Al Gran Canyon

Da bambino passavo le mie vacanze in un paesino delle Marche di cui era originaria mia madre: Pianello di Cagli. Non che mio padre fosse nato molto lontano, anzi, a dirla tutta, i miei quattro nonni provenivano da paesi e frazioni distanti tra loro al massimo una quindicina di chilometri. Io e mia sorella tornavamo a Pianello, ospitati da mia nonna, e giocavamo coi molti cuginetti nostri coetanei.

Tra le attività preferite, temperatura dell’acqua permettendo, c’era il bagno al fiume. Pianello sorge alla confluenza di due piccoli fiumi, il Bosso e il Certano, molto diversi fra loro. Il Bosso viene dal confine con l’Umbria, attraversa terreni friabili, marna ed arenaria, è più opaco e più caldo. Il Certano scende freddissimo direttamente dal monte Nerone, ha acque trasparenti e cristalline e per questo viene in larga parte captato per portare acqua potabile alle città costiere.

Dapprima, bambini, si faceva il bagno nella “gorga del cinema“, dove l’acqua era meno profonda. Quindi, crescendo, passammo a quelle dei “cestoni“, e dei “prati“, piccole piscine naturali la cui profondità difficilmente superava il metro e mezzo, soggette a svuotarsi e riempirsi di ghiaia con irregolarità durante le piene invernali.

Passavamo moltissimo tempo sul fiume, non solo a fare il bagno ma anche a pescare, a mani nude, piccole trote e barbi che poi rilasciavamo, a risalire a piedi la corrente nelle nostre ciabattine di plastica immaginandoci esploratori, o a cuocerci le pannocchie sgraffignate dai campi su braci improvvisate.

Quando cominciammo a diventare adolescenti, quindi abbastanza grandi da muoverci prima con l’autostop poi coi ciclomotori, i nostri interessi natatori si spostarono più a valle, presso Cagli. Passammo più di un anno a far bagni e tuffi in un punto in prossimità della cappella della “Madonna del Cerbino” e della relativa sorgente.

Lì l’acqua era profonda da due a quattro metri, e le rocce sovrastanti consentivano di tuffarsi da altezze notevoli (almeno per noi), fino a tre/quattro metri sopra il filo dell’acqua. Va detto che c’erano anche dei tuffatori adulti più esperti che si buttavano da altezze ancora maggiori. Ne ricordo uno, coi tipici baffoni anni ’70, che a metà pomeriggio faceva un unico tuffo a volo d’angelo da un punto alto forse sette, otto metri. Da lì il cerchio d’acqua non si vedeva nemmeno.

Io non ero un gran tuffatore. Andar giù di testa mi spaventava. Ma trovavo irresistibile il saltare in acqua da un punto elevato: il senso di pericolo prima di lanciarsi, il momento di sospensione quando si è in aria, l’abbraccio fresco e liquido del fiume. Non ero un gran tuffatore, ma mi piaceva da matti.

Fu così che, un anno in cui le piene riempirono le vasche della “Madonna del Cerbino”, scoprimmo il Gran Canyon.


Il Gran Canyon si trova, in linea d’aria, poche centinaia di metri a monte della “Madonna del Cerbino”, ma non è raggiungibile risalendo il corso d’acqua per via delle pareti molto ripide su entrambi i lati. Arrivando dalla strada si percorre un breve sentiero quindi si scende, abbastanza scomodamente, al fiume, raggiungendo una prima piscina naturale ed una “spiaggia” di rocce sufficientemente pianeggiante da ospitare, in estate, alcune decine di bagnanti.

Ma per il tratto più interessante occorre camminare verso valle, su rocce calcaree aspre e scomode, fino ad arrivare al punto in cui il fiume si insinua in una fessura tra le rocce che, nei punti più stretti, raggiunge a stento il metro di larghezza.


Questo canale naturale infine si allarga e diventa più profondo, riducendo così la velocità dell’acqua e consentendo di nuotare in sicurezza. Ma non c’è una discesa, l’unico modo di entrare è tuffarsi da uno sperone roccioso sospeso un metro sopra il filo dell’acqua.


Ovviamente anche risalire non è semplice, e se non c’è nessuno/a a dare una mano può talvolta risultare impossibile. Questo è il motivo per cui pochi si arrischiano a nuotare nella parte terminale del canale, ed è un peccato, perché da lì inizia la parte più bella di tutto il fiume.

Poco oltre le pareti rocciose salgono in verticale, ed un tetto di vegetazione copre un ampio tratto dove il fiume forma altre piscine naturali. I colori assumono una tonalità verde smeraldo, ed il movimento incessante della superficie dell’acqua fa sì che la luce si muova sulle tormentate pieghe calcaree creando un effetto di indescrivibile suggestione.


È un paesaggio fiabesco, di quelli che in genere solo il cinema, coi suoi raffinati artifizi, riesce a regalare, ma trovarcisi immersi dentro è tutto un altro discorso. Verso la fine, quando le pareti cominciano di nuovo ad allargarsi, c’è un punto in cui l’acqua sorgiva gocciola da diversi metri di altezza su una piscina naturale, evocando suggestioni esotiche.

Purtroppo di questo punto non ho foto, mancando di una fotocamera subacquea. Come già detto l’unico modo di raggiungerlo è tuffandosi in acqua, e non credo che la mia fotocamera reggerebbe il trattamento…

Dopo tutto questo lungo racconto aggiungerò che ci sono tornato da poco, con un po’ di amici ciclisti di cui solo pochissimi hanno avuto l’incoscienza di avventurarsi con me a scoprire questa meraviglia. Ragionavo, mentre faticosamente mi arrampicavo sulle rocce per uscire, sul fatto che certe esperienze restano forzatamente per pochi.

Ho pensato anche che a questo luogo tanto speciale sono legati dei ricordi indelebili, di me ragazzo, e di me adulto. Il Gran Canyon fa parte di me, di quello che sento di essere, una parte incancellabile.

Ma, inevitabilmente, se da ragazzo tuffarmi in acqua ed arrampicarmi di nuovo fuori era un esercizio semplice, col passare degli anni tutto diventa più complicato. Stavolta ho avuto bisogno di una mano per tornar su. Fra un po’ (sperabilmente parecchi anni!) dovrò anch’io rinunciare.

Che significherà, allora, non poter più godere di questa esperienza, che ritengo una parte di me? Che significherà guardare luoghi dove sono stato giovane e felice pensando che quel tempo non potrà più tornare? Potrò accontentarmi dei ricordi, o quei ricordi mi faranno soffrire?

La verità è che non lo so. Non so cosa la vita potrà riservarmi, né in che modo sarò in grado di accogliere questi cambiamenti. Un po’ ne sono spaventato, e preoccupato, ma uso questi timori come una molla per vivere senza risparmio. La vita non è sempre comoda. Alle volte, per ottenere quello che desideriamo, bisogna trovare il coraggio di tuffarsi.

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