Crisis? What Crisis?

Come i meno distratti avranno potuto notare, da oltre un mese questo blog langue. Il motivo è che mi sono trasferito armi e bagagli da un’altra parte, ovvero sul blog “Crisis? What Crisis?”, progetto avviato da Pietro Cambi ed al quale, oltre al sottoscritto, partecipa Jacopo Simonetta. Abbiamo pensato che unire le forze avrebbe portato a ciascuno di noi più lettori di quelli che avremmo fatto da soli, e così è stato.

L’idea iniziale, per come l’avevo pensata, era di ripubblicare, dopo un breve lasso di tempo, gli articoli di Crisis anche qui. Così ho fatto per i primi due, ma non credo che proseguirò oltre. Penso invece di pubblicare, periodicamente, i link alle ultime uscite sull’altro blog. Ecco le più recenti.

Io e il nucleare (ricordando Chernobyl)
Dalla fascinazione giovanile alle disillusioni dell’età adulta, la parabola dell’energia nucleare e come si è strettamente intrecciata alla mia esperienza di vita.

Cronache dalla discarica
Post ‘riciclato’ da questo blog sulla ‘disposofobia’ e l’attitudine a trasformare i luoghi in cui viviamo in discariche.

Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva
I comportamenti ‘incomprensibili’ dei ciclisti urbani interpretati alla luce dell’evoluzionismo darwiniano (che ne spiega il senso)

L’agnello di Dio che toglie i cannibali dal mondo
Carenze proteiche da diete sbilanciate e loro conseguenze sulle popolazioni del Nuovo Mondo.

Bellezza, ricchezza, benessere
Altro post ‘riciclato’ sulla messa in discussione dei luoghi comuni legati ai significati delle tre parole del titolo

Le conseguenze della corruzione
La logica darwiniana applicata alla corruzione: come i sistemi corrotti tendono a produrre intorno a sé situazioni idonee al prosperare della corruzione stessa.

Figli di un Dio Motore
Rivolta dal basso e repressione nell’esperienza dei cicloattivisti romani alle prese con realizzazioni ciclabili ‘clandestine’

È bello avere un corpo
Altro post ‘riciclato’ sul piacere dell’esercizio fisico

Sarà questa la fine del Mammifero Bipede? Probabilmente no. Mi riservo di pubblicare in questo spazio esperienze di vita e riflessioni personali, che su Crisis non avrebbero un’adeguata collocazione. Ma il grosso della produzione lo troverete di là.

Ripensare la città

È da poco online una raccolta di scritti presi da questo blog. Sostanzialmente un libro da leggere online sotto forma di un altro blog, dove però i contenuti sono stati organizzati e riordinati in modo da consentire una facile lettura. I temi selezionati sono quelli che riguardano la vivibilità delle aree urbane e la mobilità sostenibile, bicicletta in testa. Il titolo del libro/blog è Ripensare la città. Buona lettura.

L’inferno degli specchi

Pochi giorni fa, vincendo una fortissima riluttanza, ho finalmente aperto un account su Twitter, social network caratterizzato dalla brevità concessa agli utenti, obbligati a concentrare le proprie comunicazioni in soli 140 caratteri.

Non so cosa realmente mi aspettassi di trovare (mi avevano descritto un ‘medium’ più orientato alle notizie che alle chiacchiere), come primo impatto mi è parso una brutta copia di Facebook, con testi contratti al massimo e ‘quoting’ semi incomprensibili, rimbalzi e rimpalli di cose altrui (retweet) ed aggiornamenti giornalistici che si possono avere in maniera molto più gestibile attraverso un aggregatore di feed RSS.

Ma la cosa più fastidiosa e disturbante mi è apparsa la evidente specularità con Facebook, che frequento ormai da diversi anni. Tutto quello che non mi era risultato evidente nell’esperienza di un singolo ‘social medium’ è emerso nel confronto con il secondo: un gioco di specchi con al centro l’utente, che finisce con lo sperimentare un mondo informativo-relazionale a propria immagine e somiglianza.

E veniamo al titolo di questo post, preso in prestito da uno scrittore giapponese (Taro Hirai) che si firmava con lo pseudonimo Edogawa Ranpo. “L’inferno degli specchi” è uno dei suoi racconti più famosi e dà il titolo ad un’antologia di storie tra il noir e il fantasy che mi è capitata in mano qualche tempo fa.

Nella vicenda un ricercatore comincia ad indagare le proprietà paranormali degli specchi, in particolare dei riflessi multipli. Sviluppando le sue teorie arriva ad ideare un apparato concepito come un guscio rivestito all’interno di specchi di diverse forme e dimensioni. Una volta costruito, come ultimo esperimento vi si chiude dentro finendo per svanire fra urla disumane in una realtà (orribile) posta al di là degli specchi stessi. L’apparato, una volta riaperto, si rivela vuoto.

Per l’epoca in cui fu scritto, e per i contenuti ormai anacronistici, né il racconto né l’antologia tutta mi entusiasmarono particolarmente. Oggi tuttavia ne colgo appieno il valore metaforico. L’uomo che si annienta nei propri riflessi è una efficace raffigurazione dell’utente dei social-network, talmente preso da una illusione da lui stesso creata da finire col perdere il contatto con la realtà. Cito testualmente da un post scritto poco più di un anno fa.

The Daily Pierfra nasce da una discussione sull’idea di ‘Daily Me’, ovvero sul rischio che l’utilizzo della rete, filtrato dalle singole e rispettive sensibilità, finisca col riflettere più che una varietà di opinioni l’orientamento di pensiero del singolo utente. In pratica ognuno frequenterebbe quotidianamente siti informativi, blog e forum di proprio gusto, finendo con l’esperire una sorta di galleria degli specchi dove gli viene continuamente rimandata un’immagine di sé, pur restando convinto di aver effettuato una immersione culturale nel mondo reale.”

La mia ‘full immersion’ nel social-network per antonomasia (Facebook) inizia circa quattro anni fa, in occasione della nascita del movimento #salvaiciclisti. All’epoca cercare di sfruttare il meccanismo social per veicolare idee ed iniziative parve una buona idea, e per un po’ probabilmente funzionò. Ma erano altri tempi, gli utenti non erano ancora abituati (verrebbe da dire assoggettati) ai meccanismi strutturali di Facebook, la comunicazione era meno dispersiva e polverizzata.

I meccanismi, appunto. L’interesse primario dei social-network è quello di far passare ai propri utenti il maggior tempo possibile sulla piattaforma. Per far questo si opera un attento ‘profiling’ di ogni singolo utente in modo da potergli/le offrire contenuti di suo interesse. Il risultato finale è un appiattimento di quanto viene automaticamente filtrato dal sistema sui personali gusti ed interessi del fruitore.

A questo si aggiungono i meccanismi di selezione dell’utente stesso, che tende a privilegiare discussioni, su argomenti specifici, con persone allo stesso livello di elaborazione, col risultato che ci si circonda di ‘menti affini’ che hanno poco di nuovo da portare, mentre le persone potenzialmente interessate ad approfondire l’argomento ne restano al di fuori, o subiscono reprimende nel momento in cui intervengono maldestramente nel dibattito.

Una ripetitività di contenuti e dinamiche che, oltretutto, tende a peggiorare nel tempo, portando ad una lenta ma inarrestabile disaffezione degli utenti (paradossalmente proprio quello che i meccanismi stessi vorrebbero scongiurare). Tornando a me, proprio la montante insoddisfazione nei confronti di Facebook mi ha spinto a cercare la fuga in un ‘social’ diverso, Twitter, dove tuttavia paiono dominare le stesse dinamiche, aggravate da una dimensione dialettica pesantemente penalizzata.

Un’esperienza frustrante che mi spinge a rimettere in discussione l’efficacia di molte delle forme di comunicazione che ho provato a sviluppare nel corso degli ultimi anni. Con esiti che appaiono, al momento, difficilmente predicibili.

Caravaggio - "Narciso"

Le cause e gli effetti

In questi giorni sono tornato a riflettere sulla questione del collasso delle civiltà. Normalmente tendiamo a considerare l’avvento della civiltà come un processo in divenire mentre il suo collasso viene descritto come qualcosa a sé stante, un fenomeno che innesca il precipitare degli eventi e la distruzione, o lo stravolgimento, della civiltà stessa.

Ma è realmente così? È corretto questo approccio? Il collasso delle civiltà è un effetto inatteso o piuttosto parte integrante del percorso complessivo? Questa seconda opzione ci apre una chiave di lettura diversa e forse più calzante.

Pensiamo ad un qualunque oggetto di uso comune sottoposto ad usura: è corretto pensare che sul lungo periodo finirà per degradarsi al punto da diventare inutilizzabile. Quindi come descriveremmo il momento in cui l’oggetto si rompe in maniera irrimediabile? Collasso? Quanto è davvero inatteso tale esito?

Prendiamo ad esempio l’oggetto di consumo principe dei nostri tempi: l’automobile. Nessuno ormai pensa più di acquistare un’automobile per continuare ad utilizzarla tutta la vita e lasciarla poi in eredità alla propria discendenza, per tutta una serie di motivi non ultimo di quali l’obsolescenza programmata.

L’utilizzo stesso dell’automobile produce una lenta ed inesorabile usura, il meccanismo di trasformazione energetica del motore a scoppio inevitabilmente degrada le parti mobili coinvolte; le trasmissioni meccaniche lentamente erodono le parti metalliche con le quali sono realizzate; gli urti e le vibrazioni innescano processi distruttivi nelle diverse parti strutturali del veicolo; pioggia, sole e sbalzi termici danneggiano vernici e finiture estetiche.

Nel corso degli anni il veicolo viene sottoposto ad interventi di manutenzione e riparazione che diventano progressivamente più frequenti ed onerosi, mentre le parti non direttamente coinvolte nella funzionalità dello stesso vanno incontro ad un lento ed inesorabile declino. Parallelamente le prestazioni ed il grado di soddisfazione prodotto dal suo utilizzo scemano vistosamente.

Alla fine del ciclo di vita del mezzo emerge con evidenza l’irreparabilità dei danni cumulati e l’impossibilità di ripristinare le funzionalità iniziali senza un investimento di gran lunga superiore al valore commerciale del veicolo. Detto in altri termini, il processo industriale di fabbricazione di una vettura nuova (all’interno dell’attuale sistema economico) risulta meno costoso rispetto agli interventi necessari a mantenere la funzionalità della vecchia ad un livello accettabile.

A questo punto l’automobile viene rottamata, ma possiamo davvero definire questa parte del processo, questo cosiddetto “collasso”, come inatteso, imprevedibile? Ovviamente no: la conclusione è parte del processo e dipende dal processo stesso, non è un evento a sé stante. Possiamo non sapere quando avverrà una rottura, ma sapremo che prima o poi qualcosa si romperà perché è nella natura fisica delle cose non essere indistruttibili.

Ora proviamo a trasferire questo parallelo alle civiltà umane. È difficile definire con esattezza il momento di inizio di una cultura perché la storia non procede per salti: ogni epoca fluisce e si trasforma lentamente nella successiva. Tuttavia le civiltà sono caratterizzate dal perdurare di linguaggio, estetica, modalità relazionali, filosofie lungo un arco di tempo sufficientemente esteso da distinguersi rispetto a ciò che le precede e le segue.

Potremmo dire che l’inizio di una civiltà consiste nel diversificarsi, per più di qualche carattere di costume, dall’epoca che l’ha preceduta. Nel muovere ad una trasformazione culturale profonda innescata da un mutamento nell’approccio all’esistente, come può essere l’avvento di una religione, o di una corrente filosofica, come il pensiero scientifico.

Quello che è comune in tutti questi processi è l’alterazione di un precedente stato di equilibrio, o la reazione ad un disequilibrio venutosi a creare come esito della precedente civiltà. Così, ad esempio, l’impero romano sorge quando una delle tante piccole città del centro Italia in perenne conflitto con le altre sviluppa una strategia politico-militare particolarmente efficiente ed inizia ad espandere il proprio controllo a mezza Europa ed all’intero bacino del Mediterraneo.

Lo fa creando un equilibrio dinamico dove prima ce n’era uno statico, e nel farlo innesca un processo di progressivo esaurimento delle risorse che sul lungo periodo riporta la situazione al punto di partenza, seppure con un millennio di evoluzione tecnologica, culturale e filosofica in più a guidare la nascita di nuovi imperi e civiltà.

Se consideriamo come tratto dominante delle culture preistoriche e tradizionali l’equilibrio con l’ecosistema (anche qui con parecchie eccezioni dato che uno dei principali esiti della diffusione della nostra specie al di fuori del continente africano è consistita nell’estinzione della macrofauna e di alcune forme di macroflora da quattro dei cinque continenti), possiamo individuare nel disequilibrio il tratto dominante delle culture storiche.

Così, ad esempio, l’invenzione dell’agricoltura in Mesopotamia ha dato il via alla nascita delle città, al saccheggio delle risorse ed alle guerre per l’acqua, quindi, lentamente ma inesorabilmente, alla progressiva desertificazione di quelle terre. La civiltà industriale sta portando questo processo su scala planetaria in termini di saccheggio delle risorse e danni ambientali.

Dalla distruzione di suolo fertile (30% negli ultimi quarant’anni!), all’overfishing, alla sovrappopolazione, al progressivo surriscaldamento dell’atmosfera, tutti gli indicatori ci segnalano l’insostenibilità del nostro modo di vivere, quindi che aspettative possiamo avere rispetto al futuro se non un brutale arresto quando non sarà rimasto più nulla da consumare?

Disgiungere gli effetti dalle cause non è prassi accettabile in un’analisi onesta, men che meno confidare nei miracoli. Il risultato finale della civiltà dei consumi sarà l’esatto prodotto di quello che stiamo pazientemente costruendo: il consumo di tutto quello che è consumabile. Ottenuto questo risultato, al quale stiamo alacremente lavorando da decenni, non resterà più nulla se non rifiuti tossici e degrado, popolazione in sovrannumero e conflitti per le briciole residue.

E non dovrà sorprenderci, perché è esattamente quello che stiamo consapevolmente realizzando, assecondando l’avidità del momento e fingendo di ignorare che ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni causa un effetto. Le civiltà umane corrono tutte alla massima velocità verso la propria conclusione, come un fuoco pirotecnico che schizza verso l’alto ed esplode nel massimo splendore, poco prima di bruciare completamente e ridursi in cenere.

Di ideologie, utopie ed altri costrutti

Da tempo ragiono di scrivere un post sulle ideologie e su quanto il nostro modo di pensare e di relazionarci agli altri ed al mondo dipenda da esse. Parafrasando un aforisma di Ascanio Celestini (che l’autore dedica al razzismo) potremmo affermare che “le ideologie sono come il culo, puoi vedere quelle degli altri ma non sei in grado di vedere le tue”.

Di fatto le ideologie semplificano una realtà complessa rendendola in qualche modo gestibile, il problema è che facilmente descrivono un quadro sbagliato. Le ideologie sono, tipicamente, delle proiezioni di sé: si abbracciano perché rappresentano il proprio sentire ed il proprio modo di relazionarsi agli altri, molto spesso quello che abbiamo appreso con l’educazione.

Così, ad esempio, se siamo cresciuti nella convinzione che la cooperazione sia eticamente superiore alla competizione abbracceremo preferibilmente un’ideologia “di sinistra” teorizzante l’uguaglianza tra gli uomini, mentre se siamo stati allevati in un contesto dove a dominare è la competizione saremo più facilmente sedotti da un’ideologia “di destra”.

Poi arrivano gli antropologi e fanno piazza pulita di tutti i costrutti ideologici elaborati nel corso dei dieci, quindicimila anni di quella che chiamiamo civiltà (termine che dal punto di vista etimologico sancisce solo il passaggio culturale che da popolazioni nomadi ci ha reso stanziali ed inurbati) riportandoci alle radici di quello che è la condizione umana.

Riguardo al lavoro di Jared Diamond ho già avuto modo di dilungarmi in passato parlando di Armi, acciaio e malattie e di Collasso. In questo ultimo lavoro (2012) l’antropologo mette in campo una vita di ricerche partendo dalla domanda “Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?” La prima risposta che mi viene da dare è: a demolire le ideologie.

Uno dei primi argomenti trattati nel volume riguarda la guerra, termine che solitamente associamo ai conflitti tra nazioni e normalmente non ci verrebbe da associare agli scontri tra piccole tribù. Diamond dimostra come il concetto di conflitto armato tra gruppi umani sia facilmente scalabile ai piccoli aggregati, e non sia improprio associarlo agli scontri tra tribù, gang rivali o cartelli per il controllo di produzione e traffico di droga.

La guerra, il conflitto, è una condizione pressoché costante nelle relazioni tra gruppi umani confinanti, perfino tra tribù che normalmente intrattengono rapporti commerciali ed hanno scambi che coinvolgono relazioni parentali (mogli o mariti che si trasferiscono da un gruppo all’altro). Le guerre, piccole e grandi, prendono il via da situazioni pregresse, insoddisfazione, torti subiti, dispute territoriali, e coinvolgono dalle poche decine di individui ad intere coalizioni di tribù.

La natura non gerarchica dei piccoli aggregati umani rappresenta in questo caso un limite, perché non esistendo capi dotati di reale potere (ma solo di una ‘autorità morale’) non c’è modo di imporre la cessazione delle ostilità alle “teste calde”, col risultato che le faide si propagano, con momenti di diversa violenza ed intensità, nel corso degli anni, fino a diventare endemiche.

Le modalità dei conflitti variano in base alla numerosità delle popolazioni coinvolte, siano esse piccole tribù, nazioni disperse identificate dalle etnie, città stato, imperi o nazioni moderne, ma il dato comune che emerge è che a giustificare il conflitto c’è la possibilità di ottenerne un vantaggio, quindi l’equilibrio tra guerra e pace è determinato dalla disponibilità di risorse.

Tipicamente, nota Diamond, le popolazioni che vivono in un regime di sussistenza precaria in habitat poveri di risorse non hanno vantaggi ad intraprendere relazioni conflittuali e tendono ad intrattenere coi vicini piccoli scambi commerciali che non sfociano in gesti violenti. Per contro gruppi umani stanziati in regioni ricche di risorse finiscono col sovrappopolare il proprio areale e ad entrare in conflitto con le popolazioni circostanti.

La guerra funge da meccanismo di riequilibrio demografico, riducendo le popolazioni in eccesso ed operando una redistribuzione delle risorse fra i superstiti, in attesa di un nuovo ciclo di abbondanza, seguito da aumento della popolazione, quindi crisi, conflitto per le risorse, ad libitum.

In quest’ottica le grandi ideologie del ventesimo secolo perdono il terreno su cui appoggiano: la guerra, la violenza, non sono più caratteristiche indesiderate dell’animo umano ma semplicemente reazioni istintive alla situazione contestuale, non già una questione di organizzazione sociale di un tipo o dell’altro. Organizzazione sociale che se influenza la redistribuzione delle risorse ha un controllo molto relativo sulla loro produzione.

La grande domanda di sempre, se gli esseri umani siano intrinsecamente ‘buoni’ o ‘cattivi’, trova quindi una risposta, che è: entrambi. Gli esseri umani diventano pacifici o violenti a seconda della situazione contingente, contengono in sé il germe del bene e del male, ma le molle scatenanti sono al di fuori di essi, per quanto le ideologie che abbracciano possano spingerli in una direzione o nell’altra.

Questo mette la definitiva pietra tombale a molte ideologie, e sancisce il mio definitivo abbandono dell’ideale anarchico. Se fin qui ho sempre pensato che l’anarchia fosse il miglior metodo possibile di autogoverno ‘ma non con l’umanità attuale’, ora ho ben chiaro che l’umanità non potrà mai essere diversa dall’attuale senza diventare altro, un qualcosa che non saprei immaginare, un qualcosa che potrebbe non esistere mai.

Se quello che siamo, pur deformato da quindici millenni di cosiddetta civiltà, è il risultato di un processo evolutivo, in tal caso un’umanità diversa, in grado di elaborare l’aggressività intra ed interspecie, avrebbe gli stessi vantaggi competitivi, sarebbe in grado di sopravvivere? Non è forse il nostro desiderio di un mondo pacifico e felice un semplice costrutto ideologico assolutamente non calzante con la realtà?

Le società tradizionali hanno alle spalle millenni di elaborazione di un equilibrio con l’ambiente dal quale traggono sostentamento, equilibrio che comprende conflitti, infanticidio, in diversi casi cannibalismo (per far fronte a carenze proteiche). Per contro la nostra cultura, che pretende di imporre le proprie idee ed ideologie, è l’apoteosi del disequilibrio, dell’insostenibilità, della distruzione progressiva di risorse e suolo fertile, della sovrappopolazione di qualsiasi habitat senza alcun piano di riequilibrio.

Non posso che concludere con la frase di Goya (nella rilettura di Scripta Manent): ‘il sogno della ragione genera mostri’. Non il sonno, come la frase viene solitamente tradotta, bensì il sogno, la pretesa che l’intelletto possa piegare la realtà alle proprie cervellotiche elucubrazioni, costruendo modelli sociali che si rivelano poi inadeguati a gestire la complessità ed ambiguità dell’animo umano. Ed ancor meno la salute della biosfera e dell’intero pianeta.

I Ciclisti Filosofi

La scorsa settimana, spinto dall’intenzione, vaga, di far circolare aforismi sulla bicicletta, ho dato vita all’ennesima pagina Facebook (le altre che mantengo le potete trovare nella colonna di destra, identificate da piccoli ‘box’). Ben presto l’idea iniziale ha cominciato a definirsi con maggior precisione, disvelando un potenziale superiore a quanto mi aspettassi inizialmente.

Per comprendere come nasca l’idea di dar vita ad una simile serializzazione dei contenuti occorre fare un passo indietro e ragionare sul concetto di ‘meme’.
Wikipedia descrive il meme nei termini di:

…“un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica, quindi un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione…

Per sintetizzare il concetto: ogni cultura evolve integrando nel proprio corpus idee, concetti, logiche ed approcci nuovi, e rimuovendone altri che quindi cadono in disuso. Il termine ‘meme’ rimanda all’imitazione, ovvero alla caratteristica propria dei gruppi sociali di cementare la propria identità attraverso la condivisione e la ripetizione di consuetudini.

Consuetudini che possono essere l’utilizzo di un neologismo o di una forma gergale esclusiva, di una canzone o un semplice frammento di testo, di un manierismo unico nella pronuncia di determinati fonemi, alla stessa maniera in cui viene utilizzato l’abbigliamento o l’interesse per una determinata categoria di oggetti ed attività umane per collocarsi all’interno di ‘mode’. Ci si imita a vicenda e questo fa del gruppo una realtà distinguibile.

Sui meccanismi di propagazione dei ‘meme’ è in corso da anni una riflessione. Se a posteriori è evidente come alcuni di essi possano essere prepotentemente emersi (molti per sparire in un arco di tempo altrettanto breve), stabilire una ‘formula del successo’ è impossibile. Esempi di ‘meme’ in anni recenti sono i Chuck Norris Facts, o la scena del film Titanic sulla prua della nave (ripresa in un milione di citazioni e parodie), o l’avvento degli zombie come spauracchio di massa in cui parlavo altrove.

Nel mondo dei Social Network (e di Facebook in particolare, che al momento è il più diffuso e pervasivo) la propagazione spontanea di piccoli e semplici meme è all’ordine del giorno. Li riceviamo volenti o nolenti ogni volta che qualche amico decide di condividere un pensiero, o un’immagine, o una ‘confezione’ di entrambi. In genere sono motti, aforismi o battute satiriche. Altrettanto in genere non si tratta di contenuti isolati ma di forme serializzate di intrattenimento.

Cito a mo’ di esempio la pagina umoristica Kotiomkin (nome ispirato esso stesso ad un celeberrimo ‘meme’ della cultura italiana, la battuta di Fantozzi: “per me la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca”)

…la gallery Il Peggio Della Fotografia Made in Italy (che spesso attinge ad immagini di matrimoni realizzate in paesi dell’Europa dell’est)

…o Le più belle frasi di Osho dove la molla umoristica nasce dal contrasto tra le foto di vita quotidiana del santone indiano e la sovrapposizione di frasi in romanesco riferite ad un immaginario affatto diverso.

Dati questi ‘alti esempi’ mi sono chiesto se non sarebbe stato possibile veicolare idee sull’uso della bicicletta tramite l’accostamento di parole ed immagini. Ne è nata una piccola sperimentazione (chiamata inizialmente ‘CicloAforismi’) che mi ha spinto ad estendere la cerchia delle persone coinvolte nel processo ideativo.

Ora la redazione è composta, oltre al sottoscritto, da Marco Melillo, Serena Maniscalco, Elena Scategni e Paolo De Felice, e la qualità delle ‘cartoline’ prodotte ha subito una drastica impennata verso l’alto.

Anche il ‘concept’ è stato rivisto, non più aforismi e frasi ad effetto legate alla bicicletta, ma motti e consigli di senso generale uniti ad immagini di persone in bicicletta che ne contestualizzano il significato e ne propongono una possibile chiave di lettura, non necessariamente immediata.

L’oggetto finale assume così una dimensione in parte visiva, in parte filosofica, in parte di sofisticato ‘divertimento intellettuale’ nell’interpretazione della relazione tra immagine e testo.

L’idea è che l’efficacia del messaggio prodotto dall’abbinamento di testi ed immagini produca spontaneamente una sensazione di immedesimazione (meme) tale da spingere i lettori a ripubblicare l’immagine stessa sul proprio profilo per esporla ad una platea più vasta, innescando quel meccanismo di diffusione virale proprio dei ‘meme’ più efficaci.

Se funzionerà o meno è impossibile dirlo. La speranza è che le immagini circolino diffusamente portando con sé il ‘meme’ della bicicletta anche a quanti non ne siano ancora utilizzatori, veicolando fantasie, suggestioni, attese. Nel suo piccolo il progetto va nella direzione di una ridefinizione dell’idea di bicicletta nell’immaginario collettivo.

Come arco vitale per questa esperienza immagino alcuni mesi, all’inizio con pubblicazioni quotidiane, poi via via più rarefatte man mano che illustrazioni e frasi vengono utilizzate. Quello che ne resterà alla conclusione sarà una gallery di impressioni, idee, immagini, legate all’uso della bici ed alle trasformazioni fisiche, culturali, mentali ed emotive da essa prodotte.

Medioevo e decrescita

La lettura del saggio “Medioevo – un secolare pregiudizio” di Régine Pernoud mi sta portando a rivedere in una diversa ottica molto di quello che credevo di sapere sulla storia europea. L’autrice si fa un punto di restituire ad un’epoca lungamente bistrattata gli onori che le competono, risollevandone la fama negativa di ‘secoli oscuri’ e rivalutando arti, usanze ed evoluzione del costume in una chiave totalmente diversa.

Il volume è del 1977 ed il quadro che descrive ben si presta ad essere ulteriormente riletto sulla base delle idee che si sono venute affermando in anni recenti. In particolare, da un punto di vista strettamente economico, il tema del progressivo esaurimento delle risorse e della necessità di rivedere al ribasso il livello dei consumi in quella che viene usualmente definita ‘decrescita’. Da qui in poi quello che leggerete non sarà farina del sacco dell’autrice del saggio ma in gran parte mie personali considerazioni.

Il Medioevo viene convenzionalmente fatto iniziare nell’anno 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augustolo, evento che segna il collasso definitivo di gran parte dell’impero (ne sopravviverà, per alcuni secoli, la controparte bizantina) e l’avvio di una diversa organizzazione politica e sociale in Europa.

Ma tagliare le epoche storiche con l’accetta non può rendere giustizia a processi storici caratterizzati da una continua evoluzione. Per quanto li consideriamo appartenenti ad un unico ‘blocco’ l’impero romano del quinto secolo è completamente diverso da quello del primo secolo, come ci narra Rutilio Namaziano nel “De reditu”: decadente, percorso in lungo e in largo dai barbari, in preda ad un ormai irreversibile declino.

In tempi recenti siamo passati a descrivere l’ascesa e caduta dell’impero romano in termini economici: in una prima fase l’espansione produceva ricchezza (schiavi, bottino, materie prime), quindi la ricchezza produceva altra espansione. Un meccanismo perverso che trovò la sua fine quando l’impero fu ormai talmente vasto che ulteriori saccheggi all’esterno non poterono compensare le aspettative di una popolazione cresciuta a dismisura.

Possiamo fare un parallelo descrivendo negli schiavi il ‘petrolio’ dell’epoca e nei saccheggi di metalli preziosi la ‘benzina’ del comparto militare. L’impero romano estraeva forza lavoro a bassissimo costo dai territori conquistati, ma una volta aggiunti questi territori all’impero essi non potevano più funzionare da serbatoio energetico. Il gioco valse la candela finché le terre da conquistare erano ricche e popolose, ma più ci si avvicinava a nord ai paesi germanici e baltici e a sud al deserto sahariano, meno ‘energia’ era possibile estrarvi per far funzionare la macchina statale nelle forme del passato.

Sul piano sociale il diritto romano era una “lex” decisamente crudele. Agli schiavi non veniva riconosciuta la dignità di esseri umani ed il padrone aveva su di loro diritto di vita e di morte. Una mentalità che oggi potremmo definire ‘consumistica’, dal momento che le nuove conquiste continuavano a produrre ulteriori schiavi e non vi era necessità di economizzare. Ma quello che era possibile fare con gli schiavi non era possibile farlo coi ‘cives’, i cittadini, che non avevano altrettanta disponibilità (obbligata) a fare totale sacrificio delle proprie vite.

In parallelo alla riorganizzazione economica avviene una trasformazione culturale importante con l’avvento del cristianesimo, religione e filosofia di vita molto più attenta ai temi dell’uguaglianza sociale e del rispetto reciproco rispetto al pantheon pagano. È il cristianesimo a guidare la transizione dall’economia ‘consumista’ imperiale all’organizzazione feudale del Medioevo, caratterizzata da una fitta rete di obblighi reciproci tra i diversi strati sociali.

Anche qui il saggio di Pernoud è netto riguardo al fatto che il sistema delle servitù feudali fosse molto diverso, in termini di riconoscimenti reciproci e patto sociale, dai rapporti padrone-schiavo di epoca romana. I contadini sono sì legati alle proprie terre, ma i feudatari non lo sono di meno. Esiste la possibilità di affrancarsi, di cambiare mestiere ed anche una limitatissima mobilità sociale.

In questo contesto il ruolo della chiesa ed i princìpi di uguaglianza promossi dalla filosofia cristiana ottengono di mitigare le spinte bellicose che, in un contesto ormai polverizzato e privo di nemici esterni, producono in continuazione guerre locali che via via si espandono e crescono di scala con la nascita delle nazioni moderne.

Il Medioevo appare quindi come un’epoca dominata dalla necessità di ripensare i consumi energetici ed adattarli ad un nuovo paradigma sociale in maniera non molto dissimile da quella che i teorici della decrescita postulano per un prossimo futuro, nel quale esaurimento dei combustibili fossili e progressivo inquinamento della biosfera obbligheranno l’umanità a porre un freno a decenni di sconsiderato sfruttamento delle risorse globali.

Paradossalmente la frugalità medioevale pone pian piano le basi del proprio superamento, e quando la scoperta del Nuovo Mondo renderà nuovamente percorribile la strada del saccheggio di altre popolazioni tornerà in auge, culturalmente e di fatto, il Diritto Romano, abbandonato per secoli, per giustificare tra le altre cose il ritorno alla pratica schiavista.

Volendo ridurre e semplificare di molto l’analisi e ragionando su larga scala, è come se alla ricchezza di singoli e nazioni andasse di pari passo l’imbarbarimento della morale e delle relazioni sociali (prevalenza della predazione), mentre in tempi di ristrettezze e povertà risultassero più efficaci e funzionali i modelli relazionali basati sulla solidarietà (filosofia cristiana).

Il Medioevo andrebbe quindi considerato come un periodo di riflessione e ripensamento tra le due grandi ‘bolle economiche’ dell’impero romano prima e della rivoluzione industriale poi. Un’epoca in cui emergono e si consolidano filosofie religiose e sociali più orientate alla pacifica convivenza ed al reciproco rispetto (in mezzo anche a mille guerre e guerricciole, va detto).

Filosofie tuttavia non sufficientemente rigide ed auto-evidenti da impedire una pronta retromarcia (laddove il potenziale di predazione riemerga) che le riadatti e riformuli per giustificare guerre di aggressione e saccheggio, come le crociate o la conquista delle Americhe. O da non poter essere messe comodamente in soffitta ed archiviate, e con esse l’intera epoca storica da cui sono emerse, a fronte di un ulteriore cambio di paradigma come la rivoluzione industriale.