Criminale normalità

Si ragiona spesso di “sicurezza” sui giornali ed in TV, perché fa audience. La paura è una leva potente dell’immaginario collettivo. Ad esempio fa discutere il dato di 33 morti di morte violenta a Roma nel 2011, interpretato come un segnale dell’importanza delle attività criminali in città.

Tuttavia si dimenticano altrettanto facilmente i 139 morti sulle strade di Roma nello stesso periodo, nonostante la sproporzione sia evidente. Cos’è che fa sì che la gente si preoccupi di un problema, e non faccia altrettanto per un altro che produce il quadruplo dei decessi ed un numero sproporzionatamente maggiore di feriti?

In fondo, ragionando cinicamente, il rischio di morire a causa di un “regolamento di conti” è estremamente basso per chi non faccia parte della malavita, mentre gli incidenti stradali falciano tutti indistintamente (sia pur con una predilezione per bambini ed anziani, tra le vittime incolpevoli, e giovani tra 18 e 25 anni, per i quali l’automobile rappresenta la prima causa di morte… non di rado autoprocurata).

Il motivo è, a mio avviso, un meccanismo di autorimozione di colpe e responsabilità, attitudine molto diffusa nel popolo italiano. Quando un incidente si verifica il primo istinto è quello di relegarlo in una sfera di eccezionalità, andando a ricercare cause collaterali che possano giustificarlo, come l’uso di alcool, droghe, o l’appartenenza dell’investitore a gruppi sociali comodamente disprezzabili come gli “zingari” o i “rumeni”.

La realtà è un’altra. A provocare gli incidenti sono, nella stragrande maggioranza, persone normalissime, lucide, consapevoli. Le “brave persone” sono responsabili di più omicidi (stradali) di quanti ne realizzi la malavita. La differenza è che, essendo “maggioranza” sotto molti aspetti (demografici, economici, culturali), tali “brave persone” in un regime di democrazia dettano legge, e di fatto impongono questa mattanza come una forma di inevitabile “normalità”.

“Normalità” è guida disinvolta, a velocità sostenute e non di rado, specie nei centri urbani, al di sopra dei limiti. “Normalità” è lasciare l’automobile in sosta d’intralcio perché l’indifferenza e la mancata pianificazione urbana hanno saturato tutti gli spazi disponibili.

“Normalità” è vivere gli spostamenti come un momento di conflitto e competizione con qualsiasi altro veicolo all’intorno, nel disperato e patetico tentativo di rosicchiare qualche secondo in più che possa ricompensarci della passiva sottomissione ad un modello di trasporto energivoro ed inefficace, e dell’incapacità di pervenire ad una soddisfacente qualità di vita.

“Normalità” è passare col giallo ai semafori, non dare la precedenza ai pedoni sulle strisce, guidare distrattamente parlando al telefono o gingillandosi con l’ultimo gadget tecnologico, muoversi a zig-zag da una corsia all’altra, lampeggiare e/o clacksonare per chiedere strada, sorpassare dove non consentito, non mantenere la distanza di sicurezza, e molto altro ancora…

“Normalità” è vivere gli spostamenti in auto come se sulle strade valesse la legge delle giungla, di fatto contribuendo a fare delle nostre strade una giungla.

Il risultato di un tale comportamento perennemente “al limite” è che i margini di sicurezza si riducono ai minimi termini. Di conseguenza la probabilità di perdere il controllo della situazione sale drammaticamente, contestualmente al numero di incidenti, morti e feriti.

L’escamotage per evadere da questa responsabilità consiste nella ricerca di un “capro espiatorio”, addossando la colpa a qualche effetto collaterale e/o marginale, o a una “devianza” di qualche tipo.

“Eh, ma il guidatore era ubriaco…”
“Eh, ma il guidatore era sotto effetto di droghe…”
“Eh, ma il guidatore era un romeno/zingaro/albanese…”

Quando proprio non dovesse emergere alcun “fattore scatenante” si procede a colpevolizzare la vittima, soprattutto se pedone o ciclista.
La formulazione classica è: “se l’è andata a cercare”.

“Eh, ma avrà attraversato senza guardare…”
“Eh, ma avrà fatto una manovra azzardata…”
“Eh, ma pedalava senza luci/caschetto/retrovisori…”

La realtà è che viviamo una normalità criminale, e facciamo di tutto per negarla.
La realtà è che la distanza tra l’essere una “brava persona” e il diventare un assassino sta spesso in poche frazioni di secondo, o in un attimo di distrazione, a causa di un comportamento “normalmente criminale” che assumiamo quotidianamente.
O meglio, di comportamenti “normalmente criminali” collettivamente tollerati e condivisi.
Di una criminale normalità che è diventata parte integrante della nostra cultura.

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