, e si comprendono tutti, anche fra specie diverse, solo gli umani non parlano più la lingua degli animali, e non la comprendono più da millenni. La civiltà è di tipo pre-industriale. Esistono i maghi, ma sono pochi, e passano più tempo a studiare la magia che non ad esercitarla. I personaggi stessi, per quanto di fantasia ed, in qualche misura, improbabili (i moltissimi animali parlanti su tutti), vivono con estrema coerenza ed umanità la propria condizione, e si finisce con l’accettarli come persone reali.

La magia viene usata come escamotage narrativo, ma in chiave fortemente metaforica. Le trasformazioni che i protagonisti subiscono sono trasfigurazioni di situazioni reali, nelle quale ognuno di noi può trovarsi, o essersi trovato in passato. Umanità ed animalità diventano due facce della stessa medaglia, complementari e non auto-escludenti, trasposizioni di modi diversi di pensare e relazionarsi all’esistenza.

Il Bene ed il Male non sono entità astratte in contrapposizione, emergono semplicemente da diversi approcci alla vita. I ‘buoni’ sono personaggi semplici, attenti a quello che hanno intorno, empatici e rispettosi degli altri. I ‘cattivi’ sono individui vuoti, che non riescono a costruirsi motivi d’interesse all’esistenza non dipendenti dall’opinione altrui, che sono quindi obbligati ad assoggettare.

La scrittura si sforza di essere sempre presente alle vicende narrate. La prosa asciutta ed essenziale mira a fornire le informazioni necessarie e sufficienti a dare corpo e tridimensionalità ai personaggi ed alle situazioni descritte, senza appesantire inutilmente lo svolgersi degli eventi con dettagli sovrabbondanti e superflui, piuttosto lasciando all’immaginazione del lettore la costruzione degli scenari all’interno dei quali i personaggi agiscono.

Rispetto a ciò che accade è meglio non sapere nulla in anticipo. Essendo un viaggio di scoperta, di pagina in pagina ogni nuova rivelazione apre scenari prima inaspettati. Svelare troppo di quello che accadrà significherebbe togliere magia e mistero ad una storia che merita di essere assaporata un passaggio alla volta.

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura.

PS quadrato

La Principessa Scimmia

PS

Da poche ore è online su Amazon la mia ultima fatica. Si tratta di una fiaba un po’ dark, un racconto fantasy che si sviluppa con toni prima infantili, per poi maturare man mano che la vicenda procede. Il racconto di com’è nato questo libro è già, del suo, una storia che merita di essere narrata.

Nell’accompagnare a letto mia figlia, che ormai ha otto anni, le ho sempre letto storie scritte da altri. Si è addormentata con le fiabe dei fratelli Grimm, con Perrault, con Hans Christian Andersen. Poi le ho letto Il Piccolo Principe, il Pinocchio di Carlo Collodi (nella versione integrale), la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Sepúlveda ed altri ancora, finché non ha insistito perché le raccontassi una storia inventata da me.

Non sentendomi all’altezza, ho deciso di farle uno scherzo innocente, buttando là una fiaba per prenderla un po’ in giro. Siccome la bambina era in una fase di fissa per le principesse, le ho inventato una storia senza capo né coda.

‘C’era una volta una scimmia che voleva diventare principessa. Allora va in giro a chiedere a tutti gli animali “come posso fare?”. Tutti gli animali le rispondono che non si può. Alla fine si fa coraggio, va dal Leone e gli chiede “Re della foresta, come posso fare a diventare una principessa?”. Il Leone le risponde “Non si può!”, e se la mangia’.

Come previsto la nuova storia è stata accolta con notevole disappunto. “Papà, ma che storia è?”. “È la storia della scimmia”, le ho risposto io. E pensavo fosse finita lì. Se non che il giorno dopo mia figlia mi ha avvicinato con una richiesta: “Papà, la storia della scimmia… Puoi inventare un finale dove lei riesce a diventare principessa?”. E come si fa a dire di no ad una figlia?

Solo che, a quel punto, non mi potevo rimangiare le premesse. Gli animali non dicono bugie. Se le avevano detto che una scimmia non poteva diventare principessa, doveva essere vero per forza. Qui nasce il secondo colpo di scena della storia (il primo è come riesce a non farsi mangiare dal leone).

Continuando a sviluppare le idee, ho deciso che la vicenda meritava maggior dignità di un semplice racconto orale. Ho quindi scelto di scriverla, così come era scritto il Piccolo Principe, o Pinocchio, con una prosa adatta ad essere letta ad un bambino. Questo mi ha obbligato ad uno stile di scrittura nuovo, con frasi brevi, ed in cui per ogni battuta pronunciata viene anche specificato quale personaggio la pronuncia. Uno stile di scrittura adatto ad una lettura ad alta voce.

Ma le premesse mi avevano messo in una situazione molto difficile. Una volta che la scimmia (ri)diventa principessa, che tipo di principessa è? Che ci fa in mezzo alla savana? E sono le domande che si pongono sia il lettore che la protagonista. Comincia quindi un lungo viaggio alla ricerca di una storia passata di cui la ragazza stessa non sa nulla.

Scrivendo un pezzo alla volta, a gruppi di poche pagine, la storia prendeva forma e veniva raccontata a mia figlia, che non vedeva l’ora di scoprire le nuove avventure della principessa scimmia, interrogandomi tra una stesura e l’altra su cosa sarebbe successo. La storia prendeva forma in un bizzarro miscuglio di magia e realtà.

Mentre scrivevo, già dalle prime pagine, ho anche compreso che la narrazione poteva essere uno strumento per comunicarle una visione del mondo e delle relazioni umane, diventando uno strumento per insegnare, così come nelle antiche fiabe, delle lezioni di vita.

La scrittura stessa, procedendo in avanti, si è modificata per accogliere situazioni e soluzioni meno schematiche ed infantili quando ho iniziato a proiettarvi i miei timori per quello che attenderà mia figlia con la crescita, evitando di scivolare su soluzioni scontate e prevedibili. Il tutto nei confini di situazioni adeguate e comprensibili ad una bambina della sua età.

Una particolarità di questa storia è che si è articolata senza un’idea preconcetta di quello che sarebbe accaduto. Non ho costruito lo scheletro della storia, andandolo poi a riempire. Ho sviluppato la vicenda un passo alla volta, calandomi nei panni dei personaggi e facendoli agire in base a quello che era accaduto fino a quel punto.

Credo che questo contribuisca all’imprevedibilità delle situazioni, mentre un altro motivo di interesse sono i continui cambi di scenario e l’alternarsi dei personaggi di secondo piano, che entrano ed escono di scena portando con sé le proprie peculiarità e caratteristiche.

Una volta completato lo sviluppo dei personaggi e delle vicende, e confezionato il prevedibile lieto fine, ho quindi sottoposto il mio lavoro al vaglio di un ventaglio molto selezionato di amici e parenti, ricevendone pareri mediamente positivi. Questo mi ha convinto a pubblicare questo bizzarro ed improbabile oggetto letterario.

Mi sarebbe piaciuto farne una versione illustrata, ma fin qui non mi è stato possibile. Sarò contento se la storia piacerà. La sua funzione primaria, divertire mia figlia, è comunque assolta.

Il libro è acquistabile su Amazon in versione e-book e cartacea.

N.b.: mi sono reso conto, a posteriori, di non aver detto molto sui contenuti del libro. Nell’intento di rimediare, ho proseguito il discorso.

L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

Vado elaborando, ormai da anni, una descrizione della realtà basta su relazioni di causa-effetto. L’idea di fondo è che l’esatta individuazione delle cause dovrebbe, almeno in teoria, consentire di intervenire sugli effetti. Quello che spesso emerge, tuttavia, nel corso dell’analisi, è che le cause prime sono molto più profonde e radicate di quanto appaia a prima vista.

Prendiamo l’esempio delle ideologie, rispetto a cui ho sviluppato un’analisi ormai diversi anni fa. Le ideologie, anche complesse (destra, sinistra, ambientalismo, progresso, ‘crescitismo’, capitalismo), emergono come strutturazione razionale di pulsioni più basiche, sepolte in profondità nella nostra psiche.

Le ideologie di destra emergono come formalizzazione di una pulsione istintiva alla competizione, retaggio di tutti gli esseri viventi. Quelle di sinistra rappresentano una concettualizzazione dalla spinta alla cooperazione, che discende dal nostro essere una specie sociale. Le ideologie del Progresso e della Crescita Economica Illimitata nascono come proiezione di una aspirazione al benessere, comune ad ogni essere vivente.

Le ideologie umane, tuttavia, modellano il mondo, generando nuovi problemi prima inesistenti. La questione più drammatica emersa negli ultimi decenni riguarda l’impatto delle attività umane sulla biosfera. Lo sfruttamento incontrollato dell’ecosistema da parte della specie Homo Sapiens sta causando la distruzione di una serie di realtà caratterizzate da elevata biodiversità, e la loro sistematica sostituzione con habitat artificiali finalizzati alla produzione di cibo per una popolazione insaziabile e tutt’ora in crescita.

Il fatto che tutto ciò non sia percepito come un problema dalla maggior parte della popolazione è indice di un travisamento di fondo, collettivo, della collocazione eco-sistemica dell’essere umano su questo pianeta. Anche su questo ho recentemente scritto, etichettando tale bias culturale con la definizione di Pregiudizio Antropocentrico.

Ma un singolo bias culturale da sé non può reggersi, perché finisce con lo scontrarsi con una serie di contraddizioni. A riprova di ciò, non tutte le culture umane appaiono afflitte da ‘Pregiudizio Antropocentrico’, in special modo ne sono distanti quelle rimaste legate ad un rapporto più profondo con la natura e i suoi equilibri. Quelle culture che la nostra arrogante autoreferenzialità bolla come ‘arretrate’.

La Natura nasce dal caos, e nel caos procede, con paletti definiti unicamente dalle leggi della fisica e della chimica molecolare. Le strutture organiche autoreplicanti emergono dal caos primordiale, ed in virtù della proprietà di riprodursi in innumerevoli copie, dati tempi lunghissimi a disposizione, finiscono col produrre le innumerevoli forme di vita che vediamo oggi. Nessun ordine, nessun progetto, solo popolazioni abbondanti e diversificate che competono per la sopravvivenza, generando un equilibrio dinamico e trasformandosi nel processo.

Nei fenomeni biologici, l’ordine è conseguenza di innumerevoli iterazioni di processi simili, su larga scala. Le popolazioni animali e vegetali si susseguono con continuità, interagendo in maniere complesse ed adattandosi in continuazione le une alle altre. Ciò può dar luogo ad un’apparente armonia, che è però unicamente il risultato, su larghissima scala, di un’innumerevole quantità di eventi casuali.

In questo scenario, dopo centinaia di milioni di anni, irrompe una nuova specie, la nostra, caratterizzata da un significativo sviluppo cerebrale. Un cervello in grado di osservare, comprendere e manipolare la realtà, sviluppatosi inizialmente con funzioni di mera sopravvivenza ma, in ultima istanza, diventato talmente complesso da interrogarsi su se stesso. Da questa unicità la nostra specie ha tratto l’idea di essere diversa e più importante delle altre.

Per supportare la tesi che l’Uomo fosse al centro dell’Universo occorreva contrastare l’evidenza dei fatti, elaborando una complessa ideologia che poggiasse su una quantità sufficiente di quelle che chiameremo ‘stampelle’ per potersi reggere in piedi. La prima di queste stampelle fu, con molta probabilità, la negazione della morte.

La consapevolezza della morte è una delle forme di sofferenza cui ci ha condannato lo sviluppo intellettuale del nostro cervello. Abbiamo trovato il modo di contrastare questa permanente afflizione mediante l’elaborazione del pensiero religioso e l’invenzione delle divinità, con la conseguente costruzione di sistemi di credenze finalizzate a negare la morte degli individui.

Questa elaborazione concettuale, che oggi accettiamo con facilità, deve essere stata altamente contro-intuitiva per i nostri antenati, abituati alla vita nomade di cacciatori-raccoglitori. Uno stile di vita in cui la morte doveva essere un’evidenza estremamente frequente (per quanto mitigata dall’elaborazione del lutto mediante riti funebri).

L’invenzione di un’anima divina, slegata dalla corruzione del mondo, è stata in grado di allontanare l’angoscia della morte, ma richiedeva la fabbricazione di una ulteriore ‘stampella’ ideologica a supporto, che fosse allo stesso tempo evidente e auto-giustificante. Nacque così l’idea di un Ordine Divino, avente il suo riflesso nell’Uomo.

Come abbiamo visto, in una ipotetica dicotomia ordine-caos, la natura appartiene al caos. L’uomo decide così di ‘chiamarsi fuori’, di appartenere ad un Ordine Divino, di aspirare all’immortalità. Nel fare ciò, mette insieme una serie di evidenze a supporto di tale tesi. Come esempi di ordine trova i cicli temporali determinati dall’interazione gravitazionale dei corpi celesti: l’alternanza di giorno e notte, il succedersi dei mesi lunari, i cicli delle stagioni, il ruotare incessante del cielo notturno, i moti dei pianeti.

Non è un caso che tutte le culture umane abbiano proiettato nel cielo il luogo delle divinità, come a sancire uno spazio in cui si manifesta l’Ordine (divino), distinto e separato dall’ambito terrestre, dominato dal caos. Nella regolarità dei moti celesti l’uomo antico proietta il suo bisogno di ordine, la sua aspirazione alla divinità ed in ultima istanza il desiderio di sfuggire alla morte.

Il concetto di Ordine si sviluppa, in parallelo, anche grazie alla crescita delle abilità cognitive ed attraverso i modi coi quali un cervello particolarmente sviluppato ci consente di manipolare la realtà circostante. Gli utensili, per risultare efficienti, devono essere fabbricati in una maniera precisa e sempre uguale; i ripari, anche quelli provvisori, vanno realizzati con criterio; i vegetali per l’alimentazione vanno scelti con attenzione, per evitare le varietà tossiche o velenose, e mescolati nelle esatte dosi.

Dovendo dipendere il benessere e la sopravvivenza dei gruppi umani dalla corretta applicazione di numerose regole, non è difficile immaginare come la leadership delle tribù preistoriche abbia finito col premiare proprio quegli individui più capaci di aderire ad un comportamento altamente strutturato, finendo con l’aprire la via all’idea di un Ordine Salvifico contrapposto ad un Caos potenzialmente mortale.

L’idea di Ordine si traduce, nel corso dei secoli, nelle prime scienze esatte, matematica e geometria, che si riflettono a loro volta nei primi monumenti dell’uomo (piramidi, colonne), nelle opere di irregimentazione idraulica e nell’organizzazione delle coltivazioni. Da questa prospettiva non è un caso che Scienza e Fede vadano letteralmente a braccetto, perlomeno fino ai tempi recenti.

Quello che accade, da Galileo Galilei in poi, è un progressivo distacco. La scienza matura una propria idea di Ordine Intrinseco delle Cose che non ha più necessità di una divinità a supporto. La religione, dal canto suo, non trovando più appigli nelle nuove scoperte scientifiche non può far altro che rinchiudersi a riccio sulla veridicità delle antiche scritture ed ostacolare, per quanto possibile, le nuove acquisizioni del sapere.

Sapere che si traduce ben presto in nuove tecnologie, in macchine sempre più sofisticate e complesse, in realizzazioni ingegneristiche strabilianti. La scienza diventa il nuovo alfiere del trionfo dell’Ordine, mentre alla religione resta soltanto la funzione di sollievo e conforto dalla paura della morte, anch’essa significativamente ridimensionata dall’avvento di nuove forme di distrazione (aka intrattenimento) via via più evolute e capillari.

Dato il quadro fin qui descritto, risulta evidente come a guidare l’evoluzione tecnologica della nostra specie sia stata, fin dall’antichità, l’adesione ad un’idea astratta di Ordine che ha dapprima incarnato, ed in tempi recenti sostituito, la figura divina. I nuovi sacerdoti di questa fede sono i grandi tecnocrati, architetti, progettisti, sviluppatori di software intelligenti e mondi virtuali.

E tuttavia l’Ordine umano, freddo e meccanico, si contrappone ai processi caotici propri del mondo naturale, determinando un conflitto permanente per il dominio del pianeta. È chiaro, a questo punto, il motivo per cui non siamo in grado di moderare l’impatto delle attività umane sulla biosfera: da un lato è il pregiudizio antropocentrico a suggerire che il nostro agire possa essere unicamente ‘buono e giusto’, dall’altro è l’idea, introiettata nell’arco di innumerevoli generazioni, di un Ordine (a suo modo divino, in quanto frutto di pura astrazione) sempre e comunque preferibile al Caos.

Un’idea analoga a quella formulata dallo scrittore e filosofo Robert M. Pirsig nel volume “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” con l’elaborazione di ciò che viene definito come Metafisica della Qualità, solo che la chiave di lettura è qui completamente rovesciata dall’evidenza che la Qualità (l’Ordine) è il motore stesso della distruzione del mondo.

Questa nuova consapevolezza mi mette a disagio, come pure realizzare quanto in profondità sia radicato il bisogno di Ordine nei modi in cui mi relaziono all’esistente. Perfino questo ragionamento, per dire, è espressione di un desiderio di Ordine. Subisco da sempre la fascinazione per le geometrie perfette, le idee astratte, la musica, la tecnologia, per tutto ciò che è regolare, preciso, esatto, prevedibile.

Proprio per questo, fatico enormemente ad accogliere la consapevolezza della fallacia e provvisorietà dei successi umani. È un’idea che mi addolora, perché in controtendenza con tutto quello che ho sognato e desiderato fin dalla fanciullezza.

E tuttavia resta innegabile l’evidenza del danno progressivo che stiamo producendo sull’ambiente che ci ha generati. In termini di perdita di biodiversità, di distruzione di habitat, di turbamento di equilibri sviluppatisi su un arco temporale di milioni di anni. E in qualche modo altrettanto evidente mi appare il concetto, attribuito ad Albert Einstein, che: “non si può risolvere un problema usando lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato”.

In conseguenza di ciò, non possiamo illuderci di poter risolvere un problema generato dalla tecnologia umana per mezzo della tecnologia umana. Non possiamo affrontare un dissesto prodotto dall’idea di Ordine applicando un analogo criterio, solo declinato diversamente.

Se vogliamo risolvere il problema causato dalle attività umane all’ambiente possiamo solo sospendere le attività umane. O tenerci il problema, e scommettere su quanto a lungo riusciremo a non farci sopraffare dalle ricadute indesiderate delle nostre azioni.

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Darwin, l’empatia e la violenza

The_ScreamI lettori di questo blog sanno che amo discettare occasionalmente su materie per le quali non ho formali competenze, ed è il caso di questo post. Il motivo che mi spinge a far ciò è che, di tanto in tanto, inciampo in questioni che non riesco a gestire con le chiavi di lettura fornite dalla narrazione corrente. Nel caso specifico, le esplosioni di violenza incontrollata.

L’esercizio della violenza appare vieppiù biasimevole ed incomprensibile quando avviene nei confronti di soggetti deboli, di norma donne e bambini. La società contemporanea ha iniziato recentemente ad interrogarsi su un fenomeno che ha preso il nome di ‘femminicidio’, e riguarda l’uccisione, da parte di un maschio, della compagna, o ex compagna, cui sia stato precedentemente legato da una relazione sentimentale.

Tralasciando i casi, per fortuna rari, in cui tale omicidio viene freddamente pianificato a tavolino e lucidamente posto in atto, nella maggior parte dei casi la molla che innesca il delitto appare essere fornita dall’ennesimo litigio, l’ennesima situazione di stress, a cui il maschio, non di rado obnubilato da sostanze psicotrope (alcol e/o droga) reagisce con forme di violenza estrema.

Altra situazione con cui trovo analogie sono gli infanticidi determinati da depressione post-parto. In questo caso è presente una patologia psichica relativamente nota e dai contorni definiti, ma resta, per quella che è la mia percezione, l’insensatezza di un atto inconsulto, non pensato, non pianificato. Infanticidio che, oltretutto, scatta solo per alcune donne e non per altre.

La terza forma comportamentale difficile da digerire sono gli eccessi di violenza sui minori, anche molto piccoli, che portano adulti, in genere maschi, ad infierire brutalmente su corpicini inermi per motivazioni futili come, ad esempio, un pianto incontrollato.

Il fattore comune a queste tre situazioni è, in molti casi, l’esplosione incontrollata, il gesto inconsulto, la perdita totale ed irreparabile del controllo sul senso del proprio agire. In alcuni casi ci troviamo di fronte ad individui dal temperamento abitualmente violento o sopra le righe, ma questo non può valere per le madri che uccidono i propri figli in preda a depressione.

Una chiave di lettura mi è stata fornita, quasi incidentalmente, da una fiction medica. Nella vicenda inscenata uno psicologo si trovava ad affrontare il caso di una bambina totalmente psicopatica, ovvero incapace di provare empatia con altri esseri umani che, nell’arco narrativo, aveva rischiato di uccidere il fratellino per un futile diverbio.

Lo psicologo, per evitare di rinchiuderla a vita in un istituto, cerca di insegnarle un metodo alternativo di gestione delle proprie reazioni, una strategia che le consenta di emulare le funzioni emotive che la bambina non è in grado di provare.

Da ipocondriaco latente quale sono, non ho potuto fare a meno di proiettare il problema su di me, e domandarmi: “non starò facendo anch’io la stessa cosa?”. In altri termini: non potrei essere anch’io uno psicopatico che emula le reazioni emotive con sovrastrutture razionali? Se così fosse, cosa accadrebbe nel momento in cui i meccanismi razionali, a seguito di stress intensi e prolungati, finiscano col cedere?

Questa interpretazione comportamentale potrebbe dar conto dei fenomeni sovra-descritti, in cui una momentanea perdita di controllo ha conseguenze devastanti sulla vita degli altri e sulla propria. Ma presupporre una tale percentuale di psicopatologie ‘auto-corrette’ mi è parsa una forzatura eccessiva. La realtà non è solo bianco o nero, presenta solitamente una vasta sfumatura di zone grigie.

Ancora una volta mi sono rifatto al pensiero di Darwin: cosa è un vantaggio, e cosa uno svantaggio, in termini evolutivi? Il comportamento sociale, quindi l’empatia, la capacità di comprendere, interpretare e fare proprie le emozioni altrui, è evidentemente un vantaggio: consente di formare gruppi, la cui efficacia in termini di sopravvivenza e riproduzione è superiore a quella del singolo individuo.

Ma se la cooperazione è un fattore chiave del nostro successo come specie, la competizione lo è altrettanto perché consente, all’individuo ed al gruppo, di difendersi dalle aggressioni, di sottomettere i ‘competitors’ ed in ultima istanza di accedere ad una maggior quantità di risorse.

Ma, e qui è il punto, come gestire queste due necessità tra loro conflittuali? Come passare dalla cura e l’affetto per il proprio gruppo/tribù alla necessità di combattere senza pietà tribù rivali e potenziali aggressori? Come passare dal ruolo di genitore affettuoso a quella di guerriero spietato?

La spiegazione che mi sono dato è che queste due nature fanno entrambe parte del nostro essere umani, separate da un confine che può essere, a volte, molto sottile. Sia la capacità di provare empatia che quella di non provarne fanno parte del successo evolutivo della nostra specie. E la gestione di questa profonda contraddizione risiede in meccanismi mentali, sviluppati ad-hoc, che possono occasionalmente incepparsi.

Così, per fare un esempio, possiamo essere profondamente empatici con alcune specie animali ‘di compagnia’, e parimenti non-empatici con altre specie animali di cui invece ci nutriamo. Non è raro, nel mondo contadino, che la stessa persona che al mattino gioca con il proprio cane, il pomeriggio sgozzi a mani nude un maiale: entrambi questi comportamenti sono funzionali al suo benessere ed alla sua sopravvivenza.

Se, pertanto, entrambi i comportamenti, empatico e psicopatico, sono vantaggiosi per la specie (o lo sono stati in un passato non troppo lontano, dato che il genoma umano è sostanzialmente immutato da diverse decine di migliaia di anni), la mia personale conclusione è che disporre della capacità di passare dall’uno all’altro rappresenti anch’essa un vantaggio.

Quindi dobbiamo abituarci a ragionare gli esseri umani come individui necessariamente dotati di questa doppia natura, empatica ed anempatica, in grado di passare senza soluzione di continuità dall’una all’altra se posti in condizioni di forte stress.

Questo significa che chiunque di noi può, in un determinato momento, ‘perdere il lume della ragione’. Perdere, cioè, la capacità di percepire gli altri come simili a sé, finendo col comportarsi da perfetto psicopatico per un ristretto arco temporale. L’assunzione di sostanze psicotrope (droghe o alcol) facilita questa transizione di stato mentale.

Essendo tale capacità, nel contesto odierno caratterizzato da una diffusa socialità, potenzialmente dannoso non solo per l’oggetto della violenza ma anche per il soggetto che la esprima, l’unico suggerimento che si può dare ai singoli è quello di evitare, ove possibile, le situazioni capaci di generare stress elevati. Obiettivo che, di fondo, rappresenta la finalità di molte antiche filosofie orientali, in cui la ricerca della pace interiore attraverso forme di meditazione non ha altro intento se non la riduzione dell’accumulo di stress psicologico.

Dal punto di vista della collettività, se la tesi suesposta dovesse essere confermata da evidenze sperimentali, dovremmo darci modo di diagnosticare la potenziale fragilità di questo confine psichico in specifici individui, per indirizzarli verso stili di vita ‘a basso rischio’. Allo stesso modo i partner dovrebbero poter accedere a queste informazioni cliniche, in modo da poter agire di conseguenza.

Purtroppo la società attuale va in direzione diametralmente opposta, promuovendo forme di insoddisfazione (e quindi di stress) come motore dello sviluppo sociale, alimentando bisogni indotti e generando in forma diffusa situazioni esasperanti, non ultima la guida prolungata di veicoli a motore. Queste condizioni di ‘stress sociale’ si scaricano, in ultima istanza, all’interno dell’unità minima, la coppia o la famiglia.

Non è un caso se le culture a capitalismo avanzato, che più spingono sull’accelerazione di questi fattori di stress, siano anche quelle dove l’uso di sostanze psicotrope sia più elevato, e le esplosioni di violenza irragionevole avvengano su più larga scala.

L’esperimento sociale in cui viviamo immersi da decenni ormai, consistente nell’inurbazione forzata di masse crescenti di individui e nella competizione economica tra diverse nazioni pur in assenza di conflitti espliciti tra le stesse (le guerre), finisce con lo scaricare la distruttività accumulata ed inespressa sugli elementi più deboli della catena: i singoli individui, finendo con l’innescare esplosioni di violenza incontrollata ed insensata proprio in virtù di un meccanismo che, in un lontano passato, ci ha invece aiutato a sopravvivere.