L’estetica della discarica

Dal blog di Luca Sofri prima, e da “Il Post” poco dopo, sono venuto a conoscenza di una malattia mentale nota come disposofobia, o “accaparramento compulsivo“. La pagina di Wikipedia la descrive nei seguenti termini:

“Accaparramento compulsivo (…) è un disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi, o insalubri. L’accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire.”

Per comprendere meglio i termini del problema bisogna vedere le foto delle case di persone sofferenti di questa malattia. Queste sono quelle disponibili su Wikipedia.


In pratica vi è un accumulo insensato di oggetti, del tutto indipendente da ogni eventuale futura utilità degli stessi, tale da pregiudicare la vivibilità degli ambienti domestici, oltre a renderne impossibile il mantenimento di adeguate condizioni igieniche.

La prima cosa che mi sono domandato è se io stesso non soffra di qualche forma analoga, sebbene più lieve, di disturbo mentale. Per tradizione familiare tendo a non buttare nulla che possa avere un eventuale futuro utilizzo, ma mi disfo volentieri delle cose palesemente inutili ed inutilizzabili. Quindi, “a spanne” direi di no, anche se temo di esserci andato vicino in passato.

Non disponendo di cantine, soffitte o garage, per anni ho avuto una stanza di casa (…una sola, che affettuosamente chiamavo “la stanza degli orrori“) “temporaneamente” ingombra di oggetti, per lo più di uso sporadico, “appoggiati” in attesa di miglior sistemazione. Ora, grazie soprattutto ad Emanuela, il locale è stato ricondotto alla decenza e ad una piena fruibilità.

Ma, mi sono chiesto poi, compiendo un salto logico: cosa accade se è un’intera popolazione, un’intera cultura, ad essere malata di disposofobia? Semplice, tutti continuerebbero ad ammucchiare roba inutile dappertutto, riducendo e rendendo infruibili gli spazi vitali… il che, a ben pensarci, è esattamente quello che avviene da alcuni decenni nelle nostre città.




Automobili e motorini parcheggiati in ogni dove, marciapiedi risicati e spesso invasi da mezzi in sosta, strade intasate o inutilizzabili perché percorse da veicoli ad alta velocità, cartelloni pubblicitari onnipresenti, una confusione visiva senza precedenti e soprattutto spazi per la vita e la socialità impraticabili o inesistenti.

La nostra avidità di oggetti, la nostra ansia da accumulo, l’esigenza di avere una, due, tre automobili per nucleo familiare ha progressivamente ridotto le nostre strade, i nostri quartieri e le nostre stesse vite esattamente come le case dei malati di disposofobia: ingombre ed impraticabili, senza che la maggior parte di noi se ne rendesse conto.

Vi siete mai domandati cosa penserebbe dei nostri spazi urbani un abitante della Roma di un secolo fa? Rubo ad internet qualche foto per chiarire il concetto. Questa era Roma fino a poco prima degli anni ’60 (i “favolosi anni ’60“…):

Piazza del Popolo

Piazza del Popolo

Piazza Venezia

Via Prenestina (prima della costruzione della sopraelevata)

Via di Tor Sapienza (estrema periferia)

(n.b.: tutte le foto, e moltissime altre, sono visibili sul forum “SkyscraperCity”, all’interno di una discussione intitolata “Roma Sparita”)

Quella che segue, invece, è la Roma di oggi, e la situazione continua a peggiorare, nonostante si sia raggiunta in pratica la totale saturazione degli spazi urbani. Sono foto prese dalla rete, ma basta farsi un giro su Google Street View per rendersi conto di quanto il problema sia diffuso.

Dintorni di via Tuscolana

Sotto l’Ara Coeli (Campidoglio)

Corso Trieste (dal Blog RomaCiclista)

Ma non è tutto, l’ansia di possedere si spinge ben oltre, le case stesse non ci bastano più, l’esigenza di metrature cresce a dismisura. Nello stesso spazio che in anni lontani bastava ad una famiglia numerosa ora i “single” si sentono stretti. Abbiamo bisogno di spazio da riempire con i nostri oggetti, e dopo che l’abbiamo riempito non ci basta più e ne vogliamo dell’altro.

Quindi, non paghi di ammucchiare ciarpame nelle città stiamo facendo la stessa cosa con le campagne. La terra coltivabile scompare sotto schiere di seconde case usate se va bene un mese l’anno e capannoni industriali spesso sfitti e già ora in numero sovrabbondante rispetto al necessario, con la prospettiva di una de-industrializzazione a breve conseguente all’esaurirsi progressivo di combustibili fossili e materie prime.

Il responso clinico è semplice quanto inevitabile: disposofobia collettiva. Quella che pare improbabile è la possibilità di una terapia. Servirebbe un team di psicologi a disposizione di ciascuno di noi per avere qualche speranza di guarire… o forse “solo una catastrofe ci salverà”. Auguri!

2 thoughts on “L’estetica della discarica

  1. A mio parere una buona parte delle c.d. malattie mentali (una definizione che è in realtà piuttosto una metafora) sono manifestazioni palesi e in tono maggiore di difficoltà o problemi provenienti da tutto il contesto, che le mostra in maniera più lieve e gestibile. Si tratta di vedere l’individuo affetto non come un caso a parte ma come una sorta di sintomo circoscritto di un malessere profondo che altre parti del suo contesto semplicemente tollerano meglio. D’altronde lo stesso ragionamento è provato dalla medicina ufficiale quando una sola parte del corpo manifesta un disagio che magari nasce altrove o, nei casi gravi, è in tutto il corpo. Nessun medico che vedesse, mettiamo, un paziente a cui cadono copiosamente i capelli, potrebbe escludere che il problema non sia una malattia dei capelli ma magari della cute quando non un’intossicazione generale (è molto comune ad es. come conseguenza delle chemioterapie proprio perchè queste ultime, per funzionare, devono aggredire il corpo). E’ molto più comodo pensare in piccolo ma la mia idea è che, in situazioni vaste e complesse l’individuo è la cellula e la città, la nazione, la società, ecc. sono il corpo. Se è palese che l’individuo faccia la società dev’essere anche l’inverso. In una società tendente alla parsimonia, lo sviluppo da parte di Tizio o di Caio di atteggiamenti come questi sarebbe assai meno probabile. A rigor di logica, infatti, considerando come tessuto sociale di riferimento il capitalismo occidentale, questa sindrome che descrivi non può essere definita “anormale” o deviante. Essa è anzi un comportamento “ipernormale”, con ciò intendendo l’atteggiamento di chi segue un indirizzo condiviso con un’enfasi tale da rivelarne i limiti, anche a prescindere dal suo caso singolo

    • Il primo parallelo che mi viene da fare è con gli Stati Uniti e la loro cultura della violenza e delle armi, che puntualmente si riflette in comportamenti individuali aberranti (le stragi senza motivo nelle scuole o sui posti di lavoro).

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