Economia, domesticazione e dipendenze (abstract)

Da tempo provo a ragionare sulle trappole linguistiche che forzano gli schemi di pensiero collettivamente condivisi. L’idea a cui sto lavorando, ormai da diversi anni, è che il mondo moderno non sia che il prodotto, in parte inevitabile, di culture fondate su una serie di fraintendimenti socialmente metabolizzati e collettivamente accettati.

Ho quindi provato a tracciare origine ed evoluzione di tali fraintendimenti, ma più andavo a scavare, più materiale saltava fuori. A un certo punto ho realizzato che questo lavoro di riorganizzazione dei significati mi stava allontanando da quanto socialmente accettato al punto da rendere incomprensibile quello che andavo spiegando [1], quindi ho dovuto fare un passo indietro [2] e ragionare sui processi linguistici.

La conclusione cui sono pervenuto è che le parole non possiedano significati propri, ma ne assumano in base a quello che la cultura condivisa vi costruisce intorno. In assenza di questa condivisione culturale, ogni singola parola possiede solo un ridotto ventaglio di significati, il che pone grossi limiti alla socializzazione di informazioni ed idee.

Ne consegue che il lavoro che sto portando avanti, consistente nella riassegnazione di significanti a termini di uso comune, rischia di essere vagamente compreso solo dalle persone che abbiano condiviso con me il percorso e la costruzione culturale sviluppata negli anni, mentre per altri risulterà un affastellamento di concetti forzato ed incomprensibile.

Quanto sopra vale come premessa per quanto vi accingete a leggere. Questo post serve da introduzione ad un discorso apparentemente semplice ma che, man mano che lo redigevo, ha preso ad espandersi, al punto da ridisegnare in una nuova prospettiva l’intero ambito delle relazioni sociali.

Dopo aver metabolizzato il concetto che la dipendenza sociale dalle automobili [3] non sia altro che l’esito finale di un costrutto culturale sviluppato ed alimentato dai mercati legati alla produzione di veicoli ed all’edilizia, ho finito col riconsiderare l’induzione di dipendenze culturali come l’aspetto chiave nello sviluppo di specifici processi economici [4].

Lavorando all’idea che l’induzione di forme di dipendenza rappresenti il motore di interi settori produttivi, se non direttamente dell’intero processo che definiamo economia, ho finito col percepire la stretta affinità che intercorre tra l’idea di una popolazione ‘dipendente’ da costrutti culturali e quella di un’umanità ‘domesticata’ [5].

Sono perciò ripartito dal lontano passato, analizzando il ruolo dei costrutti culturali [6] come collanti delle prime comunità umane (da notare come lo stesso termine ‘collante’ sia una similitudine adeguata per esprimere l’idea astratta di un qualcosa che unisce, che lega insieme,ma che anche vincola ed esclude altre possibilità).

All’interno di questo quadro interpretativo i suddetti costrutti culturali svolgono la funzione di recinti immateriali, all’interno dei quali le comunità umane domesticate hanno avuto modo di prosperare, in totale analogia coi recinti fisici impiegati nella domesticazione animale.

Nella prima parte dell’analisi vedremo quindi come tali costrutti culturali (mitologie, fedi ed ideologie sociali) emergono spontaneamente dai processi di stanzializzazione che hanno dato il via allo sviluppo delle comunità umane complesse.

In seguito, sempre seguendo la chiave di lettura dell’irreggimentazione collettiva operata a mezzo di costrutti culturali, ragionerò sui processi economici e sociali seguiti alla rivoluzione industriale, che hanno condotto alle società contemporanee ed all’attuale strutturazione sociale globale.

La finalità di questa analisi è offrire una chiave interpretativa in grado di dar conto di una ampia varietà di processi non espliciti che condizionano le nostre esistenze, orientano le nostre scelte e ci rendono facilmente manipolabili dalle entità indefinite cui si fa abitualmente riferimento attraverso l’astratta definizione di ‘mercato’.

Se non sono riuscito a spaventarvi fin qui, potete procedere nella lettura. (continua)

[1] Sull’incomunicabilità

[2] Effetto Babele

[3] La dipendenza sociale dalle automobili

[4] Spacciatori di automobili

[5] Domesticazione umana

[6] Sull’origine delle ideologie

Di culture, evoluzione e catastrofi

Solo una catastrofe ci salverà” è un motto, all’apparenza paradossale, che utilizzo da parecchio tempo. Rappresenta la convinzione che la specie umana sia incapace di porre un freno ai propri appetiti distruttivi, quantomeno non prima di aver prodotto danni irreversibili all’ecosistema planetario. Tale assunto mi è sempre parso fin qui indimostrabile, prodotto più di una sensazione ‘a pelle’ che di un ragionamento coerente. Solo in tempi recenti sono riuscito a cucire insieme una serie di evidenze in grado di dare sostanza all’intuizione originaria.

Il progresso umano (torneremo più avanti su questa definizione) va in direzione di una catastrofe all’apparenza inevitabile, essendo basato sullo sfruttamento di risorse non rinnovabili. La crescita culturale e tecnologica avvenuta nell’arco di una manciata di secoli ci consente di spadroneggiare sul mondo senza che le altre specie, la cui stessa esistenza è minacciata, abbiano la possibilità di impedircelo. In quest’ottica, il nostro sviluppo intellettuale appare alla stregua di una ‘super-capacità’, qualcosa che nessun’altra specie ha mai sviluppato prima nella storia del pianeta. Dobbiamo quindi per prima cosa comprendere cosa sia esattamente questo ‘potere’, quindi se possa essere assimilato ad altre espressioni, meglio note, proprie degli organismi viventi.

Darwin ci insegna che gli individui delle diverse specie sopravvivono fino a riprodursi grazie a tratti filogenetici sviluppati in seguito ad una lunga serie di adattamenti. Motore di trasformazioni e diversificazioni tra le specie sono le esigenze di sopravvivenza e di successo riproduttivo, all’interno di un processo chiamato ‘evoluzione’. Nel genere Homo il principale tratto distintivo è stato lo sviluppo del cervello, il quale ha prodotto, a cascata, innumerevoli modalità e abilità tali da potenziare le capacità di sopravvivenza, riproduzione ed espansione territoriale dell’intera specie.

La cosa da sottolineare è che lo sviluppo del cervello umano non rappresenta, di per sé, un immediato vantaggio. Il nostro cervello è un organo estremamente energivoro che assorbe una parte importante del nutrimento assimilato. Oltre a ciò, rende la prole dipendente dai genitori per un arco di tempo estremamente lungo, e rappresenta, in associazione con la postura eretta, un significativo problema riproduttivo in termini di difficoltà nel partorire.

Il cervello, a monte di tutto, è poi solo l’hardware: ciò che realmente garantisce la sopravvivenza ed il successo della nostra specie è invece il software, ciò che usualmente definiamo col termine di ‘cultura’. Prima di proseguire sarà bene contestualizzare il significato della definizione di ‘cultura’ che utilizzerò da qui in avanti. Va considerata ‘cultura’ ogni forma di conoscenza condivisa ed accettata all’interno di un gruppo umano. Ad esempio, la padronanza del fuoco, le modalità in cui può essere acceso, alimentato ed utilizzato, è da ritenersi una cultura.

Date due tribù umane, coeve ed assolutamente identiche sotto il profilo biologico e dello sviluppo cerebrale, sarà quella in possesso della ‘cultura del fuoco’ ad essere avvantaggiata nella competizione per la sopravvivenza. Possiamo quindi affermare che l’evoluzione umana, a differenza delle altre specie animali, si basa sullo sviluppo di espressioni culturali. Un processo drammaticamente più rapido e flessibile rispetto ai meccanismi biologici guidati dalla selezione naturale.

I nostri lontani antenati hanno sviluppato una serie di ‘culture’ come adattamento ai diversi ambienti da essi popolati. La cultura più antica è probabilmente quella relativa alla manipolazione di oggetti: le mani dei primati, da strumenti per arrampicarsi e raccogliere il cibo, si sono trasformate in appendici capaci di estendere le proprietà anatomiche. Impugnando una pietra affilata, o un bastone appuntito, si potevano uccidere più facilmente gli animali. Questo ha guidato lo sviluppo di una cultura della fabbricazione di utensili.

L’idea di poter manipolare ogni oggetto a portata di mano per adattarlo a diverse necessità ha consentito lo sviluppo di una cultura dell’abbigliamento, che ha permesso ai nostri antenati di popolare territori più freddi di quelli dove si è inizialmente originata la nostra specie. Un insieme di culture, la già menzionata ‘cultura del fuoco’ (come accenderlo, come alimentarlo, come utilizzarlo per scaldarsi, cuocere il cibo, scacciare i predatori…), più altre legate alla caccia, alla pesca, alla raccolta, ha consentito ai nostri antenati di diffondersi e popolare l’intero pianeta.

Su un piano meno immediatamente pratico, altri sviluppi di natura culturale hanno accompagnato il cammino umano: le credenze religiosi, i riti di sepoltura, le narrazioni sull’origine del mondo, le leggende, affondano le loro radici in tempi antichissimi, probabilmente andando di pari passo con lo sviluppo del linguaggio. Come già spiegato, la presenza di una narrazione collettiva, all’interno di un gruppo umano, ha la funzione di renderlo coeso, solidale e maggiormente in grado di misurarsi con le difficoltà da affrontare.

Cambiamenti di passo importanti avvengono con l’invenzione (e la conseguente cultura) dell’agricoltura, quindi con la domesticazione animale e l’allevamento, sviluppi che conducono al progressivo abbandono della cultura del nomadismo ed aprono la strada alla stanzialità, allo sviluppo di villaggi e città, agli interventi idraulici per l’irrigazione, all’edilizia, alla metallurgia.

Ad un occhio attento emerge, da questa descrizione, il parallelo evidente tra lo sviluppo delle culture umane e quello dei tratti fenotipici delle specie animali. Come i tratti fenotipici, le culture emergono, si diffondono, competono, si consolidano, si trasformano, si integrano o confliggono con altre culture per la propria stessa sopravvivenza.

Possiamo immaginare la nascita di una nuova cultura all’interno di un gruppo umano, ad esempio la diffusione di una nuova fede (il cristianesimo nel mondo pagano), o di un genere musicale (il jazz all’inizio del ventesimo secolo), alla stessa stregua dell’invasione di un habitat consolidato da parte di una specie aliena. La nuova specie (cultura) inizierà a conquistare territori (adepti), entrando in conflitto con le specie autoctone (le culture preesistenti), finendo col soppiantarle o col trovare un equilibrio nella differenziazione delle risorse predate (delle preferenze individuali). Sul lungo periodo la specie (cultura) originaria si adatterà al nuovo habitat dando vita ad una variante locale, più o meno diversificata rispetto al ceppo di partenza.

Questo tipo di parallelismo richiede, per essere colto al meglio, una discreta padronanza del pensiero darwiniano, cosa purtroppo non comune. Nel tentativo di ovviare a questo limite mi dilungherò in ulteriori esempi relativi sia al mondo animale che agli sviluppi culturali. Vediamo, per iniziare, cosa avviene nell’eventualità di colonizzazione, da parte di una specie predatrice, di un ambiente insulare.

Una colonia felina che, provenendo da una massa continentale, riesca ad insediarsi in un habitat insulare potrà facilmente essere obbligata a modifiche nella dieta, derivanti dalla limitata disponibilità di tipologie di prede. Modifiche che comporteranno adeguamenti nelle strategie di caccia e finiranno col veicolare, sul lungo periodo, adattamenti anatomici. Dato un arco di tempo sufficientemente lungo si svilupperà una variante locale della specie originaria, che in assenza di ulteriori incroci potrà addirittura finire col diventare una specie a se stante. Questo è quanto si verifica tipicamente in natura per le specie animali e vegetali.

Per analogia una comunità umana primitiva che decida di stanziarsi su un’isola avrà, allo stesso modo, necessità di adeguare le proprie strategie di sopravvivenza alle disponibilità locali, ma lo farà molto più in fretta agendo sul piano culturale: abitudini andranno cambiate, la diversa disponibilità di nutrienti causerà lo sviluppo di differenti modalità di raccolta e preparazione del cibo, cacciatori potranno convertirsi alla pesca, l’abbigliamento si adeguerà e modificherà di conseguenza e, nell’arco di decenni, o secoli, ciò porterà allo sviluppo di una cultura locale significativamente diversa da quella originaria.

E’ anche possibile, e ci sono esempi, che la nuova colonia viva un primo periodo di prosperità, quindi proceda ad esaurire risorse non rinnovabili e finisca col non essere più in grado di sopravvivere. Questo si verifica tipicamente quando un habitat è molto limitato e non consente la stabilizzazione di una popolazione in numeri sufficienti a garantire la necessaria diversità genetica. Una situazione di questo tipo si è probabilmente verificata nelle colonie vichinghe della Groenlandia, dove l’assenza dei necessari adattamenti culturali ha causato dapprima l’esaurimento delle risorse, quindi il declino, e da ultimo la totale scomparsa delle colonie stesse.

Charles Darwin fa notare come la capacità di adattamento di una specie dipenda in via diretta dalla numerosità della sua popolazione: una specie con popolazione ridotta tende a produrre, nel tempo, un minor numero di mutazioni, quindi ad evolvere più lentamente. Conseguenza di ciò è che le specie stanziate su territori vasti, tali da sostentare una popolazione numerosa, tendono a trasformarsi più in fretta di quelle stanziate su areali circoscritti. Un’evidenza di ciò, nel nostro pianeta, si ha in Australia, dove l’isolamento del continente ha mantenuto in vita forme arcaiche (i marsupiali) che in tempi recenti, sebbene endemiche, sono risultate scarsamente competitive nei confronti delle specie aliene invasive (mammiferi) introdotte dai colonizzatori occidentali.

Ma la stesso principio si può applicare alle culture degli aggregati umani, che evolvono più in fretta nelle grandi città di quanto non facciano nelle piccole comunità disperse. La capacità di innovare, la disponibilità di una porzione di popolazione numericamente sufficiente e in grado di abbracciare le innovazioni per dar vita ad una ‘moda’ (altra maniera per indicare quello che abbiamo precedentemente definito come ‘cultura’), dipendono in maniera sostanziale dall’accessibilità ad un adeguato numero di persone in grado di scambiarsi informazioni e nuove idee.

Tornando a Darwin, una delle sue osservazioni più importanti è che l’evoluzione agisce molto più rapidamente sui grandi continenti disposti parallelamente all’equatore rispetto a quelli disposti in direzione nord-sud, perché i primi sono caratterizzati da un’uniformità di fasce climatiche e consentono alle specie di spostarsi, senza trovare condizioni climaticamente avverse, su areali molto vasti. In questo modo le trasformazioni in una singola specie hanno modo di trasferirsi velocemente ed innescarne ulteriori, in risposta, in altri territori ed altre specie, in un processo che si autoalimenta. Il contrario avviene nelle isole, dove le specie rimangono isolate e tendono a fissare caratteri arcaici per lunghi archi temporali.

Da un’altra prospettiva Jared Diamond, in “Armi, Acciaio e Malattie”, trasferisce le riflessioni darwiniane all’ambito delle civiltà umane, verificando il sussistere di strette analogie. In particolare J.D. fa notare come l’evoluzione tecnologica sia stata molto più rapida in Eurasia che in Africa o nelle Americhe, entrambe masse continentali disposte perpendicolarmente all’equatore. Il motivo di ciò starebbe nella maggior facilità nel trasferire informazioni (culture) tra popoli e civiltà insediati in territori differenti, grazie alla ridotta presenza di barriere naturali ed all’uniformità delle fasce climatiche.

Tutto ciò avvalora la tesi che le correnti culturali all’interno della nostra specie si comportino in maniera analoga a quanto avviene per le diverse specie viventi che condividano un comune ecosistema biologico: sviluppano capacità di sopravvivenza, entrano in dinamica fra loro, competono, si diffondono, vengono superate da nuove correnti culturali, si estinguono.

Ogni invenzione umana importante, capace di aprire nuove prospettive ed opportunità, genera una corrente culturale che tende ad espandersi all’intera specie. La scoperta del fuoco diede ai nostri lontani antenati una risorsa talmente essenziale che la tecnologia relativa si è poi diffusa a tutte le comunità umane. La ‘cultura del fuoco’ divenne in breve tempo patrimonio dell’intera specie proprio grazie agli evidenti vantaggi che portava con sé.

Un discorso del tutto analogo si può fare per ogni innovazione che abbia avuto riflessi sulla sopravvivenza ed il benessere dei nostri antenati: l’invenzione di arco e frecce, la domesticazione degli animali per finalità alimentari e come fonti energetiche (oltreché per usi militari, come è stato per il cavallo), le tecniche agricole, la scrittura, la navigazione e le competenze ad essa collegate. Tutte queste ‘culture’ hanno prodotto ricchezza e potere per i gruppi umani che sono stati capaci di svilupparle per primi, ma sono state poi rapidamente adottate ed acquisite dall’intera umanità.

Culture nuove e ‘vincenti’ hanno ben presto avuto ragione delle precedenti: le spade d’acciaio hanno sostituito quelle in bronzo, le balestre hanno sostituito archi e frecce, i fucili hanno sostituito le balestre, i cannoni hanno sostituito le catapulte, i carri armati hanno sostituito la cavalleria, i bombardamenti aerei hanno sostituito gli assedi, le corazzate in metallo hanno sostituito i galeoni di legno (solo per restare alle tecnologie militari, tipicamente caratterizzate da una spiccata tendenza alla competitività).

Tornando nuovamente all’evoluzione culturale nelle masse continentali, su cui Jared Diamond ha costruito l’intero impianto del già citato “Armi, Acciaio e Malattie”, la colonizzazione umana delle masse continentali americane risale a circa 20.000 anni fa. All’epoca possiamo supporre che le diverse tribù umane possedessero competenze tecnologiche analoghe. Ma le popolazioni americane rimasero poi isolate dalle altre a causa della fine dell’ultima glaciazione e dal relativo sollevamento dei mari, e le condizioni del loro continente di approdo non erano favorevoli quanto quelle delle comunità stanziate in Eurasia.

Il risultato di ciò fu che, nel momento in cui gli europei riscoprirono il Nuovo Mondo, i nativi americani si trovarono in grave svantaggio. Avevano sì iniziato a praticare l’agricoltura, con qualche millennio di ritardo rispetto all’emisfero opposto, ma non praticavano la metallurgia, non avevano inventato la ruota e solo poche comunità del Centro America avevano iniziato a sviluppare un abbozzo di scrittura. Il motivo di ciò viene attribuito alle condizioni locali, sfavorevoli allo sviluppo di comunità numerose, alla dispersione dei diversi popoli (tipicamente conflittuali coi propri vicini), al ridotto scambio di idee ed informazioni.

In Eurasia l’agricoltura e l’allevamento potevano contare su varietà vegetali ed animali indisponibili nel Nuovo Mondo, una ricchezza che diede origine alla nascita delle prima città-stato e dei primi imperi, i cui conflitti spinsero un’innovazione tecnologica, non solo militare, molto più rapida di quanto poté accadere nel continente americano. Un processo che appare auto-evidente se, come suggerito, paragoniamo l’evoluzione dei ‘tratti culturali’ con l’evoluzione dei tratti somatici nelle specie animali.

Un ulteriore esempio di tale processo è rappresentato dalla storia della scrittura, se analizzata in parallelo a quella dei supporti alla scrittura stessa. Le antiche civiltà del bacino del Mediterraneo, dagli egizi ai romani, utilizzavano come supporto alla scrittura fogli ricavati dal papiro, un materiale estremamente semplice, economico e relativamente facile da produrre. Grazie a questo tipo di supporto i libri erano molto diffusi in ogni strato sociale, e veicolavano una diffusione capillare della cultura.

Nell’Europa medioevale, tuttavia, il papiro fu sostituito dalla pergamena: pelli di animali trattate e lasciate ad essiccare. Un supporto pressoché indistruttibile ma costosissimo, che ridusse grandemente sia la possibilità di accedere a testi scritti che l’alfabetizzazione di massa. La cultura della pergamena era entrata in sinergia con il verticismo della cultura religiosa dominante europea, il cristianesimo, che coltivava la finalità di conservare (e controllare) uno specifico sapere.

Ma, come diretta conseguenza del ‘sequestro’ religioso del veicolo culturale rappresentato dalla scrittura, si ebbe in Europa un rallentamento complessivo nell’evoluzione tecnica e scientifica, cosa che non avvenne, invece, nel mondo arabo, che aveva da tempo iniziato un fiorente commercio con la Cina, dove era stata inventata la carta. La cultura della carta faticò a penetrare in Europa ma, quando ciò avvenne, a cambiare nuovamente le carte in tavola provvide un’ulteriore innovazione: la stampa a caratteri mobili.

Il mondo arabo, grazie alla carta, era stato culla di un’esplosione culturale durata diversi secoli. Tuttavia la scrittura calligrafica araba non si prestava altrettanto bene degli alfabeti derivati dal latino all’impiego della stampa a caratteri mobili. Ciò ne causò una stagnazione culturale durata anch’essa diversi secoli. Analoga sorte toccò alle civiltà orientali, la cui scrittura, basata su una molteplicità di ideogrammi ed incompatibile con la praticità della stampa in serie, non poté giovarsi altrettanto prontamente dell’invenzione di Gutenberg.

La scrittura, la carta, la stampa a caratteri mobili, e più di recente la meccanizzazione, l’alfabetizzazione di massa, le tecnologie informatiche, possono essere definite come ‘vettori culturali’. Non producono cultura, ma ne facilitano la diffusione, accorciano le distanze, facilitano lo scambio di informazioni ed idee. Grazie ad esse la cultura contemporanea, grazie agli sviluppi informatici, popola l’equivalente di un super-continente dalle distanze estremamente ridotte, dove le informazioni si accumulano e trasferiscono a velocità mai viste prima, interessando una popolazione enorme. Questo ha prodotto un’accelerazione delle innovazioni e delle trasformazioni culturali mai raggiunta prima.

E veniamo alla questione ambientale, dove l’idea di applicare gli strumenti dell’evoluzionismo darwiniano alle culture correnti può darci qualche preoccupante indizio su cosa ci attende nel prossimo futuro. Come prima cosa va chiarito che, al momento, in seguito a millenni di stratificazioni successive, esistono sul pianeta innumerevoli ‘culture’, la maggior parte delle quali non ha nulla a che vedere con la sopravvivenza e solo alcune sono vagamente legate alla selezione sessuale ed alla riproduzione.

È il risultato che ci potremmo aspettare da una specie lungamente domesticata, che ha perso nel suo cammino i tratti essenziali alla sopravvivenza in natura per guadagnarne altri che rispondono al gusto perverso dei selezionatori. La varietà di culture umane è paragonabile, in natura, alla varietà genetica delle specie canine, che a seguito di pressioni selettive innaturali da parte della nostra specie ha finito col produrre un vero e proprio ‘freak show’. Da questo variegato caos, le culture legate alle esigenze basilari di sopravvivenza emergono più nettamente delle altre.

Già da diversi secoli genere umano sta vivendo un boom di benessere dovuto allo sviluppo tecnologico. In origine fu il fuoco a consentire, per mezzo della cottura della carne e della sua conservazione mediante affumicazione, di metabolizzare più in fretta e conservare più a lungo le risorse di cibo. Poi furono l’agricoltura e l’allevamento a garantire il soddisfacimento dei bisogni primari e l’aumento delle disponibilità alimentari. Quindi vennero a supporto le opere idrauliche per l’irrigazione, la domesticazione ed in seguito la meccanizzazione ad aumentare la forza lavoro, e con la chimica industriale sono arrivati fertilizzanti e pesticidi.

Questo lungo percorso ha aumentato a tal punto il benessere della nostra specie (a scapito, va detto, di quello di tutte le altre) da aver dato forma ad una propria ‘cultura’, quella del progresso, largamente condivisa dalla stragrande maggioranza del genere umano e diffusa sui cinque continenti. La cultura del progresso, alla stessa stregua di una popolazione animale in grado di metabolizzare ogni tipo di risorsa, e finanche di inventarsene dal nulla di proprie (l’estrazione e messa a regime dell’energia conservata nei combustibili fossili), ha sbaragliato, con le buone o con le cattive, ogni cultura avversaria.

Il problema, come evidenziato dal modello dell’evoluzione animale, è che una specie di eccessivo successo può essere in grado di sfruttare e deteriorare il proprio habitat a tal punto e talmente in fretta da mettere a rischio la propria stessa sopravvivenza. L’esempio classico è quello degli erbivori europei lasciati in libertà su sperdute e spopolate isole del Pacifico (vicende di cui si è già trattato in questa sede), che in assenza di predatori hanno finito col distruggere completamente la vegetazione di cui si nutrivano, in ultima istanza estinguendosi. La ‘cultura del progresso’ sta attualmente facendo la stessa cosa, ma su scala planetaria, agendo come un predatore apicale in grado di metabolizzare e consumare ogni cosa, dal suolo alla biodiversità, alle riserve energetiche fossili, producendo come sottoprodotto un numero sempre più elevato di bocche da sfamare.

Cosa può dirci la scienza dell’evoluzione sul destino di tale ‘predatore’? Nulla di buono, temo. In un habitat stazionario le specie si stabilizzano e tendono a non trasformarsi per periodi di tempo anche molto lunghi (come esplicitato dalla teoria degli equilibri punteggiati). Di norma, a limitare l’espansione di una specie intervengono due fattori: l’avvento di nuovi predatori da un lato e la scarsità di prede/nutrimento dall’altro.

Per fronteggiare la ‘cultura del progresso’ dovrebbe emergere una forma culturale diversa ed altamente ‘pervasiva’ (capace quindi di diffondersi in fretta ed essere adottata da un elevato numero di individui). Di fatto, essendo il ‘progresso’ la moda culturale che si è dimostrata più efficace nel soddisfare gli istinti basici degli esseri umani (nutrimento, riproduzione, benessere, intrattenimento), nessuna altra ‘cultura’ appare attualmente in grado di contrapporsi efficacemente ad essa.

Una crisi nella capacità di approvvigionamento alimentare, prevedibile in un orizzonte temporale non immediato, è probabile che possa stimolare la diffusione di culture maggiormente ‘conservative’, quelle che oggi ricadono sotto la generica definizione di ‘ambientalismo’, a patto che il declino di disponibilità energetiche/alimentari avvenga in maniera graduale. Il rischio, da non sottovalutare, è che il crollo possa essere repentino al punto da non lasciare il tempo, ad una eventuale alternativa culturale, di imporsi e sviluppare un nuovo equilibrio.

A questo punto possiamo tornare all’inizio del discorso, ovvero a quell’idea che “solo una catastrofe ci salverà”. L’analisi sviluppata fin qui tenderebbe a dimostrarne l’assunto: la ‘cultura del progresso’, nata per appagare il bisogno innato di nutrimento e prosperità della specie umana, ha finito col sovrappopolare il pianeta ed esaurirne le risorse fossili.

La transizione (sperando che ciò avvenga) ad una diversa cultura, diffusa, aderente alla realtà dei fatti ed ai limiti della biosfera, difficilmente potrà avvenire all’interno dell’attuale paradigma socioeconomico, generato e dominato dalla ‘cultura del progresso’. La transizione avverrà, se avverrà, solo in seguito ad una crisi catastrofica cui la ‘cultura del progresso’ non sarà stata in grado di far fronte, essendone la principale responsabile. Anche perché, parafrasando Albert Einstein: “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di ‘cultura’ che hai usato per crearlo”.

Foto di janeb13 da Pixabay

Sull’origine delle ideologie

(N.b.: a pochi mesi di distanza da questo scritto ho messo mano ad un’analisi più puntuale del processo, che ne integra la sostanza fornendo chiavi interpretative ulteriori)


Nel post precedente accennavo a ‘processi di sostituzione’, un tema poi riemerso nella discussione, purtroppo breve, che si è sviluppata via social con l’amico Marco Melillo. Ho pertanto iniziato a buttar giù una serie di riflessioni con l’obiettivo di mettere a fuoco il concetto ma, mentre procedevo, un’idea ben più interessante ha finito col prender forma.

Sono infatti arrivato ad individuare un motivo che rende necessarie, non occasionali, la nascita e lo sviluppo delle ideologie. Se pensiamo a quanto queste ultime, a partire dalle fedi religiose per arrivare alle attuali ideologie ‘laiche’, hanno influenzato lo sviluppo della storia umana, comprenderne la loro collocazione antropologica ha una sua importanza.

Partiamo però dalle dinamiche di sostituzione che, a monte di tutto, sono parte integrante dei processi vitali: fenomeni legati alla chimica organica che possono essere efficacemente descritti in termini di molteplici eventi di tipo sostitutivo. Le nuove generazioni sostituiscono quelle più antiche; le forme mutate di DNA sostituiscono le versioni precedenti; le tipologie nuove, e meglio adattate, degli individui di una stessa specie, sostituiscono quelle preesistenti.

La chiave interpretativa dei ‘processi di sostituzione’ è, di fatto, molto aderente all’originale pensiero esposto da Charles Darwin nel saggio “L’origine delle Specie”. Tuttavia nel corso degli anni ha prevalso una chiave d’interpretazione, che potremmo etichettare come ‘positivista’, strettamente legata all’idea di ‘evoluzione’, termine che veicola significati non sufficientemente neutrali ed oggettivi e presta il fianco ad interpretazioni improprie. Il motivo per cui ciò è accaduto risulta tutt’altro che banale, e richiederà un approfondimento.

Sintetizzando all’estremo la storia dell’umanità (analisi più dettagliate dei singoli eventi potete cercarle nei post pubblicati in passato), lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni ha rappresentato il fattore chiave per la sopravvivenza della nostra specie. Come conseguenza inevitabile, l’aumento della capacità cognitiva ha portato con sé l’emergere di grandi dilemmi:

Qual’è il senso dell’esistenza umana?”
“Cosa è giusto e cosa è sbagliato?”
“Cosa è Bene e cosa è Male?”

La nostra specie, per la prima volta nella storia della vita sul nostro pianeta, ha dipeso quasi unicamente dall’esercizio dell’intelligenza, impiegata sia a fini cooperativi che per comprendere e prevedere gli eventi. La necessità di dare risposta ai summenzionati ‘grandi dilemmi’, più che un mero esercizio filosofico, ha rappresentato per i nostri avi una questione di vita o di morte, perché da quelle stesse risposte ne sarebbero discese decisioni e scelte, ed in ultima istanza l’efficacia dell’azione collettiva mirata alla sopravvivenza del gruppo.

Può essere difficile, nel momento attuale, ragionare di sopravvivenza, tanto è distante la nostra condizione da quella di anche soltanto un secolo fa, figuriamoci calarci nel pensiero di popolazioni preistoriche. Tuttavia, nel momento in cui il pensiero astratto divenne la principale arma a disposizione della nostra specie, al pari degli artigli dei predatori o dei muscoli degli erbivori, l’ambito delle idee finì col diventare dominante nell’organizzazione umana, mettendo in secondo piano le reazioni istintive.

Le specie viventi sono necessariamente dotate di pulsioni istintive alla sopravvivenza ed alla riproduzione. I comportamenti istintivi sono codificati all’interno del cervello ad un livello molto più basico di quelli destinati al pensiero. Gli insetti, pur disponendo di cervelli minuscoli, dotati di pochi neuroni, possono attuare una serie di comportamenti complessi. In essi, però, non esiste possibilità di apprendimento: tutti i comportamenti sono strettamente codificati a livello genetico.

La pulsione alla sopravvivenza è un elemento chiave di questa rigida programmazione. In estrema sintesi: gli individui che possiedono reazioni adeguate a sopravvivere e riprodursi trasmettono questo carattere alle generazioni successive, quelli che ne possiedono versioni difettose o inefficienti muoiono senza riprodursi.

Ma un cervello rudimentale, se pure è in grado di effettuare una serie di operazioni ripetitive al pari di un microscopico robot, non è la dotazione migliore per fronteggiare gli imprevisti. Col crescere delle dimensioni degli animali è stato possibile alimentare cervelli più grandi, capaci di risposte flessibili e dell’abilità di apprendere. La specie umana è quella che si è spinta più avanti in questa direzione.

Come già detto, nel momento in cui la nostra specie sviluppa un cervello plastico e ne fa lo strumento principe per la propria sopravvivenza, i processi cognitivi finiscono col diventare dominanti rispetto ai processi istintivi. Si rende perciò necessario lo sviluppo di architetture cognitive, quelle che siamo soliti definire sovrastrutture culturali, in grado di sopperire alla diminuita efficacia delle reazioni istintive.

Siamo stati quindi obbligati a sviluppare dei rinforzi culturali all’istinto di sopravvivenza, proprio per evitare che l’eccessiva capacità immaginativa del nostro cervello producesse risposte distruttive per noi stessi e per i nostri simili. Un tale risultato venne ottenuto, fin dalla notte dei tempi, imbrigliando la libertà di pensiero all’interno di quello che possiamo definire uno schema della realtà, quello che poi ha preso il nome di ‘bagaglio culturale’.

Ogni collettivo, dalla piccola tribù alle capitali degli imperi, è stato obbligato a dar forma ad una visione condivisa della realtà, che offrisse spiegazioni all’esistente e desse indirizzi comportamentali finalizzati al benessere, dei singoli individui e dell’intero gruppo, ed alla coesione sociale. Nacquero così le storie, le leggende, le interpretazioni ed in ultima istanza le religioni che, come abbiamo già detto, rappresentano il primo esempio noto di ideologie.

In una realtà primitiva, la spiegazione più semplice all’esistenza del mondo è immaginare entità sovrumane che, dopo aver creato e modellato l’Universo, amministrano la giustizia e comminano premi e punizioni. La religione nasce per offrire un fondamentale rinforzo dell’istinto di sopravvivenza attraverso l’idea di una vita dopo la morte.

Essa ha la doppia funzione da un lato di disincentivare il suicidio, dall’altro di codificare ed obbligarci ad ottemperare ai comportamenti più idonei al successo del gruppo sociale cui apparteniamo, ivi incluso, ove necessario, il sacrificio di sé per il bene comune. Con l’avvento della scrittura, nel terzo millennio avanti Cristo, tutte queste complesse teologie finirono nella redazione dei testi sacri, formalizzando un ventaglio completo, seppur variegato, di risposte ai dilemmi umani.

I testi sacri sono la pietra angolare di qualsiasi pensiero religioso. Essendo, per comune consenso, ispirati direttamente dalla divinità, il loro contenuto non è questionabile. I principali sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, e le indicazioni da essi fornite sono risultate talmente efficaci da aver accompagnato l’umanità attraverso i lunghi millenni di sviluppo delle civiltà.

Il problema è sorto quando diversi intellettuali, nell’arco di alcuni secoli, hanno iniziato a sviluppare il pensiero scientifico, mettendo in discussione l’attendibilità dei testi sacri. Con molta evidenza, il massimo sapere di culture dell’età del bronzo non poté competere con le conoscenze ed i nuovi strumenti tecnologici sviluppati nell’arco di secoli.

Dapprima Galileo, con l’invenzione del telescopio, dimostrò l’inattendibilità della Bibbia sulle materie astronomiche. In seguito Newton sostituì la narrazione teologica del cosmo con un asettico formalismo matematico, capace di dar conto dei movimenti dei corpi celesti grazie a poche semplici equazioni. Da ultimo Darwin, che spiegò ‘l’origine delle specie’ togliendo alla divinità anche il merito della varietà delle forme viventi.

Il problema, per i religiosi, è che i Testi Sacri devono, per definizione, essere infallibili, essendo emanazione stessa della divinità. Se quanto affermato in un Testo Sacro non risulta coerente con la realtà fattuale, si pongono due eventualità, entrambe spiacevoli: o la divinità ha scelto di mentire all’umanità, il che aprirebbe a scenari poco rassicuranti, o il testo non è emanazione della divinità, e a questo punto risulta delegittimato nella sua interezza.

Il risultato dello scardinamento prodotto dal pensiero scientifico sulle società umane appare drammatico. Da un lato abbiamo l’affermazione di un pensiero laico, freddo, lucido ed oggettivo, capace di leggere la realtà attraverso strumenti meccanici e non più per mezzo di interpretazioni culturali. Dall’altro si registra il progressivo smantellamento delle credenze religiose, che trascina con se il valore di collante sociale e la ‘stampella psichica’ rappresentata dai modelli culturali veicolati dalle fedi.

Il pensiero scientifico, del suo, non è in grado di svolgere le funzioni di rinforzo degli istinti di sopravvivenza e di collante sociale, per gruppi e comunità, che le architetture cognitive del pensiero religioso avevano fino ad allora espletato. L’istinto di sopravvivenza, come pure le esigenze relazionali, di cui tutti abbiamo bisogno per non soccombere alle difficoltà della vita, non possono essere validate da un’oggettività scientifica, ma unicamente descritte in termini di strutture cognitive.

Ridotto il discorso ai minimi termini: se la fede è in grado di far sentire una persona importante, utile, desiderata, di dargli una collocazione nel cosmo e delle finalità da perseguire, per la scienza quella stesso individuo è solo un generico essere vivente, appartenente ad una specie fra le tante che popolano un habitat qualsiasi, la cui sopravvivenza individuale è totalmente irrilevante. Nulla che possa essere di alcuna utilità al superamento di difficoltà esistenziali oggettive.

Per questo una significativa parte di umanità ha istintivamente rifiutato le conclusioni filosofiche prodotte dalla scienza: finché c’è da approfittare di una nuova macchina o un nuovo strumento sono tutti concordi sulla sua utilità, ma quando si deve affrontare il baratro di un’esistenza finita e priva di significato la mente umana, istintivamente, si tira indietro.

Nel corso del processo mai realmente completato, anch’esso in qualche modo ‘di sostituzione’, del pensiero religioso con quello scientifico, accadono eventi collaterali degni di nota. Il primo è che il pensiero scientifico viene inevitabilmente veicolato per mezzo delle strutture linguistiche preesistenti, intrise di pensiero magico e religioso. Gli scienziati sono obbligati a riutilizzare termini, figure retoriche, esempi e paralleli che rimandano ognuno alle rispettive radici culturali, e risultano per loro natura impropri ed imprecisi.

Il linguaggio della scienza è fatto di formalismi matematici, di relazioni geometriche, di simmetrie, che il linguaggio corrente non è in grado di restituire con efficacia, perché le sue radici affondano nell’esperienza umana e nell’emotività. Nel migliore dei casi si produce una comprensione mediata dall’area linguistica del cervello, e da essa inevitabilmente distorta, nel peggiore dei casi si hanno veri e propri fraintendimenti.

Il secondo effetto, conseguente al primo, è l’originarsi di una serie di ideologie non religiose, che lavorano ad incasellare il pensiero scientifico in una matrice fideistica non esplicita. Tali ideologie rimuovono la figura taumaturgica della divinità sostituendola con ‘ideali’ astratti, un riflesso culturalmente elaborato di alcuni dei nostri istinti primitivi, di fatto mimando le architetture cognitive di tipo religioso non più disponibili a causa della delegittimazione dei Testi Sacri.

Le funzioni delle ideologie, religiose o meno, sono principalmente tre: motivare la nostra esistenza, orientare le nostre azioni e renderci parte di un gruppo sociale solidale. Funzioni essenziali alla nostra sopravvivenza individuale e di conseguenza al nostro successo riproduttivo. Rispetto a ciò, l’aderenza ad una visione oggettiva della realtà appare come una semplice alternativa fra tante, in sé del tutto priva di funzioni sociali e pertanto del tutto accessoria.

Gli ideali di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (per citare le parole d’ordine della Rivoluzione Francese, solitamente identificata come uno dei principali portati dell’illuminismo), non poggiano su basi scientifiche, ma rappresentano unicamente il riutilizzo di categorie cognitive istintuali, rinforzate’ nelle epoche precedenti dal pensiero religioso. La pretesa di inglobarle in una visione unitaria assieme al pensiero scientifico, tipica dell’ideologia illuminista, è da ritenersi totalmente inconsistente.

Tornando a Darwin, l’interpretazione in chiave ‘evolutiva’ dello sviluppo delle specie animali fu diffusamente accolta perché supportava la descrizione illuminista di un cosmo che muove dal caos all’ordine (mentre non altrettanto funzionale dev’essere apparsa la rappresentazione, formalmente più esatta, di una transizione da un caos più semplice ad un caos di maggiore complessità).

Di fatto la filosofia illuminista si appropriò del concetto di evoluzione per inserirlo, a forza, all’interno di una narrazione della Storia Umana immaginata in un analogo percorso di ‘sviluppo’, dando vita a quella che oggi identifichiamo come ‘ideologia del progresso’. Da questa forzatura nasceranno tutta una serie di interpretazioni distorte, dal darwinismo sociale all’eugenetica, fino ad alcune tesi di sedicente razzismo scientifico che serviranno da fondamenta teoriche del Fascismo prima e del Nazismo in seguito.

Tuttavia, come già accennato, una componente chiave dell’efficacia del pensiero religioso, quella legata al sollievo dalla sofferenza psichica causata dal pensiero della morte, non poté in alcun modo essere soddisfatta dalle ideologie laiche, cosa che impedì loro di soppiantare del tutto le fedi preesistenti. Dovendo scegliere tra una visione laica, priva di una componente umanamente essenziale, e la fede nel sovrannaturale, in molti hanno preferito scegliere di rinunciare all’aderenza alla realtà fattuale professata dal pensiero scientifico.

Non è probabilmente un caso se la corrente religiosa ad aver avuto maggior successo e diffusione, nell’arco temporale seguito alla rivoluzione scientifica, sia stata il cristianesimo protestante, la cui totale decentralizzazione, unita al forte spirito individualista, ha saputo trovare più facilmente un equilibrio con le nuove ideologie filo-scientifiche ed accogliere più facilmente quelle idee ed innovazioni che le grandi religioni organizzate andavano aspramente combattendo.

Dopo questa lunga, ma necessaria, digressione, vale la pena tornare all’inizio, ovvero ai ‘processi di sostituzione’. Rileggere la storia del mondo in chiave di processi di sostituzione ci restituisce uno sguardo più neutrale ed obiettivo rispetto allo stato attuale del pianeta ed a ciò che potremo attenderci in un futuro più o meno lontano, laddove un’analisi basata sulle fantasie di ‘progresso’ ci trarrebbe sicuramente in inganno.

Per mezzo delle rivoluzioni tecnologiche abbiamo sostituito l’esistenza scomoda ed impegnativa dei cacciatori/raccoglitori con una più ‘moderna’ e stanziale, caratterizzata da ridotto lavoro fisico alternato ad agi e svaghi. Tutto questo al prezzo di un significativo danneggiamento di ogni altra forma di vita sul pianeta e del progressivo degrado degli ecosistemi terrestri e marini, un processo, tutt’ora in corso, che può portare unicamente a tre conclusioni.

La prima, la più ottimistica, è che il danneggiamento receda, in seguito a trasformazioni culturali conseguenti al progressivo esaurimento delle riserve energetiche fossili, stabilizzandosi su un modello socioeconomico radicalmente diverso dall’attuale. A sfavore di tale eventualità pesa l’evidenza che nessuna forma di elaborazione culturale umana stia fattivamente lavorando allo sviluppo di un modello di sussistenza alternativo.

In assenza di rivoluzioni culturali, la seconda possibile conclusione, stante l’insostenibilità conclamata dell’attuale processo di esaurimento delle risorse, è il collasso dell’attuale ‘civiltà dei consumi’, seguito da guerre, carestie, pestilenze tali da riequilibrare il peso della popolazione umana nei confronti della componente selvatica della biosfera. Un evento spiacevole ma che ad oggi appare, a chi scrive, altamente probabile.

La terza eventualità, ancor meno desiderabile, è che l’attuale grado di danneggiamento degli ecosistemi risulti, in tempi umani, irreversibile, e conduca ad una estinzione di massa di specie viventi (peraltro già in corso) tale da includere anche la nostra. Il pianeta Terra non rimpiangerà l’homo sapiens, la cui scomparsa lascerà spazio a forme di vita meno distruttive.

Insomma ci fermeremo con le buone, o con le cattive, oppure non ci fermeremo proprio, finché non sarà troppo tardi per tornare indietro. Con buona pace di tutte le teologie e fantasie ideologiche accumulate fin qui, che non sono state capaci di rinforzare il nostro istinto di sopravvivenza abbastanza da aver ragione degli effetti collaterali prodotti dal nostro innato egoismo animale.

P.s.: a distanza di un mese ho trovato un TED-Talk dove viene affrontato lo stesso argomento, giungendo a conclusioni del tutto analoghe, anche se da una prospettiva leggermente diversa.

UNSPECIFIED – CIRCA 1865: Karl Marx (1818-1883), philosopher and German politician. (Photo by Roger Viollet Collection/Getty Images)

P.s.: rileggendo, ex post, quest’analisi, la trovo talmente semplice ed elegante da farmi dubitare delle conclusioni. Davvero la storia dell’umanità, millenni di guerre, arte e passioni può ridursi ad un modello comportamentale tanto semplice? Eppure non riesco a trovarvi incongruità.



Approfondimenti
(ovvero cose che avevo inizialmente scritto, ma poi ho escluso dal testo)

  • Esempi di processi di sostituzione li troviamo nel funzionamento del cervello e nelle modalità in cui esso interagisce con l’ambiente circostante. L’etologo Konrad Lorenz per primo ha individuato il meccanismo definito ‘imprinting’, che fissa la relazione tra i cuccioli e la figura materna. È celebre l’esempio delle anatre che, alla schiusa dell’uovo, identificano la prima creatura che le accudisce come la propria madre. Lorenz si sostituì al genitore biologico e gli anatroccoli lo accettarono come tale, prendendo a seguirlo ovunque.
  • Desmond Morris, nel saggio “La scimmia nuda”, spiega che tutte le forme animali complesse, incluso l’uomo, vivono una perenne tensione tra neofilia e neofobia, ovvero tra la curiosità per il nuovo ed il timore delle novità. Per gestire la neofobia, la paura delle novità, attuiamo comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano.

Cit.: “Come ho già detto, anche gli individui socialmente bene adattati di tanto in tanto presentano questi ‘tic’, che di solito si manifestano in situazioni di stress dove hanno la funzione analoga di tranquillizzanti. Conosciamo bene queste manifestazioni. Il dirigente che aspetta una telefonata di vitale importanza tamburella o picchietta sulla scrivania, la donna che attende nella sala d’aspetto del medico apre e stringe le dita intorno alla borsetta, il bambino imbarazzato fa ondeggiare il proprio corpo a destra e a sinistra, il padre in attesa cammina avanti e indietro, lo studente al momento dell’esame succhia la matita, l’ufficiale preoccupato si liscia i baffi.

  • In questo io leggo un processo di sostituzione: sostituiamo all’inattività, che ci causa ansia, comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano. Anche qui, come nell’imprinting, emerge una capacità di adattamento descrivibile in termini di disponibilità a sperimentare un ventaglio di possibili opzioni comportamentali. Qualcosa di analogo accade nella lotta.

Cit.: “Esiste un’altra fonte importante di segnali particolari che nasce da un tipo di comportamento a cui è stato dato il nome di attività di spostamento. Uno degli effetti collaterali di un intenso conflitto interiore consiste nel fatto che l’animale talvolta presenta forme di comportamento strane e apparentemente non appropriate, come se la creatura, in stato di tensione, incapace di effettuare entrambe le cose che desidera disperatamente di fare, trovasse uno sfogo all’energia contenuta in un’altra attività completamente diversa.

  • La capacità di operare delle sostituzioni, a livello mentale, è da un lato efficace per migliorare la nostra capacità di sopravvivenza, dall’altro il fondamento di quelli che abbiamo imparato ad individuare come bias cognitivi. Sostituiamo l’idea della morte con l’idea di una vita eterna, e questo ci aiuta star meglio. Sostituiamo il benessere del gruppo al nostro benessere individuale, e questo aiuta la sopravvivenza del gruppo, ed in ultima istanza la nostra.
  • Il vantaggio, nell’utilizzare l’idea di ‘sostituzione’ al posto di altre formulazioni come p.e. il concetto di evoluzione, è che ci consente di prendere le distanze da un diffusissimo bias culturale legato all’idea che la natura proceda nella direzione di un continuo miglioramento, ovvero la base su cui poggia l’ideologia del progresso. Bias culturale che discende da un bias cognitivo: la necessità di pensare noi stessi migliori degli altri individui.
  • L’ideologia del progresso si fonda su una serie di assunti, di natura culturale, scientificamente infondati:
    – un processo evolutivo e sociale finalizzato al raggiungimento di un ‘vertice’
    – la specie umana al vertice del processo evolutivo naturale
    – il progresso umano come estensione del processo evolutivo
    Ragionare in termini di ‘processi di sostituzione’, anziché di ‘evoluzione’, ci consente di rimettere in prospettiva questi errori interpretativi.
  • La sequenza di ‘sostituzioni’ che caratterizza il processo evolutivo muove, necessariamente, in direzione di una maggiore complessità, nel momento in cui la complessità consente di ottenere un vantaggio nell’acquisizione di risorse (cibo, energia, materie prime). L’idea che questo sottenda un ‘miglioramento’ è un concetto astratto, un parto della mente umana. La natura non discrimina le specie in termini di migliori e peggiori, solo il pensiero umano è responsabile di una tale strumentalizzazione.
  • A monte di tutto, il pensiero scientifico, per come è stato definito, osserva e descrive, non giudica. Possiamo osservare come nel corso del tempo forme di vita diverse si siano succedute, in risposta a modifiche ambientali o mutazioni casuali, ma non possiamo affermare che alcune siano ‘migliori’ di altre a meno di applicare una scala dei valori frutto di una cultura antropocentrica ed autoreferenziale.
  • Escludendo le implicazioni per la specie umana, è evidente come le specie animali e vegetali ‘ingegnerizzate’, prima attraverso secoli di allevamento selettivo e più recentemente con l’ingegneria genetica, non possano definirsi ‘migliori’ di quelle selvatiche. In molti casi queste specie non sono più in grado né di sopravvivere ‘in natura’, né di riprodursi senza l’intervento dell’uomo. Allo stesso modo i territori sottoposti all’intervento umano, attraverso la deforestazione, le ‘bonifiche’, le pratiche agricole plurimillenarie, le urbanizzazioni, non possono definirsi in condizioni ‘migliori’ rispetto a quelli naturalmente intatti. Da un punto di vista biologico e di efficienza degli ecosistemi risultano infatti in varia misura compromessi, spesso in maniera grave.
  • Il processo di civilizzazione è il prodotto di una sinergia tra dinamiche di sostituzione di natura molto diversa tra loro. Le dinamiche di sostituzione di natura fisica (controllo del fuoco, sviluppo di agricoltura ed allevamento, civiltà tecnologica) hanno richiesto in parallelo l’elaborazione di nuove forme culturali che andassero a sostituire le precedenti idee legate all’equilibrio naturale.
  • Lo sviluppo tecnologico umano nasce da una rottura dell’equilibrio naturale, un processo culturalmente metabolizzato per mezzo di successivi eventi di sostituzione. Popoli antichi hanno trasferito questa consapevolezza nel racconto della Genesi biblica, dove il ‘peccato originale’ dell’uomo è il desiderio di conoscenza, il voler essere simile a Dio nel comprendere il mondo. Per questo l’umanità viene punita dalla divinità e condannata ad una vita di lavoro e tribolazioni.

Domesticazione umana ed evoluzione dell’aggressività

Lo scenario che mi si è aperto davanti in seguito alla riflessione sui sui Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) mi ha spinto a ragionare, attraverso la lente dei processi evolutivi, il ventaglio di variabilità dei comportamenti umani e le espressioni patologiche ad essi correlate. L’intenzione è di provare a delineare quanta parte delle attuali dinamiche psichiche discenda dall’inurbamento e dagli adattamenti mentali imposti dal processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie.

È indubbio che l’abbandono della vita nomade, basata su caccia e raccolta, in favore di un’esistenza stanziale fondata su agricoltura, allevamento ed artigianato, abbia richiesto una importante rimodulazione nelle reazioni istintive dove, al pari dell’ADHD, risultano fortemente coinvolti i meccanismi di autocontrollo e gestione e dell’aggressività.

I nostri lontani antenati, adattati alla vita selvatica, avevano necessità di sviluppare abilità diverse dagli individui attuali. La vita all’aria aperta basata su caccia e raccolta, legata al nomadismo che portava ad esplorare luoghi sempre diversi, traeva vantaggio dalla capacità di processare numerosi stimoli contemporaneamente (caratteristica propria di alcune forme lievi di ADHD). Parimenti utile doveva essere l’attitudine a reagire istintivamente, ed in fretta, ad un pericolo imprevisto.

Un diverso equilibrio tra reazioni istintive e azioni ponderate (ovvero mediate dal pensiero analitico e dai meccanismi di autocontrollo) potrebbe di fatto aver rappresentato la normalità nelle popolazioni del passato. È quindi verosimile che alcune di quelle che oggi classifichiamo come forme (lievi) di ADHD fossero all’epoca maggiormente diffuse nella popolazione, per non dire rappresentare la normalità. Una condizione destinata a cambiare con lo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento, che ha finito col determinare la transizione dallo stile di vita nomade alla stanzialità.

L’adattamento a svolgere mestieri monotoni e ripetitivi ha facilitato l’avvento di individui con tipicità caratteriali completamente diverse da quelle richieste, ad esempio, in una battuta di caccia. Il percorso umano e culturale che ha portato i nostri antenati dal nomadismo delle piccole tribù di cacciatori/raccoglitori alle megalopoli attuali ha obbligato lo sviluppo dei processi mentali legati all’autocontrollo, sia dei pensieri che degli istinti.

In natura, l’occasionale prossimità fra individui sconosciuti della stessa specie è fonte di stress e frequente causa di reazioni aggressive. Con la crescita della popolazione e l’evoluzione dei villaggi in città, il processo di inurbamento ha imposto condizioni di stretta contiguità con una moltitudine di altri individui, richiedendo lo sviluppo di modalità di contenimento delle reazioni più immediate e brutali in favore di interazioni più controllate sotto il profilo emozionale.

La trasformazione delle società umane ha reso la coesistenza fra sconosciuti un fatto frequente, cosa che ha richiesto la compensazione dei preesistenti meccanismi di stress mediante articolazioni mentali in grado di sopprimerli. La transizione, dai rapporti di tipo familiare tipici di una piccola tribù, ad un contesto relazionale esteso, ha richiesto un potenziamento delle capacità individuali di autocontrollo.

Le moderne neuroscienze sono oggi in grado di individuare le strutture cerebrali responsabili del nostro autocontrollo, e quantificarne l’attività ed il livello di funzionalità. Possiamo immaginare come, nell’arco di millenni, queste strutture possano essersi evolute per consentirci di prosperare nel mutato scenario prodotto dall’ascesa delle città e del ruolo da esse svolto nel governo del mondo.

Tuttavia, dati i tempi molto rapidi richiesti da questi adattamenti, nell’ordine di pochi millenni, non si può attribuire tale trasformazione ad una effettiva evoluzione della specie Homo Sapiens, quanto ad un adattamento per accumulo di fattori di natura epigenetica. I tempi necessari alla propagazione di una modifica di natura genetica sono infatti lunghissimi, ma i geni sono solo una piccola parte del nostro DNA. Una parte ben più consistente è demandata a controllarne l’espressione. L’epigenetica studia le trasformazioni in queste porzioni di DNA.

Rispetto alle mutazioni genetiche, i meccanismi epigenetici consentono, ad individui e popolazioni, di rispondere con prontezza a mutamenti consistenti nell’ambiente, garantendo la sopravvivenza in situazioni in rapida trasformazione. I caratteri acquisiti possono poi, col tempo, fissarsi in una nuova specie, o regredire, nel caso in cui dovessero ripristinarsi le condizioni originarie.

Questo significa che il contesto ambientale può influenzare l’insorgere o meno di determinate caratteristiche negli individui, che queste caratteristiche possono fissarsi ed essere conservate ed è documentato come queste modifiche adattive possono essere trasmesse alla discendenza. È un po’ un rientrare dalla finestra delle idee di Lamarck, dopo che il criterio evolutivo suggerito da Darwin, basato sulla selezione naturale, le aveva buttate fuori dalla porta.

Queste considerazioni consentono di correggere un po’ il tiro rispetto alla mia prima interpretazione dell’ADHD, descritto nei termini di una occasionale sopravvivenza di caratteri infantili negli individui adulti. In un lontano passato questi caratteri di curiosità ed irruenza, attualmente tipici dell’età giovanile, venivano preservati negli individui adulti perché funzionali ad una vita nomade basata su caccia e raccolta.

Il progressivo inurbamento ha favorito un contenimento generalizzato delle reazioni più istintive e brutali, ma la rapidità richiesta ha attivato processi epigenetici, che non sono né infallibili né irreversibili. L’occasionale riemergere di tali caratteri arcaici non deve sorprendere in assoluto, e ancor meno deve stupire che ciò avvenga contesti sociali degradati, caratterizzati da modalità relazionali basate sulla sopraffazione e sull’uso diffuso della violenza.

Negli individui cresciuti in condizioni di precarietà affettiva e sociale, elevato stress emotivo, difficoltà economiche e relazionali, i meccanismi di autocontrollo faticano a svilupparsi e fissarsi, e questo è un dato che ci viene confermato dagli studi sui maltrattamenti infantili. Una volta che tali circuiti mentali disfunzionali finiscono col fissarsi nell’individuo adulto, risulta per quest’ultimo più complicato riuscire a sviluppare un soddisfacente equilibrio relazionale.

Tornando ancora una volta a quanto affermato da Daniel Goleman nel suo saggio sull’intelligenza emotiva (cito a memoria):

‘le abilità che non vengono apprese nei primi anni di vita possono essere perse per sempre, o il loro recupero risultare in seguito molto faticoso e nel complesso solo parziale’.

Un individuo penalizzato in gioventù nello sviluppo delle funzioni di autocontrollo avrà una elevata probabilità di diventare un adulto fortemente incline alle reazioni violente ed al rischio di dipendenza da sostanze psicotrope.

Questo vale sia per le forme di ADHD non diagnosticate, sia per le situazioni in cui lo sviluppo dell’individuo non avviene in un contesto culturalmente e affettivamente sano. Sempre Goleman, in Intelligenza sociale, afferma che le esperienze traumatiche sperimentate nelle prime fasi della crescita non si limitano a formare un bagaglio culturale, potenzialmente reversibile, ma alterano in permanenza le strutture cerebrali, tanto da rendere ogni successivo tentativo di recupero difficoltoso ed a rischio di insuccessi.

Quindi, non solo dovremmo rivolgere maggior attenzione agli anni dello sviluppo, per evitare che situazioni traumatiche fissino nei giovani modalità relazionali disfunzionali, potenzialmente nocive per sé e per gli altri, ma dovremmo ampliare gli sforzi per consentire ad individui già ‘danneggiati’ un inserimento sociale adeguato, tenendo conto delle limitazioni loro derivanti da meccanismi mentali, di autocontrollo e non solo, potenzialmente compromessi.

In primo luogo andrebbe estesa la consapevolezza delle problematiche legate ad attenzione ed autocontrollo, affinché i portatori possano esserne pienamente consapevoli ed indirizzare al meglio le proprie scelte di vita lavorative e relazionali. Tale consapevolezza andrebbe quindi integrata nel percorso formativo, dalle famiglie alle istituzioni scolastiche, In modo da poter intervenire tempestivamente ove necessario. Da ultimo dovrebbe obbligarci a ripensare la funzione dell’istituzione carceraria.

Perché se quest’ultima deve essere mirata, come nelle formali intenzioni, al recupero e reinserimento nella società civile degli individui che ‘hanno sbagliato’, gli sforzi da impiegare non potranno limitarsi alla detenzione, ma muovere dall’assunto che molte delle persone responsabili di atti incontrollati e violenti risultano già in partenza ‘danneggiate’, ed hanno necessità di terapie sociali, culturali ed emotive, mirate e profonde.

Uno degli assunti fondamentali delle società umane è l’idea che la collettività possa funzionare grazie ad un unico set di regole, valide per tutti, ma ciò ha senso solo se assumiamo che i diversi individui condividano una uniformità caratteriale e relazionale. Le neuroscienze ci raccontano di differenze che possono insorgere a livello fisiologico, tali da obbligarci a rimettere in discussione questo assunto.

Più è ampio il ventaglio di diversità tra gli individui, più il sistema di regole condivise deve prevedere bilanciamenti e contrappesi perché l’equilibrio ottenuto sia funzionale. L’evidenza che, nel momento attuale, un intero ventaglio di diversità caratteriali legate alla gestione dell’autocontrollo non appaia pienamente riconosciuto, suggerisce l’evidenza di un limite strutturale all’efficacia del sistema di regole che ci governa.

Foto di Małgorzata Tomczak da Pixabay

Darwin, gli estremisti e i disadattati

Ho passato quasi la mia intera esistenza a sentirmi un disadattato. Poi sono approdato a Darwin e Goleman, e la mia sensazione ‘a pelle’ ha trovato una esatta collocazione razionale all’interno di una descrizione in termini evoluzionistici della società umana.

La genetica molecolare ci insegna che, all’interno di una specie vivente, non esistono due individui identici. Questo è il prodotto della riproduzione sessuata: ad ogni nuovo nato avviene un rimescolamento dei geni paterni e materni. La presenza di individui dotati di lievi differenze l’uno dall’altro rappresenta la chiave del processo evolutivo.

Lo scostamento dal modello tipo rappresenta, solitamente, un problema per l’individuo portatore di tale carattere. A titolo di esempio, in una specie che popoli un determinato habitat la lunghezza del pelo è perfettamente adattata al range di temperature solitamente presenti. L’individuo che, occasionalmente, nasca con una peluria più lunga o più folta della media risulterà perciò svantaggiato.

Ma la specie nel suo complesso ha necessità di produrre questi individui ‘svantaggiati’, perché le condizioni climatiche possono variare nel tempo. Se le temperature medie scendono, su un arco temporale di anni o di secoli, gli individui col pelo più folto risulteranno avvantaggiati, e trasmetteranno questo carattere alla propria discendenza, che continuerà a prosperare. Se la trasformazione climatica diventa permanente, ciò causerà una definitiva trasformazione nelle caratteristiche medie della specie.

I ‘caratteri estremisti’ non attengono unicamente l’aspetto fisico degli individui. In una specie caratterizzata da comportamenti sociali, atteggiamenti ‘estremisti’, rispetto alla media del branco, sono propri di singoli individui. Individui che tendono ad allontanarsi, che esplorano il territorio, e che si espongono, in questo modo, a rischi maggiori.

Daniel Goleman, in “Intelligenza sociale”, spiega come la collettività tragga vantaggio dall’esistenza di questi comportamenti estremisti, e trovi il modo di compensare il maggior rischio corso da questi individui, e la relativa brevità delle loro vite, facendoli riprodurre con più facilità rispetto agli individui, la maggior parte, dotati di un carattere più gregario.

Il tratto distintivo della specie umana è rappresentato dall’intelligenza, ed inevitabilmente anche questa, come ogni carattere, è distribuita in maniera diseguale. La gran parte della popolazione dispone di un Q.I. (quoziente intellettivo) pari a 100, mentre il ventaglio dei restanti si estende, con numeri via via più ridotti, in entrambe le direzioni.

Estendendo il parallelo darwiniano alla sfera intellettiva, dovremo aspettarci che gli individui dotati di Q.I. più elevato della media tendano ad allontanarsi più degli altri dall’areale (culturale) in cui staziona il branco, ad esplorare territori sconosciuti, a padroneggiare materie che la maggior parte dei consimili non sente alcun bisogno di approfondire.

Da questa esigenza intellettuale al diventare dei ‘disadattati’ il passo è breve. Conoscere più della gran massa delle persone, maneggiare concetti che per gli altri sono astrusi, avere una comprensione lucida di cognizioni complesse, finisce con l’alienare questi individui dalla massa dei propri consimili, e consegnarli alla solitudine.

Da adolescente disadattato ho esplorato la questione e mi sono sottoposto a test del Q.I. ed è risultato che i miei valori eccedevano significativamente la media. Parliamo di esiti superiori a 140 punti (più prossimi ai 150) su diversi ventagli di abilità (letterarie, numeriche, visivo/spaziali). Ma non sempre conoscere il proprio problema consente di affrontarlo nella maniera migliore.

Perché mi aspetto che questo tema interessi i lettori del mio blog? Qui entra in gioco un bias cognitivo noto come Bias di Proiezione: il nostro cervello rifiuta il fatto che gli altri siano diversi da noi. Questo fa sì che le persone particolarmente intelligenti tendano a considerare gli altri al loro stesso livello, spesso commettendo errori grossolani.

Prima di passare ad illustrarvi le conseguenze di questo ragionamento sarà utile contestualizzare il problema che vi/ci riguarda. La maniera migliore mi sembra partire da un grafico. La curva qui sotto raffigura la distribuzione del quoziente intellettivo nella popolazione umana. La freccia indica dove si collocano, secondo una mia verosimile stima, i lettori di questo blog.

Non mi interessa accattivarmi le simpatie di chi legge. È ormai acclarato che quasi metà della popolazione italiana sia costituita da analfabeti funzionali, fatto che, da solo, già esclude tutta la parte sinistra della curva. Del rimanente 50%, solo una piccola frazione frequenta spazi informativi (la maggior parte di chi è in grado di leggere e scrivere passa il tempo a battibeccare sui social). Di questi spazi informativi i meno gettonati risultano quelli caratterizzati da un linguaggio prolisso, argomentazioni cervellotiche ed uso di locuzioni desuete. Ed eccoci qui.

Se siete arrivati a leggere la mia paginetta è perché la produzione culturale di massa (perdonatemi la definizione) non vi soddisfa pienamente, o perché state cercando risposte che altrove non trovate. Magari perché vi ponete domande senza aspettare che qualcun altro le formuli per voi, avendo compreso che le domande di quel tipo sono strumentali al rifilarvi risposte già belle e confezionate.

Siete qui per un’insoddisfazione di fondo che non sapete spiegare. Perché vi sembra che manchi sempre qualcosa, qualche pezzo di ragionamento, o qualche sfumatura artistica nei prodotti di intrattenimento, o qualche sviluppo nei termini dell’agire umano che sarebbe altamente auspicabile… ad esempio una svolta ambientalista negli indirizzi politici globali.

Siete qui perché pensate che in un sistema democratico valga la volontà della maggioranza, e non riuscite a spiegarvi come mai la vostra volontà non venga quasi mai rappresentata nelle scelte politiche ed economiche. Perché vi siete sempre riconosciuti in partiti di minoranza. Perché vi sentite apostrofare come ‘estremisti’ quando sviluppate analisi del tutto ragionevoli. Perché non siete ‘adattati’ al sentire corrente… altrimenti passereste il vostro tempo ad ascoltare la radio o ad informarvi sul mondo del calcio.

Il motivo di ciò sta nel grafico di cui sopra: voi ed io non facciamo parte della ‘maggioranza’. È brutto sentirselo dire, l’animo umano soffre nel sentirsi emarginato, il Bias di Proiezione scalpita e protesta. Purtroppo è la realtà: la maggioranza opera scelte che in gran parte ci escludono.

Di conseguenza i prodotti di intrattenimento vi appaiono spesso mediocri, i film prevedibili, la musica banale, i programmi di approfondimento superficiali, i giornali buoni per incartare il pesce. Il problema non è loro (quantomeno non completamente), è nostro. Nella società dei consumi ogni prodotto è indirizzato ad un target ben preciso, di norma il più vasto possibile. Semplicemente, quel target non siamo noi. I prodotti adatti ad interessarci vanno cercati col lanternino.

E se vi sembra che i prodotti culturali del passato fossero mediamente migliori, anche questo ha una spiegazione. Nel passato gli artisti avevano un maggior controllo sulla propria produzione, ed erano necessariamente le menti più brillanti del proprio campo. Non cercavano unicamente denaro e consenso, non producevano per un pubblico massificato: spesso facevano le cose che più gli piacevano.

Quindi era più facile che cogliessero aspetti in grado di interessare il lato estremo della curva, quello di cui anche loro facevano parte, e nel generare una produzione artistica di alto livello trascinavano con sé anche il proprio pubblico. Penso alla musica, alla letteratura, alla pittura, alla danza, ma il discorso può essere esteso a qualunque ambito espressivo.

Nel tempo, la democratizzazione del processo artistico ha fatto sì che gli strumenti di creazione fossero alla portata di un ventaglio sempre più ampio di persone, e la diffusione dei relativi prodotti raggiungesse una capillarità mai vista prima. Questo ha consentito anche ad artisti non eccelsi di generare forme d’arte rudimentali, in grado di raccogliere l’approvazione di un pubblico più vasto, e generare un maggior indotto commerciale, rispetto ad altre forme d’espressione più colte.

La massificazione è un portato del processo di domesticazione che interessa la nostra specie ormai da millenni. Nell’allevamento di massa la ricerca di un nutrimento (intellettuale) per gli individui ‘estremisti’ è uno spreco di tempo e risorse, e non ha un adeguato ritorno sull’investimento.

Perciò continueremo a cercare musica che ci racconti qualcosa di nuovo, mentre intorno a noi risuonano i ‘Tunz-Tunz’ della dance fabbricata in serie. Continueremo a cercare film e romanzi che non siano brutte copie di quanto già visto e letto in passato, scavandoli fuori da canali distributivi sempre più minuscoli e capillari. Continueremo ad attendere proposte politiche sensate, e ad aspettarci che il mondo intorno le accolga.

Lo so, fa male, ma ve lo dovevo dire. Questa è la terra incognita che il mio peregrinare ‘estremista’ ha finito con lo scoprire. Questa è la conoscenza che sono riuscito ad acquisire scampando ai predatori e percorrendo sentieri solitari. Non serve a molto, dato che l’areale di questa specie è impossibilitato ad espandersi, le risorse si vanno progressivamente esaurendo, e non c’è segno che la parte sinistra della curva possa cominciare ad interessarsi al problema. E men che meno provare a reagire.

Noi siamo leggende

Il racconto di Richard Matheson “Io sono leggenda” riemerge periodicamente nelle mie riflessioni. La vicenda propone un rovesciamento del tema classico della lotta tra uomini e mostri: il protagonista si ritrova a fronteggiare, da solo, l’epidemia di un morbo che rende le persone simili a vampiri. Di notte si barrica in casa, di giorno gira per la città uccidendo i mostri addormentati.

Col passare del tempo, però, emerge una nuova civiltà composta da semi-vampiri, esseri notturni con le proprie leggi, abitudini, regole e leggende. In una di queste leggende si racconta di una creatura da incubo, che si nasconde di notte ed esce di giorno per uccidere le persone nel sonno. Il nostro protagonista realizza solo a quel punto di non essere più un ‘cacciatore di mostri’. Nel nuovo mondo il mostro è lui, è lui la ‘leggenda’.

Perché una storia immaginaria mi risulta tanto inquietante? Come si lega questo racconto al mio vissuto personale? Di fondo il protagonista soffre di una errata percezione della realtà. Vorrebbe salvare il mondo, ma vive in un mondo che non vuole essere salvato, un mondo che vuole solo essere lasciato in pace.

Traducendo la vicenda dalla metafora alla realtà possiamo descrivere l’errore del personaggio come un ‘pregiudizio cognitivo’, nello specifico di quello che viene definito come ‘bias di proiezione’ (traggo la definizione da qui: https://www.stateofmind.it/tag/bias/)

Bias di proiezione: (…) pensiamo che la maggior parte delle persone la pensi come noi. Questo errore cognitivo si correla al bias del falso consenso per il quale riteniamo che le persone non solo la pensino come noi, ma anche che siano d’accordo con noi! In sostanza è un bias cognitivo che ci induce a sopravvalutare la “normalità” e la “tipicità”.

La vicenda del protagonista riecheggia, in chiave di metafora, il mio personale tentativo di ‘salvare il mondo’ dal traffico, dall’inquinamento e dall’incidentalità stradale (in ultima istanza dal consumismo), ed offre una chiave di lettura alla conseguente percezione di una assenza di progressi in tal senso. Il dubbio, riferito a me, è che il ‘bias di proiezione’ abbia offuscato fin dall’inizio la mia lettura della realtà, inducendomi a proiettare sull’intera popolazione esigenze che erano, di fondo, soltanto mie e di pochi altri.

Come Cicloattivisti abbiamo combattuto per decenni i ‘mostri’ del traffico, dell’incidentalità, dell’inquinamento, senza renderci pienamente conto che il mondo era, ed è tutt’ora, un mondo di mostri, nel quale queste ‘mostruosità’ vengono percepite come naturali, necessarie, inevitabili. E che questo è il loro mondo, non il nostro. Il mondo che i mostri vogliono, mentre del nostro non sanno cosa farsene.

Quelli che, semplificando, chiamo mostri, ovviamente percepiscono se stessi come ‘normali’, mentre i ‘mostri’ che li tormentano sono quelli come me, come noi, che vogliono costringerli a cambiare abitudini di vita, a spostarsi in bicicletta, a fare sport, a sudare, che vogliono togliergli il posto auto sotto casa, che vogliono pedonalizzare le strade, che vogliono donar loro un ‘benessere’ che essi non possono, o non vogliono, comprendere.

Una tale consapevolezza solleva questioni pesanti. La battaglia cicloattivista non è più descrivibile come una lotta di liberazione, perché la maggioranza dei cittadini non vuole essere liberata. “We don’t want freedom, we don’t want justice” (trad.: non vogliamo libertà, non vogliamo giustizia), facevano dire i Talking Heads all’abitante tipo della provincia americana, impersonato da John Goodman nel film True Stories.

Alla luce di quest’analisi, perfino i pochi risultati che abbiamo ottenuto fin qui non sono descrivibili come conquiste, ma piuttosto come imposizioni, dal momento che la maggior parte dei cittadini non li desidera. Non vogliono piste ciclabili ed aree pedonali, non vogliono trasformazioni. Il ‘cittadino medio’ è abituato a questa realtà, e non vuole cambiarla. Magari la desidera un po’ più ordinata, un po’ più pulita, un po’ più ‘decorosa’, ma non diversa.

Pertanto l’unica speranza di conservare e rendere permanenti i piccoli pezzetti di trasformazione che siamo riusciti ad ottenere è che col tempo riescano a farsi normalità. Ma a quelli come me anche questo non basterà. Non possiamo fermarci, non possiamo accontentarci.

Noi siamo i ‘mostri’ che sfidano la normalità, incapaci di farsi bastare ciò che passa il convento. Siamo solitari e fastidiosi, a tramare per sovvertire lo status quo deciso dai meccanismi macroeconomici. Noi siamo quelli sbagliati. Noi siamo ‘leggende’.

Raccontino #2


Universo 4D

(un racconto di Marco Pierfranceschi)


(porge/dispone/colloca) Si è bloccato!
– Vedo.
– È “Universo 4D”.
– L’ho riconosciuto. È un gioco molto diffuso.
– Piace moltissimo alla mia (appendice/prolasso/falange) (superiore/anteriore/ulteriore) (sinistra/torsione). Per questo vorrei cercare di ripararlo.
– Non è un po’ grandicella per questi trastulli?
(con aria sconfortata) Lasciamo stare. Puoi ripararlo?
– Certo, ne ho aggiustati diversi.
– Ma il problema qual è? Ci capisci qualcosa?
(sospiro/disappunto) Vedi qui? Ha spostato troppo in avanti la coordinata temporale. È un’operazione che non fa quasi nessuno.
– Deve averci giocato troppo a lungo…
– Anche perché la parte iniziale è quella più interessante, dopo diventa abbastanza noioso.
– Va a capire che ci trova!
– Le (appendice/prolasso/falange) non ragionano come noi.
– Dice che la affascinano le civiltà.
– Le civiltà, in questo gioco, non sono davvero un granché. Dovrebbe provare quelle di Metaverso 27D!
– Ne sto cercando uno usato, ma al momento niente. Nel frattempo puoi aggiustarmi questo?
– Prima verifichiamo se il problema è quello che penso io (armeggia un po’ coi comandi). Infatti, come immaginavo.
– Cioè?
– È un problema documentato che affligge alcune versioni della prima release. Vedi questa galassia?
– La spirale?
– Sì. Ora ingrandiamo ed andiamo a cercare un pianeta. Eccolo!
– Quello azzurro?
– Esatto! Su questo singolo pianeta si sviluppa una civiltà atipica che prende ad interagire con la struttura fondamentale della (realtà/matrice/simulata/cognizione) portando al blocco del gioco.
– Cosa???
– Eh, trovano il modo di sfruttare un (bug/errore/metafunzione/entanglement) necessario al funzionamento del sistema. E mandano tutto in ‘crash’.
– Non ci posso credere! Vabbé, ma si può sistemare?
– Certo, ci vuole un attimo. Fammi (ottenere/sintetizzare/materializzare) la ‘patch’… Ecco qui. Ora resettiamo… applichiamo… Fatto!
– Tutto qui? E cosa fa, esattamente?
– Questo è interessante. I (produttori/creatori/taumaturghi) hanno provato a modificare il (bug/errore/metafunzione/entanglement), ma è stata una perdita di tempo. Nessuna alternativa rendeva il gioco altrettanto interessante. Quindi sono intervenuti con una soluzione rimediata ma a suo modo brillante. La ‘patch’ modifica una (fluttuazione/interazione/accoppiamento/virtuale) all’inizio del gioco, e guarda cosa succede (armeggia di nuovo coi comandi)
– È il pianeta di prima.
– Sì, solo che adesso…
– BUM! Bel botto! Cos’era?
– Un asteroide.
– E cosa cambia?
– Estinzione di massa. La civiltà atipica non si sviluppa più.
– Non elegantissimo, ma a suo modo brillante. Ma aspetta (scorre l’asse temporale)… Vedo che la vita riprende. Non si sviluppa una nuova civiltà?
– Ovviamente. Ma questa è una civiltà standard! Sai come funzionano… crescita incontrollata, sfruttamento delle risorse, collasso, estinzione.
– Sì, funzionano tutte più o meno allo stesso modo.
– Per l’appunto! Le civiltà non sono davvero un granché in questo gioco.
– Vabbé, l’importante è che ora funzioni. Quanto ti devo?
– Per così poco? Niente! Alla prima occasione mi offri una (alimento/bevanda/psicotropo/fermentazione) e siamo pari.
– Perfetto, ti ringrazio. A presto, allora!
– Ciao, e divertiti!
– Eh! Ma non è mica per me…!
– Si, certo! Come no? (contrazione/occlusione/strizzamento/assenso)

Fine

Wow

Sui dialoghi

scimmia fumetto

Quando si scrive spinti dall’ispirazione, non si perde tempo a ragionare il processo. Per questo, mentre il mio racconto “La Principessa Scimmia” prendeva corpo, non mi sono messo a sviscerare cosa stessi facendo, né perché. La vicenda si sviluppava e modellava una pagina alla volta, e a me andava bene così. Solo a posteriori ho avuto il tempo di ragionare, a mente fredda e ad opera compiuta, su quello che avevo fatto.

L’esigenza di avere una misura del valore del mio lavoro mi ha portato a confrontarmi con quello degli altri. Nel corso di una passeggiata sono entrato in libreria ed ho iniziato a sfogliare, un po’ a casaccio, volumi di narrativa di autori italiani contemporanei.

Con sommo stupore mi sono ritrovato a pensare, di un autore anche famoso (ma mai letto prima): “ma come scrive questo??”. E, immediatamente dopo: “a che titolo posso permettermi di giudicare gente più affermata di me?”. Da cosa nasceva questa supponenza? Sempre più sconcertato ho quindi messo mano ad un tomo di J. K. Rowling (un volume a caso del ciclo di Harry Potter) che, aperto in un punto qualsiasi, mi ha restituito una prosa ben redatta, efficace, leggibile.

A questo punto mi è tornata in mente una questione emersa più volte nelle discussioni con la mia consorte. Commentando un testo dello scrittore David Foster Wallace (nostra comune passione), Emanuela ha avuto a dire: “Leggendo D.F.W. capisco perché ho lasciato a metà la maggior parte dei libri che ho iniziato a leggere negli ultimi tempi”. “Perché sono scritti male”, ho concluso io al suo posto. “Esatto: perché sono scritti male”, ha confermato lei.

Ragionando su come fosse scritto “La Principessa Scimmia”, la mia prima riflessione ha analizzato la tecnica di scrittura. Come Rowling, sentivo la necessità di realizzare un testo leggibile ad alta voce e facilmente comprensibile anche dai ragazzi, e questo mi/ci ha obbligato a rifinire la prosa in un determinato modo. Ma la risposta, per quanto plausibile, non mi soddisfaceva appieno, mi sembrava incompleta.

Rileggendo il testo per l’ennesima volta (sempre dietro richiesta di mia figlia, che ama sentirselo leggere e partecipa emotivamente delle vicende) mi ha colpito l’efficacia dei dialoghi. Anche i più semplici, come ad esempio quelli che si sviluppano fra e con gli animali (personaggi che nella storia hanno tutti, intenzionalmente, un livello di complessità molto inferiore agli umani), restituiscono una sensazione di verosimiglianza.

Sensazione che, ragionandoci su, discende direttamente dal modo che ho usato per immaginarli, calandomi di volta in volta nel personaggio, pensandomi nei suoi panni all’interno della situazione, dandogli voce. Questa maniera di scrivere le battute mi è parsa, fin da subito l’unica possibile, per cui non sono stato a ragionarci troppo su. Ma poi mi sono dovuto confrontare con l’artificiosità dei dialoghi di altri autori.

Un dialogo appare evidentemente artificioso quando il lettore percepisce che ha l’unica funzione di mandare avanti la vicenda. Come molti ‘spiegoni’, che appaiono nei film per raccontare fatti avvenuti prima di quelli rappresentati, tanti dialoghi scritti finiscono col rappresentare non tanto le necessità dei personaggi, le loro urgenze, ma solo quella dello scrittore di condurre la storia verso la conclusione che ha immaginato.

Non mi è stato semplice ricostruire da chi, e dove, ho appreso il mestiere di scrivere i dialoghi. Sicuramente un grosso imprinting l’ho avuto dal laboratorio di scrittura teatrale cui ho partecipato una decina d’anni fa, condotto da Giampiero Rappa presso il Teatro Piccolo Re di Roma. Lì ci siamo confrontati con l’esigenza di dar voce ad un personaggio, di viverlo, di rappresentarlo in scena.

Il lavoro dell’attore richiede di essere, all’interno della rappresentazione, altro da sé; di provare le emozioni di un altro individuo, di dar loro un corpo, una fisicità, una credibilità. L’attore, il bravo attore, deve ‘indossare’ la vita del proprio personaggio, le sue fatiche, i suoi sogni, le sue ambizioni, e restituirle al pubblico.

Chi scrive per il teatro deve fare un lavoro analogo, ma partendo da zero. Deve immaginare un intero personaggio, con la sua vita, il suo passato, i suoi ricordi, il suo carattere, le sue emozioni, e tradurli in poche battute che siano vere, credibili, efficaci.

La stessa cosa deve fare un bravo scrittore. Con conseguenze analoghe a quelle che coinvolgono l’attore… ovvero che i personaggi, dopo essere stati ‘indossati’, finiscono col rimanerti dentro.

Di cosa parla ‘La Principessa Scimmia’

Sto ragionando, in questi giorni, su quanto sia difficile raccontare di un libro di narrativa senza svelarne i dettagli della trama. Quando poi la trama è caratterizzata da un susseguirsi di situazioni del tutto inattese, risulta quasi impossibile spiegare i motivi di interesse senza finire con l’accennare a vicende che è importante non conoscere a priori. Il libro in questione è ‘La Principessa Scimmia’, da poco disponibile su Amazon.

Di cosa parla il mio racconto? Di molte cose. La protagonista è inizialmente una scimmia, che attraverso il coraggio e la determinazione riesce a riacquistare la propria umanità, solo per trovarsi ad affrontare il mistero della propria esistenza, della quale non ricorda nulla. La giovane donna inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta di se stessa e del mondo, ed attraverso una serie di prove dimostrerà le proprie capacità, e saprà farsi accettare per i propri pregi ed abilità. C’è quindi una componente che attiene ai racconti di viaggio, un’altra alle avventure fiabesche, un’altra ancora è rappresentata dalla ricerca e scoperta della propria identità, che nella storia si viene costruendo un pezzo alla volta.

Il racconto è diviso in tre parti nettamente definite, ognuna delle quali rappresenta il riappropriarsi di una porzione necessaria ed importante dell’identità della protagonista. Nella terza parte si lascia spazio a personaggi apparentemente secondari, che si mettono in moto per soccorrere la protagonista e devono perciò attraversare, ognuno nella sua specificità, un percorso di confronto e cambiamento, una messa in discussione delle proprie identità, dal quale escono tutti trasformati e più maturi.

L’universo fantastico che fa da cornice al racconto ha le proprie regole. Gli animali parlano tra loro, e si comprendono tutti, anche fra specie diverse, solo gli umani non parlano più la lingua degli animali, e non la comprendono più da millenni. La civiltà è di tipo pre-industriale. Esistono i maghi, ma sono pochi, e passano più tempo a studiare la magia che non ad esercitarla. I personaggi stessi, per quanto di fantasia ed, in qualche misura, improbabili (i moltissimi animali parlanti su tutti), vivono con estrema coerenza ed umanità la propria condizione, e si finisce con l’accettarli come persone reali.

La magia viene usata come escamotage narrativo, ma in chiave fortemente metaforica. Le trasformazioni che i protagonisti subiscono sono trasfigurazioni di situazioni reali, nelle quale ognuno di noi può trovarsi, o essersi trovato in passato. Umanità ed animalità diventano due facce della stessa medaglia, complementari e non auto-escludenti, trasposizioni di modi diversi di pensare e relazionarsi all’esistenza.

Il Bene ed il Male non sono entità astratte in contrapposizione, emergono semplicemente da diversi approcci alla vita. I ‘buoni’ sono personaggi semplici, attenti a quello che hanno intorno, empatici e rispettosi degli altri. I ‘cattivi’ sono individui vuoti, che non riescono a costruirsi motivi d’interesse all’esistenza non dipendenti dall’opinione altrui, che sono quindi obbligati ad assoggettare.

La scrittura si sforza di essere sempre presente alle vicende narrate. La prosa asciutta ed essenziale mira a fornire le informazioni necessarie e sufficienti a dare corpo e tridimensionalità ai personaggi ed alle situazioni descritte, senza appesantire inutilmente lo svolgersi degli eventi con dettagli sovrabbondanti e superflui, piuttosto lasciando all’immaginazione del lettore la costruzione degli scenari all’interno dei quali i personaggi agiscono.

Rispetto a ciò che accade è meglio non sapere nulla in anticipo. Essendo un viaggio di scoperta, di pagina in pagina ogni nuova rivelazione apre scenari prima inaspettati. Svelare troppo di quello che accadrà significherebbe togliere magia e mistero ad una storia che merita di essere assaporata un passaggio alla volta.

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura.

PS quadrato

La Principessa Scimmia

PS

Da poche ore è online su Amazon la mia ultima fatica. Si tratta di una fiaba un po’ dark, un racconto fantasy che si sviluppa con toni prima infantili, per poi maturare man mano che la vicenda procede. Il racconto di com’è nato questo libro è già, del suo, una storia che merita di essere narrata.

Nell’accompagnare a letto mia figlia, che ormai ha otto anni, le ho sempre letto storie scritte da altri. Si è addormentata con le fiabe dei fratelli Grimm, con Perrault, con Hans Christian Andersen. Poi le ho letto Il Piccolo Principe, il Pinocchio di Carlo Collodi (nella versione integrale), la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Sepúlveda ed altri ancora, finché non ha insistito perché le raccontassi una storia inventata da me.

Non sentendomi all’altezza, ho deciso di farle uno scherzo innocente, buttando là una fiaba per prenderla un po’ in giro. Siccome la bambina era in una fase di fissa per le principesse, le ho inventato una storia senza capo né coda.

‘C’era una volta una scimmia che voleva diventare principessa. Allora va in giro a chiedere a tutti gli animali “come posso fare?”. Tutti gli animali le rispondono che non si può. Alla fine si fa coraggio, va dal Leone e gli chiede “Re della foresta, come posso fare a diventare una principessa?”. Il Leone le risponde “Non si può!”, e se la mangia’.

Come previsto la nuova storia è stata accolta con notevole disappunto. “Papà, ma che storia è?”. “È la storia della scimmia”, le ho risposto io. E pensavo fosse finita lì. Se non che il giorno dopo mia figlia mi ha avvicinato con una richiesta: “Papà, la storia della scimmia… Puoi inventare un finale dove lei riesce a diventare principessa?”. E come si fa a dire di no ad una figlia?

Solo che, a quel punto, non mi potevo rimangiare le premesse. Gli animali non dicono bugie. Se le avevano detto che una scimmia non poteva diventare principessa, doveva essere vero per forza. Qui nasce il secondo colpo di scena della storia (il primo è come riesce a non farsi mangiare dal leone).

Continuando a sviluppare le idee, ho deciso che la vicenda meritava maggior dignità di un semplice racconto orale. Ho quindi scelto di scriverla, così come era scritto il Piccolo Principe, o Pinocchio, con una prosa adatta ad essere letta ad un bambino. Questo mi ha obbligato ad uno stile di scrittura nuovo, con frasi brevi, ed in cui per ogni battuta pronunciata viene anche specificato quale personaggio la pronuncia. Uno stile di scrittura adatto ad una lettura ad alta voce.

Ma le premesse mi avevano messo in una situazione molto difficile. Una volta che la scimmia (ri)diventa principessa, che tipo di principessa è? Che ci fa in mezzo alla savana? E sono le domande che si pongono sia il lettore che la protagonista. Comincia quindi un lungo viaggio alla ricerca di una storia passata di cui la ragazza stessa non sa nulla.

Scrivendo un pezzo alla volta, a gruppi di poche pagine, la storia prendeva forma e veniva raccontata a mia figlia, che non vedeva l’ora di scoprire le nuove avventure della principessa scimmia, interrogandomi tra una stesura e l’altra su cosa sarebbe successo. La storia prendeva forma in un bizzarro miscuglio di magia e realtà.

Mentre scrivevo, già dalle prime pagine, ho anche compreso che la narrazione poteva essere uno strumento per comunicarle una visione del mondo e delle relazioni umane, diventando uno strumento per insegnare, così come nelle antiche fiabe, delle lezioni di vita.

La scrittura stessa, procedendo in avanti, si è modificata per accogliere situazioni e soluzioni meno schematiche ed infantili quando ho iniziato a proiettarvi i miei timori per quello che attenderà mia figlia con la crescita, evitando di scivolare su soluzioni scontate e prevedibili. Il tutto nei confini di situazioni adeguate e comprensibili ad una bambina della sua età.

Una particolarità di questa storia è che si è articolata senza un’idea preconcetta di quello che sarebbe accaduto. Non ho costruito lo scheletro della storia, andandolo poi a riempire. Ho sviluppato la vicenda un passo alla volta, calandomi nei panni dei personaggi e facendoli agire in base a quello che era accaduto fino a quel punto.

Credo che questo contribuisca all’imprevedibilità delle situazioni, mentre un altro motivo di interesse sono i continui cambi di scenario e l’alternarsi dei personaggi di secondo piano, che entrano ed escono di scena portando con sé le proprie peculiarità e caratteristiche.

Una volta completato lo sviluppo dei personaggi e delle vicende, e confezionato il prevedibile lieto fine, ho quindi sottoposto il mio lavoro al vaglio di un ventaglio molto selezionato di amici e parenti, ricevendone pareri mediamente positivi. Questo mi ha convinto a pubblicare questo bizzarro ed improbabile oggetto letterario.

Mi sarebbe piaciuto farne una versione illustrata, ma fin qui non mi è stato possibile. Sarò contento se la storia piacerà. La sua funzione primaria, divertire mia figlia, è comunque assolta.

Il libro è acquistabile su Amazon in versione e-book e cartacea.

N.b.: mi sono reso conto, a posteriori, di non aver detto molto sui contenuti del libro. Nell’intento di rimediare, ho proseguito il discorso.