Il Mammifero, la città e le elezioni

Dato che questo blog è stato recentemente menzionato dalla candidata sindaco M5S, Virginia Raggi, in un comunicato stampa (cosa che ha sorpreso me per primo, non avendola fin qui mai incontrata…), ed indicato a riferimento teorico-pratico della vision (da lei condivisa) dell’associazione #Salvaiciclisti Roma, ho sentito l’esigenza di organizzare il materiale pubblicato raggruppando i link ai post più significativi con un minimo di sequenza logica.

Alcuni concetti li troverete ripetuti e ribaditi più e più volte. Purtroppo è inevitabile, quando si scrive a distanza di mesi ed anni, dover riepilogare ogni volta i diversi aspetti, pena la non comprensibilità dell’analisi. Portate pazienza, il blog funziona così.

(e, sì, tanta roba, lo so… cercherò magari più in là di organizzare il tutto nella forma di un e-book o in un file PDF, più comodi da maneggiare)


Il primo blocco di post è dedicato all’analisi del contesto. È necessario ripensare l’organizzazione urbana in una chiave di lettura completamente differente da quella veicolataci fin qui dagli interessi che hanno prodotto l’insostenibile situazione in essere. Per farlo occorre rimettere in discussione alla radice i meccanismi politici, economici e sociali che hanno condotto allo stato attuale,

La guerra nelle strade
Incidentalità e stress urbano come risultato (certo non imprevedibile) di una pianificazione sbagliata degli spazi urbani.

L’urbanità dimenticata
La distorsione della funzione d’uso delle città operata nell’arco di oltre un secolo dall’industria dell’automobile.

Il quadro generale
Come la politica manipola la percezione degli abitanti relativa all’organizzazione urbana per mantenere un redditizio status quo.

Gli ignavi
Teoria e prassi delle modalità di intervento urbano: la vicenda della (mancata) pedonalizzazione di via Urbana.

Spacciatori di automobili
Inquietanti parallelismi tra il mercato della droga e quello degli autoveicoli.

Effetto Babele
Come la complessità dell’esistente ostacola i nostri tentativi di comprensione.

Numeri sbagliati
Stima quantitativa delle risorse destinate alla bicicletta e dei costi individuali del possesso di un’auto (pubblicato su Bikeitalia.it).

Quanto vale il caos urbano
Analisi delle diseconomie pubbliche e private determinate dall’attuale organizzazione urbana di Roma, confrontata con Londra e Parigi.

Come (non) si trasforma una città
Analisi delle strategie dilatorie messe in atto per ostacolare il cambiamento.

Il Cambiamento
Panoramica sui passi da intraprendere per avviare una reale trasformazione nella modalità d’uso della città ed una riqualificazione complessiva dell’abitato.


Il secondo blocco riguarda articoli più ‘tecnici’ sulle sistemazioni ciclabili e le modalità d’intervento. Si parte da un ragionamento complessivo sulla città, dal punto di vista urbanistico e dai dati sulla fruizione da parte dei ciclisti, per arrivare a delineare una strategia d’intervento.

Jevons, la città e le auto
Perché la maggior parte degli interventi messi in atto fin qui non ha sortito effetto.

L’urbanista dilettante
Cercando di rispondere alla domanda su ‘cosa sia una città’.

Ripensare la ciclabilità urbana
Genesi (in quattro parti) dell’ormai famoso “modello della città a grappolo”. Come le barriere naturali ed artificiali modellano la crescita urbana generando addensamenti abitativi, corridoi obbligati e ‘colli di bottiglia’ stradali.

Addio piste ciclabili
Perché i corridoi ad uso promiscuo ciclo-pedonale (se di ampiezza adeguata!) sono preferibili alle ciclabili ‘segregate’.

Valutazione qualitativa di una ciclovia
I criteri per assegnare un voto ai percorsi ciclabili.

ECC data mining
Analisi (in tre parti) della prima tranche di dati sui comportamenti reali dei ciclisti romani (maggio 2014) e sul tipo di fruizione della città da essi disegnata.

ECC2014 e progettazione di reti ciclabili
Gerarchizzazione delle priorità d’intervento basata sui dati reali dell’utenza.

Letterina di Natale
Consegnata, nel dicembre 2014, nelle mani dell’ex sindaco Ignazio Marino. Una efficace sintesi della vision urbana dell’associazione #Salvaiciclisti.

Il Re è nudo e incapace
Primi esperimenti di riappropriazione dal basso degli spazi viari male organizzati: le ciclabili ‘autoprodotte’ a protezione dei punti di maggior criticità.

Perché Santa Bibiana è importante
Ulteriori delucidazioni tecniche sull’intervento nel tunnel di Santa Bibiana.

Vigliaccheria politica
Il confronto (impietoso) tra i teatrini romani e l’approccio pragmatico dei londinesi: il traccheggio da una parte, ‘la salute innanzitutto’ dall’altra.

Creare disagi agli automobilisti
Una riflessione sulla sudditanza culturale che il mondo dell’automobile ha indotto in tutti noi nel corso di lunghi anni di condizionamento pubblicitario e mediatico.


Il terzo blocco racconta la prospettiva di chi va in bicicletta, il modo affatto diverso di sperimentare ed interpretare la realtà urbana. Una sintesi dei motivi che spingono tante persone ad abbandonare l’abitacolo ovattato ed alienante dell’automobile e riappropriarsi della realtà.

È bello avere un corpo
Alla radice di tutto, l’esigenza di riappropriarsi di sé stessi e della propria fisicità

La bicicletta, la città e il tempo
Del perché la fretta è una trappola e di come ci siamo caduti dentro con entrambi i piedi

Bellezza, ricchezza, benessere
Tre parole abusate dalla pubblicità declinate qui in significati del tutto inattesi.

Perché gli automobilisti ci odiano
Breve excursus ironico sulla percezione dei ciclisti da parte degli altri utenti della strada.

Un giorno qualsiasi da ciclista urbano
Rimbalzando in bici da un angolo all’altro della città durante uno sciopero dei mezzi pubblici. Non esattamente una giornata standard per me, ma niente di eccezionale.

Riappropriazione sensoriale
Pedalando di notte al buio nei parchi urbani si scoprono cose interessanti.

Sulla strada
Perché per il ciclista la strada in sé è uno spazio da frequentare, mentre per l’automobilista è semplicemente un ‘non luogo’.

Un ciclista da marciapiede
I pericoli delle strade urbane, la paura ed i mille stratagemmi per sopravvivere.

La percezione del ciclista
Il motivo concreto della necessità di diventare tanti a spostarci in bici sulle strade.

L’apocalisse vichinga in Groenlandia

Per lunghi decenni ho ritenuto la Groenlandia solo una grossa isola perennemente coperta dai ghiacci. Non molto tempo addietro ho infine acquisito il fatto che fosse stata scoperta dai navigatori vichinghi, i quali le diedero il nome di “Terra Verde” (Grüne Land), ma è stato solo con la lettura di Collasso di Jared Diamond che mi si è chiarita la tragica vicenda delle colonie norvegesi.

Scoperta poco prima dell’anno mille dal navigatore Eric il Rosso, durante un periodo climatico più mite della media, due piccole zone costiere furono ben presto popolate da agricoltori e pastori, che diedero vita a gruppi di villaggi noti rispettivamente come Insediamento Orientale ed Occidentale (nonostante fossero pressoché sullo stesso meridiano, distanti circa 500km in direzione nord-sud).

(l’Insediamento Orientale)

I vichinghi introdussero le pratiche agricole e di pastorizia tipiche della madrepatria norvegese, ed oltre a quelle provarono a sfruttare le risorse del posto come la pesca e la caccia a foche e trichechi, ma qualcosa, o meglio, molte cose tutte insieme, andarono storte in modi non inizialmente preventivabili. Cinque secoli dopo la loro fondazione, di quelle colonie non rimaneva nulla, né animali né abitanti, solo poche chiese di pietra.

Gli errori di valutazione furono molti. La bassa latitudine suggerì l’adozione di pratiche agricole analoghe a quelle del nordeuropa, senza tuttavia tener conto del clima molto diverso determinato dall’assenza della corrente del Golfo. I groenlandesi si trovarono a dover affrontare inverni mediamente più freddi e secchi di quelli cui erano abituati.

L’essere approdati su una terra vergine, verde e ricca di foreste, non lasciò supporre che i tempi di formazione e rigenerazione della vegetazione, a causa del freddo e delle rade piogge, fossero enormemente più lunghi di quelli della madrepatria: le foreste tagliate non ricrescevano, e lo stesso accadeva ai pascoli.

Altro fattore inizialmente sottovalutato fu la lontananza dall’Europa, ed i costi enormi del commercio navale in condizioni tanto critiche. Le colonie groenlandesi esportavano lana ed oggetti d’avorio, quest’ultimo ricavato dai denti dei trichechi (la cui caccia stagionale presentava rischi non indifferenti), ed importavano manufatti in ferro.

La storia delle colonie racconta di un lento, inarrestabile declino, vieppiù straziante in considerazione del fatto che si trattava di popolazioni appartenute alla nostra stessa civiltà, alla nostra stessa cultura. Mentre intorno al 1200 l’Europa viveva un fiorire di arte, cultura e civiltà, l’età dei comuni che porterà al Rinascimento, su un’isola coperta dai ghiacci, lontani da tutto e da tutti, cinquemila persone vedevano i propri margini di sopravvivenza assottigliarsi progressivamente in maniera irreversibile.

Le analisi dei siti archeologici ci raccontano di una popolazione che finì col perdere la metallurgia per la mancanza di legname per ridursi, infine, ad utilizzare utensili di legno ed osso, in un indesiderato ritorno all’età della pietra. Le analisi dei resti alimentari narrano del progressivo abbandono della pastorizia a causa di stagioni estive troppo fredde e brevi, di una dieta basata in larga misura sul consumo di carne di foca dal sapore orribile, della follia, probabilmente consapevole e sopravvenuta in un secondo tempo (un tabù alimentare?), di eliminare dalla propria dieta l’unico alimento relativamente abbondante in quei lidi, ovvero il pesce.

Un’economia di sopravvivenza destinata a soccombere di fronte ad un mutamento climatico globale che viene definito la “piccola era glaciale”, ricordata in Europa come causa di inverni molto più freddi della media e tramandata ai posteri dalla moda di indossare enormi parrucche. La piccola era glaciale determinò la fine delle colonie vichinghe ormai irraggiungibili dalle navi anche in estate a causa della presenza di iceberg nei fiordi dove affacciavano i piccoli porti degli insediamenti.

Dimenticati da tutto e da tutti, i cinquemila coloni vichinghi sparirono nel nulla assieme ai loro villaggi, agli animali da pascolo, alla loro storia ed alla loro cultura. La tragedia che li colpì ha potuto essere ricostruita solo in tempi recenti.

Paradossalmente, mentre gli europei soccombevano alle avversità ambientali, tribù Inuit stanziate molto più a nord riuscirono a sopravvivere e (relativamente) prosperare grazie a caccia e pesca.

Mentre i vichinghi distruggevano lentamente i campi coltivabili per tagliare la torba in mattoni e fabbricare case “all’europea” gli inuit vivevano in tende d’estate, e d’inverno costruivano igloo di ghiaccio. Mentre i vichinghi tentavano senza successo di esportare in Groenlandia l’allevamento di bovini ed ovini, la metallurgia, l’uso del legname per costruzioni e riscaldamento, gli inuit sfruttavano le risorse locali: pesce, carne di foca, grasso di balena per il riscaldamento, costruendo tende, vestiti, imbarcazioni ed utensili utilizzando pelli ed ossa animali.

A mente fredda possiamo rimproverare ai vichinghi i molti errori di cui si fecero carico, l’incapacità di dialogare coi loro vicini inuit (che appellavano col termine “skraelig”: pezzenti) e di imparare da loro uno stile di vita che li avrebbe resi capaci di sopravvivere, l’arroganza tutta europea di ritenersi superiori ai nativi.

Tuttavia non possiamo non muovere a compassione all’idea di diverse migliaia di nostri simili intrappolati ai confini del mondo, dimenticati “da Dio e dagli uomini”, costretti da inverni sempre più rigidi ad uccidere e divorare fino all’ultimo i pochi e stentati capi di bestiame, privi infine di risorse naturali, di utensili, di cibo, di riscaldamento, condannati ad estinguersi uno dopo l’altro da un gelo divenuto inarrestabile.

Raccogliendo i cocci

(UPDATE: dalla data di pubblicazione di questo post Dropbox.com ha modificato l’accessibilità ai files in modalità HTML, rendendo tutti i link interni all’articolo di nuovo irraggiungibili. Cercherò una maniera per rimetterli nuovamente online)

Sulla scomparsa del blog RomaPedala, inghiottito dalla dissoluzione della piattaforma che lo ospitava, ho avuto modo di scrivere una settimana fa un post che si concludeva con: “Tutto quello che ho potuto fare, in extremis e con qualche acrobazia, è stato di salvare almeno i miei post (…) A giorni conto di rimetterli on-line.”

In realtà di tentativi per salvare i contenuti del blog ne avevo fatti diversi, fin dal momento in cui è stato chiaro che Splinder sarebbe andato a fondo e l’owner del blog, SempreOltre, non avrebbe mosso un dito per salvare anni e anni di dibattiti e confronti.

Tentativi tutti naufragati, purtroppo, vuoi a causa di un template privo degli “agganci” necessari a rendere fattibile il backup del sito da parte di programmi automatici (nella fattispecie l’archivio delle mensilità), vuoi a causa della progressiva dismissione dei server e delle linee dati utilizzate da Splinder, che ne rendevano lentissima ed inaffidabile la navigazione.

Tuttavia, nelle sue ultime ore di “vita”, probabilmente a causa dell’abbandono in massa anche degli ultimi utenti, in un ultimo sprazzo di esistenza RomaPedala è ridiventato fruibile e navigabile, consentendomi di salvare in locale se non i passa tremila post complessivi quantomeno le poche decine da me inseriti.

Fatto ciò ho realizzato che potevo sfruttare le potenzialità di DropBox per rimettere on-line quella manciata di pagine web recuperate in extremis, e rimetterle a disposizione di tutti quelli per cui Romapedala aveva significato qualcosa. Si è reso necessario un discreto lavoro di editing per reindirizzare i link, ma alla fine il risultato non è disprezzabile.

Ovviamente ora le pagine sono “statiche”, quindi non è più possibile usufruire delle funzioni del motore di blog ed aggiungere ulteriori commenti… né, a mio parere, avrebbe senso. Per la navigazione si possono utilizzare le pagine di indice, partendo dalla meno recente che trovate a questo link. Le successive sono accessibili a fondo pagina, sotto l’ultimo post, alla voce: “Archivio delle pagine”, numerate da 1 a 11. Le pagine sono ordinate “a rovescio”, alla maniera dei blog, con i contenuti più recenti in alto e quelli più vecchi in basso. Dalle pagine di indice, cliccando sui titoli dei post, si accede alle singole discussioni.

Non tutti i post sono disponibili perché non tutte le discussioni sono state salvate, principalmente per limiti di tempo. Ho cercato di conservare quelle che mi sono parse più significative per argomento o numero di commenti. Parliamo di 70 su 109 complessive. Molte delle restanti restano comunque interamente leggibili direttamente nelle pagine di indice, o sono state ripubblicate su questo blog. Anche diverse foto sono andate perdute, rimosse dai server gratuiti su cui le avevamo inserite prima ancora della scomparsa del Blog.

Rimetter mano a questa parte importante del mio passato ha riportato in vita ricordi, situazioni e persone con le quali nel corso degli anni, per i motivi più disparati, ho finito col perdere i contatti. In questo centinaio di post si racconta una fetta di vita mia, strettamente intrecciata ad una fase di crescita della ciclabilità romana. È evidentemente un set limitato, che non rende giustizia della ricchezza e complessità dell’intero RomaPedala e delle sue varie anime, ma questo sono riuscito a fare e non di più.

Partendo a stilare un elenco delle cose più significative, ovviamente dalla prima pagina di indice, non posso trascurare, ovviamente, il primo post di presentazione (maggio 2006), quello sulle mie montagne, poi “Numeri” (il cui contenuto avevo completamente rimosso) e la nascita del Ciclopicnic (che in diverse “incarnazioni” è giunto fino ai giorni nostri, peraltro in ottima salute).

Nella seconda pagina troviamo l’immortale post dove schiattano i tacchini, preludio a future incomprensioni tra l’anima svacco/picniccara del sottoscritto e quella atletico/sportiva di SempreOltre e IlGallus, oltre ad un po’ di “locandine” del neonato ciclopicnic e l’inizio del racconto del Camino dé Santiago.

A pagina tre, dopo l’arrivo a Santiago, c’è la prima “stesura ufficiale” del G.S.A. – Grande Sentiero Anulare, oltre alla cronaca dell’inaugurazione del Parco di Centocelle (attualmente già in stato di semi abbandono…).

Pagina quattro è dominata dalla grancassa del ciclopicnic (temevamo che l’iniziativa avrebbe perso slancio e la “fomentavamo” a più non posso), ma ci sono anche l’inaugurazione del G.S.A. e la riscossa del Tacchino.

Pagina cinque inizia con l’inaugurazione della raffazzonata Ciclovia della Musica, mio primo tentativo di “citizen journalism”, contiene una bella riflessione sull’andare in bici (che copierò qui) e si conclude con la prima tracciatura on-line completa del G.S.A.

Da pagina sei segnalo solo il post sarcastico sulla nuova cartellonistica per le piste ciclabili, mentre del set successivo è interessante quasi tutto, dal reportage in tre parti sulla costruenda Ciclabile Togliatti (“Fornéscion style” 1, 2 e 3), la grande sfida tra Pierfranco e Pierfuffo (un giro in bici da me proposto in cui mi ero ritrovato da solo) per concludere con la Conferenza di Pace del 25 aprile.

Da pagina otto, con la primavera del 2007, tornano i Ciclopicnic ed io inizio una lunga riflessione in quattro parti (1, 2, 3, 4) sul superamento delle divisioni tra i ciclisti romani… parte del percorso che porterà, mesi dopo, alla nascita del forum CicloAppuntamenti (e ad ulteriori divisioni tra i ciclisti romani).

Pagina nove si apre col sopralluogo sulla Togliatti con i responsabili ATAC, prosegue con la cronaca della Ciemmona, avanza con un post deluso e sconsolato sull’incapacità di opporsi all’immobilismo della politica e finisce col lanciare l’idea di un happening sull’incidentalità stradale.

Di pagina dieci segnalo la discussione sulla diffusione del cicloambientalismo (foriera di ben 73 commenti, ben presto degenerati in rissa verbale…), quindi il mio primo abbandono (temporaneo) del blog, la nascente idea dei CicloKidz (idea poi sviluppata su CicloAppuntamenti) ed un weekend in Toscana con gli amici del Ciclopicnic.

In conclusione torna la mia voglia di ragionare, poco condivisa dai più (alla riunione convocata eravamo quattro gatti), l’incontro col X Municipio per il Biciplan comunale (che a cinque anni di distanza segna ancora il passo), la prima incarnazione di CicloAppuntamenti (un modesto calendario “crossover”) per finire col varo del Biciplan del X Municipio, praticamente redatto a quattro mani da me e Chiara Ortolani.

Da lì in poi le strade del sottoscritto e di RomaPedala prendono a divergere, continuerò ancora a leggere, con discontinuità, ed a commentare quanto inserito. Ma lo slancio iniziale del Blog, quello che solo un anno e mezzo prima mi aveva indotto a contribuire, cominciava già a scemare, fiaccato dalle continue polemiche, liti e dissapori, oltreché dall’ignavia dei referenti politici che sanciva la sostanziale inutilità dei nostri sforzi.

Abbiamo combattuto battaglie di civiltà e progresso con armi spuntate, ingenuamente ritenendo che le idee ragionevoli dovessero alla fine prevalere. Ci siamo sbagliati, e questo è tutto quello che ne rimane.

Diario di un ritorno alle stelle

Nei quasi cinque anni trascorsi dalla sua apertura questo blog è stato testimone della rinascita della mia passione per l’osservazione del cielo stellato. Ora ritengo tale trattazione sufficientemente vasta, esaustiva e matura da poter essere raccolta in un “post antologico”, ad uso e consumo di quanti si fossero scoperti lo stesso trasporto per l’osservazione del Cosmo (e dispongano di tempo e pazienza per leggersi tutto). Elencati qui sotto potrete trovare i link ai singoli post in ordine cronologico, con un filo conduttore che ne descrive il percorso evolutivo.

Il motivo che mi spinge a fare questa “summa” è l’attuale, persistente, scarsa conoscenza delle problematiche legate all’osservazione del cielo. Anche nell’era di internet la distanza tra nozioni teoriche acquisite in rete ed esperienza diretta rimane drammatica, stante la disastrosa condizione dei cieli notturni nelle aree “civilizzate” del pianeta.

L’argomento “inquinamento luminoso” è tra i più trattati nei miei scritti, e non a caso. È infatti il problema più grave e al tempo stesso meno percepito dai più, perfino dagli stessi astrofili. Prenderne consapevolezza richiede l’esperienza diretta di cieli davvero bui, ormai difficili da trovare e raggiungibili solo dopo diverse ore di viaggio in automobile. Quello che è possibile osservare sotto questi cieli diventa letteralmente invisibile in condizioni di maggior degrado, e del tutto inconcepibile sotto cieli mediocri.

In questi quattro anni la mia ricerca di questi cieli si è spinta molto lontano, dapprima alle Canarie con un semplice binocolo, poi in Corsica, con un telescopio serio, accumulando man mano l’esperienza osservativa e gli strumenti necessari (oculari e filtri nebulari). Il risultato finale ha stupito anche me, coronando in parte il sogno iniziato ormai trent’anni fa di osservare nebulose e galassie “come nelle fotografie”, sogno brutalmente ridimensionato dalle prime esperienze con i telescopi amatoriali sotto cieli “inquinati”. Come “incipit” alla raccolta di post non posso che ripercorrere brevemente la mia passione per l’osservazione dell’Universo.

Tutto ebbe inizio con un libro, preso in prestito dalla biblioteca scolastica durante il mio secondo anno delle superiori, quindi intorno al 1980. Il libro era “Al di là della Luna“, di Paolo Maffei, straordinario esempio di sintesi tra divulgazione ed accuratezza scientifica, che accese la mia curiosità verso la scienza dell’astronomia. Fu un passaggio probabilmente obbligato quello dalla fanciullesca fascinazione per i racconti di fantascienza alla scienza vera e propria, ma una delle sue ricadute fu proprio la curiosità per l’osservazione diretta del cielo.

Dalla divulgazione scientifica alla pratica osservativa il passaggio non è stato breve. Ci fu dapprima un binocolo russo 16×50 (che tuttora conservo), col quale dalla terrazza della mia casa nel centro di Roma, a cavallo del passaggio di decennio tra ’70 e ’80, cominciai a prendere confidenza con le costellazioni e con la pratica strumentale. Quindi, a pochi mesi di distanza, un telescopio a specchi da 114mm di diametro e 900mm di lunghezza focale, che mi mostrò le bande di Giove, gli anelli di Saturno, numerose stelle doppie e le prime nebulose. Quello che non riuscii mai a fare con quel telescopio, con mio grave rammarico, fu portarlo sotto un cielo davvero buio.

Nel frattempo avevo dato il via ai primi esperimenti di fotografia astronomica che diedero il là ad un’altra delle mie grandi passioni, quella per la fotografia. Negli anni a seguire tale interesse soppiantò quello per l’astronomia (che peraltro, stante la progressiva crescita dell’inquinamento luminoso, stentava a fornirmi ulteriori stimoli) almeno fino agli anni ’90, periodo in cui cominciai a lavorare e, coi primi stipendi, a togliermi qualche soddisfazione.

Uno degli acquisti importanti di quel periodo fu un telescopio da 20cm di diametro per utilizzo fotografico che, paradossalmente, fu quello che rivelò la mia vera natura di visualista. Bastò infatti che ci guardassi dentro sotto un cielo discretamente buio (avevo finalmente anche un’automobile per spostarmi) per farmi comprendere quanto poco mi interessasse riprendere fotografie astronomiche quando potevo osservare con i miei occhi la luce delle galassie.

Dalla fine degli anni ’90 fino al 2008 tale passione rientrò nuovamente in letargo per motivi legati principalmente alla scarsa comprensione di alcuni problemi tecnici legati alla stabilizzazione termica degli specchi (che mi dava immagini confuse e traballanti), al progressivo aumento dell’inquinamento luminoso (oltretutto non percepito come tale) e all’avvento di nuovi interessi. In buona sostanza il racconto riprende dal 2007 in piena crisi di sconforto per la perdita di una passione che mi aveva fortemente coinvolto ed emozionato.

Post tematici

Mondi lontani
(25 giugno 2007)
Nei momenti di pausa di un laboratorio teatrale, armeggiando con un piccolo telescopio portatile, brancolavo alla ricerca delle vestigia di un’antica passione ritenuta perduta per sempre.

Il cielo dimenticato
(16 aprile 2008)
Riflessioni sui danni dell’inquinamento luminoso.

A riveder le stelle
(30 agosto 2008)
Il momento della rinascita. Da solo, in cima al Monte Nerone, per rendermi conto che il cielo stellato era ancora lì ad aspettarmi ed aveva ancora moltissimo da mostrare.

Bortle
(30 settembre 2008)
Ovvero lo “sbatterci il muso“: la presa di coscienza che i limiti osservativi non dipendano tanto dall’occhio umano o dal telescopio quanto dal fatto che il cielo notturno sia ormai, forse irrimediabilmente, compromesso. Una drammatica presa d’atto ma anche l’apertura di nuovi orizzonti.

Alla ricerca del cielo perduto
(19 agosto 2009)
Sulla cima di un vulcano, in mezzo all’oceano, per ritrovare finalmente il cielo che credevo perduto, e vedere per la prima volta nella vita la Via Lattea nella sua magnificenza. Uno spettacolo indescrivibile vissuto nella consapevolezza di doverlo perdere di nuovo al ritorno a casa.

Il mio giocattolo nuovo
(16 settembre 2009)
Dopo averne tanto sentito parlare, finisco per accettare la sfida del salto di diametro ed acquistare un dobson da 30cm, destinato a cambiare definitivamente il mio modo di osservare il cielo.

Stra-pazzi
(27 settembre 2009)
Dopo l’entusiasmo iniziale, la presa di coscienza di quanto sia realmente faticoso e stressante regalarsi la visione delle nebulose e delle galassie continuando a vivere in città.

Un balcone affacciato su Marte
(2 febbraio 2010)
A differenza degli oggetti “del cielo profondo”, i pianeti possono essere osservati anche dalla città in relativa comodità (a patto di sperimentare condizioni di scarsa turbolenza atmosferica), e finalmente svelarsi, grazie a strumenti di grande diametro, come li avevamo sempre solo sognati.

Sirio B
(10 febbraio 2010)
L’osservazione del tutto inaspettata di uno degli oggetti più elusivi del cielo, la nana bianca Sirio-B annegata nel bagliore della stella più brillante del cielo.

Osservare
(6 agosto 2010)
Breve tentativo di spiegare la “molla emotiva” che mi muove ad osservare l’Universo.

Una piccola Namibia dietro casa
(30 agosto 2010)
La vacanza in corsica dell’agosto 2010, un “punto di non ritorno” nella mia ricerca di cieli non inquinati da luci parassite.

E poi si resta soli…
(12 settembre 2010)
Piccola amara riflessione sulla estrema difficoltà di condividere l’osservazione dell’Universo perfino con gli amici più cari.

Dobsoniani
(3 novembre 2010)
La nascita del forum Dobsoniani, con tutto il suo portato di aspettative e speranze.

A caccia di galassie (prima parte)
A caccia di galassie (seconda parte)
(7 febbraio 2011
)
La ricerca di cieli non inquinati fa tappa in Maremma (con un breve riassunto delle puntate precedenti ed illustrazioni per comprendere meglio di cosa si stia parlando)

Travelling dobsons
(27 marzo 2011)
La soluzione definitiva al problema del trasporto del telescopio. Costosa in termini relativi ma impagabile quanto a riguadagnata comodità.

Approfondimenti tecnici


Autocostruzione di un collimatore laser

(28 settembre 2009)
Piccolo ma fondamentale accessorio di un telescopio newtoniano smontabile

Pianificare una nottata osservativa
(21 luglio 2010)
Primo tentativo di ridefinire i miei orizzonti osservativi rispetto al nuovo strumento con un nuovo “observing plan”. La quantità di oggetti che prevedo di osservare rispetto al precedente 20cm sale di un intero ordine di grandezza.

Catalogo di stelle doppie “ottimizzato”
(3 agosto 2010)
Un lavoro analogo al precedente ma mirato all’osservazione di stelle doppie (peraltro sfruttato pochissimo dato il mio relativamente scarso interesse per questa tipologia di oggetti)

Dischi di Airy, diametri e lunghezze focali
(17 novembre 2010)
Spiegazione tecnica sul comportamento di telescopi di diverso diametro in alta risoluzione (estratta da una discussione su altro forum)

Il rapporto focale ottimale
(8 dicembre 2010)
Breve analisi del perché siano preferibili obiettivi luminosi e dal rapporto focale corto per l’osservazione degli oggetti deboli del “cielo profondo”.

Puntatore laser per Alkaid 12″
(17 aprile 2011)
Piccolo esempio di autocostruzione di un accessorio.

Pianificare una nottata osservativa, un anno dopo…
(13 maggio 2011)
Seconda, e al momento definitiva, riorganizzazione degli strumenti cartacei per l’individuazione degli oggetti “deep sky”. Un lavoro molto più approfondito, esaustivo ed ambizioso del precedente, oltreché più efficace.

Mappe georeferenziate di Cinzano
(16 maggio 2011)
Uno strumento fondamentale per l’individuazione dei potenziali siti osservativi mediante Google Earth

Scalatura delle focali oculari
(10 settembre 2011)
Ragionamento sulle scelte che hanno portato ad un assetto semi-definitivo nella mia dotazione di oculari e filtri.

La collimazione dei newton (da una discussione su Astrofili.org)
(15 settembre 2011)
Breve analisi (discretamente tecnica e con illustrazioni) sull’ambito di validità dei diversi metodi di collimazione

Reports osservativi