Futurologia

Si discute parecchio ultimamente, in special modo in internet, del futuro del mondo del lavoro. La cosiddetta “crisi“, relegata dai nostri mass-media fra le notizie di costume, non mostra segni di inversione di tendenza: i consumi rallentano, le aziende licenziano e chiudono, gli scambi internazionali di merci e materie prime sono ai minimi storici, i mercati segnano il passo, il costo dell’energia da combustibili fossili, dopo un anno di calmierazione probabilmente artificiale, ha ripreso a salire.

Cosa sta succedendo? In sostanza siamo prossimi al “fondo del barile“, abbiamo estratto e consumato risorse non rinnovabili ad un ritmo forsennato per decenni ed è giunto il momento, per così dire, di “pagare il conto“. Il petrolio, per fare l’esempio più classico e forse più significativo, ha circa un secolo di vita. Si è iniziato ad estrarlo negli Stati Uniti, dove affiorava praticamente al livello del suolo, si è proseguito forando e trivellando qua e là per il pianeta, scoprendo giacimenti molto consistenti ma anch’essi non illimitati, ed ormai non se ne scopre più di nuovi da un bel po’. Tra gli ultimi importanti vi sono quelli “off shore” scoperti nel Mare del Nord, ormai praticamente esauriti.

E qui entra in gioco il lavoro di Hubbert sulla “teoria del picco” e successivamente quello del “Club di Roma” che nel ’72 pubblicava il “Rapporto sui limiti dello sviluppo“. In sostanza esiste una relazione matematica ben definita che lega il tasso di scoperta di nuovi giacimenti al picco di estrazione di una determinata risorsa. Ogni volta che una risorsa fossile trova un utilizzo acquista valore, e si inizia a cercarne nuove fonti di approvvigionamento, dopo un po’ le principali vengono individuate, ma nel frattempo i metodi di ricerca migliorano ulteriormente, fino al punto in cui la gran parte dei “giacimenti ricchi” è scoperta, poi si ha il “declino“, nel senso che ne vengono trovati di nuovi ma “minori“, e via via se ne trovano sempre meno.

Questo non significa che nel momento in cui la scoperta di nuovi giacimenti declina si è già in crisi, perché si continua allegramente ad estrarre da quelli in attività, ma Hubbert individuò un nesso di causa-effetto tra il “picco della scoperta” e quello della “produzione“, predicendo che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto il “picco produttivo” per il petrolio a metà degli anni ’70. Questa predizione si è avverata, da allora la produzione USA è in declino, ma nel frattempo erano stati individuati nuovi giacimenti, situati in gran parte nella penisola araba, che hanno spinto la crescita dell’economia occidentale fino ai giorni nostri.

Cosa avviene quando si applica la teoria di Hubbert non già ad un singolo stato ma all’intero pianeta Terra? Le previsioni effettuate negli scorsi decenni datavano il raggiungimento del picco mondiale dell’estrazione di petrolio a cavallo della fine del presente decennio. Di fatto la crisi globale innescata dall’impennata dei prezzi di un anno fa ha prodotto una riduzione dei consumi, che si è riflessa in un calo nell’estrazione di petrolio. È difficile affermare se questa coincida o meno con il picco previsto da Hubbert, ma è molto verosimile che sia così. Allora perché nessuno ne parla?

La risposta a quest’ultima domanda è in realtà ovvia, nessuno ne parla perché sono temi scomodi, perché ci ritroviamo in una società in cui alla deresponsabilizzazione individuale fa da necessario contralto la deresponsabilizzazione collettiva. Dobbiamo constatare come il meccanismo di “delega democratica“, invece di innescare una crescita sociale e culturale, ha prodotto nel nostro paese un crescente allontanamento della popolazione dai processi decisionali, ed una perdita di consapevolezza e responsabilità rispetto alle conseguenze dirette ed indirette delle proprie azioni. In un’epoca di “vacche grasse” hanno avuto migliori opportunità di essere eletti i partiti e quegli esponenti politici che, come imbonitori da fiera, hanno raccontato agli elettori quello che questi ultimi volevano sentirsi raccontare: “va tutto a gonfie vele“, “non ci sono problemi“, “andrà sempre meglio“; pompando nella popolazione quei valori di superficialità e mercificazione funzionali ad un moderno sistema capitalistico.

Forte della sua ricchezza, l’occidente ha nel tempo maturato un’egemonia culturale sul resto del pianeta basata sull’ideologia del “libero mercato” e sul paradigma della “crescita” indefinita, un’idea di continuo cambiamento in meglio in cui tutti si ritrovano sempre più ricchi man mano che il tempo passa. Un’impalcatura ideologica che mostra crepe impressionanti già ad una prima analisi molto rudimentale, ma che essendo fondata sull’egoismo individuale ha trovato quasi sempre una generalizzata, entusiastica ed acritica, adesione.

Ad un primo approccio molto superficiale l’idea di “crescita indefinita” pare soddisfare le umane pulsioni più di qualunque altra filosofia “limitante”, ma basta ragionare appena un po’ più a fondo per evidenziarne il sostanziale inganno. Basta, ad esempio, rendersi conto che il territorio a disposizione è limitato. Consideriamo quanto è successo a livello abitativo dal dopoguerra ad oggi. Nel primo dopoguerra è iniziata la “ricostruzione” del paese, e tutti quelli che lo hanno desiderato e ne hanno avuto la possibilità si sono costruiti, o comprati, la casa. Negli anni successivi si sono costruiti, comprati o ristrutturati la seconda casa. Per raggiungere questa seconda casa si sono comprati tutti un’automobile, il risultato è stato che le città si sono riempite di automobili, diventando ben presto invivibili.

A questo punto si è cominciato ad abbandonare le città, preferendo vivere “fuori“, nei sobborghi, in villini monofamiliari connessi al tessuto urbano con strade e superstrade, di conseguenza il traffico su queste strade di adduzione è lievitato a livelli incompatibili con una decente qualità della vita, e si è finito col pagare il sogno della “casa nel verde” a prezzo di ore ed ore in coda per recarsi al lavoro. Tecnicamente si può affermare che siamo tutti “più ricchi“, dal momento che possediamo più case, più automobili, più strade, quello che non possediamo più è il nostro tempo, disperso tra un ingorgo e l’altro, dissipato lungo la via, dentro scatole a ruote. È evidente come sull’altare del soddisfacimento di miopi egoismi sia stato depauperato un patrimonio inestimabile di “ricchezza non quantificata” in termini di cementificazione delle campagne, perdita di ore di vita personale e relazionale, degrado paesaggistico ed urbano, abbattimento della qualità della vita. Aggiungete a questo una progressiva crescita della popolazione ed otterrete di dipingere un affresco folle in cui, in capo ad un secolo, l’intera penisola sarà ricoperta di abitazioni.

Quindi ci troviamo di fronte ad un modello economico strombazzato e propagandato per decenni che già del suo, se fosse realistico, ci condurrebbe progressivamente a situazioni di assoluta invivibilità, ma la cosa più interessante è proprio il fatto che “realistico” non è, poiché basato sull’idea, impraticabile, di una disponibilità futura di energia e materie prime a basso costo simile a quella che abbiamo vissuto da un secolo a questa parte. Hubbert, e più recentemente i fatti concreti, ci insegnano che le cose non stanno in questi termini.

Ho più volte definito la condizione attuale, quella in cui la maggior parte delle persone oggi viventi hanno passato l’intera esistenza, come un’ubriacatura da petrolio. Ora il petrolio ha imboccato la china discendente. Questo non significa che finirà domani o dopodomani, ma che se ne estrarrà sempre meno, e costerà sempre di più. Altre fonti energetiche, fossili e rinnovabili, non sembrano in grado ad oggi di prendere il suo posto per il loro basso rendimento effettivo. A parità di energia investita le altre risorse energetiche, fossili e rinnovabili, hanno un rendimento più basso, il che lascia sì un margine utile, ma incompatibile con l’attuale livello di consumi. Ad aggravare il quadro c’è il progressivo esaurimento delle materie prime.

L’analisi di Hubbert si applica a qualunque risorsa “fossile“, dai metalli per l’industria al fosforo per i fertilizzanti agricoli, con in più un fattore economico legato al mercato energetico. Anche a parità di facilità di estrazione e lavorazione produrre una tonnellata di ferro ha un costo energetico in termini di petrolio necessario per azionare i macchinari di estrazione e trattamento del minerale grezzo. Nel prossimo futuro ci troveremo di fronte all’azione combinata di minor ricchezza dei giacimenti e maggiori costi energetici di lavorazione, il che farà salire rapidamente il costo delle materie prime e dei semilavorati. Questa non è una previsione, sta già accadendo. Ad esempio il prezzo del rame, componente essenziale nell’industria elettronica, si è triplicato nel volgere di pochi anni.

Terminata questa necessaria premessa posso procedere a tratteggiare, a tinte purtroppo fosche, il futuro che ci aspetta nella prossima decade. Il primo inevitabile riflesso di questa situazione è che tutto finirà col costare più di prima, dai carburanti per autotrazione, ad ogni tipo di merce e manufatto, ai prodotti alimentari. E’ difficile prevedere che contraccolpi questo avrà sull’ordinamento sociale, ma la percezione dell’uomo della strada sarà di un progressivo impoverimento collettivo, e questo innescherà tensioni sociali a vari livelli.

Molte merci, di conseguenza, non si venderanno più, e cominceranno a riprender piede quelle attività artigianali legate al recupero e alla riparazione di oggetti usati. La corsa all’usa e getta degli ultimi decenni vedrà un’inversione di tendenza. Un altro cambiamento epocale riguarderà i trasporti, col declino da un lato dell’automobile privata, e dall’altro dell’insensato spostamento di merci da un capo all’altro dei continenti.

Coll’aumentare dei costi del carburante e delle materie prime ridiventerà concorrenziale il trasporto collettivo, su ferro e su gomma, mentre sulle tratte brevi si tornerà ad utilizzare la bicicletta, veicolo giunto ormai a livelli di efficienza ed affidabilità ben lontani da quelli a cui erano abituati i nostri nonni. Per contro l’espansione incontrollata del tessuto urbano subirà un brusco arresto via via che ci si renderà conto dell’impraticabilità di vivere troppo lontani dal proprio posto di lavoro. Un “urban sprawling” reso possibile dalla diffusione di massa del trasporto privato declinerà con esso, e si porrà il problema di recuperare i terreni ex-agricoli scomparsi sotto cemento ed asfalto.

L’aumento del costo dei carburanti per autotrazione si rifletterà direttamente sul costo delle derrate alimentari, prodotte fin qui grazie all’agricoltura meccanizzata. Si renderanno evidenti i nefasti effetti prodotti negli ultimi decenni con l’impoverimento dei suoli agricoli e, se non si arriverà nell’immediato a vere e proprie situazioni di emergenza alimentare, vedremo trasformarsi la nostra alimentazione nei termini di una riduzione del consumo di carni ed un simmetrico aumento del consumo di cereali. In prospettiva si torneranno a sfruttare quelle “terre marginali” che la meccanizzazione del lavoro agricolo ha reso non concorrenziali, innescando un flusso “di ritorno” dalle città alle campagne, ed il recupero di tecniche di coltivazione meno legate ai combustibili fossili.

Ma il passaggio probabilmente più drammatico riguarderà tutte quelle occupazioni figlie dell’attuale “filosofia dello spreco“. Non potendo più far fronte alle esigenze basilari, dal cibo ai vestiti al riscaldamento di casa, interi settori industriali legati al “superfluo” declineranno molto rapidamente, producendo un’ondata di licenziamenti e chiusure di attività. Tutta questa mano d’opera in esubero dovrà essere gestita con adeguate politiche sociali, sussidi di disoccupazione e quant’altro si renderà necessario nel lasso di tempo richiesto dall’assestamento nel nuovo paradigma del “consumo sostenibile“.

Molta di questa manodopera potrà essere riversata nel mercato delle attività artigianali, in lavori di riparazione e manutenzione dell’esistente, ma inevitabilmente si andrà incontro ad un periodo di insoddisfazione diffusa e tumulti sociali. Persone a cui è stato insegnato ad omologarsi ad un modello di vita basato sul possesso e sul consumo faticheranno ad adeguarsi ad un nuovo paradigma basato sul recupero, sul riuso, sulla parsimonia, e questo disagio sociale potrà essere facilmente strumentalizzabile a fini politici.

Perché il vero problema non sarà tanto quello di riabituarsi ad un livello di consumi e qualità della vita comunque superiore a quello vissuto dai nostri avi, quanto il fatto che questo assestamento sarà accompagnato da una percezione di arretramento rispetto alle aspettative maturate. Milioni di persone marceranno al grido di “ridateci quello che ci avevate promesso“, le istituzioni perderanno di credibilità e con molta probabilità si finirà col ricadere, da più parti, in forme di governo ed organizzazione sociale non democratiche, che avranno il loro corollario di guerre pretestuose e tragedie assortite, come purtroppo la storia del ventesimo secolo ci insegna.

Se questa escalation spazzerà via la civiltà come la conosciamo, o se invece si riuscirà a percorrere una transizione graduale verso la sostenibilità, non è dato saperlo, come pure non è dato sapere quando ed a quale livello di civiltà il processo finalmente si assesterà. Prevedere il futuro non è possibile. Anche questa rapida carrellata di eventi non è altro che un’estrapolazione basata su quanto ci è dato di sapere al momento. Esistono altri problemi, enormi, legati all’indebitamento dei paesi ed alla virtualità dei mercati finanziari che possono aggravare sul breve termine, e di parecchio, gli sconquassi poc’anzi previsti. L’alternativa di una crescita continua ed incontrollata è, probabilmente, ancora peggiore, perché non farebbe che posticipare nel tempo e rendere ancor più catastrofici gli eventi sopra descritti. Sarebbe per me paradossale, ma non implausibile, verificare a distanza di anni il sostanziale ottimismo di queste mie previsioni.

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