Il Natale immaginario

La domenica prima del Natale, dopo un sabato passato in bicicletta nei boschi a nord di Roma, con Manu abbiamo pensato di fare "qualcosa di tranquillo" andando a vedere una mostra sulla pittura olandese del ‘600, ed a seguire di aggiungerci una passeggiata in centro.

Sulla mostra non c’è molto da dire, opere interessanti ma relativamente poche, come ormai ci hanno abituati da queste parti. Colpa degli spazi espositivi spesso risicati, ma anche di un certo malvizio di allestire mostre con poco, come a scimmiottare malamente le esposizioni delle grandi capitali europee e mondiali, con un fondo di italico provincialismo che considera tutto perdonabile.

Per dire, su tutti i manifesti troneggiava un dipinto di Vermeer, che era anche l’unico Vermeer in esposizione, assieme a tre Rubens, qualche Van Dyck e parecchi "minori". Più che un allestimento esaustivo pareva un "bignami" della pittura olandese dell’epoca. Ma, ahinoi, questo passa il convento.

Usciti abbiamo deciso di fare due passi per assaporare un po’ di "atmosfera natalizia". Poveri illusi. Ci siamo ritrovati immersi nello struscio domenicale del centro, tra sfoggio capi firmati, negozi presi d’assalto dalla frenesia dello shopping, caos imperante e griffes soverchianti da ogni manifesto e vetrina, impegnati a schivare orde di coattelli ricoperti di Dolce&Gabbana dalla testa ai piedi.

Mentre consumavamo una pizza al taglio seduti ad un tavolino nel viavai di piazzale Flaminio ho domandato a Manu: "Perché se penso al Natale mi sovviene un immaginario di strade innevate, piccole botteghe artigiane, carrozze che passano e carole natalizie che suonano? Chi mi ha messo in testa queste fantasie?"

Come sempre basta fermarsi un attimo per svelare il grande imbroglio in cui siamo immersi, consumatori passivi di fantasie partorite dal marketing, la testa piena di idee completamente scollate dalla realtà. E probabilmente anche per questo rimane così difficile prendersi cura del mondo reale: ormai non ci viviamo più, non lo vediamo più, i nostri occhi non lo sanno guardare.

Molto tempo fa lessi un racconto di fantascienza ambientato in un futuro "post guerra atomica", in cui gli abitanti venivano tenuti immersi nell’illusione che fosse ancora tutto a posto (grazie ad una sorta di "raggi ipnotici"), per preservarli dall’incubo in cui erano precipitate le loro vite a causa di città distrutte, ecosistemi devastati ed orribili mutazioni.

Solo da mezzanotte all’alba le macchine ipnotiche venivano spente, ed in quelle ore ogni orrore diventava possibile, l’orrore della realtà. La frase finale del protagonista ancora sveglio dopo quel momento fatale, era: "mia moglie mi augura la buonanotte, e la sua voce è come un graffiare di unghie sul vetro".

Forse anche noi, un bel giorno, riusciremo a venir fuori dalla bambagia in cui la televisione ci ha ridotto. Vedremo il mondo com’è realmente e sicuramente non ci piacerà.

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Buone feste a tutti

Insomma, è di nuovo Natale. Uno dice: "vabbé, ma lo sapevi, c’era da aspettarselo", eppure di questi tempi siamo tutti talmente impegnati ed indaffarati, anche e soprattutto per organizzare regali e festeggiamenti, che la consapevolezza può anche non arrivare. E difatti, a metà del 24 dicembre, il tempo di fermarsi un attimo, ed è Natale.

Natale è una festa per certi versi "politically uncorrect". Per i pagani era la rinascita del sole (dopo il solstizio le giornate si allungano), festa successivamente "scippata" dai cristiani, che invece festeggiano la nascita del redentore. Per gli ebrei è Chanukkà, la festa delle luci, ma per molti altri, direi interi popoli, è solo un giorno come tanti. Per l’occidente "neopagano" è ormai la festa dei consumi (ognuno/a santifica quello in cui crede…).

Personalmente trovo giusto che almeno una volta l’anno ci sia una festa dedicata alla bontà, non foss’altro per ricordarci quanto poco buoni siamo per il resto dell’anno. Per cui auguro buone feste a tutti, e lo stesso da Manu. Auguri!

Pessimismo (e fastidio)

Scrivo poco, in questi giorni, e non solo sul blog. Scrivo poco in generale, ma leggo molto, cercando qualcosa di cui valga la pena ragionare e scrivere. I temi, volendo, ci sarebbero pure, ma non danno l’idea che ci sia molto da approfondire, da scavare. Tutto sembra sia già stato detto. Ogni cosa pare avvitarsi, con masochistica ineluttabilità, verso il peggio.

Sopra tutto la crisi economica internazionale, fin qui esorcizzata, ignorata, sottovalutata, che sta corrodendo inesorabilmente l’atmosfera di falsa allegria tipica delle festività natalizie. In una società che ha investito tutte le proprie energie ed aspettative nel consumismo, la contrazione dei consumi suona come una campana a morto, evocando oscuri presagi.

Cresciuti, e direi allevati, col riflesso condizionato a sfuggire al vuoto morale attraverso l’acquisto di oggetti vistosi ed inutili, nel momento in cui il meccanismo s’inceppa, lo spreco di risorse comincia a mostrare i propri limiti, il giocattolo finanziario si rompe, i "bravi cittadini" iniziano ad annaspare ed a fare i conti con la propria inconsistenza.

Sembra un po’ la canzone di Lucio Dalla "L’anno che verrà", in cui il protagonista, la "voce narrante", si prepara al peggio cercando di far finta di niente, di aspettare che tutto passi e che le cose si risolvano da sé, in qualche maniera. Ma anche con l’angosciante timore che non si risolveranno affatto.

La situazione politica del paese, ormai, è il trionfo di quanto di più retrogrado e passatista si sia visto negli ultimi anni. Vero è che raramente l’Italia è stata governata all’insegna del "nuovo", ma parimenti mai si erano visti un governo ed un’opinione pubblica tanto affezionati al passato: idee vecchie, progettualità stantìe, nostalgia dei "tempi andati".

Specularmente al fossilizzarsi dei partiti di governo c’è il disastro dello schieramento progressista. Il PD, a furia di rincorrere a tutti i costi il "centro", si ritrova spesso e volentieri su posizioni di centrodestra senza nemmeno rendersene conto. Per non parlare dei partiti della "Sinistra Arcobaleno", polverizzati in un limbo extraparlamentare ed ormai privi di qualsiasi visibilità perché di fatto estromessi dai media.

C’è, in tutto questo, un bruciante senso di sconfitta, di perdita dello slancio ideale. Un sentimento di impotenza e di nemesi storica. La consapevolezza di un declino in larga misura prodotto dalla rinuncia alla radicalità, dall’appiattimento sul "senso comune", da scelte perennemente di corto respiro, dall’assenza di una qualsivoglia idea di futuro.

Quel futuro che a breve ci lancerà sfide terribili a causa dell’esaurimento delle materie prime e delle risorse energetiche fossili, dell’impoverimento dei terreni, dell’inquinamento delle falde acquifere, dell’instabilità dello scacchiere geopolitico, delle sacrosante rivendicazioni dei paesi "meno sviluppati".

E dovremo far fronte a tutto ciò con una classe politica obsoleta ed inadeguata, un’opinione pubblica ignorante, pigra e menefreghista, un sistema paese inefficiente e malgestito. L’unica realtà che sembra guadagnare terreno è la criminalità organizzata. C’è da preoccuparsi sul serio, altro che feste di Natale.

Ultimamente scrivo poco, è vero, ma forse è meglio così. Perché quando rileggo quello che ho scritto sono costretto a guardare in faccia i motivi concreti per cui ho così poca voglia di scrivere, e sto anche peggio.
 

Vita reale, vita virtuale

Ogni tanto mi fermo a riflettere su quanta parte della mia vita sia ormai "virtuale", se pure questo termine ha ancora qualche significato. La maggior parte delle ore lavorative è spesa davanti ad un monitor, a disegnare macchine partorite dalla mia fantasia. La maggior parte delle comunicazioni interpersonali viaggia attraverso lo stesso strumento, sotto forma di e-mail, blog, forum. Poi c’è il momento della "distrazione", speso spesso davanti ad altri schermi, quello televisivo, o più raramente quello del cinema.

Sembrerebbe, messa in questi termini, che la gran parte della mia esistenza si svolga in una forma virtuale, che è l’obiezione principe di Emanuela alle mie attività. Ma grattando un po’ l’apparenza superficiale c’è, sotto la crosta, una fame di informazione, che viaggia oggi prevalentemente attraverso questi strumenti.

Non avremmo parlato di "realtà virtuale" un secolo fa, per gli studiosi che passavano le loro giornate chini sui libri. I libri e le biblioteche hanno rappresentato per millenni, e fino a pochi anni addietro, la principale forma di conservazione e trasmissione del sapere, motivo per cui godevano di un sacrale rispetto. Internet, al contrario, viene vista con maggior diffidenza.

Forse ciò è dovuto al fatto che, come strumento, si dimostra infinitamente più flessibile dei libri cartacei, ma altrettanto inevitabilmente più aperta alle contaminazioni, allo scivolamento di senso, all’orizzontalità. Ciò che in un libro era selezionato e, potremmo dire quasi "distillato", nettamente distinto da ciò che non vi fosse congruo, in internet è mescolato, ibridato, imbastardito da links, rimandi, deviazioni, infinite possibilità.

Si può partire con l’idea di approfondire un periodo storico, e ritrovarsi dopo poche pagine ad ascoltare brani musicali dell’epoca, guardare fotografie, visionare filmati. Trovarsi catapultati in branche dello scibile anche molto lontane da quella da cui eravamo partiti. Approfondire un argomento utilizzando la rete significa quasi sempre capitare da qualche parte completamente imprevista, in qualche meandro inaspettato del sapere.

Non so se la mia generazione, cresciuta sui libri, sia realmente in grado di sfruttare questo strumento, o piuttosto non corra perennemente il rischio di farsene traviare, dirottare, portare lontano dagli obiettivi che ci si era prefissati. Mi è capitato spesso, direi anzi che sia quasi la norma, di partire con l’idea di fare una cosa, realizzarne decine di altre e ricordarmi, solo dopo aver nuovamente spento il computer, di non aver concluso proprio la cosa per cui lo avevo acceso.

Insomma un gran caos. Ora mi manca solo, per parafrasare Nietzsche, di "partorire una stella danzante"… almeno gli darebbe un senso.

Nebbia

È destino, immagino, il non poter conoscere e comprendere la propria epoca. A maggior ragione, direi, se vuoto di chiarezza, mancata comprensione dei fatti, indecifrabilità delle situazioni contingenti sono esattamente i pilastri su cui si fonda il controllo demagogico e mediatico dell’opinione pubblica. Le fondamenta di quella che in Italia, oggi, ci viene spacciata per democrazia.

Di fatto, però, scrutando con un po’ di attenzione quello che sfugge alle maglie del capillare controllo mediatico su cui si basa la "sovranità limitata" di questo paese, si avvalora l’idea che la nostra visione del mondo sia perennemente offuscata da coltri sovrapposte di depistaggi, insabbiamenti, menzogne e disinformazione. E che finiamo col conoscere solo ed a malapena quello che, da altre parti, ci vogliono far sapere.

O, peggio, che i veri spazi decisionali siano in realtà sottratti alla conoscenza ed al controllo dell’opinione pubblica ed occultati in qualche oscura sala riunioni, mentre "fuori" le marionette che fanno finta di governarci inscenano uno scadente spettacolino ad uso e consumo del "popolo elettore".

Ma se c’è chi può gettare una luce parziale sui fatti degli scorsi decenni è forse solo qualche vecchia volpe frequentatrice dei palazzi, anziani uomini di potere che ormai non hanno più nulla da perdere, o desiderosi di mandare "segnali trasversali" per contrattare il proprio silenzio.

Per questo motivo ho trovato molto significativa l’intervista di Paolo Sabelli Fioretti a Rino Formica, socialista, ex ministro dell’economia del PSI di Craxi, pubblicata da La Stampa e rimbalzata sul web.

L’intervista va letta tutta, ma qui mi limiterò a commentare alcune delle affermazioni della "vecchia volpe". A cominciare dagli ambienti che vollero la dissoluzione dell’ex Partito Socialista Italiano, definiti da Formica: "Un mondo complesso", che "Non si può dire", in pratica ambienti internazionali irritati dall’attivismo politico dell’Italia di quegli anni.

Poi Formica parla della loggia P2, in termini in cui fin qui non mi era mai capitato di sentirla descritta: "La P2 era una copertura. Serviva, su suggerimento dei servizi Nato, a non fare accorgere nessuno dell’esistenza di una rete clandestina, un club, dove erano iscritti tutti i capi dei servizi. Qualcosa di eversivo. E Gelli era un drittone". E ancora: "Si pensava che la P2 fosse un luogo di raccordo nazionale. Invece aveva una spinta sovranazionale".

Quindi non un "club" eversivo prodotto dalla deriva politica di quegli anni, ma una mascheratura, un diversivo, un catalizzatore per l’opinione pubblica "informata" creato ad arte per nascondere altri maneggi, altre distorsioni, altre manovre occulte.

E con estrema lucidità segnala quanto i più accorti già da un po’ avevano realizzato: quello che un tempo veniva considerato un piano eversivo, oggi è patrimonio comune dell’agire di entrambi gli schieramenti politici. "Bisogna essere onesti: il piano di rinascita democratica è il piano comune che hanno sia il Pd che Berlusconi. Un giorno ero con Macaluso e leggemmo una presa di posizione del Pd. Commentammo: Ma questo è il piano di Gelli!"

Sulle due coalizioni attualmente al governo del paese (e non mi si venga a raccontare che quello che fa il PD è opposizione) il vecchio uomo politico, ormai fuori dai giochi di palazzo, usa parole molto nette:

"Quello di Berlusconi è un partito barattolo, un contenitore, come quello di Veltroni" … "Ai miei tempi compito della politica non era conoscere la realtà, ma forzare il corso delle cose. Adesso si sta dietro il corso delle cose" … "Oggi abbiamo una classe dirigente trasformista, che produce trasformismo. Sia a destra che a sinistra. Sia Berlusconi che Veltroni".

Il teatro della politica ridotto al teatrino delle marionette, questa è l’Italia di oggi. Un paese ancora ricco, ma succube di un colonialismo culturale ed economico onnicomprensivo. Un popolo eterodiretto e scarsamente consapevole di cosa gli accade. Come un transatlantico che avanza nella nebbia, mentre l’orchestra suona un valzer. Mi ricorda qualcosa…

Dello scrivere con passione

Recentemente percorsi diversi, tutti legati alla scrittura, hanno finito con l’intrecciarsi. C’è da un lato questo libro, "Storie di fantasmi", un’antologia di racconti di scrittori anglosassoni vissuti più o meno un secolo fa, che ho da poco finito di leggere. Dall’altro il laboratorio che sto seguendo da un paio di mesi, incentrato sulla scrittura per il teatro. Infine un romanzo, già completo ed in fase di rifinitura, che mi è stato dato in lettura perché esprimessi un parere.

Comincerò col dire che il romanzo è molto bello, tuttavia non credo che sia il caso di scriverne una recensione prima ancora che sia pubblicato. Appena lo sarà, non mancherò di parlarne diffusamente. Però va detto che fa uno strano effetto sentirsi chiedere una valutazione: non mi ci identifico nella veste di letterato, in fondo continuo a vedermi come un disegnatore meccanico che incidentalmente tiri avanti un blog nei ritagli di tempo.

Mi stupisce, soprattutto, che sia un lavoro dannatamente buono, con un protagonista nettamente delineato, personaggi di contorno assolutamente credibili, una storia forte e ben strutturata che si dipana come un giallo su due binari temporali paralleli, fino alle incalzanti battute finali. Un racconto brillante ed intenso, che mi ha lasciato spiazzato e commosso.

Ed è a questo punto che entra in scena l’esperienza del laboratorio di drammaturgia, sebbene scrivere per il teatro sia decisamente diverso dal narrare una storia in un libro. Ci sono evidentemente molti più limiti di tempo, spazio, battute, ambientazioni, personaggi… Dev’essere tutto molto più essenziale e concentrato per risultare efficace in una rappresentazione scenica che può durare, al più, un paio d’ore.

Tuttavia questi maggiori vincoli impongono una disciplina estrema per quanto riguarda l’economia delle battute, delle scene, delle situazioni. E perciò, di fatto, l’unico vero appunto che sono riuscito a muovere alla storia che mi è stata sottoposta riguarda dei piccoli scivolamenti di stile, qua e là. Qualche frase poco efficace, delle parti di contorno leggermente meno definite, dettagli sostanzialmente ininfluenti ma che stonano con l’efficacia del resto.

Il successivo aggancio con le storie di fantasmi del secolo scorso è legato allo stile di scrittura. La suddetta antologia, curata da Fruttero e Lucentini nel 1960, copre diversi autori: da Oliver Onions, di cui ho già scritto, ad Arthur Machen, fino a H. P. Lovecraft. Autori diversi, stili diversi, modi diversi di declinare la paura del sovrannaturale, ma tutti accomunati da una straordinaria qualità nello scrivere, capace di attraversare indenne molti decenni di mutazioni forsennate nel gusto dei lettori, di esplorazioni stilistiche radicali, dell’avvento e declino di interi generi letterari, per approdare ai giorni nostri intatta nella sua capacità di raccontare.

Colpisce, e quasi impressiona, tale facilità nell’agganciare noi lettori, nel trascinarci con poche e sintetiche descrizioni in un altro luogo, in un altro tempo. La capacità, rara, nel farci appassionare alle vicende impossibili di personaggi immaginari, come se si svolgessero qui ed ora. Capacità che si fatica a riscontrare in molti degli autori contemporanei, che paiono per ciò incapaci di far tesoro dell’eleganza del passato.

A cosa si può imputare questo processo? Quest’incapacità non tanto di progredire oltre le vette del passato, quanto perfino di avvicinarvisi? Questo declinare nella qualità di ciò che si scrive e si legge? Difficile, e probabilmente improprio, tentare di indicare un unico "colpevole".

Rispetto a qualche decennio fa l’accesso alla lettura è sì più facile per tutti, ma per contro la crescente ed invasiva concorrenza della televisione e di altre forme di intrattenimento ha fatto si che si legga molto meno di prima. Se da un lato il declinare della lettura come esercizio "alto" l’ha portata progressivamente verso le fasce di popolazione meno acculturate, dall’altro il proliferare di letteratura "popolare" dallo stile spesso scadente ha prodotto un abbassamento della soglia di percezione relativa alla qualità dello scrivere.

In soldoni ci siamo progressivamente assuefatti a stili di scrittura molto poveri e rudimentali, anche e soprattutto nei "bestsellers", fino al punto di non avere più pretese in tal senso. Esattamente il classico cane che si morde la coda: i lettori abituati a lavori grossolani non invogliano gli editori a proporre opere più rifinite, e l’offerta massiva di scritti scadenti (pur se basati a volte su ottime idee) è per forza di cose statisticamente superiore a quelli di qualità, il che non può che peggiorare la situazione.

Come evento transitorio di questo processo globale, la cui futura evoluzione non è al momento prevedibile, accade che un anonimo blogger come il sottoscritto, selezionato in base a non meglio precisate affinità e sicuramente sopravvalutato quanto a capacità  si ritrovi a dover portare un contributo critico una "opera nuova" generosa ed emozionante.

E, come fosse una piccola gemma appena estratta, a non saper spiegare dove e come tagliare e lucidare per portarla alla perfezione finale. Ma l’autrice è giovane, il talento c’è, e già così la storia è davvero spettacolare (e chissà poi se valga davvero la pena di perder tempo a perfezionare quello che è già buono, in considerazione del fatto che la maggior parte dei futuri lettori di questi "preziosismi" nemmeno se ne accorgerebbe).

E per finire, Yod, un grande "in bocca al lupo!" (*)

"…so keep on rockin’ girl.
Yeah! Keep on rocking!"

(*) …e non mi rispondere "crepi", che di lupi già ce n’è pochi!

Cambiamento, questo mi viene da dire

Si, lo so, fa uno strano effetto.
Anch’io ci ero abituato, ma come si dice: "nulla dura in eterno".
Questo è il nuovo template, potete anche cominciare a lamentarvi.

p.s.: la chaise-longue qui sopra durerà il tempo di capire come si toglie, e di trovare una foto da sostituirle…

P.s.2: per il momento c’è il Biciplano, poi vedremo.

P.s.3: Ok, la va per il tributo a Maurits Cornelis Escher. Definitivo.