Il paradosso Maori

Giusto ieri la pubblicazione di un articolo sul blog “Effetto Cassandra” risollevava l’attenzione sul “paradosso di Jevons”. Nella sua formulazione originaria si può riassumere nel fatto che migliorare l’efficienza di una risorsa, anziché produrne un risparmio, ne causa un aumento dei consumi.

“Jevons osservava che il consumo inglese di carbone era cresciuto dopo che James Watt aveva introdotto il motore a vapore, alimentato a carbone, che aveva un’efficienza maggiore dell’efficienza del motore di Thomas Newcomen. Con le innovazioni di Watt il carbone diventò una fonte di energia più redditizia e si pervenne ad un suo maggiore consumo. Quindi il consumo di carbone aumentò, pur essendo diminuita la quantità di carbone richiesta per produrre il medesimo lavoro”. (cit. Wikipedia)

L’apparente paradosso scaturisce dalla considerazione che un aumento dell’efficienza nell’utilizzo si traduce in una maggior economicità della risorsa stessa, ovvero nella possibilità di ottenere lo stesso lavoro a costi inferiori, che in un regime di domanda elastica fa sì che tale lavoro possa essere applicato ad impieghi prima diseconomici.

Tornando ad un tema a lungo sviscerato su questo blog, l’abbattimento dei costi di estrazione e raffinazione del petrolio ha fatto sì che possedere e condurre un’automobile diventasse pratica diffusa, cosa che non sarebbe avvenuta se i prezzi fossero stati insostenibili per la classe media (e tornerà nuovamente a non esserlo nel declino post picco, ci piaccia o meno).

Nel post citato all’inizio, Javier Perez estende il concetto includendo il risparmio tra le cause di “abbattimento dei costi”, arrivando alla conclusione che, nel mercato globale, una riduzione locale nella domanda di una risorsa ha il solo effetto di renderla disponibile per acquirenti diversi, oltretutto ad un prezzo inferiore.

In una condizione di progressivo esaurimento delle risorse questo parrebbe porre un limite alla possibilità di dilazionarne la durata nel tempo semplicemente riducendone i consumi, almeno finché non intervenga un fattore “calmierante”, come potrebbe essere lo spontaneo aumento dei costi dell’energia, tale da compensare la riduzione di costo prodotta dal risparmio.

Il trasferimento delle merci non avviene infatti “a costo zero”, ed una risorsa locale, nonostante la riduzione del prezzo, può ugualmente non diventare appetibile per un mercato dall’altra parte del pianeta semplicemente a causa dei costi di trasporto, o della deperibilità intrinseca del prodotto (se pensiamo ai cibi).

Ma c’è un mio personale corollario al “paradosso di Jevons”, quello che ho definito “paradosso Maori”, la cui formulazione di base può essere: “qualunque pratica messa in campo per stabilizzare l’economia e migliorare il benessere diffuso di una popolazione (ivi inclusa una riduzione pianificata dei consumi, o il controllo demografico) otterrà il solo risultato di rendere la società che la metta in pratica appetibile per il desiderio di conquista da parte di altre realtà meno benestanti”.

Qui va chiarito il concetto di “benestanti”, che ha un’accezione molto estesa. La più evidente riguarda il processo di immigrazione da parte di paesi a basso reddito e sovrappopolati, che sul lunghissimo periodo potrebbe produrre in Europa una sorta di “effetto India”: condizioni che per noi sono insopportabili possono essere accettabilissime per altri.

Per altri versi un processo analogo si verifica con l’acquisto di porzioni pregiate di territorio da parte di popolazioni che vivono in condizioni climatiche meno favorevoli, come le tenute agricole in Toscana acquistate in massa da inglesi, tedeschi e americani. O il tentativo di mettere le mani sulle nostre risorse idriche (acqua potabile, altra risorsa sovrasfruttata) da parte di multinazionali a proprietà straniera.

Il motivo per cui l’ho battezzato “paradosso Maori” riguarda un racconto sentito anni fa e riguardante le popolazioni del Pacifico. I Maori sono da sempre un popolo guerriero, al punto da elevare guerra ed aggressività a stile di vita. I ragazzi vengono addestrati fin da giovanissimi a combattere ferocemente fra loro in vista degli scontri sanguinosi con le tribù vicine. Una cultura basata sull’accettazione della violenza, del sacrificio e della sofferenza.

Nel racconto un gruppo di Maori, navigando sull’oceano, viene accolto da una popolazione culturalmente all’opposto: pacifica, nonviolenta, non aggressiva. Una civiltà basata sul rispetto reciproco, sulla solidarietà, sulla felicità diffusa e sulla soddisfazione di tutti. Un’utopia realizzata in terra.

Ebbene cosa fanno i guerrieri Maori? Invece di trarre lezione da ciò, appena tornati a casa organizzano una spedizione, attaccano l’isola felice, sterminano e riducono in schiavitù la popolazione e vi esportano il loro stile di vita basato sulla sopraffazione.

(update: la vicenda ha trovato conferma grazie all’impagabile Wikipedia, che tuttavia ne fornisce una lettura meno idealistica…)

La lezione che si trae da questa storia è dolorosa ma necessaria: non si può pensare di costruire un’utopia localizzata ignorando quanto accade intorno a noi. L’utopia deve essere globale e diffusa, ed anche così il rischio di produrre una cultura debole e facilmente aggredibile (dall’interno, non solo dall’esterno) resta elevato. Pensare di ridurre il proprio orizzonte a scelte individuali o ristrette a piccole comunità è semplicistico e, alla prova dei fatti, inefficace.

Non solo (Jevons) rinunciare a qualcosa del suo non basta a preservarla, ma (Maori) puntare tutto sull’etica cooperativa e conservativa ci rende disarmati rispetto a realtà che applicano criteri diametralmente opposti. Cercare un impossibile equilibrio tra le due necessità è di fatto la condanna di noi creature senzienti.

“Un uomo è un angelo che ha perso l’equilibrio mentale (…) Un tempo tutti, tutti quanti erano angeli autentici. Un tempo avevano di fronte una scelta tra il bene e il male, per questo era facile… era facile essere un angelo. Poi accadde qualcosa. Qualcosa non seguì la linea prestabilita o si spezzò, o venne a mancare. E dovettero fronteggiare la necessità di scegliere non il bene o il male bensì il minore di due mali. Quel fatto li sconvolse e ora sono tutti uomini.”
(cit. Philip K. Dick da “Galactic pot healer”)

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12 thoughts on “Il paradosso Maori

  1. Ottima analisi.
    I paesi consumisti sono tutti sovrapopolati nel senso che hanno impronta ecologica straordinariamente eccedente le biocapacità locali.
    Le migrazioni dai paesi sovrapopolati poveri ai paesi consumisti sovrapopolati comporta che i nuovi arrivati (che hanno spesso tradizioni di elevata prolificità) peggiorino la pressione antropica e quella dì’impronta: perché non hanno alcun anticorpo rispetto al consumismo e ne diventano subito dipendenti.
    Il pattern di assalto ai paesi sovrapopolati consumisti può avere anche un’altra metafora: l’assalto alla scialuppa.
    Jared Diamond ha già analizzato questo pattern nello studio nella crisi dell colonie Vichinghe in Groenlandia (l’ultima colonia è collassata per l’arrivo dei “profughi” dalla penultima).

    La migrazione delle risorse (predate dai paesi consumisti agli altri paesi) e delle persone (verso i paesi consumisti) sono le due facce della medaglia della insostenibilità e devono essere combattuti e contrastati con ogni mezzo.

    • Onestamente, per quanto possa trovarmi in sostanziale accordo con quanto esponi, non vedo grosse opportunità di “contrasto”.
      Come ho già scritto non molto tempo addietro, ci troviamo di fronte alle conseguenze innescate da una trasformazione epocale iniziata con la “rivoluzione industriale” e proseguita fino ai giorni nostri grazie all’innovazione tecnologica e ad energia e materie prime a basso costo. Tutto sommato la storia si ripete con significative somiglianze: come l’impero romano duemila anni fa seppe sfruttare il binomio tra tecnologia ed “energia a basso costo” (all’epoca gli schiavi) per assoggettare militarmente e culturalmente l’intero bacino del Mediterraneo, ora sono pochi paesi ricchi ad aver imposto un’assoggettamento militare, economico e culturale al resto del pianeta.

      Né mi illudo sul fatto che una analoga situazione, avendo per protagonista un differente popolo o una differente cultura, avrebbe portato a risultati meno catastrofici (vedasi il nazismo, partorito dal popolo più razionale del secolo scorso).
      Da questo punto di vista, anche se mi piacerebbe crederlo, temo che nemmeno ragione e raziocinio possano aiutarci più di tanto (“il sogno della ragione genera mostri”, ci ammoniva Goya in una frase che qui da noi viene sistematicamente fraintesa). Probabilmente l’equilibrio si produrrà da sé solo quando le risorse del pianeta saranno esaurite e dovremo fare i conti di nuovo con la sopravvivenza immediata.

      • Beh, forse il sonno (o il sogno) della ragione genera mostri, ma se è vero che la rivoluzione francese ha prodotto guerre e (per fortuna) Napoleone Bonaparte , rimane il fatto che io, e credo neanche tu, vorresti vivere in un’europa com’era quella ante rivoluzione francese. La rivoluzione francese per me ha un enorme merito, quello di avere scacciato Dio dal potere, e Napoleone ha fatto una cosa grandissima quando si è incoronato da solo, ha tolto al potere il “marchio” divino,e scusate se è poco. Saranno discutibili i politici o i dittatori oggi, ma almeno devono guadagnarselo il posto, e non ce l’hanno solo per “volere” divino e come tale indiscutibili. Avrà portato anche morte e distruzione il progresso basato sulla ragione, e creato mostri, ma ricordo che prima del 1800 eravamo si e no 1 miliardo quasi tutti morti di fame, oggi siamo in 8 miliardi e in maggioranza mangiamo più che a sufficenza, e semmai, il problema oggi è che non si muore abbastanza. Dovendo scegliere… . Stessa cosa dicasi delle guerre, da un punto di vista sociale, economico e tecnologico, alla fine hanno portato più vantaggi che svantaggi, anche in tutto il loro orrore. No, per quel che mi riguarda, appoggio “il sonno”, e non il “sogno” come elemento corretto della frase del Goya, e se cosi non fosse, mi spiace Goya, ma hai detto una stronzata.

      • Secondo me commetti l’errore, comune a molti, di non andare oltre il momento attuale. Proiettando la tendenza in avanti nel tempo noteresti di sicuro i limiti di questa tua analisi. Per fare un parallelo: è come se ti trovassi su un cornicione che scotta e decidessi di saltare giù. Nell’immediato il bruciore ai piedi è passato e provi sollievo, ma nel futuro prossimo c’è l’impatto col suolo. Un po’ come l’incipit di un film di parecchi anni fa, “L’odio”, di Matthieu Kassowiz, che recitava più o meno “Questa è la storia di un uomo che precipita da un grattacielo di 55 piani, e ad ogni piano che passa continua a ripetersi: fin qui tutto bene”.

        Quanto alla Rivoluzione Francese, ed a quello che ne seguì, tendo a vedere le cose in una prospettiva economica più che storica (nella concezione classica del termine). Nel medioevo la stasi nelle innovazioni scientifiche aveva prodotto una analoga stasi nell’evoluzione sociale. Successivamente, con l’avvento di nuove idee, l’apertura di orizzonti commerciali, le innovazioni tecnologiche, si era prodotto un nuovo soggetto sociale, la borghesia, che ha assunto talmente tanto potere da rovesciare il paradigma precedente, ormai fossilizzato ed inadeguato al cambiamento dei tempi.

        Anche l’aumento attuale della popolazione mondiale non lo leggo in termini positivi, perché ha prodotto un’occupazione manu militari di pezzi importanti di biosfera sottratti alle altre forme di vita: foreste e praterie convertiti in coltivazioni agricole e pascoli, specie autoctone sterminate e spesso estinte per far spazio a qualcosa che noi umani potessimo usare. Crescere così tanto non è stata una scelta intelligente prima di tutto perché non sappiamo quanto a lungo saremo in grado di mantenere la situazione attuale.

        Dalla scoperta delle proprietà chimiche ed energetiche del petrolio in poi è stata una strada tutta in discesa, condita da continue innovazioni tecniche. Ora che il petrolio non è più così economico (perché la parte migliore e più facilmente estraibile e raffinabile l’abbiamo consumata) i nodi verranno al pettine. L’agricoltura meccanizzata, per dire, è totalmente dipendente dal petrolio che muove i trattori e dai fertilizzanti chimici che in un modo o nell’altro dal petrolio si ottengono (per non dire dalle miniere di fosforo, che anch’esse non versano in condizioni ottimali data l’incipiente depletion). Oltre a questo il calo di rendimento dei terreni agricoli prodotto dal sovrasfruttamento è anch’esso drammatico, ed il tutto si traduce in un aumento dei costi al dettaglio che diverrà progressivamente più insostenibile.

        Ora non ho tempo e modo di suffragare queste considerazioni con i link agli articoli in rete, ma molto materiale puoi trovarlo da te semplicemente seguendo i link che nel blogroll (colonna a destra) sono collocati nella categoria “Peak-oil”.

      • Non vedo grosse opportunità di “contrasto”.
        La prima presa di coscienza e’ osservare che le migrazioni di massa, delle risorse (predazioni) e delle persone sono atti violenti. Per risolvere un problema prima di tutto (ancora prima della volonta’ di risolvere un problema, che segue), bisogna rendersi conto dell’esistenza di un problema.
        E la consapevolezza sull’aspetto catastrofico dell’impronta ecologica nei paesi sovrappopolati e consumisti e’ pari a zerovirgolazero percento. Ancora meno che le migrazioni/predazioni sono atti violenti (siamo pure ignoranti in storia).
        Se hai un bruto che ti piglia o vuole pigliarti e lo sta iniziando a fare a sprangate, o ti svegli e previeni con una risposta adeguata in intensita’ ed efficacia, altrimenti soccombi.
        Ma di questo ho accennato nei commenti nella pagina odierna nella quale ti ho citato.
        Come ricorda Tucidide gli Ateniesi, nel contraddittori con i Meli osservavano che c’e’ “giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano.”
        E noi siamo ora vecchi e deboli, inetti, specie ideologicamente e nel sistema dei valori.

      • Io credo che proprio il capitalismo abbia dimostrato in ultima analisi che la predazione sistematica sia l’unico sistema dei valori sul quale il mondo può confrontarsi, ed il risultato sarà che chi, sul breve periodo, di predazione ferisce, sulla distanza di predazione (propria o altrui) dovrà perire.
        Ho seguito il dibattito sia sul tuo blog che su quello di Medo (vita nel Petrolitico), e non mi trovo assolutamente d’accordo con l’idea di “mitragliare i migranti”. Ci sono mafie su entrambe le sponde del mediterraneo che si arricchiscono sulla pelle dei disperati, noi stessi non siamo nemmeno lontanamente innocenti.
        Riguardo al problema della sovrappopolazione non ho che da rispolverare un mio vecchio aforisma: “Trova il cambiamento, prima che il cambiamento trovi te”. Le soluzioni possibili all’eccesso di popolazione sono solo il controllo delle nascite… o l’invasione dei territori altrui. E non si può applicare la prima senza rischiare che il tuo vicino applichi la seconda e ti sottometta. Ancora una volta si torna al “paradosso del prigioniero”: la soluzione migliore puoi ottenerla solo accordandoti col tuo complice/competitor, e questo è spesso impossibile.

  2. Il contrasto anche armato alle immigrazioni clandestine è in effetti un tabù assoluto per la nostra morale.
    Però su un piano etico è una delle possibili forme di contrasto. Lo stesso piano etico del controllo coercitivo del limite massimo di un figlio per donna attuato con discreto successo dai cinesi e che scandalizza i benpensanti secondo la morale occidentale (occidentale? non ho dati su eventuali critiche islamiche o induiste al controllo demografico forzoso cinese – per il momento usiamo “occidentale”).
    Abbiamo un sistema di valori che è diventato ormai da tempo anacronistico e che E’ la fonte dei problemi.
    Se accordarsi col competitore è impossibile e mitragliarlo non si può cosa fai? Soccombi?
    Si ritorna al paradosso dei Maori.
    Ma dal punto di vista evolutivo, anche se volessimo adottare il piano morale qui in voga, rimanere su di esso, una scelta che favorisce i prevaricatori e la prevaricazione,è congruo? è morale?

    E’ necessario rompere il paradosso e questo non può che essere su un piano di riportare l’equità tra parimenti forti, altrimenti non ci può essere giustizia ma solo prevaricazione di uno sull’altro.
    Quindi noi che dobbiamo ad ogni costo ritornare nel minor tempo possibile alla sostenibilità locale (prima forma di giustizia per evitare le predazioni di risorse “altrui”) e anche per arrivare a questo obiettivo è necessario contrastare in ogni mezzo le immigrazioni di massa che sono catastrofiche dal punto di vista demografico e consumistico.

    Ma è così alieno alla nostra morale che sicuramente sarà impossibile ovvero sarà uno delle cause del nostro collasso (quello che io indico come “pattern dell’assalto alla scialuppa”) peraltro abbastanza noto in letteratura.

    Andrò a leggere quanto hai collegato.

    • Ha! Ma il “paradosso Maori” consiste proprio in questo: più punti a stare meglio, in equilibrio, senza indulgere nella sovrappopolazione, più diventi debole e aggredibile da chi intorno a te sta male e sovrappopolato. In questo le migrazioni ci consentono di mantenere un equilibrio demografico pari a quello dei nostri vicini, compensando la “crescita zero” della nostra popolazione.
      Mia madre direbbe: “come fai, ne manca un pezzo!”: o si trova il modo di star bene tutti (o male alla stessa maniera), oppure chi sta bene finirà “invaso” (pacificamente o meno) da chi sta male.

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