Battaglia culturale

Da ieri è online su bikeitalia.it un mio articolo/manifesto che chiede alle istituzioni chiarezza d’intenti e trasparenza sulle nuove sistemazioni urbanistiche da dare alla città.

Perché abbiamo urgente bisogno di una battaglia culturale

Cit.: “Prima ancora degli interventi, prima ancora delle sistemazioni stradali, sono le idee a dover camminare, a muoversi nelle teste delle persone, a spingere determinazioni e volontà.”

A questo proposito sento di dover ribadire un punto essenziale: ascoltare il parere della cittadinanza è doveroso, chiedere ai cittadini di sostituirsi ai tecnici indicando soluzioni alternative è, al contrario, totalmente sbagliato. Personalmente, da utente della bicicletta, le mie competenze si fermano alla materia in questione. Non sono un architetto, non sono un urbanista, non ho la pretesa di insegnare il mestiere a chi occupa posizioni di responsabilità.

Posso dire, e l’ho fatto, che una pista disegnata sul marciapiede non sia “appetibile” per i ciclisti veloci, che finiranno col preferire la sede tranviaria, correndo dei rischi.
O che il fatto di trasferire, più volte lungo la stessa sede stradale, la pista ciclopedonale dal lato destro al lato sinistro della carreggiata non sia la soluzione migliore per preservare l’incolumità dei ciclisti, obbligati ad incrociare ripetutamente il traffico veicolare o a lunghe ed inutili soste ai semafori. Posso far presente che una soluzione inadeguata, come quella proposta, comporti rischi e criticità, ma non sono tenuto a trovare la quadra che salvi capra e cavoli.

Cominciamo a stabilire il punto che l’onere di risolvere i problemi sta a chi i problemi stessi li crea, non a soggetti terzi che spesso non dispongono delle competenze necessarie. A questo proposito mi sembra calzante l’esempio usato giorni fa in una conversazione privata: “Se vado a comprare un’automobile di fascia medio alta e non ci trovo i vetri elettrici”, spiegavo, “non mi aspetto che il concessionario, per accontentarmi, chieda a me di progettarli…!”

Allo stesso modo, se l’apparato comunale rimette mano alla viabilità di un tratto di città creando gravi complicazioni a chi va in bicicletta, non mi aspetto che poi venga a chiedere a me, ciclista, di inventare magicamente una soluzione per cavargli le castagne dal fuoco.

Anche perché, nel caso di via Labicana, di soluzioni rapide, poco costose ed efficaci non ce ne sono. L’unica soluzione accettabile per la mobilità ciclistica, al pari di quelle che avrebbero applicato nel Nord Europa, consiste nel riservare un’intera corsia al traffico delle biciclette. Purtroppo è stata bocciata dai nostri interlocutori, troppo preoccupati di non penalizzare il transito dei veicoli a motore. Ubi maior, minor cessat.

Diventa quindi necessario che i promotori della sistemazione che verrà posta in opera si facciano carico in prima persona degli effetti prodotti, senza cercare improbabili coinvolgimenti e complicità in chi ci dovrà poi convivere, rischiando la propria pelle.

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Atypical Bike2Work 2013

Questo post, molto lungo, autoreferenziale e ricco di (brutte) illustrazioni, è come il precedente ispirato dalla campagna “bike2work day” promossa dal forum Ciclomobilisti. Il fine della campagna era (è) promuovere l’utilizzo della bicicletta per i percorsi quotidiani casa-ufficio. La riluttanza principale, nell’aderire a tale campagna, consisteva nell’atipicità del mio percorso fino all’ufficio, periferia su periferia e tale da obbligarmi spesso e malvolentieri all’uso dell’auto, soprattutto in caso di maltempo a causa di sistematici allagamenti nell’ultimo tratto.

Tre anni fa decisi di fare il reportage di uno dei diversi percorsi un uso (alternati a seconda della fantasia e delle necessità). La via più “naturale” consisterebbe infatti nel raggiungere viale Palmiro Togliatti da Via Papiria, percorrerla fino alla Collatina, zigzagare nell’area industriale di Tor Cervara ed affrontare “in cauda venenum” via di Tor Cervara in direzione San Basilio. Inutile dire come questa sia anche la direttrice più trafficata ed inquinata, cosa che neppure la presenza di una pista ciclabile riesce a mitigare più di tanto. La curiosità mi ha spinto negli anni ad esplorare diverse alternative, arrivando ad attraversare il quartiere Centocelle, o a lambire l’area di Tor Tre Teste, sempre cercando un percorso ottimale… o più d’uno, per il gusto di cambiare ogni tanto.

Un’altro motivo che rende il mio B2W atipico rispetto a quelli degli altri è il principio cardine del modo che ho di spostarmi in città, che consiste nell’evitare come la peste la convivenza sulla stessa sede stradale con le autovetture. E’ più forte di me, se c’è un marciapiedi, un parco, un sentiero, io mi ci butto, pur di star fuori dalla traiettoria dei “missili a quattro ruote” che girano in città. Lo ritengo una applicazione basilare dell’istinto di sopravvivenza: non delegare a sconosciuti la mia incolumità personale.

Da un altro punto di vista ritengo che la fretta sia cattiva consigliera, preferisco muovermi con relativa calma, quando posso, e non dover mantenere un costante elevato livello di attenzione a quanto mi accade intorno. Questo comporta per solito l’allungo di qualche minuto, ma è un prezzo che preferisco pagare pur di preservare il massimo della consapevolezza per gestire le situazioni di rischio reale. Sempre per questo motivo mi troverete molto più facilmente a 10km/h sui marciapiedi che non a sfrecciare a 30km/h o più sulla sede stradale.

In sostanza mi inserisco nella dicotomia “ciclista lepre”/”ciclista tartaruga” recentemente illustrata da Matteo Dondé in una conferenza sulla moderazione del traffico, incarnando entrambi i comportamenti. Posso muovermi a bassa velocità dove il contesto me lo consente, ma posso anche correre se l’unica strada che ho a disposizione è a scorrimento veloce. Una flessibilità che rende anche la scelta dei tracciati molto discrezionale, e rende difficile trasferirli ad altri utenti.

Nel corso degli anni diverse cose sono cambiate, in primo luogo una notevole riduzione del traffico a causa della “crisi” e dell’alto prezzo dei carburanti. Strade chiuse, poi riaperte, giardinetti nati dal nulla, passaggi “improbabili” scoperti per caso (o determinazione) mi hanno portato a sviluppare nel tempo una versione notevolmente diversa del percorso casa-ufficio, e dopo un periodo di rodaggio e perfezionamento mi è venuta nuovamente voglia di raccontarla. Credo possa servire anche a chi segue percorsi ormai consolidati per immaginare ed esplorare possibilità fin qui nemmeno sospettate. Niente di meglio dei versi del poeta Robert Frost può spiegarne l’approccio concettuale:

Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Potete trovare la tracciatura on-line del percorso a questo link.

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Il mio nuovo blog (inatteso)

Un paio di giorni fa mi è stata richiesta una collaborazione dal sito bikeitalia.it.

Serviva un articolo che spiegasse le ricadute della prossima chiusura al traffico privato dell’area dei Fori Imperiali, con le conseguenti deviazioni dei flussi e il cambiamento nei sensi unici delle strade. Detto fatto mi sono messo giù a dettagliare la questione più essenziale, ovvero la chiusura alle biciclette della naturale via di afflusso a quell’area dal quadrante sud-est della città, un problema evidentemente sottovalutato dai nostri poco lungimiranti decisori. L’articolo potete leggerlo al seguente link:

http://www.bikeitalia.it/2013/07/17/i-fori-pedonali-belli-e-irraggiungibili/

Una volta pubblicato mi sono ritrovato intestatario di un blog nuovo di zecca, in maniera del tutto inattesa. Cosa ne farò è ancora da decidersi…

P.s.: sulla questione del senso unico su via Labicana è scattata proprio ieri sera la protesta dei ciclisti romani. Credo sarà la prima di una lunga serie.

La pioggia e il tempo

Uno dei problemi che ho da sempre consiste nel far coincidere l’età anagrafica con quella percepita. Vuoi che il declino fisico non è ancora nettamente percepibile, vuoi che lo specchio mi rimanda un’immagine con qualche ruga ma ancora relativamente giovanile, vuoi che l’invecchiamento è uno dei principali tabù di quest’epoca (un grande rimosso collettivo circoscritto agli appuntamenti periodici coi saloni di bellezza, o gli estetisti, cui nelle conversazioni si fa sempre e solo fugace accenno, al più commentando quello altrui), fatto sta che fatico parecchio a contestualizzare l’idea che l’anno prossimo varcherò la fatidica soglia dei cinquant’anni.

Parallelamente, e non prendetelo come un vanto, continuo a fare le cose che facevo vent’anni fa, a vivere nella stessa città, nel corso degli anni molto poco cambiata (se si escludono l’aumento delle automobili in sosta e l’aberrante metastasi delle periferie), e in un paese abituato a metabolizzare e rapidamente annullare ogni possibile istanza di trasformazione culturale, sociale e politica.

La consapevolezza di questo mezzo secolo di vita si manifesta raramente, seppur a volte in maniera quasi dolorosa: una canzone non ascoltata da anni, un paesaggio che si ricordava diverso, una sensazione di perdita per il sorriso scomparso di persone che non ci sono più.

Per una fortuita serie di casualità, il meteo incerto, decisioni prese all’ultimo minuto ed una prolungata assenza dalle osservazioni astronomiche, stamattina mi sono ritrovato a passeggiare solitario per le viuzze del nucleo storico di Pianello, la frazioncina di Cagli in cui ho trascorso le spensierate estati della mia gioventù, borgo un tempo vivo e chiassoso, ora ben più freddo e silente.

Case che meno di un secolo fa ospitavano nuclei familiari affollatissimi sono ora vuote, o abitate dagli anziani, che non le hanno mai abbandonate, mentre i giovani sono scappati via nel vasto mondo.

La storia di queste piccole valli montane narra di un’economia agricola, spesso di sussistenza dignitosa, spazzata via nel dopoguerra dall’inarrestabile incalzare della modernità. Gli aratri di legno trainati da coppie di buoi (mio nonno materno aveva due vacche che chiamava Biò e Boné) non poterono competere con l’agricoltura meccanizzata, mentre le marginali terre collinari subirono la concorrenza delle rigogliose pianure più a valle. In un’epoca di consumi massificati tanto bastò a decretarne il declino.

I figli di queste terre finirono con l’inseguire l’urbanizzazione, trovando lavoro come muratori e carpentieri (come fece mio padre), o ricercarono mestieri capaci di riscattare la povertà delle esistenze dei loro genitori, finendo ugualmente con l’affollare le periferie industriali delle grandi città. Terre che un tempo davano cibo e lavoro a centinaia di persone finirono col sostentare solo i pochi che rimasero a prendersene cura.

Gli anziani restarono dov’erano sempre vissuti, i giovani (emigrati, seppur solo a poche decine di chilometri di distanza), continuarono ad andarli a trovare per le ferie estive, pur restando culturalmente e socialmente radicati nelle città di adozione. Tutto il mondo antico lentamente invecchiò e si spense.

Stamattina, come scrivevo, mi sono ritrovato a camminare fra case vuote, portoni sbarrati, rendendomi conto di essere ormai tra i pochi ancora in grado di ricordare la vita che si svolgeva qui trenta o quarant’anni fa. E ritrovandomi costretto a fare finalmente i conti con lo scorrere inarrestabile degli anni.

Dopo una breve salita, superato “l’arco”, in quella casa giù in fondo vivevano i miei zii Ilizia e Goffredo, sopra quelle che un tempo erano le stalle del nonno, subito accanto alla casa di “zi’ Romano” (in realtà il fratello di mio nonno), che viveva lì con la moglie Linda.

Salendo si costeggiano le minuscole stalle dove mia nonna allevava galline e maiali, quindi si arriva ad un tratto secondario dell’inselciata. A sinistra la casa dei miei nonni materni, Caterina e Giovanni, abbandonata da anni, a destra quella dei loro dirimpettai, Sira e Masino, ora abitata solo nei weekend dal figlio Paolo, mio coetaneo.

Di fronte a questa, sull’altro lato, la casa di Norma e “zi’ Memmi”, calzolaio, di cui ho solo lontanissimi ricordi. Poco a sinistra un portoncino chiuso da decenni conduceva all’abitazione di una minuta vecchina chiamata Colomba. Accanto, continuando a salire, viveva Triestina, in una casa che ormai ospita figlia e nipoti nel periodo estivo.

Nel punto più alto del paese abitava la famiglia di Tecla, i cui due figli, Sante e Alessandro, hanno pochi anni meno di me. Pur abitando anch’essi a Roma, non ci vediamo mai. Poco oltre, scendendo sull’altro lato dell’inselciata, la casa dove mia zia Rachele vive ora da sola, senza più da molti anni il marito Aldo e la suocera Esterina. Senza soluzione di continuità il passo conduce a quella in cui vivevano Brando e Rosa.

Questi i nomi che ora mi tornano in mente, e molti altri ne mancano. Lo zio Francesco, nella bottega di alimentari vicino al ponte. Enda, la giornalaia che mi vendeva i tanto sospirati fumetti. La signora Costanza dell’emporio dove compravamo giocattoli ed oggetti di varia utilità. Gianni, l’eccentrico proprietario del bar in cima al paese che in tempi ancora più remoti aveva ospitato il cinematografo. E tanti altri…

Camminando con la testa nel passato può accadere di incontrare una ragazzina, sforzarsi di capire chi sia, solo per far riaffiorare alla memoria un fotogramma incongruo, un ricordo risalente a troppi anni prima, e realizzare che quella situazione riguardava la madre… quando aveva la stessa età.

Non saprei dire se sia qui, vivendo obbligatoriamente gomito a gomito con le stesse persone per l’intero arco della propria vita, che lo scorrere del tempo assuma una connotazione più immediatamente percepibile e comprensibile, o se piuttosto non dipenda dal mio transitarvi per archi temporali troppo brevi, intervallati da lunghi periodi di assenza, a ridurne la mia percezione come ad un film proiettato a velocità accelerata.

O ancora, forse, è semplicemente il fatto estemporaneo di fermarmi a riflettere, senza nulla di immediato da fare, senza l’alibi di impegni reali o inventati, a consentirmi di riordinare idee, tempi e priorità, di guardare indietro a ciò che è stato, di ripensare ciò che è, di interrogarmi su ciò che sarà.

Seduto sul mio “balcone coperto” guardo la pioggia cadere. È una cosa che amo fare fin da quando ho memoria. La pioggia è ricambio, rinnovamento, la vita che si disseta, il ciclo dell’acqua che nutre il mondo. Io la osservo, da fuori, la approvo, pur senza riuscire a prendervi parte fino in fondo.

Tre uomini e una vetta (per tacer del Dob)

La perenne insoddisfazione rispetto allo stato del cielo notturno della penisola più ricca e sprecona d’Europa mi spinge talvolta ad esplorare soluzioni mai tentate prima. Le condizioni da ricercare sono due: località lontane da fonti d’inquinamento luminoso e quote elevate per tagliar via l’assorbimento atmosferico, che soprattutto in prossimità dell’orizzonte cancella letteralmente gli oggetti più deboli del “cielo profondo”.

Studia che ti ristudia, lambicca che ti rilmbicca, ho individuato un sito promettente nel Rifugio Zilioli, in prossimità della cima del monte Vettore, nelle Marche: quota 2230mslm ed uno dei punti con meno inquinamento luminoso del centro Italia. Unica controindicazione, è raggiungibile solo con un sentiero da fare a piedi, due ore circa di camminata.

Il mio telescopio, per quanto trasportabile e compatto, pesa pur sempre sedici chili, aggiungetene altri cinque di accessori, mappe, luci, ecc, due o tre litri d’acqua, cibarie per la nottata ed un cambio d’abito invernale per star fuori tutta la notte a passa duemila metri di quota e diverrà evidente come non sia pensabile di affrontare l’avventura da soli.

Tuttavia la follia è una caratteristica diffusa tra gli astrofili, tanto che alla proposta lanciata su un forum di astronomia ben due altri impavidi hanno deciso di aggregarsi, rendendo l’impresa affrontabile. Detto fatto, io, Andrea e Davide ci siamo dati un appuntamento per sabato mattina a Roma, confidando di arrivar su nel primo pomeriggio e dare l’arrembaggio al massiccio con largo anticipo sull’orario delle osservazioni.

Suddiviso il carico e la strumentazione (un telescopio ed un binocolo gigante completo di cavalletto), intorno alle 16.30 iniziamo ad inerpicarci sul sentiero partendo dai 1450mslm di Forca di Presta con 15-20kg a testa di zavorra sul groppone.

L’inesperienza si palesa quasi subito, il sentiero affrontato a passo troppo baldanzoso raffredda ben presto i nostri entusiasmi, costringendoci a diverse soste nel corso delle quali ci scambiamo i rispettivi zaini. Il sistema che ho ideato per imbracare il dobson si rivela troppo rudimentale, scaricando male il peso ed impedendo alla cassa toracica di espandersi al meglio, pregiudicando la corretta respirazione.

Per fortuna la cosa sembra pesare meno ad Andrea (complici anche i 25 anni di differenza rispetto al sottoscritto), che ben volentieri accetta di scambiare il suo zaino supertecnico con la mia “cassetta tracollata”. Mi carico qualche chilo in più, ma la fattura dello zaino me li fa pesare meno.

La salita dura circa due ore e mezza, e sono ore stranianti. Il paesaggio è bello da mozzare il fiato, ma non si può indulgere troppo perché bisogna guardare dove si mettono i piedi: una storta a questo punto sarebbe micidiale.

Saliamo tra l’aria che si raffredda per il progredire del pomeriggio e per l’altezza, ed il sudore dello sforzo che ci surriscalda, senza riuscire a ben gestire l’abbigliamento. L’ultima rampa è la più scoscesa e sconnessa, ma ormai il più è fatto ed approdiamo al tanto sospirato rifugio.

C’è ancora il tempo per cambiarsi, spostando il vestiario zuppo di sudore all’esterno e quello asciutto in prossimità del corpo. Ci appoggiamo nel locale di servizio del rifugio malsopportando il tanfo di urina gentilmente lasciato da qualche precedente fruitore. Io mi stendo sul tavolaccio e riesco perfino a sonnecchiare un po’.

Sul far del tramonto ci raggiunge un gruppo di quattro escursionisti di Osimo con le chiavi del rifugio (andavano prenotate in anticipo, e quando siamo arrivati alla decisione di partire ormai erano già ipotecate). Mentre loro si sistemano nel locale principale ne approfitto per montare il telescopio ed effettuare le ultime regolazioni e messe a punto.

Nel primo crepuscolo porto fuori il dob ed iniziamo ad osservare. C’è vento forte e devo schermarmi dietro alla parete del rifugio, per fortuna il sud è libero ed è la direzione più importante. Punto Saturno, e nonostante lo specchio non sia ancora perfettamente in temperatura ed il seeing un po’ traballante, valutiamo che sia abbastanza buono da proporlo ai nostri “coinquilini”.

I quattro ragazzi si mostrano interessati, ne nasce una bella chiacchierata mentre il cielo scurisce e cominciamo a puntare anche qualche nebulosa planetaria e l’immancabile ammasso globulare M13 in Ercole. Per valutare la qualità del sud punto quindi la nebulosa Laguna, che a buio ancora non completo si mostra già ricchissima di chiaroscuri grazie al filtro OIII.

Intorno alle 22.30 accade l’irreparabile: il rifugio viene avvolto da una nuvola e ci ritroviamo immersi nella nebbia. Per un po’ speriamo si tratti di un evento passeggero, ma dopo la prima mezz’ora perdo la fiducia e riporto lo strumento al chiuso. Dalla nuvola non ne usciremo più se non a piedi, la mattina successiva, a metà della discesa.

Tra l’altro uno dei “goal” della missione era misurare il valore del “buio” di un cielo d’alta quota per confrontarlo con quello rilevato al valico, quasi mille metri più sotto. Neanche questo è possibile perché al momento del blackout stellare manca ancora mezz’ora alla “notte astronomica”.

I quattro marchigiani, non oberati da strumentazione bislacca, hanno portato con sé un barbecue monouso, vino e salsicce a volontà che offrono di condividere con noi. Dopo una laboriosissima operazione di accensione, che il vento forte e l’umidità tentano vanamente di sabotare, ci consoliamo con una gustosa salsicciata.

Intorno a mezzanotte, esaurita la cena e constatato che il nebbione perdura, ci accingiamo a dormire al piano superiore, su un soppalco di legno e senza neppure i sacchi a pelo. Non che servano, abbiamo addosso vestiario adatto a passare la notte all’esterno, ma il pavimento di legno si rivela ben poco confortevole.

Tra il sonno che va e viene esco ancora un paio di volte, all’una e mezza ed alle tre, nella speranza di scoprire il cielo stellato tanto auspicato, ma senza successo. Con l’SQM (Sky Quality Meter) misuro solo il buio della nebbia. Al mattino veniamo svegliati da un altro gruppo di escursionisti, partiti per vedere l’alba dalla vetta e rimasti anch’essi vittime della nebbia. Si sono accampati nello stanzino puteolente quasi sedendosi, stremati, sulla nostra strumentazione.

Valutata l’inutilità di restare (c’era l’idea di una camminata senza zaini fino alla vetta, o ai laghi di Pilato) smonto il telescopio e recupero tutta la strumentazione, rimpacchettiamo la roba negli zaini ed imbocchiamo la via del ritorno.

La discesa si rivela meno pesante della salita, ma si somma alla fatica pregressa ed al poco e scomodo sonno, il vento freddo ed umido ci sferza mentre la ghiaia rischia di farci ruzzolare. Un tornante dietro l’altro scendiamo verso il valico, stupendoci di quanto fosse in realtà lunga la strada percorsa.

Un’ora e mezza dopo siamo in macchina, sfiniti dalla stanchezza. Facciamo colazione, poi sono di nuovo 200km fino a casa, cercando di trarre il buono da un’esperienza che non ha mantenuto fino in fondo le promesse.

Siamo sconfitti ma non vinti, e già ragioniamo se, come e quando tornar su. Di sicuro andrà valutata meglio la situazione meteo, gestiti con più attenzione pesi e dotazioni, cibarie, vestiario ed accessori. Sarà meglio un gruppo leggermente più folto, per suddividere più adeguatamente il carico.

Negli occhi e nel cuore ci rimarrà la magia di quel rifugio solitario e impervio, sospeso sopra le nuvole, sotto un cielo che pian piano scurisce. Promessa di felicità non mantenuta, ma forse soltanto rimandata.