Obesità e arteriosclerosi delle città

Giorni fa ho ripreso a ragionare sui parallelismi tra città ed organismi viventi. Il tema era emerso grossomodo un anno fa, ora intendo tornarci su per svilupparlo meglio.

Gli organismi viventi, non diversamente dalle città, attraversano fasi di crescita, nel corso delle quali si strutturano per gestire la propria funzionalità su una scala di dimensioni maggiori. Gli arti, gli organi ed il sistema circolatorio necessitano di svilupparsi di conseguenza.

Il sistema circolatorio degli organismi animali è rappresentato dalla rete venosa ed arteriosa, che per mezzo del sangue trasporta ossigeno e sostanze nutrienti agli organi che li devono utilizzare, e i materiali esausti agli organi dove essere riciclati o smaltiti. Se questo flusso incessante rallenta, l’organismo entra in sofferenza.

Per ragionare di ‘sistema circolatorio’ delle città è abbastanza semplice immaginare i flussi di persone e cose come sostanze nutrienti o esauste che si muovono da un organo all’altro.

Negli esseri viventi gli organi sono collocati in aree definite, le materie prime affluiscono ad essi ed i prodotti lavorati, o esauriti, ne defluiscono. Nelle città questi ‘organi’ sono gli edifici e gli spazi (p.e.: distretti industriali e sedi di uffici) dove il lavoro viene effettuato.

Le aree industriali vanno considerate come lo ‘stomaco’ della città, dove le materie prime ingerite si trasformano in parti essenziali al funzionamento dell’organismo: sostanze nutrienti, vitamine, proteine, molecole ad alto contenuto energetico.

Possiamo a questo punto immaginare di rappresentare il movimento delle persone, parallelamente a questo flusso di oggetti inanimati, come i globuli rossi che trasportano ossigeno. L’ossigeno viene prelevato dai polmoni, trasportato negli organi, quindi fatto reagire con le molecole di adenosin-trifosfato per produrre l’energia necessaria a compiere un lavoro, sia esso meccanico o chimico.

In questa semplificazione, gli organi sono i luoghi in cui lavoriamo, ed i polmoni quelli in cui ci ricarichiamo, equivalenti alle zone residenziali, abitative e ricreative. Come i globuli rossi ci spostiamo continuamente da un luogo all’altro per mantenere in vita l’animale città.

In organismi semplici (nel parallelo, paesi e piccole città) gli organi sono tutti in prossimità, e la modesta circolazione necessaria al loro funzionamento non richiede una grande complessità. Più gli organismi (le città) diventano grandi e complessi, più essenziale diventa disporre di una circolazione efficiente.

Quello che osserviamo, negli organismi come nelle città, è che, al mutare delle condizioni di contorno, il processo di crescita può deragliare, dando luogo ad organismi malati e disfunzionali. Nello specifico, nel ventesimo secolo la messa a regime di una quantità incredibile di nutrimento, rappresentato dalla disponibilità di fonti energetiche fossili, ha alimentato una crescita abnorme ed accelerata delle città.

La crescita sana di un organismo avviene in tempi lunghi, ed è relazionata ad un equilibrio con la situazione di contorno. Quello che è avvenuto nel secolo scorso è più simile ad una situazione di sovralimentazione in cui, a seguito di un apporto eccessivo di nutrienti, l’organismo genera tessuto in eccesso. Qualcosa di molto simile alla problematica che negli esseri viventi definiamo clinicamente col termine ‘obesità’.

L’organismo obeso finisce con l’essere meno efficiente rispetto ai suoi simili non affetti dalla medesima patologia, consuma più risorse di quante ne produca (situazione che il sistema economico attuale formalizza nel rapporto debito/PIL) ed è più incline all’insorgenza di patologie parassite (disagio sociale, nevrosi, con tutti i relativi portati).

La crescita accelerata dell’organismo città si traduce nel sorgere di urbanizzazioni specializzate: aree industriali, quartieri residenziali, e solo in tempi più recenti distretti dedicati al commercio ed alla ricreazione (centri commerciali). La seclusione di questi ‘organi’, ovvero la loro cattiva integrazione in un organismo funzionale, finisce col generare flussi crescenti di persone e materiali, tali da mettere in crisi il sistema circolatorio della città.

Nella città in cui vivo, l’assenza di una corretta pianificazione e gestione delle esigenze trasportistiche (coincidente con lo sviluppo di un’efficiente rete di trasporto pubblico collettivo), ha causato un massiccio ricorso all’automobile privata come strumento di mobilità individuale, finendo col generare una sistematica congestione della rete viaria.

L’uso diffuso dell’automobile privata ha rappresentato, per l’organismo città, l’equivalente della proliferazione di colesterolo e grassi saturi nel flusso sanguigno, con conseguente deposizione di placche sulle pareti arteriose (i veicoli in sosta, permanente e d’intralcio, sulle sedi stradali) ed un freno alla mobilità complessiva di persone e cose. L’equivalente della patologia che, negli esseri umani, chiamiamo arteriosclerosi.

Il quadro clinico è sicuramente poco tranquillizzante. L’arteriosclerosi conduce per solito ad una degenerazione delle facoltà intellettive (fenomeno che, sempre in chiave di metafora, mi pare si stia già verificando). L’obesità, dal canto suo, è un processo che tende ad auto alimentarsi (in tutti i sensi), per far fronte al quale, di norma, si interviene mettendo a dieta il soggetto, non più in grado di regolarsi da sé.

Questo però richiede che l’organismo (la città) sia inserito in una rete sociale (uno stato) composta da individui (altre città) in prevalenza sani, mentre quello che osserviamo sono processi di espansione urbana, alimentati dallo stesso sfruttamento di risorse fossili, estesi all’intero paese… per non dire ad una parte significativa dell’intero pianeta.

Nel frattempo si profila, all’orizzonte dei prossimi decenni, una crisi globale determinata da una varietà di fattori: dal progressivo esaurimento delle fonti energetiche fossili, all’emergenza climatica, all’inquinamento.

Possiamo sperare che questo si traduca in un significativo dimagrimento dell’organismo città, e al ritorno ad una sua maggior efficienza. Ma la progressiva diminuzione delle facoltà intellettive causata dall’arteriosclerosi, unita alle difficoltà di movimento ed azione di un organismo già ora ipertrofico e disfunzionale, non lascia grossi margini all’ottimismo.

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Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

L’emergenza climatica ci sta mettendo di fronte ad un problema non più dilazionabile: trovare un equilibrio, sostenibile, tra le esigenze della specie umana e la sopravvivenza di ecosistemi complessi. Il motivo per cui è tanto difficile individuare questo equilibrio nasce da una distorsione cognitiva collettiva (quindi di natura culturale) che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed a cui ho dato il nome di Pregiudizio Antropocentrico.

La formulazione più semplice del Pregiudizio Antropocentrico è: “qualunque cosa aumenti il benessere degli esseri umani è da considerarsi buona e giusta, a prescindere”. Questo assunto appare, ai più, talmente ovvio che non se ne può discutere più di tanto. Si tratta dell’estensione di un principio egoistico, funzionale alla sopravvivenza degli individui in natura. Tuttavia, in mano ad una specie sociale dotata di capacità mai viste prima, ha portato gli ecosistemi globali sull’orlo del collasso.

L’idea che l’Uomo possa fare ciò che vuole del Mondo è ben formalizzata nella Genesi biblica: Dio crea il mondo per donarlo all’Uomo, dicendogli che ne può disporre come meglio vuole. In altri termini, l’umanità si arroga il diritto di fare e disfare ciò che la Natura ha costruito nell’arco di millenni, ed inventa un Dio onnipotente per farsi autorizzare ad operare come meglio crede.

L’egoismo è un motore, intrinseco ed ineludibile, degli organismi viventi. L’istinto di sopravvivenza ne è la sua formalizzazione. Gli individui e i gruppi (che nelle specie sociali operano come dei sovra-individui) devono sopravvivere e riprodursi, e per far questo attuano tutta una serie di strategie di predazione delle risorse naturali.

Oltre a ciò, il nostro successo come specie sociale è dovuto a meccanismi di solidarietà, quindi è inevitabile che l’accettazione dell’egoismo individuale venga estesa agli altri membri del gruppo, ed in ultima istanza all’intera specie. Tali meccanismi già del loro basterebbero a produrre un simile risultato, anche senza bisogno di una sovrastruttura religiosa di natura fideistica, ma quest’ultima ottiene di escludere ogni ulteriore discussione in merito.

Se trarre dall’ecosistema il necessario per il proprio sostentamento è nell’ordine delle cose, per quale motivo, proprio per noi umani, ciò dovrebbe rappresentare un problema? Semplicemente perché, a differenza delle altre specie, non abbiamo più freni sistemici alla crescita, ormai fuori controllo, della nostra popolazione.

Produrre più cibo attraverso le pratiche agricole e l’allevamento è stato considerato “buono e giusto”, ma ha portato alla scomparsa delle foreste e di molte delle specie che le popolavano. Costruire abitazioni più protette, sviluppare cure mediche, hanno consentito un aumento dell’aspettativa di vita ed una riduzione della mortalità infantile, tutti fattori che hanno concorso all’aumento della popolazione ed alla conseguente crescita nella predazione di risorse ecosistemiche.

In ultima istanza, la capacità tecnologica di sfruttare fonti energetiche fossili in alternativa all’energia prodotta dal Sole (l’unica stabile e indefinitamente rinnovabile, perlomeno sulla scala temporale delle civiltà umane), ha generato un benessere diffuso culminato nell’esplosione demografica degli ultimi decenni.

Il punto è che tutti i fenomeni sgradevoli che abbiamo temporaneamente rimosso: malattie, carestie, freddo, ottenevano di mantenere la popolazione umana in equilibrio con gli ecosistemi circostanti. Ora che è l’assenza di equilibrio a minacciarci, non disponiamo degli strumenti culturali per affrontarla, principalmente perché alla base di tutta la nostra scala di valori etici abbiamo messo il meccanismo stesso responsabile del disequilibrio.

Se quello che è bene per gli umani è buono e giusto’, diventa impossibile intervenire su quegli individui che distruggano una risorsa non rinnovabile, una foresta o una specie vivente, con l’alibi del proprio benessere. Allo stesso modo non si può intervenire sulle industrie che avvelenano l’ambiente, perché producono occupazione, che corrisponde a benessere per fasce estese di popolazione.

In quest’ottica, ogni impresa che produca lavoro e ‘benessere’ per la generazione attuale viene di fatto moralmente assolta per i danni che potrà produrre alle generazioni a venire. Il principio di precauzione viene sottomesso alle esigenze immediate e contingenti, col risultato di accumulare disastri sulle popolazioni future.

La formalizzazione finale del Pregiudizio Antropocentrico si raggiunge nell’assunto capitalista che le imprese private siano unicamente tenute a fare l’interesse economico dei propri investitori. In base a tale principio, i manager delle grandi aziende possono essere perseguiti legalmente, se non massimizzano il ritorno economico degli azionisti, molto più facilmente che per aver causato danni alla collettività o agli ecosistemi.

Per dire, l’industria del tabacco è responsabile di una percentuale significativa di tumori alle vie respiratorie, ma il suo obbligo contrattuale è unicamente nei confronti degli azionisti, e le responsabilità (morali) rigirate sui clienti. Analogo discorso si può fare per il comparto legato alla mobilità privata, che non può essere chiamato in causa per le condotte di guida dei propri clienti nemmeno se coincidenti con quanto avallato e promosso dalla comunicazione pubblicitaria, finalizzata alla vendita di un maggior numero di veicoli.

Un’organizzazione economica e sociale schizofrenica, che ha come ultimo portato una perenne confusione culturale, afflitta dalla totale incapacità di immaginare soluzioni efficaci. Una situazione alimentata da una classe politica opportunista, i cui rappresentanti sono titolati ad affermare tutto e il contrario di tutto, analogamente a quanto facciano gli economisti.

La rimozione del bias culturale determinato dal Pregiudizio Antropocentrico appare indispensabile per aiutarci a rimuovere i limiti cognitivi che ci impediscono di individuare vie d’uscita percorribili alla situazione attuale, onde avviare forme di decrescita, se non proprio felici, quantomeno efficaci.

Purtroppo non è facile superare un ostacolo cognitivo che ci accompagna da millenni. Ancor più se si considera che tale ‘ostacolo’ è stato capace di garantire il successo economico e sociale di chi più entusiasticamente lo ha abbracciato e propalato. Scommettere sulla possibilità che si trovi la maniera di disinnescarlo prima che la realtà venga a chiederci il conto appare francamente troppo ottimistico.

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Sulla reale efficacia delle regole

In seguito alla recente vicenda dell’investimento ed uccisione di due ragazze per mano di un quasi coetaneo ho sostenuto numerose discussioni. Nella maggior parte di esse, la questione che più pareva interessare i partecipanti al confronto consisteva nello stabilire le responsabilità, nell’attribuire le colpe.

Le ragazze hanno attraversato la strada di notte, al buio, sotto la pioggia. Un autista si è  fermato a farle passare, un altro le ha travolte (questa la ricostruzione più realistica, da quanto ho potuto appurare). Il conducente del veicolo viaggiava in stato di alterazione alcolica, probabilmente a velocità elevata.

Più o meno tutti sono risultati concordi che al di là di tutto, la causa prima della tragedia sia consistita nel mancato rispetto delle regole della circolazione stradale. Questo è incontestabile, e corrisponde ad un primo livello di analisi e comprensione.

Ma, andando a scavare un po’ più a fondo, dobbiamo confrontarci col fatto che l’essere umano, e noi italiani in particolare, tende a non aderire strettamente alle regole che la società gli impone. E questo è un fatto noto e risaputo. Proprio perché noto e risaputo potremmo legittimamente aspettarci che l’impianto normativo (in ciò comprendendo le norme di realizzazione delle infrastrutture, quelle relative al loro utilizzo e quelle legate ai controlli) lo prenda in considerazione.

Andando a ragionare per assurdo, nessuno penserebbe di impedire a delle mucche di uscire da un pascolo semplicemente stabilendo un divieto e mettendo dei cartelli del tipo “si fa divieto alle mucche di uscire dal pascolo”. Le mucche non sanno leggere ed ignorerebbero il divieto. La soluzione sarà semmai di tipo infrastrutturale (nella maggior parte dei casi si utilizza un cancello, in qualche caso ho visto sistemazioni più originali, come le cattle grid in Scozia).

La soluzione al problema degli umani che non vogliono rispettare le regole è sicuramente più complessa, nondimeno l’impianto normativo deve tenerne conto, perché è una realtà. È l’impianto normativo che deve adeguarsi alla natura umana, non il contrario. La natura umana, il contesto culturale, o in altre parole la realtà, sono quello che sono, non quello che l’estensore della norma decide che debbano essere.

Un impianto normativo non può essere considerato valido e funzionale se dà luogo, in maniera sistematica, a centinaia di migliaia di sinistri, con migliaia di morti, ogni anno, per decenni. Un impianto normativo adeguato deve tenere in conto il problema dell’irresponsabilità umana e prevedere adeguati strumenti di contrasto.

Si può lavorare sul piano della consapevolezza e della repressione dei comportamenti devianti (maggiori controlli, ritiro della patente in caso di recidive), si può lavorare sull’adeguamento delle infrastrutture viarie (limitazione delle velocità, ridisegno delle sedi stradali, zone 30), si può lavorare sul piano culturale (campagne informative e promozione di stili di guida virtuosi). Si può e si deve.

Quello che non può essere più tollerata è l’inazione, a fronte di una strage stradale continua e reiterata. Non è tollerabile l’assenza di interventi rispetto all’evidenza eclatante di un piano normativo fortemente disancorato dalla realtà, indifferente rispetto alla natura irrazionale ed autodistruttiva dell’essere umano.

È il nostro l’unico modello normativo possibile? Evidentemente no! Notizia di questi giorni è che sulle strade di Oslo, città di 670.000 abitanti, nel 2019 si è registrato un solo morto. Facendo una proporzione con la popolazione di Roma (2.847.000 abitanti) dovremmo attenderci solo quattro morti in sinistri stradali, mentre la conta al 2018 (i dati 2019 non sono ancora disponibili) è di 143 decessi.

Al netto delle inevitabili differenze culturali (quella cultura che in Norvegia si è riuscita a costruire e qui no), qualunque antropologo potrà rassicurarvi sul fatto che tra i sapiens norvegesi ed i sapiens mediterranei non esistono differenze significative nell’ambito delle reazioni istintive, né tantomeno attitudini innate al rispetto delle regole.

Guardiamo i fatti per quello che sono: la sinergia negativa tra le cattive abitudini (che fanno parte del nostro retaggio culturale) ed un quadro normativo che bellamente le ignora, causa ogni anno migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti. Per quanto ancora vogliamo raccontarci che questo non sia un problema?

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La città di Oslo, capitale della Norvegia

Analfabetismo critico

Nell’epoca attuale, caratterizzata da un accesso mai così semplice all’informazione, viviamo l’apparente paradosso determinato dalla circolazione diffusa di disinformazione. Scie chimiche, teorie del complotto, negazionismo climatico, si è perfino risvegliata la fantasia terrapiattista, che credevamo di avere archiviato assieme alla caccia alle streghe e ad altri deliri del passato.

Siccome sono abituato a pensare che dietro ogni apparente paradosso si nasconda una realtà non ben compresa, mi sono lambiccato per trovare una spiegazione. Il primo indiziato, per lungo tempo, è stato l’analfabetismo funzionale.

Una volta debellato l’analfabetismo classico, consistente nella totale incapacità di leggere, scrivere e far di calcolo, resta comunque una fetta consistente di analfabeti funzionali, che nel nostro paese raggiunge il 47% della popolazione. Gli analfabeti funzionali sono in grado di leggere singole parole o brevi frasi, ma non sono in grado di seguire un ragionamento complesso, un’analisi, una descrizione dettagliata.

In fondo, però, ci resta sempre il 53% di popolazione dotata di queste capacità. Può essere sufficiente a garantire un efficace funzionamento dei meccanismi democratici? Evidentemente no, anche solo a giudicare da come è stato malgovernato il paese fin qui.

Grattando un po’ di più la superficie, inoltre, ci rendiamo conto di come l’analfabetismo funzionale non spieghi affatto le argomentazioni dei complottisti, degli sciachimisti, dei terrapiattisti, dei negazionisti in generale. Queste sono persone pienamente alfabetizzate, in grado di seguire ragionamenti complessi, finanche contorti al limite dell’assurdo, ed in grado di argomentarli in prima persona.

Qual è, dunque, il gradino mancante, nella scala che va dal totale analfabetismo alla piena capacità di gestire le informazioni che ci raggiungono? Ho deciso di battezzare questa caratteristica, collettivamente ancora non messa a fuoco, con la definizione di ‘analfabetismo critico’.

L’analfabeta critico è in grado di leggere e comprendere testi complessi, ma non dispone della capacità di interpretarne l’affidabilità, la veridicità, la coerenza, mancando dei necessari e corretti strumenti interpretativi.

Ad aggravare il quadro si aggiunge la distorsione cognitiva nota come Effetto Dunning-Kruger, ‘(…) a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti (…)’. (Wikipedia)

Non deve essere difficile, per persone funzionalmente alfabetizzate in un paese dove tale caratteristica è condivisa solo da metà della popolazione, convincersi che tanto basti a padroneggiare il Sapere.

Purtroppo non è così. Da un lato c’è la dimensione ipertrofica raggiunta dalla conoscenza umana, che ha esplorato campi del sapere a volte talmente distanti tra loro da non possedere né un lessico, né tantomeno strumenti di interpretazione ed analisi, condivisi.

Dall’altro c’è un intenso lavoro di distorsione, disinformazione, strumentalizzazione, operato da gruppi di potere (principalmente economico), teso a garantirsi il mantenimento del potere stesso. Ne è un esempio l’enorme investimento operato dal comparto legato ai combustibili fossili per nascondere, negare e contrastare la consapevolezza collettiva sui cambiamenti climatici. Un investimento non certo indirizzato a convincere gli analfabeti funzionali.

Le conclusioni di questa analisi sono, tanto per cambiare, sconfortanti. Viviamo in un sistema mondiale formalmente democratico, dove tuttavia la maggioranza dei votanti è composta in parte da analfabeti funzionali, incapaci di comprendere un ragionamento complesso, ed in parte da analfabeti critici, incapaci di validare la correttezza di ciò che gli viene raccontato e pronti ad accettare qualunque opinione, purché convincente ed adeguatamente argomentata.

Una democrazia sostanzialmente succube di chi disponga di risorse sufficienti per orientare, stravolgere e deformare la pubblica percezione dei fatti.

Analfabetismo critico

Foto di silviarita da Pixabay

Esercizi di neolingua: incidente stradale

Nell’ambito informatico esiste un detto: “it’s not a bug, it’s a feature” (traducibile all’incirca con: “non è un difetto, è una caratteristica”). È una battuta che si utilizza per irridere programmi mal progettati, come se, per chi ha scritto il software, non esistessero ‘difetti’ ma solo comportamenti voluti. “Non è sbagliato il programma, sei tu che non lo sai usare”, sembra affermare il programmatore incapace, quando è invece vero il contrario.

Questa battuta mi torna spesso in mente quando devo affrontare situazioni in cui le descrizioni non coincidono con l’esperienza reale. Uno di questi casi è senza dubbio riguarda gli eventi che siamo soliti definire come ‘incidenti stradali’. La definizione di ‘incidente’, così come formulata dall’Enciclopedia Treccani, recita:

“Incidente (s.m.): avvenimento inatteso che interrompe il corso regolare di un’azione; per lo più, avvenimento non lieto, disgrazia”

È realmente così? Andiamo a vedere i dati complessivi. Stante che i singoli ‘incidenti’ non sono evidentemente desiderati, quello che possiamo notare, se prendiamo in considerazione non segmenti di strada isolati ma l’intera rete viaria, è che i sinistri si producono con estrema regolarità.

ISTAT

Cosa ci racconta questo grafico? A parte il tratto iniziale, relativo ad un periodo di bassa motorizzazione del paese, a partire dagli anni ’60 il numero di sinistri stradali si mantiene pressoché costante tra un minimo di 150.000 e gli attuali 172.000 (dato non riportato dal grafico), con un’impennata intorno al 2001.

Il numero di feriti segue, proporzionalmente, il numero di incidenti. Questo non deve stupire, dal momento che un’autovettura trasporta anche passeggeri oltre al conducente. Il numero di morti complessivo è invece progressivamente sceso, fatto attribuibile all’adozione di sistemi di sicurezza passiva come cinture di sicurezza, air-bag ed un generale irrobustimento degli abitacoli.

Da queste statistiche possiamo legittimamente attenderci circa 170.000 ‘avvenimenti inattesi’ anche per il 2020, e se questo vi sembra un controsenso è perché lo è, almeno in questi termini. La verità è più sottile, e riguarda proprio il fatto che l’incidentalità stradale “non è un difetto, è una caratteristica”. Il numero di sinistri prodotti è tipico del nostro sistema di mobilità. Un sottoprodotto.

Un Sistema di Mobilità è composto da molti fattori: qualità ed estensione delle infrastrutture viarie, funzionalità delle reti di trasporto pubblico, numero, età ed efficienza dei veicoli circolanti, abitudini di guida (e di vita) degli automobilisti stessi.

Va da sé che ognuno di questi fattori è potenziale materia di intervento: le infrastrutture possono essere modificate per garantire maggior sicurezza, il trasporto collettivo può essere sviluppato e potenziato, il numero di veicoli circolanti può essere ridotto e le abitudini di guida pericolose corrette per mezzo dell’educazione e di strumenti repressivi.

Le statistiche, tuttavia, ci dicono che tutto questo non avviene, o perlomeno non avviene in maniera significativa. Le infrastrutture sono rimaste sostanzialmente identiche per decenni, il numero di veicoli circolanti è aumentato, mentre le abitudini di guida sono addirittura peggiorate.

Alla consueta distrazione, guida in stato di ebrezza ed alla famigerata ‘guida sportiva’, si sono andate ad aggiungere l’utilizzo massivo di smartphone, anche in modalità testuale, e si è ulteriormente diffusa l’abitudine di guidare sotto effetto di stupefacenti.

Le misure di contrasto, per contro, segnano il passo, azzoppate da un quadro normativo inefficace, contorto e non commisurato alla reale disponibilità di personale operativo dispiegato sul territorio.

La ‘macelleria stradale’ appare, da questa breve analisi, come un portato di scelte politiche e tecniche finalizzate ad altro che non la sicurezza e l’incolumità dei viaggiatori. Altro rispetto al quale ho già ragionato, finendo col farmi idee ben precise.

Altro rispetto al quale l’uso diffuso del termine ‘incidente’ serve unicamente a confondere le acque, ottenendo di rafforzare una narrazione finalizzata a scaricare sui singoli individui, siano esse vittime o carnefici, le colpe di un intero sistema. O, se vogliamo, le responsabilità delle entità che questo sistema di mobilità l’hanno fortemente voluto e realizzato.

La rivincita della fotografia

Da ragazzo, a metà degli anni ’80, mi appassionai alla fotografia. Era un mondo molto diverso dall’attuale, fatto di fotocamere meccaniche, regolazioni manuali, pellicole, camere oscure per stampare da sé le proprie foto, interi corredi di costosi obiettivi da portare sempre con sé.

I materiali erano cari, le pellicole consentivano un massimo di 36 scatti, poi dovevano essere sviluppate e stampate. A meno di utilizzare le diapositive, che comunque necessitavano dell’allestimento di una sala da proiezione per poter essere apprezzate.

Ma, volenti o nolenti, questi erano passaggi necessari per ottenere risultati di qualità. Con la transizione al digitale tutto questo cambiò. Le immagini potevano essere acquisite in grandi quantità, corrette, elaborate, aggiustate, ma soprattutto le dimensioni delle fotocamere continuarono a scendere, fino a scomparire all’interno dei telefoni.

La mia passione per la fotografia viveva, nel frattempo, sorti altalenanti. Non essendo riuscito a farne una professione, come hobby doveva contendersi tempi e spazi con le mie innumerevoli altre passioni, attraversando momenti di grande slancio, seguiti da lunghe pause improduttive.

Collettivamente si assisteva però ad una trasformazione ancora più radicale: l’avvento della telefonia di massa. Il mio primo cellulare non poteva fare altro che chiamare e mandare SMS, il successivo fu poco dissimile. Il terzo montava una rudimentale fotocamera dalla qualità pietosa, che finii con l’utilizzare pochissimo.

Fu circa un decennio dopo, col mio primo smartphone, un oggetto senza grandi pretese, che cominciai a riscoprire il piacere di avere una macchina fotografica perennemente in tasca e pronta all’uso. I limiti di un’ottica a focale fissa, dopo aver posseduto ottiche professionali dall’ipergrandangolare ai lunghi tele, non mi consentirono di prenderla sul serio fin da subito.

Tuttavia ero già stato, per un lungo periodo, abituato ad una fotocamera tascabile a pellicola, una Minox 35GT, con ottica fissa dalle caratteristiche non troppo dissimili da quella dello smartphone. Con quella avevo imparato ad utilizzare i limiti dell’attrezzatura come uno stimolo per tirar fuori riprese comunque interessanti.

E fu così che qualche anno dopo, in occasione di una vacanza in Grecia, decisi di lasciare a casa l’ingombrante fotocamera digitale per lavorare solo ed unicamente con quella integrata nel telefono. Scoprii una cosa sbalorditiva: il fatto di disporre di un’unica inquadratura mi aiutava a comporre le fotografie prima ancora di metter mano allo scatto.

Nel frattempo si andava trasformando l’uso sociale delle immagini fotografiche. L’avvento dei Social Network, la possibilità di condividere con immediatezza e facilità i propri scatti, ha donato nuova vita all’antica arte fotografica. Nuovi media, Instagram in testa, sono stati votati ad ospitare unicamente immagini, finendo col generare un nuovo linguaggio. O forse solo col riscoprirne uno antico.

Pochi giorni fa, trovandomi a dover nuovamente cambiare smartphone, mi sono messo a cercarne uno dalle elevate prestazioni fotografiche. Quello che mi ritrovo ora in tasca non è più un telefono con fotocamera integrata, ma una fotocamera con funzioni di telefonia (e networking).

Il che, a mio parere, rappresenta un po’ la rivincita della fotografia, che finalmente semplificata e messa a disposizione di tutti può rivendicare il proprio ruolo di forma comunicativa alternativa al linguaggio scritto ed alla comunicazione verbale. Funzione un tempo prerogativa di pochi specialisti ed ora democraticamente restituita a tutti.

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(nella foto, il mio vecchio telefono fotografato dal nuovo)