Il pezzo mancante

Giusto ieri ho deciso di fare un salto all’incontro organizzato dall’associazione #Salvaiciclisti [1] assieme ad altre realtà dell’associazionismo cicloattivista e cicloambientalista [2]. L’intenzione era, molto banalmente, incontrare un po’ di amici (che ormai vedo raramente) e chiacchierare un po’ dei temi che ci appassionano. La mia presenza ha coinciso col momento di auto-presentazione di alcuni candidati alla prossima tornata elettorale, appartenenti a diversi schieramenti, tutti accomunati da un sentire dichiaratamente pro-ciclabilità.

Mentre ascoltavo i diversi interventi e le dichiarazioni d’intenti dei candidati non ho potuto fare a meno di riandare al mio personale percorso di amministratore, durato il breve volgere di un paio d’anni, a cavallo tra 2016 e 2018 [3]. Mi sono tornate alla memoria le molte situazioni in cui i processi di trasformazione erano andati ad infrangersi contro impedimenti burocratici [4] ed all’improvviso ho messo a fuoco l’esistenza di un vuoto.

Di norma, quando si studia una realtà complessa, è già faticoso concentrarsi su quello che già esiste, con le sue articolazioni e problematiche. Dato un sufficiente grado di complessità, risulta estremamente difficile individuare, oltre a quello che c’è, anche quello che manca. Il motivo è molto semplice: si cercano difetti nei singoli processi, quando il difetto è dato semplicemente dall’assenza di una parte essenziale del meccanismo.

Il processo decisionale, in questo caso, vede fronteggiarsi da un lato una volontà politica di trasformazione (quantomeno proclamata, non di rado più sbandierata che reale…), e dall’altro quella che potremmo definire come una ‘non volontà burocratica’, una contro-spinta che tende ad appiattire ogni tentativo politico di trasformazione dell’esistente e ad operare in chiave di conservazione.

La parte politica, da par suo, sconta l’incompetenza (inevitabile) rispetto ad una pletora di tecnicismi legislativi: normative e cavilli che vengono tipicamente agiti da pezzi dell’apparato burocratico per impedire e sovvertire la volontà politica. Questo meccanismo, formalizzato dalla legislazione corrente, mi è a lungo sembrato impossibile da scardinare. Lo strumento necessario a disarticolarlo è proprio il ‘pezzo mancante’ della narrazione. Quel qualcosa di cui, finché non ti accorgi che manca, non puoi nemmeno immaginare l’esistenza.

Anni fa pubblicai un articolo, molto arrabbiato, intitolato ‘Vigliaccheria politica’ [5]. In quel post raccontavo la situazione di Londra, e la maniera in cui la volontà degli amministratori di prendersi cura della salute dei cittadini era stata tradotta in una serie di interventi di ampio respiro proprio nell’ambito della mobilità. Perché, mi domandavo, la politica nostrana non era capace di emulare un simile approccio?

La prima risposta, non del tutto sbagliata, puntava il dito su un’assenza di volontà della politica stessa (la ‘vigliaccheria’ del titolo). Ragionandoci meglio, però, anche data una forte volontà politica, come si sarebbe potuto tradurla in interventi reali? La volontà politica, nel processo amministrativo attuale, viene direttamente trasferita al comparto burocratico, che il più delle volte la restituisce tritata in pezzettini finissimi assieme alla conclusione, a fronte di una realtà cittadina ormai consolidata, che nessun intervento sarebbe realmente utile, finendo col proporre uno spolverìo di aggiustamenti cosmetici ed inefficaci.

Come si smonta questo meccanismo perverso? Inserendo il famoso ‘pezzo mancante’. Se l’apparato burocratico responsabile della realtà attuale non ha le capacità, o la volontà, di immaginare una realtà differente, si assegna il compito ‘immaginativo’, quello di tradurre il mandato politico in un ventaglio di interventi reali ed efficaci, ad un diverso ente. Un ente che incorpori sia una componente immaginativa, sia le competenze tecniche e legali per disegnare una transizione efficace e percorribile.

Di che tipo di ente stiamo parlando? Non saprei esattamente, ma immagino che la parte politica sia in grado di definire un indirizzo facilmente comprensibile ai più (che so, la riduzione dell’incidentalità stradale) e possa procedere a nominare una commissione di esperti di diversa provenienza, anche con esperienze in realtà estere. Tale gruppo di lavoro avrebbe il mandato di elaborare un piano globale, comprensivo dell’analisi dello stato di fatto, dell’individuazione dei principali elementi di criticità e della proposta di soluzioni applicabili in tempi e modi certi.

Uno studio capillare che, una volta completato, venga restituito alla parte politica, la quale dovrà approvarlo (presentandolo agli elettori come documento tecnico elaborato da esperti sulla base delle priorità indicate), e procedere a finanziare gli interventi in esso descritti. Perché interventi straordinari necessitano di percorsi diversi dall’ordinaria amministrazione della città, e non possono essere pretesi, o commissionati, a chi già si occupa della gestione dell’esistente.

Che è poi quello che, a posteriori, immagino sia avvenuto nella redazione del documento ‘Improving the health of Londoners’, pubblicato dalla città di Londra [6] e citato nel post già menzionato. Un lavoro radicale ed immaginativo necessita di risorse, umane e culturali, diverse da quelle responsabili di aver posto in essere l’esistente. “Non possiamo risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato per crearlo”, affermava Albert Einstein. Operare un salto di qualità necessita di strumenti, ed intenti, diversi da quelli che operano a garantire la continuità di quanto esistente.

Sarà in grado, l’amministrazione che emergerà dalle prossime elezioni cittadine, di avviare la trasformazione radicale di una città in declino ormai da decenni, resistendo alle pressioni di interessi fortemente consolidati? O non preferirà piuttosto continuare a scaldare le poltrone, lasciar correre, chiudere occhi ed orecchie, far finta di lavorare ed intascare le prebende? Non chiedetelo a me, preferisco non esprimermi (…o, forse, l’ho già fatto [7]).

[1] – Sito Associazione #Salvaiciclisti-Roma

[2] Una Bicicletta per la Città

[3] – L’inizio di un nuovo viaggio

[4] – Conversazione

[5] – Vigliaccheria politica

[6] – Improving the health of londoners

[7] – Tirando i remi in barca

De-vintage: aggiornare una bici del passato

Da appassionato ciclo-escursionista di lunga data, e con una spiccata tendenza ad affezionarmi agli oggetti ed alle memorie che portano con sé, finisco col ritrovarmi sul groppone biciclette ‘d’annata’, che qualcuno potrebbe addirittura considerare vetuste. Quella di cui scriverò oggi è una bianchi XC-311, fabbricata nella seconda metà degli anni ‘90, ovvero in circolazione da un quarto di secolo.

Passato

La Bianchi ‘gialla’ entra a far parte della mia scuderia fra il ‘97 e il ‘98, già usata e ‘vissuta’, con una interessante (per l’epoca) forcella ammortizzata ad elastomeri al posto dell’originale forcella rigida. È la mia seconda mountain-bike e rimane la bici ‘top’ per un altro paio d’anni o giù di lì, fino all’arrivo della prima biammortizzata [1]. In seguito al declassamento, la Bianchi diventa la mia bici da viaggio [2], di conseguenza portapacchi e cavalletto entrano a farne parte in pianta stabile (il cavalletto è temporaneamente smontato, ma pronto a tornare al suo posto).

La bici subisce, nel corso degli anni, una varietà di rimaneggiamenti. Il primo e più importante riguarda un ulteriore cambio di forcella [3]. Selle diverse vanno e vengono, non di rado prese già usate; gli originali pedali a gabbiette vengono sostituiti prima da una coppia di SPD, quindi dagli universali ‘flat’; il cambio ‘grip-shift’ cede il passo alle levette push-pull, mantenendo le originarie sette velocità; diverse impugnature si avvicendano negli anni. Da ultimo finisco col cambiare anche manubrio e ‘pipetta’ riciclandoli da altre bici, per correggere l’impostazione originaria ed ottenere un miglior controllo su terreni sconnessi.

Negli ultimi anni, trovandomi con un parco bici ridondante, la vecchia Bianchi è finita in prestito ad amici, che l’hanno utilizzata per viaggi e passeggiate. Da pochi mesi l’ho recuperata, con l’intenzione di lasciarla in pianta stabile al paesello nelle Marche [4]. Risalendoci in sella, ho realizzato come l’esperienza con diverse altre biciclette abbia finito col modificare il mio modo di pedalare al punto da richiedere una ulteriore revisione dell’assetto.

Presente

Nel decidere di ristrutturare una bicicletta occorre partire da un’idea abbastanza precisa di come la si utilizzerà, e di cosa sarà possibile aspettarsi. In questo caso, l’effettiva anzianità del veicolo non consentirà le prestazioni cui è abituato un utente della seconda decade del terzo millennio. Nel mio parco bici, tuttavia, restava scoperta una specifica nicchia, quella della bici tuttofare, pronta a servire per esigenze diverse, per l’utilizzo quotidiano casa-ufficio e non da ultimo finalizzata ai lunghi viaggi (attività, ahimè, scarsamente praticata, in tempi recenti…).

Il secondo punto critico riguarda l’ottimizzazione del mezzo, e la scelta delle parti da sostituire. Trovandomi ormai da un po’ perfettamente a mio agio con ‘Blue Raptor’, la bici riemersa dal recupero degli avanzi della mia prima biammortizzata su un vecchio/nuovo telaio [5] e rivelatasi inaspettatamente performante, ho cercato per quanto possibile di riprodurre sulla vecchia Bianchi un assetto analogo. Ciò ha implicato lo scendere a patti con la concezione arcaica della geometria del telaio.

Le bici moderne nascono per ospitare ruote più grandi (27,5” e 29”) forcelle ammortizzate dalla corsa generosa, che da sole producono il sollevamento della piega manubrio e una significativa modifica dell’assetto di guida. Questa trasformazione ha quindi portato allo sviluppo di geometrie ‘sloping’, nelle quali il tubo orizzontale risulta fortemente ribassato per consentire di scendere al volo, ove necessario.

Questa Bianchi del secolo scorso emerge in una fase ancora immatura nella transizione dai telai da corsa a quelli da fuoristrada, nasce per muoversi su strade bianche più che sui sentieri ‘tecnici’ e precede di molto l’avvento delle geometrie sloping. Di conseguenza non consente di montare una forcella dalla corsa superiore ai 60~80mm, pena un’inclinazione ingestibile della forcella stessa, potenzialmente distruttiva per il telaio stesso. Oltre a ciò, il rialzo della serie sterzo per accogliere la corsa di una forcella ammortizzata induce un ulteriore sollevamento del tubo orizzontale, già alto di suo.

Quello che è molto cambiato, dalle MTB anni ‘90 ad oggi, è il tipo di utilizzo. Appena nate, le bici da fuoristrada venivano principalmente usate per ‘correre sugli sterrati’, un adattamento delle discipline sportive stradali alle strade bianche. Le prime modifiche consistettero in ruote più larghe, sistemi frenanti diversi (obbligati dai copertoni maggiorati), manubri dritti e comandi del cambio al manubrio; mentre le geometrie dei telai, almeno all’inizio, non differivano più di tanto da quelle delle bici da strada.

Col tempo il range di utilizzo di queste biciclette si è progressivamente esteso ai sentieri di montagna, caratterizzati da una maggior difficoltà tecnica, e la forma delle biciclette si è adeguata alle nuove esigenze: i manubri sono arretrati più in prossimità dell’asse di sterzo, per ottenere un miglior controllo sui passaggi tecnici, inoltre sono diventati più larghi e sollevati, per meglio gestire la distribuzione dei pesi sulle discese ripide. Nel complesso, l’intero assetto delle bici attuali risulta meno orientato alla velocità nuda e cruda e più alle esigenze di controllo nei passaggi tecnici a bassa velocità.

Ho personalmente percorso questo trend evolutivo nella, purtroppo breve, stagione da freerider, realizzando la differenza essenziale di manovrabilità dei nuovi assetti. L’esperienza con la Santacruz Chameleon [6] mi ha definitivamente portato a preferire manubri larghi ed arretrati (l’esatto contrario di quanto predicavo negli anni ‘90), al punto da spingermi replicare questo tipo di impostazione anche nella bici poi emersa dalle ceneri della Specialized [5].

Su questa bici, la sostituzione dell’originale forcella rigida con una ammortizzata (al momento anche questa ‘antica’ ed a corsa molto breve), ha comportato un’inevitabile alterazione dell’assetto originario, con diversi effetti. Il manubrio si è sollevato (fattore positivo, perché da tempo non sono più un fautore dell’assetto ‘corsaiolo’); il movimento centrale si è sollevato (fattore neutro: da un lato si rischia meno di sbattere su pietre sporgenti, dall’altro si obbliga la sella ad una posizione più rialzata) ed avanzato (fattore positivo, perché compensabile avanzando il sellino, col risultato di ottenere un telaio leggermente più ‘corto’ dell’originale).

Come risultato complessivo la bici, in origine già di taglia Large, risulta al termine della modifica lievemente più alta e leggermente accorciata in orizzontale. Una dimensione quasi ottimale per la mia altezza di 1,74m, corrispondente ad una taglia M/L (Medio/Large).

Per l’altezza del manubrio ho ritenuto necessario recuperare recuperare centimetri ancora mancanti, procedendo all’acquisto di una piega manubrio larga (700mm) e leggermente rialzata (+50mm), mentre per l’arretramento della stessa ho montato un nuovo attacco di soli 40mm di lunghezza, corredato di spessori per sollevare il tutto fin dove possibile. A questi ritocchi geometrici si sono aggiunti una coppia di copertoni nuovi da cross-country (a tassellatura leggera ma di larghezza abbondante: 2,20”) e la sostituzione delle impugnature, ricavando una bici equilibrata e ben guidabile, non troppo lontana dai miei standard abituali.

Altre limitazioni restano, per caratteristiche immodificabili o semplicemente perché non ritengo valga la pena di intervenire. I freni restano V-brakes (la bici nasceva coi cantilever) perché sul telaio mancano gli attacchi per i freni a disco. Potrei montarne uno singolo anteriormente, ma non mi piace l’idea di un mix. Il cambio posteriore rimane a sette velocità, perlomeno finché non si renderà necessaria, in futuro, la sostituzione delle leve.

Futuro

Fra qualche mese dovrei poter disporre di una forcella ad aria di epoca poco successiva (fine anni ‘90 ~ primi 2000), che provvederò a sostituire all’attuale. Anche la pedaliera potrebbe cedere il passo al riuso di una versione più recente, già montata sulla bici di mia moglie (fino alla crepatura del relativo telaio). Una coppia di pedali ‘flat’ nuovi potrebbe sostituire gli attuali, significativamente massacrati dall’uso. Altri interventi non sono previsti nell’immediato.

Conclusioni

Vale la pena perder tempo ad aggiornare una vecchia bicicletta? Se le intenzioni sono di usarla, se vi divertite a fare gli interventi in prima persona e se non avrete pretese troppo spinte, la risposta è sì. Non otterrete una bicicletta strepitosa e performante come quelle all’ultimo grido, ma recupererete un attrezzo solido ed affidabile, capace di accompagnarvi in giro per il mondo. Che non dovrete preoccuparvi troppo se finisce un po’ maltrattata, se si prende un acquazzone, o se si aggiunge un nuovo graffio ai mille che avrà già.

Importante è essere in grado di stabilire se l’intervento potrà restituirvi una bici comoda, ergonomica, affidabile e godibile. Per quel che mi riguarda sono soddisfatto del risultato. Testata per un paio di giorni sul percorso casa-ufficio, su un percorso misto asfalto-sterrato di oltre una ventina di chilometri complessivi, la bici si è dimostrata all’altezza delle aspettative. Rispetto alle altre che ho rimane sì un po’ rigida, ma è comoda e trasmette una piacevole sensazione di solidità.


[1] – Velociraptor

[2] – Girando il Mondo con la mia Bianchina (Facebook gallery)

[3] – Una bionda disibridata

[4] – A Pianello

[5] – Un vintage inatteso

[6] – Orange is the new Black

Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

Razionalità ed emozioni

Da convinto razionalista, com’ero in gioventù, negli ultimi tempi mi sono ritrovato spesso a ragionare sulle emozioni. Il motivo di questo slittamento d’interesse risiede nella sopravvenuta consapevolezza della sostanziale irrazionalità delle scelte umane, e nella conseguente esigenza di comprendere l’origine di tale irrazionalità. Svilupperò quindi un’analisi dell’emergere dei processi cognitivi, razionali ed irrazionali, e di come si sono venuti strutturando, nella nostra specie, nella forma di un dipolo emozioni/razionalità.

La base di partenza è sempre Darwin: se una caratteristica esiste, nei viventi, è per soddisfare una necessità. Le emozioni svolgono la funzione di spingerci ad agire, a fare scelte, a correre rischi. Senza questa molla, senza amore, senza paura, senza rabbia, diventiamo esseri inerti e ci lasciamo morire. Le emozioni sono quindi estensioni, o parti funzionali, di quell’attitudine, comune a tutte le forme di vita, che prende il nome di ‘istinto di sopravvivenza’.

L’istinto di sopravvivenza è una caratteristica essenziale dei processi vitali. Il motivo è presto detto: per vivere, per riprodursi, occorre una spinta a farlo. Chi la possiede, vive e si riproduce, chi non ce l’ha, si limita a scomparire dalla scena, senza produrre discendenti. Non è un’esigenza consapevole e non ha nessuna origine razionale, è semplicemente un tratto autoselettivo: possederlo conduce alla sopravvivenza ed alla sua trasmissione, non possederlo conduce all’estinzione. Non si fatica a comprendere come, dall’avvento delle prime forme viventi, il mondo si sia popolato unicamente di specie portatrici di questa caratteristica innata.

Nelle creature più semplici l’istinto di sopravvivenza si esplicita in assenza di funzioni cognitive. Batteri ed organismi unicellulari funzionano come complesse macchine organiche le cui uniche funzioni sono sopravvivenza e riproduzione. La riproduzione sessuata rimescola le carte ad ogni nuova generazione e può dar luogo ad individui che difettano di questa funzionalità. Tali individui, soccombendo, si rimuovono automaticamente dal genoma della specie, lasciando riprodursi solo quelli portatori di una sua versione funzionale.

Il processo spontaneo di aumento della complessità ha successivamente portato allo sviluppo di organismi multicellulari, creature via via più capaci di mobilità e di comportamenti complessi. Attraverso il processo di differenziazione cellulare degli organismi, le singole cellule si sono evolute per svolgere compiti diversi. Una parte di queste cellule ha sviluppato capacità sensoriali, rappresentando un primo canale comunicativo tra il mondo esterno e l’organismo, altre sono diventate neuroni, formando la struttura responsabile dei processi decisionali.

L’apparato cognitivo-sensoriale ha rappresentato un grosso vantaggio evolutivo per la specie, ormai irrintracciabile, che per prima è riuscita a disporne. Conoscere la localizzazione del nutrimento e poter decidere di muoversi nella sua direzione rappresenta un vantaggio importante rispetto agli organismi banalmente filtranti, che si limitano a fissarsi in un punto ed attendere che le correnti gli portino i nutrienti. Questo vantaggio ha dato luogo allo sviluppo ed all’evoluzione del cervello.

Nei cervelli più semplici, come quelli degli invertebrati, pochi neuroni controllano un ventaglio di comportamenti ristretto ed efficace. Esperimenti sulle vespe hanno dimostrato l’assenza di plasticità di queste reazioni, ovvero l’incapacità di adeguare il comportamento al mutare delle situazioni. Potremmo rappresentarci gli insetti come minuscoli robot organici, capaci di un limitato set di reazioni agli stimoli, fisso ed immodificabile, relativo ai comportamenti in grado di garantire la continuità della specie.

Con lo sviluppo dei vertebrati le dimensioni corporee hanno potuto crescere in maniera significativa. Questo ha comportato una ulteriore diversificazione degli organi, lo sviluppo di strumenti sensoriali più potenti ed in ultima istanza di un cervello più grosso e complesso, capace di gestire una più ampia varietà di situazioni. È in questa fase che si sviluppa il cervello plastico, capace di adattarsi a condizioni di volta in volta differenti adeguando di conseguenza le proprie reazioni. A differenza delle architetture minimali degli invertebrati, limitate dalle dimensioni corporee, i vertebrati sono in grado di analizzare il contesto, effettuare scelte e prendere decisioni arbitrarie.

Questo sposta il focus della sopravvivenza sul ventaglio comportamentale disponibile per il singolo individuo, e sulle reti relazionali del gruppo di cui fa parte. A titolo di esempio, la reazione di paura nei confronti dei predatori, che indurrebbe il singolo individuo alla fuga, deve trovare un equilibrio con la necessità del gruppo di difendere gli elementi più deboli, i cuccioli e gli individui feriti.

Nei primati, Homo Sapiens compresi, questo processo raggiunge vertici mai sperimentati prima. Complessità del cervello, capacità sensoriali, comunicative e manipolative sono ai massimi livelli, e le abilità cognitive risultano disperse su un ventaglio notevolmente vasto. Questo si riflette da un lato in una estrema adattabilità a differenti contesti, situazioni, disponibilità di risorse, dall’altro in un parimenti vasto ventaglio di potenziali reazioni ad uno stesso identico stimolo o evento.

Semplificando molto, la personalità di ogni singolo individuo risulta dall’equilibrio tra due componenti: quella istintiva, rappresentata dalle emozioni, e quella cognitivo/razionale. L’illustrazione qui sotto rappresenta questo schema di polarizzazione.

Le emozioni rappresentano la componente istintiva dei processi cognitivi. Come già detto e come afferma il termine stesso [1], sono la pulsione che ci ‘muove’ ad agire. Le emozioni determinano la spinta, alla quale la componente razionale è destinata a dare forma e concretezza. L’emozione ‘vuole’, mentre la parte razionale si occupa di realizzare ciò che l’emozione vuole, quindi procede ad organizzare azioni, gesti, parole, comunicazione, affinché tale desiderio sia esaudito.

Tutto questo processo, per se stesso inevitabile, presta tuttavia il fianco ad ampi margini di disfunzionalità. Su questa pagina si è molto discusso di bias cognitivi, definiti come errori intrinseci nei processi di razionalizzazione, forme di auto-inganno derivanti, apparentemente, da un miglior successo evolutivo/riproduttivo ottenuto dagli individui portatori di questi ‘difetti’ rispetto a quelli che ne sono esenti.

La simmetricità del grafico sembra suggerire l’esistenza di equivalenti ‘bias emotivi’, e l’osservazione del reale consente di assegnare questa definizione a determinati specifici comportamenti. I bias emotivi possono essere descritti nei termini di errori intrinseci nei processi emotivi venuti a generarsi, in determinati individui, sulla spinta dei processi evolutivi/riproduttivi.

Nei bias emotivi rientrano le attivazioni di intense reazioni emotive a stimoli incongrui o inadeguati. Le fobie possono essere descritte come l’attivazione di una reazione di paura incontrollata a fronte di una minaccia irrilevante o del tutto assente. Analogamente si registrano reazioni di rabbia ingiustificata a fronte di stimoli lievi, o di reazioni sproporzionate ad eventi di scarsa importanza. Anche l’innamoramento sviluppato per una persona che non ci ricambia può essere descritto in termini di bias emotivo.

Azzardando paralleli con un’esperienza diffusa, possiamo descrivere le emozioni come il motore di un veicolo, e la razionalità come il suo conducente. Nella condizione ideale, il motore funziona ed il conducente è in grado di gestirlo. In condizioni critiche (o, al limite, patologiche), il motore può essere troppo potente per le capacità del conducente, ed il veicolo finire a schiantarsi da qualche parte. In alternativa un motore difettoso o guasto (una sfera emozionale malfunzionante) può impedire al conducente il raggiungimento delle mete attese, o un completo blocco ed incapacità di muoversi.

In questo parallelo, i bias cognitivi equivalgono ad un conducente distratto, o smemorato, o privo di concentrazione, che anche con un motore efficiente non sarà in grado di arrivare a destinazione. I bias emotivi equivalgono a comportamenti imprevedibili del motore, che magari andrà alla massima potenza solo nelle direzioni ‘sbagliate’, e perderà spinta nelle direzioni ‘giuste’, obbligando il conducente ad una esasperante ed infruttuosa serie di deviazioni.

Se il quadro generale appare sufficientemente lineare, la complessità dei processi coinvolti rende l’analisi di dettaglio delle situazioni individuali estremamente ardua. Usando un’altra analogia: le regole degli scacchi sono perfettamente definite, l’ambito è delimitato (una scacchiera 8×8 e 16 pezzi a disposizione di ogni giocatore) e rimane tuttavia impossibile prevedere in anticipo chi vincerà.

Allo stesso modo si possono analizzare le capacità emotive e razionali di un singolo individuo, comprenderne i bias cognitivi ed emotivi, ma solo in rarissimi casi il quadro finale potrà essere ricondotto ad una forma realmente patologica, o suggerire indicazioni terapeutiche, perché è impossibile predire il tipo di esperienza di vita che potrà prodursi a partire dalle specifiche inclinazioni del suddetto individuo. Perfino una sfera emotiva fortemente distorta può essere razionalmente ben gestita, al punto da consentire al suo portatore una vita serena e soddisfacente.

L’equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale si viene a strutturare nel corso della crescita. È essenziale, in questa fase, che ad ogni pulsione emotiva si acquisisca la capacità di associare un adeguato atto razionale. Gli squilibri prodotti da una cattiva gestione delle prime fasi di crescita, e le conseguenti errate associazioni tra pulsioni emotive ed azioni conseguenti, possono condurre ad uno sviluppo disfunzionale della sfera sociale ed affettiva, con esiti potenzialmente disastrosi.

Problemi di equilibrio tra emozioni e razionalità hanno modo di svilupparsi a diversi livelli ed in diversi momenti dello sviluppo personale. Possono emergere nella dimensione che la persona sperimenta con se stessa, in quella che sviluppa con un partner e, da ultimo, in quella che realizza con il proprio gruppo sociale.

Una relazione disfunzionale con se stessi può portare a conseguenze tragiche: apatia, depressione, autolesionismo, può sfociare in forme di dipendenza, di anoressia o bulimia, in disturbi legati all’assunzione di cibo. Tipicamente le esperienze traumatiche causano lo sviluppo di risposte cognitive inadeguate agli eventi emozionali, che finiscono col danneggiare sia l’esperienza di vita individuale che le aree relazionali.

Anche qualora si riesca a stabilire una relazione equilibrata con se stessi, nel momento in cui si prova a strutturare un legame relazionale ed affettivo con un altro individuo possono generarsi dinamiche distruttive. L’interazione tra due diverse individualità, ognuna con le proprie specificità, rende più complesso trovare un assestamento che sia soddisfacente per entrambe. Per questo motivo mi sento di avallare l’opinione diffusa che non sia affatto facile trovare l’anima gemella. In questo caso, più risulta precario l’equilibrio individuale, del singolo o dei singoli, più è probabile che sia messo in crisi dalle mutate esigenze di un rapporto di coppia.

In ultima istanza, gli equilibri individuali e di coppia possono essere messi a dura prova dall’interazione col contesto sociale e relazionale nel quale si è inseriti. Personalità critiche sotto il profilo dell’equilibrio emotivo/razionale finiranno col trovarsi a proprio agio, inevitabilmente, all’interno di gruppi di individui affini, col risultato di esasperare l’originale squilibrio. Questo è uno dei motivi del sostanziale fallimento della funzione riabilitativa delle istituzioni carcerarie, dove gli squilibri individuali trovano facilmente un rinforzo collettivo, ottenendo di fissarsi in strutture mentali patologiche ancor più difficili da recuperare.

Da ultimo, più potente dell’influenza prodotta dal gruppo sociale col quale ci si relaziona direttamente, pesa il condizionamento culturale collettivo operato dalla società nel suo complesso. Per le dinamiche già esaminate [2], il contributo del comparto culturale appare più orientato al consumo e allo sfruttamento, in casi limite limite alla distruzione dei singoli individui, che non al conseguimento della loro felicità. E questo purtroppo è un fattore altamente distruttivo, che si ripercuote su tutti gli altri livelli.

[1] Etimologia del termine ‘emozione’

[2] Economia, domesticazione e dipendenze

Sapere dogmatico vs sapere esperienziale

Mi prendo una pausa dal lavoro di analisi sui meccanismi di emersione delle ideologie [1] per un approfondimento sull’incomunicabilità. In passato mi sono concentrato sull’assenza di un sapere condiviso [2], sulla base del quale costruire ragionamenti e conclusioni. Recentemente ho individuato un problema ulteriore, legato non solo al sapere, ma ai processi di costruzione del sapere stesso. Nel modello che sto mettendo a fuoco individuo due diversi processi di costruzione del sapere, definiti, rispettivamente, ‘esperienziale’ e ‘dogmatico’.

Il ‘sapere esperienziale’ si costruisce dal basso, accumulando fatti ed evidenze ed andando a definire un’architettura interpretativa della realtà basata sulla messa in relazione di singole evidenze. Questo è il processo più lungo e faticoso, perché le evidenze vanno soggette ad interpretazione, interpretazioni erronee danno luogo alla costruzione di architetture interpretative disfunzionali ed il tutto piò risolversi in un enorme caos.

Una ulteriore complicazione discende dai già descritti ‘bias culturali’, che fungono da collante sociale e modellano i nostri processi interpretativi. Quando un’evidenza entra in conflitto con un bias culturale consolidato, risulta più semplice mettere in discussione la singola evidenza rispetto al rimettere in discussione il bias culturale consolidato nella nostra architettura interpretativa.

Il ‘sapere dogmatico’ affronta la questione in maniera diametralmente opposta, individuando una fonte di sapere ed acquisendone in blocco la chiave interpretativa della realtà. Il processo risulta molto più semplice e diretto, consentendo di padroneggiare tematiche complesse senza il necessario sforzo di costruzione del percorso logico soggiacente.

Questo processo richiede un investimento minore in termini di intelligenza e consumo delle facoltà cognitive, risultando a molti più accessibile del precedente. Il problema del ‘sapere dogmatico’ è che dipende in toto dall’autorevolezza delle fonti, non avendo richiesto lo sviluppo degli strumenti analitici capaci di metterle in discussione. Analoga considerazione vale per l’onestà intellettuale delle fonti stesse, o per il loro essere strettamente legate ad una diversa cultura ed ai relativi bias culturali.

Il sapere dogmatico risulta una scorciatoia, adottabile da un’ampia fetta della popolazione umana, per accedere alla comprensione di problematiche complesse ed alle chiavi interpretative connesse. Ma è un sapere che accetta di essere messo in discussione solo attraverso l’individuazione di una fonte ‘più autorevole’, in assenza della quale si fossilizza e cessa di evolvere.

Il punto che ho messo a fuoco solo recentemente è che queste due diverse forme di sapere non sono in grado di dialogare, perché parlano due linguaggi cognitivi diversi. Posti di fronte all’interpretazione di una stessa situazione, sapere esperienziale e sapere dogmatico attivano strategie e risorse diverse.

Il sapere esperienziale scompone l’evento in una serie di singoli elementi logici, intorno ai quali costruisce una chiave interpretativa. Il sapere dogmatico individua anch’esso una serie di elementi logici, ma lavora ad inserirli in un contesto interpretativo familiare e consolidato, ereditato dalla ‘fonte autorevole’. Se i due modelli, per qualche ragione, non combaciano, non c’è modo di limare le diversità, e le discussioni si avvitano senza via d’uscita.

Il ‘sapiente esperienziale’ proverà a dimostrare l’efficacia del proprio modello interpretativo utilizzando strumenti cognitivi di cui il ‘sapiente dogmatico’ non dispone, dato che non ha alcuna esperienza nella costruzione di modelli interpretativi: di tutte le spiegazioni fornite non saprà letteralmente che farsene. Anche escludendo la disonestà intellettuale, siamo in una situazione in cui si attivano processi cognitivi diametralmente opposti.

Dal canto suo il ‘sapiente dogmatico’ proverà ad illustrare le proprie chiavi interpretative prefissate, mancando di validarle alla luce dei nuovi fatti, semplicemente perché il meccanismo di acquisizione del proprio sapere non contempla una fase di discussione e validazione diversa da ‘questa fonte è più autorevole di quest’altra’. Per contro, tratterà l’intero modello interpretativo proposto dal proprio interlocutore come proveniente da ‘fonte scarsamente attendibile’.

Quest’analisi delinea un nuovo scenario di incomunicabilità. Mentre il precedente muoveva da considerazioni molto più basiche sulla quantità di sapere disponibile ai due contendenti, l’attuale sposta il focus sul problema della costruzione di tale sapere. O, se vogliamo, della capacità di distinguere tra sapere e ‘non sapere’, tra effettiva comprensione del reale e metabolizzazione di bias culturali.

In compenso l’analisi consente di inquadrare un problema legato alla crescita esponenziale del sapere verificatasi nei secoli recenti. Di fatto risulta molto problematico accedere ai campi più specialistici attraverso un approccio ‘esperienziale’. Se già la mole di nozioni da acquisire è enorme, la mole di fatti ed interpretazioni soggiacenti quelle nozioni risulta enormemente più vasta.

In questo processo di scalata ai vertici delle competenze risultano avvantaggiati gli individui più inclini ad abbracciare un ‘sapere dogmatico’, rispetto a quanti organizzano la propria interpretazione della realtà basandosi sul ‘sapere esperienziale’. Questo potrebbe dar conto, per estensione, della tendenza delle culture umane alla fossilizzazione del sapere.

Per ora mi fermo qui, ma non escludo di tornare sull’argomento.


[1] Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

[2] Sull’incomunicabilità

Dai bias cognitivi ai bias culturali: disassemblare le ideologie

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(prosegue da qui)

Per illustrare come le ideologie possono essere smontate ed esaminate occorrerà partire dalla sintesi operata alla fine del capitolo precedente:


…perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come vogliamo definirla) si affermi, essa deve soddisfare una serie di esigenze umane primarie:

  • bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere materiale)
  • bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione)
  • bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte)

Su questi tre pilastri poggia pressoché ogni forma di governo, o cultura complessa, apparsa sul pianeta. L’organizzazione dei bisogni materiali è necessaria per garantire il benessere degli individui ed il successo della cultura, l’organizzazione dei bisogni emozionali è quello che fa da collante tra le moltitudini di sconosciuti che fanno parte della collettività, l’organizzazione dei bisogni irrazionali (generati dai bias cognitivi, come spiegato nel precedente post) gestisce il benessere psichico della popolazione.

Dall’equilibrio tra queste tre componenti deriva il successo della cultura stessa. Per meglio comprendere questo punto possiamo osservare i processi in atto nella transizione dal paganesimo al cristianesimo nell’impero romano, avvenuta nei primi secoli dopo Cristo. La cultura romana imperiale aveva il proprio punto di forza nell’organizzazione dei bisogni materiali, il senso di sicurezza veniva soddisfatto, per una parte della popolazione, dalla potenza militare e dall’appartenenza alla casta privilegiata dei cittadini romani. Per contro i lavori pesanti venivano effettuata da schiavi che non godevano di alcun diritto.

Sul piano dei bisogni irrazionali la teologia pagana risultava parimenti ipertrofica e lacunosa, il numero e la varietà di divinità enorme e caotico, le aspettative post-mortem non particolarmente entusiasmanti: l’aldilà dei romani era un luogo tetro, in cui rimpiangere per l’eternità le gioie della vita. L’emergere di tale cultura in popolazioni guerriere ne dirige la collocazione più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla competizione [1].

L’ideologia cristiana, per contro, emerge in una regione arida ed avara di risorse, la Palestina, come evoluzione della religione monoteista ebraica, in un’epoca in cui il suddetto territorio è occupato militarmente e governato dalle legioni romane. Per reazione a ciò, il baricentro di questa ideologia/teologia risulta spostato molto più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla cooperazione.

Sul piano dei bisogni materiali il cristianesimo eredita, dalla religione ebraica, la fede in una singola divinità. Lega i bisogni emotivi a poche semplici regole di vita: uguaglianza tra gli uomini e fratellanza universale, e promette un aldilà di gioia e pienezza a compensare una vita di fatica e sofferenze. Tale prospettiva di vita viene facilmente accolta dalle fasce povere della popolazione, che in essa vedono meglio rappresentati i propri bisogni esistenziali.

L’ideologia cristiana di una fratellanza universale entra perciò in diretta contrapposizione con la politica economica imperiale, basata sull’occupazione manu-militari e sull’asservimento e riduzione in schiavitù di intere popolazioni. L’uguaglianza tra gli uomini non consente la riduzione in schiavitù, che è alla base della politica economica imperiale: per questo motivo il cristianesimo viene inizialmente perseguitato.

Tuttavia l’efficienza della macchina imperiale nel provvedere ai bisogni materiali, basata sul saccheggio e sullo sfruttamento delle popolazioni asservite, è un meccanismo che perde efficacia man mano che i confini imperiali si allargano verso l’esterno. Più l’impero si espande, meno ricchezza riesce a generare. Più la popolazione si impoverisce, più la teologia cristiana, egalitaria e solidale, tende a soppiantare la teologia pagana.

Nell’arco di pochi secoli l’impero romano d’occidente collassa definitivamente, ed una popolazione europea vasta ed impoverita finisce col convertirsi in massa al cristianesimo, in un processo che segna il passaggio dall’Età Antica al Medioevo. Un percorso inverso appare quello che conduce dal Medioevo all’Età Moderna, segnato da due eventi concomitanti: l’avvio di una nuova fase di conquista e saccheggio iniziata con la scoperta del continente americano e lo sviluppo di un costrutto culturale radicalmente diverso dall’impostazione fideistica, il Metodo Scientifico [2], dalle cui scoperte deriverà la Rivoluzione Industriale [3].

La nuova era coloniale è caratterizzata da produzione (saccheggio) di beni e da un aumentato soddisfacimento dei bisogni materiali (ottenuti a spese di popolazioni meno tecnologicamente avanzate, che vengono espropriate delle proprie terre e possedimenti e ridotte in schiavitù). Le esigenze mercantili entrano in conflitto con il retaggio culturale cristiano, la cui filosofia di vita tende ad opporsi allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come già ragionato in un precedente post sul Medioevo [4], gli ideali di fratellanza universale vengono più facilmente accolti ed adottati da popolazioni in condizioni di generale scarsità, mentre la disponibilità di ricchezze va a braccetto con le pulsioni più egoistiche dell’animo umano. La nuova era mercantile e la rinascita degli imperi coloniali segna un progressivo distacco delle popolazioni europee dagli ideali di solidarietà propugnati dalla filosofia cristiana.

L’avvento del Metodo Scientifico introduce una scissione filosofica chiave nel percorso verso la contemporaneità. Fino a tutto il Medioevo, la dottrina religiosa cristiana era stata in grado di sostenere un sistema sociale perfettamente funzionale e coerente, dall’umile contadino su su fino ai regnanti. Tuttavia, l’invenzione di una descrizione dell’esistente alternativa alla creazione divina, oltreché significativamente più efficace nel prevedere i comportamenti della realtà fisica e nel produrre benessere, priva il predominio culturale religioso di una delle sue basi d’appoggio: la capacità di massimizzare il soddisfacimento dei ‘bisogni materiali’.

La dottrina cristiana si ritrova quindi in una condizione di ‘incompletezza’ nel momento in cui il focus dei ‘bisogni materiali’ gli viene sottratto da un diverso costrutto culturale. Un costrutto culturale, per di più, che mette in discussione l’attendibilità dei Testi Sacri su cui la fede cristiana si fonda e da cui quest’ultima trae fondamento ed attendibilità. Una parte della popolazione, soprattutto fra gli intellettuali, comincia a ritenere che se Dio non è necessario per far funzionare la realtà, forse se ne può semplicemente fare a meno.

Tuttavia lo stesso Metodo Scientifico non risulta in grado di dar vita ad un’ideologia compiuta. Un approccio cognitivo totalmente razionale non può in alcun modo soddisfare i ‘bisogni irrazionali’, che sono parte integrante dei processi psicologici umani. Una prima reazione dei razionalisti all’incompletezza del proprio metodo filosofico consisté quindi nel negare i bisogni irrazionali e nel bollare tutto ciò che li riguardava come ‘oscurantismo’.

Va anche detto che questa dicotomia razionalità/irrazionalità riflette il ventaglio comportamentale della nostra specie, che contrappone individui dominati dalla razionalità ad altri dominati dalle pulsioni irrazionali, e nessuno dei due approcci risulta avvantaggiato dal processo di selezione naturale, o dalla struttura sociale, al punto da poter prevalere e condannare l’altro alla marginalità.

Il Metodo Scientifico difetta inoltre di una componente essenziale delle ideologie: la capacità di indirizzo. Gli uomini di scienza sono dediti alla comprensione del mondo, alla sua descrizione, ma da tale descrizione non è possibile derivare alcun indirizzo riguardo l’agire umano. Siamo una specie come tante altre, su un pianeta dove le singole specie emergono, si sviluppano lungo un arco temporale, quindi si estinguono. Quel che la scienza descrive è un Cosmo in cui non vi è scopo alcuno nell’esistere, né a livello di individui, né di singole specie. Una conclusione priva di utilità pratica.

Senza uno scopo da perseguire, fosse anche la semplice sopravvivenza, non è possibile definire le categorie del ‘bene’ e del ‘male’, che guidano gli individui nelle scelte della vita, e non è possibile definire un’etica. In assoluto su queste basi risulta difficile perfino costruire una società, perché i singoli individui non si sentiranno moralmente obbligati a seguire alcuna modalità d’azione prestabilita, alcuna regola, alcuna legge.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico getta tuttavia le basi per l’emergere di una nuova ideologia, non marcatamente autoconsapevole, che prende il nome di ‘scientismo’ [5]. Lo scientismo genera per deduzione i puntelli filosofici necessari a soddisfare i bisogni emozionali e quelli irrazionali. Il primo e più importante è l’invenzione dell’idea di ‘progresso’, ovvero l’idealizzazione di un procedere dell’evoluzione, prima animale, quindi umana, in direzione del controllo e dominio della realtà.

L’esistenza di un fenomeno definibile come ‘progresso’ può essere desunta dalle diverse tappe dell’evoluzione umana: il controllo del fuoco, l’agricoltura, lo sviluppo di attrezzi sempre più sofisticati, la scrittura, le macchine. Tutte queste invenzioni hanno sollevato l’umanità da fatica e sofferenze, ed è quindi relativamente semplice additarle come passi ‘nella giusta direzione’, al punto da rappresentare il primo comandamento divino dato all’umanità nella genesi biblica [6]:

«Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»

Se analizziamo questo presupposto in un piano strettamente oggettivo, tutto ciò che avvantaggia la sopravvivenza e la diffusione di una specie ne svantaggia le altre. Non esistendo modo di definire una priorità tra le diverse specie al di fuori di una prospettiva antropocentrica, non è nemmeno possibile attribuire maggior valore al vantaggio di una specie sulle altre. Da una prospettiva strettamente razionale, le invenzioni umane rappresentano unicamente un turbamento degli equilibri naturali [7].

Ma le ideologie si rivolgono agli umani, cui è connaturato l’antropocentrismo [8]. Una volta acquisita l’idea (ripetiamo: irrazionale) dell’esistenza di un ‘progresso’, l’indirizzo che se ne deduce, relativo all’agire umano, è la necessità di contribuire, per quanto possibile, a tale processo. Se il Cosmo muove dal Caos all’Ordine [9], l’umanità è moralmente obbligata a contribuire a tale processo.

In questa fantasia pseudo-razionale, il fine ultimo del ‘progresso’ è il raggiungimento, da parte dell’ingegno umano, del pieno controllo sui fenomeni naturali e sulla realtà, culminando, in linea teorica, in un’umanità onnipotente che prenderà il posto delle precedenti divinità, acquisendo quelli che di fatto sono poteri divini. Un fondamento teorico totalmente irrazionale, ma apparentemente plausibile, che ottiene di tenere insieme i diversi pezzi del discorso e consente all’ideologia scientista, nell’arco di alcuni secoli, di soppiantare le antiche fedi e dogmi.

L’idea di ‘progresso’ presenta un ulteriore vantaggio: estende il senso di appartenenza (una parte cospicua dei ‘bisogni immateriali’) dall’ambito ristretto dei credenti in uno specifico culto all’ambito esteso dell’intera umanità… o perlomeno a quella parte di umanità in cui scegliamo di riconoscerci. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si affermano infatti correnti di sedicente ‘razzismo scientifico’ [10], basate sull’idea che nella ‘corsa al progresso’ biologica le popolazioni europee risultano ‘più avanti’ delle altre.

Questo salto concettuale, totalmente arbitrario, legittima i colonizzatori bianchi ad approfittare, come forza lavoro, delle popolazioni di ‘selvaggi’ largamente disponibili nei continenti meno sviluppati, resuscitando la pratica della messa in schiavitù che era scomparsa nel Medioevo. Allo stesso modo alimenta un ‘suprematismo bianco’ capace di agire un sistematico sterminio delle popolazioni native del continente nord-americano.

Un processo, raffinato in luoghi lontani, che approderà infine nella ‘civile Europa’, in pieno ventesimo secolo, grazie all’avvento del Fascismo in Italia e del Nazismo in Germania, avviando la ‘pulizia etnica’ di ebrei, zingari, omosessuali e disabili psichici. Un’ideologia aberrante, che sconvolgerà il mondo intero col disumano e meccanico genocidio prodotto nei campi di sterminio.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico si è tradotto, involontariamente, nello scoperchiamento di un ‘Vaso di Pandora’ [11] sociale, che ha consentito il riemergere di modalità relazionali arcaiche e radicalmente antiumane, faticosamente tenute a bada, nei secoli precedenti, dal pensiero religioso. Convinzioni totalmente arbitrarie, come il già citato ‘pregiudizio antropocentrico’, risultano altresì fortemente sedimentate nell’immaginario collettivo, essendo peraltro condivise dal mondo religioso, e non sono minimamente scalfite dalle evidenze prodotte dall’evoluzionismo darwiniano e dalle moderne scienze genetiche ed ambientali.

Si è invece fatta progressivamente senso comune una visione degli individui e delle relazioni umane strettamente focalizzata sui consumi di beni materiali, disponibili ora in quantità mai sognate prima nel corso della storia umana, che ha finito col dar corpo ad una ‘ideologia dei consumi’ totalmente indifferente, se non favorevole, allo sfruttamento di fragilità e dipendenze dei singoli individui. È anche questo un discorso da me già affrontato, in un post molto sofferto [12]. Una ulteriore disamina potrebbe essere oggetto di futuri approfondimenti.


[1] Cooperazione e competizione

[2] Metodo Scientifico

[3] Rivoluzione Industriale

[4] Medioevo

[5] Scientismo

[6] Genesi

[7] La questione ambientale (settima parte)

[8] Il Pregiudizio Antropocentrico

[9] L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

[10] Razzismo scientifico

[11] Vaso di Pandora

[12] Il Cielo sopra il Mondo

Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

Il tema dell’origine delle ideologie è già stato trattato in passato su questo blog [1]. Sento ora la necessità di scavare ulteriormente nei dettagli dei meccanismi che guidano l’emergere di costrutti culturali ed architetture ideologiche. Utilizzerò a questo fine il modello di sviluppo dei ‘comportamenti emergenti’, ovvero, come definito da Wikipedia: il processo di formazione di schemi complessi a partire da regole più semplici [2].

In principio, dall’esigenza di sopravvivenza dei nostri antenati è disceso (o emerso) lo sviluppo di un cervello complesso. Dallo sviluppo di un cervello complesso è discesa (o emersa) la necessità di ‘stampelle cognitive’ a quello che negli animali siamo soliti definire ’istinto di sopravvivenza’. Modalità di conforto psichico in grado di aiutare un cervello complesso a contrastare l’idea di una sostanziale insensatezza del Cosmo.

Definiamo come ‘istinto di sopravvivenza’ l’insieme dei comportamenti non razionali che avvantaggiano il singolo individuo nei processi di sopravvivenza e riproduzione, comportamenti che, per questo stesso motivo, ottengono di essere tramandati alle generazioni successive, diventando retaggio dell’intera specie. Non possiamo fare a meno di notare come l’emergere del pensiero razionale, pur utilissimo nella pratica quotidiana, finisca con l’entrare in conflitto, e minare, l’efficacia di tali comportamenti [3].

Nella nostra specie l’istinto di sopravvivenza evolve, parallelamente allo sviluppo della razionalità (e come suo contraltare) nella forma di bias cognitivi [4]: modalità erronee di interpretazione che hanno la funzione di consentire, al cervello umano, di maneggiare la complessità e la sostanziale insensatezza del mondo reale senza esserne schiacciato. I bias cognitivi ci forniscono la fiducia e l’ottimismo necessari per non demordere di fronte alle avversità ed ai problemi della vita, generano un senso di fiducia negli altri e nel futuro e ci aiutano a prendere decisioni arbitrarie quando non disponiamo di informazioni sufficienti.

L’esistenza dei bias cognitivi è la base per l’emergere di quelli che ho finito col definire ‘bias culturali’ [5]: errori interpretativi, codificati e socialmente condivisi, che rappresentano il fondamento dello sviluppo ed evoluzione delle ideologie, queste ultime definibili come ‘schemi di pensiero collettivamente condivisi’ che svolgono, a livello di gruppi e collettività, una funzione analoga a quello che la coscienza individuale svolge nel singolo individuo.

Perché il gruppo agisca come un sovra-organismo e possa diventare, in termini di sopravvivenza e riproduzione, fattivamente più efficace rispetto ad uno stile di vita solitario, è necessario che le azioni dei singoli individui siano coerenti e coordinate. Ciò può avvenire unicamente con l’instaurarsi di modalità relazionali condivise ed approvate dai singoli membri, ovvero attraverso l’elaborazione di quella che definiamo una ‘cultura’.

La cultura del gruppo deve necessariamente tener conto delle esigenze dei singoli individui, anche di quelle irrazionali, incorporandole nello schema condiviso. Ecco come i bias cognitivi prendono corpo, e si fissano, sotto la forma di ‘bias culturali’. Siccome i singoli individui hanno necessità di esorcizzare la paura dell’ignoto, la cultura del gruppo provvederà a rassicurarli, elaborando descrizioni (narrazioni) della realtà utili ad esorcizzare tale angoscia.

Nel caso di una tribù di cacciatori-raccoglitori, possiamo attenderci che i componenti soffrano la pressione psicologica dovuta all’incertezza delle condizioni climatiche ed al rischio di possibili attacchi da parte di grandi predatori. In tal caso, una cultura che leghi tali manifestazioni, ingestibili su un piano di realtà, ad un ambito immateriale in qualche modo maneggiabile, fornirà un sollievo psichico al gruppo e ne allevierà gli appartenenti dall’eccessiva consapevolezza della propria fragilità e finitezza.

Da questa esigenza nascono i pantheon di divinità pagane legate ai fenomeni naturali: entità invisibili che possono essere placate e rabbonite grazie a sacrifici animali (olocausti) ed all’intermediazione di una casta sacerdotale. Questo rappresenta l’esempio prototipale di come un bias cognitivo, la domanda irrazionale di rassicurazione nei confronti di una realtà percepita come opprimente, si traduca in un ‘bias culturale’, ovvero l’elaborazione di un ‘pensiero magico’ collettivamente condiviso ed il conseguente emergere di ruoli sociali ad esso specificamente correlati.

(attenzione: non è qui in discussione la materia religiosa; l’inclinazione ad accettare l’esistenza di realtà che esulano un’analisi di natura scientifica ci interessa dal momento che può essere descritta in termini di ‘bias cognitivo’, ma nulla si può affermare con certezza sull’esistenza o meno di tale realtà; di fatto, le “verità di fede” non possono essere né ‘dimostrate’, né ‘negate’, possono solo appartenere al sentire dei singoli individui)

Vediamo qui in atto l’inevitabile emergere di processi di maggiore complessità: dall’esigenza di sopravvivenza discende un cervello complesso, da un cervello complesso discendono problematiche nuove, che inducono lo sviluppo di relazioni sociali e la distribuzione di ruoli distinti per i singoli individui, che a loro volta conducono ad un ulteriore aumento di complessità ed alla formazione delle strutture sociali descritte nella prima parte della discussione su ‘Economia, domesticazione e dipendenze’ [6].

Da una diversa prospettiva, la strutturazione sociale può essere descritta come un’ulteriore articolazione della catena trofica umana [7]: attraverso l’efficientamento nell’acquisizione di cibo, e più avanti nella sua produzione, una porzione crescente della popolazione risulta svincolata dal provvedere direttamente alle proprie necessità, e finisce col dipendere dal lavoro altrui. In termini di domesticazione ciò significa che il lavoro eseguito dall’allevatore sulle specie animali da cui egli trae nutrimento, mostra delle affinità con l’operato degli strati sociali sovrastanti l’allevatore stesso, che dai suoi prodotti traggono sostentamento.

Vediamo altresì al lavoro l’ingegno umano, e non potrebbe essere diversamente: in un caso (l’allevatore) nel massimizzare la resa dei processi di allevamento animale e produzione di cibo, nell’altro (le classi dirigenti) nel massimizzare la quantità di ricchezza trasferita dai produttori diretti al livello successivo della scala sociale, quindi ad essi stessi. Essendo i due processi mentali del tutto analoghi, è evidente come non ci si possa legittimamente attendere venga messo in atto, nei confronti di altri umani coi quali non si intrattengano relazioni dirette, una modalità di sfruttamento radicalmente differente da quella riservata al bestiame di cui ci si nutrie.

Per quanto eticamente discutibile (ma, faccio notare, l’etica stessa altro non è che un costrutto culturale basato su assunti arbitrari, e pertanto indimostrabile) lo sfruttamento del lavoro altrui appare essere un tassello chiave nel processo di auto-domesticazione che coinvolge la nostra specie. Un comportamento ‘emergente’ che, come abbiamo visto, discende in linea diretta dall’evoluzione dei processi correlati allo sviluppo del potenziale cognitivo del cervello umano.

La differenza sostanziale, nei due meccanismi descritti, sta nel differenziale intellettivo tra domesticatore e domesticato. Nei processi di domesticazione animale la specie umana ha buon gioco, disponendo di capacità intellettive largamente superiori alle specie ridotte in cattività, nel realizzare recinti e gabbie dalle quali gli animali non sono in grado di scappare.

Nel processo di auto-domesticazione le intelligenze in campo sono identiche, e la partita si gioca interamente su un piano culturale. I recinti in questione diventano quindi ‘recinti culturali’, schemi di pensiero collettivamente condivisi che ottengono di racchiudere gli individui all’interno di ‘gabbie mentali’, nelle quali risultano intrappolati e costretti a limitarsi al ventaglio di comportamenti socialmente accettati. Ciò rappresenta un’ulteriore fonte di sofferenza psichica, che trova sfoghi attrverso modalità e rituali definiti dalla cultura stessa.

A parte questa differenza, ci troviamo di fronte ad una modalità classica di equilibrio predatore/preda, del tutto analoga a quelle descritte dal modello evolutivo darwiniano. O, per altri versi, a quell’ Homo homini lupus ben sintetizzato dall’autore latino Plauto [8]. Numerosità e benessere della popolazione dei ‘predatori’ discende dalla disponibilità di ‘prede’. Quando tuttavia si verifica un’interruzione della catena trofica (carestia) questa si ripercuote verso l’alto mettendo in discussione le modalità redistributive stabilite dalla cultura contingente, portando ad un riassestamento.

Un esempio fra tanti è quello della caduta dell’Impero Romano, dove la costosa macchina amministrativa e le imponenti opere infrastrutturali da essa richieste non sono state in grado di sopravvivere ad un sopravvenuto collasso dei flussi di ricchezza (cibo, metalli preziosi e schiavi) dovuto all’eccessiva espansione delle terre conquistate. Le organizzazioni sociali che ne sono emerse, nel Medioevo, si sono quindi riarrangiate sulla base di una disponibilità inferiore di risorse, che ha condotto ad una drastica riduzione dei ruoli sociali ‘improduttivi’.

In termini analoghi potrebbe essere letta la vicenda della rivoluzione francese, sulla quale, rispetto a quanto accaduto in passato, si è venuto ad innestare il portato della rivoluzione razionalista, che andava acquistando consensi da oltre un secolo sull’onda delle nuove scoperte e dell’elaborazione del pensiero scientifico. Essendo le modalità relazionali tra le diverse fasce di popolazione gestite unicamente per mezzo di una cultura condivisa, ecco come una rivoluzione culturale ha potuto arrivare a tradursi in una rivoluzione sociale.

Come ‘emerge’ una cultura? Partendo dall’evidenza che il cervello umano è capace di auto-ingannarsi, diventa possibile strutturare, fissare e rendere replicabili le modalità di reazione, in gruppi ed intere collettività, mediante l’elaborazione e la diffusione di specifici costrutti culturali. Tali costrutti possono essere descritti come strutture ideologiche auto-coerenti in cui, a partire da una serie di assunti, alcuni dei quali arbitrari, si derivano le conseguenti modalità comportamentali da mettere in atto.

Ciò che consente l’arbitrarietà degli assunti è proprio l’innata capacità del nostro cervello di eseguire atti di fede, qualora non siano disponibili le informazioni necessarie a prendere una decisione con cognizione di causa. I nostri antenati cacciatori-raccoglitori sono vissuti per millenni in balia del caso, della natura e degli elementi, e sono riusciti a sopravvivere e prosperare solo grazie a decisioni fondate su valutazioni di natura euristica [9].

Ogni società umana ha pertanto dovuto elaborare un proprio specifico modus-operandi legato alla sopravvivenza, ed ha prodotto una propria, unica, cultura sviluppando un sistema di idee capace di combinare elementi eterogenei in un costrutto efficace, composto, ove possibile, dalle evidenze oggettive note, e riempendo le inevitabili lacune con assunti indimostrabili. Ed è proprio l’esistenza dei bias cognitivi a fare da collante a queste architetture di idee, a consentirne l’adozione diffusa ed a garantire la funzionalità sociale di tali costrutti.

In estrema sintesi, perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come la si voglia definire) si possa affermare, essa deve necessariamente soddisfare una serie di esigenze umane basilari:

  • bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere fisico)
  • bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione)
  • bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte)

Nel prosieguo di questa analisi vedremo come alcune tra le principali manifestazioni culturali ed ideologie possano essere ricondotte al presente schema.

(continua)


[1] Sull’origine delle ideologie

[2] Comportamenti emergenti

[3] I bias cognitivi e l’abisso di Nietzsche

[4] Bias cognitivi

[5] Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

[6] Età antica

[7] Catena alimentare

[8] Homo homini lupus

[9] Euristica

I bias cognitivi e l’abisso di Nietzsche

Da diverso tempo, più o meno da quando ne ho scoperto l’esistenza, vado ragionando la questione dei bias cognitivi [1]. In estrema sintesi si tratta di meccanismi per mezzo dei quali il nostro cervello si auto-inganna, barattando l’evidenza fattuale con una interpretazione più digeribile, più accomodante, spesso edulcorata, della realtà.

I bias cognitivi emergono spontaneamente, nel corso dell’evoluzione umana, grazie ai processi evolutivi ben descritti da Charles Darwin [2]. Per il naturalista inglese, ogni tratto o comportamento in grado di facilitare la sopravvivenza di individui e gruppi finisce col fissarsi ed essere tramandato alla discendenza.

La nostra specie, il cui tratto saliente è lo sviluppo dell’intelligenza, deve fare i conti con i portati negativi di questa caratteristica. Da un lato, un cervello capace di processare una grande quantità di informazioni risulta vantaggioso, per chi lo possieda e per il gruppo di cui faccia parte, dall’altro, troppe informazioni conflittuali possono ‘intasare’ l’elaborazione dei comportamenti più appropriati, portando allo sviluppo di patologie psichiche, individuali e collettive.

La ‘soluzione’ che emerge dall’evoluzione umana è di incanalare i ragionamenti su binari precostituiti, in modo che sia più difficile deragliare. Binari precostituiti che ottengono di stabilizzare i processi cognitivi, indipendentemente dalla loro attendibilità.

Così la capacità di credere nell’esistenza di un mondo sovrannaturale ci salva dalla disperazione della morte [3], la capacità di credere nella fratellanza tra simili agisce da collante per le società umane, la capacità di credere che quello che realizziamo con le nostre mani sia migliore di un prodotto fatto in serie ci motiva a realizzazioni che altrimenti non vedrebbero mai la luce.

Tutte queste convinzioni infondate, assieme a molte altre [4], contribuiscono a rendere funzionali le comunità umane, a rendere più appagante la vita dei singoli individui, a ridurre le frizioni interpersonali e, in ultima istanza, a rendere l’esistenza più piacevole e godibile. Il problema è che sono infondate.

Quindi, ad un certo punto della storia dell’umanità, avviene la nascita di quello che chiamiamo ‘pensiero scientifico’, la cui funzione è di approfondire la conoscenza del mondo reale, liberandosi dalle credenze ereditate e dai possibili errori interpretativi. L’idea di fondo consiste nello sviluppo di una conoscenza della realtà che sia oggettiva e verificabile, non più filtrata da pregiudizi e convinzioni individuali.

Il pensiero scientifico ottiene successi incredibili in termini di controllo dei processi fisici, e di conseguenza dei processi produttivi, producendo di ricasco una propria stessa ideologia, quell’ideologia del progresso [5] di cui ho tanto spesso discusso su questo blog.

In questa chiave di lettura, la conoscenza (scienza) richiede il pagamento di un prezzo in termini umani: l’individuazione e disattivazione dei bias cognitivi che forzano il nostro cervello ad interpretazioni erronee della realtà. Quegli stessi bias cognitivi che si sono sviluppati, nel corso dell’evoluzione, per massimizzare il nostro benessere psichico.

La fiducia nel futuro si fonda sulla convinzione che gli altri condividano i nostri stessi desideri ed aspirazioni. Tale convinzione si regge sul cosiddetto ‘Bias di Proiezione’ [6]. Diventare consapevoli di ciò significa dover accettare che il mondo presente è il combinato delle volontà di miliardi di individui non necessariamente simili a noi, e che trasformarlo (in quello che per noi è ‘meglio’) può risultare impossibile.

Se l’esistente può risultare inaccettabile, la modalità di sopravvivenza psichica di alcuni individui può indirizzarsi nel tentativo di trasformarlo in meglio. Ma la presa di coscienza della difficoltà di ottenere ciò, a causa delle inconciliabili differenze di pensiero esistenti tra i singoli individui di una stessa collettività, lascia spazio unicamente alla frustrazione.

Scienziati, ricercatori, filosofi, nello spogliarsi delle difese psicologiche (ereditate dal corpus sociale) per sperimentare una realtà il più possibile oggettiva, finiscono col confrontarsi con evidenze che possono risultare insostenibili. Una realtà arbitraria, crudele e priva di senso, che rischia di privare di senso le nostre stesse esistenze, e di motivazioni il nostro agire.

Scrive Friedrich Nietzsche [7]: “chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. L’abisso descritto dal filosofo tedesco altro non è che la Realtà Oggettiva, privata di ogni interpretazione falsa e rassicurante.

Lo sviluppo della conoscenza è un cammino che alcuni di noi intraprendono con leggerezza ed incoscienza, affascinati dall’idea di sapere di più, di conoscere meglio la realtà in cui viviamo immersi. Purtroppo questa realtà, depurata dalle narrazioni edulcorate e rassicuranti basate su bias cognitivi e cristallizzate nelle ideologie, si dimostra molto spesso insostenibile. E il rischio di perdersi nell’abisso diventa concreto.

Friedrich Nietzsche (Wikimedia Commons)

[1] Bias cognitivo (Wikipedia)

[2] Meu amigo Charlie Darwin

[3] Dio e Darwin

[4] List of Cognitive Biases (Wikipedia)

[5] L’invenzione del Progresso

[6] Bias di Proiezione

[7] Friedrich Nietzsche (Wikiquote)

Economia, domesticazione e dipendenze (prospettive)

(possibile evoluzione dei modelli di dipendenza delle società umane dal costrutto culturale mercantile e dai suoi sottoprodotti)

1 – Abstract
2 – Età Antica
3 – Età Moderna
4 – Mondo Contemporaneo

Nei post precedenti abbiamo analizzato come i costrutti culturali emergano nelle società primitive, come evolvano in risposta alle trasformazioni prodotte nelle (e dalle) società umane, come procedano a consolidarsi in segmenti diversi del corpus sociale, come questi ultimi finiscano a competere gli uni con gli altri per l’egemonia culturale ed economica. Ora proveremo a ragionare sui potenziali effetti di una prevedibile contrazione nella disponibilità di risorse globali.

La prima e più grave preoccupazione riguarda il fatto che il costrutto culturale ad oggi dominante, quello che abbiamo definito come ‘mercantile/imprenditoriale’, deve il proprio successo in gran parte all’assenza di lungimiranza. La logica mercantile premia i ritorni rapidi, che possono essere reinvestiti nella ‘messa a reddito’ di nuove opportunità, pertanto non è culturalmente adeguata a gestire processi con un orizzonte temporale esteso.

Vale la pena di approfondire il concetto di ‘messa a reddito’. Di norma tale processo consiste nella trasformazione di qualcosa di preesistente allo stato grezzo (le ‘materie prime’) in un ‘prodotto finito’ percepito come di maggior valore. Il concetto di ‘valore’ non è infatti assoluto, ma legato al contesto culturale, soggetto quindi ad ampi margini di manipolazione ad opera dei già menzionati vettori culturali mediatici.

Procediamo con degli esempio. Primo caso: un bosco di mezza montagna. Dalla ridotta popolazione di prossimità la presenza del bosco non viene percepita come una forma di ricchezza, mentre la popolazione più lontana e numerosa della città ha necessità di legna da utilizzare come materiale da costruzione e combustione. Il costrutto culturale mercantile taglia il bosco, paga gli operai, rivende la legna, intasca il guadagno e lascia un versante di montagna scoperto e brullo, dove non c’è modo che un bosco possa ricrescere.

Una versione riveduta e corretta di questo processo è il cosiddetto ‘ceduo’, ovvero il taglio della porzione maggioritaria del bosco che lascia però una minima quantità di alberi in grado di far ricrescere il bosco in un arco temporale di pochi decenni. Il ceduo, tuttavia, finisce col privare il substrato roccioso della materia organica utilizzata nella crescita dei tronchi degli alberi tagliati, e sul lungo periodo produce ugualmente la desertificazione.

Ho fatto l’esempio dei boschi di mezza montagna perché quelli delle pianure sono già stati tutti tagliati, nel remoto passato, per far spazio alle pratiche agricole ed all’allevamento. Questa sistematica distruzione di habitat originari, operata dall’umanità fin dall’epoca neolitica, ha privato molte specie animali selvatiche degli spazi necessari alla sopravvivenza, portandole all’estinzione.

Quello che sistematicamente non entra nel conto dei costi/benefici è infatti la componente non umana della biosfera: gli alberi che smettono di esistere, spesso a tempo indeterminato (l’Irlanda e la Scozia erano coperte di foreste fino al XVIII secolo, epoca in cui furono tagliate fino all’ultimo albero), le popolazioni di animali, che dagli alberi dipendono per il nutrimento e l’habitat riproduttivo, che scompaiono definitivamente, non potendo trasferirsi altrove. L’intero processo, che su piccola scala avrebbe margini di ricomposizione, su larga scala produce una distruzione semi-permanente.

Analogamente, come ben descritto da Jared Diamond in “Collasso” [1] e da Ugo Bardi in “La Terra Svuotata” [2], le attività estrattive di materie prime minerali tendono a massimizzare i guadagni, lasciando una varietà di danni ambientali in eredità alle generazioni a venire. Anche quando le imprese si impegnano anticipatamente a ripristinare, per quanto possibile, la situazione preesistente, di norma dichiarano fallimento per non dover reinvestire una parte dei guadagni nei lavori di risistemazione.

Detto in sintesi, il costrutto culturale ‘mercantile/imprenditoriale’, ad oggi dominante, è fondato sul progressivo sfruttamento (distruzione) di quanto esistente, finalizzato ad una sua conversione in forme destinate ad appagare i bisogni materiali ed immateriali di un’unica specie, la nostra. Il problema è che un processo interamente basato sulla distruzione, più o meno rapida, non può proseguire indefinitamente, in particolar modo se tale distruzione, meticolosamente organizzata, avviene così rapidamente da non lasciare tempo alla biosfera di rigenerarsi.

Perché di fatto questo è l’ostacolo culturale col quale nessun costrutto mercantile/ imprenditoriale è in grado di confrontarsi: la finitezza del mondo. L’orizzonte contemplabile all’interno di tale schema mentale è unicamente quello della concorrenza tra simili, della competizione, dell’accaparramento di risorse e dello sviluppo di modelli di dipendenza nella popolazione, così da generare ‘mercati’ dai quali estrarre ricchezza.

Nell’orizzonte culturale mercantile/imprenditoriale l’esistente non ha alcun valore in sé, hanno valore unicamente i processi di trasformazione in grado di produrre un ritorno economico. Il fatto che questo costrutto culturale abbia finito con l’emergere come dominante, nelle dinamiche della specie umana, condanna il pianeta alla distruzione. E stante il suo indiscusso successo, l’unico evento apparentemente in grado di porre un freno a tale cieca avidità è l’esaurimento delle risorse.

È interessante osservare un bizzarro cortocircuito, poiché la comunicazione culturale collettiva trae alimento dal solleticare i timori diffusi. Da un lato i mezzi di comunicazione fanno a gara tra loro nel trovare e diffondere notizie preoccupanti ed allarmanti, per catturare l’attenzione dei lettori e veicolare contenuti pubblicitari (particolarmente efficaci, sotto questo profilo, sono le notizie relative al riscaldamento globale ed ai cambiamenti climatici).

Dall’altro, la consapevolezza collettiva dei danni prodotti dal costrutto culturale dominante finiscono col produrre un disagio diffuso, capace di mettere in discussione le scelte politiche ed economiche di natura mercantile/imprenditoriale. Tale disagio richiede di essere gestito, sul piano culturale collettivo, e ciò avviene attraverso i mass media e i social network.

La prima strategia, la più classica e sempre efficace, è la distrazione. Il cervello umano tende spontaneamente ad evadere le questioni spiacevoli, in special modo quelle riguardanti situazioni sulle quali non abbia capacità di intervento diretto ed immediato. Il senso di disagio viene quindi rimosso canalizzando l’attenzione su altri argomenti, consentendo di operare una rapida e sistematica rimozione.

Un’altra strategia consiste nell’alimentare narrazioni negazioniste, contrastando le notizie preoccupanti con interpretazioni e chiavi di lettura più rassicuranti. Il negazionismo climatico, alimentato e sostenuto dalle lobby legate alla produzione e sfruttamento di prodotti climalteranti, è un esempio relativamente recente (nonostante ciò, rappresenta un fenomeno già diffusissimo e largamente documentato).

Un’ultima strategia, anch’essa attualmente molto in voga, riguarda la diffusione delle cosiddette ‘teorie del complotto’, che fanno leva sulla parte più irrazionale della psiche umana. Le teorie del complotto assolvono la doppia funzione da un lato di negare le evidenze e dall’altro di distrarre dalla realtà, reinterpretandola mediante una narrazione seducente ed all’apparenza verosimile.

Si pone quindi la necessità di un superamento dell’egemonia culturale del costrutto mercantile/imprenditoriale attraverso l’elaborazione di un costrutto culturale alternativo, che tenga conto del valore di quanto esistente, per realizzarne la tutela, e parallelamente sia in grado di competere sul piano delle risorse economiche o culturali, per fronteggiare il costrutto avversario e ridimensionarne i margini d’azione.

Il timore, prendendo in prestito le parole del poeta T.S Eliot [3], è che “prima di guarire, il nostro male debba ancora peggiorare”. Il che si tradurrà in una perdita irreversibile di habitat naturali e biodiversità.

(continua… per ora sto approfondendo l’analisi dei processi di sviluppo delle ideologie)

[1] – Collasso

[2] – La Terra Svuotata

[3] – T.S. Eliot

Economia, domesticazione e dipendenze (mondo contemporaneo)

(consolidamento dei modelli di dipendenza delle società umane dal costrutto culturale mercantile e dai suoi sottoprodotti)

1 – Abstract
2 – Età Antica
3 – Età Moderna

Nei post precedenti abbiamo analizzato come i costrutti culturali emergono nelle società primitive, come evolvono in risposta alle trasformazioni prodotte nelle (e dalle) società umane, come procedono a consolidarsi in segmenti diversi del corpus sociale e come questi ultimi finiscano a competere gli uni con gli altri per l’egemonia culturale ed economica. Quello su cui non abbiamo ancora ragionato è la dipendenza dei relativi rapporti di forza dalla disponibilità di denaro e risorse.

Uno dei costrutti culturali più antichi, quello militare, è strettamente connesso all’aggressività ed alla gestione dei conflitti, sia all’interno della comunità che all’esterno della stessa. Le comunità umane più primitive avevano la necessità di difendersi solo dai grandi predatori. In epoche successive, con lo sviluppo di aggregati umani sempre più affollati, membri e gruppi hanno sviluppato forme di conflittualità reciproche, e le stesse comunità sono entrate in conflitto con altre comunità umane per la disponibilità di risorse.

Lo sviluppo dell’agricoltura comportò l’individuazione dell’acqua dolce come risorsa essenziale per l’irrigazione delle colture, ed alla sua irreggimentazione. Le prime guerre tra città, nell’antica Mesopotamia, si svolsero proprio per il controllo di questa risorsa. La crescita delle comunità, in forma di grandi città, e lo sviluppo di una conflittualità reciproca portò all’emergere di una specifica cultura militare legata al combattimento, all’aggressione ed alla conquista.

Ma la casta militare, per essere efficiente, deve consumare risorse, non può disperdere energie per produrne. Finisce quindi col dipendere, per il proprio sostentamento, dalle classi produttive (operai) e dagli apparati dirigenziali che drenano e redistribuiscono la ricchezza all’interno della comunità. Ancora oggi l’etimologia della parola ‘soldato’ discende dall’idea di pagamento (‘solidi’, in latino, da cui discende il moderno ‘soldi’, in italiano, o l’inglese ‘sold’, che significa venduto).

Nel mondo antico il possesso di denaro era concentrato nelle strutture di governo di città e nazioni, e così il controllo degli eserciti. Questo perché i canali di generazione di ricchezza erano principalmente due: quanto prodotto dalla comunità stessa (processo che richiedeva il controllo della produzione di cibo e manufatti) e la predazione di ricchezze altrui (che necessitava di un esercito forte e ben armato). Questa organizzazione ha continuato a funzionare fino all’inizio dell’età coloniale ed all’ascesa della classe mercantile, per poi disgregarsi del tutto con l’industrializzazione, le due guerre mondiali e la successiva globalizzazione.

L’ascesa delle civiltà del bacino del Mediterraneo e le loro conflittualità reciproche, protratte su un arco temporale di millenni, hanno finito col portare ad un significativo progresso tecnologico delle nazioni europee rispetto a quelle del resto del pianeta (con l’esclusione della Cina, con la quale tuttavia il mondo europeo non ha avuto contatti diretti fino a tempi relativamente recenti). Tale disparità ha generato un vantaggio iniziale, sul piano militare, che è stato sfruttato per asservire, prima militarmente, poi economicamente, buona parte del pianeta.

L’Europa emerge quindi dal medioevo con una popolazione in crescita ed un ventaglio di tecnologie, logistiche e militari, che le consentiranno di assoggettare paesi molto lontani: oltre alle armi da fuoco dispone di navi capienti, in grado di percorrere lunghe distanze e avanzare controvento, oltre alle competenze astronomiche ed agli strumenti per muoversi in oceano aperto. Per mezzo di queste navi, i mercanti da tempo commerciano con l’oriente e gli stati nazionali spostano gli eserciti necessari ad assicurare il controllo militare.

Dal punto di vista militare gli eserciti europei dispongono di fucili ad avancarica e cannoni, quando la gran parte delle popolazioni con le quali si confrontano sono ancora all’età della pietra. Questa schiacciante superiorità tecnologica consentirà a poche nazioni europee di ottenere il controllo dei continenti americani e di buona parte dell’Africa e dell’Indonesia.

Ma a guidare questo processo non è più il vertice politico degli stati nazionali, bensì il comparto mercantile. Mentre principi e regnanti spendono soldi per gli eserciti che garantiscono loro l’esercizio del potere, ad accumulare ricchezza è sempre più spesso la classe mercantile, che nel tempo consolida il proprio potere proprio in termini di controllo sulla gestione dei flussi di denaro.

La rivoluzione industriale indurrà un’ulteriore accelerazione, avviando il processo di globalizzazione dell’economia mondiale. Nell’era industriale il controllo delle tecnologie avanzate consentirà alle nazioni europee di svincolarsi progressivamente dalla produzione diretta di cibo sul proprio territorio, ritenendo più conveniente scambiare prodotti tecnologici finiti, dall’alto valore aggiunto, con derrate alimentari generate in quantità in territori militarmente, culturalmente ed economicamente asserviti.

Assistiamo pertanto all’evoluzione di una stratificazione sociale piramidale, che esibisce specularità in diversi ambiti. Nelle città dell’antichità (e in gran parte di quelle moderne) troviamo negli spazi centrali i luoghi pubblici e gli edifici di culto, in prossimità le abitazioni delle fasce sociali più benestanti, e man mano che ci si allontana verso le periferie quelle delle classi sociali economicamente, culturalmente e socialmente più povere.

La stessa struttura, su scala più ampia, la osserviamo nell’organizzazione delle nazioni moderne, dove la capitale, generalmente, ospita il governo e le principali istituzioni culturali, economiche e sociali, le altre grandi città ospitano principalmente funzioni produttive, le piccole città gestiscono la produzione agricola e manufatturiera locale, mentre popolazioni di luoghi sperduti del pianeta provvedono al grosso del fabbisogno di cibi, nutrimento e materie prime, non potendo godere né della cittadinanza, né dei diritti umani e sociali ad essa connessi.

Con un processo analogo a quello che ha interessato l’articolarsi delle prime forme urbane e delle prime civiltà, la produzione ‘bruta’ di cibi e manufatti è stata progressivamente dislocata nei paesi poveri, mentre i paesi ricchi si sono riservati, anche per mezzo di interventi militari e governi fantoccio, il controllo dell’innovazione e dello sviluppo dei saperi.

Questa diversificazione funzionale delle popolazioni a livello globale ha richiesto una diversificazione delle rispettive dipendenze. Alle popolazioni povere, economicamente e militarmente asservite, è stato concesso di continuare a dipendere semplicemente da quanto da esse prodotto (cibo, vestiario, abitazioni e manufatti di bassa complessità) mentre, come vedremo più avanti, è stato necessario individuare forme di dipendenza più complesse per la parte di popolazione destinata ad alimentare lo sviluppo tecnologico.

Il processo di ascesa dell’industrializzazione, e le conseguenti delocalizzazioni, sono stati interamente gestiti con le architetture mentali del costrutto culturale mercantile, che si è dimostrato la ‘forma mentis’ più efficace nel mettere a regime ed avvantaggiarsi delle forme di ricchezza che commercio intercontinentale, pensiero scientifico e rivoluzione industriale avevano messo a disposizione dell’umanità. Quindi, per mezzo dell’accumulo di denaro e del controllo dei suoi flussi, la funzione mercantile ha progressivamente acquisito il controllo di stati ed eserciti [1].

Ma, come abbiamo premesso, se a spingere le trasformazioni sono le innovazioni tecnologiche ed energetiche, che innescano surplus produttivi ed alimentano la crescita delle popolazioni, il motore sociale di questo processo, in grado di fornire coerenza d’intenti e di azioni, consiste nel controllo delle dipendenze, reali e culturali, dell’intera popolazione.

Nel mondo antico sono gli stati, le autorità e i nobili, a gestire i flussi economici e il controllo degli eserciti per mezzo della tassazione, e allo stesso modo controllano la narrazione collettiva. Nel mondo moderno i flussi economici vengono gestiti da entità astratte e sovranazionali, le grandi Corporations, le Borse, la Finanza, nelle cui mani è concentrato un potere economico tale da controllare gli stessi stati nazionali, con una totale inversione dei rapporti di forza.

Ciò è avvenuto, un po’ alla volta, attraverso l’elaborazione e la diffusione di una narrazione collettiva legata alle idee di progresso, crescita, sviluppo, valorizzazione di risorse. Un processo che il costrutto culturale mercantile non ha avuto difficoltà ad alimentare per i propri fini. Nel tempo si è consolidata una dipendenza culturale da tali costrutti derivati. La società stessa, nonostante occasionali reazioni avverse, prontamente isolate e stigmatizzate [2], ha finito con l’accogliere i nuovi dettati culturali e col metabolizzarli in maniera totalmente acritica.

Più avanti nel tempo, con la scoperta di enormi giacimenti di petrolio e l’applicazione dei carburanti da esso derivati all’azionamento di motori a scoppio, il processo ha subìto un’ulteriore accelerazione. La quantità di energia e risorse da mettere potenzialmente a profitto è letteralmente esplosa e l’attitudine a ricavarne il massimo guadagno nel più breve lasso di tempo possibile, uno dei fondamenti del costrutto culturale mercantile, ha richiesto lo sviluppo e la diffusione di nuove forme di dipendenza culturale.

In partenza, le popolazioni umane dell’antichità dipendevano dal cibo, dalla sicurezza e da una manciata di utensili, abbigliamento compreso. Man mano che l’evoluzione tecnologica ha generato margini di tempo residuo, questo ‘tempo libero’ non è stato utilizzato solo per il riposo o lo svago, ma anche per produrre innovazioni sociali e culturali che hanno condotto a nuovi stili di vita e nuove forme di dipendenza.

In un mondo ricco e produttivo come l’attuale il singolo individuo ha sempre, di fronte a sé, l’opzione tra lavorare poco ed avere poco, il cosiddetto ‘stretto necessario’, e lavorare tanto per avere di più, la cosiddetta ‘ricchezza’. Ma la prima opzione, se praticata su larga scala, porta ad un rallentamento del processo economico, ad una stagnazione del mercato e ad un arricchimento meno rapido dei soggetti che controllano ed organizzano l’economia globale.

Per evitare che la prima scelta finisca col prevalere in ampie porzioni dalla società si è reso necessario agire sul piano culturale. Da un lato si è fatto in modo che lo ‘stretto necessario’ fosse indesiderabile, perché precarizzato, socialmente stigmatizzato e ridotto ai minimi termini. Dall’altro si è generato ed alimentato un ampio ventaglio di bisogni indotti, sfruttando i vettori culturali e le sinergie con altri comparti industriali.

Un esempio eclatante è relativo alla dipendenza sociale dall’automobile, illustrata nel saggio di Mattioli, Roberts, Steinberger e Brown, di cui ho recentemente pubblicato la traduzione [3]. La costruzione di tale dipendenza diffusa si è dimostrata uno strumento straordinariamente efficace per inondare il mercato dei manufatti di diversi comparti produttivi e generare il massimo surplus di ricavi. Il veicolo culturale rappresentato dai media informativi e dall’intrattenimento appare essere una componente chiave di tale strategia.

Ma un discorso analogo può essere esteso ad un qualsiasi ambito commerciale. In buona sostanza, dalla scoperta del fuoco in avanti, con la cottura dei cibi che ha ridotto i tempi digestivi regalando ai nostri antenati lunghe ore libere nel corso delle quali riflettere, annoiarsi, elaborare nuove idee e nuove preoccupazioni, è venuta crescendo la necessità di tenerci occupati, per evitare che l’accumularsi di queste nuove idee prendesse il sopravvento e finisse col minare il nostro equilibrio mentale.

Ci siamo tenuti occupati lavorando più a lungo, col risultato, in prospettiva, di disporre di ancora più tempo libero. O distraendoci, attraverso le arti e l’attività fisica, coltivando il nostro corpo, il nostro sapere e le nostre conoscenze. Il ‘panem et circenses’ dei nostri antenati latini non si discosta molto da questo concetto: la pace sociale si ottiene quando il popolo ha soddisfatti i bisogni materiali (il pane) e quelli immateriali (la distrazione). In una prospettiva analoga l’intero costrutto culturale religioso appare finalizzato alla distrazione dalla preoccupazione di dover morire.

Nell’epoca attuale, col ‘panem’ disponibile ad un costo relativamente basso (tanto da produrre obesità diffusa), per impedire che la redditività dell’economia rallenti (un diffuso artificio dialettico per creare consenso attorno al processo di arricchimento della classe mercantile) occorre spingere per promuovere nuovi ‘circenses’ (che qui potremmo meglio intendere come ‘stili di vita’) dai costi sempre più elevati. Cosa relativamente semplice da realizzare, dal momento che il ‘circenses’ più abbordabile, diffuso e capillare, fin dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, è proprio l’intrattenimento.

Alla base dell’intero processo di domesticazione e induzione di dipendenze è l’accesso ai mezzi di intrattenimento e svago: cinema, televisione libri e fumetti, attraverso i quali ci vengono veicolate le architetture dell’organizzazione sociale e i modelli culturali di riferimento. Leggiamo, guardiamo programmi di fiction ed informativi, nel tentativo di evadere dalla nostra realtà individuale, e nel farlo assorbiamo i modelli culturali che la società, o meglio i proprietari dei canali di diffusione, hanno interesse ad inculcarci.

Assorbiamo prodotti culturali elaborati per diffondere i modelli di dipendenza necessari al controllo delle nostre scelte, delle nostre decisioni, dei nostri comportamenti. Modelli culturali che alimentano le nostre paure e preoccupazioni, con una diffusa esagerazione giornalistica della drammaticità delle notizie, che solleticano i nostri appetiti, con una marcata sessualizzazione di ogni prodotto voluttuario. Modelli culturali che, in buona sostanza, ci mantengano concentrati nel produrre più ricchezza, e distratti dalla realtà.

In estrema sintesi, come il titolo di questa serie di riflessioni suggeriva già in partenza, il comparto economico gestisce il controllo sul processo di auto-domesticazione della nostra specie per mezzo della generazione, e conseguente gestione, di un ampio ventaglio di forme di dipendenza culturale. La generazione di ‘bisogni indotti’ non rappresenta quindi un artificio occasionale del mercato, bensì il motore primo dell’economia moderna, che al crescere della ricchezza pro-capite deve produrre sempre nuovi meccanismi di desiderio, sempre nuovi appetiti, per impedire che il processo rallenti o si arresti del tutto.

Definita questa ‘fotografia’ della situazione attuale, proverò ad immaginarne gli sviluppi futuri, nel momento in cui la cultura dei consumi sfrenati e crescenti dovrà fare i conti con la finitezza delle risorse su scala globale. È un tema sul quale ho già ragionato in passato [4], dovrò solo verificare se la nuova prospettiva elaborata nell’arco di questa riflessione possa offrire indizi su differenti vie d’uscita.
(continua)

[1] – Capitalismo vs. Democrazia

[2] – Luddismo

[3] – La dipendenza sociale dall’automobile

[4] – Futurologia