Competizione, cooperazione e inganno (premessa)

Anni fa mi imbattei , per quanto impropriamente (in un romanzo di fantascienza, “Terra”, di David Brin [1], di cui ho già trattato in passato [2]), nel modello del dualismo tra cooperazione e competizione, due modalità comportamentali contrapposte in grado di plasmare i processi evolutivi. Una descrizione delle dinamiche relazionali che trovai molto semplice ed elegante.

In estrema sintesi, gli esseri capaci di comportamenti sociali tendono a riunirsi in gruppi, al cui interno si sviluppano due dinamiche contrapposte: cooperazione e competizione. Gli individui tendono a cooperare con gli altri per soddisfare le proprie necessità (cibo, sicurezza, difesa dei cuccioli, ecc…), e contemporaneamente a competere per ottenere il massimo di quanto realizzato/raccolto.

L’equilibrio tra queste due pulsioni contrapposte garantisce l’efficacia del gruppo nella sua dimensione sovra-individuale. Un eccesso di competizione tra i membri danneggia la coesione e la capacità di agire in maniera concertata, un eccesso di cooperazione indebolisce fisicamente i singoli individui, ed in prospettiva l’intera comunità. Il dualismo cooperazione/competizione rappresenta modello semplice ed elegante, in grado di descrivere correttamente un ampio ventaglio di situazioni.

Purtroppo, per citare Henry Louis Mencken: “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, verosimile e sbagliata” [3]. Ci ho messo parecchio a stabilire che, a differenza di quanto accade nella quasi totalità del regno animale, nelle azioni umane è presente un terzo comportamento, intermedio tra i due indicati, che etichetterò semplicemente come ‘inganno’. È davvero sorprendente constatare che il semplice a metterlo a fuoco mi abbia richiesto così tanto tempo.

Uno dei motivi capaci di offuscare il giudizio è lo stigma sociale normalmente riservato ai comportamenti ingannevoli, che vengono culturalmente letti come modalità relazionali improprie, devianti ed asociali. Nondimeno l’inganno è praticato presso ogni cultura, in varie forme e modalità, ed è altrettanto universalmente diffuso, al punto da essere coinvolto in una fetta importante dei reati codificati.

Il punto, qui, non è accettare o meno la presenza di comportamenti ingannevoli, che sarebbe un po’ la scoperta dell’acqua calda, quanto metterli a sistema in un quadro interpretativo allargato, non più limitato alle modalità di cooperazione e competizione classicamente osservabili nel regno animale, dove le forme di inganno (mimetismo difensivo e di predazione) sono semplicemente effetto dei processi di selezione naturale, non già risultanti da una volontà esplicita.

Non l’inganno occasionale, furtivo, opportunistico, ma l’inganno come motore sistemico di molte delle dinamiche che normalmente osserviamo svolgersi davanti ai nostri occhi. L’inganno come strumento di manipolazione collettiva operata dalle IdeoCulture nella competizione per l’egemonia precedentemente descritta [4].

L’analisi si preannuncia fin da ora lunga e complessa, e non so prevedere di preciso dove andrà a parare. Ridefinire un modello interpretativo, organizzato su due soli fattori relativamente semplici e lineari (cooperazione e competizione), in modo da includere una terza modalità comportamentale (l’inganno) capace di rendere sfumati e indefiniti i contorni delle azioni osservate, potrebbe rappresentare una sfida intellettuale superiore alle mie capacità.

(continua)


[1] – Terra (romanzo di David Brin)

[2] – Libertà

[3] – Henry Louis Mencken

[4] – L’ascesa delle IdeoCulture

Aggressività dislocata

Sto seguendo ormai da un po’, compatibilmente con le disponibilità di tempo ed attenzione, le lezioni del corso di di biologia del comportamento umano tenute dal prof. Robert Sapolsky alla Stanford University nel 2011 [1]. Un ciclo dalla mole significativa (25 lezioni, in media di un’ora e mezza l’una), che affronta un ampio ventaglio di aspetti controversi del comportamento umano, tracciandone la verosimile derivazione da soggiacenti dinamiche di natura genetica, neurologica, biochimica, evolutiva ed ambientale.

Nonostante la difficoltà nel seguire una trattazione in lingua inglese, non di rado estremamente tecnica (fondamentale la disponibilità di traduzione automatica dei sottotitoli in italiano), ho iniziato a trovare risposte quantomeno plausibili a diverse domande che mi assillavano da tempo.

Immagine da Wikimedia Commons

Nella 19^ lezione, la terza sull’aggressività (minuto 50:40 [2]), viene descritto il meccanismo di ‘aggressività dislocata’. In sostanza, quando siamo infuriati o frustrati per situazioni che non siamo in grado di gestire o contrastare, sfoghiamo la nostra rabbia su quello che abbiamo a tiro in prossimità. Tipicamente sulle persone che ci vivono accanto.

…abbiamo poi (…) una visione molto, molto diversa (…) costruita attorno all’idea che l’aggressività sia in definitiva tutta una questione di frustrazione (…), dolore, stress, paura, ansia. Un punto di vista fortemente spinto dai ricercatori russi nel periodo dell’Unione Sovietica. Una visione molto marxista perché, essenzialmente, ciò che si conclude alla fine è questo tema, che continuo a sollevare ogni volta, che l’amigdala ha qualcosa a che fare sia con l’aggressività che con la paura. Che in un mondo in cui nessun neurone amigdaloide ha bisogno di avere un potenziale d’azione per paura, non ci sarà aggressività. Questa è la versione estrema del modello di dislocamento della frustrazione (…) Quando i livelli di disoccupazione salgono, anche i livelli di abuso coniugale aumentano, e ugualmente aumentano i livelli di abuso sui minori. Quando l’economia va male avviene la stessa identica cosa. Negli animali da laboratorio: procura uno shock ad un topo e otterrai che morderà l’animale che ha accanto. Tutte queste sono forme di aggressività dislocata. In una tribù di babbuini, ad esempio, quasi il 50% delle aggressioni sono dovute ad aggressività dislocata, ed avvengono dopo che un individuo ha perso un combattimento o l’accesso a una risorsa. Questo meccanismo è in grado di spiegare due aspetti davvero deprimenti sulle società diseguali. Il primo è che più sei povero, più è probabile che tu sia violento, più è probabile che tu commetta atti criminali. E quando l’economia va male il problema si aggrava. Tutto diventa più distorto. L’altro aspetto tragicamente ironico di questo processo è che quando la criminalità sale negli strati socioeconomici più bassi, gli atti criminali sono rivolti in modo schiacciante verso gli altri poveri. Quando il crimine aumenta durante i periodi di frustrazione e maltrattamento delle classi socioeconomiche inferiori, non assume la forma in cui, improvvisamente, tutti decidano di scalare il muro fino al palazzo lì accanto e distruggere alcuni dei vasi Ming. Invece si tende ad aggredire le persone che sono vittime proprio accanto a noi. Durante i periodi di recessione economica, i tassi di criminalità nei quartieri più poveri salgono, ed è quasi sempre violenza rivolta agli abitanti del vicinato.

Mi è stato relativamente immediato collegare questa modalità comportamentale con quanto già esposto in una precedente lezione [3], sempre in relazione all’aggressività, dove veniva illustrato un esperimento effettuato su cinque macachi.

Prendi cinque macachi maschi (questo è stato uno studio classico). Mettili insieme e formeranno una gerarchia di dominanza. Il numero uno picchia da due a cinque, il numero due da tre a cinque, e così via. Prendi il numero tre e pompalo con il testosterone. Pompalo con quantità folli di testosterone. Quello che vedrai è che sarà coinvolto in un maggior numero di combattimenti. Significa che il numero tre ora sta minacciando il numero due e il numero uno? Assolutamente no, quello che sta succedendo è che il numero tre diventa un incubo per i numeri quattro e cinque. Il testosterone sta cambiando la struttura dell’aggressività in questo gruppo? No, sta esagerando la struttura sociale preesistente.

Lo studio evidenzia quindi una propensione a scaricare l’aggressività sui soggetti più deboli. Un simile comportamento ha, molto verosimilmente, radici nei processi evolutivi. La selezione naturale premia gli individui propensi a scaricare l’aggressività sui più deboli, mentre danneggia quelli che tenderebbero ad attaccare avversari più forti di loro, che avranno elevate probabilità di fare precocemente una brutta fine.

Emergerebbe perciò una propensione biologica a prendersela coi più deboli, in comune con tutto il resto del regno animale. Benissimo, anzi, malissimo. L’esistenza stessa di automatismi psichici di questa natura contrasta con buona parte delle architetture morali ed etiche sviluppate nei millenni dal pensiero umano. Nondimeno, in quanto evidenze scientifiche, occorre tenerne conto.

Prima di proseguire oltre devo chiarire un punto: prendere atto di una fenomenologia comportamentale non presuppone alcun tipo di approvazione morale, di accettazione o di giustificazione della stessa. Attiene alla nostra condizione di individui consapevoli, ed al nostro senso di giustizia, cercare e trovare soluzioni ed equilibri migliori.

E tuttavia occorre prendere atto di meccanismi psicologici che in natura esistono, che interessano la gran parte delle specie viventi capaci di comportamenti relazionali e sociali complessi, e che non possono essere semplicemente ignorati, né pretendere che bastino educazione e modellazione sociale delle abitudini a farli sparire.

L’aggressività dislocata, nello specifico, può dar conto dei maltrattamenti che avvengono all’interno della sfera familiare. In una cultura dominata dalla competizione economica è facile che l’ambito lavorativo produca un accumulo di frustrazioni che finiscono con lo scaricarsi al di fuori di esso. E nella società moderna gli individui trascorrono la maggior parte del proprio tempo in due ambiti relazionali ben distinti: l’ambito lavorativo e quello domestico.

Lo stress e le frustrazioni accumulate nell’ambito lavorativo, dal quale dipendono la retribuzione e il sostentamento, possono scaricarsi in parte sui colleghi, in particolare i sottoposti, ma finiscono più facilmente a proiettarsi nell’ambito familiare, dov’è azzerato il rischio di perdita dell’impiego e della retribuzione relativa.

Aggressività che assume forme e modalità diverse, fisiche e/o psicologiche, a seconda delle modalità individuali di gestione delle dinamiche relazionali. Individui anatomicamente più forti tenderanno ad esercitare di preferenza modalità aggressive di tipo fisico, mentre individui fragili, se intellettivamente dotati, tenderanno più facilmente ad esercitare forme di aggressività di natura psicologica.

È facile, già da queste semplici considerazioni, individuare uno schema di massima delle dinamiche distruttive che possono emergere nell’ambito familiare a causa dell’accumulo di insoddisfazioni e frustrazioni. Potremo altresì aspettarci che l’incremento di stress ed incertezze indotti nel corpo sociale dall’attuale pandemia finisca col tradursi in un aumento delle aggressioni e del bullismo, e verificare come sia esattamente quello che avviene [4].

In tutto ciò, il portato di alienazione individuale e collettiva prodotto dall’urbanistica moderna, che ha tradotto una disponibilità globale di risorse in forme di edilizia residenziale classicamente monofamiliari, ha ottenuto di esacerbare i meccanismi di ‘aggressività dislocata’, sequestrandoli in larga misura all’interno dei nuclei familiari.

Un quadro che appare ancor più catastrofico se consideriamo gli effetti a lungo termine prodotti da maltrattamenti e violenze domestiche. Diversi studi mostrano infatti come l’esposizione a forme di violenza, fisica e psicologica, tendano a fissarsi nei circuiti cerebrali, dando luogo ad alterazioni permanenti della personalità. Questo processo di alterazione delle risposte cerebrali [5] è, purtroppo, molto più evidente nelle fasi dello sviluppo, generando scompensi difficili da recuperare negli adulti fatti oggetto di maltrattamenti in età infantile.

Peggio ancora, esistono molteplici evidenze del fatto che queste alterazioni siano in grado di fissarsi nel DNA, attraverso processi epigenetici [6], e di propagarsi alle generazioni successive. Questo è il portato più tragico, perché il male che viene fatto ad un individuo, quando si traduce in esplosioni di violenza all’interno della famiglia, finisce col fissarsi sui suoi stessi figli, moltiplicandone gli effetti distruttivi. Non solo si vive una condizione di sofferenza, calpestati dal contesto sociale, ma nello sfogare la rabbia accumulata sui propri familiari si danneggia la propria stessa discendenza e le generazioni a venire.

Altro ambito in cui possiamo leggere processi di ‘aggressività dislocata’ è quello legato alla sicurezza stradale. È un tema che mi tocca nel vivo come ciclista urbano. Dal mio personale osservatorio registro un diffuso disprezzo, da parte degli automobilisti, per le prescrizioni di sicurezza: limiti di velocità, distanze, spazi di frenata, e una generale assenza di rispetto per gli altri utenti della strada, pedoni e ciclisti in testa.

Numerosi conducenti di autoveicoli appaiono frustrati ed aggressivi, per problemi personali, sociali o per le dinamiche conflittuali proprie della mobilità veicolare. Il loro essere ‘inscatolati’ li rende incapaci di scaricare tale aggressività su qualcuno/a in prossimità, di conseguenza finiscono con l’individuare come ‘valvola di sfogo’ gli altri utenti della strada (ciclisti, pedoni, anziani), percepiti come ‘fisicamente e gerarchicamente inferiori’ (quindi non pericolosi) e con lo scaricare su di essi la propria rabbia repressa.

La recente pandemia ha ulteriormente contribuito ad esasperare gli animi, ed il portato di questa frustrazione diffusa si è tradotto, fra le altre cose, in un aumento (largamente percepito) dell’aggressività sulle strade. Un metodo alternativo è stato il ricorso all’uso di alcol e droghe, il cui utilizzo è pure in crescita [7]. Va da sé che le sostanze psicotrope determinano un abbassamento della soglia di autocontrollo, col risultato che le esplosioni di violenza, quando accadono, ne risultano amplificate.

Dalla lezione di Sapolsky emerge poi un rimando inquietante ai rapporti tra le diverse classi economiche in cui tende a suddividersi qualunque società umana. Se andiamo a proiettare le dinamiche relazionali proprie dei piccoli aggregati su una scala più vasta, osserviamo come i meccanismi della ‘aggressività dislocata’ possono essere sfruttati in chiave di controllo sociale.

Stabilito che la violenza cieca si scarica in prevalenza sugli individui in prossimità, per evitare che raggiunga i soggetti effettivamente responsabili delle condizioni di frustrazione diffusa (quelle che chiameremo le élite economiche) un buon punto di partenza sarà realizzare una separazione fisica tra i luoghi di vita e lavoro di ricchi e poveri, ed è un processo che vediamo già in atto in diverse parti del mondo [8].

In termini di controllo sociale questo significa poter incrementare i fattori di stress su quelle che Sapolsky definisce ‘classi socioeconomiche inferiori’ senza rischiare reazioni indesiderate come forme aggregate di ribellione sociale. La polverizzazione, disgregazione ed il progressivo imborghesimento delle classi economiche meno agiate, la dispersione territoriale e l’isolamento indotto nei nuclei familiari dalla sostituzione dell’ambito relazionale con l’intrattenimento audiovisivo, hanno ottenuto di sequestrare le dinamiche violente in prevalenza all’interno di ambiti privati.

Altro classico esempio di utilizzo sociale dell’aggressività dislocata è il tifo da stadio, caratterizzato da forme di aggressività ritualizzata che esplodono, occasionalmente, in violenza brutale. Attacchi che si consumano in spazi e tempi circoscritti e svolgono una funzione di scaricamento della violenza accumulata in forme atte a non turbare l’ordine costituito, in quanto esercitati di norma tra opposte tifoserie, quindi tra individui degli stessi gruppi sociali (all’interno di un sistema culturale capace di alimentare un meccanismo economico dai bilanci milionari).

Le conclusioni di questa riflessione sono molto amare. Da un lato si evidenzia un meccanismo psicologico innato di scaricamento dell’aggressività e della violenza sui più deboli, che cozza con tutte le elaborazioni etiche e morali sviluppate dalla nostra specie, al punto da far ritenere che lo sviluppo dei costrutti culturali etico/morali sia un adattamento necessario a preservare gli individui più fragili dalla generale innata propensione alla violenza.

Dall’altro emerge la potenzialità per un utilizzo delle nozioni di psicologia comportamentale finalizzato alla stabilizzazione di un modello sociale, basato sullo sfruttamento delle classi economicamente e culturalmente più fragili, che pare tragicamente calzante con quanto ci è dato osservare nelle culture umane antiche e moderne.

Passando ad un ambito strettamente personale, l’approfondimento delle dinamiche legate a violenza ed aggressività confido mi rendano più consapevole riguardo ai processi che coinvolgono le mie stesse reazioni emotive, consentendomi in futuro un miglior autocontrollo nella gestione degli scatti d’ira. Non sarà molto, ma è già qualcosa.


[1] – Lecture Collection | Human Behavioral Biology

[2] – 19. Aggression III (minuto 50:40)

[3] – 18. Aggression II (minuto 1:33:57)

[4]Obesità, anoressia e aggressività in crescita con la pandemia (RAI News)

[5] – Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)

[6] – Epigenetica

[7] – Consumo di droghe

[8] – Gated communities

Amministratori in sella

L’associazione Salvaiciclisti-Roma ha deciso di organizzare una serie di seminari per i neoeletti amministratori romani, chiedendo a cicloattivisti con esperienze nella P.A. di tenere dei mini-webinar sulle problematiche dell’amministrare la città.

Il primo è toccato a me e lo trovate qui:


Il secondo è stato condotto da Paolo Bellino, con Marirosa Iannelli e Omar Di Felice:


Il terzo approfondisce il tema delle competenze municipali grazie a Valentina Caracciolo, attuale assessore alla mobilità per il II Municipio, con contributi di Sandro Calmanti e Alessandra Grasso.

Private Investigation

Il mio ultimo post [1] prende le mosse da una singola idea: considerare i gruppi umani come entità individuali, dotate di propria coscienza ed intenzioni. Da questa singola idea sono discese una valanga di interpretazioni, al punto che per metterle in fila è stato necessario confezionarle nella forma di un saggio di ottomilaseicento e passa parole, suddiviso in diciotto brevi capitoli tematici.

Bello, sì, interessante, potenzialmente disturbante… ma il risultato? Nessuno! Troppo lungo, troppo impegnativo. La maggior parte dei miei già pochi lettori non ha trovato il tempo di leggerlo, e probabilmente non lo troverà mai. Viviamo nell’epoca dell’informazione globale, e paradossalmente ne siamo talmente saturi che ci risulta difficoltoso affrontare un’idea che sia più articolata, più densa, più complessa di quanto ingurgitiamo quotidianamente.

Leggiamo, via social, molte più parole di quanto potessero fare i nostri padri e nonni, ma la qualità di queste letture è precipitata. Ora le informazioni sono ovunque, ci inseguono, ci incalzano ci affaticano. Dobbiamo stare sul pezzo, seguire l’ultima scoperta, l’ultima notizia, l’ultimo gossip. Non c’è tempo per riflettere, per contestualizzare le informazioni che riceviamo, per dar loro un senso, una forma. Tragedie dall’altro capo del pianeta richiedono la nostra attenzione.

And what have you got, at the end of the day? What have you got, to take away?” cantava Mark Knopfler in ‘Private investigation’. Cosa hai portato a casa, alla fine della giornata? Ho scalato una montagna concettuale, ma accanto a me non c’è nessuno. Non mi resta che tornar giù, col mio inutile successo in tasca, troppo lungo, complicato e difficile da spiegare.

Blinds at the windows and a pain behind the eyes…”


[1] L’ascesa delle IdeoCulture

L’ascesa delle IdeoCulture

Glossario
Lo sviluppo di questa riflessione ha richiesto l’introduzione di concetti specifici, in qualche caso assenti dalla cultura corrente. Anticipo queste definizioni come introduzione all’analisi.

  • Ideologia: costrutto culturale elaborato per coordinare un gruppo di individui e finalizzato al raggiungimento di una gratificazione fisiologica o psicologica
  • Ideale: condizione di massima soddisfazione conseguente alla piena realizzazione del modello relazionale teorizzato dall’ideologia
  • IdeoCultura: l’insieme dei comportamenti e delle azioni messi in atto da una collettività in conformità ad una ideologia condivisa
  • Sovra-individuo: l’entità rappresentata da un gruppo di persone che agiscano in maniera coerente e coordinata
  • Risorse: l’insieme degli individui e dei beni materiali sui quali una IdeoCultura è in grado di esercitare il controllo
  • Egemonia: condizione di massima affermazione di una IdeoCultura nel consesso sociale
  • Bisogni indotti: distorsioni emotive generate nella popolazione dall’operato comunicativo delle IdeoCulture
  • Bias culturali: distorsioni cognitive introdotte nel pensiero condiviso finalizzate alla normalizzazione ed all’accettazione sociale dei bisogni indotti
  • Controllo sociale: effetto risultante dall’operato delle IdeoCulture nel massimizzare il proprio potere e le conseguenti rendite

1 – Premessa

Nel corso degli ultimi tempi ho lavorato ad un impianto descrittivo complessivo dell’evoluzione delle società umane [1] [2] [3] Tale percorso mi ha portato ad individuare una tipologia di entità astratte, etichettate fin qui semplicemente come ‘costrutti culturali’, dalle cui interazioni reciproche discenderebbe tutta una serie di dinamiche sociali. Ora è tempo di dar forma e sostanza a questi ‘costrutti’, stabilendo che originano dai bisogni emotivi umani e si definiscono nell’interazione tra i gruppi umani e le ideologie da essi condivise.

La definizione cui sono pervenuto, con molta fatica, per gli enti agenti il processo, è quella di IdeoCulture. In sintesi, per IdeoCultura si intende l’azione collettiva esercitata da una popolazione, o parte di essa, risultante dell’adesione ad una specifica ideologia. Vedremo come le IdeoCulture agiscano sulla base di una propria individualità, con dinamiche strettamente affini a quelle proprie degli organismi viventi.

Utilizzeremo quindi gli strumenti del modello evolutivo darwiniano per indagare le relazioni di queste entità, il loro emergere, la competizione che viene a prodursi per le risorse generate nel consesso sociale, le modalità con cui le diverse IdeoCulture interagiscono in termini di cooperazione, competizione, relazioni simbiotiche, asservimento e propagazione, arrivando a motivare le caratteristiche salienti delle civiltà umane risultanti dall’azione combinata delle diverse IdeoCulture e dar conto dell’evoluzione storica delle stesse.

2 – Definizione

Il nostro agire individuale è modellato, in larga misura, dal contesto culturale in cui cresciamo e ci ritroviamo ad agire. Responsabili dell’organizzazione di tale contesto sono una varietà di culture collettivamente condivise, che definiscono quali comportamenti siano opportuni, ed in quanto tali premiati, e quali invece siano deprecabili, ed in quanto tali repressi.

Il ventaglio dei comportamenti accettabili, nelle diverse società, risulta estremamente vario. Il semplice termine ‘culture’, in questo contesto, non appare sufficientemente calzante. ‘Culture’ sono, nell’accezione comune, i bagagli di competenze che ci consentono di maneggiare la realtà: il cosiddetto ‘saper’ fare. In questo caso stiamo ragionando un particolare segmento culturale che si occupa di organizzare, motivare e gestire le collettività, e riguarda specificamente il ‘voler’ fare.

Mentre il ‘sapere’ riguarda l’ambito cognitivo, il ‘volere’ attiene alla sfera emotiva di individui e gruppi. ‘Saper’ coltivare un campo e ‘volerlo’ fare sono due ambiti distinti, lo stesso vale per le azioni collettive. La sfera emotiva è la componente che ci ‘muove’ ad agire, a cacciare, a lavorare, a difenderci, a nutrirci, a sopravvivere, a riprodurci.

L’oggetto di questa analisi sono quindi quelle culture che attengono alla sfera emotiva, passano per un’elaborazione cognitiva della gestione emozionale generando visioni idealizzate della realtà, le elaborano nella forma di ideologie, che si consolidano nella collettività definendo forme e modalità dell’agire collettivo.

Il termine che ho scelto per identificare queste realtà è IdeoCulture, ovvero ‘culture generate da ideologie’. Con tale termine procederò ad identificare i gruppi umani capaci di agire in maniera coordinata in base a bagagli culturali condivisi, i già detti ‘costrutti culturali’, che fungono da legante identitario, e movente ad agire, per intere collettività e sottogruppi delle stesse.

3 – Caratteristiche

L’IdeoCultura così definita rappresenta una summa delle azioni prodotte da motivazioni ed aspettative di una collettività. Quando un gruppo sociale decide di realizzare un manufatto, una strada, un edificio di culto, un monumento alla memoria, quello è il prodotto dell’IdeoCultura in esso incarnata. Allo stesso modo, quando una collettività assume un’usanza, una consuetudine, una tradizione, anche quella è il portato di un’IdeoCultura.

Se prendiamo un gruppo umano molto semplice, come potrebbe essere un villaggio del neolitico, osserviamo come la visione del mondo condivisa assegni ad ognuno un ruolo, compiti da portare a termine, operazioni da eseguire. Il funzionamento della comunità, la sua capacità di far fronte alle necessità quotidiane come alle avversità, dipende dalla somma dei saperi individuali (singole culture) e da un agire coordinato, mediato dall’IdeoCultura.

Le IdeoCulture più primitive sono relativamente semplici. L’elemento dominante è rappresentato dall’ottenimento del nutrimento necessario alla sopravvivenza, per mezzo di caccia, pesca, raccolta e, più recentemente, di tecniche agricole e di allevamento. Lo sviluppo di un linguaggio è condizione necessaria al coordinamento interpersonale. La definizione di una serie di regole di convivenza civile lo è altrettanto. L’elaborazione di comuni convinzioni e credenze, per dar conto di fenomeni naturali incomprensibili e/o ingestibili, aggiunge ulteriore collante sociale.

In quanto espressione di collettività, le IdeoCulture tendono a sopravvivere per archi temporali molto più lunghi di quelli dei singoli individui, ad evolversi in conseguenza delle trasformazioni che avvengono nella comunità e nell’ambiente circostante, a propagarsi, a diversificarsi e, nel processo di moltiplicazione dei soggetti coinvolti, a dar vita a sub-IdeoCulture che declinano in maniera nuova singoli elementi della IdeoCultura originaria, attraverso processi del tutto analoghi a quelli osservabili negli organismi viventi.

Il salto concettuale proposto in questa analisi consiste nel ragionare le IdeoCulture come entità autonome, parzialmente senzienti (come riflesso delle singole intelligenze che le animano), capaci di interagire con l’ambiente circostante manipolandolo (come riflesso delle azioni dei singoli individui) e di competere per le risorse e per il controllo delle stesse.

Ragionare i processi sociali in termini di interazione tra IdeoCulture, che agiscono coerentemente con la propria natura e le proprie necessità, autonomamente l’una dall’altra, semplifica la comprensione di processi che sarebbero altrimenti indecifrabili se ragionati in termini di interazioni collettive tra innumerevoli volontà individuali. Una collettività capace di esprimere un pensiero condiviso ed azioni coordinate genera un sovra-individuo dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quelle dei singoli partecipanti.

In primis tale essere non sarà auto-consapevole, perché ogni singolo partecipante percepirà se stesso, più che l’IdeoCultura, come soggetto agente. In seconda battuta la volontà del sovra-individuo risultante sarà rafforzata dal numero, ma livellata e priva delle sfumature che differenziano i singoli membri del collettivo.

Se una persona può cambiare opinione, o possedere una visione individuale che si discosti in varia misura dal pensiero collettivo, il sovra-individuo rappresentato dalla collettività tenderà a condividere solo le convinzioni più semplici e radicate, ad ostacolare la loro evoluzione in forme di pensiero più complesse, e ad agire in termini rudimentali.

Perché un’IdeoCultura diventi capace di pensieri ed intenzioni più mirate e strutturate è necessario uno sviluppo verticale, un’articolazione, in grado di selezionare gerarchie di individui portatori di versioni più approfondite e sofisticate dell’ideologia di base, maggiormente capaci di perseguirne gli obiettivi.

Nondimeno, buona parte delle visioni più evolute resterà patrimonio delle élite, mentre la grande massa degli individui alla base del sistema piramidale dell’IdeoCultura continuerà a condividere solo la versione più rudimentale e semplicistica dell’ideologia.

4 – Origini

Dal punto di vista evolutivo lo sviluppo di comportamenti sociali rappresenta un significativo vantaggio: un gruppo ben coordinato si comporta infatti come un sovra-organismo, con risorse e potenzialità superiori a quelle dei singoli individui. Il singolo individuo, se inserito in un branco, un gruppo, una banda, una tribù, ha capacità molto maggiori, in termini di procacciamento di nutrimento e di difesa rispetto a predatori ed eventi ostili, rispetto a quelle che avrebbe agendo individualmente.

Perché tale sovra-organismo possa funzionare è però necessario un coordinamento funzionale tra le singole individualità, che può avvenire solo attraverso una cultura collettivamente condivisa. Cultura che i singoli membri della collettività acquisiscono nel corso dello sviluppo, ed esercitano e tramandano durante la maturità. Tale cultura condivisa sopravvive per generazioni, trasferendosi ai discendenti, evolvendo e venendo progressivamente aggiornata ed integrata.

Questo discorso vale sia per le specie animali che per l’uomo, la cui enorme intelligenza ha ottenuto di tradurre l’evoluzione culturale in forme di enorme complessità. Parallelamente alle culture legate alla sfera cognitiva, connesse alla capacità di manipolare la realtà esterna, si sono evolute le IdeoCulture, legate alla sfera emozionale ed in grado di mediare i processi decisionali collettivi.

Le più antiche IdeoCulture ancora osservabili sul pianeta sono quelle legate alla sussistenza di popolazioni nomadi di cacciatori/raccoglitori in località solitamente molto isolate. In queste osserviamo quattro funzioni sociali fondamentali.

Funzione produttiva: procacciamento di cibo e fabbricazione di utensili
Funzione decisionale: guida della comunità
Funzione confortativa: intermediazione con il mondo immateriale
Funzione riproduttiva: natalità, crescita numerica e rafforzamento del gruppo

(sull’ultima funzione, sulla sua specificità, sulle asimmetrie sociali che ne discendono, sulla intera questione femminile attraverso i secoli, sarebbe necessario un approfondimento che purtroppo esula dalle finalità di questa trattazione)

La funzione produttiva consiste nell’applicazione di competenze nel cacciare e raccogliere. Cacciare, per una popolazione primitiva, è un’attività indispensabile. Cacciare in gruppo richiede lo sviluppo di un’IdeoCultura condivisa, che detti ruoli, priorità e gerarchie.

La funzione decisionale si rende necessaria perché, in gruppi di individui dotati di capacità cognitive comparabili, tipicamente finiscono con l’emergere orientamenti diversi sulle scelte da operare collettivamente.

Muovere una tribù di cacciatori/raccoglitori attraverso territori diversi nel corso dell’anno richiede decisioni estemporanee, che non possono basarsi unicamente sulle abitudini consolidate. La soluzione a questo dilemma è l’individuazione, fra tutti, dell’individuo (un capo, una guida) maggiormente capace di soppesare le diverse possibilità ed indicare la scelta migliore.

La funzione confortativa investe il conflitto tra l’ambito cognitivo e la sfera emotiva che si sviluppa in parallelo allo sviluppo intellettuale. La contrapposizione tra la volontà di vivere e la consapevolezza della morte genera un portato di sofferenza psichica ingestibile sul piano strettamente razionale, il cui sollievo richiede un approccio irrazionale. Questa necessità condusse i nostri antenati a sviluppare credenze legate ad ambiti immateriali, ultraterreni.

L’individuazione di figure divine, la cui benevolenza poteva essere acquisita mediante riti propiziatori e l’adesione ai dettati del culto, ottenne di soddisfare un ampio ventaglio di bisogni irrazionali, non ultimi quelli legati alle aspettative individuali di salute, successo e fertilità. Lo sviluppo di credenze religiose soddisfaceva anche finalità motivazionali: ad agire, a sopravvivere, ad operare per il benessere della collettività.

Nell’IdeoCultura di una micro-comunità isolata, come può essere una tribù, tutte queste diverse componenti coesistono. Col passaggio dal nomadismo alla stanzialità, e la conseguente crescita delle dimensioni e del benessere delle comunità, le IdeoCulture iniziano a specializzarsi e differenziarsi.

5 – Diversificazione

Quello che avviene con l’inurbazione e la nascita delle prime città-stato è il moltiplicarsi degli individui coinvolti nei diversi ruoli sociali. Se una tribù ha bisogno di un unico capo ed un unico sciamano, che partecipano entrambi alla funzione produttiva, in una collettività estesa sono necessari diversi capi, gerarchicamente strutturati, ed una moltitudine di responsabili del culto.

L’efficientamento dei processi produttivi svincola una percentuale significativa della popolazione dalle necessità di produrre cibo e manufatti, e consente ad una parte di essi di svolgere funzioni sociali specifiche. La commistione fra ruoli diversi declina, in favore di un’organizzazione sociale basata su ruoli ben distinti. Oltre a ciò, l’incremento di complessità della collettività obbliga lo sviluppo di ulteriori nuovi ruoli e funzioni sociali.

Una trasformazione importante riguarda l’evoluzione delle figure decisionali. Al singolo capotribù, responsabile dell’efficienza di caccia e raccolta, si sostituiscono una moltitudine di capomastri, responsabili del lavoro di squadre di operai specializzati. La funzione di comando si trasferisce al più specifico ambito dell’esercizio della violenza.

Lo schema funzionale di una comunità complessa integra le funzioni basilari con nuovi ruoli
funzione produttiva, assegnata ad operai specializzati
funzione decisionale, assegnata a responsabili delle squadre di operai
funzione confortativa, assegnata a figure sacerdotali
funzione organizzativa, assegnata a funzionari amministrativi, scribi, contabili
funzione ridistributiva, gestita dal ceto mercantile
funzione di ordine pubblico, delegata a corpi di polizia
funzione difensiva, con l’emergere di figure militari professionali
sviluppo del sapere, con la nascita di studenti e scuole
svago ed intrattenimento, con l’emergere delle professioni artistiche

Parallelamente all’evoluzione e diversificazione dei compiti, lo status sociale privilegiato di cui godeva la funzione riproduttiva tende a declinare, e le donne vengono relegate, con qualche rara eccezione, a mansioni marginali (sviluppo sociale che richiederebbe un’analisi specifica).

Come portato dell’espansione demografica delle comunità e del frazionamento sociale, i membri dei sottogruppi tendono a coordinarsi tra loro, a percepirsi come comunità distinte ed a generare una diversificazione delle rispettive IdeoCulture. Come vedremo più avanti in dettaglio, queste ultime finiranno a competere per il controllo delle ricchezze prodotte dalla collettività.

L’IdeoCultura egemone, in questa prima fase, è quella relativa all’esercizio della violenza. Non ho sufficienti competenze antropologiche per dettagliare il processo, ma quello che si osserva più o meno in ogni civiltà è l’emergere di una casta militare con il compito di imporre alle popolazioni, all’interno ed all’esterno delle mura della città, il rispetto delle regole e della legge attraverso un esercizio socialmente accettato della violenza.

Questo specifico sottogruppo finisce inevitabilmente col produrre una propria IdeoCultura basata su princìpi di supremazia fisica quali forza, abnegazione, obbedienza e disponibilità al sacrificio personale: qualità finalizzate alla sopraffazione e sottomissione degli avversari.

Non può sorprendere se, nella competizione per l’egemonia fra IdeoCulture che si sviluppò inizialmente nelle società antiche, furono proprio le IdeoCulture legate all’espressione dell’aggressività ad emergere, dominare e controllare le prime comunità umane, dando vita a regni ed imperi dalla chiara impronta militare.

Riassumendo, abbiamo visto come una società complessa sia composta da gruppi di individui che condividono convinzioni comuni sulle azioni da intraprendere per massimizzare i propri vantaggi. Tali gruppi si possono descrivere come sovra-organismi, interni alla collettività, mossi dalle rispettive IdeoCulture.

Di base, il gruppo sociale responsabile della funzione produttiva (quello che correntemente ricade sotto la definizione di ‘classe operaia’) genererà ricchezza per sé e per gli altri gruppi sociali, ed ogni gruppo agirà per ottenerne la massima quantità.

La casta militare richiederà risorse per mantenere efficiente l’esercito e difendere la comunità, la casta burocratica per far funzionare l’organizzazione della vita collettiva, la casta religiosa per intercedere efficacemente presso le divinità, la casta mercantile cercherà di massimizzare il proprio guadagno negli scambi.

Ragionando il processo in termini di IdeoCulture, questo si traduce in in dinamiche di cooperazione/competizione fra i diversi gruppi (descrivibili in termini di sovra-organismi) e le rispettive IdeoCulture.

6 – Metabolismo

Con dinamiche del tutto analoghe a quelle che portano un piccolo gruppo ad eleggere un leader, all’interno delle collettività che abbracciano singole IdeoCulture si sviluppa un identico meccanismo. Al crescere del numero di aderenti, uno sviluppo verticale (o verticistico) all’interno dell’IdeoCultura ne aumenta le probabilità di successo, selezionando i più meritevoli ed abbreviando i tempi decisionali.

Un tale processo porta allo sviluppo di organizzazioni piramidali, nelle quali ad una base ampia si sovrappongono livelli di potere via via più ristretti, fino ad un vertice oligarchico o individuale, in uno sviluppo che appare più rapido ed immediato per alcune IdeoCulture che non per altre. L’evoluzione verticistica innesca inevitabilmente un drenaggio verticale delle risorse: ogni livello tende ad avvantaggiarsi rispetto ai livelli inferiori avocando a sé la maggior quantità di ricchezza possibile.

Tale ricchezza viene poi parzialmente reinvestita in forme comunicative che diffondano l’adozione dell’IdeoCultura e ne spingano una ulteriore espansione: più risorse drenate significano maggiori investimenti in comunicazione, quindi espansione della base di aderenti alla IdeoCultura con conseguente ulteriore aumento delle risorse disponibili.

Questo processo distributivo è un primo indizio dello slegamento tra la ricchezza complessiva di un’IdeoCultura e quella dei singoli appartenenti, ovvero di una significativa autonomia tra le dinamiche delle IdeoCulture nel loro complesso rispetto a quelle dei singoli individui che le animano.

In linea di massima ogni IdeoCultura finisce con l’attivare un comportamento parassitario nei confronti non solo della collettività ma degli stessi individui alla base del proprio sistema piramidale, dirottando una maggior quantità di risorse verso i vertici ed i canali comunicativi. Da notare come la base degli adepti sia essa stessa una risorsa in qualche misura spendibile (o sacrificabile).

L’esempio più evidente è quello delle IdeoCulture militari, nelle quali la base della piramide è formata dai singoli soldati, e l’acquisizione delle ricchezze consiste nel saccheggio dei territori conquistati. In questa dinamica i singoli soldati, o gruppi di essi, risultano sacrificabili ai fini del risultato finale.

Una volta conquistato il nuovo territorio, la ricchezza risultante dal saccheggio deve sovra-compensare la perdita di individui e dispositivi bellici, consentendo la reintegrazione delle risorse perdute, altrimenti la campagna militare sarà risultata fallimentare. Questo è un ulteriore elemento chiave per comprendere la sostanziale differenza tra le finalità di un’IdeoCultura e quella dei singoli appartenenti.

Dinamiche penalizzanti per gli adepti di basso livello si osservano nelle IdeoCulture religiose, con donazioni e voti di povertà imposti ai devoti; in quelle produttive, dove l’esigenza di profitto sviluppa condizioni di lavoro rischiose e precarie; in quelle mercantili, dove si rifilano ai consumatori finali sostanze appaganti ma dannose per l’organismo; in quelle amministrative, dove sul lungo periodo si sviluppa un aumento della forbice salariale.

La specifica questione del conflitto tra le esigenze delle IdeoCulture e quelle dei rispettivi affiliati sarà sviluppata più avanti.

7 – Crescita e consenso

Affrontiamo ora quanto fin qui descritto in termini ecosistemici, cercando di comprendere come le IdeoCulture interagiscano fra loro nella competizione per l’accaparramento delle risorse prodotte dalla collettività, cominciando con un passo indietro al livello dei singoli individui.

Nel corso della sua vita attiva, ciascuno agisce per soddisfare bisogni e necessità. Le esigenze di base (nutrimento, svago, compagnia, sicurezza, soddisfazioni sessuali, riposo) possono essere soddisfatte per mezzo di un lavoro produttivo. Gli individui dotati di bisogni eccedenti la norma in specifici ambiti (potere, affermazione individuale, ricchezza) tenderanno a scalare la piramide gerarchica della rispettiva IdeoCultura per trattenere per sé quanta più ricchezza possibile.

La volontà di ricchezza e potere espressa da tali soggetti li spingerà a manipolare la collettività per ottenerne il massimo guadagno. Per farlo saranno obbligati ad gestire, manipolandola, l’IdeoCultura di appartenenza, in modo da trattenere per sé una percentuale maggiore di ricchezza. Per certi versi è il processo descritto dal matematico John Nash, in cui il ‘miglior risultato’ si ottiene massimizzando il risultato di un’azione non solo per sé stessi, ma per sé _E_ per il gruppo [4], a spese degli altri gruppi sociali in competizione.

Quando un individuo con elevata carica motivazionale abbraccia un’IdeoCultura, agisce al suo interno per massimizzarne la capacità di generazione di ricchezza e, in caso di successo, ne ottiene in cambio un ritorno straordinario. Tale abbondanza di risorse può quindi essere reinvestita per alimentare ulteriormente il processo. Quello che si osserva all’esterno è un accrescersi della credibilità dell’IdeoCultura come ente capace di generare e diffondere ricchezza e benessere per i propri adepti.

Traducendo nella pratica quanto appena teorizzato, un individuo particolarmente brillante e motivato, che applichi il proprio ingegno a migliorare una tecnica produttiva ottenendo rese eccezionali, guadagnerà da un lato il riconoscimento della sua collettività, dall’altro renderà l’ambito produttivo interessante ed appetibile per una varietà di soggetti, motivandoli ad investirvi le proprie energie e risorse, con un’espansione della base di persone coinvolte nel benessere dell’IdeoCultura.

L’azione di questi singoli individui particolarmente motivati si tradurrà in un aumento di ricchezza e prestigio dell’IdeoCultura di appartenenza, che si ritroverà ad averne in cambio maggiori risorse ed una crescita in termini numerici, attirando altri individui con analoga propensione. In questo modo un’IdeoCultura particolarmente attiva ed efficace in un determinato periodo storico potrà guadagnare consensi fra la collettività, diventare egemone rispetto alle altre e condizionarne le azioni.

8 – Domesticazione e Bias culturali

Se osservato nella prospettiva di una competizione tra IdeoCulture per il conseguimento di ulteriori risorse ed, in ultima istanza, dell’egemonia, a spese della propria base di adepti e della collettività nel suo complesso, il processo di auto-domesticazione della nostra stessa specie [5], può essere complessivamente descritto in termini di domesticazione delle collettività umane da parte delle IdeoCulture da esse generate.

All’interno della collettività le IdeoCulture mediano le relazioni tra individui, quindi di fatto è in esse che vengono elaborati e definiti i recinti mentali (quelli che tempo addietro ho avuto modo di definire ‘bias culturali’ e che vedremo in dettaglio più avanti) in grado di circoscrivere i margini d’azione dei singoli individui.

Tale processo emerge dalla seguente catena di eventi:
1 – l’IdeoCultura si modella su una base di regole generali
2 – il processo funziona e genera un arricchimento
3 – la base di adepti si espande e si sviluppano le strutture verticali
4 – la competizione con le altre IdeoCulture sviluppa una domanda di ulteriori risorse
5 – le regole originarie vengono integrate per adeguarle alla nuova situazione ed imposte alla collettività grazie al potere maturato

L’operatore che consente di agire il processo di domesticazione è rappresentato dalle regole arbitrarie elaborate all’interno dell’IdeoCultura stessa per garantirne sopravvivenza e benessere. Regole arbitrarie che, qualora ottengano di aumentare il benessere (o la percezione di benessere) dei singoli individui, vengono successivamente metabolizzate dal corpus sociale. Vediamo alcuni esempi pratici di tale processo.

Primo esempio: IdeoCultura militare (c.a età del bronzo)
1 – l’esercito attacca la città vicina e torna con metalli ed oggetti preziosi
2 – la popolazione gode (indirettamente) del benessere generato dall’IdeoCultura militare
3 – i reduci dalla spedizione organizzano un nuovo esercito più forte e strutturato
4 – per rafforzarne i ranghi si elabora un editto di coscrizione obbligatoria
5 – la coscrizione obbligatoria si fissa in via permanente per le generazioni a
venire

Secondo esempio: IdeoCultura religiosa (medioevo)
1 – dalla dissoluzione dell’Impero Romano originano le comunità monastiche
2 – intere comunità traggono vantaggio dall’organizzazione del lavoro gestita dai monaci
3 – gli ordini religiosi sviluppano le proprie gerarchie
4 – diventa consuetudine nominare la Chiesa erede delle proprie ricchezze
5 – viene stabilita la regola del celibato ecclesiastico per impedire agli alti prelati di disperdere ricchezze mediante lasciti eredit
ari

Terzo esempio: IdeoCultura mercantile (ventesimo secolo)
1 – lo sviluppo dei processi tecnologici rende possibile la motorizzazione individuale
2 – l’uso dell’automobile si diffonde inducendo nuovi stili di vita
3 – la produzione di automobili cresce ed interessa fasce sempre più ampie di popolazione
4 – la propaganda del comparto fagocita gli ambiti culturali (cinema, stampa)
5 – la destinazione d’uso degli spazi pubblici viene fissata in forma di leggi e regolamenti che privilegiano le esigenze di suolo degli automobilisti

Quello che si evince dagli esempi proposti è di fatto un meccanismo Ideologico/economico: ad un significativo incremento della ricchezza e del benessere di una popolazione consegue un re-investimento di tale ricchezza, al fine di alimentare ulteriormente l’IdeoCultura responsabile dell’arricchimento collettivo ed ottenerne ulteriori vantaggi.

Questo processo rafforza il potere dell’IdeoCultura più efficiente sulle concorrenti, consentendole di manipolare in profondità le regole, i meccanismi ed il pensiero collettivo. L’IdeoCultura ‘vincente’ informa il pensiero diffuso, trasferendo nel comune sentire quelle distorsioni cognitive (bias culturali) che ne facilitano l’operato, finendo col normalizzare comportamenti e stili di vita che, altrimenti, sarebbero considerati aberranti.

Alcuni esempi. L’IdeoCultura dominante in epoca romano-imperiale dava, ai proprietari, diritto di vita e di morte sugli schiavi [6]. L’IdeoCultura religiosa di alcune regioni dell’India considera accettabile bruciare le vedove sulle pire funerarie dei mariti [7]. Nei tribunali dell’inquisizione cattolica spagnola (IdeoCultura religiosa) erano pratica corrente la tortura e la condanna al rogo degli eretici [8].

I comportamenti, ad oggi socialmente inaccettabili, messi in atto dalle IdeoCulture del passato sono innumerevoli. Si va dai sacrifici umani documentati in diverse civiltà, preistoriche e storiche, alle streghe bruciate sui roghi nelle prime fasi della colonizzazione europea del Nordamerica, al sistematico sterminio delle popolazioni native nelle epoche coloniali, all’accettazione della ‘normalità’ ed inevitabilità della guerra più o meno fino al secolo scorso per arrivare, nel mondo contemporaneo, all’indifferenza per le mattanze provocate dall’incidentalità stradale, dalla cattiva alimentazione, dal fumo e dall’inquinamento diffuso.

Ognuno di questi eccessi è legato all’accettazione collettivamente acritica di assunti arbitrari prodotti nel relativo periodo storico, e finalizzati unicamente al successo ed all’egemonia sociale dell’IdeoCultura dominante, non già al benessere delle popolazioni ad essa asservite. Si osserva quindi l’equivalente umano del processo di domesticazione animale, con le IdeoCulture nel ruolo dei pastori ‘benevoli’ e le popolazioni, appartenenti o meno all’IdeoCultura egemone, in quello del gregge pronto ad essere munto, tosato e/o macellato alla bisogna.

9 – Comunicazione

Come già illustrato, la pervasività di un’IdeoCultura discende in massima parte dall’entità delle risorse che è in grado di maneggiare. Risorse che alimentano i meccanismi di comunicazione a supporto della sua diffusione ed adozione, e rappresentano il primo strumento a disposizione delle IdeoCulture per propagarsi da un individuo all’altro e da una collettività a quelle contigue.

In ogni epoca storica, l’IdeoCultura dominante è quella con la maggior disponibilità di ricchezze da reinvestire per il mantenimento dell’egemonia culturale, ivi inclusa l’auto-celebrazione, che altro non è se non una forma molto appariscente di comunicazione di potere, forza, importanza.

Nell’antica Roma, l’IdeoCultura militare ci ha lasciato ampia memoria di sé sotto forma di archi di trionfo, colonne ed obelischi. In epoca medioevale l’egemonia culturale religiosa ha disseminato l’Europa di chiese e cattedrali sfarzose ed architettonicamente ardite. Nel mondo contemporaneo l’IdeoCultura produttivo/mercantile esibisce il proprio successo innalzando grattacieli e centri commerciali, mentre sparpaglia nei territori aree industriali, reti di movimentazione merci e poli logistici.

Il primo ambito ad essere invaso, nel processo di accrescimento di un’IdeoCultura, riguarda il controllo del sapere. Ogni IdeoCultura si avvantaggia del controllo dei media culturali dominanti nella propria epoca.

Dalla preistoria emergono statuette e manufatti legati a riti religiosi di fertilità e pitture rupestri di propiziazione alla caccia. Dalle prime civiltà coeve dell’invenzione della scrittura abbiamo resoconti di campagne militari fatti redigere dai sovrani. Durante il medioevo, l’egemonia culturale gestita dal cristianesimo ripiombò l’Europa in un analfabetismo diffuso, e la capacità di leggere e scrivere fu resa disponibile solo alle congregazioni ecclesiastiche, e limitata ai testi sacri.

In tempi più recenti, l’esplosione della comunicazione audiovisiva è saturata dalla comunicazione commerciale operata dall’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone, sia esplicita, sotto forma di spot pubblicitari, che implicita, in termini di onnipresenti ‘product placement’ all’interno di ogni forma di prodotto d’informazione e d’intrattenimento [9].

L’essenza delle IdeoCulture sono costrutti di idee, ideologie, che hanno bisogno di propagarsi ed essere collettivamente accettati. Gli individui che abbracciano un’IdeoCultura sono al tempo stesso recipienti e strumento di trasmissione per questi costrutti di idee. La ricchezza maneggiata dall’IdeoCultura è il motore che alimenta, e al tempo stesso rende appetibile, questa trasmissione di saperi.

10 – Egemonia

Il massimo risultato per un’IdeoCultura è la conquista dell’egemonia su tutte le altre, in modo da asservirle e drenare ricchezza da esse e dai relativi affiliati. Analizzare la storia dell’umanità in termini di interazioni reciproche tra IdeoCulture offre una chiave di lettura particolarmente interessante.

Le prime civiltà sorte nell’antichità erano fondate su tre pilastri: la produzione di cibi e manufatti, le credenze religiose ed il potere militare. Di queste tre IdeoCulture, quella militare si occupava di mantenere il controllo fisico sulla popolazione, quella religiosa il controllo sull’immaginario, quella produttiva il controllo sulla realtà materiale, ovvero il gradino più basso.

Le IdeoCulture religiose, varianti di un unico impianto politeista probabilmente molto più antico ed ormai perduto, fondavano la propria autorità sulla promessa di benessere futuro e di una vita oltre la morte, ed orientavano le decisioni popolari interpretando (a proprio vantaggio) le volontà divine.

Un esempio fra tanti della rilevanza del pensiero religioso nel mondo antico è la civiltà egizia, i cui regnanti, i faraoni, godevano dello status di semi-divinità. Caratteristica di questa civiltà era l’enorme investimento in personale specializzato, tempo e risorse materiali, destinati alla preparazione delle spoglie dei defunti per l’aldilà.

Man mano che civiltà diverse raggiungevano livelli elevati di benessere e ricchezza, l’IdeoCultura militare subì un’evoluzione: anziché accontentarsi dei cibi e ricchezze prodotti dalle proprie popolazioni al fine di garantirne la difesa, si iniziò a muover guerre ai territori confinanti per saccheggiare ed asservire le popolazioni vicine. Fra i molti imperi noti dell’antichità, l’IdeoCultura militare di maggior successo in questo tipo di approccio fu, probabilmente, quella della Roma Imperiale.

L’egemonia dell’IdeoCultura militare romana andò di pari passo con le capacità ingegneristiche ed il drenaggio di ricchezze dai territori conquistati ed occupati. L’impero Romano collassò, dopo molti secoli, proprio a seguito dell’esaurirsi di questa fonte di sostentamento. Il modello più attendibile descrive un aumento nella dimensione dei territori governati tale da rendere insufficiente il flusso di ricchezze generate da ulteriori campagne militari, insufficienti ad alimentare l’apparato burocratico necessario a tenere unito l’Impero.

Dopo il crollo, ad emergere fu un’IdeoCultura di stampo religioso, basata sul cristianesimo. Il motivo di questa transizione è stato già evidenziato [10]: alcune IdeoCulture prosperano in periodi di abbondanza, altre sono più vantaggiose in epoche di scarsità. Una IdeoCultura competitiva distrugge risorse ad un ritmo maggiore rispetto ad altre più orientate alla cooperazione.

L’IdeoCultura cristiana, nel corso del Medioevo, fu in grado di contribuire al benessere diffuso (percepito) più delle culture militari. È interessante osservare una specularità: nel periodo di egemonia dell’IdeoCultura militare romana, le espressioni religiose risultavano molte e disperse (politeismo); nel Medioevo ad egemonia cristiana si assiste ad una polverizzazione delle IdeoCulture militari, con la frammentazione in regni, stati e staterelli estremamente conflittuali l’uno con l’altro, nonostante fossero animati da un’unica fede e governati da regnanti per ‘diritto divino’, consacrati con identici riti religiosi.

Nel corso della transizione all’età moderna, una temporanea rinascita dell’IdeoCultura militare discese dal perfezionamento delle tecniche di navigazione, dando vita all’epoca delle esplorazioni marittime e all’emergere degli imperi coloniali. La possibilità di imporre la propria legge con armamenti moderni su territori e popolazioni lontane e ‘selvagge’, facendo confluire nel Vecchio Mondo spezie, derrate alimentari, metalli e pietre preziose, segnò l’inizio del declino dell’egemonia religiosa e, letteralmente, ‘gonfiò le vele’ di un’emergente IdeoCultura imprenditoriale/mercantile.

Con la rivoluzione industriale e la messa a regime di fonti energetiche fossili (prima carbone, poi petrolio) per la produzione di cibi e manufatti, l’IdeoCultura imprenditoriale/mercantile metabolizzò lo sviluppo tecnologico, dando vita ad un’IdeoCultura produttivo/mercantile che si dimostrò in breve tempo capace di stravolgere il paradigma economico, generando ricchezza diffusa e conquistando l’appoggio quasi incondizionato dell’opinione pubblica, fino a conquistare l’egemonia culturale delle età moderna e contemporanea.

11 – Equilibri

Come abbiamo visto fin qui, differenti IdeoCulture coesistono nei consessi sociali allargati e, con equilibri diversi, nei singoli individui. Ciò dipende dal fatto che le diverse IdeoCulture intercettano più ambiti dei bisogni fisici ed emozionali di ognuno di noi. Bisogni che variano da individuo ad individuo, da gruppo sociale a gruppo sociale, offrendo margini di ‘presa’ maggiore o minore ai benefici generati da ogni singola IdeoCultura.

Le emozioni ‘muovono’ intenti e volontà, individuali e collettive, risultando quindi il reale ‘motore sociale’ capace di trasformare (o di stabilizzare) lo status-quo. Le potenzialità egemoniche di un’IdeoCultura dipendono, oltre che dalla sua capacità di attrarre ricchezza per la parte di corpus sociale che vi si riconosca, dall’efficacia nell’attivare risposte emozionali.

L’entità del coinvolgimento emotivo sviluppato da un’IdeoCultura ha dirette conseguenze sulla sua efficacia nel soddisfare esigenze ed aspirazioni irrazionali. Maggiore il portato emozionale, più rapida l’accettazione della IdeoCultura fra i singoli individui, più ampia la sua diffusione, più prolungata la sua durata nel tempo.

L’attivazione di risposte emozionali, che non di rado si declina in vera e propria manipolazione delle emozioni, è un elemento chiave di qualunque forma di comunicazione, dal linguaggio del corpo, passando per le conversazioni interpersonali, su su fino ai mass-media. Dall’efficacia nell’attivare echi nella sfera emozionale discende, in via diretta, l’efficacia della comunicazione stessa, ovvero l’attenzione con la quale l’idea veicolata viene recepita ed acquisita, oltre alla potenzialità di propagarsi ulteriormente.

Nella prospettiva delle domande emozionali, le IdeoCulture dominano ambiti diversi. Una funzione ‘organizzativa’ (amministrativa) soddisfa le esigenze di forma e coesione della collettività. Una funzione ‘difensiva’ (militare) rassicura sulla gestione dell’aggressività tra il gruppo sociale e le realtà percepite come estranee ed ostili. Una funzione ‘confortativa’ (religione) allevia forme di sofferenza psichica. Una funzione ‘redistributiva’ (mercantile) intercetta i bisogni di possesso e di affermazione individuale e collettiva.

Lo spettro delle emozioni umane è tuttavia limitato, come le risorse economiche ed umane disponibili. Questo fa sì che le IdeoCulture, nella competizione per l’egemonia sulle società, finiscano col cercare di estendere il ventaglio di ambiti emozionali da esse gestito. Così l’ambito religioso può invadere quello mercantile (vedi la vendita di ‘indulgenze’), l’ambito militare quello religioso (“Dio lo vuole” come giustificazione per muover guerra), l’ambito commerciale quello militare (sviluppo di comparti produttivi specifici per le finalità belliche).

In un’IdeoCultura ad egemonia militare, come quella romana imperiale, la sfera religiosa era assoggettata alle finalità belliche: si praticavano sacrifici agli dei per favorire l’esito delle battaglie. Specularmente, in un’IdeoCultura ad egemonia religiosa come l’Islam (analogamente al cristianesimo nell’Europa medioevale), è il clero a manipolare l’ambito militare promuovendo ‘guerre sante’.

Nel mondo contemporaneo occidentale, ad egemonia mercantile, sono sempre più spesso i comparti industriali a forzare la mano alla sfera politica per promuovere guerre in paesi lontani, non tanto per arricchirsi dalla predazione di risorse, quanto per intercettare fette consistenti dei bilanci nazionali.

Un’ulteriore forma di invasione ed ingerenza dell’IdeoCultura produttivo/mercantile riguarda le festività religiose, che sono state progressivamente snaturate del contenuto emozionale e relazionale, diventando celebrazioni finalizzate primariamente ad un consumo gratuito e sregolato.

Se nel mondo occidentale i diversi paradigmi culturali appaiono maggiormente distinti, nel medio oriente una singola IdeoCultura religiosa egemone (l’Islam) ha finito con l’asservire tutti gli ambiti culturali concorrenti, inglobando e definendo le specifiche caratteristiche sociali, mercantili e militari delle collettività che in essa si identificano. Per contrasto, dove l’ambito religioso è stato fortemente represso, come nei paesi ex-comunisti, l’egemonia è stata successivamente conquistata da IdeoCulture militari (Cuba, Nord Corea) o amministrativo/produttive (Cina e Russia).

Un’IdeoCultura egemone non mirerà all’annientamento delle altre IdeoCulture, bensì al loro asservimento, ponendosi al vertice di una piramide collocata al di sopra delle altre IdeoCulture. Questa commistione crea le condizioni per cui un’IdeoCultura egemone possa essere sovvertita dall’imprevisto successo di un’altra ad essa asservita.

I meccanismi di manipolazione reciproca tra IdeoCulture, e gli equilibri che ne conseguono, possono dar conto della varietà di organizzazioni sociali osservabile nelle diverse aree geografiche mondiali.

12 – Frammentazione e moltiplicazione

Va segnalato un ulteriore processo evolutivo nella natura piramidale di un’IdeoCultura: quando questa cresce in dimensioni ed importanza, gruppi di suoi fautori tendono ad aggregarsi spontaneamente in società di interesse, gilde, corporazioni, caste, in una dinamica che induce l’evoluzione dell’IdeoCultura stessa da aggregato delle ambizioni di singoli individui ad aggregato delle aspettative di gruppi coesi di individui che ne incarnano le diverse sfumature.

Così l’IdeoCultura militare si differenzia in una varietà di corpi e discipline (esercito, aeronautica, marina); l’IdeoCultura mercantile è polverizzata in una moltitudine di settori e di marchi (brand) all’interno dei settori; ogni IdeoCultura religiosa è animata da un ventaglio di correnti filosofiche distinte (solo nel cristianesimo: benedettini, gesuiti, domenicani, francescani, etc).

Ogni singola sub-IdeoCultura partecipa alla propria IdeoCultura complessiva, pur continuando a competere, all’interno della stessa ‘piramide’, con le altre sub-IdeoCulture. Questo processo è parte dell’evoluzione piramidale delle IdeoCulture.

Ne discendono variazioni degli equilibri interni, sommovimenti, egemonie temporanee di un settore sugli altri, più raramente sbilanciamento degli equilibri complessivi. Tale sviluppo va considerato semplicemente come una ulteriore articolazione che si produce come adattamento, in risposta ad un aumento della complessità.

13 – Crisi

Il successo, quando non l’egemonia, di un’IdeoCultura discende dalla sua efficacia nella generazione di ricchezza e benessere a favore della collettività che in essa si identifica. Nei periodi di crisi, quando tale efficienza declina e le società perdono l’equilibrio precedentemente conquistato, può verificarsi l’abbandono collettivo di un’IdeoCultura in favore di un impianto ideologico alternativo.

Esempi di questo processo sono il già menzionato crollo dell’Impero Romano (da egemonia militare a religiosa), la fine del Medioevo (da egemonia religiosa a produttivo/mercantile), le rivoluzioni borghesi e comuniste (da egemonia militare a produttivo/mercantile), l’avvento di fascismo e nazismo all’inizio del XX secolo (da egemonia produttivo/mercantile a militare), il dopoguerra e il boom economico (da egemonia militare di nuovo a produttivo/mercantile).

In assenza di una ‘crisi delle risorse’, l’egemonia di un’IdeoCultura risulta relativamente inscalfibile da azioni e volontà di individui e gruppi esterni ad essa. La scala temporale sulla quale si estende l’ambito operativo di un’IdeoCultura è molto maggiore dell’arco utile di una singola vita umana, di conseguenza un’IdeoCultura ‘in salute’ deve solo attendere che la temporanea turbativa finisca col rientrare.

Volontà ed azioni mirate di singoli o gruppi possono tuttavia avere un ruolo importante nella fase di transizione tra l’egemonia di un’IdeoCultura e l’avvento della successiva. Il celeberrimo detto ‘panem et circenses’ degli antichi romani illustra in estrema sintesi le regole per mantenere in salute un’IdeoCultura dominante: provvedere ai bisogni della collettività che in essa si riconosce, garantendosi la continuità d’azione.

In questo quadro, l’avvento di regimi dittatoriali in Italia e Germania all’inizio del XX secolo rappresenta un esempio eclatante di cosa può avvenire quando i flussi di ricchezza calano o si interrompono. L’Europa dell’epoca era un calderone di IdeoCulture militari profondamente radicate, indebolite da decenni di conflitti improduttivi ed economicamente devastanti.

Al loro fianco, l’IdeoCultura produttivo/mercantile appare in ascesa, ma gli effetti sull’Europa della Grande Depressione esplosa oltreoceano, col suo portato di povertà diffusa, causano un calo di fiducia collettivo, creando le condizioni per il riemergere di IdeoCulture suprematiste ed aggressive, fondate sulle prospettive di arricchimento mediante predazione (la retorica coloniale dell’Italia fascista, successivamente copiata dal nazismo).

Le IdeoCulture produttivo/mercantili italiana e tedesca favorirono l’ascesa delle ideologie militariste per riavviare i propri processi produttivi ed ottenere un rilancio della produzione industriale, ma finirono travolte dalla potenza comunicativa resa disponibile ai regimi militari dagli sviluppi culturali e tecnologici, quindi trascinate in conflitti catastrofici e semi-annientate dalle conseguenze della sconfitta.

A risollevarle, dopo il conflitto, intervenne il loro contraltare d’oltreoceano, l’IdeoCultura produttivo/mercantile statunitense, egemone rispetto alla propria IdeoCultura militare grazie ad un efficace controllo sociale, esercitato attraverso le ‘istituzioni democratiche’ e la ‘libera stampa’, ed interessata ad estendersi ad un potenziale mercato culturalmente affine ed a consolidare una posizione egemonica sul vecchio continente e sul mondo intero.

14 – Controllo sociale

Ho scelto di inserire ‘istituzioni democratiche’ e ‘libera stampa’ tra virgolette per sancire il loro status di Bias Culturali, effetto della manipolazione indotta dall’IdeoCultura produttivo/mercantile. Su questo tema è già stata prodotta una specifica analisi, a cui vi rimando [11].

Generalizzando, in ogni periodo storico l’IdeoCultura egemone sfrutta la sua posizione di vantaggio convertendo parte del surplus di ricchezza generato in strumenti e modalità comunicativi finalizzati al consolidamento della propria supremazia. Ciò avviene attraverso la propagazione dei già introdotti ‘Bias Culturali’: descrizioni della realtà opportunamente plasmate in base alle esigenze dell’IdeoCultura egemone.

In questo modo la sfera emotiva, attraverso l’elaborazione di un’IdeoCultura, ottiene di invadere la sfera cognitiva, generando e diffondendo percezioni distorte della realtà, finalizzate a limitare i margini d’azione di singoli individui e gruppi a quei comportamenti maggiormente vantaggiosi per l’IdeoCultura stessa. Un processo del tutto analogo a quello che genera l’emersione di bias cognitivi nei singoli individui [12].

Nello specifico, la supremazia etico/morale delle forme di governo democratico è in larga parte un Bias Culturale prodotto e diffuso dall’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone, che dispone di risorse e flussi di capitale capaci di condizionare le decisioni politiche bypassando e circuendo la volontà popolare. Simmetricamente le IdeoCulture militari veicolano l’idea di supremazia etico/morale delle forme di governo autoritario.

Entrambe appaiono come forme di auto-legittimazione operate da IdeoCulture egemoni. Discorso analogo vale per la ‘libertà di stampa’, e più in generale dei canali comunicativi, strumenti che nella società attuale sono alimentati da risorse economiche che non discendono tanto dalla qualità e veridicità dei contenuti quanto dall’indotto generato dagli inserimenti pubblicitari.

Il ritorno economico di un’impresa mediatica è direttamente proporzionale alla sua capacità di venire incontro agli interessi della committenza, riflettendone e veicolandone i princìpi. In questo modo l’IdeoCultura produttivo/mercantile attualmente egemone gestisce l’ambito culturale del controllo sociale, indirizzando flussi economici ai partiti politici ed alimentando economicamente solo i canali mediatici disposti a veicolare i bias culturali ad essa favorevoli. Tutto ciò in una versione edulcorata ed artefatta dei processi democratici.

Gli esempi di Bias Culturali introdotti dalle IdeoCulture egemoni nel corso della storia sono innumerevoli, ne cito solo alcuni nei quali sono incappato in momenti diversi.

  • Il pregiudizio antropocentrico, che pone l’uomo al centro della ‘creazione’ [13];
  • l’idea di progresso, ovvero che il destino dell’umanità sia necessariamente proiettato in direzione di un inarrestabile miglioramento delle condizioni di vita e del benessere [14];
  • l’interpretazione, tipica del medioevo, delle malattie mentali in termini di possessioni demoniache e stregoneria, al fine di spaventare ed asservire le popolazioni superstiziose;
  • il pregiudizio scientista e l’affermazione del primato della scienza, ovvero la tesi che, se un processo è scientificamente realizzabile, esso diventa ipso-facto desiderabile, dato che le eventuali ricadute e conseguenze negative saranno successivamente corrette da un ulteriore processo/progresso generato dalla scienza stessa;
  • l’idea di una ‘crescita infinita’ dell’economia su cui si basa la teoria economica corrente, incompatibile con la finitezza delle risorse planetarie;
  • il primato dell’automobile negli spazi urbani e l’idea di ‘fluidificazione’ del traffico;
  • la minimizzazione dei danni derivanti dall’assunzione di sostanze psicotrope operata per mezzo della comunicazione commerciale;

In buona sostanza, ovunque si individui uno scostamento tra quanto collettivamente percepito come veritiero e la realtà fattuale, vediamo in azione l’effetto distorsivo di una IdeoCultura, operata per mezzo della propalazione di un Bias Culturale e finalizzata al controllo del consesso sociale.

15 – Auto-rinforzo

Le manipolazioni emotive e cognitive prodotte da un’IdeoCultura si sviluppano tipicamente sia all’esterno che all’interno della stessa. I migliori comunicatori commerciali sono in genere consumatori compulsivi. I migliori comunicatori politici sono in genere convinti assertori degli ‘ideali’ del proprio partito. Le IdeoCulture traggono alimento sia fisico che culturale da parte dei propri affiliati.

Questo meccanismo innesca un processo di rafforzamento dei Bias Culturali veicolati dall’IdeoCultura, che si consolidano ed irrigidiscono col passare del tempo al punto che, dopo un periodo sufficientemente lungo, nemmeno più i vertici sono esenti dal condividerli. Un’idea che inizialmente nasce come una forzatura può, col passare del tempo, diventare sentire comune.

Esempi di questo processo possiamo leggerli, ad esempio, nel resoconto di Rutilio Namaziano intitolato ‘De Reditu’. Namaziano attraversa le terre dell’Impero Romano all’epoca della sua decadenza, e non riesce a farsi una ragione del fatto che tutto stia andando in malora. È evidente quanto le sue aspettative fossero, all’epoca, dominate dalla narrazione della ‘grandezza imperiale’, un bias culturale collettivo che si era progressivamente scollato dalla realtà fattuale.

Altro esempio clamoroso è il paradigma della ‘crescita infinita’ dell’economia: un’idea derivata dall’estrapolazione delle tendenze proprie di un arco temporale limitato, in conflitto con la realtà oggettiva, che tuttavia continua ad informare e plasmare i processi economici e le decisioni politiche.

Un Bias Culturale generato dall’IdeoCultura produttivo/mercantile a proprio esclusivo beneficio, che ha finito col condizionare pesantemente la visione collettiva, rendendoci incapaci di percepire ed arginare la deriva distruttiva innescata dalla sinergia tra sviluppo tecnologico e crescita della popolazione mondiale.

In estrema sintesi tutto si riconduce al celebre aforisma: “è molto difficile comprendere un concetto, quando il tuo interesse immediato dipende dal fatto che tu non lo comprenda”. Come già detto, le IdeoCulture, come proiezione del sentire e delle volontà di intere collettività, tendono ad interagire con la realtà fattuale con notevole impatto, ma in maniere molto più semplici e rudimentali di quanto consentito ai singoli individui, ovvero con maggior inerzia e stolidità.

16 – Ricadute negative

Questa continua (potremmo dire inevitabile) competizione tra IdeoCulture produce un ventaglio di effetti negativi sui singoli individui, sfruttati e sacrificabili ai fini del mantenimento di rendite e posizioni egemoniche. Negatività che si ripercuotono sull’intero tessuto sociale.

Una collettività è sana quando composta di individui stabili ed equilibrati sul piano cognitivo ed emozionale. Al contrario, l’interesse immediato di un qualsiasi aggregato culturale (IdeoCulture o loro singole sottoculture) è quello di avvantaggiarsi, approfittando dell’altrui fragilità cognitiva ed emotiva. Più risorse un’IdeoCultura riesce ad acquisire, maggiore la sua capacità di condizionare e manipolare l’operato dei singoli e della stessa collettività

Oltretutto la manipolazione è basata sui grandi numeri e calibrata sulle capacità emotivo/cognitive medie della popolazione. Il risultato finale è un danneggiamento psichico, con conseguenze anche sul piano fisico, del segmento di popolazione emotivamente, cognitivamente o culturalmente più fragile. Vediamo alcuni esempi.

La comunicazione dell’IdeoCultura produttivo/mercantile agisce tipicamente sulle leve del desiderio, inducendoci a compensare una varietà di forme di sofferenza psichica per mezzo del possesso di oggetti, ed a far dipendere la nostra stessa auto-rappresentazione dal valore degli oggetti posseduti e dal loro consumo compulsivo.

Questo processo genera due ordini di problemi. Da un lato opera un collegamento tra la percezione di sé ed il valore degli oggetti posseduti, causando crolli psicologici quando il livello di ricchezza raggiunto viene improvvisamente perduto. Dall’altro opera una connessione tra benessere psichico e quantità di cibi assunti, spesso di infima qualità nutrizionale, col risultato di minare la salute di intere popolazioni nei paesi ricchi.

Più in generale, come già evidenziato, il trasferimento verticale dei flussi di ricchezza è alimentato da situazioni di dipendenza negli appartenenti alle classi produttive, che inducono larghe fette della popolazione a scambiare una fetta consistente di quanto guadagnato con i prodotti di quali dipendono i rispettivi equilibri emotivi. Dipendenze che possono essere alimentate per mezzo dei vettori culturali, come già discusso in passato [2].

La comunicazione dell’IdeoCultura religiosa si declina diversamente in base al culto professato. Nell’islam dominano i richiami all’obbedienza, al disprezzo per gli infedeli ed alla ricompensa nell’aldilà, portando al caso limite dell’induzione al suicidio/omicidio come strumento di aggressione nei confronti delle altre IdeoCulture.

Nel mondo protestante la ricchezza materiale viene interpretata in termini di benevolenza da parte della divinità, col risultato di legittimare, a posteriori, qualunque modalità di acquisizione di tale ricchezza. In buona sostanza, chi si arricchisca ai danni della collettività e/o dell’ambiente, per il semplice fatto di aver conseguito un vantaggio economico ha titolo per ritenere di aver fatto “la volontà di Dio”, ed esserne stato compensato per aver ben operato.

La religione cattolica è più fondata su ideali di cooperazione, generosità e benessere collettivo, tuttavia discrimina tra le forme di desiderio in buone e cattive. Nello specifico, all’ambito delle pulsioni ‘cattive’ attengono quelle legate alla sfera sessuale, con l’imposizione del celibato sacerdotale, e l’esaltazione di modelli di comportamento virtuoso di natura ascetica, legati ad astinenza, solitudine e privazioni.

La competizione tra IdeoCulture emerge, nella sua forma più evidente, nel dibattito politico. L’IdeoCultura amministrativa, con l’avvento delle democrazie, si è evoluta in un ventaglio di partiti politici in aperta competizione gli uni con le altri per la gestione di posizioni di potere. Non potendo produrre ricchezza in proprio, ogni partito politico si è quindi fatto veicolo di una o più IdeoCulture, diventandone strumento di comunicazione e mediatore dei processi amministrativi.

La competizione nella sfera politica sollecita, sul piano emozionale, principalmente paura, rabbia e disgusto, creando distinzioni spesso arbitrarie tra individui e gruppi sociali ed instillando diffidenza e odio nei confronti di quelli che vengono descritti come antagonisti. Questa sollecitazione di leve emotive, esercitata per alimentare le convinzioni alla base dell’IdeoCultura, ottiene di sobillare reazioni violente ed antisociali negli individui maggiormente predisposti a tali comportamenti.

La continua, martellante, stimolazione emotiva derivante dalla competizione tra IdeoCulture induce lo sviluppo di specifiche forme di dipendenza culturale, che da un lato accrescono l’efficacia della comunicazione stessa, dall’altro danneggiano la stabilità mentale dei soggetti coinvolti, generando forme psicotiche.

La netta distinzione tra i bisogni dei singoli individui e quello delle IdeoCulture da essi abbracciate si evidenzia nel conflitto tra gli interessi dell’entità che agisce la comunicazione e quelli della collettività da tale comunicazione bersagliata. Collettività composte da individui con specifiche modalità di risposta emotiva, variamente capaci di resistere agli stimoli indotti dalla comunicazione culturale, considerando che una modalità comunicativa calibrata sulla media della popolazione potrà causare effetti catastrofici ai suoi elementi più sensibili.

L’interesse della comunicazione commerciale è trasformarci in una massa di consumatori acritici, disposti a sacrificare tempo, lavoro ed energie in cambio di oggetti di cui abbiamo, concretamente, poca o nessuna necessità, fino a renderci macchine biologiche asservite alla generazione di ricchezza, il cui trasferimento verticale fornirà all’IdeoCultura produttivo/mercantile le risorse necessarie ad attivare sempre nuovi strumenti comunicativi in grado di assoggettarci ulteriormente.

Un ennesimo esempio riguarda il mercato delle armi negli Stati Uniti. Essendo la libertà di portare armi fissata in una costituzione redatta oltre due secoli addietro, l’IdeoCultura produttivo/mercantile legata a tale comparto ha finito col prosperare e crescere di peso ed influenza (qualcosa di analogo, su scala molto inferiore, è accaduto in Italia limitatamente alle armi da caccia).

La facilità di disporre di armi da fuoco ha finito col produrre un’escalation criminale, con un aumento drammatico della popolazione carceraria. La risposta dell’IdeoCultura produttivo/mercantile egemone è stata di trasformare il sistema carcerario da strumento rieducativo finalizzato al reinserimento sociale in ennesimo ingranaggio del sistema produttivo, privatizzando la gestione carceraria e trasformando gli istituti di pena in fabbriche con manodopera a basso costo [15].

17 – Sovrappopolazione

Il tema della sovrappopolazione trova piena giustificazione in una prospettiva sociale dominata da IdeoCulture in competizione. Le IdeoCulture, che esistono in quanto strumenti per l’arricchimento di gruppi sociali, prosperano espandendo la base degli adepti, e non possono far altro che spingere perché quest’ultima si espanda indefinitamente.

Le IdeoCulture militari che diedero vita agli imperi dell’antichità avevano necessità di popolazioni numerose per dar vita ad eserciti più forti. Le IdeoCulture religiose di origine biblica incorporano uno specifico comandamento divino che impone il ’crescete e moltiplicatevi’. Le IdeoCulture produttivo/mercantili necessitano di forza lavoro (possibilmente a basso costo) per alimentare la produzione di ricchezza.

Anche in questo caso la forbice tra consapevolezza dei singoli individui e volontà delle IdeoCulture in cui gli stessi si identificano appare drammatica. Se a livello individuale siamo in grado di concepire l’idea di una progressiva de-popolazione del pianeta, nessuna IdeoCultura avrà interesse a metterla in atto, perché contraria ai propri interessi.

18 – Prospettive

Le prospettive future, analizzate in questa nuova chiave di lettura, non differiscono di molto da quelle ragionate in precedenza. L’IdeoCultura egemone, nel mondo contemporaneo, è quella produttivo/mercantile. Il suo successo discende dall’attuale capacità tecnologica di generare ricchezza a partire da riserve di energia fossile. Nel momento in cui questa capacità dovesse declinare in maniera significativa, l’egemonia produttivo/mercantile entrerebbe in crisi, ed altre IdeoCulture potrebbero mirare a soppiantarla.

Nella più ottimistica delle ipotesi, l’IdeoCultura produttivo/mercantile potrebbe trovarsi a gestire una fase di decrescita, guidando la società a stabilizzarsi su un livello di popolazione e consumi inferiore, compatibile con la sostenibilità ambientale, senza trascinarla in guerre fratricide. È una prospettiva desiderabile ma che, dati i meccanismi di funzionamento delle IdeoCulture, non credo potrà avverarsi.

Con molta probabilità il momento di crisi sarà sfruttato da un’IdeoCultura aggressiva, e la miglior candidata appare, dal mio punto di vista, quella militare, avvantaggiata da una popolazione momentaneamente abbondante e da una potenziale grande quantità di ricchezze interne da controllare, ed esterne da predare. Lo scenario sarebbe del tutto analogo a quello che precedette l’avvento dei fascismi nella prima metà del secolo scorso.

In alternativa, la situazione potrebbe rovinare nel caos e nell’anarchia ancor prima che un’IdeoCultura militare egemone sia in grado di emergere dalle ceneri della crisi produttiva, degenerando in un ‘tutti contro tutti’ e nel collasso della convivenza civile.

Va infatti tenuto presente che le IdeoCulture non sono entità né autoconsapevoli, né particolarmente brillanti. Tutti i picchi di intelligenza individuale vengono livellati dall’interazione collettiva, lasciando emergere solo gli appetiti di base più semplici e grossolani. Il modello comportamentale di una IdeoCultura è analogo a quello del topo con gli elettrodi nel cervello dell’esperimento di Olds e Milner [16], che continua incessantemente a premere il bottone dell’auto-gratificazione, fino a morire di fame.

O, per altri versi, allo scorpione della favola [17], che punge ed uccide la rana a metà del fiume, finendo col morire anch’egli, e alla domanda del perché abbia commesso un simile gesto riesce a rispondere soltanto: “sono fatto così”.

Ecco, anche le IdeoCulture ‘sono fatte così’, possono competere, possono adattarsi, ma la loro natura non le rende capaci di ragionare in maniera complessa, di agire in una prospettiva futura. Fanno quello che gli viene da fare nell’immediato, essendo agite da individui con un arco vitale limitato che ragionano, oltretutto, sulla base di Bias Culturali fallaci, dalle stesse IdeoCulture generati e diffusi.

Illustrazione da Wikipedia by Kurzon

[1] – Di ideologie, utopie ed altri costrutti
[2] – Economia, domesticazione e dipendenze
[3] – Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie
[4] – Darwin, la selezione e la solidarietà
[5] – Domesticazione umana
[6] – Diritto Romano
[7] – Sati
[8] – Inquisizione
[9] – Pubblicità indiretta
[10] – Medioevo e decrescita
[11] – Capitalismo vs Democrazia
[12] – Bias Cognitivi
[13] – Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico
[14] – L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo
[15] – Sistema carcerario USA
[16] – Esperimento di Olds e Milner
[17] – Favola della rana e dello scorpione

Il pezzo mancante

Giusto ieri ho deciso di fare un salto all’incontro organizzato dall’associazione #Salvaiciclisti [1] assieme ad altre realtà dell’associazionismo cicloattivista e cicloambientalista [2]. L’intenzione era, molto banalmente, incontrare un po’ di amici (che ormai vedo raramente) e chiacchierare un po’ dei temi che ci appassionano. La mia presenza ha coinciso col momento di auto-presentazione di alcuni candidati alla prossima tornata elettorale, appartenenti a diversi schieramenti, tutti accomunati da un sentire dichiaratamente pro-ciclabilità.

Mentre ascoltavo i diversi interventi e le dichiarazioni d’intenti dei candidati non ho potuto fare a meno di riandare al mio personale percorso di amministratore, durato il breve volgere di un paio d’anni, a cavallo tra 2016 e 2018 [3]. Mi sono tornate alla memoria le molte situazioni in cui i processi di trasformazione erano andati ad infrangersi contro impedimenti burocratici [4] ed all’improvviso ho messo a fuoco l’esistenza di un vuoto.

Di norma, quando si studia una realtà complessa, è già faticoso concentrarsi su quello che già esiste, con le sue articolazioni e problematiche. Dato un sufficiente grado di complessità, risulta estremamente difficile individuare, oltre a quello che c’è, anche quello che manca. Il motivo è molto semplice: si cercano difetti nei singoli processi, quando il difetto è dato semplicemente dall’assenza di una parte essenziale del meccanismo.

Il processo decisionale, in questo caso, vede fronteggiarsi da un lato una volontà politica di trasformazione (quantomeno proclamata, non di rado più sbandierata che reale…), e dall’altro quella che potremmo definire come una ‘non volontà burocratica’, una contro-spinta che tende ad appiattire ogni tentativo politico di trasformazione dell’esistente e ad operare in chiave di conservazione.

La parte politica, da par suo, sconta l’incompetenza (inevitabile) rispetto ad una pletora di tecnicismi legislativi: normative e cavilli che vengono tipicamente agiti da pezzi dell’apparato burocratico per impedire e sovvertire la volontà politica. Questo meccanismo, formalizzato dalla legislazione corrente, mi è a lungo sembrato impossibile da scardinare. Lo strumento necessario a disarticolarlo è proprio il ‘pezzo mancante’ della narrazione. Quel qualcosa di cui, finché non ti accorgi che manca, non puoi nemmeno immaginare l’esistenza.

Anni fa pubblicai un articolo, molto arrabbiato, intitolato ‘Vigliaccheria politica’ [5]. In quel post raccontavo la situazione di Londra, e la maniera in cui la volontà degli amministratori di prendersi cura della salute dei cittadini era stata tradotta in una serie di interventi di ampio respiro proprio nell’ambito della mobilità. Perché, mi domandavo, la politica nostrana non era capace di emulare un simile approccio?

La prima risposta, non del tutto sbagliata, puntava il dito su un’assenza di volontà della politica stessa (la ‘vigliaccheria’ del titolo). Ragionandoci meglio, però, anche data una forte volontà politica, come si sarebbe potuto tradurla in interventi reali? La volontà politica, nel processo amministrativo attuale, viene direttamente trasferita al comparto burocratico, che il più delle volte la restituisce tritata in pezzettini finissimi assieme alla conclusione, a fronte di una realtà cittadina ormai consolidata, che nessun intervento sarebbe realmente utile, finendo col proporre uno spolverìo di aggiustamenti cosmetici ed inefficaci.

Come si smonta questo meccanismo perverso? Inserendo il famoso ‘pezzo mancante’. Se l’apparato burocratico responsabile della realtà attuale non ha le capacità, o la volontà, di immaginare una realtà differente, si assegna il compito ‘immaginativo’, quello di tradurre il mandato politico in un ventaglio di interventi reali ed efficaci, ad un diverso ente. Un ente che incorpori sia una componente immaginativa, sia le competenze tecniche e legali per disegnare una transizione efficace e percorribile.

Di che tipo di ente stiamo parlando? Non saprei esattamente, ma immagino che la parte politica sia in grado di definire un indirizzo facilmente comprensibile ai più (che so, la riduzione dell’incidentalità stradale) e possa procedere a nominare una commissione di esperti di diversa provenienza, anche con esperienze in realtà estere. Tale gruppo di lavoro avrebbe il mandato di elaborare un piano globale, comprensivo dell’analisi dello stato di fatto, dell’individuazione dei principali elementi di criticità e della proposta di soluzioni applicabili in tempi e modi certi.

Uno studio capillare che, una volta completato, venga restituito alla parte politica, la quale dovrà approvarlo (presentandolo agli elettori come documento tecnico elaborato da esperti sulla base delle priorità indicate), e procedere a finanziare gli interventi in esso descritti. Perché interventi straordinari necessitano di percorsi diversi dall’ordinaria amministrazione della città, e non possono essere pretesi, o commissionati, a chi già si occupa della gestione dell’esistente.

Che è poi quello che, a posteriori, immagino sia avvenuto nella redazione del documento ‘Improving the health of Londoners’, pubblicato dalla città di Londra [6] e citato nel post già menzionato. Un lavoro radicale ed immaginativo necessita di risorse, umane e culturali, diverse da quelle responsabili di aver posto in essere l’esistente. “Non possiamo risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato per crearlo”, affermava Albert Einstein. Operare un salto di qualità necessita di strumenti, ed intenti, diversi da quelli che operano a garantire la continuità di quanto esistente.

Sarà in grado, l’amministrazione che emergerà dalle prossime elezioni cittadine, di avviare la trasformazione radicale di una città in declino ormai da decenni, resistendo alle pressioni di interessi fortemente consolidati? O non preferirà piuttosto continuare a scaldare le poltrone, lasciar correre, chiudere occhi ed orecchie, far finta di lavorare ed intascare le prebende? Non chiedetelo a me, preferisco non esprimermi (…o, forse, l’ho già fatto [7]).

[1] – Sito Associazione #Salvaiciclisti-Roma

[2] Una Bicicletta per la Città

[3] – L’inizio di un nuovo viaggio

[4] – Conversazione

[5] – Vigliaccheria politica

[6] – Improving the health of londoners

[7] – Tirando i remi in barca

De-vintage: aggiornare una bici del passato

Da appassionato ciclo-escursionista di lunga data, e con una spiccata tendenza ad affezionarmi agli oggetti ed alle memorie che portano con sé, finisco col ritrovarmi sul groppone biciclette ‘d’annata’, che qualcuno potrebbe addirittura considerare vetuste. Quella di cui scriverò oggi è una bianchi XC-311, fabbricata nella seconda metà degli anni ‘90, ovvero in circolazione da un quarto di secolo.

Passato

La Bianchi ‘gialla’ entra a far parte della mia scuderia fra il ‘97 e il ‘98, già usata e ‘vissuta’, con una interessante (per l’epoca) forcella ammortizzata ad elastomeri al posto dell’originale forcella rigida. È la mia seconda mountain-bike e rimane la bici ‘top’ per un altro paio d’anni o giù di lì, fino all’arrivo della prima biammortizzata [1]. In seguito al declassamento, la Bianchi diventa la mia bici da viaggio [2], di conseguenza portapacchi e cavalletto entrano a farne parte in pianta stabile (il cavalletto è temporaneamente smontato, ma pronto a tornare al suo posto).

La bici subisce, nel corso degli anni, una varietà di rimaneggiamenti. Il primo e più importante riguarda un ulteriore cambio di forcella [3]. Selle diverse vanno e vengono, non di rado prese già usate; gli originali pedali a gabbiette vengono sostituiti prima da una coppia di SPD, quindi dagli universali ‘flat’; il cambio ‘grip-shift’ cede il passo alle levette push-pull, mantenendo le originarie sette velocità; diverse impugnature si avvicendano negli anni. Da ultimo finisco col cambiare anche manubrio e ‘pipetta’ riciclandoli da altre bici, per correggere l’impostazione originaria ed ottenere un miglior controllo su terreni sconnessi.

Negli ultimi anni, trovandomi con un parco bici ridondante, la vecchia Bianchi è finita in prestito ad amici, che l’hanno utilizzata per viaggi e passeggiate. Da pochi mesi l’ho recuperata, con l’intenzione di lasciarla in pianta stabile al paesello nelle Marche [4]. Risalendoci in sella, ho realizzato come l’esperienza con diverse altre biciclette abbia finito col modificare il mio modo di pedalare al punto da richiedere una ulteriore revisione dell’assetto.

Presente

Nel decidere di ristrutturare una bicicletta occorre partire da un’idea abbastanza precisa di come la si utilizzerà, e di cosa sarà possibile aspettarsi. In questo caso, l’effettiva anzianità del veicolo non consentirà le prestazioni cui è abituato un utente della seconda decade del terzo millennio. Nel mio parco bici, tuttavia, restava scoperta una specifica nicchia, quella della bici tuttofare, pronta a servire per esigenze diverse, per l’utilizzo quotidiano casa-ufficio e non da ultimo finalizzata ai lunghi viaggi (attività, ahimè, scarsamente praticata, in tempi recenti…).

Il secondo punto critico riguarda l’ottimizzazione del mezzo, e la scelta delle parti da sostituire. Trovandomi ormai da un po’ perfettamente a mio agio con ‘Blue Raptor’, la bici riemersa dal recupero degli avanzi della mia prima biammortizzata su un vecchio/nuovo telaio [5] e rivelatasi inaspettatamente performante, ho cercato per quanto possibile di riprodurre sulla vecchia Bianchi un assetto analogo. Ciò ha implicato lo scendere a patti con la concezione arcaica della geometria del telaio.

Le bici moderne nascono per ospitare ruote più grandi (27,5” e 29”) forcelle ammortizzate dalla corsa generosa, che da sole producono il sollevamento della piega manubrio e una significativa modifica dell’assetto di guida. Questa trasformazione ha quindi portato allo sviluppo di geometrie ‘sloping’, nelle quali il tubo orizzontale risulta fortemente ribassato per consentire di scendere al volo, ove necessario.

Questa Bianchi del secolo scorso emerge in una fase ancora immatura nella transizione dai telai da corsa a quelli da fuoristrada, nasce per muoversi su strade bianche più che sui sentieri ‘tecnici’ e precede di molto l’avvento delle geometrie sloping. Di conseguenza non consente di montare una forcella dalla corsa superiore ai 60~80mm, pena un’inclinazione ingestibile della forcella stessa, potenzialmente distruttiva per il telaio stesso. Oltre a ciò, il rialzo della serie sterzo per accogliere la corsa di una forcella ammortizzata induce un ulteriore sollevamento del tubo orizzontale, già alto di suo.

Quello che è molto cambiato, dalle MTB anni ‘90 ad oggi, è il tipo di utilizzo. Appena nate, le bici da fuoristrada venivano principalmente usate per ‘correre sugli sterrati’, un adattamento delle discipline sportive stradali alle strade bianche. Le prime modifiche consistettero in ruote più larghe, sistemi frenanti diversi (obbligati dai copertoni maggiorati), manubri dritti e comandi del cambio al manubrio; mentre le geometrie dei telai, almeno all’inizio, non differivano più di tanto da quelle delle bici da strada.

Col tempo il range di utilizzo di queste biciclette si è progressivamente esteso ai sentieri di montagna, caratterizzati da una maggior difficoltà tecnica, e la forma delle biciclette si è adeguata alle nuove esigenze: i manubri sono arretrati più in prossimità dell’asse di sterzo, per ottenere un miglior controllo sui passaggi tecnici, inoltre sono diventati più larghi e sollevati, per meglio gestire la distribuzione dei pesi sulle discese ripide. Nel complesso, l’intero assetto delle bici attuali risulta meno orientato alla velocità nuda e cruda e più alle esigenze di controllo nei passaggi tecnici a bassa velocità.

Ho personalmente percorso questo trend evolutivo nella, purtroppo breve, stagione da freerider, realizzando la differenza essenziale di manovrabilità dei nuovi assetti. L’esperienza con la Santacruz Chameleon [6] mi ha definitivamente portato a preferire manubri larghi ed arretrati (l’esatto contrario di quanto predicavo negli anni ‘90), al punto da spingermi replicare questo tipo di impostazione anche nella bici poi emersa dalle ceneri della Specialized [5].

Su questa bici, la sostituzione dell’originale forcella rigida con una ammortizzata (al momento anche questa ‘antica’ ed a corsa molto breve), ha comportato un’inevitabile alterazione dell’assetto originario, con diversi effetti. Il manubrio si è sollevato (fattore positivo, perché da tempo non sono più un fautore dell’assetto ‘corsaiolo’); il movimento centrale si è sollevato (fattore neutro: da un lato si rischia meno di sbattere su pietre sporgenti, dall’altro si obbliga la sella ad una posizione più rialzata) ed avanzato (fattore positivo, perché compensabile avanzando il sellino, col risultato di ottenere un telaio leggermente più ‘corto’ dell’originale).

Come risultato complessivo la bici, in origine già di taglia Large, risulta al termine della modifica lievemente più alta e leggermente accorciata in orizzontale. Una dimensione quasi ottimale per la mia altezza di 1,74m, corrispondente ad una taglia M/L (Medio/Large).

Per l’altezza del manubrio ho ritenuto necessario recuperare recuperare centimetri ancora mancanti, procedendo all’acquisto di una piega manubrio larga (700mm) e leggermente rialzata (+50mm), mentre per l’arretramento della stessa ho montato un nuovo attacco di soli 40mm di lunghezza, corredato di spessori per sollevare il tutto fin dove possibile. A questi ritocchi geometrici si sono aggiunti una coppia di copertoni nuovi da cross-country (a tassellatura leggera ma di larghezza abbondante: 2,20”) e la sostituzione delle impugnature, ricavando una bici equilibrata e ben guidabile, non troppo lontana dai miei standard abituali.

Altre limitazioni restano, per caratteristiche immodificabili o semplicemente perché non ritengo valga la pena di intervenire. I freni restano V-brakes (la bici nasceva coi cantilever) perché sul telaio mancano gli attacchi per i freni a disco. Potrei montarne uno singolo anteriormente, ma non mi piace l’idea di un mix. Il cambio posteriore rimane a sette velocità, perlomeno finché non si renderà necessaria, in futuro, la sostituzione delle leve.

Futuro

Fra qualche mese dovrei poter disporre di una forcella ad aria di epoca poco successiva (fine anni ‘90 ~ primi 2000), che provvederò a sostituire all’attuale. Anche la pedaliera potrebbe cedere il passo al riuso di una versione più recente, già montata sulla bici di mia moglie (fino alla crepatura del relativo telaio). Una coppia di pedali ‘flat’ nuovi potrebbe sostituire gli attuali, significativamente massacrati dall’uso. Altri interventi non sono previsti nell’immediato.

Conclusioni

Vale la pena perder tempo ad aggiornare una vecchia bicicletta? Se le intenzioni sono di usarla, se vi divertite a fare gli interventi in prima persona e se non avrete pretese troppo spinte, la risposta è sì. Non otterrete una bicicletta strepitosa e performante come quelle all’ultimo grido, ma recupererete un attrezzo solido ed affidabile, capace di accompagnarvi in giro per il mondo. Che non dovrete preoccuparvi troppo se finisce un po’ maltrattata, se si prende un acquazzone, o se si aggiunge un nuovo graffio ai mille che avrà già.

Importante è essere in grado di stabilire se l’intervento potrà restituirvi una bici comoda, ergonomica, affidabile e godibile. Per quel che mi riguarda sono soddisfatto del risultato. Testata per un paio di giorni sul percorso casa-ufficio, su un percorso misto asfalto-sterrato di oltre una ventina di chilometri complessivi, la bici si è dimostrata all’altezza delle aspettative. Rispetto alle altre che ho rimane sì un po’ rigida, ma è comoda e trasmette una piacevole sensazione di solidità.


[1] – Velociraptor

[2] – Girando il Mondo con la mia Bianchina (Facebook gallery)

[3] – Una bionda disibridata

[4] – A Pianello

[5] – Un vintage inatteso

[6] – Orange is the new Black

Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

Razionalità ed emozioni

Da convinto razionalista, com’ero in gioventù, negli ultimi tempi mi sono ritrovato spesso a ragionare sulle emozioni. Il motivo di questo slittamento d’interesse risiede nella sopravvenuta consapevolezza della sostanziale irrazionalità delle scelte umane, e nella conseguente esigenza di comprendere l’origine di tale irrazionalità. Svilupperò quindi un’analisi dell’emergere dei processi cognitivi, razionali ed irrazionali, e di come si sono venuti strutturando, nella nostra specie, nella forma di un dipolo emozioni/razionalità.

La base di partenza è sempre Darwin: se una caratteristica esiste, nei viventi, è per soddisfare una necessità. Le emozioni svolgono la funzione di spingerci ad agire, a fare scelte, a correre rischi. Senza questa molla, senza amore, senza paura, senza rabbia, diventiamo esseri inerti e ci lasciamo morire. Le emozioni sono quindi estensioni, o parti funzionali, di quell’attitudine, comune a tutte le forme di vita, che prende il nome di ‘istinto di sopravvivenza’.

L’istinto di sopravvivenza è una caratteristica essenziale dei processi vitali. Il motivo è presto detto: per vivere, per riprodursi, occorre una spinta a farlo. Chi la possiede, vive e si riproduce, chi non ce l’ha, si limita a scomparire dalla scena, senza produrre discendenti. Non è un’esigenza consapevole e non ha nessuna origine razionale, è semplicemente un tratto autoselettivo: possederlo conduce alla sopravvivenza ed alla sua trasmissione, non possederlo conduce all’estinzione. Non si fatica a comprendere come, dall’avvento delle prime forme viventi, il mondo si sia popolato unicamente di specie portatrici di questa caratteristica innata.

Nelle creature più semplici l’istinto di sopravvivenza si esplicita in assenza di funzioni cognitive. Batteri ed organismi unicellulari funzionano come complesse macchine organiche le cui uniche funzioni sono sopravvivenza e riproduzione. La riproduzione sessuata rimescola le carte ad ogni nuova generazione e può dar luogo ad individui che difettano di questa funzionalità. Tali individui, soccombendo, si rimuovono automaticamente dal genoma della specie, lasciando riprodursi solo quelli portatori di una sua versione funzionale.

Il processo spontaneo di aumento della complessità ha successivamente portato allo sviluppo di organismi multicellulari, creature via via più capaci di mobilità e di comportamenti complessi. Attraverso il processo di differenziazione cellulare degli organismi, le singole cellule si sono evolute per svolgere compiti diversi. Una parte di queste cellule ha sviluppato capacità sensoriali, rappresentando un primo canale comunicativo tra il mondo esterno e l’organismo, altre sono diventate neuroni, formando la struttura responsabile dei processi decisionali.

L’apparato cognitivo-sensoriale ha rappresentato un grosso vantaggio evolutivo per la specie, ormai irrintracciabile, che per prima è riuscita a disporne. Conoscere la localizzazione del nutrimento e poter decidere di muoversi nella sua direzione rappresenta un vantaggio importante rispetto agli organismi banalmente filtranti, che si limitano a fissarsi in un punto ed attendere che le correnti gli portino i nutrienti. Questo vantaggio ha dato luogo allo sviluppo ed all’evoluzione del cervello.

Nei cervelli più semplici, come quelli degli invertebrati, pochi neuroni controllano un ventaglio di comportamenti ristretto ed efficace. Esperimenti sulle vespe hanno dimostrato l’assenza di plasticità di queste reazioni, ovvero l’incapacità di adeguare il comportamento al mutare delle situazioni. Potremmo rappresentarci gli insetti come minuscoli robot organici, capaci di un limitato set di reazioni agli stimoli, fisso ed immodificabile, relativo ai comportamenti in grado di garantire la continuità della specie.

Con lo sviluppo dei vertebrati le dimensioni corporee hanno potuto crescere in maniera significativa. Questo ha comportato una ulteriore diversificazione degli organi, lo sviluppo di strumenti sensoriali più potenti ed in ultima istanza di un cervello più grosso e complesso, capace di gestire una più ampia varietà di situazioni. È in questa fase che si sviluppa il cervello plastico, capace di adattarsi a condizioni di volta in volta differenti adeguando di conseguenza le proprie reazioni. A differenza delle architetture minimali degli invertebrati, limitate dalle dimensioni corporee, i vertebrati sono in grado di analizzare il contesto, effettuare scelte e prendere decisioni arbitrarie.

Questo sposta il focus della sopravvivenza sul ventaglio comportamentale disponibile per il singolo individuo, e sulle reti relazionali del gruppo di cui fa parte. A titolo di esempio, la reazione di paura nei confronti dei predatori, che indurrebbe il singolo individuo alla fuga, deve trovare un equilibrio con la necessità del gruppo di difendere gli elementi più deboli, i cuccioli e gli individui feriti.

Nei primati, Homo Sapiens compresi, questo processo raggiunge vertici mai sperimentati prima. Complessità del cervello, capacità sensoriali, comunicative e manipolative sono ai massimi livelli, e le abilità cognitive risultano disperse su un ventaglio notevolmente vasto. Questo si riflette da un lato in una estrema adattabilità a differenti contesti, situazioni, disponibilità di risorse, dall’altro in un parimenti vasto ventaglio di potenziali reazioni ad uno stesso identico stimolo o evento.

Semplificando molto, la personalità di ogni singolo individuo risulta dall’equilibrio tra due componenti: quella istintiva, rappresentata dalle emozioni, e quella cognitivo/razionale. L’illustrazione qui sotto rappresenta questo schema di polarizzazione.

Le emozioni rappresentano la componente istintiva dei processi cognitivi. Come già detto e come afferma il termine stesso [1], sono la pulsione che ci ‘muove’ ad agire. Le emozioni determinano la spinta, alla quale la componente razionale è destinata a dare forma e concretezza. L’emozione ‘vuole’, mentre la parte razionale si occupa di realizzare ciò che l’emozione vuole, quindi procede ad organizzare azioni, gesti, parole, comunicazione, affinché tale desiderio sia esaudito.

Tutto questo processo, per se stesso inevitabile, presta tuttavia il fianco ad ampi margini di disfunzionalità. Su questa pagina si è molto discusso di bias cognitivi, definiti come errori intrinseci nei processi di razionalizzazione, forme di auto-inganno derivanti, apparentemente, da un miglior successo evolutivo/riproduttivo ottenuto dagli individui portatori di questi ‘difetti’ rispetto a quelli che ne sono esenti.

La simmetricità del grafico sembra suggerire l’esistenza di equivalenti ‘bias emotivi’, e l’osservazione del reale consente di assegnare questa definizione a determinati specifici comportamenti. I bias emotivi possono essere descritti nei termini di errori intrinseci nei processi emotivi venuti a generarsi, in determinati individui, sulla spinta dei processi evolutivi/riproduttivi.

Nei bias emotivi rientrano le attivazioni di intense reazioni emotive a stimoli incongrui o inadeguati. Le fobie possono essere descritte come l’attivazione di una reazione di paura incontrollata a fronte di una minaccia irrilevante o del tutto assente. Analogamente si registrano reazioni di rabbia ingiustificata a fronte di stimoli lievi, o di reazioni sproporzionate ad eventi di scarsa importanza. Anche l’innamoramento sviluppato per una persona che non ci ricambia può essere descritto in termini di bias emotivo.

Azzardando paralleli con un’esperienza diffusa, possiamo descrivere le emozioni come il motore di un veicolo, e la razionalità come il suo conducente. Nella condizione ideale, il motore funziona ed il conducente è in grado di gestirlo. In condizioni critiche (o, al limite, patologiche), il motore può essere troppo potente per le capacità del conducente, ed il veicolo finire a schiantarsi da qualche parte. In alternativa un motore difettoso o guasto (una sfera emozionale malfunzionante) può impedire al conducente il raggiungimento delle mete attese, o un completo blocco ed incapacità di muoversi.

In questo parallelo, i bias cognitivi equivalgono ad un conducente distratto, o smemorato, o privo di concentrazione, che anche con un motore efficiente non sarà in grado di arrivare a destinazione. I bias emotivi equivalgono a comportamenti imprevedibili del motore, che magari andrà alla massima potenza solo nelle direzioni ‘sbagliate’, e perderà spinta nelle direzioni ‘giuste’, obbligando il conducente ad una esasperante ed infruttuosa serie di deviazioni.

Se il quadro generale appare sufficientemente lineare, la complessità dei processi coinvolti rende l’analisi di dettaglio delle situazioni individuali estremamente ardua. Usando un’altra analogia: le regole degli scacchi sono perfettamente definite, l’ambito è delimitato (una scacchiera 8×8 e 16 pezzi a disposizione di ogni giocatore) e rimane tuttavia impossibile prevedere in anticipo chi vincerà.

Allo stesso modo si possono analizzare le capacità emotive e razionali di un singolo individuo, comprenderne i bias cognitivi ed emotivi, ma solo in rarissimi casi il quadro finale potrà essere ricondotto ad una forma realmente patologica, o suggerire indicazioni terapeutiche, perché è impossibile predire il tipo di esperienza di vita che potrà prodursi a partire dalle specifiche inclinazioni del suddetto individuo. Perfino una sfera emotiva fortemente distorta può essere razionalmente ben gestita, al punto da consentire al suo portatore una vita serena e soddisfacente.

L’equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale si viene a strutturare nel corso della crescita. È essenziale, in questa fase, che ad ogni pulsione emotiva si acquisisca la capacità di associare un adeguato atto razionale. Gli squilibri prodotti da una cattiva gestione delle prime fasi di crescita, e le conseguenti errate associazioni tra pulsioni emotive ed azioni conseguenti, possono condurre ad uno sviluppo disfunzionale della sfera sociale ed affettiva, con esiti potenzialmente disastrosi.

Problemi di equilibrio tra emozioni e razionalità hanno modo di svilupparsi a diversi livelli ed in diversi momenti dello sviluppo personale. Possono emergere nella dimensione che la persona sperimenta con se stessa, in quella che sviluppa con un partner e, da ultimo, in quella che realizza con il proprio gruppo sociale.

Una relazione disfunzionale con se stessi può portare a conseguenze tragiche: apatia, depressione, autolesionismo, può sfociare in forme di dipendenza, di anoressia o bulimia, in disturbi legati all’assunzione di cibo. Tipicamente le esperienze traumatiche causano lo sviluppo di risposte cognitive inadeguate agli eventi emozionali, che finiscono col danneggiare sia l’esperienza di vita individuale che le aree relazionali.

Anche qualora si riesca a stabilire una relazione equilibrata con se stessi, nel momento in cui si prova a strutturare un legame relazionale ed affettivo con un altro individuo possono generarsi dinamiche distruttive. L’interazione tra due diverse individualità, ognuna con le proprie specificità, rende più complesso trovare un assestamento che sia soddisfacente per entrambe. Per questo motivo mi sento di avallare l’opinione diffusa che non sia affatto facile trovare l’anima gemella. In questo caso, più risulta precario l’equilibrio individuale, del singolo o dei singoli, più è probabile che sia messo in crisi dalle mutate esigenze di un rapporto di coppia.

In ultima istanza, gli equilibri individuali e di coppia possono essere messi a dura prova dall’interazione col contesto sociale e relazionale nel quale si è inseriti. Personalità critiche sotto il profilo dell’equilibrio emotivo/razionale finiranno col trovarsi a proprio agio, inevitabilmente, all’interno di gruppi di individui affini, col risultato di esasperare l’originale squilibrio. Questo è uno dei motivi del sostanziale fallimento della funzione riabilitativa delle istituzioni carcerarie, dove gli squilibri individuali trovano facilmente un rinforzo collettivo, ottenendo di fissarsi in strutture mentali patologiche ancor più difficili da recuperare.

Da ultimo, più potente dell’influenza prodotta dal gruppo sociale col quale ci si relaziona direttamente, pesa il condizionamento culturale collettivo operato dalla società nel suo complesso. Per le dinamiche già esaminate [2], il contributo del comparto culturale appare più orientato al consumo e allo sfruttamento, in casi limite limite alla distruzione dei singoli individui, che non al conseguimento della loro felicità. E questo purtroppo è un fattore altamente distruttivo, che si ripercuote su tutti gli altri livelli.

[1] Etimologia del termine ‘emozione’

[2] Economia, domesticazione e dipendenze

Sapere dogmatico vs sapere esperienziale

Mi prendo una pausa dal lavoro di analisi sui meccanismi di emersione delle ideologie [1] per un approfondimento sull’incomunicabilità. In passato mi sono concentrato sull’assenza di un sapere condiviso [2], sulla base del quale costruire ragionamenti e conclusioni. Recentemente ho individuato un problema ulteriore, legato non solo al sapere, ma ai processi di costruzione del sapere stesso. Nel modello che sto mettendo a fuoco individuo due diversi processi di costruzione del sapere, definiti, rispettivamente, ‘esperienziale’ e ‘dogmatico’.

Il ‘sapere esperienziale’ si costruisce dal basso, accumulando fatti ed evidenze ed andando a definire un’architettura interpretativa della realtà basata sulla messa in relazione di singole evidenze. Questo è il processo più lungo e faticoso, perché le evidenze vanno soggette ad interpretazione, interpretazioni erronee danno luogo alla costruzione di architetture interpretative disfunzionali ed il tutto piò risolversi in un enorme caos.

Una ulteriore complicazione discende dai già descritti ‘bias culturali’, che fungono da collante sociale e modellano i nostri processi interpretativi. Quando un’evidenza entra in conflitto con un bias culturale consolidato, risulta più semplice mettere in discussione la singola evidenza rispetto al rimettere in discussione il bias culturale consolidato nella nostra architettura interpretativa.

Il ‘sapere dogmatico’ affronta la questione in maniera diametralmente opposta, individuando una fonte di sapere ed acquisendone in blocco la chiave interpretativa della realtà. Il processo risulta molto più semplice e diretto, consentendo di padroneggiare tematiche complesse senza il necessario sforzo di costruzione del percorso logico soggiacente.

Questo processo richiede un investimento minore in termini di intelligenza e consumo delle facoltà cognitive, risultando a molti più accessibile del precedente. Il problema del ‘sapere dogmatico’ è che dipende in toto dall’autorevolezza delle fonti, non avendo richiesto lo sviluppo degli strumenti analitici capaci di metterle in discussione. Analoga considerazione vale per l’onestà intellettuale delle fonti stesse, o per il loro essere strettamente legate ad una diversa cultura ed ai relativi bias culturali.

Il sapere dogmatico risulta una scorciatoia, adottabile da un’ampia fetta della popolazione umana, per accedere alla comprensione di problematiche complesse ed alle chiavi interpretative connesse. Ma è un sapere che accetta di essere messo in discussione solo attraverso l’individuazione di una fonte ‘più autorevole’, in assenza della quale si fossilizza e cessa di evolvere.

Il punto che ho messo a fuoco solo recentemente è che queste due diverse forme di sapere non sono in grado di dialogare, perché parlano due linguaggi cognitivi diversi. Posti di fronte all’interpretazione di una stessa situazione, sapere esperienziale e sapere dogmatico attivano strategie e risorse diverse.

Il sapere esperienziale scompone l’evento in una serie di singoli elementi logici, intorno ai quali costruisce una chiave interpretativa. Il sapere dogmatico individua anch’esso una serie di elementi logici, ma lavora ad inserirli in un contesto interpretativo familiare e consolidato, ereditato dalla ‘fonte autorevole’. Se i due modelli, per qualche ragione, non combaciano, non c’è modo di limare le diversità, e le discussioni si avvitano senza via d’uscita.

Il ‘sapiente esperienziale’ proverà a dimostrare l’efficacia del proprio modello interpretativo utilizzando strumenti cognitivi di cui il ‘sapiente dogmatico’ non dispone, dato che non ha alcuna esperienza nella costruzione di modelli interpretativi: di tutte le spiegazioni fornite non saprà letteralmente che farsene. Anche escludendo la disonestà intellettuale, siamo in una situazione in cui si attivano processi cognitivi diametralmente opposti.

Dal canto suo il ‘sapiente dogmatico’ proverà ad illustrare le proprie chiavi interpretative prefissate, mancando di validarle alla luce dei nuovi fatti, semplicemente perché il meccanismo di acquisizione del proprio sapere non contempla una fase di discussione e validazione diversa da ‘questa fonte è più autorevole di quest’altra’. Per contro, tratterà l’intero modello interpretativo proposto dal proprio interlocutore come proveniente da ‘fonte scarsamente attendibile’.

Quest’analisi delinea un nuovo scenario di incomunicabilità. Mentre il precedente muoveva da considerazioni molto più basiche sulla quantità di sapere disponibile ai due contendenti, l’attuale sposta il focus sul problema della costruzione di tale sapere. O, se vogliamo, della capacità di distinguere tra sapere e ‘non sapere’, tra effettiva comprensione del reale e metabolizzazione di bias culturali.

In compenso l’analisi consente di inquadrare un problema legato alla crescita esponenziale del sapere verificatasi nei secoli recenti. Di fatto risulta molto problematico accedere ai campi più specialistici attraverso un approccio ‘esperienziale’. Se già la mole di nozioni da acquisire è enorme, la mole di fatti ed interpretazioni soggiacenti quelle nozioni risulta enormemente più vasta.

In questo processo di scalata ai vertici delle competenze risultano avvantaggiati gli individui più inclini ad abbracciare un ‘sapere dogmatico’, rispetto a quanti organizzano la propria interpretazione della realtà basandosi sul ‘sapere esperienziale’. Questo potrebbe dar conto, per estensione, della tendenza delle culture umane alla fossilizzazione del sapere.

Per ora mi fermo qui, ma non escludo di tornare sull’argomento.


[1] Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie

[2] Sull’incomunicabilità