Libertà

Guerra e Pace, il monumentale romanzo di Tolstoj, si conclude con un saggio su ciò che muove gli eventi storici, finendo con l’interrogarsi sull’idea stessa di libertà. La libertà, per Tolstoj, è qualcosa cui l’uomo aspira dibattendosi tra i mille vincoli, obblighi e necessità legati alla sua natura fisica.

L’uomo vorrebbe essere libero, ma è in realtà costretto all’interno di un universo fisico dominato da meccanismi di causa effetto, necessità biologiche e in ultima istanza dal far parte di una collettività con sue proprie leggi, regole, usi e costumi. È perciò solo all’interno di questa fitta rete di obblighi e vincoli che possono essere ricavati spazi di libertà, o nella scelta di ignorarli.

Ciò che Tolstoj contrappone all’idea di libertà sono quindi l’intelligenza ed il senso di responsabilità, che ci rendono via via meno liberi quanto più diventiamo consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni: maggiore la consapevolezza, minore la libertà residua nello scegliere una linea d’azione al posto di un’altra.

Una forma di apoteosi di questo concetto la realizza lo scrittore Philip K. Dick nel romanzo The world Jones made, immaginando un individuo in grado di vedere il futuro, e per ciò stesso condannato a viverlo, senza alcuna libertà di scelta: il dittatore del mondo, da tutti temuto, è in assoluto la persona meno libera del pianeta.

Non posso fare a meno di confrontare questo dualismo libertà/consapevolezza con quello proposto dallo scrittore David Brin in Earth (un altro romanzo di fantascienza), dove vengono individuate come istanze complementari nel processo evolutivo Cooperazione e Competizione.

Per Brin, mentre nelle forme di vita più semplici l’unico meccanismo di selezione è dato dalla competizione per cibo e risorse, nel caso di creature evolute e sociali come l’uomo entra in gioco la cooperazione, che rende il gruppo una “sovra-creatura” più ricca di risorse (e complessità) del singolo individuo.

Ma le due istanze devono trovare un equilibrio. Un eccesso di competizione indebolisce i legami del gruppo e ne danneggia la coesione, un eccesso di cooperazione indebolisce i singoli individui, rendendo il gruppo stesso meno forte. Tuttavia, se rimane relativamente semplice collocare cooperazione e competizione all’interno delle categorie culturali (e politiche) di “destra” e “sinistra”, non altrettanto lo è nel caso del dualismo tra libertà e responsabilità.

La Cooperazione, declinata nelle molte forme di solidarietà, accoglienza, coesistenza non conflittuale, è chiaramente riferibile all’area storico-culturale della “sinistra”. La competizione, riflessa anch’essa nelle mille differenti sfaccettature dell’agonismo, del militarismo, del successo economico e dell’affermazione individuale, è senza difficoltà collocabile tra le istanze “di destra”.

Con la libertà la questione si complica, e di molto, dal momento che l’idea di libertà è stata declinata in molte forme. Gli anarchici “libertari”, ad esempio, predicano l’assenza di un potere costituito, in sostituzione del quale dovrebbe porsi la coscienza del singolo individuo. Gli economisti “liberisti”, per contro, sostengono che il capitale dovrebbe essere lasciato libero di accrescersi senza vincoli da parte dello Stato, e via declinando.

In linea di massima, però, l’ideale “di destra” è che la libertà in oggetto sia quella del singolo individuo di approfittare delle opportunità, anche a discapito degli altri (primato della competizione). Per la “sinistra” la libertà è qualcosa che va ugualmente distribuito fra tutti (primato della cooperazione), limitandone le concentrazioni nelle mani di pochi che produrrebbe, come diretta conseguenza, la diminuzione delle libertà di molti.

Di fatto, però, l’analisi storica ci mostra come l’estremizzazione di entrambe le concezioni, sia di destra che di sinistra, finisca col produrre regimi autoritari: nel primo caso perché la libertà di approfittare degli altri finisce col concentrare potere (economico e militare) nelle mani di pochi individui, nel secondo perché una struttura statale rigidamente orientata al controllo sociale finisce col produrre una classe di burocrati interessati unicamente a mantenere il proprio status privilegiato.

Come ci insegna Ursula K. Le Guin nel suo magistrale romanzo The dispossessed, non è possibile reprimere ed ingabbiare la pulsione umana nei confronti del potere, della ricchezza, del controllo sugli altri, semplicemente costruendo un recinto di regole che promuovano l’altruismo. I meccanismi di potere sono connaturati al nostro status di specie sociale ed alla natura delle relazioni che ci legano agli altri.

Resta, alla fine di tutto, per noi esseri senzienti, un’idea di libertà strettamente legata all’inosservanza di leggi, regole e buonsenso. La consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni ci offre solo due opportunità: fare la cosa “più giusta”, ed ottemperare ai nostri doveri nei confronti del mondo, o in alternativa fare quello che più ci gratifica, ignorando le possibili ricadute. L’unica libertà possibile consiste nel rifiuto dei nostri obblighi morali.

Purtroppo in un’epoca di ricchezza sconfinata come l’attuale questo si riflette in una esaltazione collettiva nei confronti del consumo e dello spreco, in un’indifferenza socialmente condivisa riguardo alle nostre personali responsabilità nei confronti del pianeta e delle generazioni a venire.

Il risultato di questo consumo compulsivo di libertà, sotto forma di cibo, oggetti, tempo, spostamenti, è che ne resterà sempre meno per gli anni a venire. Abbuffarci oggi ci condanna ad un futuro in cui la libertà scarseggerà, come ogni altro bene. Nonostante ciò, con tutta evidenza, nessuno ha intenzione di smettere di ballare finché non sarà palese che la festa è finita per tutti.

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8 thoughts on “Libertà

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  3. Negli ultimi anni ho letto solo 9 libri di fantascienza. Te li elenco nell’ ordine in cui li ho letti:

    J. G. Ballard, “Deserto d’ acqua”
    Poul Anderson, “Quoziente mille”
    Richard Paul Russo, “Angelo meccanico”
    Richard Paul Russo, “Cyberblues – La missione di Carlucci”
    Richard Paul Russo, “Frank Carlucci investigatore”
    Richard Kadrey, “Metrofaga”
    Stephen King, “22/11/’63″
    Stephen King, “The Dome”
    James Morrow, “Il ribelle di Veritas”

    A parte “Quoziente mille” (che aveva un ottimo spunto di trama e un ottimo inizio, ma più andava avanti e più peggiorava), gli altri 8 mi sono rimasti tutti profondamente impressi. Soprattutto “Angelo meccanico” e “Cyberblues – La missione di Carlucci”, che ti straconsiglio se non li hai ancora letti.
    Spero che questo mio post ti dia degli ulteriori spunti per le tue letture future: http://wwayne.wordpress.com/2013/08/24/la-fine-di-un-altra-era/. : )

    • Da quando ho cominciato, giovanissimo, mi sono divorato letteralmente centinaia e centinaia di titoli, inclusi diversi di quelli che hai citato. Di moltissimi scopro, ogni volta che riordino la libreria, di non ricordare più nulla…
      Ogni tanto mi prende la fantasia di fare un elenco dei testi “essenziali”, mi blocca il fatto che molti di essi non siano più reperibili nelle librerie. 😦

      • Tantissimi libri non sono reperibili nelle librerie. Basta che un romanzo non venga ristampato per una decina d’ anni e già diventa fuori catalogo per qualsiasi libreria.
        Sono invece pochissimi i libri realmente introvabili. Grazie ad ebay anche un libro che non viene ristampato da 40 anni non solo lo trovi tranquillamente, ma lo ottieni per 2 soldi, perché su ebay i libri usati viaggiano tutti su un prezzo che va dai 2 ai 4 euro.
        Tutto questo per dirti: pubblicalo pure il tuo elenco, perché se uno cerca seriamente un libro in un modo o nell’ altro lo trova. Grazie per la risposta! : )

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