Competizione, cooperazione e inganno (radici cognitive)

(quinta parte di una riflessione iniziata qui)

I processi di inganno che osserviamo nelle società umane originano dalle forme di autoinganno che il cervello ha sviluppato per compensare i danni psichici prodotti da una comprensione troppo approfondita della realtà. A monte di tutto c’è il fatto che i processi vitali sono basati, volenti o nolenti, su una pulsione (alla sopravvivenza e riproduzione) del tutto a-razionale. Il batterio che sopravvive e si riproduce, o l’organismo complesso che sopravvive e si riproduce, non lo fanno per scelta razionale, ma per un semplice processo auto-selettivo: gli individui che sopravvivono, e si riproducono, trasmettono le loro caratteristiche alla discendenza, gli altri vengono semplicemente eliminati dall’albero della vita.

Tuttavia, quello che può essere semplice per un batterio o un insetto, non lo è più per creature complesse. Nel nostro caso, lo sviluppo di facoltà cognitive evolute ha sì generato un vantaggio in termini di processi di sopravvivenza (siamo più bravi a cacciare, raccogliere, coltivare e mantenerci in salute), però ha prodotto, come contraltare, la sofferenza psichica causata dalla consapevolezza di dover esistere all’interno di un Universo sostanzialmente insensato, esposti all’arbitrio del fato e con l’unica certezza della morte, individuale e di tutte le persone a noi care.

Questa consapevolezza può essere estremamente dannosa per i singoli individui, conducendo a stati di depressione anche profondi, tuttavia può essere efficacemente esorcizzata per mezzo di un costrutto culturale irrazionale: la fede. Alla radice dei processi di inganno, del loro sviluppo e della loro efficacia, si individua la stessa capacità di auto-inganno che ci consente di ignorare la realtà fattuale, costruirci una confortante bugia e sfruttarla per risollevarci lo spirito dalle difficoltà della vita di tutti i giorni.

I suddetti processi di auto-inganno prendono il nome di ‘bias cognitivi’ ed attengono la sfera individuale. Sulla scala dei gruppi (che continuo a trattare come dei sovra-individui), la condivisione delle credenze individuali finisce con l’assumere la forma di costrutti culturali, che vengono condivisi e tramandati tra i partecipanti al gruppo ed, in ultima istanza, trasmessi alle generazioni successive.

Assistiamo pertanto ad una ulteriore articolazione dei processi di inganno: non solo gli individui coltivano forme di auto-inganno (i bias cognitivi), ma finiscono col delegare persone, o gruppi di persone, all’interno del gruppo, perché gestiscano con la maggior efficienza possibile tali processi. Questo porta all’emergere, nelle società antiche e su su fino a quelle moderne, di caste la cui funzione sociale consiste nell’irrobustire ed alimentare tali forme di auto-inganno collettivo.

Caste che finiscono col rappresentare il vertice organizzativo ed ideativo, nonché il motore culturale, delle entità che, in assenza di altri termini, ho finito col definire IdeoCulture [1]. A questo punto si rende necessario un passaggio ulteriore, corrispondente ad un’ulteriore incremento di complessità rispetto a quanto precedentemente elaborato, perché diventa evidente come le IdeoCulture originino da processi di auto-inganno, nel momento in cui la collettività stessa seleziona al suo interno determinati individui per farsi auto-ingannare.

Sostanzialmente tutte le culture umane si basano su qualche forma di ‘inganno delegato’ dal quale la collettività dovrebbe trarre vantaggi. Se i bias cognitivi mi restituiscono un vantaggio, avere un supporto esterno per rafforzarli massimizza questo vantaggio. Ma questa scelta può avere ricadute negative, e la stessa collettività ne può ricavare dei danni, perché gli individui che agiscono l’inganno potrebbero agire per aumentare il proprio tornaconto personale a danno del ventilato benessere collettivo. Proviamo a vedere qualche esempio concreto.

Prendiamo un gran sacerdote di culto religioso. La funzione del culto è convincere la collettività di avere i favori della divinità, che è un’entità benevola. Tali favori non possono manifestarsi esplicitamente in eventi sovrannaturali, quindi l’unico parametro di riferimento (l’unico di pressoché tutte le IdeoCulture, indifferentemente) diventa il possesso e l’esibizione di ricchezza. Se sono ricco (come persona e come istituzione) è difficile affermare che la divinità disapprovi il mio agire. Nell’esibire ricchezza il gran sacerdote assolve il suo compito di sostenere la credenza collettiva, ma ne ricava anche consistenti benefici personali. La possibilità di ricavare benefici personali ottiene quindi di attrarre gli individui più avidi, rischiando sul lungo termine di mettere a repentaglio la credibilità del culto.

Prendiamo un comandante militare. La sua funzione è rassicurare il gruppo di riferimento sulla forza dell’esercito e sulla capacità di reagire con successo ad eventuali attacchi da parte dei gruppi confinanti. Per far questo ha necessità di risorse economiche, che vengono drenate dalla ricchezza collettiva. Nel momento in cui si generano flussi di denaro, il meccanismo di accaparramento risulta del tutto analogo a quello visto in precedenza. Per giustificare maggiori investimenti si finisce con l’alimentare un clima di paura, che in ultima istanza nuoce alla collettività.

Ma l’osservazione più importante riguarda il fatto che i processi di inganno non siano una condizione accidentale, derivante dalla cattiva volontà di singoli individui, quanto piuttosto una caratteristica strutturale ed ineliminabile delle organizzazioni collettive umane. Dobbiamo aspettarci che i nostri leader, economici, politici, religiosi e militari, ci ingannino, perché l’inganno è strutturale alla loro funzione sociale, e il pretendere che non lo sia è parte del processo di inganno. Di fatto, è esattamente ciò che gli consente di funzionare, fin dal principio.


[1] – L’ascesa delle IdeoCulture

Siamo nei guai

(sospendo temporaneamente il ciclo di riflessioni sui processi di inganno per sviluppare un’analisi sugli effetti della sovrappopolazione)

Universo 25” [1] è il nome dato dal prof. John B. Calhoun ad un famoso studio di etologia condotto all’inizio degli anni ‘60. L’esperimento consisteva nell’osservare le dinamiche di una colonia di topi inseriti in un habitat ‘ideale’ (le virgolette sono d’obbligo), privo di predatori e con cibo e spazio a volontà. L’habitat era teoricamente in grado di ospitare diverse migliaia di individui, ma non raggiunse mai la saturazione teorica: dopo archi di tempo più o meno lunghi la popolazione al suo interno finiva sistematicamente col degenerare ed estinguersi.

Calhoun provò a dare diverse interpretazioni ai risultati della sua ricerca, arrivando a coniare la definizione di ‘Fogna del comportamento’ [2]. I risultati non mancarono di lasciare un’impronta nella cultura popolare, ispirando diversi romanzi di fantascienza sociologica, da uno dei quali fu tratto il film ‘Soylent Green’, uscito in Italia col titolo ‘2022: i sopravvissuti’ [3], ambientato nell’anno in corso (anche da questo credo dipenda il fatto che ne torni a parlare proprio adesso [4]).

Il declino e relativo collasso delle colonie dell’esperimento è stato attribuito a diversi fattori, ed analizzato sotto diversi approcci, principalmente legati alle scienze sociali. Non ho approfondito più di tanto la letteratura in materia, ma nessuna tra le spiegazioni trovate fin qui chiama in causa l’assenza di predatori all’interno dell’habitat artificiale.

La funzione complessiva dei predatori negli ecosistemi sembrerebbe non pienamente compresa. Ho avuto modo, nei mesi scorsi, di visionare un documentario sul ‘Fattore Paura’ [5], connesso alla presenza di predatori. Il documentario descrive come sia stato necessaria la reintroduzione di uno specifico carnivoro (il licaone), in una riserva naturale africana devastata da decenni di guerre, per riequilibrare una popolazione di antilopi d’acqua fuori controllo.

Si è osservato come la presenza dei predatori influenzi a più livelli i comportamenti delle specie predate. Nello specifico, le antilopi che si erano spinte a pascolare nelle pianure, decuplicando ila popolazione della situazione pre-bellica, con la ricomparsa dei licaoni sono tornate a nascondersi nelle boscaglie. Questo ha influito sia sulla dieta che sulle abitudini riproduttive della specie predata, portando ad una riduzione della popolazione molto maggiore di quella dovuta ai semplici abbattimenti.

Da questa prospettiva, l’assenza di predatori nell’esperimento “Universo 25” appare come uno dei principali fattori di squilibrio nei comportamenti dei roditori. L’assenza di predazione ha portato all’emergere di profili comportamentali diversi da quelli selezionati in natura, operando una selezione patologica degli individui, in ultima istanza premiando caratteristiche indesiderate che hanno finito col portare la colonia all’estinzione.

La conclusione finale è che nessuna specie vivente esiste ‘a sé stante’, indipendentemente dal contesto ecosistemico. Ogni individuo, e ancor più ogni specie, esiste come parte dell’ecosistema, come tassello di un mosaico più ampio, all’interno del quale svolge il proprio ruolo. L’alterazione del contesto, l’eliminazione di significative forzanti esterne, genera una condizione in cui il ruolo svolto viene a mancare, e assieme al ruolo viene a mancare la necessità per la specie di esistere. L’evoluzione si occupa poi di rimuovere la specie inutile dall’equazione complessiva.

Se osserviamo quanto messo in atto nei secoli dalla nostra stessa specie, non possiamo evadere uno spiacevole presentimento. Fin dagli albori della storia umana abbiamo fatto il possibile per contrastare la predazione, divenendo di fatto noi stessi il predatore apicale degli ecosistemi planetari. Questo ha influito sulla selezione naturale, dirottandola verso una selezione artificiale ed alimentando un processo di auto-domesticazione [6].

Inevitabilmente, l’assenza di predazione sta modificando l’evoluzione della nostra specie. Il trasferimento in habitat sempre più artificiali, l’adozione massiva di abitudini lavorative ripetitive, il sistematico stravolgimento delle modalità sociali, sta finendo col produrre un’umanità totalmente disconnessa da qualsivoglia contesto ambientale naturale.

E, come abbiamo visto, al cessare di una specifica funzione ecosistemica finisce con l’esaurirsi la necessità che una specie esista, col risultato di innescare processi evolutivi degenerativi che, in ultima istanza, ne causano l’estinzione.

Immagine da Wikimedia Commons

[1] – Universo 25

[2] – Fogna del comportamento

[3] – 2022: i sopravvissuti

[4] – Negli anni ’70 l’esperimento “Universo 25” ha mostrato che la nostra società è destinata al collasso – THE VISION

[5] Nature’s Fear Factor

[6] – Domesticazione umana

Competizione, cooperazione e inganno (contenimento)

(quarta parte di una riflessione iniziata qui)

La funzione di contenere la diffusione dei comportamenti auto-competitivi nelle esatte proporzioni capaci di avvantaggiare il gruppo senza comprometterne l’efficienza viene svolta per mezzo di uno stigma sociale condiviso. I partecipanti al gruppo condividono una soglia di tolleranza che non deve essere superata. Al di sotto di tale soglia una moderata quantità di comportamenti auto-competitivi è tollerata, al di sopra scatta il biasimo collettivo dell’individuo o del gruppo responsabile.

Essendo le organizzazioni umane diverse e molto complesse, non esiste una soglia univoca ma unicamente una convergenza comportamentale in direzione di tale soluzione. Culture diverse metabolizzano e stigmatizzano in modi differenti i comportamenti auto-competitivi.

In alcune culture è presente una elevata tolleranza alla competizione sul piano fisico, al bullismo ed alla conseguente sopraffazione, e sono tipicamente le culture più aggressive verso l’esterno. Queste culture risultano, per contro, meno tolleranti nei confronti delle forme di inganno esercitate fra membri della stessa comunità.

In questa categoria rientrano le IdeoCulture [1] militari, dagli imperi dell’antichità ai moderni fascismi, nelle quali l’esaltazione della competizione e della violenza reciproca, fra individui come fra nazioni, fa da contraltare a continui richiami all’integrità morale, al rispetto delle regole, delle leggi e delle tradizioni.

Simmetricamente, le culture che basano il proprio successo sull’astuzia, esercitata nei confronti di soggetti esterni alla propria cerchia relazionale, sono anche più tolleranti riguardo all’esercizio dell’inganno fra i propri membri ma hanno, per contro, una bassissima tolleranza per i comportamenti aggressivi e violenti.

In questa categoria rientrano le IdeoCulture mercantili, che traggono il massimo vantaggio dal coltivare processi di fiducia finalizzati all’asservimento ed alla domesticazione collettiva. Un’IdeoCultura mercantile massimizza i propri vantaggi quando riesce a mediare tra comunità pacifiche che lavorano a produrre tipologie diverse di risorse, ed a guadagnare nello scambio.

Le due forme di auto-competizione appaiono in questo senso auto-escludenti: l’evidenza di una competizione sul piano fisico inficia la possibilità di sviluppare anche una competizione sul piano intellettivo (inganno), perché un individuo/gruppo consapevole di essere coinvolto in dinamiche di sopraffazione di tipo fisico sarà più difficile da ingannare.

Il terzo tassello del quadro che vado costruendo lo individuo in questa forma di reciproca auto-esclusione. Ricapitolando, i comportamenti ‘auto-competitivi’ nei gruppi umani possono definirsi:

– intrinseci, perché funzionali all’efficacia del gruppo stesso [2]

– modellati attraverso forme di stigma sociale

– necessariamente minoritari, perché potenzialmente dannosi [3]

– auto-escludenti, perché reciprocamente incompatibili

Ora non mi resta che estendere il quadro interpretativo alle dinamiche tipiche delle relazioni tra IdeoCulture, arrivando ad una miglior definizione dei processi di manipolazione reciproci e del ruolo svolto dai meccanismi di inganno.

(continua)


[1] – L’ascesa delle IdeoCulture

[2] – Competizione, cooperazione e inganno (origine)

[3] – Competizione, cooperazione e inganno (preponderanza)

Raduno nazista (da Wikimedia Commmons)

Competizione, cooperazione e inganno (preponderanza)

(terza parte di una riflessione iniziata qui)

Quello che osserviamo, in animali capaci di comportamento sociale, è che i gruppi tendono a strutturarsi sulla base di un preciso ordine gerarchico, definito per mezzo di conflitti tra i singoli individui. Il più forte si collocherà in posizione apicale, e a discendere tutti gli altri. P.e., se in un pollaio il cibo viene distribuito in un unico punto, le galline vi accedono in uno stretto ordine gerarchico: la gallina più forte scaccia le altre e becca per prima, e solo quando ha mangiato a sufficienza lascia spazio alla seconda, e così via [1].

Forza ed intelligenza sono le due caratteristiche vincenti sul piano evolutivo, sia a livello di singoli individui che a livello di gruppi. Nei gruppi umani la seconda ha finito con l’assumere, col passare del tempo, maggior importanza rispetto alla prima. Entrambe le caratteristiche risultano diversamente distribuite fra la popolazione e finiscono col giocare un ruolo nella definizione dei rapporti gerarchici sulla base dei quali, all’interno dei gruppi, vengono distribuite le risorse.

La forza è una caratteristica auto-evidente, l’intelligenza è più nascosta e camuffabile. Individui intelligenti ma non particolarmente prestanti possono aspirare a ruoli di maggior rilievo (e maggiori vantaggi), anziché attraverso lo scontro fisico, ricorrendo all’astuzia e/o all’inganno. Entrambe queste modalità, come già visto [2], hanno pesanti controindicazioni.

Se i combattimenti, basati sulla forza, possono ferire e danneggiare i singoli individui, indebolendo il gruppo, l’inganno tradisce la fiducia reciproca tra pari che risulta essenziale alle dinamiche di cooperazione, instilla diffidenza tra singoli individui e tende a minare la coesione del collettivo. Per questo motivo entrambe queste forme di conflitto sono socialmente biasimate e culturalmente collocate nell’ambito dei comportamenti antisociali che vanno contrastati e contenuti.

Volendo schematizzare, i gruppi sociali funzionano in base ad un equilibrio perennemente instabile:

– ogni individuo cerca di ottenere il massimo vantaggio per sé (ed in subordine per la propria ristretta cerchia relazionale)

la partecipazione al gruppo massimizza i vantaggi ottenibili rispetto alla vita solitaria

Ma:

i vantaggi dipendono dall’azione organizzata di tutti i membri

il patto sociale richiede che quanto ottenuto sia equamente redistribuito

L’ultima esigenza entra in aperto conflitto con il primo punto, ovvero l’appetito individuale ad ottenere il massimo risultato per sé. Per gestire questo precario equilibrio le diverse civiltà hanno provveduto ad elaborare norme di relazionamento sociale via via più complesse. Si va dagli antichi codici giuridici [3] alle norme comportamentali formalizzate nei credo religiosi [4].

L’aspetto interessante dei comportamenti auto-competitivi è proprio il precario equilibrio che essi inducono nelle dinamiche di gruppo. Come si ottiene un equilibrio in una società arcaica? La questione riecheggia, in analogia, l’esistenza del mancinismo e la sua descrizione in chiave evoluzionista.

Il mancinismo è una fenomenologia presente in pressoché ogni specie vivente [5]. In buona sostanza, ciò che osserviamo è che la maggior parte degli individui nelle popolazioni umane ed animali presenta una simmetria bilaterale imperfetta, con il lato destro che tende ad essere più sviluppato e funzionale di quello sinistro.

Si scrive con la mano destra, si calcia il pallone con il piede destro, si ascolta di preferenza con l’orecchio destro, si osserva nei cannocchiali con l’occhio destro e via dicendo. A fronte di questa maggioranza destrorsa, in una piccola percentuale della popolazione, tipicamente intorno al 10%, l’asimmetria si manifesta in forma speculare, con la parte sinistra più sviluppata e dominante.

(in realtà è più complesso di così, perché il mancinismo può riguardare singole parti del corpo; nel mio caso, pur essendo destrorso per mano, piede ed orecchio il mio occhio dominante è il sinistro: se devo scattare una fotografia, o osservare in un telescopio, l’occhio che utilizzo di preferenza è sempre il sinistro, perché il mio emisfero cerebrale destro è più efficiente nell’organizzare e dare un senso a ciò che sto osservando…)

Le domande che l’esistenza del mancinismo solleva, dal punto di vista evolutivo, sono due: la prima è perché esista, la seconda perché risulti sistematicamente minoritario, in una proporzione che è molto simile nella quasi totalità delle specie osservate (anche specie filogeneticamente molto lontane). La risposta ad entrambe è che il mancinismo esiste perché produce un vantaggio, ma solo a patto che non sia particolarmente diffuso.

Per capirci, un mancino appare avvantaggiato da questa sua atipicità in un ridotto ventaglio di situazioni, ma è un vantaggio che tende a scemare in presenza di altri mancini. Da un punto di vista evolutivo la selezione naturale premia gli individui ‘asimmetrici’ (mancini e destrorsi), perché l’uso ripetuto di una parte anatomica ne perfeziona la funzionalità, e tende a far prevalere un tipo di organizzazione fisiologica (quella destrorsa) lasciando comunque un margine di vantaggio per quella opposta (mancinismo), ma solo per piccoli numeri.

L’esempio classico è quello dei lottatori. In un mondo di lottatori destrorsi il lottatore mancino è leggermente avvantaggiato da questa sua unicità, perché può portare colpi che gli altri lottatori non sono abituati ad affrontare e gestire. Questo rappresenta un vantaggio che consente ad individui leggermente meno prestanti sul piano fisico di confrontarsi, e sconfiggere, avversari più forti. Al diminuire dell’unicità, quindi in presenza di un numero elevato di lottatori mancini, questo vantaggio viene ad annullarsi.

La tesi, che non sono in grado di dimostrare, consiste nel trasferire questo modello interpretativo ai comportamenti auto-competitivi. Mi appare verosimile che l’equilibrio tra i comportamenti auto-competitivi e quelli cooperativi si instauri attraverso un processo analogo: la violenza e l’inganno risultano vantaggiosi finché si mantengono minoritari in seno al gruppo. Se si manifestano troppo diffusamente il gruppo perde di coesione ed efficacia, declinando a favore di altri gruppi più equilibrati.

Avremmo quindi un meccanismo evolutivo di causa-effetto in grado di generare l’equilibrio dei comportamenti auto-competitivi nei gruppi umani. Analogamente al mancinismo, anche la propensione alla menzogna e all’inganno, o a forme anomale di aggressività, trovano una collocazione funzionale solo se presenti in proporzione minoritaria all’interno di una società.

Minoritaria ma non nulla. Questo significa che il pool genetico umano tenderà ad esprimere, occasionalmente ed in una proporzione ben definita, sia individui con tratti particolarmente aggressivi e violenti, sia individui istintivamente portati all’inganno ed al raggiro. E questo è il secondo punto che credo di aver messo a fuoco.

(continua)


[1] – Ordine di beccata

[2] – Competizione, cooperazione e inganno (origine)

[3] – Codice di Hammurabi

[4] – Dieci Comandamenti

[5] – Mancinismo

Jimi Hendrix, chitarrista mancino (Wikimedia Commons)

Competizione, cooperazione e inganno (origine)

(seconda parte di una riflessione iniziata qui)

Di base, i meccanismi di inganno esistono in natura poiché generano vantaggi per gli individui che li adottano. Il mantello mimetico di alcuni animali è ingannevole, diversi predatori attraggono le prede esibendo parti del proprio corpo modellate in modo da sembrare altro, alcuni pesci esibiscono una macchia scura in prossimità della coda che induce i predatori a credere che si tratti di un occhio (e ad aspettarsi che il pesce nuoti in quella direzione, mentre fuggirà nella direzione opposta).

L’origine di queste modalità di inganno è però evolutiva, non derivante da una scelta deliberata: gli animali che, in seguito a mutazioni, si mimetizzano meglio, o sono più capaci di attirare le prede, o di sfuggire alla cattura, sopravvivono e si riproducono con maggior facilità rispetto agli altri più facilmente individuabili.

Questo per quanto attiene le caratteristiche morfologiche. Analogo discorso vale per i tratti comportamentali: un predatore che si muova silenziosamente inganna la preda, illudendola di essere al sicuro. Ma è un comportamento che discende dallo stesso motore evolutivo: il predatore più silenzioso caccia con maggior successo, sopravvive e si riproduce meglio di quello più goffo.

Negli esseri umani, dotati di cervelli di maggiore complessità, le strategie di inganno e dissimulazione discendono piuttosto da scelte deliberate, e possono essere mirate ad ottenere vantaggi di diverso ordine. Si possono ingannare le prede nel corso di una battuta di caccia, ma si possono ingannare anche i compagni di caccia, per approfittare di qualche risorsa rara e preziosa.

Idealmente l’inganno tra individui in mutua relazione si colloca a metà strada tra le dinamiche di cooperazione e competizione, risultando in un’asimmetria comportamentale. Nella cooperazione e, analogamente, nella competizione, gli individui coinvolti sono consapevoli di stare attuando un medesimo comportamento: entrambi cooperano, o competono.

Nella dinamica di inganno questa simmetria viene a spezzarsi: il soggetto ingannato è convinto di trovarsi in una dinamica di cooperazione (o al limite di essere quello dei due che ne trarrà il maggior vantaggio) mentre l’altro sta operando unicamente nel proprio personale interesse.

Si torna, in qualche modo, al dualismo cooperazione versus competizione, ma con un ulteriore elemento di complessità: l’intelligenza. In un gruppo, intelligenza e prestanza fisica sono i due fattori desiderabili, e devono essere entrambi oggetto di selezione naturale, pena un declino della specie, che su entrambi basa la propria speranza di successo.

Se l’ordine gerarchico viene stabilito unicamente per mezzo di un confronto fisico, poco spazio resta per la selezione e l’evoluzione degli individui più intelligenti, nel momento in cui questi si dimostrassero fisicamente poco prestanti. L’inganno svolge quindi un ruolo evolutivo, favorendo la sopravvivenza ed il successo riproduttivo degli individui più intelligenti in parallelo a quelli più forti.

Ecco quindi il primo nodo della questione: non possiamo eliminare l’inganno, né tutti i suoi portati deleteri, senza privare la collettività di uno strumento in sé evolutivamente efficace. Analogamente, non possiamo rinunciare del tutto a violenza ed aggressività, pena il rischio di perdere la capacità di fronteggiare aggressioni da parte di altri gruppi.

Potremmo definire sia i duelli per l’ordine gerarchico che l’inganno come comportamenti auto-competitivi della collettività. Chiaramente il loro esercizio non risulta privo di conseguenze. Gli scontri fisici, se eccessivamente violenti, peggiorano la condizione di salute dei singoli individui, esponendoli al rischio di danni permanenti, infezioni e morte. Parimenti un eccesso di inganno nelle relazioni può disgregare il gruppo, diminuendo la fiducia reciproca fra i singoli membri e la capacità di operare in sinergia.

L’equilibrio, perennemente instabile, del gruppo umano dipenderà quindi dalla capacità che esso avrà nel gestire questi comportamenti auto-competitivi, affinché svolgano la loro funzione positiva arrecando, nel contempo, il minor danno possibile. Questa funzione è largamente mediata dall’impianto culturale, dalle tradizioni, dall’osservanza di leggi e regole che il gruppo acquisisce o si dà.

Ma non è possibile azzerare del tutto i comportamenti auto-competitivi, perché il rischio sarebbe di rendersi progressivamente meno capaci di procurarsi cibo e risorse, e più deboli in caso di aggressioni da parte di altri gruppi. È una formulazione diversa, se vogliamo più esatta, di quello che molti anni fa ebbi a definire come “il Paradosso Maori”, sintetizzabile in: ‘non si può pensare di costruire un’utopia localizzata’ [1].

Negli approfondimenti a venire proverò ad analizzare come tutto ciò si rifletta sulla vita e le abitudini di una collettività e, soprattutto, i riflessi della pratica dell’inganno sulle dinamiche relazionali fra IdeoCulture [2].

(continua)


[1] – Il Paradosso Maori

[2] – L’ascesa delle IdeoCulture

Camouflage (immagine di Pubblico Dominio)

Competizione, cooperazione e inganno (premessa)

Anni fa mi imbattei , per quanto impropriamente (in un romanzo di fantascienza, “Terra”, di David Brin [1], di cui ho già trattato in passato [2]), nel modello del dualismo tra cooperazione e competizione, due modalità comportamentali contrapposte in grado di plasmare i processi evolutivi. Una descrizione delle dinamiche relazionali che trovai molto semplice ed elegante.

In estrema sintesi, gli esseri capaci di comportamenti sociali tendono a riunirsi in gruppi, al cui interno si sviluppano due dinamiche contrapposte: cooperazione e competizione. Gli individui tendono a cooperare con gli altri per soddisfare le proprie necessità (cibo, sicurezza, difesa dei cuccioli, ecc…), e contemporaneamente a competere per ottenere il massimo di quanto realizzato/raccolto.

L’equilibrio tra queste due pulsioni contrapposte garantisce l’efficacia del gruppo nella sua dimensione sovra-individuale. Un eccesso di competizione tra i membri danneggia la coesione e la capacità di agire in maniera concertata, un eccesso di cooperazione indebolisce fisicamente i singoli individui, ed in prospettiva l’intera comunità. Il dualismo cooperazione/competizione rappresenta modello semplice ed elegante, in grado di descrivere correttamente un ampio ventaglio di situazioni.

Purtroppo, per citare Henry Louis Mencken: “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, verosimile e sbagliata” [3]. Ci ho messo parecchio a stabilire che, a differenza di quanto accade nella quasi totalità del regno animale, nelle azioni umane è presente un terzo comportamento, intermedio tra i due indicati, che etichetterò semplicemente come ‘inganno’. È davvero sorprendente constatare che il semplice individuarlo mi abbia richiesto così tanto tempo.

Uno dei motivi capaci di offuscare il giudizio è lo stigma sociale normalmente riservato ai comportamenti ingannevoli, che vengono culturalmente letti come modalità relazionali improprie, devianti ed asociali. Nondimeno l’inganno è praticato presso ogni cultura, in varie forme e modalità, ed è altrettanto universalmente diffuso, al punto da essere coinvolto in una fetta importante dei reati codificati.

Il punto, qui, non è tanto accettare l’esistenza di comportamenti ingannevoli, che sarebbe un po’ la scoperta dell’acqua calda, quanto metterli a sistema in un quadro interpretativo allargato, non più limitato alle modalità di cooperazione e competizione classicamente osservabili nel regno animale, dove le forme di inganno (mimetismo difensivo e di predazione) sono semplicemente effetto dei processi di selezione naturale, non già il prodotto di una volontà esplicita.

Non l’inganno occasionale, furtivo, opportunistico, ma l’inganno come motore sistemico di molte delle dinamiche che normalmente osserviamo svolgersi davanti ai nostri occhi. L’inganno come strumento di manipolazione collettiva operata dalle IdeoCulture nella competizione per l’egemonia precedentemente descritta [4].

L’analisi si preannuncia fin da ora lunga e complessa, e non so prevedere di preciso dove andrà a parare. Ridefinire un modello interpretativo basato su due soli fattori, relativamente semplici e lineari (cooperazione e competizione), in modo da includere una terza modalità comportamentale (l’inganno) capace di rendere sfumati e indefiniti i contorni delle azioni osservate, potrebbe rappresentare una sfida intellettuale superiore alle mie capacità.

(continua)


[1] – Terra (romanzo di David Brin)

[2] – Libertà

[3] – Henry Louis Mencken

[4] – L’ascesa delle IdeoCulture

Aggressività dislocata

Sto seguendo ormai da un po’, compatibilmente con le disponibilità di tempo ed attenzione, le lezioni del corso di di biologia del comportamento umano tenute dal prof. Robert Sapolsky alla Stanford University nel 2011 [1]. Un ciclo dalla mole significativa (25 lezioni, in media di un’ora e mezza l’una), che affronta un ampio ventaglio di aspetti controversi del comportamento umano, tracciandone la verosimile derivazione da soggiacenti dinamiche di natura genetica, neurologica, biochimica, evolutiva ed ambientale.

Nonostante la difficoltà nel seguire una trattazione in lingua inglese, non di rado estremamente tecnica (fondamentale la disponibilità di traduzione automatica dei sottotitoli in italiano), ho iniziato a trovare risposte quantomeno plausibili a diverse domande che mi assillavano da tempo.

Immagine da Wikimedia Commons

Nella 19^ lezione, la terza sull’aggressività (minuto 50:40 [2]), viene descritto il meccanismo di ‘aggressività dislocata’. In sostanza, quando siamo infuriati o frustrati per situazioni che non siamo in grado di gestire o contrastare, sfoghiamo la nostra rabbia su quello che abbiamo a tiro in prossimità. Tipicamente sulle persone che ci vivono accanto.

…abbiamo poi (…) una visione molto, molto diversa (…) costruita attorno all’idea che l’aggressività sia in definitiva tutta una questione di frustrazione (…), dolore, stress, paura, ansia. Un punto di vista fortemente spinto dai ricercatori russi nel periodo dell’Unione Sovietica. Una visione molto marxista perché, essenzialmente, ciò che si conclude alla fine è questo tema, che continuo a sollevare ogni volta, che l’amigdala ha qualcosa a che fare sia con l’aggressività che con la paura. Che in un mondo in cui nessun neurone amigdaloide ha bisogno di avere un potenziale d’azione per paura, non ci sarà aggressività. Questa è la versione estrema del modello di dislocamento della frustrazione (…) Quando i livelli di disoccupazione salgono, anche i livelli di abuso coniugale aumentano, e ugualmente aumentano i livelli di abuso sui minori. Quando l’economia va male avviene la stessa identica cosa. Negli animali da laboratorio: procura uno shock ad un topo e otterrai che morderà l’animale che ha accanto. Tutte queste sono forme di aggressività dislocata. In una tribù di babbuini, ad esempio, quasi il 50% delle aggressioni sono dovute ad aggressività dislocata, ed avvengono dopo che un individuo ha perso un combattimento o l’accesso a una risorsa. Questo meccanismo è in grado di spiegare due aspetti davvero deprimenti sulle società diseguali. Il primo è che più sei povero, più è probabile che tu sia violento, più è probabile che tu commetta atti criminali. E quando l’economia va male il problema si aggrava. Tutto diventa più distorto. L’altro aspetto tragicamente ironico di questo processo è che quando la criminalità sale negli strati socioeconomici più bassi, gli atti criminali sono rivolti in modo schiacciante verso gli altri poveri. Quando il crimine aumenta durante i periodi di frustrazione e maltrattamento delle classi socioeconomiche inferiori, non assume la forma in cui, improvvisamente, tutti decidano di scalare il muro fino al palazzo lì accanto e distruggere alcuni dei vasi Ming. Invece si tende ad aggredire le persone che sono vittime proprio accanto a noi. Durante i periodi di recessione economica, i tassi di criminalità nei quartieri più poveri salgono, ed è quasi sempre violenza rivolta agli abitanti del vicinato.

Mi è stato relativamente immediato collegare questa modalità comportamentale con quanto già esposto in una precedente lezione [3], sempre in relazione all’aggressività, dove veniva illustrato un esperimento effettuato su cinque macachi.

Prendi cinque macachi maschi (questo è stato uno studio classico). Mettili insieme e formeranno una gerarchia di dominanza. Il numero uno picchia da due a cinque, il numero due da tre a cinque, e così via. Prendi il numero tre e pompalo con il testosterone. Pompalo con quantità folli di testosterone. Quello che vedrai è che sarà coinvolto in un maggior numero di combattimenti. Significa che il numero tre ora sta minacciando il numero due e il numero uno? Assolutamente no, quello che sta succedendo è che il numero tre diventa un incubo per i numeri quattro e cinque. Il testosterone sta cambiando la struttura dell’aggressività in questo gruppo? No, sta esagerando la struttura sociale preesistente.

Lo studio evidenzia quindi una propensione a scaricare l’aggressività sui soggetti più deboli. Un simile comportamento ha, molto verosimilmente, radici nei processi evolutivi. La selezione naturale premia gli individui propensi a scaricare l’aggressività sui più deboli, mentre danneggia quelli che tenderebbero ad attaccare avversari più forti di loro, che avranno elevate probabilità di fare precocemente una brutta fine.

Emergerebbe perciò una propensione biologica a prendersela coi più deboli, in comune con tutto il resto del regno animale. Benissimo, anzi, malissimo. L’esistenza stessa di automatismi psichici di questa natura contrasta con buona parte delle architetture morali ed etiche sviluppate nei millenni dal pensiero umano. Nondimeno, in quanto evidenze scientifiche, occorre tenerne conto.

Prima di proseguire oltre devo chiarire un punto: prendere atto di una fenomenologia comportamentale non presuppone alcun tipo di approvazione morale, di accettazione o di giustificazione della stessa. Attiene alla nostra condizione di individui consapevoli, ed al nostro senso di giustizia, cercare e trovare soluzioni ed equilibri migliori.

E tuttavia occorre prendere atto di meccanismi psicologici che in natura esistono, che interessano la gran parte delle specie viventi capaci di comportamenti relazionali e sociali complessi, e che non possono essere semplicemente ignorati, né pretendere che bastino educazione e modellazione sociale delle abitudini a farli sparire.

L’aggressività dislocata, nello specifico, può dar conto dei maltrattamenti che avvengono all’interno della sfera familiare. In una cultura dominata dalla competizione economica è facile che l’ambito lavorativo produca un accumulo di frustrazioni che finiscono con lo scaricarsi al di fuori di esso. E nella società moderna gli individui trascorrono la maggior parte del proprio tempo in due ambiti relazionali ben distinti: l’ambito lavorativo e quello domestico.

Lo stress e le frustrazioni accumulate nell’ambito lavorativo, dal quale dipendono la retribuzione e il sostentamento, possono scaricarsi in parte sui colleghi, in particolare i sottoposti, ma finiscono più facilmente a proiettarsi nell’ambito familiare, dov’è azzerato il rischio di perdita dell’impiego e della retribuzione relativa.

Aggressività che assume forme e modalità diverse, fisiche e/o psicologiche, a seconda delle modalità individuali di gestione delle dinamiche relazionali. Individui anatomicamente più forti tenderanno ad esercitare di preferenza modalità aggressive di tipo fisico, mentre individui fragili, se intellettivamente dotati, tenderanno più facilmente ad esercitare forme di aggressività di natura psicologica.

È facile, già da queste semplici considerazioni, individuare uno schema di massima delle dinamiche distruttive che possono emergere nell’ambito familiare a causa dell’accumulo di insoddisfazioni e frustrazioni. Potremo altresì aspettarci che l’incremento di stress ed incertezze indotti nel corpo sociale dall’attuale pandemia finisca col tradursi in un aumento delle aggressioni e del bullismo, e verificare come sia esattamente quello che avviene [4].

In tutto ciò, il portato di alienazione individuale e collettiva prodotto dall’urbanistica moderna, che ha tradotto una disponibilità globale di risorse in forme di edilizia residenziale classicamente monofamiliari, ha ottenuto di esacerbare i meccanismi di ‘aggressività dislocata’, sequestrandoli in larga misura all’interno dei nuclei familiari.

Un quadro che appare ancor più catastrofico se consideriamo gli effetti a lungo termine prodotti da maltrattamenti e violenze domestiche. Diversi studi mostrano infatti come l’esposizione a forme di violenza, fisica e psicologica, tendano a fissarsi nei circuiti cerebrali, dando luogo ad alterazioni permanenti della personalità. Questo processo di alterazione delle risposte cerebrali [5] è, purtroppo, molto più evidente nelle fasi dello sviluppo, generando scompensi difficili da recuperare negli adulti fatti oggetto di maltrattamenti in età infantile.

Peggio ancora, esistono molteplici evidenze del fatto che queste alterazioni siano in grado di fissarsi nel DNA, attraverso processi epigenetici [6], e di propagarsi alle generazioni successive. Questo è il portato più tragico, perché il male che viene fatto ad un individuo, quando si traduce in esplosioni di violenza all’interno della famiglia, finisce col fissarsi sui suoi stessi figli, moltiplicandone gli effetti distruttivi. Non solo si vive una condizione di sofferenza, calpestati dal contesto sociale, ma nello sfogare la rabbia accumulata sui propri familiari si danneggia la propria stessa discendenza e le generazioni a venire.

Altro ambito in cui possiamo leggere processi di ‘aggressività dislocata’ è quello legato alla sicurezza stradale. È un tema che mi tocca nel vivo come ciclista urbano. Dal mio personale osservatorio registro un diffuso disprezzo, da parte degli automobilisti, per le prescrizioni di sicurezza: limiti di velocità, distanze, spazi di frenata, e una generale assenza di rispetto per gli altri utenti della strada, pedoni e ciclisti in testa.

Numerosi conducenti di autoveicoli appaiono frustrati ed aggressivi, per problemi personali, sociali o per le dinamiche conflittuali proprie della mobilità veicolare. Il loro essere ‘inscatolati’ li rende incapaci di scaricare tale aggressività su qualcuno/a in prossimità, di conseguenza finiscono con l’individuare come ‘valvola di sfogo’ gli altri utenti della strada (ciclisti, pedoni, anziani), percepiti come ‘fisicamente e gerarchicamente inferiori’ (quindi non pericolosi) e con lo scaricare su di essi la propria rabbia repressa.

La recente pandemia ha ulteriormente contribuito ad esasperare gli animi, ed il portato di questa frustrazione diffusa si è tradotto, fra le altre cose, in un aumento (largamente percepito) dell’aggressività sulle strade. Un metodo alternativo è stato il ricorso all’uso di alcol e droghe, il cui utilizzo è pure in crescita [7]. Va da sé che le sostanze psicotrope determinano un abbassamento della soglia di autocontrollo, col risultato che le esplosioni di violenza, quando accadono, ne risultano amplificate.

Dalla lezione di Sapolsky emerge poi un rimando inquietante ai rapporti tra le diverse classi economiche in cui tende a suddividersi qualunque società umana. Se andiamo a proiettare le dinamiche relazionali proprie dei piccoli aggregati su una scala più vasta, osserviamo come i meccanismi della ‘aggressività dislocata’ possono essere sfruttati in chiave di controllo sociale.

Stabilito che la violenza cieca si scarica in prevalenza sugli individui in prossimità, per evitare che raggiunga i soggetti effettivamente responsabili delle condizioni di frustrazione diffusa (quelle che chiameremo le élite economiche) un buon punto di partenza sarà realizzare una separazione fisica tra i luoghi di vita e lavoro di ricchi e poveri, ed è un processo che vediamo già in atto in diverse parti del mondo [8].

In termini di controllo sociale questo significa poter incrementare i fattori di stress su quelle che Sapolsky definisce ‘classi socioeconomiche inferiori’ senza rischiare reazioni indesiderate come forme aggregate di ribellione sociale. La polverizzazione, disgregazione ed il progressivo imborghesimento delle classi economiche meno agiate, la dispersione territoriale e l’isolamento indotto nei nuclei familiari dalla sostituzione dell’ambito relazionale con l’intrattenimento audiovisivo, hanno ottenuto di sequestrare le dinamiche violente in prevalenza all’interno di ambiti privati.

Altro classico esempio di utilizzo sociale dell’aggressività dislocata è il tifo da stadio, caratterizzato da forme di aggressività ritualizzata che esplodono, occasionalmente, in violenza brutale. Attacchi che si consumano in spazi e tempi circoscritti e svolgono una funzione di scaricamento della violenza accumulata in forme atte a non turbare l’ordine costituito, in quanto esercitati di norma tra opposte tifoserie, quindi tra individui degli stessi gruppi sociali (all’interno di un sistema culturale capace di alimentare un meccanismo economico dai bilanci milionari).

Le conclusioni di questa riflessione sono molto amare. Da un lato si evidenzia un meccanismo psicologico innato di scaricamento dell’aggressività e della violenza sui più deboli, che cozza con tutte le elaborazioni etiche e morali sviluppate dalla nostra specie, al punto da far ritenere che lo sviluppo dei costrutti culturali etico/morali sia un adattamento necessario a preservare gli individui più fragili dalla generale innata propensione alla violenza.

Dall’altro emerge la potenzialità per un utilizzo delle nozioni di psicologia comportamentale finalizzato alla stabilizzazione di un modello sociale, basato sullo sfruttamento delle classi economicamente e culturalmente più fragili, che pare tragicamente calzante con quanto ci è dato osservare nelle culture umane antiche e moderne.

Passando ad un ambito strettamente personale, l’approfondimento delle dinamiche legate a violenza ed aggressività confido mi rendano più consapevole riguardo ai processi che coinvolgono le mie stesse reazioni emotive, consentendomi in futuro un miglior autocontrollo nella gestione degli scatti d’ira. Non sarà molto, ma è già qualcosa.


[1] – Lecture Collection | Human Behavioral Biology

[2] – 19. Aggression III (minuto 50:40)

[3] – 18. Aggression II (minuto 1:33:57)

[4]Obesità, anoressia e aggressività in crescita con la pandemia (RAI News)

[5] – Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)

[6] – Epigenetica

[7] – Consumo di droghe

[8] – Gated communities

Amministratori in sella

L’associazione Salvaiciclisti-Roma ha deciso di organizzare una serie di seminari per i neoeletti amministratori romani, chiedendo a cicloattivisti con esperienze nella P.A. di tenere dei mini-webinar sulle problematiche dell’amministrare la città.

Il primo è toccato a me e lo trovate qui:


Il secondo è stato condotto da Paolo Bellino, con Marirosa Iannelli e Omar Di Felice:


Il terzo approfondisce il tema delle competenze municipali grazie a Valentina Caracciolo, attuale assessore alla mobilità per il II Municipio, con contributi di Sandro Calmanti e Alessandra Grasso.

Private Investigation

Il mio ultimo post [1] prende le mosse da una singola idea: considerare i gruppi umani come entità individuali, dotate di propria coscienza ed intenzioni. Da questa singola idea sono discese una valanga di interpretazioni, al punto che per metterle in fila è stato necessario confezionarle nella forma di un saggio di ottomilaseicento e passa parole, suddiviso in diciotto brevi capitoli tematici.

Bello, sì, interessante, potenzialmente disturbante… ma il risultato? Nessuno! Troppo lungo, troppo impegnativo. La maggior parte dei miei già pochi lettori non ha trovato il tempo di leggerlo, e probabilmente non lo troverà mai. Viviamo nell’epoca dell’informazione globale, e paradossalmente ne siamo talmente saturi che ci risulta difficoltoso affrontare un’idea che sia più articolata, più densa, più complessa di quanto ingurgitiamo quotidianamente.

Leggiamo, via social, molte più parole di quanto potessero fare i nostri padri e nonni, ma la qualità di queste letture è precipitata. Ora le informazioni sono ovunque, ci inseguono, ci incalzano ci affaticano. Dobbiamo stare sul pezzo, seguire l’ultima scoperta, l’ultima notizia, l’ultimo gossip. Non c’è tempo per riflettere, per contestualizzare le informazioni che riceviamo, per dar loro un senso, una forma. Tragedie dall’altro capo del pianeta richiedono la nostra attenzione.

And what have you got, at the end of the day? What have you got, to take away?” cantava Mark Knopfler in ‘Private investigation’. Cosa hai portato a casa, alla fine della giornata? Ho scalato una montagna concettuale, ma accanto a me non c’è nessuno. Non mi resta che tornar giù, col mio inutile successo in tasca, troppo lungo, complicato e difficile da spiegare.

Blinds at the windows and a pain behind the eyes…”


[1] L’ascesa delle IdeoCulture

L’ascesa delle IdeoCulture

Glossario
Lo sviluppo di questa riflessione ha richiesto l’introduzione di concetti specifici, in qualche caso assenti dalla cultura corrente. Anticipo queste definizioni come introduzione all’analisi.

  • Ideologia: costrutto culturale elaborato per coordinare un gruppo di individui e finalizzato al raggiungimento di una gratificazione fisiologica o psicologica
  • Ideale: condizione di massima soddisfazione conseguente alla piena realizzazione del modello relazionale teorizzato dall’ideologia
  • IdeoCultura: l’insieme dei comportamenti e delle azioni messi in atto da una collettività in conformità ad una ideologia condivisa
  • Sovra-individuo: l’entità rappresentata da un gruppo di persone che agiscano in maniera coerente e coordinata
  • Risorse: l’insieme degli individui e dei beni materiali sui quali una IdeoCultura è in grado di esercitare il controllo
  • Egemonia: condizione di massima affermazione di una IdeoCultura nel consesso sociale
  • Bisogni indotti: distorsioni emotive generate nella popolazione dall’operato comunicativo delle IdeoCulture
  • Bias culturali: distorsioni cognitive introdotte nel pensiero condiviso finalizzate alla normalizzazione ed all’accettazione sociale dei bisogni indotti
  • Controllo sociale: effetto risultante dall’operato delle IdeoCulture nel massimizzare il proprio potere e le conseguenti rendite

1 – Premessa

Nel corso degli ultimi tempi ho lavorato ad un impianto descrittivo complessivo dell’evoluzione delle società umane [1] [2] [3] Tale percorso mi ha portato ad individuare una tipologia di entità astratte, etichettate fin qui semplicemente come ‘costrutti culturali’, dalle cui interazioni reciproche discenderebbe tutta una serie di dinamiche sociali. Ora è tempo di dar forma e sostanza a questi ‘costrutti’, stabilendo che originano dai bisogni emotivi umani e si definiscono nell’interazione tra i gruppi umani e le ideologie da essi condivise.

La definizione cui sono pervenuto, con molta fatica, per gli enti agenti il processo, è quella di IdeoCulture. In sintesi, per IdeoCultura si intende l’azione collettiva esercitata da una popolazione, o parte di essa, risultante dell’adesione ad una specifica ideologia. Vedremo come le IdeoCulture agiscano sulla base di una propria individualità, con dinamiche strettamente affini a quelle proprie degli organismi viventi.

Utilizzeremo quindi gli strumenti del modello evolutivo darwiniano per indagare le relazioni di queste entità, il loro emergere, la competizione che viene a prodursi per le risorse generate nel consesso sociale, le modalità con cui le diverse IdeoCulture interagiscono in termini di cooperazione, competizione, relazioni simbiotiche, asservimento e propagazione, arrivando a motivare le caratteristiche salienti delle civiltà umane risultanti dall’azione combinata delle diverse IdeoCulture e dar conto dell’evoluzione storica delle stesse.

2 – Definizione

Il nostro agire individuale è modellato, in larga misura, dal contesto culturale in cui cresciamo e ci ritroviamo ad agire. Responsabili dell’organizzazione di tale contesto sono una varietà di culture collettivamente condivise, che definiscono quali comportamenti siano opportuni, ed in quanto tali premiati, e quali invece siano deprecabili, ed in quanto tali repressi.

Il ventaglio dei comportamenti accettabili, nelle diverse società, risulta estremamente vario. Il semplice termine ‘culture’, in questo contesto, non appare sufficientemente calzante. ‘Culture’ sono, nell’accezione comune, i bagagli di competenze che ci consentono di maneggiare la realtà: il cosiddetto ‘saper’ fare. In questo caso stiamo ragionando un particolare segmento culturale che si occupa di organizzare, motivare e gestire le collettività, e riguarda specificamente il ‘voler’ fare.

Mentre il ‘sapere’ riguarda l’ambito cognitivo, il ‘volere’ attiene alla sfera emotiva di individui e gruppi. ‘Saper’ coltivare un campo e ‘volerlo’ fare sono due ambiti distinti, lo stesso vale per le azioni collettive. La sfera emotiva è la componente che ci ‘muove’ ad agire, a cacciare, a lavorare, a difenderci, a nutrirci, a sopravvivere, a riprodurci.

L’oggetto di questa analisi sono quindi quelle culture che attengono alla sfera emotiva, passano per un’elaborazione cognitiva della gestione emozionale generando visioni idealizzate della realtà, le elaborano nella forma di ideologie, che si consolidano nella collettività definendo forme e modalità dell’agire collettivo.

Il termine che ho scelto per identificare queste realtà è IdeoCulture, ovvero ‘culture generate da ideologie’. Con tale termine procederò ad identificare i gruppi umani capaci di agire in maniera coordinata in base a bagagli culturali condivisi, i già detti ‘costrutti culturali’, che fungono da legante identitario, e movente ad agire, per intere collettività e sottogruppi delle stesse.

3 – Caratteristiche

L’IdeoCultura così definita rappresenta una summa delle azioni prodotte da motivazioni ed aspettative di una collettività. Quando un gruppo sociale decide di realizzare un manufatto, una strada, un edificio di culto, un monumento alla memoria, quello è il prodotto dell’IdeoCultura in esso incarnata. Allo stesso modo, quando una collettività assume un’usanza, una consuetudine, una tradizione, anche quella è il portato di un’IdeoCultura.

Se prendiamo un gruppo umano molto semplice, come potrebbe essere un villaggio del neolitico, osserviamo come la visione del mondo condivisa assegni ad ognuno un ruolo, compiti da portare a termine, operazioni da eseguire. Il funzionamento della comunità, la sua capacità di far fronte alle necessità quotidiane come alle avversità, dipende dalla somma dei saperi individuali (singole culture) e da un agire coordinato, mediato dall’IdeoCultura.

Le IdeoCulture più primitive sono relativamente semplici. L’elemento dominante è rappresentato dall’ottenimento del nutrimento necessario alla sopravvivenza, per mezzo di caccia, pesca, raccolta e, più recentemente, di tecniche agricole e di allevamento. Lo sviluppo di un linguaggio è condizione necessaria al coordinamento interpersonale. La definizione di una serie di regole di convivenza civile lo è altrettanto. L’elaborazione di comuni convinzioni e credenze, per dar conto di fenomeni naturali incomprensibili e/o ingestibili, aggiunge ulteriore collante sociale.

In quanto espressione di collettività, le IdeoCulture tendono a sopravvivere per archi temporali molto più lunghi di quelli dei singoli individui, ad evolversi in conseguenza delle trasformazioni che avvengono nella comunità e nell’ambiente circostante, a propagarsi, a diversificarsi e, nel processo di moltiplicazione dei soggetti coinvolti, a dar vita a sub-IdeoCulture che declinano in maniera nuova singoli elementi della IdeoCultura originaria, attraverso processi del tutto analoghi a quelli osservabili negli organismi viventi.

Il salto concettuale proposto in questa analisi consiste nel ragionare le IdeoCulture come entità autonome, parzialmente senzienti (come riflesso delle singole intelligenze che le animano), capaci di interagire con l’ambiente circostante manipolandolo (come riflesso delle azioni dei singoli individui) e di competere per le risorse e per il controllo delle stesse.

Ragionare i processi sociali in termini di interazione tra IdeoCulture, che agiscono coerentemente con la propria natura e le proprie necessità, autonomamente l’una dall’altra, semplifica la comprensione di processi che sarebbero altrimenti indecifrabili se ragionati in termini di interazioni collettive tra innumerevoli volontà individuali. Una collettività capace di esprimere un pensiero condiviso ed azioni coordinate genera un sovra-individuo dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quelle dei singoli partecipanti.

In primis tale essere non sarà auto-consapevole, perché ogni singolo partecipante percepirà se stesso, più che l’IdeoCultura, come soggetto agente. In seconda battuta la volontà del sovra-individuo risultante sarà rafforzata dal numero, ma livellata e priva delle sfumature che differenziano i singoli membri del collettivo.

Se una persona può cambiare opinione, o possedere una visione individuale che si discosti in varia misura dal pensiero collettivo, il sovra-individuo rappresentato dalla collettività tenderà a condividere solo le convinzioni più semplici e radicate, ad ostacolare la loro evoluzione in forme di pensiero più complesse, e ad agire in termini rudimentali.

Perché un’IdeoCultura diventi capace di pensieri ed intenzioni più mirate e strutturate è necessario uno sviluppo verticale, un’articolazione, in grado di selezionare gerarchie di individui portatori di versioni più approfondite e sofisticate dell’ideologia di base, maggiormente capaci di perseguirne gli obiettivi.

Nondimeno, buona parte delle visioni più evolute resterà patrimonio delle élite, mentre la grande massa degli individui alla base del sistema piramidale dell’IdeoCultura continuerà a condividere solo la versione più rudimentale e semplicistica dell’ideologia.

4 – Origini

Dal punto di vista evolutivo lo sviluppo di comportamenti sociali rappresenta un significativo vantaggio: un gruppo ben coordinato si comporta infatti come un sovra-organismo, con risorse e potenzialità superiori a quelle dei singoli individui. Il singolo individuo, se inserito in un branco, un gruppo, una banda, una tribù, ha capacità molto maggiori, in termini di procacciamento di nutrimento e di difesa rispetto a predatori ed eventi ostili, rispetto a quelle che avrebbe agendo individualmente.

Perché tale sovra-organismo possa funzionare è però necessario un coordinamento funzionale tra le singole individualità, che può avvenire solo attraverso una cultura collettivamente condivisa. Cultura che i singoli membri della collettività acquisiscono nel corso dello sviluppo, ed esercitano e tramandano durante la maturità. Tale cultura condivisa sopravvive per generazioni, trasferendosi ai discendenti, evolvendo e venendo progressivamente aggiornata ed integrata.

Questo discorso vale sia per le specie animali che per l’uomo, la cui enorme intelligenza ha ottenuto di tradurre l’evoluzione culturale in forme di enorme complessità. Parallelamente alle culture legate alla sfera cognitiva, connesse alla capacità di manipolare la realtà esterna, si sono evolute le IdeoCulture, legate alla sfera emozionale ed in grado di mediare i processi decisionali collettivi.

Le più antiche IdeoCulture ancora osservabili sul pianeta sono quelle legate alla sussistenza di popolazioni nomadi di cacciatori/raccoglitori in località solitamente molto isolate. In queste osserviamo quattro funzioni sociali fondamentali.

Funzione produttiva: procacciamento di cibo e fabbricazione di utensili
Funzione decisionale: guida della comunità
Funzione confortativa: intermediazione con il mondo immateriale
Funzione riproduttiva: natalità, crescita numerica e rafforzamento del gruppo

(sull’ultima funzione, sulla sua specificità, sulle asimmetrie sociali che ne discendono, sulla intera questione femminile attraverso i secoli, sarebbe necessario un approfondimento che purtroppo esula dalle finalità di questa trattazione)

La funzione produttiva consiste nell’applicazione di competenze nel cacciare e raccogliere. Cacciare, per una popolazione primitiva, è un’attività indispensabile. Cacciare in gruppo richiede lo sviluppo di un’IdeoCultura condivisa, che detti ruoli, priorità e gerarchie.

La funzione decisionale si rende necessaria perché, in gruppi di individui dotati di capacità cognitive comparabili, tipicamente finiscono con l’emergere orientamenti diversi sulle scelte da operare collettivamente.

Muovere una tribù di cacciatori/raccoglitori attraverso territori diversi nel corso dell’anno richiede decisioni estemporanee, che non possono basarsi unicamente sulle abitudini consolidate. La soluzione a questo dilemma è l’individuazione, fra tutti, dell’individuo (un capo, una guida) maggiormente capace di soppesare le diverse possibilità ed indicare la scelta migliore.

La funzione confortativa investe il conflitto tra l’ambito cognitivo e la sfera emotiva che si sviluppa in parallelo allo sviluppo intellettuale. La contrapposizione tra la volontà di vivere e la consapevolezza della morte genera un portato di sofferenza psichica ingestibile sul piano strettamente razionale, il cui sollievo richiede un approccio irrazionale. Questa necessità condusse i nostri antenati a sviluppare credenze legate ad ambiti immateriali, ultraterreni.

L’individuazione di figure divine, la cui benevolenza poteva essere acquisita mediante riti propiziatori e l’adesione ai dettati del culto, ottenne di soddisfare un ampio ventaglio di bisogni irrazionali, non ultimi quelli legati alle aspettative individuali di salute, successo e fertilità. Lo sviluppo di credenze religiose soddisfaceva anche finalità motivazionali: ad agire, a sopravvivere, ad operare per il benessere della collettività.

Nell’IdeoCultura di una micro-comunità isolata, come può essere una tribù, tutte queste diverse componenti coesistono. Col passaggio dal nomadismo alla stanzialità, e la conseguente crescita delle dimensioni e del benessere delle comunità, le IdeoCulture iniziano a specializzarsi e differenziarsi.

5 – Diversificazione

Quello che avviene con l’inurbazione e la nascita delle prime città-stato è il moltiplicarsi degli individui coinvolti nei diversi ruoli sociali. Se una tribù ha bisogno di un unico capo ed un unico sciamano, che partecipano entrambi alla funzione produttiva, in una collettività estesa sono necessari diversi capi, gerarchicamente strutturati, ed una moltitudine di responsabili del culto.

L’efficientamento dei processi produttivi svincola una percentuale significativa della popolazione dalle necessità di produrre cibo e manufatti, e consente ad una parte di essi di svolgere funzioni sociali specifiche. La commistione fra ruoli diversi declina, in favore di un’organizzazione sociale basata su ruoli ben distinti. Oltre a ciò, l’incremento di complessità della collettività obbliga lo sviluppo di ulteriori nuovi ruoli e funzioni sociali.

Una trasformazione importante riguarda l’evoluzione delle figure decisionali. Al singolo capotribù, responsabile dell’efficienza di caccia e raccolta, si sostituiscono una moltitudine di capomastri, responsabili del lavoro di squadre di operai specializzati. La funzione di comando si trasferisce al più specifico ambito dell’esercizio della violenza.

Lo schema funzionale di una comunità complessa integra le funzioni basilari con nuovi ruoli
funzione produttiva, assegnata ad operai specializzati
funzione decisionale, assegnata a responsabili delle squadre di operai
funzione confortativa, assegnata a figure sacerdotali
funzione organizzativa, assegnata a funzionari amministrativi, scribi, contabili
funzione ridistributiva, gestita dal ceto mercantile
funzione di ordine pubblico, delegata a corpi di polizia
funzione difensiva, con l’emergere di figure militari professionali
sviluppo del sapere, con la nascita di studenti e scuole
svago ed intrattenimento, con l’emergere delle professioni artistiche

Parallelamente all’evoluzione e diversificazione dei compiti, lo status sociale privilegiato di cui godeva la funzione riproduttiva tende a declinare, e le donne vengono relegate, con qualche rara eccezione, a mansioni marginali (sviluppo sociale che richiederebbe un’analisi specifica).

Come portato dell’espansione demografica delle comunità e del frazionamento sociale, i membri dei sottogruppi tendono a coordinarsi tra loro, a percepirsi come comunità distinte ed a generare una diversificazione delle rispettive IdeoCulture. Come vedremo più avanti in dettaglio, queste ultime finiranno a competere per il controllo delle ricchezze prodotte dalla collettività.

L’IdeoCultura egemone, in questa prima fase, è quella relativa all’esercizio della violenza. Non ho sufficienti competenze antropologiche per dettagliare il processo, ma quello che si osserva più o meno in ogni civiltà è l’emergere di una casta militare con il compito di imporre alle popolazioni, all’interno ed all’esterno delle mura della città, il rispetto delle regole e della legge attraverso un esercizio socialmente accettato della violenza.

Questo specifico sottogruppo finisce inevitabilmente col produrre una propria IdeoCultura basata su princìpi di supremazia fisica quali forza, abnegazione, obbedienza e disponibilità al sacrificio personale: qualità finalizzate alla sopraffazione e sottomissione degli avversari.

Non può sorprendere se, nella competizione per l’egemonia fra IdeoCulture che si sviluppò inizialmente nelle società antiche, furono proprio le IdeoCulture legate all’espressione dell’aggressività ad emergere, dominare e controllare le prime comunità umane, dando vita a regni ed imperi dalla chiara impronta militare.

Riassumendo, abbiamo visto come una società complessa sia composta da gruppi di individui che condividono convinzioni comuni sulle azioni da intraprendere per massimizzare i propri vantaggi. Tali gruppi si possono descrivere come sovra-organismi, interni alla collettività, mossi dalle rispettive IdeoCulture.

Di base, il gruppo sociale responsabile della funzione produttiva (quello che correntemente ricade sotto la definizione di ‘classe operaia’) genererà ricchezza per sé e per gli altri gruppi sociali, ed ogni gruppo agirà per ottenerne la massima quantità.

La casta militare richiederà risorse per mantenere efficiente l’esercito e difendere la comunità, la casta burocratica per far funzionare l’organizzazione della vita collettiva, la casta religiosa per intercedere efficacemente presso le divinità, la casta mercantile cercherà di massimizzare il proprio guadagno negli scambi.

Ragionando il processo in termini di IdeoCulture, questo si traduce in in dinamiche di cooperazione/competizione fra i diversi gruppi (descrivibili in termini di sovra-organismi) e le rispettive IdeoCulture.

6 – Metabolismo

Con dinamiche del tutto analoghe a quelle che portano un piccolo gruppo ad eleggere un leader, all’interno delle collettività che abbracciano singole IdeoCulture si sviluppa un identico meccanismo. Al crescere del numero di aderenti, uno sviluppo verticale (o verticistico) all’interno dell’IdeoCultura ne aumenta le probabilità di successo, selezionando i più meritevoli ed abbreviando i tempi decisionali.

Un tale processo porta allo sviluppo di organizzazioni piramidali, nelle quali ad una base ampia si sovrappongono livelli di potere via via più ristretti, fino ad un vertice oligarchico o individuale, in uno sviluppo che appare più rapido ed immediato per alcune IdeoCulture che non per altre. L’evoluzione verticistica innesca inevitabilmente un drenaggio verticale delle risorse: ogni livello tende ad avvantaggiarsi rispetto ai livelli inferiori avocando a sé la maggior quantità di ricchezza possibile.

Tale ricchezza viene poi parzialmente reinvestita in forme comunicative che diffondano l’adozione dell’IdeoCultura e ne spingano una ulteriore espansione: più risorse drenate significano maggiori investimenti in comunicazione, quindi espansione della base di aderenti alla IdeoCultura con conseguente ulteriore aumento delle risorse disponibili.

Questo processo distributivo è un primo indizio dello slegamento tra la ricchezza complessiva di un’IdeoCultura e quella dei singoli appartenenti, ovvero di una significativa autonomia tra le dinamiche delle IdeoCulture nel loro complesso rispetto a quelle dei singoli individui che le animano.

In linea di massima ogni IdeoCultura finisce con l’attivare un comportamento parassitario nei confronti non solo della collettività ma degli stessi individui alla base del proprio sistema piramidale, dirottando una maggior quantità di risorse verso i vertici ed i canali comunicativi. Da notare come la base degli adepti sia essa stessa una risorsa in qualche misura spendibile (o sacrificabile).

L’esempio più evidente è quello delle IdeoCulture militari, nelle quali la base della piramide è formata dai singoli soldati, e l’acquisizione delle ricchezze consiste nel saccheggio dei territori conquistati. In questa dinamica i singoli soldati, o gruppi di essi, risultano sacrificabili ai fini del risultato finale.

Una volta conquistato il nuovo territorio, la ricchezza risultante dal saccheggio deve sovra-compensare la perdita di individui e dispositivi bellici, consentendo la reintegrazione delle risorse perdute, altrimenti la campagna militare sarà risultata fallimentare. Questo è un ulteriore elemento chiave per comprendere la sostanziale differenza tra le finalità di un’IdeoCultura e quella dei singoli appartenenti.

Dinamiche penalizzanti per gli adepti di basso livello si osservano nelle IdeoCulture religiose, con donazioni e voti di povertà imposti ai devoti; in quelle produttive, dove l’esigenza di profitto sviluppa condizioni di lavoro rischiose e precarie; in quelle mercantili, dove si rifilano ai consumatori finali sostanze appaganti ma dannose per l’organismo; in quelle amministrative, dove sul lungo periodo si sviluppa un aumento della forbice salariale.

La specifica questione del conflitto tra le esigenze delle IdeoCulture e quelle dei rispettivi affiliati sarà sviluppata più avanti.

7 – Crescita e consenso

Affrontiamo ora quanto fin qui descritto in termini ecosistemici, cercando di comprendere come le IdeoCulture interagiscano fra loro nella competizione per l’accaparramento delle risorse prodotte dalla collettività, cominciando con un passo indietro al livello dei singoli individui.

Nel corso della sua vita attiva, ciascuno agisce per soddisfare bisogni e necessità. Le esigenze di base (nutrimento, svago, compagnia, sicurezza, soddisfazioni sessuali, riposo) possono essere soddisfatte per mezzo di un lavoro produttivo. Gli individui dotati di bisogni eccedenti la norma in specifici ambiti (potere, affermazione individuale, ricchezza) tenderanno a scalare la piramide gerarchica della rispettiva IdeoCultura per trattenere per sé quanta più ricchezza possibile.

La volontà di ricchezza e potere espressa da tali soggetti li spingerà a manipolare la collettività per ottenerne il massimo guadagno. Per farlo saranno obbligati ad gestire, manipolandola, l’IdeoCultura di appartenenza, in modo da trattenere per sé una percentuale maggiore di ricchezza. Per certi versi è il processo descritto dal matematico John Nash, in cui il ‘miglior risultato’ si ottiene massimizzando il risultato di un’azione non solo per sé stessi, ma per sé _E_ per il gruppo [4], a spese degli altri gruppi sociali in competizione.

Quando un individuo con elevata carica motivazionale abbraccia un’IdeoCultura, agisce al suo interno per massimizzarne la capacità di generazione di ricchezza e, in caso di successo, ne ottiene in cambio un ritorno straordinario. Tale abbondanza di risorse può quindi essere reinvestita per alimentare ulteriormente il processo. Quello che si osserva all’esterno è un accrescersi della credibilità dell’IdeoCultura come ente capace di generare e diffondere ricchezza e benessere per i propri adepti.

Traducendo nella pratica quanto appena teorizzato, un individuo particolarmente brillante e motivato, che applichi il proprio ingegno a migliorare una tecnica produttiva ottenendo rese eccezionali, guadagnerà da un lato il riconoscimento della sua collettività, dall’altro renderà l’ambito produttivo interessante ed appetibile per una varietà di soggetti, motivandoli ad investirvi le proprie energie e risorse, con un’espansione della base di persone coinvolte nel benessere dell’IdeoCultura.

L’azione di questi singoli individui particolarmente motivati si tradurrà in un aumento di ricchezza e prestigio dell’IdeoCultura di appartenenza, che si ritroverà ad averne in cambio maggiori risorse ed una crescita in termini numerici, attirando altri individui con analoga propensione. In questo modo un’IdeoCultura particolarmente attiva ed efficace in un determinato periodo storico potrà guadagnare consensi fra la collettività, diventare egemone rispetto alle altre e condizionarne le azioni.

8 – Domesticazione e Bias culturali

Se osservato nella prospettiva di una competizione tra IdeoCulture per il conseguimento di ulteriori risorse ed, in ultima istanza, dell’egemonia, a spese della propria base di adepti e della collettività nel suo complesso, il processo di auto-domesticazione della nostra stessa specie [5], può essere complessivamente descritto in termini di domesticazione delle collettività umane da parte delle IdeoCulture da esse generate.

All’interno della collettività le IdeoCulture mediano le relazioni tra individui, quindi di fatto è in esse che vengono elaborati e definiti i recinti mentali (quelli che tempo addietro ho avuto modo di definire ‘bias culturali’ e che vedremo in dettaglio più avanti) in grado di circoscrivere i margini d’azione dei singoli individui.

Tale processo emerge dalla seguente catena di eventi:
1 – l’IdeoCultura si modella su una base di regole generali
2 – il processo funziona e genera un arricchimento
3 – la base di adepti si espande e si sviluppano le strutture verticali
4 – la competizione con le altre IdeoCulture sviluppa una domanda di ulteriori risorse
5 – le regole originarie vengono integrate per adeguarle alla nuova situazione ed imposte alla collettività grazie al potere maturato

L’operatore che consente di agire il processo di domesticazione è rappresentato dalle regole arbitrarie elaborate all’interno dell’IdeoCultura stessa per garantirne sopravvivenza e benessere. Regole arbitrarie che, qualora ottengano di aumentare il benessere (o la percezione di benessere) dei singoli individui, vengono successivamente metabolizzate dal corpus sociale. Vediamo alcuni esempi pratici di tale processo.

Primo esempio: IdeoCultura militare (c.a età del bronzo)
1 – l’esercito attacca la città vicina e torna con metalli ed oggetti preziosi
2 – la popolazione gode (indirettamente) del benessere generato dall’IdeoCultura militare
3 – i reduci dalla spedizione organizzano un nuovo esercito più forte e strutturato
4 – per rafforzarne i ranghi si elabora un editto di coscrizione obbligatoria
5 – la coscrizione obbligatoria si fissa in via permanente per le generazioni a
venire

Secondo esempio: IdeoCultura religiosa (medioevo)
1 – dalla dissoluzione dell’Impero Romano originano le comunità monastiche
2 – intere comunità traggono vantaggio dall’organizzazione del lavoro gestita dai monaci
3 – gli ordini religiosi sviluppano le proprie gerarchie
4 – diventa consuetudine nominare la Chiesa erede delle proprie ricchezze
5 – viene stabilita la regola del celibato ecclesiastico per impedire agli alti prelati di disperdere ricchezze mediante lasciti eredit
ari

Terzo esempio: IdeoCultura mercantile (ventesimo secolo)
1 – lo sviluppo dei processi tecnologici rende possibile la motorizzazione individuale
2 – l’uso dell’automobile si diffonde inducendo nuovi stili di vita
3 – la produzione di automobili cresce ed interessa fasce sempre più ampie di popolazione
4 – la propaganda del comparto fagocita gli ambiti culturali (cinema, stampa)
5 – la destinazione d’uso degli spazi pubblici viene fissata in forma di leggi e regolamenti che privilegiano le esigenze di suolo degli automobilisti

Quello che si evince dagli esempi proposti è di fatto un meccanismo Ideologico/economico: ad un significativo incremento della ricchezza e del benessere di una popolazione consegue un re-investimento di tale ricchezza, al fine di alimentare ulteriormente l’IdeoCultura responsabile dell’arricchimento collettivo ed ottenerne ulteriori vantaggi.

Questo processo rafforza il potere dell’IdeoCultura più efficiente sulle concorrenti, consentendole di manipolare in profondità le regole, i meccanismi ed il pensiero collettivo. L’IdeoCultura ‘vincente’ informa il pensiero diffuso, trasferendo nel comune sentire quelle distorsioni cognitive (bias culturali) che ne facilitano l’operato, finendo col normalizzare comportamenti e stili di vita che, altrimenti, sarebbero considerati aberranti.

Alcuni esempi. L’IdeoCultura dominante in epoca romano-imperiale dava, ai proprietari, diritto di vita e di morte sugli schiavi [6]. L’IdeoCultura religiosa di alcune regioni dell’India considera accettabile bruciare le vedove sulle pire funerarie dei mariti [7]. Nei tribunali dell’inquisizione cattolica spagnola (IdeoCultura religiosa) erano pratica corrente la tortura e la condanna al rogo degli eretici [8].

I comportamenti, ad oggi socialmente inaccettabili, messi in atto dalle IdeoCulture del passato sono innumerevoli. Si va dai sacrifici umani documentati in diverse civiltà, preistoriche e storiche, alle streghe bruciate sui roghi nelle prime fasi della colonizzazione europea del Nordamerica, al sistematico sterminio delle popolazioni native nelle epoche coloniali, all’accettazione della ‘normalità’ ed inevitabilità della guerra più o meno fino al secolo scorso per arrivare, nel mondo contemporaneo, all’indifferenza per le mattanze provocate dall’incidentalità stradale, dalla cattiva alimentazione, dal fumo e dall’inquinamento diffuso.

Ognuno di questi eccessi è legato all’accettazione collettivamente acritica di assunti arbitrari prodotti nel relativo periodo storico, e finalizzati unicamente al successo ed all’egemonia sociale dell’IdeoCultura dominante, non già al benessere delle popolazioni ad essa asservite. Si osserva quindi l’equivalente umano del processo di domesticazione animale, con le IdeoCulture nel ruolo dei pastori ‘benevoli’ e le popolazioni, appartenenti o meno all’IdeoCultura egemone, in quello del gregge pronto ad essere munto, tosato e/o macellato alla bisogna.

9 – Comunicazione

Come già illustrato, la pervasività di un’IdeoCultura discende in massima parte dall’entità delle risorse che è in grado di maneggiare. Risorse che alimentano i meccanismi di comunicazione a supporto della sua diffusione ed adozione, e rappresentano il primo strumento a disposizione delle IdeoCulture per propagarsi da un individuo all’altro e da una collettività a quelle contigue.

In ogni epoca storica, l’IdeoCultura dominante è quella con la maggior disponibilità di ricchezze da reinvestire per il mantenimento dell’egemonia culturale, ivi inclusa l’auto-celebrazione, che altro non è se non una forma molto appariscente di comunicazione di potere, forza, importanza.

Nell’antica Roma, l’IdeoCultura militare ci ha lasciato ampia memoria di sé sotto forma di archi di trionfo, colonne ed obelischi. In epoca medioevale l’egemonia culturale religiosa ha disseminato l’Europa di chiese e cattedrali sfarzose ed architettonicamente ardite. Nel mondo contemporaneo l’IdeoCultura produttivo/mercantile esibisce il proprio successo innalzando grattacieli e centri commerciali, mentre sparpaglia nei territori aree industriali, reti di movimentazione merci e poli logistici.

Il primo ambito ad essere invaso, nel processo di accrescimento di un’IdeoCultura, riguarda il controllo del sapere. Ogni IdeoCultura si avvantaggia del controllo dei media culturali dominanti nella propria epoca.

Dalla preistoria emergono statuette e manufatti legati a riti religiosi di fertilità e pitture rupestri di propiziazione alla caccia. Dalle prime civiltà coeve dell’invenzione della scrittura abbiamo resoconti di campagne militari fatti redigere dai sovrani. Durante il medioevo, l’egemonia culturale gestita dal cristianesimo ripiombò l’Europa in un analfabetismo diffuso, e la capacità di leggere e scrivere fu resa disponibile solo alle congregazioni ecclesiastiche, e limitata ai testi sacri.

In tempi più recenti, l’esplosione della comunicazione audiovisiva è saturata dalla comunicazione commerciale operata dall’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone, sia esplicita, sotto forma di spot pubblicitari, che implicita, in termini di onnipresenti ‘product placement’ all’interno di ogni forma di prodotto d’informazione e d’intrattenimento [9].

L’essenza delle IdeoCulture sono costrutti di idee, ideologie, che hanno bisogno di propagarsi ed essere collettivamente accettati. Gli individui che abbracciano un’IdeoCultura sono al tempo stesso recipienti e strumento di trasmissione per questi costrutti di idee. La ricchezza maneggiata dall’IdeoCultura è il motore che alimenta, e al tempo stesso rende appetibile, questa trasmissione di saperi.

10 – Egemonia

Il massimo risultato per un’IdeoCultura è la conquista dell’egemonia su tutte le altre, in modo da asservirle e drenare ricchezza da esse e dai relativi affiliati. Analizzare la storia dell’umanità in termini di interazioni reciproche tra IdeoCulture offre una chiave di lettura particolarmente interessante.

Le prime civiltà sorte nell’antichità erano fondate su tre pilastri: la produzione di cibi e manufatti, le credenze religiose ed il potere militare. Di queste tre IdeoCulture, quella militare si occupava di mantenere il controllo fisico sulla popolazione, quella religiosa il controllo sull’immaginario, quella produttiva il controllo sulla realtà materiale, ovvero il gradino più basso.

Le IdeoCulture religiose, varianti di un unico impianto politeista probabilmente molto più antico ed ormai perduto, fondavano la propria autorità sulla promessa di benessere futuro e di una vita oltre la morte, ed orientavano le decisioni popolari interpretando (a proprio vantaggio) le volontà divine.

Un esempio fra tanti della rilevanza del pensiero religioso nel mondo antico è la civiltà egizia, i cui regnanti, i faraoni, godevano dello status di semi-divinità. Caratteristica di questa civiltà era l’enorme investimento in personale specializzato, tempo e risorse materiali, destinati alla preparazione delle spoglie dei defunti per l’aldilà.

Man mano che civiltà diverse raggiungevano livelli elevati di benessere e ricchezza, l’IdeoCultura militare subì un’evoluzione: anziché accontentarsi dei cibi e ricchezze prodotti dalle proprie popolazioni al fine di garantirne la difesa, si iniziò a muover guerre ai territori confinanti per saccheggiare ed asservire le popolazioni vicine. Fra i molti imperi noti dell’antichità, l’IdeoCultura militare di maggior successo in questo tipo di approccio fu, probabilmente, quella della Roma Imperiale.

L’egemonia dell’IdeoCultura militare romana andò di pari passo con le capacità ingegneristiche ed il drenaggio di ricchezze dai territori conquistati ed occupati. L’impero Romano collassò, dopo molti secoli, proprio a seguito dell’esaurirsi di questa fonte di sostentamento. Il modello più attendibile descrive un aumento nella dimensione dei territori governati tale da rendere insufficiente il flusso di ricchezze generate da ulteriori campagne militari, insufficienti ad alimentare l’apparato burocratico necessario a tenere unito l’Impero.

Dopo il crollo, ad emergere fu un’IdeoCultura di stampo religioso, basata sul cristianesimo. Il motivo di questa transizione è stato già evidenziato [10]: alcune IdeoCulture prosperano in periodi di abbondanza, altre sono più vantaggiose in epoche di scarsità. Una IdeoCultura competitiva distrugge risorse ad un ritmo maggiore rispetto ad altre più orientate alla cooperazione.

L’IdeoCultura cristiana, nel corso del Medioevo, fu in grado di contribuire al benessere diffuso (percepito) più delle culture militari. È interessante osservare una specularità: nel periodo di egemonia dell’IdeoCultura militare romana, le espressioni religiose risultavano molte e disperse (politeismo); nel Medioevo ad egemonia cristiana si assiste ad una polverizzazione delle IdeoCulture militari, con la frammentazione in regni, stati e staterelli estremamente conflittuali l’uno con l’altro, nonostante fossero animati da un’unica fede e governati da regnanti per ‘diritto divino’, consacrati con identici riti religiosi.

Nel corso della transizione all’età moderna, una temporanea rinascita dell’IdeoCultura militare discese dal perfezionamento delle tecniche di navigazione, dando vita all’epoca delle esplorazioni marittime e all’emergere degli imperi coloniali. La possibilità di imporre la propria legge con armamenti moderni su territori e popolazioni lontane e ‘selvagge’, facendo confluire nel Vecchio Mondo spezie, derrate alimentari, metalli e pietre preziose, segnò l’inizio del declino dell’egemonia religiosa e, letteralmente, ‘gonfiò le vele’ di un’emergente IdeoCultura imprenditoriale/mercantile.

Con la rivoluzione industriale e la messa a regime di fonti energetiche fossili (prima carbone, poi petrolio) per la produzione di cibi e manufatti, l’IdeoCultura imprenditoriale/mercantile metabolizzò lo sviluppo tecnologico, dando vita ad un’IdeoCultura produttivo/mercantile che si dimostrò in breve tempo capace di stravolgere il paradigma economico, generando ricchezza diffusa e conquistando l’appoggio quasi incondizionato dell’opinione pubblica, fino a conquistare l’egemonia culturale delle età moderna e contemporanea.

11 – Equilibri

Come abbiamo visto fin qui, differenti IdeoCulture coesistono nei consessi sociali allargati e, con equilibri diversi, nei singoli individui. Ciò dipende dal fatto che le diverse IdeoCulture intercettano più ambiti dei bisogni fisici ed emozionali di ognuno di noi. Bisogni che variano da individuo ad individuo, da gruppo sociale a gruppo sociale, offrendo margini di ‘presa’ maggiore o minore ai benefici generati da ogni singola IdeoCultura.

Le emozioni ‘muovono’ intenti e volontà, individuali e collettive, risultando quindi il reale ‘motore sociale’ capace di trasformare (o di stabilizzare) lo status-quo. Le potenzialità egemoniche di un’IdeoCultura dipendono, oltre che dalla sua capacità di attrarre ricchezza per la parte di corpus sociale che vi si riconosca, dall’efficacia nell’attivare risposte emozionali.

L’entità del coinvolgimento emotivo sviluppato da un’IdeoCultura ha dirette conseguenze sulla sua efficacia nel soddisfare esigenze ed aspirazioni irrazionali. Maggiore il portato emozionale, più rapida l’accettazione della IdeoCultura fra i singoli individui, più ampia la sua diffusione, più prolungata la sua durata nel tempo.

L’attivazione di risposte emozionali, che non di rado si declina in vera e propria manipolazione delle emozioni, è un elemento chiave di qualunque forma di comunicazione, dal linguaggio del corpo, passando per le conversazioni interpersonali, su su fino ai mass-media. Dall’efficacia nell’attivare echi nella sfera emozionale discende, in via diretta, l’efficacia della comunicazione stessa, ovvero l’attenzione con la quale l’idea veicolata viene recepita ed acquisita, oltre alla potenzialità di propagarsi ulteriormente.

Nella prospettiva delle domande emozionali, le IdeoCulture dominano ambiti diversi. Una funzione ‘organizzativa’ (amministrativa) soddisfa le esigenze di forma e coesione della collettività. Una funzione ‘difensiva’ (militare) rassicura sulla gestione dell’aggressività tra il gruppo sociale e le realtà percepite come estranee ed ostili. Una funzione ‘confortativa’ (religione) allevia forme di sofferenza psichica. Una funzione ‘redistributiva’ (mercantile) intercetta i bisogni di possesso e di affermazione individuale e collettiva.

Lo spettro delle emozioni umane è tuttavia limitato, come le risorse economiche ed umane disponibili. Questo fa sì che le IdeoCulture, nella competizione per l’egemonia sulle società, finiscano col cercare di estendere il ventaglio di ambiti emozionali da esse gestito. Così l’ambito religioso può invadere quello mercantile (vedi la vendita di ‘indulgenze’), l’ambito militare quello religioso (“Dio lo vuole” come giustificazione per muover guerra), l’ambito commerciale quello militare (sviluppo di comparti produttivi specifici per le finalità belliche).

In un’IdeoCultura ad egemonia militare, come quella romana imperiale, la sfera religiosa era assoggettata alle finalità belliche: si praticavano sacrifici agli dei per favorire l’esito delle battaglie. Specularmente, in un’IdeoCultura ad egemonia religiosa come l’Islam (analogamente al cristianesimo nell’Europa medioevale), è il clero a manipolare l’ambito militare promuovendo ‘guerre sante’.

Nel mondo contemporaneo occidentale, ad egemonia mercantile, sono sempre più spesso i comparti industriali a forzare la mano alla sfera politica per promuovere guerre in paesi lontani, non tanto per arricchirsi dalla predazione di risorse, quanto per intercettare fette consistenti dei bilanci nazionali.

Un’ulteriore forma di invasione ed ingerenza dell’IdeoCultura produttivo/mercantile riguarda le festività religiose, che sono state progressivamente snaturate del contenuto emozionale e relazionale, diventando celebrazioni finalizzate primariamente ad un consumo gratuito e sregolato.

Se nel mondo occidentale i diversi paradigmi culturali appaiono maggiormente distinti, nel medio oriente una singola IdeoCultura religiosa egemone (l’Islam) ha finito con l’asservire tutti gli ambiti culturali concorrenti, inglobando e definendo le specifiche caratteristiche sociali, mercantili e militari delle collettività che in essa si identificano. Per contrasto, dove l’ambito religioso è stato fortemente represso, come nei paesi ex-comunisti, l’egemonia è stata successivamente conquistata da IdeoCulture militari (Cuba, Nord Corea) o amministrativo/produttive (Cina e Russia).

Un’IdeoCultura egemone non mirerà all’annientamento delle altre IdeoCulture, bensì al loro asservimento, ponendosi al vertice di una piramide collocata al di sopra delle altre IdeoCulture. Questa commistione crea le condizioni per cui un’IdeoCultura egemone possa essere sovvertita dall’imprevisto successo di un’altra ad essa asservita.

I meccanismi di manipolazione reciproca tra IdeoCulture, e gli equilibri che ne conseguono, possono dar conto della varietà di organizzazioni sociali osservabile nelle diverse aree geografiche mondiali.

12 – Frammentazione e moltiplicazione

Va segnalato un ulteriore processo evolutivo nella natura piramidale di un’IdeoCultura: quando questa cresce in dimensioni ed importanza, gruppi di suoi fautori tendono ad aggregarsi spontaneamente in società di interesse, gilde, corporazioni, caste, in una dinamica che induce l’evoluzione dell’IdeoCultura stessa da aggregato delle ambizioni di singoli individui ad aggregato delle aspettative di gruppi coesi di individui che ne incarnano le diverse sfumature.

Così l’IdeoCultura militare si differenzia in una varietà di corpi e discipline (esercito, aeronautica, marina); l’IdeoCultura mercantile è polverizzata in una moltitudine di settori e di marchi (brand) all’interno dei settori; ogni IdeoCultura religiosa è animata da un ventaglio di correnti filosofiche distinte (solo nel cristianesimo: benedettini, gesuiti, domenicani, francescani, etc).

Ogni singola sub-IdeoCultura partecipa alla propria IdeoCultura complessiva, pur continuando a competere, all’interno della stessa ‘piramide’, con le altre sub-IdeoCulture. Questo processo è parte dell’evoluzione piramidale delle IdeoCulture.

Ne discendono variazioni degli equilibri interni, sommovimenti, egemonie temporanee di un settore sugli altri, più raramente sbilanciamento degli equilibri complessivi. Tale sviluppo va considerato semplicemente come una ulteriore articolazione che si produce come adattamento, in risposta ad un aumento della complessità.

13 – Crisi

Il successo, quando non l’egemonia, di un’IdeoCultura discende dalla sua efficacia nella generazione di ricchezza e benessere a favore della collettività che in essa si identifica. Nei periodi di crisi, quando tale efficienza declina e le società perdono l’equilibrio precedentemente conquistato, può verificarsi l’abbandono collettivo di un’IdeoCultura in favore di un impianto ideologico alternativo.

Esempi di questo processo sono il già menzionato crollo dell’Impero Romano (da egemonia militare a religiosa), la fine del Medioevo (da egemonia religiosa a produttivo/mercantile), le rivoluzioni borghesi e comuniste (da egemonia militare a produttivo/mercantile), l’avvento di fascismo e nazismo all’inizio del XX secolo (da egemonia produttivo/mercantile a militare), il dopoguerra e il boom economico (da egemonia militare di nuovo a produttivo/mercantile).

In assenza di una ‘crisi delle risorse’, l’egemonia di un’IdeoCultura risulta relativamente inscalfibile da azioni e volontà di individui e gruppi esterni ad essa. La scala temporale sulla quale si estende l’ambito operativo di un’IdeoCultura è molto maggiore dell’arco utile di una singola vita umana, di conseguenza un’IdeoCultura ‘in salute’ deve solo attendere che la temporanea turbativa finisca col rientrare.

Volontà ed azioni mirate di singoli o gruppi possono tuttavia avere un ruolo importante nella fase di transizione tra l’egemonia di un’IdeoCultura e l’avvento della successiva. Il celeberrimo detto ‘panem et circenses’ degli antichi romani illustra in estrema sintesi le regole per mantenere in salute un’IdeoCultura dominante: provvedere ai bisogni della collettività che in essa si riconosce, garantendosi la continuità d’azione.

In questo quadro, l’avvento di regimi dittatoriali in Italia e Germania all’inizio del XX secolo rappresenta un esempio eclatante di cosa può avvenire quando i flussi di ricchezza calano o si interrompono. L’Europa dell’epoca era un calderone di IdeoCulture militari profondamente radicate, indebolite da decenni di conflitti improduttivi ed economicamente devastanti.

Al loro fianco, l’IdeoCultura produttivo/mercantile appare in ascesa, ma gli effetti sull’Europa della Grande Depressione esplosa oltreoceano, col suo portato di povertà diffusa, causano un calo di fiducia collettivo, creando le condizioni per il riemergere di IdeoCulture suprematiste ed aggressive, fondate sulle prospettive di arricchimento mediante predazione (la retorica coloniale dell’Italia fascista, successivamente copiata dal nazismo).

Le IdeoCulture produttivo/mercantili italiana e tedesca favorirono l’ascesa delle ideologie militariste per riavviare i propri processi produttivi ed ottenere un rilancio della produzione industriale, ma finirono travolte dalla potenza comunicativa resa disponibile ai regimi militari dagli sviluppi culturali e tecnologici, quindi trascinate in conflitti catastrofici e semi-annientate dalle conseguenze della sconfitta.

A risollevarle, dopo il conflitto, intervenne il loro contraltare d’oltreoceano, l’IdeoCultura produttivo/mercantile statunitense, egemone rispetto alla propria IdeoCultura militare grazie ad un efficace controllo sociale, esercitato attraverso le ‘istituzioni democratiche’ e la ‘libera stampa’, ed interessata ad estendersi ad un potenziale mercato culturalmente affine ed a consolidare una posizione egemonica sul vecchio continente e sul mondo intero.

14 – Controllo sociale

Ho scelto di inserire ‘istituzioni democratiche’ e ‘libera stampa’ tra virgolette per sancire il loro status di Bias Culturali, effetto della manipolazione indotta dall’IdeoCultura produttivo/mercantile. Su questo tema è già stata prodotta una specifica analisi, a cui vi rimando [11].

Generalizzando, in ogni periodo storico l’IdeoCultura egemone sfrutta la sua posizione di vantaggio convertendo parte del surplus di ricchezza generato in strumenti e modalità comunicativi finalizzati al consolidamento della propria supremazia. Ciò avviene attraverso la propagazione dei già introdotti ‘Bias Culturali’: descrizioni della realtà opportunamente plasmate in base alle esigenze dell’IdeoCultura egemone.

In questo modo la sfera emotiva, attraverso l’elaborazione di un’IdeoCultura, ottiene di invadere la sfera cognitiva, generando e diffondendo percezioni distorte della realtà, finalizzate a limitare i margini d’azione di singoli individui e gruppi a quei comportamenti maggiormente vantaggiosi per l’IdeoCultura stessa. Un processo del tutto analogo a quello che genera l’emersione di bias cognitivi nei singoli individui [12].

Nello specifico, la supremazia etico/morale delle forme di governo democratico è in larga parte un Bias Culturale prodotto e diffuso dall’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone, che dispone di risorse e flussi di capitale capaci di condizionare le decisioni politiche bypassando e circuendo la volontà popolare. Simmetricamente le IdeoCulture militari veicolano l’idea di supremazia etico/morale delle forme di governo autoritario.

Entrambe appaiono come forme di auto-legittimazione operate da IdeoCulture egemoni. Discorso analogo vale per la ‘libertà di stampa’, e più in generale dei canali comunicativi, strumenti che nella società attuale sono alimentati da risorse economiche che non discendono tanto dalla qualità e veridicità dei contenuti quanto dall’indotto generato dagli inserimenti pubblicitari.

Il ritorno economico di un’impresa mediatica è direttamente proporzionale alla sua capacità di venire incontro agli interessi della committenza, riflettendone e veicolandone i princìpi. In questo modo l’IdeoCultura produttivo/mercantile attualmente egemone gestisce l’ambito culturale del controllo sociale, indirizzando flussi economici ai partiti politici ed alimentando economicamente solo i canali mediatici disposti a veicolare i bias culturali ad essa favorevoli. Tutto ciò in una versione edulcorata ed artefatta dei processi democratici.

Gli esempi di Bias Culturali introdotti dalle IdeoCulture egemoni nel corso della storia sono innumerevoli, ne cito solo alcuni nei quali sono incappato in momenti diversi.

  • Il pregiudizio antropocentrico, che pone l’uomo al centro della ‘creazione’ [13];
  • l’idea di progresso, ovvero che il destino dell’umanità sia necessariamente proiettato in direzione di un inarrestabile miglioramento delle condizioni di vita e del benessere [14];
  • l’interpretazione, tipica del medioevo, delle malattie mentali in termini di possessioni demoniache e stregoneria, al fine di spaventare ed asservire le popolazioni superstiziose;
  • il pregiudizio scientista e l’affermazione del primato della scienza, ovvero la tesi che, se un processo è scientificamente realizzabile, esso diventa ipso-facto desiderabile, dato che le eventuali ricadute e conseguenze negative saranno successivamente corrette da un ulteriore processo/progresso generato dalla scienza stessa;
  • l’idea di una ‘crescita infinita’ dell’economia su cui si basa la teoria economica corrente, incompatibile con la finitezza delle risorse planetarie;
  • il primato dell’automobile negli spazi urbani e l’idea di ‘fluidificazione’ del traffico;
  • la minimizzazione dei danni derivanti dall’assunzione di sostanze psicotrope operata per mezzo della comunicazione commerciale;

In buona sostanza, ovunque si individui uno scostamento tra quanto collettivamente percepito come veritiero e la realtà fattuale, vediamo in azione l’effetto distorsivo di una IdeoCultura, operata per mezzo della propalazione di un Bias Culturale e finalizzata al controllo del consesso sociale.

15 – Auto-rinforzo

Le manipolazioni emotive e cognitive prodotte da un’IdeoCultura si sviluppano tipicamente sia all’esterno che all’interno della stessa. I migliori comunicatori commerciali sono in genere consumatori compulsivi. I migliori comunicatori politici sono in genere convinti assertori degli ‘ideali’ del proprio partito. Le IdeoCulture traggono alimento sia fisico che culturale da parte dei propri affiliati.

Questo meccanismo innesca un processo di rafforzamento dei Bias Culturali veicolati dall’IdeoCultura, che si consolidano ed irrigidiscono col passare del tempo al punto che, dopo un periodo sufficientemente lungo, nemmeno più i vertici sono esenti dal condividerli. Un’idea che inizialmente nasce come una forzatura può, col passare del tempo, diventare sentire comune.

Esempi di questo processo possiamo leggerli, ad esempio, nel resoconto di Rutilio Namaziano intitolato ‘De Reditu’. Namaziano attraversa le terre dell’Impero Romano all’epoca della sua decadenza, e non riesce a farsi una ragione del fatto che tutto stia andando in malora. È evidente quanto le sue aspettative fossero, all’epoca, dominate dalla narrazione della ‘grandezza imperiale’, un bias culturale collettivo che si era progressivamente scollato dalla realtà fattuale.

Altro esempio clamoroso è il paradigma della ‘crescita infinita’ dell’economia: un’idea derivata dall’estrapolazione delle tendenze proprie di un arco temporale limitato, in conflitto con la realtà oggettiva, che tuttavia continua ad informare e plasmare i processi economici e le decisioni politiche.

Un Bias Culturale generato dall’IdeoCultura produttivo/mercantile a proprio esclusivo beneficio, che ha finito col condizionare pesantemente la visione collettiva, rendendoci incapaci di percepire ed arginare la deriva distruttiva innescata dalla sinergia tra sviluppo tecnologico e crescita della popolazione mondiale.

In estrema sintesi tutto si riconduce al celebre aforisma: “è molto difficile comprendere un concetto, quando il tuo interesse immediato dipende dal fatto che tu non lo comprenda”. Come già detto, le IdeoCulture, come proiezione del sentire e delle volontà di intere collettività, tendono ad interagire con la realtà fattuale con notevole impatto, ma in maniere molto più semplici e rudimentali di quanto consentito ai singoli individui, ovvero con maggior inerzia e stolidità.

16 – Ricadute negative

Questa continua (potremmo dire inevitabile) competizione tra IdeoCulture produce un ventaglio di effetti negativi sui singoli individui, sfruttati e sacrificabili ai fini del mantenimento di rendite e posizioni egemoniche. Negatività che si ripercuotono sull’intero tessuto sociale.

Una collettività è sana quando composta di individui stabili ed equilibrati sul piano cognitivo ed emozionale. Al contrario, l’interesse immediato di un qualsiasi aggregato culturale (IdeoCulture o loro singole sottoculture) è quello di avvantaggiarsi, approfittando dell’altrui fragilità cognitiva ed emotiva. Più risorse un’IdeoCultura riesce ad acquisire, maggiore la sua capacità di condizionare e manipolare l’operato dei singoli e della stessa collettività

Oltretutto la manipolazione è basata sui grandi numeri e calibrata sulle capacità emotivo/cognitive medie della popolazione. Il risultato finale è un danneggiamento psichico, con conseguenze anche sul piano fisico, del segmento di popolazione emotivamente, cognitivamente o culturalmente più fragile. Vediamo alcuni esempi.

La comunicazione dell’IdeoCultura produttivo/mercantile agisce tipicamente sulle leve del desiderio, inducendoci a compensare una varietà di forme di sofferenza psichica per mezzo del possesso di oggetti, ed a far dipendere la nostra stessa auto-rappresentazione dal valore degli oggetti posseduti e dal loro consumo compulsivo.

Questo processo genera due ordini di problemi. Da un lato opera un collegamento tra la percezione di sé ed il valore degli oggetti posseduti, causando crolli psicologici quando il livello di ricchezza raggiunto viene improvvisamente perduto. Dall’altro opera una connessione tra benessere psichico e quantità di cibi assunti, spesso di infima qualità nutrizionale, col risultato di minare la salute di intere popolazioni nei paesi ricchi.

Più in generale, come già evidenziato, il trasferimento verticale dei flussi di ricchezza è alimentato da situazioni di dipendenza negli appartenenti alle classi produttive, che inducono larghe fette della popolazione a scambiare una fetta consistente di quanto guadagnato con i prodotti di quali dipendono i rispettivi equilibri emotivi. Dipendenze che possono essere alimentate per mezzo dei vettori culturali, come già discusso in passato [2].

La comunicazione dell’IdeoCultura religiosa si declina diversamente in base al culto professato. Nell’islam dominano i richiami all’obbedienza, al disprezzo per gli infedeli ed alla ricompensa nell’aldilà, portando al caso limite dell’induzione al suicidio/omicidio come strumento di aggressione nei confronti delle altre IdeoCulture.

Nel mondo protestante la ricchezza materiale viene interpretata in termini di benevolenza da parte della divinità, col risultato di legittimare, a posteriori, qualunque modalità di acquisizione di tale ricchezza. In buona sostanza, chi si arricchisca ai danni della collettività e/o dell’ambiente, per il semplice fatto di aver conseguito un vantaggio economico ha titolo per ritenere di aver fatto “la volontà di Dio”, ed esserne stato compensato per aver ben operato.

La religione cattolica è più fondata su ideali di cooperazione, generosità e benessere collettivo, tuttavia discrimina tra le forme di desiderio in buone e cattive. Nello specifico, all’ambito delle pulsioni ‘cattive’ attengono quelle legate alla sfera sessuale, con l’imposizione del celibato sacerdotale, e l’esaltazione di modelli di comportamento virtuoso di natura ascetica, legati ad astinenza, solitudine e privazioni.

La competizione tra IdeoCulture emerge, nella sua forma più evidente, nel dibattito politico. L’IdeoCultura amministrativa, con l’avvento delle democrazie, si è evoluta in un ventaglio di partiti politici in aperta competizione gli uni con le altri per la gestione di posizioni di potere. Non potendo produrre ricchezza in proprio, ogni partito politico si è quindi fatto veicolo di una o più IdeoCulture, diventandone strumento di comunicazione e mediatore dei processi amministrativi.

La competizione nella sfera politica sollecita, sul piano emozionale, principalmente paura, rabbia e disgusto, creando distinzioni spesso arbitrarie tra individui e gruppi sociali ed instillando diffidenza e odio nei confronti di quelli che vengono descritti come antagonisti. Questa sollecitazione di leve emotive, esercitata per alimentare le convinzioni alla base dell’IdeoCultura, ottiene di sobillare reazioni violente ed antisociali negli individui maggiormente predisposti a tali comportamenti.

La continua, martellante, stimolazione emotiva derivante dalla competizione tra IdeoCulture induce lo sviluppo di specifiche forme di dipendenza culturale, che da un lato accrescono l’efficacia della comunicazione stessa, dall’altro danneggiano la stabilità mentale dei soggetti coinvolti, generando forme psicotiche.

La netta distinzione tra i bisogni dei singoli individui e quello delle IdeoCulture da essi abbracciate si evidenzia nel conflitto tra gli interessi dell’entità che agisce la comunicazione e quelli della collettività da tale comunicazione bersagliata. Collettività composte da individui con specifiche modalità di risposta emotiva, variamente capaci di resistere agli stimoli indotti dalla comunicazione culturale, considerando che una modalità comunicativa calibrata sulla media della popolazione potrà causare effetti catastrofici ai suoi elementi più sensibili.

L’interesse della comunicazione commerciale è trasformarci in una massa di consumatori acritici, disposti a sacrificare tempo, lavoro ed energie in cambio di oggetti di cui abbiamo, concretamente, poca o nessuna necessità, fino a renderci macchine biologiche asservite alla generazione di ricchezza, il cui trasferimento verticale fornirà all’IdeoCultura produttivo/mercantile le risorse necessarie ad attivare sempre nuovi strumenti comunicativi in grado di assoggettarci ulteriormente.

Un ennesimo esempio riguarda il mercato delle armi negli Stati Uniti. Essendo la libertà di portare armi fissata in una costituzione redatta oltre due secoli addietro, l’IdeoCultura produttivo/mercantile legata a tale comparto ha finito col prosperare e crescere di peso ed influenza (qualcosa di analogo, su scala molto inferiore, è accaduto in Italia limitatamente alle armi da caccia).

La facilità di disporre di armi da fuoco ha finito col produrre un’escalation criminale, con un aumento drammatico della popolazione carceraria. La risposta dell’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone è stata di trasformare il sistema carcerario da strumento rieducativo finalizzato al reinserimento sociale in ennesimo ingranaggio del sistema produttivo, privatizzando la gestione carceraria e trasformando gli istituti di pena in fabbriche con manodopera a basso costo [15].

17 – Sovrappopolazione

Il tema della sovrappopolazione trova piena giustificazione in una prospettiva sociale dominata da IdeoCulture in competizione. Le IdeoCulture, che esistono in quanto strumenti per l’arricchimento di gruppi sociali, prosperano espandendo la base degli adepti, e non possono far altro che spingere perché quest’ultima si espanda indefinitamente.

Le IdeoCulture militari che diedero vita agli imperi dell’antichità avevano necessità di popolazioni numerose per dar vita ad eserciti più forti. Le IdeoCulture religiose di origine biblica incorporano uno specifico comandamento divino che impone il ’crescete e moltiplicatevi’. Le IdeoCulture produttivo/mercantili necessitano di forza lavoro (possibilmente a basso costo) per alimentare la produzione di ricchezza.

Anche in questo caso la forbice tra consapevolezza dei singoli individui e volontà delle IdeoCulture in cui gli stessi si identificano appare drammatica. Se a livello individuale siamo in grado di concepire l’idea di una progressiva de-popolazione del pianeta, nessuna IdeoCultura avrà interesse a metterla in atto, perché contraria ai propri interessi.

18 – Prospettive

Le prospettive future, analizzate in questa nuova chiave di lettura, non differiscono di molto da quelle ragionate in precedenza. L’IdeoCultura egemone, nel mondo contemporaneo, è quella produttivo/mercantile. Il suo successo discende dall’attuale capacità tecnologica di generare ricchezza a partire da riserve di energia fossile. Nel momento in cui questa capacità dovesse declinare in maniera significativa, l’egemonia produttivo/mercantile entrerebbe in crisi, ed altre IdeoCulture potrebbero mirare a soppiantarla.

Nella più ottimistica delle ipotesi, l’IdeoCultura produttivo/mercantile potrebbe trovarsi a gestire una fase di decrescita, guidando la società a stabilizzarsi su un livello di popolazione e consumi inferiore, compatibile con la sostenibilità ambientale, senza trascinarla in guerre fratricide. È una prospettiva desiderabile ma che, dati i meccanismi di funzionamento delle IdeoCulture, non credo potrà avverarsi.

Con molta probabilità il momento di crisi sarà sfruttato da un’IdeoCultura aggressiva, e la miglior candidata appare, dal mio punto di vista, quella militare, avvantaggiata da una popolazione momentaneamente abbondante e da una potenziale grande quantità di ricchezze interne da controllare, ed esterne da predare. Lo scenario sarebbe del tutto analogo a quello che precedette l’avvento dei fascismi nella prima metà del secolo scorso.

In alternativa, la situazione potrebbe rovinare nel caos e nell’anarchia ancor prima che un’IdeoCultura militare egemone sia in grado di emergere dalle ceneri della crisi produttiva, degenerando in un ‘tutti contro tutti’ e nel collasso della convivenza civile.

Va infatti tenuto presente che le IdeoCulture non sono entità né autoconsapevoli, né particolarmente brillanti. Tutti i picchi di intelligenza individuale vengono livellati dall’interazione collettiva, lasciando emergere solo gli appetiti di base più semplici e grossolani. Il modello comportamentale di una IdeoCultura è analogo a quello del topo con gli elettrodi nel cervello dell’esperimento di Olds e Milner [16], che continua incessantemente a premere il bottone dell’auto-gratificazione, fino a morire di fame.

O, per altri versi, allo scorpione della favola [17], che punge ed uccide la rana a metà del fiume, finendo col morire anch’egli, e alla domanda del perché abbia commesso un simile gesto riesce a rispondere soltanto: “sono fatto così”.

Ecco, anche le IdeoCulture ‘sono fatte così’, possono competere, possono adattarsi, ma la loro natura non le rende capaci di ragionare in maniera complessa, di agire in una prospettiva futura. Fanno quello che gli viene da fare nell’immediato, essendo agite da individui con un arco vitale limitato che ragionano, oltretutto, sulla base di Bias Culturali fallaci, dalle stesse IdeoCulture generati e diffusi.

Illustrazione da Wikipedia by Kurzon

[1] – Di ideologie, utopie ed altri costrutti
[2] – Economia, domesticazione e dipendenze
[3] – Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie
[4] – Darwin, la selezione e la solidarietà
[5] – Domesticazione umana
[6] – Diritto Romano
[7] – Sati
[8] – Inquisizione
[9] – Pubblicità indiretta
[10] – Medioevo e decrescita
[11] – Capitalismo vs Democrazia
[12] – Bias Cognitivi
[13] – Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico
[14] – L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo
[15] – Sistema carcerario USA
[16] – Esperimento di Olds e Milner
[17] – Favola della rana e dello scorpione