Noi siamo leggende

Il racconto di Richard Matheson “Io sono leggenda” riemerge periodicamente nelle mie riflessioni. La vicenda propone un rovesciamento del tema classico della lotta tra uomini e mostri: il protagonista si ritrova a fronteggiare, da solo, l’epidemia di un morbo che rende le persone simili a vampiri. Di notte si barrica in casa, di giorno gira per la città uccidendo i mostri addormentati.

Col passare del tempo, però, emerge una nuova civiltà composta da semi-vampiri, esseri notturni con le proprie leggi, abitudini, regole e leggende. In una di queste leggende si racconta di una creatura da incubo, che si nasconde di notte ed esce di giorno per uccidere le persone nel sonno. Il nostro protagonista realizza solo a quel punto di non essere più un ‘cacciatore di mostri’. Nel nuovo mondo il mostro è lui, è lui la ‘leggenda’.

Perché una storia immaginaria mi risulta tanto inquietante? Come si lega questo racconto al mio vissuto personale? Di fondo il protagonista soffre di una errata percezione della realtà. Vorrebbe salvare il mondo, ma vive in un mondo che non vuole essere salvato, un mondo che vuole solo essere lasciato in pace.

Traducendo la vicenda dalla metafora alla realtà possiamo descrivere l’errore del personaggio come un ‘pregiudizio cognitivo’, nello specifico di quello che viene definito come ‘bias di proiezione’ (traggo la definizione da qui: https://www.stateofmind.it/tag/bias/)

Bias di proiezione: (…) pensiamo che la maggior parte delle persone la pensi come noi. Questo errore cognitivo si correla al bias del falso consenso per il quale riteniamo che le persone non solo la pensino come noi, ma anche che siano d’accordo con noi! In sostanza è un bias cognitivo che ci induce a sopravvalutare la “normalità” e la “tipicità”.

La vicenda del protagonista riecheggia, in chiave di metafora, il mio personale tentativo di ‘salvare il mondo’ dal traffico, dall’inquinamento e dall’incidentalità stradale (in ultima istanza dal consumismo), ed offre una chiave di lettura alla conseguente percezione di una assenza di progressi in tal senso. Il dubbio, riferito a me, è che il ‘bias di proiezione’ abbia offuscato fin dall’inizio la mia lettura della realtà, inducendomi a proiettare sull’intera popolazione esigenze che erano, di fondo, soltanto mie e di pochi altri.

Come Cicloattivisti abbiamo combattuto per decenni i ‘mostri’ del traffico, dell’incidentalità, dell’inquinamento, senza renderci pienamente conto che il mondo era, ed è tutt’ora, un mondo di mostri, nel quale queste ‘mostruosità’ vengono percepite come naturali, necessarie, inevitabili. E che questo è il loro mondo, non il nostro. Il mondo che i mostri vogliono, mentre del nostro non sanno cosa farsene.

Quelli che, semplificando, chiamo mostri, ovviamente percepiscono se stessi come ‘normali’, mentre i ‘mostri’ che li tormentano sono quelli come me, come noi, che vogliono costringerli a cambiare abitudini di vita, a spostarsi in bicicletta, a fare sport, a sudare, che vogliono togliergli il posto auto sotto casa, che vogliono pedonalizzare le strade, che vogliono donar loro un ‘benessere’ che essi non possono, o non vogliono, comprendere.

Una tale consapevolezza solleva questioni pesanti. La battaglia cicloattivista non è più descrivibile come una lotta di liberazione, perché la maggioranza dei cittadini non vuole essere liberata. “We don’t want freedom, we don’t want justice” (trad.: non vogliamo libertà, non vogliamo giustizia), facevano dire i Talking Heads all’abitante tipo della provincia americana, impersonato da John Goodman nel film True Stories.

Alla luce di quest’analisi, perfino i pochi risultati che abbiamo ottenuto fin qui non sono descrivibili come conquiste, ma piuttosto come imposizioni, dal momento che la maggior parte dei cittadini non li desidera. Non vogliono piste ciclabili ed aree pedonali, non vogliono trasformazioni. Il ‘cittadino medio’ è abituato a questa realtà, e non vuole cambiarla. Magari la desidera un po’ più ordinata, un po’ più pulita, un po’ più ‘decorosa’, ma non diversa.

Pertanto l’unica speranza di conservare e rendere permanenti i piccoli pezzetti di trasformazione che siamo riusciti ad ottenere è che col tempo riescano a farsi normalità. Ma a quelli come me anche questo non basterà. Non possiamo fermarci, non possiamo accontentarci.

Noi siamo i ‘mostri’ che sfidano la normalità, incapaci di farsi bastare ciò che passa il convento. Siamo solitari e fastidiosi, a tramare per sovvertire lo status quo deciso dai meccanismi macroeconomici. Noi siamo quelli sbagliati. Noi siamo ‘leggende’.

Raccontino #2

Universo 4D

(un racconto di Marco Pierfranceschi)

(porge/dispone/colloca) Si è bloccato!
– Vedo.
– È “Universo 4D”.
– L’ho riconosciuto. È un gioco molto diffuso.
– Piace moltissimo alla mia (appendice/prolasso/falange) (superiore/anteriore/ulteriore) (sinistra/torsione). Per questo vorrei cercare di ripararlo.
– Non è un po’ grandicella per questi trastulli?
(con aria sconfortata) Lasciamo stare. Puoi ripararlo?
– Certo, ne ho aggiustati diversi.
– Ma il problema qual è? Ci capisci qualcosa?
(sospiro/disappunto) Vedi qui? Ha spostato troppo in avanti la coordinata temporale. È un’operazione che non fa quasi nessuno.
– Deve averci giocato troppo a lungo…
– Anche perché la parte iniziale è quella più interessante, dopo diventa abbastanza noioso.
– Va a capire che ci trova!
– Le (appendice/prolasso/falange) non ragionano come noi.
– Dice che la affascinano le civiltà.
– Le civiltà, in questo gioco, non sono davvero un granché. Dovrebbe provare quelle di Metaverso 27D!
– Ne sto cercando uno usato, ma al momento niente. Nel frattempo puoi aggiustarmi questo?
– Prima verifichiamo se il problema è quello che penso io (armeggia un po’ coi comandi). Infatti, come immaginavo.
– Cioè?
– È un problema documentato che affligge alcune versioni della prima release. Vedi questa galassia?
– La spirale?
– Sì. Ora ingrandiamo ed andiamo a cercare un pianeta. Eccolo!
– Quello azzurro?
– Esatto! Su questo singolo pianeta si sviluppa una civiltà atipica che prende ad interagire con la struttura fondamentale della (realtà/matrice/simulata/cognizione) portando al blocco del gioco.
– Cosa???
– Eh, trovano il modo di sfruttare un (bug/errore/metafunzione/entanglement) necessario al funzionamento del sistema. E mandano tutto in ‘crash’.
– Non ci posso credere! Vabbé, ma si può sistemare?
– Certo, ci vuole un attimo. Fammi (ottenere/sintetizzare/materializzare) la ‘patch’… Ecco qui. Ora resettiamo… applichiamo… Fatto!
– Tutto qui? E cosa fa, esattamente?
– Questo è interessante. I (produttori/creatori/taumaturghi) hanno provato a modificare il (bug/errore/metafunzione/entanglement), ma è stata una perdita di tempo. Nessuna alternativa rendeva il gioco altrettanto interessante. Quindi sono intervenuti con una soluzione rimediata ma a suo modo brillante. La ‘patch’ modifica una (fluttuazione/interazione/accoppiamento/virtuale) all’inizio del gioco, e guarda cosa succede (armeggia di nuovo coi comandi)
– È il pianeta di prima.
– Sì, solo che adesso…
– BUM! Bel botto! Cos’era?
– Un asteroide.
– E cosa cambia?
– Estinzione di massa. La civiltà atipica non si sviluppa più.
– Non elegantissimo, ma a suo modo brillante. Ma aspetta (scorre l’asse temporale)… Vedo che la vita riprende. Non si sviluppa una nuova civiltà?
– Ovviamente. Ma questa è una civiltà standard! Sai come funzionano… crescita incontrollata, sfruttamento delle risorse, collasso, estinzione.
– Sì, funzionano tutte più o meno allo stesso modo.
– Per l’appunto! Le civiltà non sono davvero un granché in questo gioco.
– Vabbé, l’importante è che ora funzioni. Quanto ti devo?
– Per così poco? Niente! Alla prima occasione mi offri una (alimento/bevanda/psicotropo/fermentazione) e siamo pari.
– Perfetto, ti ringrazio. A presto, allora!
– Ciao, e divertiti!
– Eh! Ma non è mica per me…!
– Si, certo! Come no? (contrazione/occlusione/strizzamento/assenso)

Fine

Wow

Sui dialoghi

scimmia fumetto

Quando si scrive spinti dall’ispirazione, non si perde tempo a ragionare il processo. Per questo, mentre il mio racconto “La Principessa Scimmia” prendeva corpo, non mi sono messo a sviscerare cosa stessi facendo, né perché. La vicenda si sviluppava e modellava una pagina alla volta, e a me andava bene così. Solo a posteriori ho avuto il tempo di ragionare, a mente fredda e ad opera compiuta, su quello che avevo fatto.

L’esigenza di avere una misura del valore del mio lavoro mi ha portato a confrontarmi con quello degli altri. Nel corso di una passeggiata sono entrato in libreria ed ho iniziato a sfogliare, un po’ a casaccio, volumi di narrativa di autori italiani contemporanei.

Con sommo stupore mi sono ritrovato a pensare, di un autore anche famoso (ma mai letto prima): “ma come scrive questo??”. E, immediatamente dopo: “a che titolo posso permettermi di giudicare gente più affermata di me?”. Da cosa nasceva questa supponenza? Sempre più sconcertato ho quindi messo mano ad un tomo di J. K. Rowling (un volume a caso del ciclo di Harry Potter) che, aperto in un punto qualsiasi, mi ha restituito una prosa ben redatta, efficace, leggibile.

A questo punto mi è tornata in mente una questione emersa più volte nelle discussioni con la mia consorte. Commentando un testo dello scrittore David Foster Wallace (nostra comune passione), Emanuela ha avuto a dire: “Leggendo D.F.W. capisco perché ho lasciato a metà la maggior parte dei libri che ho iniziato a leggere negli ultimi tempi”. “Perché sono scritti male”, ho concluso io al suo posto. “Esatto: perché sono scritti male”, ha confermato lei.

Ragionando su come fosse scritto “La Principessa Scimmia”, la mia prima riflessione ha analizzato la tecnica di scrittura. Come Rowling, sentivo la necessità di realizzare un testo leggibile ad alta voce e facilmente comprensibile anche dai ragazzi, e questo mi/ci ha obbligato a rifinire la prosa in un determinato modo. Ma la risposta, per quanto plausibile, non mi soddisfaceva appieno, mi sembrava incompleta.

Rileggendo il testo per l’ennesima volta (sempre dietro richiesta di mia figlia, che ama sentirselo leggere e partecipa emotivamente delle vicende) mi ha colpito l’efficacia dei dialoghi. Anche i più semplici, come ad esempio quelli che si sviluppano fra e con gli animali (personaggi che nella storia hanno tutti, intenzionalmente, un livello di complessità molto inferiore agli umani), restituiscono una sensazione di verosimiglianza.

Sensazione che, ragionandoci su, discende direttamente dal modo che ho usato per immaginarli, calandomi di volta in volta nel personaggio, pensandomi nei suoi panni all’interno della situazione, dandogli voce. Questa maniera di scrivere le battute mi è parsa, fin da subito l’unica possibile, per cui non sono stato a ragionarci troppo su. Ma poi mi sono dovuto confrontare con l’artificiosità dei dialoghi di altri autori.

Un dialogo appare evidentemente artificioso quando il lettore percepisce che ha l’unica funzione di mandare avanti la vicenda. Come molti ‘spiegoni’, che appaiono nei film per raccontare fatti avvenuti prima di quelli rappresentati, tanti dialoghi scritti finiscono col rappresentare non tanto le necessità dei personaggi, le loro urgenze, ma solo quella dello scrittore di condurre la storia verso la conclusione che ha immaginato.

Non mi è stato semplice ricostruire da chi, e dove, ho appreso il mestiere di scrivere i dialoghi. Sicuramente un grosso imprinting l’ho avuto dal laboratorio di scrittura teatrale cui ho partecipato una decina d’anni fa, condotto da Giampiero Rappa presso il Teatro Piccolo Re di Roma. Lì ci siamo confrontati con l’esigenza di dar voce ad un personaggio, di viverlo, di rappresentarlo in scena.

Il lavoro dell’attore richiede di essere, all’interno della rappresentazione, altro da sé; di provare le emozioni di un altro individuo, di dar loro un corpo, una fisicità, una credibilità. L’attore, il bravo attore, deve ‘indossare’ la vita del proprio personaggio, le sue fatiche, i suoi sogni, le sue ambizioni, e restituirle al pubblico.

Chi scrive per il teatro deve fare un lavoro analogo, ma partendo da zero. Deve immaginare un intero personaggio, con la sua vita, il suo passato, i suoi ricordi, il suo carattere, le sue emozioni, e tradurli in poche battute che siano vere, credibili, efficaci.

La stessa cosa deve fare un bravo scrittore. Con conseguenze analoghe a quelle che coinvolgono l’attore… ovvero che i personaggi, dopo essere stati ‘indossati’, finiscono col rimanerti dentro.

Di cosa parla ‘La Principessa Scimmia’

Sto ragionando, in questi giorni, su quanto sia difficile raccontare di un libro di narrativa senza svelarne i dettagli della trama. Quando poi la trama è caratterizzata da un susseguirsi di situazioni del tutto inattese, risulta quasi impossibile spiegare i motivi di interesse senza finire con l’accennare a vicende che è importante non conoscere a priori. Il libro in questione è ‘La Principessa Scimmia’, da poco disponibile su Amazon.

Di cosa parla il mio racconto? Di molte cose. La protagonista è inizialmente una scimmia, che attraverso il coraggio e la determinazione riesce a riacquistare la propria umanità, solo per trovarsi ad affrontare il mistero della propria esistenza, della quale non ricorda nulla. La giovane donna inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta di se stessa e del mondo, ed attraverso una serie di prove dimostrerà le proprie capacità, e saprà farsi accettare per i propri pregi ed abilità. C’è quindi una componente che attiene ai racconti di viaggio, un’altra alle avventure fiabesche, un’altra ancora è rappresentata dalla ricerca e scoperta della propria identità, che nella storia si viene costruendo un pezzo alla volta.

Il racconto è diviso in tre parti nettamente definite, ognuna delle quali rappresenta il riappropriarsi di una porzione necessaria ed importante dell’identità della protagonista. Nella terza parte si lascia spazio a personaggi apparentemente secondari, che si mettono in moto per soccorrere la protagonista e devono perciò attraversare, ognuno nella sua specificità, un percorso di confronto e cambiamento, una messa in discussione delle proprie identità, dal quale escono tutti trasformati e più maturi.

L’universo fantastico che fa da cornice al racconto ha le proprie regole. Gli animali parlano tra loro, e si comprendono tutti, anche fra specie diverse, solo gli umani non parlano più la lingua degli animali, e non la comprendono più da millenni. La civiltà è di tipo pre-industriale. Esistono i maghi, ma sono pochi, e passano più tempo a studiare la magia che non ad esercitarla. I personaggi stessi, per quanto di fantasia ed, in qualche misura, improbabili (i moltissimi animali parlanti su tutti), vivono con estrema coerenza ed umanità la propria condizione, e si finisce con l’accettarli come persone reali.

La magia viene usata come escamotage narrativo, ma in chiave fortemente metaforica. Le trasformazioni che i protagonisti subiscono sono trasfigurazioni di situazioni reali, nelle quale ognuno di noi può trovarsi, o essersi trovato in passato. Umanità ed animalità diventano due facce della stessa medaglia, complementari e non auto-escludenti, trasposizioni di modi diversi di pensare e relazionarsi all’esistenza.

Il Bene ed il Male non sono entità astratte in contrapposizione, emergono semplicemente da diversi approcci alla vita. I ‘buoni’ sono personaggi semplici, attenti a quello che hanno intorno, empatici e rispettosi degli altri. I ‘cattivi’ sono individui vuoti, che non riescono a costruirsi motivi d’interesse all’esistenza non dipendenti dall’opinione altrui, che sono quindi obbligati ad assoggettare.

La scrittura si sforza di essere sempre presente alle vicende narrate. La prosa asciutta ed essenziale mira a fornire le informazioni necessarie e sufficienti a dare corpo e tridimensionalità ai personaggi ed alle situazioni descritte, senza appesantire inutilmente lo svolgersi degli eventi con dettagli sovrabbondanti e superflui, piuttosto lasciando all’immaginazione del lettore la costruzione degli scenari all’interno dei quali i personaggi agiscono.

Rispetto a ciò che accade è meglio non sapere nulla in anticipo. Essendo un viaggio di scoperta, di pagina in pagina ogni nuova rivelazione apre scenari prima inaspettati. Svelare troppo di quello che accadrà significherebbe togliere magia e mistero ad una storia che merita di essere assaporata un passaggio alla volta.

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura.

PS quadrato

La Principessa Scimmia

PS

Da poche ore è online su Amazon la mia ultima fatica. Si tratta di una fiaba un po’ dark, un racconto fantasy che si sviluppa con toni prima infantili, per poi maturare man mano che la vicenda procede. Il racconto di com’è nato questo libro è già, del suo, una storia che merita di essere narrata.

Nell’accompagnare a letto mia figlia, che ormai ha otto anni, le ho sempre letto storie scritte da altri. Si è addormentata con le fiabe dei fratelli Grimm, con Perrault, con Hans Christian Andersen. Poi le ho letto Il Piccolo Principe, il Pinocchio di Carlo Collodi (nella versione integrale), la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Sepúlveda ed altri ancora, finché non ha insistito perché le raccontassi una storia inventata da me.

Non sentendomi all’altezza, ho deciso di farle uno scherzo innocente, buttando là una fiaba per prenderla un po’ in giro. Siccome la bambina era in una fase di fissa per le principesse, le ho inventato una storia senza capo né coda.

‘C’era una volta una scimmia che voleva diventare principessa. Allora va in giro a chiedere a tutti gli animali “come posso fare?”. Tutti gli animali le rispondono che non si può. Alla fine si fa coraggio, va dal Leone e gli chiede “Re della foresta, come posso fare a diventare una principessa?”. Il Leone le risponde “Non si può!”, e se la mangia’.

Come previsto la nuova storia è stata accolta con notevole disappunto. “Papà, ma che storia è?”. “È la storia della scimmia”, le ho risposto io. E pensavo fosse finita lì. Se non che il giorno dopo mia figlia mi ha avvicinato con una richiesta: “Papà, la storia della scimmia… Puoi inventare un finale dove lei riesce a diventare principessa?”. E come si fa a dire di no ad una figlia?

Solo che, a quel punto, non mi potevo rimangiare le premesse. Gli animali non dicono bugie. Se le avevano detto che una scimmia non poteva diventare principessa, doveva essere vero per forza. Qui nasce il secondo colpo di scena della storia (il primo è come riesce a non farsi mangiare dal leone).

Continuando a sviluppare le idee, ho deciso che la vicenda meritava maggior dignità di un semplice racconto orale. Ho quindi scelto di scriverla, così come era scritto il Piccolo Principe, o Pinocchio, con una prosa adatta ad essere letta ad un bambino. Questo mi ha obbligato ad uno stile di scrittura nuovo, con frasi brevi, ed in cui per ogni battuta pronunciata viene anche specificato quale personaggio la pronuncia. Uno stile di scrittura adatto ad una lettura ad alta voce.

Ma le premesse mi avevano messo in una situazione molto difficile. Una volta che la scimmia (ri)diventa principessa, che tipo di principessa è? Che ci fa in mezzo alla savana? E sono le domande che si pongono sia il lettore che la protagonista. Comincia quindi un lungo viaggio alla ricerca di una storia passata di cui la ragazza stessa non sa nulla.

Scrivendo un pezzo alla volta, a gruppi di poche pagine, la storia prendeva forma e veniva raccontata a mia figlia, che non vedeva l’ora di scoprire le nuove avventure della principessa scimmia, interrogandomi tra una stesura e l’altra su cosa sarebbe successo. La storia prendeva forma in un bizzarro miscuglio di magia e realtà.

Mentre scrivevo, già dalle prime pagine, ho anche compreso che la narrazione poteva essere uno strumento per comunicarle una visione del mondo e delle relazioni umane, diventando uno strumento per insegnare, così come nelle antiche fiabe, delle lezioni di vita.

La scrittura stessa, procedendo in avanti, si è modificata per accogliere situazioni e soluzioni meno schematiche ed infantili quando ho iniziato a proiettarvi i miei timori per quello che attenderà mia figlia con la crescita, evitando di scivolare su soluzioni scontate e prevedibili. Il tutto nei confini di situazioni adeguate e comprensibili ad una bambina della sua età.

Una particolarità di questa storia è che si è articolata senza un’idea preconcetta di quello che sarebbe accaduto. Non ho costruito lo scheletro della storia, andandolo poi a riempire. Ho sviluppato la vicenda un passo alla volta, calandomi nei panni dei personaggi e facendoli agire in base a quello che era accaduto fino a quel punto.

Credo che questo contribuisca all’imprevedibilità delle situazioni, mentre un altro motivo di interesse sono i continui cambi di scenario e l’alternarsi dei personaggi di secondo piano, che entrano ed escono di scena portando con sé le proprie peculiarità e caratteristiche.

Una volta completato lo sviluppo dei personaggi e delle vicende, e confezionato il prevedibile lieto fine, ho quindi sottoposto il mio lavoro al vaglio di un ventaglio molto selezionato di amici e parenti, ricevendone pareri mediamente positivi. Questo mi ha convinto a pubblicare questo bizzarro ed improbabile oggetto letterario.

Mi sarebbe piaciuto farne una versione illustrata, ma fin qui non mi è stato possibile. Sarò contento se la storia piacerà. La sua funzione primaria, divertire mia figlia, è comunque assolta.

Il libro è acquistabile su Amazon in versione e-book. Nei prossimi giorni sarà disponibile per l’acquisto anche la versione cartacea.

N.b.: mi sono reso conto, a posteriori, di non aver detto molto sui contenuti del libro. Nell’intento di rimediare, ho proseguito il discorso.

L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

Vado elaborando, ormai da anni, una descrizione della realtà basta su relazioni di causa-effetto. L’idea di fondo è che l’esatta individuazione delle cause dovrebbe, almeno in teoria, consentire di intervenire sugli effetti. Quello che spesso emerge, tuttavia, nel corso dell’analisi, è che le cause prime sono molto più profonde e radicate di quanto appaia a prima vista.

Prendiamo l’esempio delle ideologie, rispetto a cui ho sviluppato un’analisi ormai diversi anni fa. Le ideologie, anche complesse (destra, sinistra, ambientalismo, progresso, ‘crescitismo’, capitalismo), emergono come strutturazione razionale di pulsioni più basiche, sepolte in profondità nella nostra psiche.

Le ideologie di destra emergono come formalizzazione di una pulsione istintiva alla competizione, retaggio di tutti gli esseri viventi. Quelle di sinistra rappresentano una concettualizzazione dalla spinta alla cooperazione, che discende dal nostro essere una specie sociale. Le ideologie del Progresso e della Crescita Economica Illimitata nascono come proiezione di una aspirazione al benessere, comune ad ogni essere vivente.

Le ideologie umane, tuttavia, modellano il mondo, generando nuovi problemi prima inesistenti. La questione più drammatica emersa negli ultimi decenni riguarda l’impatto delle attività umane sulla biosfera. Lo sfruttamento incontrollato dell’ecosistema da parte della specie Homo Sapiens sta causando la distruzione di una serie di realtà caratterizzate da elevata biodiversità, e la loro sistematica sostituzione con habitat artificiali finalizzati alla produzione di cibo per una popolazione insaziabile e tutt’ora in crescita.

Il fatto che tutto ciò non sia percepito come un problema dalla maggior parte della popolazione è indice di un travisamento di fondo, collettivo, della collocazione eco-sistemica dell’essere umano su questo pianeta. Anche su questo ho recentemente scritto, etichettando tale bias culturale con la definizione di Pregiudizio Antropocentrico.

Ma un singolo bias culturale da sé non può reggersi, perché finisce con lo scontrarsi con una serie di contraddizioni. A riprova di ciò, non tutte le culture umane appaiono afflitte da ‘Pregiudizio Antropocentrico’, in special modo ne sono distanti quelle rimaste legate ad un rapporto più profondo con la natura e i suoi equilibri. Quelle culture che la nostra arrogante autoreferenzialità bolla come ‘arretrate’.

La Natura nasce dal caos, e nel caos procede, con paletti definiti unicamente dalle leggi della fisica e della chimica molecolare. Le strutture organiche autoreplicanti emergono dal caos primordiale, ed in virtù della proprietà di riprodursi in innumerevoli copie, dati tempi lunghissimi a disposizione, finiscono col produrre le innumerevoli forme di vita che vediamo oggi. Nessun ordine, nessun progetto, solo popolazioni abbondanti e diversificate che competono per la sopravvivenza, generando un equilibrio dinamico e trasformandosi nel processo.

Nei fenomeni biologici, l’ordine è conseguenza di innumerevoli iterazioni di processi simili, su larga scala. Le popolazioni animali e vegetali si susseguono con continuità, interagendo in maniere complesse ed adattandosi in continuazione le une alle altre. Ciò può dar luogo ad un’apparente armonia, che è però unicamente il risultato, su larghissima scala, di un’innumerevole quantità di eventi casuali.

In questo scenario, dopo centinaia di milioni di anni, irrompe una nuova specie, la nostra, caratterizzata da un significativo sviluppo cerebrale. Un cervello in grado di osservare, comprendere e manipolare la realtà, sviluppatosi inizialmente con funzioni di mera sopravvivenza ma, in ultima istanza, diventato talmente complesso da interrogarsi su se stesso. Da questa unicità la nostra specie ha tratto l’idea di essere diversa e più importante delle altre.

Per supportare la tesi che l’Uomo fosse al centro dell’Universo occorreva contrastare l’evidenza dei fatti, elaborando una complessa ideologia che poggiasse su una quantità sufficiente di quelle che chiameremo ‘stampelle’ per potersi reggere in piedi. La prima di queste stampelle fu, con molta probabilità, la negazione della morte.

La consapevolezza della morte è una delle forme di sofferenza cui ci ha condannato lo sviluppo intellettuale del nostro cervello. Abbiamo trovato il modo di contrastare questa permanente afflizione mediante l’elaborazione del pensiero religioso e l’invenzione delle divinità, con la conseguente costruzione di sistemi di credenze finalizzate a negare la morte degli individui.

Questa elaborazione concettuale, che oggi accettiamo con facilità, deve essere stata altamente contro-intuitiva per i nostri antenati, abituati alla vita nomade di cacciatori-raccoglitori. Uno stile di vita in cui la morte doveva essere un’evidenza estremamente frequente (per quanto mitigata dall’elaborazione del lutto mediante riti funebri).

L’invenzione di un’anima divina, slegata dalla corruzione del mondo, è stata in grado di allontanare l’angoscia della morte, ma richiedeva la fabbricazione di una ulteriore ‘stampella’ ideologica a supporto, che fosse allo stesso tempo evidente e auto-giustificante. Nacque così l’idea di un Ordine Divino, avente il suo riflesso nell’Uomo.

Come abbiamo visto, in una ipotetica dicotomia ordine-caos, la natura appartiene al caos. L’uomo decide così di ‘chiamarsi fuori’, di appartenere ad un Ordine Divino, di aspirare all’immortalità. Nel fare ciò, mette insieme una serie di evidenze a supporto di tale tesi. Come esempi di ordine trova i cicli temporali determinati dall’interazione gravitazionale dei corpi celesti: l’alternanza di giorno e notte, il succedersi dei mesi lunari, i cicli delle stagioni, il ruotare incessante del cielo notturno, i moti dei pianeti.

Non è un caso che tutte le culture umane abbiano proiettato nel cielo il luogo delle divinità, come a sancire uno spazio in cui si manifesta l’Ordine (divino), distinto e separato dall’ambito terrestre, dominato dal caos. Nella regolarità dei moti celesti l’uomo antico proietta il suo bisogno di ordine, la sua aspirazione alla divinità ed in ultima istanza il desiderio di sfuggire alla morte.

Il concetto di Ordine si sviluppa, in parallelo, anche grazie alla crescita delle abilità cognitive ed attraverso i modi coi quali un cervello particolarmente sviluppato ci consente di manipolare la realtà circostante. Gli utensili, per risultare efficienti, devono essere fabbricati in una maniera precisa e sempre uguale; i ripari, anche quelli provvisori, vanno realizzati con criterio; i vegetali per l’alimentazione vanno scelti con attenzione, per evitare le varietà tossiche o velenose, e mescolati nelle esatte dosi.

Dovendo dipendere il benessere e la sopravvivenza dei gruppi umani dalla corretta applicazione di numerose regole, non è difficile immaginare come la leadership delle tribù preistoriche abbia finito col premiare proprio quegli individui più capaci di aderire ad un comportamento altamente strutturato, finendo con l’aprire la via all’idea di un Ordine Salvifico contrapposto ad un Caos potenzialmente mortale.

L’idea di Ordine si traduce, nel corso dei secoli, nelle prime scienze esatte, matematica e geometria, che si riflettono a loro volta nei primi monumenti dell’uomo (piramidi, colonne), nelle opere di irregimentazione idraulica e nell’organizzazione delle coltivazioni. Da questa prospettiva non è un caso che Scienza e Fede vadano letteralmente a braccetto, perlomeno fino ai tempi recenti.

Quello che accade, da Galileo Galilei in poi, è un progressivo distacco. La scienza matura una propria idea di Ordine Intrinseco delle Cose che non ha più necessità di una divinità a supporto. La religione, dal canto suo, non trovando più appigli nelle nuove scoperte scientifiche non può far altro che rinchiudersi a riccio sulla veridicità delle antiche scritture ed ostacolare, per quanto possibile, le nuove acquisizioni del sapere.

Sapere che si traduce ben presto in nuove tecnologie, in macchine sempre più sofisticate e complesse, in realizzazioni ingegneristiche strabilianti. La scienza diventa il nuovo alfiere del trionfo dell’Ordine, mentre alla religione resta soltanto la funzione di sollievo e conforto dalla paura della morte, anch’essa significativamente ridimensionata dall’avvento di nuove forme di distrazione (aka intrattenimento) via via più evolute e capillari.

Dato il quadro fin qui descritto, risulta evidente come a guidare l’evoluzione tecnologica della nostra specie sia stata, fin dall’antichità, l’adesione ad un’idea astratta di Ordine che ha dapprima incarnato, ed in tempi recenti sostituito, la figura divina. I nuovi sacerdoti di questa fede sono i grandi tecnocrati, architetti, progettisti, sviluppatori di software intelligenti e mondi virtuali.

E tuttavia l’Ordine umano, freddo e meccanico, si contrappone ai processi caotici propri del mondo naturale, determinando un conflitto permanente per il dominio del pianeta. È chiaro, a questo punto, il motivo per cui non siamo in grado di moderare l’impatto delle attività umane sulla biosfera: da un lato è il pregiudizio antropocentrico a suggerire che il nostro agire possa essere unicamente ‘buono e giusto’, dall’altro è l’idea, introiettata nell’arco di innumerevoli generazioni, di un Ordine (a suo modo divino, in quanto frutto di pura astrazione) sempre e comunque preferibile al Caos.

Un’idea analoga a quella formulata dallo scrittore e filosofo Robert M. Pirsig nel volume “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” con l’elaborazione di ciò che viene definito come Metafisica della Qualità, solo che la chiave di lettura è qui completamente rovesciata dall’evidenza che la Qualità (l’Ordine) è il motore stesso della distruzione del mondo.

Questa nuova consapevolezza mi mette a disagio, come pure realizzare quanto in profondità sia radicato il bisogno di Ordine nei modi in cui mi relaziono all’esistente. Perfino questo ragionamento, per dire, è espressione di un desiderio di Ordine. Subisco da sempre la fascinazione per le geometrie perfette, le idee astratte, la musica, la tecnologia, per tutto ciò che è regolare, preciso, esatto, prevedibile.

Proprio per questo, fatico enormemente ad accogliere la consapevolezza della fallacia e provvisorietà dei successi umani. È un’idea che mi addolora, perché in controtendenza con tutto quello che ho sognato e desiderato fin dalla fanciullezza.

E tuttavia resta innegabile l’evidenza del danno progressivo che stiamo producendo sull’ambiente che ci ha generati. In termini di perdita di biodiversità, di distruzione di habitat, di turbamento di equilibri sviluppatisi su un arco temporale di milioni di anni. E in qualche modo altrettanto evidente mi appare il concetto, attribuito ad Albert Einstein, che: “non si può risolvere un problema usando lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato”.

In conseguenza di ciò, non possiamo illuderci di poter risolvere un problema generato dalla tecnologia umana per mezzo della tecnologia umana. Non possiamo affrontare un dissesto prodotto dall’idea di Ordine applicando un analogo criterio, solo declinato diversamente.

Se vogliamo risolvere il problema causato dalle attività umane all’ambiente possiamo solo sospendere le attività umane. O tenerci il problema, e scommettere su quanto a lungo riusciremo a non farci sopraffare dalle ricadute indesiderate delle nostre azioni.

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La questione ambientale (sesta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Fin qui abbiamo usato il termine ‘sostenibilità’ senza scendere nel dettaglio, ora sarà il caso di farlo. ‘Sostenibilità’ deriva da ‘sostenere’, come, ad esempio, nell’idea di ‘sostenere un oggetto’. L’esempio ci rimanda ad un lavoro fatto per contrastare una naturale tendenza, ovvero quella dell’oggetto attratto verso il suolo dalla forza di gravità: maggiore il peso, più breve il periodo di sostenibilità.

Per le civiltà valgono considerazioni analoghe: maggiore è la pressione sull’ecosistema, più breve sarà l’arco temporale in cui la civiltà in oggetto potrà essere ‘sostenuta’ dai processi biologici naturali. La storia dell’umanità abbonda di esempi di civiltà insediatesi in habitat troppo esigui per alimentare il livello di consumi da esse imposto all’ecosistema. Il risultato è in genere consistito nel collasso o nella totale estinzione.

Un esempio, già trattato in passato, è quello delle colonie vichinghe in Groenlandia. Il tentativo di riprodurre, in terre più povere di risorse, uno stile di vita sperimentato come funzionale nel Nord Europa ha condotto alla scomparsa delle popolazioni ivi insediatesi. Un altro esempio è quello dell’Isola di Pasqua, dove una migrazione da parte dei polinesiani intorno all’anno mille produsse un’aggressione massiccia alla fauna ed alla flora indigene, portando il delicato ecosistema ad un depauperamento irreversibile nel volgere di pochi secoli.

Oggi sappiamo che la colpa del collasso non fu interamente delle popolazioni native, che avevano finito col trovare un delicato equilibrio con le risorse dell’isola. Il ‘colpo di grazia’ definitivo fu dato dalla scoperta dell’isola da parte degli occidentali, che vi portarono, involontariamente, malattie e specie alloctone (roditori). Tuttavia la presenza dei roditori non avrebbe potuto portare, da sola, al collasso di un habitat in buona salute. La responsabilità dei polinesiani rimane nell’aver prodotto, mediante l’abbattimento sistematico delle palme giganti di cui l’isola era ricca, una estrema fragilità dell’ecosistema insulare.

Quindi, al di là delle buone intenzioni espresse nel precedente capitolo, relative ad una riduzione volontaria degli esasperati consumi attuali, ciò che realmente determina il carattere di sostenibilità di una civiltà è, in ultima istanza, la capacità dell’ecosistema di alimentare il livello di consumi desiderato a tempo indefinito, ed a quale prezzo ciò può essere ottenuto.

Al di là del consumo di suolo e dell’inquinamento, problemi gravi ma evidenti e percepibili, quello che ai più sfugge è il drammatico crollo della biodiversità prodotto dall’azione umana negli ultimi millenni. Per biodiversità si intende da un lato la varietà di specie viventi che insistono in un territorio, dall’altro la numerosità delle specie stesse in termini di individui.

La salute di un ecosistema dipende dall’equilibrio tra esigenze diverse: la coesistenza di specie diverse di piante, di erbivori, di frugivori, di insetti, di batteri nel suolo, la competizione tra prede e predatori, e dai movimenti, transumanze e migrazioni delle specie che popolano un territorio. All’interno di questa ricchezza si producono le risorse per far fronte alle trasformazioni ambientali, dai periodi più caldi alle ere glaciali, attraverso una varietà genetica che accelera i percorsi evolutivi di adattamento.

In questo processo l’opera dell’uomo è devastante. Foreste ricche di biodiversità vengono abbattute per far spazio a monocolture ad alta ‘produttività’. Specie selvatiche vengono con indifferenza portate all’estinzione mentre si preservano solo una manciata delle varietà ritenute adatte all’allevamento ed al consumo umano, animali trasformati in modo da soddisfare le esigenze produttive e consumistiche, non più in grado di sopravvivere allo stato selvatico. La pesca ‘industriale’ trasformata in un sistematico saccheggio e depauperamento della fauna ittica globale.

Il fattore drammatico, ancora non metabolizzato dall’opinione pubblica, è che una specie non si estingue quando muore l’ultimo esemplare: se la popolazione si riduce al di sotto della soglia in grado di garantire una sufficiente diversità genetica, la specie è già condannata. Recentemente i koala sono stati dichiarati specie ‘funzionalmente estinta’, a fronte di una popolazione residua di 80.000 unità.

Un discorso analogo vale per gli habitat sui quali le specie insistono. Le riserve che vengono approntate per preservare la biodiversità dalla distruzione totale hanno spesso dimensioni insufficienti a garantire l’effettiva sopravvivenza delle specie che vivono al loro interno, essendo in grado unicamente di prorogare, per un breve arco temporale, la sopravvivenza di una manciata di individui.

A questo proposito occorre citare un esempio che a mio parere chiarisce bene la natura del problema. Anni fa un team di entomologi stava studiando un particolare moscerino della foresta amazzonica, un insetto microscopico del peso di pochi milligrammi. Lo studio analizzava la capacità dell’insetto di sopravvivere alla deforestazione, ovvero la sua adattabilità a porzioni ridotte di foresta. Quello che si evidenziò fu la totale scomparsa della specie da porzioni di foresta di dimensioni inferiori ad un chilometro quadrato.

Ora, se la capacità di riprodursi di un insetto dipende dalla disponibilità di un chilometro quadrato di foresta vergine, di quanto spazio hanno bisogno specie più grandi? Ne stiamo lasciando abbastanza? La risposta è no. Gli habitat naturali si stanno riducendo a velocità crescenti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame e coltivazioni di palma da olio. La previsione è che, in assenza di interventi drastici, gli habitat intatti saranno totalmente scomparsi nell’arco di pochi decenni, assieme alla gran parte della biodiversità globale.

Quindi la sola riduzione dei consumi individuali, già teorizzata nel precedente post, non è strategia sufficiente a garantire la salute degli ecosistemi terrestri. Al pari degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua stiamo alacremente distruggendo i meccanismi biologici fondamentali che garantiscono la salute del pianeta, creando quelle stesse condizioni di fragilità che causeranno un prevedibile futuro collasso. Stavolta non al livello di una singola isola, bensì globale. Sarà necessario incidere molto più a fondo per realizzare la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, in ultima istanza individuando la maniera di ridurre la popolazione umana mondiale.

D’altro canto la lungimiranza non è mai stata la caratteristica principale della nostra specie, così come non lo è per qualunque specie vivente. La natura premia, nell’immediato, l’individuo, la popolazione e la specie in grado di razziare la maggior quantità di risorse, riservando al lungo periodo l’opera di ristabilire un equilibrio. Che può anche comprendere la totale scomparsa della specie ‘eccessivamente aggressiva’, non solo un suo ridimensionamento.

Venendo al nostro caso, siamo i predatori più efficaci del pianeta, surclassando di diversi ordini di grandezza qualsiasi altro predatore apicale. Il nostro successo riproduttivo, relativo agli ultimi millenni, non ha eguali nella storia del pianeta. Prevedibilmente, la nostra caduta sarà altrettanto repentina.

(continua)

Evolution

(elaborazione dell’autore, a partire da un originale trovato qui)

La questione ambientale (seconda parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Prima di approfondire le questioni relative alla Rivoluzione Industriale dobbiamo però aver chiaro perché il successo senza precedenti della nostra specie rappresenti un problema. Di fatto abbiamo ottenuto quanto desideravamo: cibo a sazietà, agi e comodità, la sconfitta di numerose malattie che affliggevano la nostra specie dalla notte dei tempi, oltre a conquiste strabilianti dal punto di vista tecnologico… cosa c’è di male in tutto questo? Per comprenderlo dovremo fare un passo indietro, comprendere come funziona la biosfera ed il suo principale motore: la catena alimentare.

La catena alimentare non è altro che il meccanismo in grado di riciclare la materia organica. La Vita si nutre di sé stessa, ed ogni individuo che nasce e cresce finisce prima o poi per diventare il nutrimento di qualche altra creatura. I vegetali vengono mangiati dagli erbivori, che a loro volta sono predati dai carnivori, che finiscono vittime di altri carnivori o muoiono finendo decomposti dai vermi, in un processo che mira al riutilizzo di tutta la materia organica disponibile, ed all’occupazione di ogni possibile ‘nicchia ecologica’.

Food chain

Gli organismi autotrofi (le piante) sono anche in grado di costruire materia organica a partire dal carbonio presente nell’aria (sotto forma di CO2) e di materia inorganica, avendo a disposizione la giusta quantità di acqua e di luce solare. Dove è in grado di svilupparsi vegetazione non tardano a comparire erbivori e carnivori.

Perché il processo funzioni è però necessario instaurare un equilibrio, affinché la predazione non sia eccessiva e non conduca all’estinzione la specie predata. In genere questo equilibrio si trova da sé: ad un aumento della popolazione nella specie predata (per esempio a causa di una trasformazione climatica favorevole) corrisponde un aumento dei predatori, il cui numero cresce finché la popolazione predata non si riduce al di sotto della soglia di sostentamento dei predatori.

Cosa accade quando questo equilibrio non riesce ad instaurarsi ce lo racconta la vicenda di un branco di bovini abbandonati su un’isola disabitata del Pacifico all’epoca dei grandi viaggi di esplorazione oceanica. Pochi capi di mucche e vitelli vennero abbandonati su un’isola ricca di erba. Al successivo passaggio della nave, diversi anni dopo, in assenza di predatori e con abbondante cibo a disposizione i bovini si erano moltiplicati, ed assommavano ad alcune decine.

Al terzo passaggio, trascorsi altri anni, i bovini erano ormai oltre un centinaio ed avevano colonizzato ogni angolo dell’isola. Al quarto passaggio, tuttavia, i marinai non trovarono traccia di bovini vivi: l’isola era coperta di ossa e non si vedeva più nemmeno un filo d’erba. La proliferazione di un predatore ‘alieno’ troppo massiccio ed efficiente per il microscopico habitat insulare aveva condotto all’esaurimento delle risorse ed, in ultima istanza, all’estinzione del predatore stesso.

Purtroppo non sono riuscito a rintracciare la fonte di questo racconto, ma ho trovato un articolo in rete che racconta dell’abitudine settecentesca di lasciare capre sulle isole oceaniche per fornire cibo ad eventuali naufraghi. L’articolo racconta anche i danni ambientali prodotti dalle capre, e di come si siano dovuti investire fondi ingenti per eradicarle nuovamente in modo da preservare i delicati equilibri ecologici di habitat unici.

Il punto è che, come spiega bene Charles Darwin, l’evoluzione viaggia a velocità diverse e su scale diverse nelle masse continentali rispetto alle piccole isole. Un grande continente ha spazi e risorse molto maggiori, tali da consentire il processo di ‘gigantismo’ che ha dato vita ai dinosauri prima, ed all’attuale macrofauna mammifera poi: gli erbivori crescono di dimensioni come difesa rispetto ai carnivori, che a loro volta devono seguire un percorso analogo per risultare predatori efficaci.

Tutto questo è in relazione alle risorse disponibili ed agli spazi. I casi di gigantismo nelle piccole isole sono relativamente rari: le tartarughe giganti delle isole Galapagos, i Draghi di Komodo e le palme giganti, ora estinte, dell’isola di Pasqua, per quello che riesco a rammentare su due piedi.

Nelle isole avviene anzi un processo inverso, in cui animali originariamente di grandi dimensioni rimpiccioliscono per adattarsi ad habitat meno ricchi di quelli dove si erano precedentemente sviluppati. È il caso degli elefanti nani del Mediterraneo, ridotti, dalla necessità di adattarsi ad ecosistemi meno ricchi rispetto a quelli originari, ad un’altezza di poco superiore al metro.

L’atipicità della nostra specie consiste nell’aver ideato strumenti che ci hanno consentito da un lato di raggiungere l’apice della catena alimentare, dall’altro di diversificare il nutrimento aggredendo più nicchie ecologiche simultaneamente. Mentre ogni specie animale ha un ventaglio di risorse alimentari limitato alle specie di cui si nutre, la nostra ha fatto in modo di metabolizzare non solo più varietà (siamo onnivori, possiamo nutrirci di carne, vegetali, frutta) ma, attraverso il fuoco, l’allevamento e l’agricoltura, di convertire in forme alimentari anche ciò che originariamente non era per noi commestibile.

Quindi, fin dall’antichità, siamo una specie inconsapevolmente votata all’obiettivo di divorare l’intero pianeta, eliminando selettivamente le forme di vita non commestibili per lasciare spazio solo a quelle edibili. Tornando alla chiusura del precedente post: cosa poteva andare peggio? Semplicemente che trovassimo il modo di trasformare in nutrimento anche la materia inerte. Cosa avvenuta, su larga scala, con la Rivoluzione Industriale.

(continua)

Il cielo ritrovato

Quest’estate, al ritorno dalle ferie, mi è venuta l’idea di pubblicare un libro online, nel Kindle Book Store di Amazon. Avevo da poco riletto un manualetto minimo sull’osservazione astronomica pubblicato (per modo di dire) nel 2014 e rigirato in rete in formato PDF, la prima idea che ho avuto è stata di estendere quella piccola guida sviluppando meglio i diversi argomenti.

L’idea del libro è fornire informazioni utili a comprendere la pratica dell’osservazione del cielo, con indicazioni utili sia ai totali neofiti, sia a chi già abbia disponibilità di un minimo di strumentazione. Non tanto un manuale omnicomprensivo, quanto una serie di indicazioni per evitare gli errori più tipici, dalle aspettative sbagliate alla scelta di una strumentazione non idonea.

Mentre lo buttavo giù, inserendo molti più argomenti di quanti avevo inteso originariamente, ho anche ripreso in mano l’idea di pubblicare una raccolta di post sul tema della mobilità leggera e dell’uso degli spazi urbani. Inutile dire che il secondo libro ha finito col sorpassare il primo, e venire pubblicato con diverse settimane di anticipo.

L’esperienza di pubblicazione del primo volume mi è tornata utile per il secondo, da poco online in formato e-book ed a breve anche in versione cartacea. Con l’occasione ho messo online anche il primo ‘manualetto minimo’, anche se il prezzo più basso consentito da Amazon (0,99€) non è ridotto quanto avrei voluto.

Il nuovo libro lo trovate a questo link, potete leggerne un’anteprima online o farvela inviare al Kindle (chi ne ha uno). Come per il primo, non mi aspetto grossi volumi di vendita. La materia è già stata sviluppata in innumerevoli altri testi, spesso in forma più approfondita. Quello che differenzia il mio libro è il taglio pratico, finalizzato al conseguimento di risultati osservativi più che ad una conoscenza a 360° della materia.

Cover

Crisis? What Crisis?

Come i meno distratti avranno potuto notare, da oltre un mese questo blog langue. Il motivo è che mi sono trasferito armi e bagagli da un’altra parte, ovvero sul blog “Crisis? What Crisis?”, progetto avviato da Pietro Cambi ed al quale, oltre al sottoscritto, partecipa Jacopo Simonetta. Abbiamo pensato che unire le forze avrebbe portato a ciascuno di noi più lettori di quelli che avremmo fatto da soli, e così è stato.

L’idea iniziale, per come l’avevo pensata, era di ripubblicare, dopo un breve lasso di tempo, gli articoli di Crisis anche qui. Così ho fatto per i primi due, ma non credo che proseguirò oltre. Penso invece di pubblicare, periodicamente, i link alle ultime uscite sull’altro blog. Ecco le più recenti.

Io e il nucleare (ricordando Chernobyl)
Dalla fascinazione giovanile alle disillusioni dell’età adulta, la parabola dell’energia nucleare e come si è strettamente intrecciata alla mia esperienza di vita.

Cronache dalla discarica
Post ‘riciclato’ da questo blog sulla ‘disposofobia’ e l’attitudine a trasformare i luoghi in cui viviamo in discariche.

Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva
I comportamenti ‘incomprensibili’ dei ciclisti urbani interpretati alla luce dell’evoluzionismo darwiniano (che ne spiega il senso)

L’agnello di Dio che toglie i cannibali dal mondo
Carenze proteiche da diete sbilanciate e loro conseguenze sulle popolazioni del Nuovo Mondo.

Bellezza, ricchezza, benessere
Altro post ‘riciclato’ sulla messa in discussione dei luoghi comuni legati ai significati delle tre parole del titolo

Le conseguenze della corruzione
La logica darwiniana applicata alla corruzione: come i sistemi corrotti tendono a produrre intorno a sé situazioni idonee al prosperare della corruzione stessa.

Figli di un Dio Motore
Rivolta dal basso e repressione nell’esperienza dei cicloattivisti romani alle prese con realizzazioni ciclabili ‘clandestine’

È bello avere un corpo
Altro post ‘riciclato’ sul piacere dell’esercizio fisico

Sarà questa la fine del Mammifero Bipede? Probabilmente no. Mi riservo di pubblicare in questo spazio esperienze di vita e riflessioni personali, che su Crisis non avrebbero un’adeguata collocazione. Ma il grosso della produzione lo troverete di là.