La questione ambientale (sesta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Fin qui abbiamo usato il termine ‘sostenibilità’ senza scendere nel dettaglio, ora sarà il caso di farlo. ‘Sostenibilità’ deriva da ‘sostenere’, come, ad esempio, nell’idea di ‘sostenere un oggetto’. L’esempio ci rimanda ad un lavoro fatto per contrastare una naturale tendenza, ovvero quella dell’oggetto attratto verso il suolo dalla forza di gravità: maggiore il peso, più breve il periodo di sostenibilità.

Per le civiltà valgono considerazioni analoghe: maggiore è la pressione sull’ecosistema, più breve sarà l’arco temporale in cui la civiltà in oggetto potrà essere ‘sostenuta’ dai processi biologici naturali. La storia dell’umanità abbonda di esempi di civiltà insediatesi in habitat troppo esigui per alimentare il livello di consumi da esse imposto all’ecosistema. Il risultato è in genere consistito nel collasso o nella totale estinzione.

Un esempio, già trattato in passato, è quello delle colonie vichinghe in Groenlandia. Il tentativo di riprodurre, in terre più povere di risorse, uno stile di vita sperimentato come funzionale nel Nord Europa ha condotto alla scomparsa delle popolazioni ivi insediatesi. Un altro esempio è quello dell’Isola di Pasqua, dove una migrazione da parte dei polinesiani intorno all’anno mille produsse un’aggressione massiccia alla fauna ed alla flora indigene, portando il delicato ecosistema ad un depauperamento irreversibile nel volgere di pochi secoli.

Oggi sappiamo che la colpa del collasso non fu interamente delle popolazioni native, che avevano finito col trovare un delicato equilibrio con le risorse dell’isola. Il ‘colpo di grazia’ definitivo fu dato dalla scoperta dell’isola da parte degli occidentali, che vi portarono, involontariamente, malattie e specie alloctone (roditori). Tuttavia la presenza dei roditori non avrebbe potuto portare, da sola, al collasso di un habitat in buona salute. La responsabilità dei polinesiani rimane nell’aver prodotto, mediante l’abbattimento sistematico delle palme giganti di cui l’isola era ricca, una estrema fragilità dell’ecosistema insulare.

Quindi, al di là delle buone intenzioni espresse nel precedente capitolo, relative ad una riduzione volontaria degli esasperati consumi attuali, ciò che realmente determina il carattere di sostenibilità di una civiltà è, in ultima istanza, la capacità dell’ecosistema di alimentare il livello di consumi desiderato a tempo indefinito, ed a quale prezzo ciò può essere ottenuto.

Al di là del consumo di suolo e dell’inquinamento, problemi gravi ma evidenti e percepibili, quello che ai più sfugge è il drammatico crollo della biodiversità prodotto dall’azione umana negli ultimi millenni. Per biodiversità si intende da un lato la varietà di specie viventi che insistono in un territorio, dall’altro la numerosità delle specie stesse in termini di individui.

La salute di un ecosistema dipende dall’equilibrio tra esigenze diverse: la coesistenza di specie diverse di piante, di erbivori, di frugivori, di insetti, di batteri nel suolo, la competizione tra prede e predatori, e dai movimenti, transumanze e migrazioni delle specie che popolano un territorio. All’interno di questa ricchezza si producono le risorse per far fronte alle trasformazioni ambientali, dai periodi più caldi alle ere glaciali, attraverso una varietà genetica che accelera i percorsi evolutivi di adattamento.

In questo processo l’opera dell’uomo è devastante. Foreste ricche di biodiversità vengono abbattute per far spazio a monocolture ad alta ‘produttività’. Specie selvatiche vengono con indifferenza portate all’estinzione mentre si preservano solo una manciata delle varietà ritenute adatte all’allevamento ed al consumo umano, animali trasformati in modo da soddisfare le esigenze produttive e consumistiche, non più in grado di sopravvivere allo stato selvatico. La pesca ‘industriale’ trasformata in un sistematico saccheggio e depauperamento della fauna ittica globale.

Il fattore drammatico, ancora non metabolizzato dall’opinione pubblica, è che una specie non si estingue quando muore l’ultimo esemplare: se la popolazione si riduce al di sotto della soglia in grado di garantire una sufficiente diversità genetica, la specie è già condannata. Recentemente i koala sono stati dichiarati specie ‘funzionalmente estinta’, a fronte di una popolazione residua di 80.000 unità.

Un discorso analogo vale per gli habitat sui quali le specie insistono. Le riserve che vengono approntate per preservare la biodiversità dalla distruzione totale hanno spesso dimensioni insufficienti a garantire l’effettiva sopravvivenza delle specie che vivono al loro interno, essendo in grado unicamente di prorogare, per un breve arco temporale, la sopravvivenza di una manciata di individui.

A questo proposito occorre citare un esempio che a mio parere chiarisce bene la natura del problema. Anni fa un team di entomologi stava studiando un particolare moscerino della foresta amazzonica, un insetto microscopico del peso di pochi milligrammi. Lo studio analizzava la capacità dell’insetto di sopravvivere alla deforestazione, ovvero la sua adattabilità a porzioni ridotte di foresta. Quello che si evidenziò fu la totale scomparsa della specie da porzioni di foresta di dimensioni inferiori ad un chilometro quadrato.

Ora, se la capacità di riprodursi di un insetto dipende dalla disponibilità di un chilometro quadrato di foresta vergine, di quanto spazio hanno bisogno specie più grandi? Ne stiamo lasciando abbastanza? La risposta è no. Gli habitat naturali si stanno riducendo a velocità crescenti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame e coltivazioni di palma da olio. La previsione è che, in assenza di interventi drastici, gli habitat intatti saranno totalmente scomparsi nell’arco di pochi decenni, assieme alla gran parte della biodiversità globale.

Quindi la sola riduzione dei consumi individuali, già teorizzata nel precedente post, non è strategia sufficiente a garantire la salute degli ecosistemi terrestri. Al pari degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua stiamo alacremente distruggendo i meccanismi biologici fondamentali che garantiscono la salute del pianeta, creando quelle stesse condizioni di fragilità che causeranno un prevedibile futuro collasso. Stavolta non al livello di una singola isola, bensì globale. Sarà necessario incidere molto più a fondo per realizzare la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, in ultima istanza individuando la maniera di ridurre la popolazione umana mondiale.

D’altro canto la lungimiranza non è mai stata la caratteristica principale della nostra specie, così come non lo è per qualunque specie vivente. La natura premia, nell’immediato, l’individuo, la popolazione e la specie in grado di razziare la maggior quantità di risorse, riservando al lungo periodo l’opera di ristabilire un equilibrio. Che può anche comprendere la totale scomparsa della specie ‘eccessivamente aggressiva’, non solo un suo ridimensionamento.

Venendo al nostro caso, siamo i predatori più efficaci del pianeta, surclassando di diversi ordini di grandezza qualsiasi altro predatore apicale. Il nostro successo riproduttivo, relativo agli ultimi millenni, non ha eguali nella storia del pianeta. Prevedibilmente, la nostra caduta sarà altrettanto repentina.

(continua)

Evolution

(elaborazione dell’autore, a partire da un originale trovato qui)

La questione ambientale (seconda parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Prima di approfondire le questioni relative alla Rivoluzione Industriale dobbiamo però aver chiaro perché il successo senza precedenti della nostra specie rappresenti un problema. Di fatto abbiamo ottenuto quanto desideravamo: cibo a sazietà, agi e comodità, la sconfitta di numerose malattie che affliggevano la nostra specie dalla notte dei tempi, oltre a conquiste strabilianti dal punto di vista tecnologico… cosa c’è di male in tutto questo? Per comprenderlo dovremo fare un passo indietro, comprendere come funziona la biosfera ed il suo principale motore: la catena alimentare.

La catena alimentare non è altro che il meccanismo in grado di riciclare la materia organica. La Vita si nutre di sé stessa, ed ogni individuo che nasce e cresce finisce prima o poi per diventare il nutrimento di qualche altra creatura. I vegetali vengono mangiati dagli erbivori, che a loro volta sono predati dai carnivori, che finiscono vittime di altri carnivori o muoiono finendo decomposti dai vermi, in un processo che mira al riutilizzo di tutta la materia organica disponibile, ed all’occupazione di ogni possibile ‘nicchia ecologica’.

Food chain

Gli organismi autotrofi (le piante) sono anche in grado di costruire materia organica a partire dal carbonio presente nell’aria (sotto forma di CO2) e di materia inorganica, avendo a disposizione la giusta quantità di acqua e di luce solare. Dove è in grado di svilupparsi vegetazione non tardano a comparire erbivori e carnivori.

Perché il processo funzioni è però necessario instaurare un equilibrio, affinché la predazione non sia eccessiva e non conduca all’estinzione la specie predata. In genere questo equilibrio si trova da sé: ad un aumento della popolazione nella specie predata (per esempio a causa di una trasformazione climatica favorevole) corrisponde un aumento dei predatori, il cui numero cresce finché la popolazione predata non si riduce al di sotto della soglia di sostentamento dei predatori.

Cosa accade quando questo equilibrio non riesce ad instaurarsi ce lo racconta la vicenda di un branco di bovini abbandonati su un’isola disabitata del Pacifico all’epoca dei grandi viaggi di esplorazione oceanica. Pochi capi di mucche e vitelli vennero abbandonati su un’isola ricca di erba. Al successivo passaggio della nave, diversi anni dopo, in assenza di predatori e con abbondante cibo a disposizione i bovini si erano moltiplicati, ed assommavano ad alcune decine.

Al terzo passaggio, trascorsi altri anni, i bovini erano ormai oltre un centinaio ed avevano colonizzato ogni angolo dell’isola. Al quarto passaggio, tuttavia, i marinai non trovarono traccia di bovini vivi: l’isola era coperta di ossa e non si vedeva più nemmeno un filo d’erba. La proliferazione di un predatore ‘alieno’ troppo massiccio ed efficiente per il microscopico habitat insulare aveva condotto all’esaurimento delle risorse ed, in ultima istanza, all’estinzione del predatore stesso.

Purtroppo non sono riuscito a rintracciare la fonte di questo racconto, ma ho trovato un articolo in rete che racconta dell’abitudine settecentesca di lasciare capre sulle isole oceaniche per fornire cibo ad eventuali naufraghi. L’articolo racconta anche i danni ambientali prodotti dalle capre, e di come si siano dovuti investire fondi ingenti per eradicarle nuovamente in modo da preservare i delicati equilibri ecologici di habitat unici.

Il punto è che, come spiega bene Charles Darwin, l’evoluzione viaggia a velocità diverse e su scale diverse nelle masse continentali rispetto alle piccole isole. Un grande continente ha spazi e risorse molto maggiori, tali da consentire il processo di ‘gigantismo’ che ha dato vita ai dinosauri prima, ed all’attuale macrofauna mammifera poi: gli erbivori crescono di dimensioni come difesa rispetto ai carnivori, che a loro volta devono seguire un percorso analogo per risultare predatori efficaci.

Tutto questo è in relazione alle risorse disponibili ed agli spazi. I casi di gigantismo nelle piccole isole sono relativamente rari: le tartarughe giganti delle isole Galapagos, i Draghi di Komodo e le palme giganti, ora estinte, dell’isola di Pasqua, per quello che riesco a rammentare su due piedi.

Nelle isole avviene anzi un processo inverso, in cui animali originariamente di grandi dimensioni rimpiccioliscono per adattarsi ad habitat meno ricchi di quelli dove si erano precedentemente sviluppati. È il caso degli elefanti nani del Mediterraneo, ridotti, dalla necessità di adattarsi ad ecosistemi meno ricchi rispetto a quelli originari, ad un’altezza di poco superiore al metro.

L’atipicità della nostra specie consiste nell’aver ideato strumenti che ci hanno consentito da un lato di raggiungere l’apice della catena alimentare, dall’altro di diversificare il nutrimento aggredendo più nicchie ecologiche simultaneamente. Mentre ogni specie animale ha un ventaglio di risorse alimentari limitato alle specie di cui si nutre, la nostra ha fatto in modo di metabolizzare non solo più varietà (siamo onnivori, possiamo nutrirci di carne, vegetali, frutta) ma, attraverso il fuoco, l’allevamento e l’agricoltura, di convertire in forme alimentari anche ciò che originariamente non era per noi commestibile.

Quindi, fin dall’antichità, siamo una specie inconsapevolmente votata all’obiettivo di divorare l’intero pianeta, eliminando selettivamente le forme di vita non commestibili per lasciare spazio solo a quelle edibili. Tornando alla chiusura del precedente post: cosa poteva andare peggio? Semplicemente che trovassimo il modo di trasformare in nutrimento anche la materia inerte. Cosa avvenuta, su larga scala, con la Rivoluzione Industriale.

(continua)

Il cielo ritrovato

Quest’estate, al ritorno dalle ferie, mi è venuta l’idea di pubblicare un libro online, nel Kindle Book Store di Amazon. Avevo da poco riletto un manualetto minimo sull’osservazione astronomica pubblicato (per modo di dire) nel 2014 e rigirato in rete in formato PDF, la prima idea che ho avuto è stata di estendere quella piccola guida sviluppando meglio i diversi argomenti.

L’idea del libro è fornire informazioni utili a comprendere la pratica dell’osservazione del cielo, con indicazioni utili sia ai totali neofiti, sia a chi già abbia disponibilità di un minimo di strumentazione. Non tanto un manuale omnicomprensivo, quanto una serie di indicazioni per evitare gli errori più tipici, dalle aspettative sbagliate alla scelta di una strumentazione non idonea.

Mentre lo buttavo giù, inserendo molti più argomenti di quanti avevo inteso originariamente, ho anche ripreso in mano l’idea di pubblicare una raccolta di post sul tema della mobilità leggera e dell’uso degli spazi urbani. Inutile dire che il secondo libro ha finito col sorpassare il primo, e venire pubblicato con diverse settimane di anticipo.

L’esperienza di pubblicazione del primo volume mi è tornata utile per il secondo, da poco online in formato e-book ed a breve anche in versione cartacea. Con l’occasione ho messo online anche il primo ‘manualetto minimo’, anche se il prezzo più basso consentito da Amazon (0,99€) non è ridotto quanto avrei voluto.

Il nuovo libro lo trovate a questo link, potete leggerne un’anteprima online o farvela inviare al Kindle (chi ne ha uno). Come per il primo, non mi aspetto grossi volumi di vendita. La materia è già stata sviluppata in innumerevoli altri testi, spesso in forma più approfondita. Quello che differenzia il mio libro è il taglio pratico, finalizzato al conseguimento di risultati osservativi più che ad una conoscenza a 360° della materia.

Cover

Crisis? What Crisis?

Come i meno distratti avranno potuto notare, da oltre un mese questo blog langue. Il motivo è che mi sono trasferito armi e bagagli da un’altra parte, ovvero sul blog “Crisis? What Crisis?”, progetto avviato da Pietro Cambi ed al quale, oltre al sottoscritto, partecipa Jacopo Simonetta. Abbiamo pensato che unire le forze avrebbe portato a ciascuno di noi più lettori di quelli che avremmo fatto da soli, e così è stato.

L’idea iniziale, per come l’avevo pensata, era di ripubblicare, dopo un breve lasso di tempo, gli articoli di Crisis anche qui. Così ho fatto per i primi due, ma non credo che proseguirò oltre. Penso invece di pubblicare, periodicamente, i link alle ultime uscite sull’altro blog. Ecco le più recenti.

Io e il nucleare (ricordando Chernobyl)
Dalla fascinazione giovanile alle disillusioni dell’età adulta, la parabola dell’energia nucleare e come si è strettamente intrecciata alla mia esperienza di vita.

Cronache dalla discarica
Post ‘riciclato’ da questo blog sulla ‘disposofobia’ e l’attitudine a trasformare i luoghi in cui viviamo in discariche.

Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva
I comportamenti ‘incomprensibili’ dei ciclisti urbani interpretati alla luce dell’evoluzionismo darwiniano (che ne spiega il senso)

L’agnello di Dio che toglie i cannibali dal mondo
Carenze proteiche da diete sbilanciate e loro conseguenze sulle popolazioni del Nuovo Mondo.

Bellezza, ricchezza, benessere
Altro post ‘riciclato’ sulla messa in discussione dei luoghi comuni legati ai significati delle tre parole del titolo

Le conseguenze della corruzione
La logica darwiniana applicata alla corruzione: come i sistemi corrotti tendono a produrre intorno a sé situazioni idonee al prosperare della corruzione stessa.

Figli di un Dio Motore
Rivolta dal basso e repressione nell’esperienza dei cicloattivisti romani alle prese con realizzazioni ciclabili ‘clandestine’

È bello avere un corpo
Altro post ‘riciclato’ sul piacere dell’esercizio fisico

Sarà questa la fine del Mammifero Bipede? Probabilmente no. Mi riservo di pubblicare in questo spazio esperienze di vita e riflessioni personali, che su Crisis non avrebbero un’adeguata collocazione. Ma il grosso della produzione lo troverete di là.

L’inferno degli specchi

Pochi giorni fa, vincendo una fortissima riluttanza, ho finalmente aperto un account su Twitter, social network caratterizzato dalla brevità concessa agli utenti, obbligati a concentrare le proprie comunicazioni in soli 140 caratteri.

Non so cosa realmente mi aspettassi di trovare (mi avevano descritto un ‘medium’ più orientato alle notizie che alle chiacchiere), come primo impatto mi è parso una brutta copia di Facebook, con testi contratti al massimo e ‘quoting’ semi incomprensibili, rimbalzi e rimpalli di cose altrui (retweet) ed aggiornamenti giornalistici che si possono avere in maniera molto più gestibile attraverso un aggregatore di feed RSS.

Ma la cosa più fastidiosa e disturbante mi è apparsa la evidente specularità con Facebook, che frequento ormai da diversi anni. Tutto quello che non mi era risultato evidente nell’esperienza di un singolo ‘social medium’ è emerso nel confronto con il secondo: un gioco di specchi con al centro l’utente, che finisce con lo sperimentare un mondo informativo-relazionale a propria immagine e somiglianza.

E veniamo al titolo di questo post, preso in prestito da uno scrittore giapponese (Taro Hirai) che si firmava con lo pseudonimo Edogawa Ranpo. “L’inferno degli specchi” è uno dei suoi racconti più famosi e dà il titolo ad un’antologia di storie tra il noir e il fantasy che mi è capitata in mano qualche tempo fa.

Nella vicenda un ricercatore comincia ad indagare le proprietà paranormali degli specchi, in particolare dei riflessi multipli. Sviluppando le sue teorie arriva ad ideare un apparato concepito come un guscio rivestito all’interno di specchi di diverse forme e dimensioni. Una volta costruito, come ultimo esperimento vi si chiude dentro finendo per svanire fra urla disumane in una realtà (orribile) posta al di là degli specchi stessi. L’apparato, una volta riaperto, si rivela vuoto.

Per l’epoca in cui fu scritto, e per i contenuti ormai anacronistici, né il racconto né l’antologia tutta mi entusiasmarono particolarmente. Oggi tuttavia ne colgo appieno il valore metaforico. L’uomo che si annienta nei propri riflessi è una efficace raffigurazione dell’utente dei social-network, talmente preso da una illusione da lui stesso creata da finire col perdere il contatto con la realtà. Cito testualmente da un post scritto poco più di un anno fa.

The Daily Pierfra nasce da una discussione sull’idea di ‘Daily Me’, ovvero sul rischio che l’utilizzo della rete, filtrato dalle singole e rispettive sensibilità, finisca col riflettere più che una varietà di opinioni l’orientamento di pensiero del singolo utente. In pratica ognuno frequenterebbe quotidianamente siti informativi, blog e forum di proprio gusto, finendo con l’esperire una sorta di galleria degli specchi dove gli viene continuamente rimandata un’immagine di sé, pur restando convinto di aver effettuato una immersione culturale nel mondo reale.”

La mia ‘full immersion’ nel social-network per antonomasia (Facebook) inizia circa quattro anni fa, in occasione della nascita del movimento #salvaiciclisti. All’epoca cercare di sfruttare il meccanismo social per veicolare idee ed iniziative parve una buona idea, e per un po’ probabilmente funzionò. Ma erano altri tempi, gli utenti non erano ancora abituati (verrebbe da dire assoggettati) ai meccanismi strutturali di Facebook, la comunicazione era meno dispersiva e polverizzata.

I meccanismi, appunto. L’interesse primario dei social-network è quello di far passare ai propri utenti il maggior tempo possibile sulla piattaforma. Per far questo si opera un attento ‘profiling’ di ogni singolo utente in modo da potergli/le offrire contenuti di suo interesse. Il risultato finale è un appiattimento di quanto viene automaticamente filtrato dal sistema sui personali gusti ed interessi del fruitore.

A questo si aggiungono i meccanismi di selezione dell’utente stesso, che tende a privilegiare discussioni, su argomenti specifici, con persone allo stesso livello di elaborazione, col risultato che ci si circonda di ‘menti affini’ che hanno poco di nuovo da portare, mentre le persone potenzialmente interessate ad approfondire l’argomento ne restano al di fuori, o subiscono reprimende nel momento in cui intervengono maldestramente nel dibattito.

Una ripetitività di contenuti e dinamiche che, oltretutto, tende a peggiorare nel tempo, portando ad una lenta ma inarrestabile disaffezione degli utenti (paradossalmente proprio quello che i meccanismi stessi vorrebbero scongiurare). Tornando a me, proprio la montante insoddisfazione nei confronti di Facebook mi ha spinto a cercare la fuga in un ‘social’ diverso, Twitter, dove tuttavia paiono dominare le stesse dinamiche, aggravate da una dimensione dialettica pesantemente penalizzata.

Un’esperienza frustrante che mi spinge a rimettere in discussione l’efficacia di molte delle forme di comunicazione che ho provato a sviluppare nel corso degli ultimi anni. Con esiti che appaiono, al momento, difficilmente predicibili.

Caravaggio - "Narciso"

Le cause e gli effetti

In questi giorni sono tornato a riflettere sulla questione del collasso delle civiltà. Normalmente tendiamo a considerare l’avvento della civiltà come un processo in divenire mentre il suo collasso viene descritto come qualcosa a sé stante, un fenomeno che innesca il precipitare degli eventi e la distruzione, o lo stravolgimento, della civiltà stessa.

Ma è realmente così? È corretto questo approccio? Il collasso delle civiltà è un effetto inatteso o piuttosto parte integrante del percorso complessivo? Questa seconda opzione ci apre una chiave di lettura diversa e forse più calzante.

Pensiamo ad un qualunque oggetto di uso comune sottoposto ad usura: è corretto pensare che sul lungo periodo finirà per degradarsi al punto da diventare inutilizzabile. Quindi come descriveremmo il momento in cui l’oggetto si rompe in maniera irrimediabile? Collasso? Quanto è davvero inatteso tale esito?

Prendiamo ad esempio l’oggetto di consumo principe dei nostri tempi: l’automobile. Nessuno ormai pensa più di acquistare un’automobile per continuare ad utilizzarla tutta la vita e lasciarla poi in eredità alla propria discendenza, per tutta una serie di motivi non ultimo di quali l’obsolescenza programmata.

L’utilizzo stesso dell’automobile produce una lenta ed inesorabile usura, il meccanismo di trasformazione energetica del motore a scoppio inevitabilmente degrada le parti mobili coinvolte; le trasmissioni meccaniche lentamente erodono le parti metalliche con le quali sono realizzate; gli urti e le vibrazioni innescano processi distruttivi nelle diverse parti strutturali del veicolo; pioggia, sole e sbalzi termici danneggiano vernici e finiture estetiche.

Nel corso degli anni il veicolo viene sottoposto ad interventi di manutenzione e riparazione che diventano progressivamente più frequenti ed onerosi, mentre le parti non direttamente coinvolte nella funzionalità dello stesso vanno incontro ad un lento ed inesorabile declino. Parallelamente le prestazioni ed il grado di soddisfazione prodotto dal suo utilizzo scemano vistosamente.

Alla fine del ciclo di vita del mezzo emerge con evidenza l’irreparabilità dei danni cumulati e l’impossibilità di ripristinare le funzionalità iniziali senza un investimento di gran lunga superiore al valore commerciale del veicolo. Detto in altri termini, il processo industriale di fabbricazione di una vettura nuova (all’interno dell’attuale sistema economico) risulta meno costoso rispetto agli interventi necessari a mantenere la funzionalità della vecchia ad un livello accettabile.

A questo punto l’automobile viene rottamata, ma possiamo davvero definire questa parte del processo, questo cosiddetto “collasso”, come inatteso, imprevedibile? Ovviamente no: la conclusione è parte del processo e dipende dal processo stesso, non è un evento a sé stante. Possiamo non sapere quando avverrà una rottura, ma sapremo che prima o poi qualcosa si romperà perché è nella natura fisica delle cose non essere indistruttibili.

Ora proviamo a trasferire questo parallelo alle civiltà umane. È difficile definire con esattezza il momento di inizio di una cultura perché la storia non procede per salti: ogni epoca fluisce e si trasforma lentamente nella successiva. Tuttavia le civiltà sono caratterizzate dal perdurare di linguaggio, estetica, modalità relazionali, filosofie lungo un arco di tempo sufficientemente esteso da distinguersi rispetto a ciò che le precede e le segue.

Potremmo dire che l’inizio di una civiltà consiste nel diversificarsi, per più di qualche carattere di costume, dall’epoca che l’ha preceduta. Nel muovere ad una trasformazione culturale profonda innescata da un mutamento nell’approccio all’esistente, come può essere l’avvento di una religione, o di una corrente filosofica, come il pensiero scientifico.

Quello che è comune in tutti questi processi è l’alterazione di un precedente stato di equilibrio, o la reazione ad un disequilibrio venutosi a creare come esito della precedente civiltà. Così, ad esempio, l’impero romano sorge quando una delle tante piccole città del centro Italia in perenne conflitto con le altre sviluppa una strategia politico-militare particolarmente efficiente ed inizia ad espandere il proprio controllo a mezza Europa ed all’intero bacino del Mediterraneo.

Lo fa creando un equilibrio dinamico dove prima ce n’era uno statico, e nel farlo innesca un processo di progressivo esaurimento delle risorse che sul lungo periodo riporta la situazione al punto di partenza, seppure con un millennio di evoluzione tecnologica, culturale e filosofica in più a guidare la nascita di nuovi imperi e civiltà.

Se consideriamo come tratto dominante delle culture preistoriche e tradizionali l’equilibrio con l’ecosistema (anche qui con parecchie eccezioni dato che uno dei principali esiti della diffusione della nostra specie al di fuori del continente africano è consistita nell’estinzione della macrofauna e di alcune forme di macroflora da quattro dei cinque continenti), possiamo individuare nel disequilibrio il tratto dominante delle culture storiche.

Così, ad esempio, l’invenzione dell’agricoltura in Mesopotamia ha dato il via alla nascita delle città, al saccheggio delle risorse ed alle guerre per l’acqua, quindi, lentamente ma inesorabilmente, alla progressiva desertificazione di quelle terre. La civiltà industriale sta portando questo processo su scala planetaria in termini di saccheggio delle risorse e danni ambientali.

Dalla distruzione di suolo fertile (30% negli ultimi quarant’anni!), all’overfishing, alla sovrappopolazione, al progressivo surriscaldamento dell’atmosfera, tutti gli indicatori ci segnalano l’insostenibilità del nostro modo di vivere, quindi che aspettative possiamo avere rispetto al futuro se non un brutale arresto quando non sarà rimasto più nulla da consumare?

Disgiungere gli effetti dalle cause non è prassi accettabile in un’analisi onesta, men che meno confidare nei miracoli. Il risultato finale della civiltà dei consumi sarà l’esatto prodotto di quello che stiamo pazientemente costruendo: il consumo di tutto quello che è consumabile. Ottenuto questo risultato, al quale stiamo alacremente lavorando da decenni, non resterà più nulla se non rifiuti tossici e degrado, popolazione in sovrannumero e conflitti per le briciole residue.

E non dovrà sorprenderci, perché è esattamente quello che stiamo consapevolmente realizzando, assecondando l’avidità del momento e fingendo di ignorare che ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni causa un effetto. Le civiltà umane corrono tutte alla massima velocità verso la propria conclusione, come un fuoco pirotecnico che schizza verso l’alto ed esplode nel massimo splendore, poco prima di bruciare completamente e ridursi in cenere.

Di ideologie, utopie ed altri costrutti

Da tempo ragiono di scrivere un post sulle ideologie e su quanto il nostro modo di pensare e di relazionarci agli altri ed al mondo dipenda da esse. Parafrasando un aforisma di Ascanio Celestini (che l’autore dedica al razzismo) potremmo affermare che “le ideologie sono come il culo, puoi vedere quelle degli altri ma non sei in grado di vedere le tue”.

Di fatto le ideologie semplificano una realtà complessa rendendola in qualche modo gestibile, il problema è che facilmente descrivono un quadro sbagliato. Le ideologie sono, tipicamente, delle proiezioni di sé: si abbracciano perché rappresentano il proprio sentire ed il proprio modo di relazionarsi agli altri, molto spesso quello che abbiamo appreso con l’educazione.

Così, ad esempio, se siamo cresciuti nella convinzione che la cooperazione sia eticamente superiore alla competizione abbracceremo preferibilmente un’ideologia “di sinistra” teorizzante l’uguaglianza tra gli uomini, mentre se siamo stati allevati in un contesto dove a dominare è la competizione saremo più facilmente sedotti da un’ideologia “di destra”.

Poi arrivano gli antropologi e fanno piazza pulita di tutti i costrutti ideologici elaborati nel corso dei dieci, quindicimila anni di quella che chiamiamo civiltà (termine che dal punto di vista etimologico sancisce solo il passaggio culturale che da popolazioni nomadi ci ha reso stanziali ed inurbati) riportandoci alle radici di quello che è la condizione umana.

Diamond ieri

Riguardo al lavoro di Jared Diamond ho già avuto modo di dilungarmi in passato parlando di Armi, acciaio e malattie e di Collasso. In questo ultimo lavoro (2012) l’antropologo mette in campo una vita di ricerche partendo dalla domanda “Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?” La prima risposta che mi viene da dare è: a demolire le ideologie.

Uno dei primi argomenti trattati nel volume riguarda la guerra, termine che solitamente associamo ai conflitti tra nazioni e normalmente non ci verrebbe da associare agli scontri tra piccole tribù. Diamond dimostra come il concetto di conflitto armato tra gruppi umani sia facilmente scalabile ai piccoli aggregati, e non sia improprio associarlo agli scontri tra tribù, gang rivali o cartelli per il controllo di produzione e traffico di droga.

La guerra, il conflitto, è una condizione pressoché costante nelle relazioni tra gruppi umani confinanti, perfino tra tribù che normalmente intrattengono rapporti commerciali ed hanno scambi che coinvolgono relazioni parentali (mogli o mariti che si trasferiscono da un gruppo all’altro). Le guerre, piccole e grandi, prendono il via da situazioni pregresse, insoddisfazione, torti subiti, dispute territoriali, e coinvolgono dalle poche decine di individui ad intere coalizioni di tribù.

La natura non gerarchica dei piccoli aggregati umani rappresenta in questo caso un limite, perché non esistendo capi dotati di reale potere (ma solo di una ‘autorità morale’) non c’è modo di imporre la cessazione delle ostilità alle “teste calde”, col risultato che le faide si propagano, con momenti di diversa violenza ed intensità, nel corso degli anni, fino a diventare endemiche.

Le modalità dei conflitti variano in base alla numerosità delle popolazioni coinvolte, siano esse piccole tribù, nazioni disperse identificate dalle etnie, città stato, imperi o nazioni moderne, ma il dato comune che emerge è che a giustificare il conflitto c’è la possibilità di ottenerne un vantaggio, quindi l’equilibrio tra guerra e pace è determinato dalla disponibilità di risorse.

Tipicamente, nota Diamond, le popolazioni che vivono in un regime di sussistenza precaria in habitat poveri di risorse non hanno vantaggi ad intraprendere relazioni conflittuali e tendono ad intrattenere coi vicini piccoli scambi commerciali che non sfociano in gesti violenti. Per contro gruppi umani stanziati in regioni ricche di risorse finiscono col sovrappopolare il proprio areale e ad entrare in conflitto con le popolazioni circostanti.

La guerra funge da meccanismo di riequilibrio demografico, riducendo le popolazioni in eccesso ed operando una redistribuzione delle risorse fra i superstiti, in attesa di un nuovo ciclo di abbondanza, seguito da aumento della popolazione, quindi crisi, conflitto per le risorse, ad libitum.

In quest’ottica le grandi ideologie del ventesimo secolo perdono il terreno su cui appoggiano: la guerra, la violenza, non sono più caratteristiche indesiderate dell’animo umano ma semplicemente reazioni istintive alla situazione contestuale, non già una questione di organizzazione sociale di un tipo o dell’altro. Organizzazione sociale che se influenza la redistribuzione delle risorse ha un controllo molto relativo sulla loro produzione.

La grande domanda di sempre, se gli esseri umani siano intrinsecamente ‘buoni’ o ‘cattivi’, trova quindi una risposta, che è: entrambi. Gli esseri umani diventano pacifici o violenti a seconda della situazione contingente, contengono in sé il germe del bene e del male, ma le molle scatenanti sono al di fuori di essi, per quanto le ideologie che abbracciano possano spingerli in una direzione o nell’altra.

Questo mette la definitiva pietra tombale a molte ideologie, e sancisce il mio definitivo abbandono dell’ideale anarchico. Se fin qui ho sempre pensato che l’anarchia fosse il miglior metodo possibile di autogoverno ‘ma non con l’umanità attuale’, ora ho ben chiaro che l’umanità non potrà mai essere diversa dall’attuale senza diventare altro, un qualcosa che non saprei immaginare, un qualcosa che potrebbe non esistere mai.

Se quello che siamo, pur deformato da quindici millenni di cosiddetta civiltà, è il risultato di un processo evolutivo, in tal caso un’umanità diversa, in grado di elaborare l’aggressività intra ed interspecie, avrebbe gli stessi vantaggi competitivi, sarebbe in grado di sopravvivere? Non è forse il nostro desiderio di un mondo pacifico e felice un semplice costrutto ideologico assolutamente non calzante con la realtà?

Le società tradizionali hanno alle spalle millenni di elaborazione di un equilibrio con l’ambiente dal quale traggono sostentamento, equilibrio che comprende conflitti, infanticidio, in diversi casi cannibalismo (per far fronte a carenze proteiche). Per contro la nostra cultura, che pretende di imporre le proprie idee ed ideologie, è l’apoteosi del disequilibrio, dell’insostenibilità, della distruzione progressiva di risorse e suolo fertile, della sovrappopolazione di qualsiasi habitat senza alcun piano di riequilibrio.

Non posso che concludere con la frase di Goya (nella rilettura di Scripta Manent): ‘il sogno della ragione genera mostri’. Non il sonno, come la frase viene solitamente tradotta, bensì il sogno, la pretesa che l’intelletto possa piegare la realtà alle proprie cervellotiche elucubrazioni, costruendo modelli sociali che si rivelano poi inadeguati a gestire la complessità ed ambiguità dell’animo umano. Ed ancor meno la salute della biosfera e dell’intero pianeta.

P.s.: il ragionamento continua qui.