Tirando i remi in barca

In questo post descriverò la totale assenza di aspettative che nutro nei confronti della prossima tornata di elezioni amministrative. Al fine di consentire ai miei tre lettori di calarsi meglio nel ragionamento, inizierò con un breve racconto di fantasia.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Un uomo, raggiunta la maturità ed una adeguata stabilità economica, decide di lasciare la città e costruirsi una casa in collina. Acquista un terreno con affaccio panoramico ed inizia a scavare per mettere in posa le fondamenta della sua nuova casa. Scavando, a meno di un metro di profondità trova un terreno instabile, pronto a sfaldarsi ed inadatto alla posa di fondamenta. Allora scava ancora più in profondità, e scopre una discarica di rifiuti tossici. Dopo averla fatta bonificare, a proprie spese, raggiunge finalmente lo strato roccioso sottostante. Le necessarie analisi geologiche evidenziano livelli di radioattività naturale incompatibili con l’idea di stabilirsi in prossimità. L’uomo abbandona il progetto di costruire la propria casa in collina, dopo aver dilapidato mesi di tempo e buona parte dei propri risparmi, e si rassegna a vivere in città”


Ecco, se devo descrivere i miei ultimi decenni da cicloattivista, questo è il paragone più calzante: quello di un uomo che più scava e peggio trova, al punto da finire con l’abbandonare ogni illusione di cambiamento. Una vicenda che si conclude con tutte le risorse iniziali (età, tempo, volontà, passione, entusiasmo) inutilmente dilapidate ed ormai non più recuperabili.

Senza andare troppo indietro nel tempo, poco meno di dieci anni fa, nel lontano 2012, la campagna #salvaiciclisti [1] aveva smosso l’attenzione collettiva. Poco dopo, l’elezione del sindaco Ignazio Marino, un ciclista, aveva acceso le speranze del movimento cicloattivista romano. Furono speranze di breve respiro, dal momento che l’operato di Marino fu definitivamente affossato dal suo stesso partito, palesemente contrario agli intenti riformatori del proprio primo cittadino. Un ‘suicidio politico’ che, possiamo immaginare, fu considerato il necessario prezzo da pagare per la salvaguardia di interessi consolidati.

L’impresentabilità delle destre, conseguente al malgoverno del precedente sindaco Alemanno, e la malaugurata scelta del centrosinistra di far fuori il proprio stesso sindaco, fecero spazio ad una terza forza, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che stravinse le elezioni portando a casa una maggioranza assoluta nel consiglio comunale e tredici amministrazioni municipali su quindici. Un ‘bottino’ destinato a perder pezzi in breve tempo.

Il Movimento appariva ispirato da ideali ambientalisti, e questo ci fece sperare nel tanto atteso ‘cambiamento’. Diversi fra noi cicloattivisti finirono integrati nella macchina amministrativa, come assessori o bike-manager, avviando (o almeno così pensavamo) la trasformazione della città. Ma il primo ‘terreno sdrucciolevole’ che incontrammo fu proprio la parte politica.

Il Movimento, per propria scelta, non era composto da politici di professione, e questa caratteristica fu in principio valutata positivamente. Di fatto, però, l’assenza di linee guida preconfezionate’ sulle azioni da intraprendere fece sì che per ogni intervento proposto si generassero interminabili discussioni e distinguo tra favorevoli e contrari. Venne a galla quella che a tutti apparve come un’impreparazione degli eletti, ma che era in realtà da imputarsi agli organi del Movimento, che per ottenere maggiori consensi avevano lasciato nel vago pressoché ogni indirizzo.

Nell’esperienza locale, buona parte di questa impasse mi fu risparmiata dalla determinazione della presidente del Municipio, che mi aveva incaricato delle competenze sulla mobilità. Per il resto, a parte pochi referenti preparati ed attenti alle tematiche di vivibilità urbana, la maggior parte degli eletti pareva non sapere nemmeno di che si stesse parlando. All’interno del municipio riuscii a sviluppare un minimo di formazione e didattica, al di fuori poco o nulla.

Esclusa la parte politica, il maggior responsabile della disastrosa situazione della mobilità cittadina è poi risultato essere l’apparato burocratico [2]. Dirigenti e tecnici fossilizzati su concezioni obsolete come la ‘fluidificazione del traffico’, la ‘salvaguardia della sosta’, o i margini di arbitrarietà per lasciare le automobili in doppia fila. Negli uffici ho avuto modo di incontrare funzionari pronti ad ostacolare ogni possibile trasformazione, relativamente inamovibili dalle proprie posizioni dirigenziali e, non deve sorprendere, sostituibili solo con personaggi altrettanto ostativi.

Ma ancora più a monte di tutto questo, a rendere possibile l’esistenza di un apparato amministrativo votato alla cura degli interessi privati ed indifferente alla gestione del bene pubblico, è risultato essere proprio l’impianto regolatorio e normativo della legislazione nazionale [3], che con la sua cavillosità, i suoi bizantinismi retorici e la sostanziale vetustà di visione consente ampi margini all’arbitrio ed allo stravolgimento delle priorità di volta in volta indicate dalla parte politica.

Perché se è vero che i progetti sviluppati in questi anni sono anch’essi pieni zeppi di scelte sbagliate o discutibili, è la normativa stessa ad offrire il fianco all’errore ed a consentire alla parte tecnica di ‘sbagliare’. I morti e feriti da incidentalità stradale discendono dai regolamenti imposti dal codice della strada e dalle modalità che quest’ultimo permette di implementare. Per non parlare di tutto il resto, dalle norme urbanistiche a quelle che di fatto ostacolano la repressione di crimini e forme di illegalità.

E se tutto questo ancora non bastasse i fondi a bilancio, di norma, non bastano nemmeno a coprire le necessità manutentive di tutto quanto costruito e bellamente inaugurato in passato. Migliaia di chilometri di rete stradale in malora, parchi di periferia abbandonati a se stessi, infrastrutture iniziate e mai finite. Un enorme caos da inseguire e rappezzare, con personale insufficiente, spesso inefficiente e non di rado latitante, con fondi inadeguati e procedure formali lente, farraginose e dall’esito incerto.

Abbiamo perciò un intreccio perverso tra normative cervellotiche, ampi margini di arbitrio dell’apparato burocratico, assegnazioni di fondi solitamente mirate a tamponare singole criticità e, ad intorbidare il tutto, il potere corruttivo degli interessi economici [4]. Un complesso di fattori che, insieme, concorrono nel dar corpo ad una gestione disfunzionale della città, dove l’azione politica risulta inefficace e di corto respiro. Anche amministratori di buona volontà, una volta inseriti in un tale meccanismo, hanno di fronte ben poche scelte.

Un tale sistema tende a metabolizzare i corpi estranei, oppure ad espellerli. Chi accetta di collaborare, diventandone un consapevole ingranaggio, viene premiato e diventa parte integrante dell’apparato. Chi risulta irriducibile e prova a far valere le proprie posizioni, ne viene semplicemente espulso. Sorte toccata non solo al sottoscritto ma anche a buona parte degli altri ‘attivisti’ arruolati a seguito della vittoria elettorale, in ciò includendo i ‘cambi di casacca’ di diversi esponenti politici.

L’ultima cosa che ho tardivamente compreso, quella che avrei dovuto realizzare fin dall’inizio, è che un sistema complesso non emerge dal caso. Nella mia ingenuità, ho abbracciato una narrazione ottimista e falsata, finendo col credere che la situazione contingente fosse facilmente reversibile. Che bastasse, cioè, evidenziarne le problematiche ed i limiti, ed indicare possibili alternative, per innescare una volontà diffusa di trasformazione.

Al contrario (come ho finalmente, troppo tardi, realizzato), il sistema attuale è il risultato di volontà ed azioni mirate, di investimenti economici, di interferenze culturali, di un concerto di interventi strettamente finalizzati a produrre esattamente il disastro attuale. È necessario un notevole investimento in termini di tempo, denaro ed energie per convincere le persone a sacrificare salute, incolumità fisica e qualità della vita. Un investimento massivo e pervasivo che, in ultima istanza, restituisce indietro reddito ed incremento del fatturato.

Questo risultato si è ottenuto martellando la popolazione con quello che può essere definito come un pensiero unico semplificato, appiattito e acritico. Una narrazione elaborata e capillare, veicolata attraverso ogni varietà di mass media, capace di farci percepire l’esistente come unica ragionevole possibilità, e parimenti di indurci ad ignorare e rigettare ogni possibile visione alternativa.

A posteriori, si sa, tutto appare più chiaro ed evidente. Se un modello economico è in grado di estrarre profitto per alcuni soggetti, genererà inevitabilmente ricadute negative per altri. Elemento chiave, nel successo del modello economico stesso, sono le modalità comunicative capaci di esaltarne le positività e, simmetricamente, far sparire le negatività dall’orizzonte percepito. In questo caso l’apparente neutralità o inevitabilità di determinate scelte finisce con l’essere parte integrante della mistificazione.

L’esclusione delle voci critiche dai canali comunicativi, l’enfatizzazione di vantaggi spesso effimeri o forieri di ulteriori sconquassi, la mistificazione sistematica, la ‘normalizzazione’ di fenomeni drammatici come l’incidentalità stradale o il degrado delle periferie, sono tutti elementi del processo di fabbricazione di una realtà percepita che, nell’intento di massimizzare i guadagni di chi ne controlla la narrazione, deve essere necessariamente slegata dalla realtà oggettiva. È parimenti indispensabile che una tale manipolazione non venga percepita.

Siamo stati indotti a credere che questo modello di sfruttamento economico fosse solo uno fra tanti scenari possibili, che si sarebbe potuto scardinare facendo appello all’intelligenza dei cittadini, che la prospettiva di una trasformazione dell’organizzazione urbana sarebbe stata accolta con curiosità ed interesse, ed avrebbe portato ad un tanto atteso ‘cambiamento’. Sul piano strettamente personale, in quest’illusione ci sono cascato dentro con tutti e due i piedi.

A distanza di cinque anni dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle sembra aver perso la sua battaglia per imporre la propria volontà e visione politica all’apparato burocratico. Quello stesso apparato che, a norma di legge, avrebbe dovuto supportarne l’azione riformatrice, ha mantenuto ben saldo il timone contribuendo alla conservazione degli interessi e degli assetti preesistenti.

Trasporto pubblico e raccolta dei rifiuti annaspano, anche a causa dei limiti delle aziende partecipate, AMA ed ATAC, e sono due tra i cattivi risultati più evidenti dell’azione amministrativa. È facile gioco, per la stampa al soldo di palazzinari e potentati economici, far discendere da una responsabilità politica l’inefficienza di questi servizi. Per il resto ben poco è cambiato, dalla gestione del verde alle trasformazioni urbane, per tutta una serie di freni, ostacoli ed impasse abilmente gestiti dal comparto tecnico.

La prossima tornata elettorale si svolgerà, molto probabilmente, tra un centrodestra a guida leghista e un centrosinistra a guida PD, entrambi più che pronti a rimettere le mani sulla città e a nascondere, dietro una cortina fumogena di iniziative sociali e culturali (specifiche per ognuno), la distruzione del tessuto urbano e i favori alle diverse lobby economiche.

Quanto a me, in questi anni, quel poco che era nelle mie possibilità ho cercato di farlo. Purtroppo non è bastato, e nemmeno avrebbe potuto, muovendo da presupposti erronei. Non sono stato abbastanza accorto da comprendere che stavo agendo nel luogo, nel modo e nel momento sbagliati. Ho sprecato tempo ed energie, finendo col perdere lo slancio che mi animava, ed ancor più la convinzione.

Da ultimo pesa il dato anagrafico. Dopo aver trascorso decenni a lottare per ottenere solo briciole, per di più transitorie, quanto senso può avere continuare a sbattersi?
In una prospettiva realistica si può sperare di ottenere, al più, troppo poco e troppo tardi. Un riallineamento delle priorità di vita appare necessario.


[1] – #salvaiciclisti

[2] – Conversazione tra un politico e un burocrate

[3] – Sulla reale efficacia delle regole

[4] – Capitalismo vs Democrazia

Dai bias cognitivi ai bias culturali: disassemblare le ideologie

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(prosegue da qui)

Per illustrare come le ideologie possono essere smontate ed esaminate occorrerà partire dalla sintesi operata alla fine del capitolo precedente:


…perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come vogliamo definirla) si affermi, essa deve soddisfare una serie di esigenze umane primarie:

  • bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere materiale)
  • bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione)
  • bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte)

Su questi tre pilastri poggia pressoché ogni forma di governo, o cultura complessa, apparsa sul pianeta. L’organizzazione dei bisogni materiali è necessaria per garantire il benessere degli individui ed il successo della cultura, l’organizzazione dei bisogni emozionali è quello che fa da collante tra le moltitudini di sconosciuti che fanno parte della collettività, l’organizzazione dei bisogni irrazionali (generati dai bias cognitivi, come spiegato nel precedente post) gestisce il benessere psichico della popolazione.

Dall’equilibrio tra queste tre componenti deriva il successo della cultura stessa. Per meglio comprendere questo punto possiamo osservare i processi in atto nella transizione dal paganesimo al cristianesimo nell’impero romano, avvenuta nei primi secoli dopo Cristo. La cultura romana imperiale aveva il proprio punto di forza nell’organizzazione dei bisogni materiali, il senso di sicurezza veniva soddisfatto, per una parte della popolazione, dalla potenza militare e dall’appartenenza alla casta privilegiata dei cittadini romani. Per contro i lavori pesanti venivano effettuata da schiavi che non godevano di alcun diritto.

Sul piano dei bisogni irrazionali la teologia pagana risultava parimenti ipertrofica e lacunosa, il numero e la varietà di divinità enorme e caotico, le aspettative post-mortem non particolarmente entusiasmanti: l’aldilà dei romani era un luogo tetro, in cui rimpiangere per l’eternità le gioie della vita. L’emergere di tale cultura in popolazioni guerriere ne dirige la collocazione più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla competizione [1].

L’ideologia cristiana, per contro, emerge in una regione arida ed avara di risorse, la Palestina, come evoluzione della religione monoteista ebraica, in un’epoca in cui il suddetto territorio è occupato militarmente e governato dalle legioni romane. Per reazione a ciò, il baricentro di questa ideologia/teologia risulta spostato molto più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla cooperazione.

Sul piano dei bisogni materiali il cristianesimo eredita, dalla religione ebraica, la fede in una singola divinità. Lega i bisogni emotivi a poche semplici regole di vita: uguaglianza tra gli uomini e fratellanza universale, e promette un aldilà di gioia e pienezza a compensare una vita di fatica e sofferenze. Tale prospettiva di vita viene facilmente accolta dalle fasce povere della popolazione, che in essa vedono meglio rappresentati i propri bisogni esistenziali.

L’ideologia cristiana di una fratellanza universale entra perciò in diretta contrapposizione con la politica economica imperiale, basata sull’occupazione manu-militari e sull’asservimento e riduzione in schiavitù di intere popolazioni. L’uguaglianza tra gli uomini non consente la riduzione in schiavitù, che è alla base della politica economica imperiale: per questo motivo il cristianesimo viene inizialmente perseguitato.

Tuttavia l’efficienza della macchina imperiale nel provvedere ai bisogni materiali, basata sul saccheggio e sullo sfruttamento delle popolazioni asservite, è un meccanismo che perde efficacia man mano che i confini imperiali si allargano verso l’esterno. Più l’impero si espande, meno ricchezza riesce a generare. Più la popolazione si impoverisce, più la teologia cristiana, egalitaria e solidale, tende a soppiantare la teologia pagana.

Nell’arco di pochi secoli l’impero romano d’occidente collassa definitivamente, ed una popolazione europea vasta ed impoverita finisce col convertirsi in massa al cristianesimo, in un processo che segna il passaggio dall’Età Antica al Medioevo. Un percorso inverso appare quello che conduce dal Medioevo all’Età Moderna, segnato da due eventi concomitanti: l’avvio di una nuova fase di conquista e saccheggio iniziata con la scoperta del continente americano e lo sviluppo di un costrutto culturale radicalmente diverso dall’impostazione fideistica, il Metodo Scientifico [2], dalle cui scoperte deriverà la Rivoluzione Industriale [3].

La nuova era coloniale è caratterizzata da produzione (saccheggio) di beni e da un aumentato soddisfacimento dei bisogni materiali (ottenuti a spese di popolazioni meno tecnologicamente avanzate, che vengono espropriate delle proprie terre e possedimenti e ridotte in schiavitù). Le esigenze mercantili entrano in conflitto con il retaggio culturale cristiano, la cui filosofia di vita tende ad opporsi allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come già ragionato in un precedente post sul Medioevo [4], gli ideali di fratellanza universale vengono più facilmente accolti ed adottati da popolazioni in condizioni di generale scarsità, mentre la disponibilità di ricchezze va a braccetto con le pulsioni più egoistiche dell’animo umano. La nuova era mercantile e la rinascita degli imperi coloniali segna un progressivo distacco delle popolazioni europee dagli ideali di solidarietà propugnati dalla filosofia cristiana.

L’avvento del Metodo Scientifico introduce una scissione filosofica chiave nel percorso verso la contemporaneità. Fino a tutto il Medioevo, la dottrina religiosa cristiana era stata in grado di sostenere un sistema sociale perfettamente funzionale e coerente, dall’umile contadino su su fino ai regnanti. Tuttavia, l’invenzione di una descrizione dell’esistente alternativa alla creazione divina, oltreché significativamente più efficace nel prevedere i comportamenti della realtà fisica e nel produrre benessere, priva il predominio culturale religioso di una delle sue basi d’appoggio: la capacità di massimizzare il soddisfacimento dei ‘bisogni materiali’.

La dottrina cristiana si ritrova quindi in una condizione di ‘incompletezza’ nel momento in cui il focus dei ‘bisogni materiali’ gli viene sottratto da un diverso costrutto culturale. Un costrutto culturale, per di più, che mette in discussione l’attendibilità dei Testi Sacri su cui la fede cristiana si fonda e da cui quest’ultima trae fondamento ed attendibilità. Una parte della popolazione, soprattutto fra gli intellettuali, comincia a ritenere che se Dio non è necessario per far funzionare la realtà, forse se ne può semplicemente fare a meno.

Tuttavia lo stesso Metodo Scientifico non risulta in grado di dar vita ad un’ideologia compiuta. Un approccio cognitivo totalmente razionale non può in alcun modo soddisfare i ‘bisogni irrazionali’, che sono parte integrante dei processi psicologici umani. Una prima reazione dei razionalisti all’incompletezza del proprio metodo filosofico consisté quindi nel negare i bisogni irrazionali e nel bollare tutto ciò che li riguardava come ‘oscurantismo’.

Va anche detto che questa dicotomia razionalità/irrazionalità riflette il ventaglio comportamentale della nostra specie, che contrappone individui dominati dalla razionalità ad altri dominati dalle pulsioni irrazionali, e nessuno dei due approcci risulta avvantaggiato dal processo di selezione naturale, o dalla struttura sociale, al punto da poter prevalere e condannare l’altro alla marginalità.

Il Metodo Scientifico difetta inoltre di una componente essenziale delle ideologie: la capacità di indirizzo. Gli uomini di scienza sono dediti alla comprensione del mondo, alla sua descrizione, ma da tale descrizione non è possibile derivare alcun indirizzo riguardo l’agire umano. Siamo una specie come tante altre, su un pianeta dove le singole specie emergono, si sviluppano lungo un arco temporale, quindi si estinguono. Quel che la scienza descrive è un Cosmo in cui non vi è scopo alcuno nell’esistere, né a livello di individui, né di singole specie. Una conclusione priva di utilità pratica.

Senza uno scopo da perseguire, fosse anche la semplice sopravvivenza, non è possibile definire le categorie del ‘bene’ e del ‘male’, che guidano gli individui nelle scelte della vita, e non è possibile definire un’etica. In assoluto su queste basi risulta difficile perfino costruire una società, perché i singoli individui non si sentiranno moralmente obbligati a seguire alcuna modalità d’azione prestabilita, alcuna regola, alcuna legge.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico getta tuttavia le basi per l’emergere di una nuova ideologia, non marcatamente autoconsapevole, che prende il nome di ‘scientismo’ [5]. Lo scientismo genera per deduzione i puntelli filosofici necessari a soddisfare i bisogni emozionali e quelli irrazionali. Il primo e più importante è l’invenzione dell’idea di ‘progresso’, ovvero l’idealizzazione di un procedere dell’evoluzione, prima animale, quindi umana, in direzione del controllo e dominio della realtà.

L’esistenza di un fenomeno definibile come ‘progresso’ può essere desunta dalle diverse tappe dell’evoluzione umana: il controllo del fuoco, l’agricoltura, lo sviluppo di attrezzi sempre più sofisticati, la scrittura, le macchine. Tutte queste invenzioni hanno sollevato l’umanità da fatica e sofferenze, ed è quindi relativamente semplice additarle come passi ‘nella giusta direzione’, al punto da rappresentare il primo comandamento divino dato all’umanità nella genesi biblica [6]:

«Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra»

Se analizziamo questo presupposto in un piano strettamente oggettivo, tutto ciò che avvantaggia la sopravvivenza e la diffusione di una specie ne svantaggia le altre. Non esistendo modo di definire una priorità tra le diverse specie al di fuori di una prospettiva antropocentrica, non è nemmeno possibile attribuire maggior valore al vantaggio di una specie sulle altre. Da una prospettiva strettamente razionale, le invenzioni umane rappresentano unicamente un turbamento degli equilibri naturali [7].

Ma le ideologie si rivolgono agli umani, cui è connaturato l’antropocentrismo [8]. Una volta acquisita l’idea (ripetiamo: irrazionale) dell’esistenza di un ‘progresso’, l’indirizzo che se ne deduce, relativo all’agire umano, è la necessità di contribuire, per quanto possibile, a tale processo. Se il Cosmo muove dal Caos all’Ordine [9], l’umanità è moralmente obbligata a contribuire a tale processo.

In questa fantasia pseudo-razionale, il fine ultimo del ‘progresso’ è il raggiungimento, da parte dell’ingegno umano, del pieno controllo sui fenomeni naturali e sulla realtà, culminando, in linea teorica, in un’umanità onnipotente che prenderà il posto delle precedenti divinità, acquisendo quelli che di fatto sono poteri divini. Un fondamento teorico totalmente irrazionale, ma apparentemente plausibile, che ottiene di tenere insieme i diversi pezzi del discorso e consente all’ideologia scientista, nell’arco di alcuni secoli, di soppiantare le antiche fedi e dogmi.

L’idea di ‘progresso’ presenta un ulteriore vantaggio: estende il senso di appartenenza (una parte cospicua dei ‘bisogni immateriali’) dall’ambito ristretto dei credenti in uno specifico culto all’ambito esteso dell’intera umanità… o perlomeno a quella parte di umanità in cui scegliamo di riconoscerci. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si affermano infatti correnti di sedicente ‘razzismo scientifico’ [10], basate sull’idea che nella ‘corsa al progresso’ biologica le popolazioni europee risultano ‘più avanti’ delle altre.

Questo salto concettuale, totalmente arbitrario, legittima i colonizzatori bianchi ad approfittare, come forza lavoro, delle popolazioni di ‘selvaggi’ largamente disponibili nei continenti meno sviluppati, resuscitando la pratica della messa in schiavitù che era scomparsa nel Medioevo. Allo stesso modo alimenta un ‘suprematismo bianco’ capace di agire un sistematico sterminio delle popolazioni native del continente nord-americano.

Un processo, raffinato in luoghi lontani, che approderà infine nella ‘civile Europa’, in pieno ventesimo secolo, grazie all’avvento del Fascismo in Italia e del Nazismo in Germania, avviando la ‘pulizia etnica’ di ebrei, zingari, omosessuali e disabili psichici. Un’ideologia aberrante, che sconvolgerà il mondo intero col disumano e meccanico genocidio prodotto nei campi di sterminio.

Lo sviluppo del Metodo Scientifico si è tradotto, involontariamente, nello scoperchiamento di un ‘Vaso di Pandora’ [11] sociale, che ha consentito il riemergere di modalità relazionali arcaiche e radicalmente antiumane, faticosamente tenute a bada, nei secoli precedenti, dal pensiero religioso. Convinzioni totalmente arbitrarie, come il già citato ‘pregiudizio antropocentrico’, risultano altresì fortemente sedimentate nell’immaginario collettivo, essendo peraltro condivise dal mondo religioso, e non sono minimamente scalfite dalle evidenze prodotte dall’evoluzionismo darwiniano e dalle moderne scienze genetiche ed ambientali.

Si è invece fatta progressivamente senso comune una visione degli individui e delle relazioni umane strettamente focalizzata sui consumi di beni materiali, disponibili ora in quantità mai sognate prima nel corso della storia umana, che ha finito col dar corpo ad una ‘ideologia dei consumi’ totalmente indifferente, se non favorevole, allo sfruttamento di fragilità e dipendenze dei singoli individui. È anche questo un discorso da me già affrontato, in un post molto sofferto [12]. Una ulteriore disamina potrebbe essere oggetto di futuri approfondimenti.


[1] Cooperazione e competizione

[2] Metodo Scientifico

[3] Rivoluzione Industriale

[4] Medioevo

[5] Scientismo

[6] Genesi

[7] La questione ambientale (settima parte)

[8] Il Pregiudizio Antropocentrico

[9] L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

[10] Razzismo scientifico

[11] Vaso di Pandora

[12] Il Cielo sopra il Mondo

Economia, domesticazione e dipendenze (età antica)

1 – abstract

(origine ed ascesa dei modelli di dipendenza delle società umane dai costrutti culturali)

L’idea che vado sviluppando descrive il mondo moderno come prodotto della modellazione operata da un ventaglio di costrutti culturali che, all’interno del processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie, svolgono la funzione di recinti immateriali. In questa prima parte dell’analisi vedremo come tali costrutti culturali, mitologie, fedi ed ideologie sociali, tendono ad emergere spontaneamente nel corso del processo di stanzializzazione che ha dato il via allo sviluppo delle comunità umane complesse.

Il genere Homo si è differenziato da tutte le altre forme viventi per l’aver basato il proprio successo evolutivo molto più sulla fabbricazione e manipolazione di utensili che su modifiche anatomiche. Questo processo è stato mosso, sotto il profilo fisiologico, dallo sviluppo del cervello, ma ha parallelamente richiesto, sotto il profilo sociale, l’elaborazione di complesse strutture di pensiero. Costrutti culturali generalmente indicati col termine ideologie [1].

Vita e benessere, per ogni essere vivente, dipendono dal soddisfacimento di esigenze basilari legate alla sopravvivenza (provvedere al nutrimento e scampare alla predazione) ed alla riproduzione (comprendendo in ciò l’intero ciclo che porta all’individuo adulto, che nel caso del genere homo ha tempi molto lunghi). Il dipendere da nutrimento e sicurezza, esigenza peraltro comune al resto del regno animale, introduce il tema della dipendenza come fattore determinante nell’orientare scelte e decisioni.

Si ritiene che la prima, fondamentale, intuizione prodotta dai nostri lontani antenati sia stata l’idea di poter cambiare il proprio destino attraverso il miglioramento degli strumenti a disposizione. Un animale non può scegliere di avere muscoli più forti, artigli più lunghi, ali più grandi, un ominide poteva invece aspirare ad avere una lancia migliore, un’ascia a mano più tagliente, un contenitore per raccogliere più frutti, un rifugio più comodo, semplicemente immaginandoli e costruendone versioni differenti utilizzando le stesse mani.

Una maggior efficienza nell’acquisizione di cibo conduce ad una maggior disponibilità di nutrimento, minor fatica e più agi, più tempo per il riposo, la contemplazione e la riproduzione, in ultima istanza ad una prole più numerosa, capace di rendere più forte e sicura la tribù. Dall’intuizione di poter cambiare consapevolmente il proprio destino prende forma l’idea di ‘progresso’ [2]: l’aspirazione ad un futuro in cui tutto quello che in passato non ci è mai piaciuto potrà venir sostituito da una realtà diversa e più appagante.

Armati della consapevolezza di poter migliorare i propri utensili ed il proprio destino, i primi umani presero a metter mano e modificare tutto quello che li circondava. Si svilupparono i processi di domesticazione: delle specie vegetali attraverso l’agricoltura; delle specie animali attraverso l’allevamento; delle stesse comunità umane attraverso lo sviluppo dell’edilizia e la costruzione di villaggi e città.

Il termine ‘domesticazione’ deriva dalla radice latina ‘domus’, che significa casa. L’umanità primitiva supera il limite nella disponibilità di rifugi naturali provvedendo a costruirsene di propri nei luoghi più idonei alle pratiche agricole ed abitua, o costringe, gli animali di cui si serve a rimanere in prossimità di tali abitazioni. Nel diventare stanziali, le comunità umane modificano in forma permanente l’habitat circostante, dal momento che la natura non ha più modo di ripristinare la biodiversità originaria.

Nel mondo pre-umano nessuna creatura possiede una ‘casa’ definita (al più tane, scelte in base a quanto esistente o realizzate all’impronta). I vegetali disperdono le proprie sementi e le singole piante crescono in aree differenti, i grandi erbivori si spostano continuamente in cerca di nutrimento occupando porzioni di territorio diverse. Questo continuo vagare e rimescolarsi di specie e popolazioni ha prodotto, nel corso dell’evoluzione della vita sulla Terra, una enorme biodiversità.

L’idea umana di ‘progresso’ è tuttavia autoreferenziale. All’umanità non interessa, se non marginalmente, il benessere delle specie asservite ai propri appetiti. Gli uomini preistorici iniziano quindi a disfarsi delle varietà che non sono in grado di sfruttare dal punto di vista nutrizionale: disboscano e ‘bonificano’ terreni ad elevata biodiversità per ricavarne spazi dove far prosperare e riprodurre solo le specie ritenute utili a fini nutrizionali. Da un lato si liberano delle varietà per loro ‘inutili’ di vegetali ed animali, dall’altro cominciano ad adattare quelle ‘utili’ ed a modificarle attraverso la selezione riproduttiva [3].

Il processo fin qui descritto, una volta avviato, tende ad auto-alimentarsi in virtù del suo stesso successo. Le popolazioni divenute stanziali possono disporre di cibo, generato da agricoltura ed allevamento, in quantità maggiori rispetto a quelle di cacciatori-raccoglitori, quindi sostenere una popolazione di artigiani, inventori e soldati. Le popolazioni nomadi vengono col tempo convertite, o assoggettate militarmente, al nuovo stile di vita ed alla stanzialità.

La storia recente del genere umano può pertanto essere descritta come il progressivo asservimento di risorse naturali, prima condivise con l’intera biosfera, alle finalità di un’unica specie. Ovvero alla distruzione di varietà e biodiversità per rispondere alle esigenze alimentari, in rapida crescita, di una popolazione, anch’essa in rapida crescita, dell’unica forma di vita consapevolmente senziente presente sul pianeta. Il tutto guidato da un originario costrutto culturale: l’idea di rimodellare il mondo in base alle proprie necessità.

Descritto in termini di ‘dipendenze’ questo processo può essere interpretato come un passaggio dalla dipendenza da eventi incontrollabili, come la disponibilità stagionale di cibo, il successo di caccia e raccolta e la difesa dalle intemperie e dai predatori, alla dipendenza dal contesto sociale e dal sistema culturale complesso che si erano andati sviluppando per provvedere, in pianta stabile, a tali necessità. A riprova del successo di questa transizione vi è l’evidenza di una progressiva diffusione delle popolazioni umane stanziali, di un aumento del numero di individui e dei servizi eco-sistemici ad essi asserviti.

Sul lungo periodo questo ha portato ad una stratificazione in classi delle società umane, già discussa nei precedenti post sul tema della domesticazione [4]. La stratificazione sociale è una caratteristica emergente generata dall’accumularsi di saperi e competenze, processo che raggiunge il punto in cui risulta più efficiente destinare a specifici incarichi gli individui più versati, anziché lasciare che tutti si occupino un po’ di tutto.

Il vantaggio dell’organizzazione sociale è evidente fin dalla preistoria. È già noto come il dimorfismo sessuale, nella nostra specie, abbia avuto un peso nell’assegnazione dei ruoli già nelle tribù di cacciatori-raccoglitori, con i maschi più attivi nelle battute di caccia e le femmine nella raccolta di vegetali e nella cura della prole. Non è da escludere che, data una popolazione sufficientemente numerosa, alla fabbricazione di utensili fossero destinati gli individui più specificamente versati.

La transizione dalla sussistenza basata su caccia e raccolta alle pratiche agricole ed all’allevamento ha generato, come già detto, un progressivo incremento nella produzione alimentare. Di conseguenza un maggior numero di individui ha potuto lavorare a produrre manufatti: utensili, attrezzature, abitazioni ed edifici, elaborando e sviluppando specifici ambiti di competenza.

La crescita numerica e di complessità delle società umane ha richiesto lo sviluppo di nuovi ruoli e saperi relativi all’organizzazione del lavoro altrui, processo che ha portato all’emergere delle classi dirigenti. Nel percorso di differenziazione dei ruoli e di moltiplicazione delle competenze specificamente richieste da ognuno di essi, gli individui più versati nelle attività fisico/manuali sono finiti ad occupare le nicchie sociali relative ai ruoli produttivi (allevamento, agricoltura, artigianato), mentre gli individui più dotati di intelligenza sociale hanno finito col ricoprire ruoli organizzativi e dirigenziali.

Le ‘classi dirigenti’ svolgono, fin dal loro emergere, l’incarico di elaborare, diffondere e rendere operative le culture necessarie alla coesione sociale, dettando leggi, definendo le modalità relazionali interpersonali, promuovendo consuetudini, ed organizzando il contrasto ai comportamenti indesiderati. È in questa fase, caratterizzata da una diffusa soddisfazione dei bisogni materiali, che i bisogni immateriali diventano strumenti essenziali di controllo sociale.

Di base, ogni forma di domesticazione è basata sulla riduzione dei margini di libertà. Alle piante vengono assegnati appezzamenti di terreno circoscritti, e si controlla che i semi non vengano dispersi ai quattro venti. Oltre a ciò si sviluppano forme di irregimentazione idraulica per garantire l’irrigazione dei terreni, vincolando il corso dell’acqua per mezzo di canalizzazioni.

La domesticazione animale richiede modalità altrettanto complesse: recinti per le mandrie, controllo dei ‘capi ribelli’, gioghi e vincoli per lo sfruttamento della forza muscolare ai fini trasportistici e per l’aratura dei campi. Non tutte le specie animali si prestano a questo stravolgimento della propria natura selvatica, e di fatto si sono potute domesticare solo le specie capaci di tollerare la riduzione in cattività, e nonostante ciò riuscire a riprodursi.

La domesticazione umana procede per mezzo dell’elaborazione di sovrastrutture culturali capaci di svolgere funzioni analoghe ai vincoli ed ai recinti fisici che limitano la libertà degli animali domestici. Il fine ultimo di queste sovrastrutture culturali è l’organizzazione di una collettività di individui autonomi, vincolati in un sistema di interrelazioni reciproche finalizzate ad un ‘bene comune’, condiviso nei termini fondativi della cultura stessa.

Tale ‘bene comune’ può essere individuato, al livello più basilare, nella soddisfazione dei bisogni primari: cibo e sicurezza. Lo sviluppo di comunità organizzate e stanziali soddisfa entrambe queste aspettative, a prezzo di una parziale rinuncia ad altre forme di libertà. Per contro, la coesistenza forzata di gruppi numerosi di individui privi di relazioni familiari innesca facilmente conflittualità reciproche, tra singoli e tra gruppi, che minano la serenità e l’efficienza del lavoro collettivo.

Se ragioniamo lo sviluppo delle civiltà umane come un processo di strutturazione spontanea delle forme di auto-domesticazione, osserviamo come le classi dirigenti debbano trovare il modo di soddisfare sia le esigenze materiali che quelle immateriali della popolazione. Dall’esigenza di gestire i bisogni materiali emergono ruoli dirigenziali: tecnocrati e burocrati; dalla domanda di soddisfacimento di bisogni immateriali emergono artisti (svago), forze dell’ordine (sicurezza), insegnanti (istruzione) e la casta sacerdotale.

Esiste infatti una specifica preoccupazione, che distingue la nostra specie da tutte le altre: la paura della morte. Questa innesca un’esigenza di rassicurazione che non può essere soddisfatta dalla realtà fisica. Per ovviare a tale necessità sono emerse, fin dai primordi dell’umanità, narrazioni metafisiche, riferite a piani di realtà non percepibili, dove l’evento fisico della morte individuale viene descritto nei termini di una transizione ad un diverso stato di esistenza.

La rivelazione di ‘leggi divine’ (i Dieci Comandamenti, per rimanere al ben noto dettato biblico) emerge quindi come strumento per gestire le relazioni interpersonali, separare i comportamenti ‘giusti’ da quelli ‘sbagliati’ ed in ultima istanza modellare il piano etico-morale delle collettività. Nelle antiche civiltà il sovrano è molto spesso anche il capo religioso della comunità, quando non direttamente una figura semidivina.

L’organizzazione a comparti delle strutture sociali genera un nuovo problema, la compartimentazione delle rispettive culture e delle relazioni sociali. Accade infatti che si producano legami interpersonali più forti tra individui che condividano le stesse attività, semplicemente perché si spende molto tempo insieme a discutere di argomenti comuni. Ciò produce una frammentazione sociale che, al crescere della popolazione, si traduce in frammentazione fisica delle diverse comunità.

Nelle comunità umane particolarmente numerose risulta più facile socializzare ed intessere legami fra individui che si occupano di attività similari, e questo sviluppa una preferenza abitativa, che sul lungo termine induce una compartimentazione urbanistica, oltre che sociale. Tale frammentazione genera spontaneamente l’emergere di sottoculture proprie delle diverse classi, che finiscono col competere per l’assegnazione delle risorse prodotte dal complesso sociale.

Perché l’ordine sociale funzioni occorre che una unica narrazione dominante prevalga sulle singole narrazioni dei diversi gruppi sociali. Qualora ciò non avvenga, per intercorse mutazioni culturali, sociali o economiche, l’organizzazione collettiva va in crisi e può emergere come dominante una nuova narrazione culturale, un nuovo paradigma, ad opera della sottocultura in quel momento più forte. Si parla in questo caso di ‘rivoluzione’.

[questa prima parte dell’analisi ha l’unica funzione di strutturare il discorso ed organizzare l’architettura logica del ragionamento. Nel prosieguo vedremo come i diversi costrutti culturali abbiano finito con l’entrare in competizione tra loro e finire a produrre società diversificate, quindi osserveremo gli effetti di trasformazioni epocali nel modo di concepire la realtà (pensiero scientifico), l’avvento della borghesia mercantile ed industriale e i nuovi equilibri che hanno condotto allo sviluppo delle società moderne] (continua)

N.b.: sui meccanismi che guidano lo sviluppo dei costrutti culturali collettivamente condivisi che abbiamo finito col definire ‘civiltà’ è disponibile un ulteriore approfondimento.


[1] Sull’origine delle ideologie

[2] L’ Ideologia del Progresso

[3] Charles Darwin

[4] Domesticazione umana

Di culture, evoluzione e catastrofi

Solo una catastrofe ci salverà” è un motto, all’apparenza paradossale, che utilizzo da parecchio tempo. Rappresenta la convinzione che la specie umana sia incapace di porre un freno ai propri appetiti distruttivi, quantomeno non prima di aver prodotto danni irreversibili all’ecosistema planetario. Tale assunto mi è sempre parso fin qui indimostrabile, prodotto più di una sensazione ‘a pelle’ che di un ragionamento coerente. Solo in tempi recenti sono riuscito a cucire insieme una serie di evidenze in grado di dare sostanza all’intuizione originaria.

Il progresso umano (torneremo più avanti su questa definizione) va in direzione di una catastrofe all’apparenza inevitabile, essendo basato sullo sfruttamento di risorse non rinnovabili. La crescita culturale e tecnologica avvenuta nell’arco di una manciata di secoli ci consente di spadroneggiare sul mondo senza che le altre specie, la cui stessa esistenza è minacciata, abbiano la possibilità di impedircelo. In quest’ottica, il nostro sviluppo intellettuale appare alla stregua di una ‘super-capacità’, qualcosa che nessun’altra specie ha mai sviluppato prima nella storia del pianeta. Dobbiamo quindi per prima cosa comprendere cosa sia esattamente questo ‘potere’, quindi se possa essere assimilato ad altre espressioni, meglio note, proprie degli organismi viventi.

Darwin ci insegna che gli individui delle diverse specie sopravvivono fino a riprodursi grazie a tratti filogenetici sviluppati in seguito ad una lunga serie di adattamenti. Motore di trasformazioni e diversificazioni tra le specie sono le esigenze di sopravvivenza e di successo riproduttivo, all’interno di un processo chiamato ‘evoluzione’. Nel genere Homo il principale tratto distintivo è stato lo sviluppo del cervello, il quale ha prodotto, a cascata, innumerevoli modalità e abilità tali da potenziare le capacità di sopravvivenza, riproduzione ed espansione territoriale dell’intera specie.

La cosa da sottolineare è che lo sviluppo del cervello umano non rappresenta, di per sé, un immediato vantaggio. Il nostro cervello è un organo estremamente energivoro che assorbe una parte importante del nutrimento assimilato. Oltre a ciò, rende la prole dipendente dai genitori per un arco di tempo estremamente lungo, e rappresenta, in associazione con la postura eretta, un significativo problema riproduttivo in termini di difficoltà nel partorire.

Il cervello, a monte di tutto, è poi solo l’hardware: ciò che realmente garantisce la sopravvivenza ed il successo della nostra specie è invece il software, ciò che usualmente definiamo col termine di ‘cultura’. Prima di proseguire sarà bene contestualizzare il significato della definizione di ‘cultura’ che utilizzerò da qui in avanti. Va considerata ‘cultura’ ogni forma di conoscenza condivisa ed accettata all’interno di un gruppo umano. Ad esempio, la padronanza del fuoco, le modalità in cui può essere acceso, alimentato ed utilizzato, è da ritenersi una cultura.

Date due tribù umane, coeve ed assolutamente identiche sotto il profilo biologico e dello sviluppo cerebrale, sarà quella in possesso della ‘cultura del fuoco’ ad essere avvantaggiata nella competizione per la sopravvivenza. Possiamo quindi affermare che l’evoluzione umana, a differenza delle altre specie animali, si basa sullo sviluppo di espressioni culturali. Un processo drammaticamente più rapido e flessibile rispetto ai meccanismi biologici guidati dalla selezione naturale.

I nostri lontani antenati hanno sviluppato una serie di ‘culture’ come adattamento ai diversi ambienti da essi popolati. La cultura più antica è probabilmente quella relativa alla manipolazione di oggetti: le mani dei primati, da strumenti per arrampicarsi e raccogliere il cibo, si sono trasformate in appendici capaci di estendere le proprietà anatomiche. Impugnando una pietra affilata, o un bastone appuntito, si potevano uccidere più facilmente gli animali. Questo ha guidato lo sviluppo di una cultura della fabbricazione di utensili.

L’idea di poter manipolare ogni oggetto a portata di mano per adattarlo a diverse necessità ha consentito lo sviluppo di una cultura dell’abbigliamento, che ha permesso ai nostri antenati di popolare territori più freddi di quelli dove si è inizialmente originata la nostra specie. Un insieme di culture, la già menzionata ‘cultura del fuoco’ (come accenderlo, come alimentarlo, come utilizzarlo per scaldarsi, cuocere il cibo, scacciare i predatori…), più altre legate alla caccia, alla pesca, alla raccolta, ha consentito ai nostri antenati di diffondersi e popolare l’intero pianeta.

Su un piano meno immediatamente pratico, altri sviluppi di natura culturale hanno accompagnato il cammino umano: le credenze religiosi, i riti di sepoltura, le narrazioni sull’origine del mondo, le leggende, affondano le loro radici in tempi antichissimi, probabilmente andando di pari passo con lo sviluppo del linguaggio. Come già spiegato, la presenza di una narrazione collettiva, all’interno di un gruppo umano, ha la funzione di renderlo coeso, solidale e maggiormente in grado di misurarsi con le difficoltà da affrontare.

Cambiamenti di passo importanti avvengono con l’invenzione (e la conseguente cultura) dell’agricoltura, quindi con la domesticazione animale e l’allevamento, sviluppi che conducono al progressivo abbandono della cultura del nomadismo ed aprono la strada alla stanzialità, allo sviluppo di villaggi e città, agli interventi idraulici per l’irrigazione, all’edilizia, alla metallurgia.

Ad un occhio attento emerge, da questa descrizione, il parallelo evidente tra lo sviluppo delle culture umane e quello dei tratti fenotipici delle specie animali. Come i tratti fenotipici, le culture emergono, si diffondono, competono, si consolidano, si trasformano, si integrano o confliggono con altre culture per la propria stessa sopravvivenza.

Possiamo immaginare la nascita di una nuova cultura all’interno di un gruppo umano, ad esempio la diffusione di una nuova fede (il cristianesimo nel mondo pagano), o di un genere musicale (il jazz all’inizio del ventesimo secolo), alla stessa stregua dell’invasione di un habitat consolidato da parte di una specie aliena. La nuova specie (cultura) inizierà a conquistare territori (adepti), entrando in conflitto con le specie autoctone (le culture preesistenti), finendo col soppiantarle o col trovare un equilibrio nella differenziazione delle risorse predate (delle preferenze individuali). Sul lungo periodo la specie (cultura) originaria si adatterà al nuovo habitat dando vita ad una variante locale, più o meno diversificata rispetto al ceppo di partenza.

Questo tipo di parallelismo richiede, per essere colto al meglio, una discreta padronanza del pensiero darwiniano, cosa purtroppo non comune. Nel tentativo di ovviare a questo limite mi dilungherò in ulteriori esempi relativi sia al mondo animale che agli sviluppi culturali. Vediamo, per iniziare, cosa avviene nell’eventualità di colonizzazione, da parte di una specie predatrice, di un ambiente insulare.

Una colonia felina che, provenendo da una massa continentale, riesca ad insediarsi in un habitat insulare potrà facilmente essere obbligata a modifiche nella dieta, derivanti dalla limitata disponibilità di tipologie di prede. Modifiche che comporteranno adeguamenti nelle strategie di caccia e finiranno col veicolare, sul lungo periodo, adattamenti anatomici. Dato un arco di tempo sufficientemente lungo si svilupperà una variante locale della specie originaria, che in assenza di ulteriori incroci potrà addirittura finire col diventare una specie a se stante. Questo è quanto si verifica tipicamente in natura per le specie animali e vegetali.

Per analogia una comunità umana primitiva che decida di stanziarsi su un’isola avrà, allo stesso modo, necessità di adeguare le proprie strategie di sopravvivenza alle disponibilità locali, ma lo farà molto più in fretta agendo sul piano culturale: abitudini andranno cambiate, la diversa disponibilità di nutrienti causerà lo sviluppo di differenti modalità di raccolta e preparazione del cibo, cacciatori potranno convertirsi alla pesca, l’abbigliamento si adeguerà e modificherà di conseguenza e, nell’arco di decenni, o secoli, ciò porterà allo sviluppo di una cultura locale significativamente diversa da quella originaria.

E’ anche possibile, e ci sono esempi, che la nuova colonia viva un primo periodo di prosperità, quindi proceda ad esaurire risorse non rinnovabili e finisca col non essere più in grado di sopravvivere. Questo si verifica tipicamente quando un habitat è molto limitato e non consente la stabilizzazione di una popolazione in numeri sufficienti a garantire la necessaria diversità genetica. Una situazione di questo tipo si è probabilmente verificata nelle colonie vichinghe della Groenlandia, dove l’assenza dei necessari adattamenti culturali ha causato dapprima l’esaurimento delle risorse, quindi il declino, e da ultimo la totale scomparsa delle colonie stesse.

Charles Darwin fa notare come la capacità di adattamento di una specie dipenda in via diretta dalla numerosità della sua popolazione: una specie con popolazione ridotta tende a produrre, nel tempo, un minor numero di mutazioni, quindi ad evolvere più lentamente. Conseguenza di ciò è che le specie stanziate su territori vasti, tali da sostentare una popolazione numerosa, tendono a trasformarsi più in fretta di quelle stanziate su areali circoscritti. Un’evidenza di ciò, nel nostro pianeta, si ha in Australia, dove l’isolamento del continente ha mantenuto in vita forme arcaiche (i marsupiali) che in tempi recenti, sebbene endemiche, sono risultate scarsamente competitive nei confronti delle specie aliene invasive (mammiferi) introdotte dai colonizzatori occidentali.

Ma la stesso principio si può applicare alle culture degli aggregati umani, che evolvono più in fretta nelle grandi città di quanto non facciano nelle piccole comunità disperse. La capacità di innovare, la disponibilità di una porzione di popolazione numericamente sufficiente e in grado di abbracciare le innovazioni per dar vita ad una ‘moda’ (altra maniera per indicare quello che abbiamo precedentemente definito come ‘cultura’), dipendono in maniera sostanziale dall’accessibilità ad un adeguato numero di persone in grado di scambiarsi informazioni e nuove idee.

Tornando a Darwin, una delle sue osservazioni più importanti è che l’evoluzione agisce molto più rapidamente sui grandi continenti disposti parallelamente all’equatore rispetto a quelli disposti in direzione nord-sud, perché i primi sono caratterizzati da un’uniformità di fasce climatiche e consentono alle specie di spostarsi, senza trovare condizioni climaticamente avverse, su areali molto vasti. In questo modo le trasformazioni in una singola specie hanno modo di trasferirsi velocemente ed innescarne ulteriori, in risposta, in altri territori ed altre specie, in un processo che si autoalimenta. Il contrario avviene nelle isole, dove le specie rimangono isolate e tendono a fissare caratteri arcaici per lunghi archi temporali.

Da un’altra prospettiva Jared Diamond, in “Armi, Acciaio e Malattie”, trasferisce le riflessioni darwiniane all’ambito delle civiltà umane, verificando il sussistere di strette analogie. In particolare J.D. fa notare come l’evoluzione tecnologica sia stata molto più rapida in Eurasia che in Africa o nelle Americhe, entrambe masse continentali disposte perpendicolarmente all’equatore. Il motivo di ciò starebbe nella maggior facilità nel trasferire informazioni (culture) tra popoli e civiltà insediati in territori differenti, grazie alla ridotta presenza di barriere naturali ed all’uniformità delle fasce climatiche.

Tutto ciò avvalora la tesi che le correnti culturali all’interno della nostra specie si comportino in maniera analoga a quanto avviene per le diverse specie viventi che condividano un comune ecosistema biologico: sviluppano capacità di sopravvivenza, entrano in dinamica fra loro, competono, si diffondono, vengono superate da nuove correnti culturali, si estinguono.

Ogni invenzione umana importante, capace di aprire nuove prospettive ed opportunità, genera una corrente culturale che tende ad espandersi all’intera specie. La scoperta del fuoco diede ai nostri lontani antenati una risorsa talmente essenziale che la tecnologia relativa si è poi diffusa a tutte le comunità umane. La ‘cultura del fuoco’ divenne in breve tempo patrimonio dell’intera specie proprio grazie agli evidenti vantaggi che portava con sé.

Un discorso del tutto analogo si può fare per ogni innovazione che abbia avuto riflessi sulla sopravvivenza ed il benessere dei nostri antenati: l’invenzione di arco e frecce, la domesticazione degli animali per finalità alimentari e come fonti energetiche (oltreché per usi militari, come è stato per il cavallo), le tecniche agricole, la scrittura, la navigazione e le competenze ad essa collegate. Tutte queste ‘culture’ hanno prodotto ricchezza e potere per i gruppi umani che sono stati capaci di svilupparle per primi, ma sono state poi rapidamente adottate ed acquisite dall’intera umanità.

Culture nuove e ‘vincenti’ hanno ben presto avuto ragione delle precedenti: le spade d’acciaio hanno sostituito quelle in bronzo, le balestre hanno sostituito archi e frecce, i fucili hanno sostituito le balestre, i cannoni hanno sostituito le catapulte, i carri armati hanno sostituito la cavalleria, i bombardamenti aerei hanno sostituito gli assedi, le corazzate in metallo hanno sostituito i galeoni di legno (solo per restare alle tecnologie militari, tipicamente caratterizzate da una spiccata tendenza alla competitività).

Tornando nuovamente all’evoluzione culturale nelle masse continentali, su cui Jared Diamond ha costruito l’intero impianto del già citato “Armi, Acciaio e Malattie”, la colonizzazione umana delle masse continentali americane risale a circa 20.000 anni fa. All’epoca possiamo supporre che le diverse tribù umane possedessero competenze tecnologiche analoghe. Ma le popolazioni americane rimasero poi isolate dalle altre a causa della fine dell’ultima glaciazione e dal relativo sollevamento dei mari, e le condizioni del loro continente di approdo non erano favorevoli quanto quelle delle comunità stanziate in Eurasia.

Il risultato di ciò fu che, nel momento in cui gli europei riscoprirono il Nuovo Mondo, i nativi americani si trovarono in grave svantaggio. Avevano sì iniziato a praticare l’agricoltura, con qualche millennio di ritardo rispetto all’emisfero opposto, ma non praticavano la metallurgia, non avevano inventato la ruota e solo poche comunità del Centro America avevano iniziato a sviluppare un abbozzo di scrittura. Il motivo di ciò viene attribuito alle condizioni locali, sfavorevoli allo sviluppo di comunità numerose, alla dispersione dei diversi popoli (tipicamente conflittuali coi propri vicini), al ridotto scambio di idee ed informazioni.

In Eurasia l’agricoltura e l’allevamento potevano contare su varietà vegetali ed animali indisponibili nel Nuovo Mondo, una ricchezza che diede origine alla nascita delle prima città-stato e dei primi imperi, i cui conflitti spinsero un’innovazione tecnologica, non solo militare, molto più rapida di quanto poté accadere nel continente americano. Un processo che appare auto-evidente se, come suggerito, paragoniamo l’evoluzione dei ‘tratti culturali’ con l’evoluzione dei tratti somatici nelle specie animali.

Un ulteriore esempio di tale processo è rappresentato dalla storia della scrittura, se analizzata in parallelo a quella dei supporti alla scrittura stessa. Le antiche civiltà del bacino del Mediterraneo, dagli egizi ai romani, utilizzavano come supporto alla scrittura fogli ricavati dal papiro, un materiale estremamente semplice, economico e relativamente facile da produrre. Grazie a questo tipo di supporto i libri erano molto diffusi in ogni strato sociale, e veicolavano una diffusione capillare della cultura.

Nell’Europa medioevale, tuttavia, il papiro fu sostituito dalla pergamena: pelli di animali trattate e lasciate ad essiccare. Un supporto pressoché indistruttibile ma costosissimo, che ridusse grandemente sia la possibilità di accedere a testi scritti che l’alfabetizzazione di massa. La cultura della pergamena era entrata in sinergia con il verticismo della cultura religiosa dominante europea, il cristianesimo, che coltivava la finalità di conservare (e controllare) uno specifico sapere.

Ma, come diretta conseguenza del ‘sequestro’ religioso del veicolo culturale rappresentato dalla scrittura, si ebbe in Europa un rallentamento complessivo nell’evoluzione tecnica e scientifica, cosa che non avvenne, invece, nel mondo arabo, che aveva da tempo iniziato un fiorente commercio con la Cina, dove era stata inventata la carta. La cultura della carta faticò a penetrare in Europa ma, quando ciò avvenne, a cambiare nuovamente le carte in tavola provvide un’ulteriore innovazione: la stampa a caratteri mobili.

Il mondo arabo, grazie alla carta, era stato culla di un’esplosione culturale durata diversi secoli. Tuttavia la scrittura calligrafica araba non si prestava altrettanto bene degli alfabeti derivati dal latino all’impiego della stampa a caratteri mobili. Ciò ne causò una stagnazione culturale durata anch’essa diversi secoli. Analoga sorte toccò alle civiltà orientali, la cui scrittura, basata su una molteplicità di ideogrammi ed incompatibile con la praticità della stampa in serie, non poté giovarsi altrettanto prontamente dell’invenzione di Gutenberg.

La scrittura, la carta, la stampa a caratteri mobili, e più di recente la meccanizzazione, l’alfabetizzazione di massa, le tecnologie informatiche, possono essere definite come ‘vettori culturali’. Non producono cultura, ma ne facilitano la diffusione, accorciano le distanze, facilitano lo scambio di informazioni ed idee. Grazie ad esse la cultura contemporanea, grazie agli sviluppi informatici, popola l’equivalente di un super-continente dalle distanze estremamente ridotte, dove le informazioni si accumulano e trasferiscono a velocità mai viste prima, interessando una popolazione enorme. Questo ha prodotto un’accelerazione delle innovazioni e delle trasformazioni culturali mai raggiunta prima.

E veniamo alla questione ambientale, dove l’idea di applicare gli strumenti dell’evoluzionismo darwiniano alle culture correnti può darci qualche preoccupante indizio su cosa ci attende nel prossimo futuro. Come prima cosa va chiarito che, al momento, in seguito a millenni di stratificazioni successive, esistono sul pianeta innumerevoli ‘culture’, la maggior parte delle quali non ha nulla a che vedere con la sopravvivenza e solo alcune sono vagamente legate alla selezione sessuale ed alla riproduzione.

È il risultato che ci potremmo aspettare da una specie lungamente domesticata, che ha perso nel suo cammino i tratti essenziali alla sopravvivenza in natura per guadagnarne altri che rispondono al gusto perverso dei selezionatori. La varietà di culture umane è paragonabile, in natura, alla varietà genetica delle specie canine, che a seguito di pressioni selettive innaturali da parte della nostra specie ha finito col produrre un vero e proprio ‘freak show’. Da questo variegato caos, le culture legate alle esigenze basilari di sopravvivenza emergono più nettamente delle altre.

Già da diversi secoli genere umano sta vivendo un boom di benessere dovuto allo sviluppo tecnologico. In origine fu il fuoco a consentire, per mezzo della cottura della carne e della sua conservazione mediante affumicazione, di metabolizzare più in fretta e conservare più a lungo le risorse di cibo. Poi furono l’agricoltura e l’allevamento a garantire il soddisfacimento dei bisogni primari e l’aumento delle disponibilità alimentari. Quindi vennero a supporto le opere idrauliche per l’irrigazione, la domesticazione ed in seguito la meccanizzazione ad aumentare la forza lavoro, e con la chimica industriale sono arrivati fertilizzanti e pesticidi.

Questo lungo percorso ha aumentato a tal punto il benessere della nostra specie (a scapito, va detto, di quello di tutte le altre) da aver dato forma ad una propria ‘cultura’, quella del progresso, largamente condivisa dalla stragrande maggioranza del genere umano e diffusa sui cinque continenti. La cultura del progresso, alla stessa stregua di una popolazione animale in grado di metabolizzare ogni tipo di risorsa, e finanche di inventarsene dal nulla di proprie (l’estrazione e messa a regime dell’energia conservata nei combustibili fossili), ha sbaragliato, con le buone o con le cattive, ogni cultura avversaria.

Il problema, come evidenziato dal modello dell’evoluzione animale, è che una specie di eccessivo successo può essere in grado di sfruttare e deteriorare il proprio habitat a tal punto e talmente in fretta da mettere a rischio la propria stessa sopravvivenza. L’esempio classico è quello degli erbivori europei lasciati in libertà su sperdute e spopolate isole del Pacifico (vicende di cui si è già trattato in questa sede), che in assenza di predatori hanno finito col distruggere completamente la vegetazione di cui si nutrivano, in ultima istanza estinguendosi. La ‘cultura del progresso’ sta attualmente facendo la stessa cosa, ma su scala planetaria, agendo come un predatore apicale in grado di metabolizzare e consumare ogni cosa, dal suolo alla biodiversità, alle riserve energetiche fossili, producendo come sottoprodotto un numero sempre più elevato di bocche da sfamare.

Cosa può dirci la scienza dell’evoluzione sul destino di tale ‘predatore’? Nulla di buono, temo. In un habitat stazionario le specie si stabilizzano e tendono a non trasformarsi per periodi di tempo anche molto lunghi (come esplicitato dalla teoria degli equilibri punteggiati). Di norma, a limitare l’espansione di una specie intervengono due fattori: l’avvento di nuovi predatori da un lato e la scarsità di prede/nutrimento dall’altro.

Per fronteggiare la ‘cultura del progresso’ dovrebbe emergere una forma culturale diversa ed altamente ‘pervasiva’ (capace quindi di diffondersi in fretta ed essere adottata da un elevato numero di individui). Di fatto, essendo il ‘progresso’ la moda culturale che si è dimostrata più efficace nel soddisfare gli istinti basici degli esseri umani (nutrimento, riproduzione, benessere, intrattenimento), nessuna altra ‘cultura’ appare attualmente in grado di contrapporsi efficacemente ad essa.

Una crisi nella capacità di approvvigionamento alimentare, prevedibile in un orizzonte temporale non immediato, è probabile che possa stimolare la diffusione di culture maggiormente ‘conservative’, quelle che oggi ricadono sotto la generica definizione di ‘ambientalismo’, a patto che il declino di disponibilità energetiche/alimentari avvenga in maniera graduale. Il rischio, da non sottovalutare, è che il crollo possa essere repentino al punto da non lasciare il tempo, ad una eventuale alternativa culturale, di imporsi e sviluppare un nuovo equilibrio.

A questo punto possiamo tornare all’inizio del discorso, ovvero a quell’idea che “solo una catastrofe ci salverà”. L’analisi sviluppata fin qui tenderebbe a dimostrarne l’assunto: la ‘cultura del progresso’, nata per appagare il bisogno innato di nutrimento e prosperità della specie umana, ha finito col sovrappopolare il pianeta ed esaurirne le risorse fossili.

La transizione (sperando che ciò avvenga) ad una diversa cultura, diffusa, aderente alla realtà dei fatti ed ai limiti della biosfera, difficilmente potrà avvenire all’interno dell’attuale paradigma socioeconomico, generato e dominato dalla ‘cultura del progresso’. La transizione avverrà, se avverrà, solo in seguito ad una crisi catastrofica cui la ‘cultura del progresso’ non sarà stata in grado di far fronte, essendone la principale responsabile. Anche perché, parafrasando Albert Einstein: “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di ‘cultura’ che hai usato per crearlo”.

Foto di janeb13 da Pixabay

Sull’origine delle ideologie

(N.b.: a pochi mesi di distanza da questo scritto ho messo mano ad un’analisi più puntuale del processo, che ne integra la sostanza fornendo chiavi interpretative ulteriori)


Nel post precedente accennavo a ‘processi di sostituzione’, un tema poi riemerso nella discussione, purtroppo breve, che si è sviluppata via social con l’amico Marco Melillo. Ho pertanto iniziato a buttar giù una serie di riflessioni con l’obiettivo di mettere a fuoco il concetto ma, mentre procedevo, un’idea ben più interessante ha finito col prender forma.

Sono infatti arrivato ad individuare un motivo che rende necessarie, non occasionali, la nascita e lo sviluppo delle ideologie. Se pensiamo a quanto queste ultime, a partire dalle fedi religiose per arrivare alle attuali ideologie ‘laiche’, hanno influenzato lo sviluppo della storia umana, comprenderne la loro collocazione antropologica ha una sua importanza.

Partiamo però dalle dinamiche di sostituzione che, a monte di tutto, sono parte integrante dei processi vitali: fenomeni legati alla chimica organica che possono essere efficacemente descritti in termini di molteplici eventi di tipo sostitutivo. Le nuove generazioni sostituiscono quelle più antiche; le forme mutate di DNA sostituiscono le versioni precedenti; le tipologie nuove, e meglio adattate, degli individui di una stessa specie, sostituiscono quelle preesistenti.

La chiave interpretativa dei ‘processi di sostituzione’ è, di fatto, molto aderente all’originale pensiero esposto da Charles Darwin nel saggio “L’origine delle Specie”. Tuttavia nel corso degli anni ha prevalso una chiave d’interpretazione, che potremmo etichettare come ‘positivista’, strettamente legata all’idea di ‘evoluzione’, termine che veicola significati non sufficientemente neutrali ed oggettivi e presta il fianco ad interpretazioni improprie. Il motivo per cui ciò è accaduto risulta tutt’altro che banale, e richiederà un approfondimento.

Sintetizzando all’estremo la storia dell’umanità (analisi più dettagliate dei singoli eventi potete cercarle nei post pubblicati in passato), lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni ha rappresentato il fattore chiave per la sopravvivenza della nostra specie. Come conseguenza inevitabile, l’aumento della capacità cognitiva ha portato con sé l’emergere di grandi dilemmi:

Qual’è il senso dell’esistenza umana?”
“Cosa è giusto e cosa è sbagliato?”
“Cosa è Bene e cosa è Male?”

La nostra specie, per la prima volta nella storia della vita sul nostro pianeta, ha dipeso quasi unicamente dall’esercizio dell’intelligenza, impiegata sia a fini cooperativi che per comprendere e prevedere gli eventi. La necessità di dare risposta ai summenzionati ‘grandi dilemmi’, più che un mero esercizio filosofico, ha rappresentato per i nostri avi una questione di vita o di morte, perché da quelle stesse risposte ne sarebbero discese decisioni e scelte, ed in ultima istanza l’efficacia dell’azione collettiva mirata alla sopravvivenza del gruppo.

Può essere difficile, nel momento attuale, ragionare di sopravvivenza, tanto è distante la nostra condizione da quella di anche soltanto un secolo fa, figuriamoci calarci nel pensiero di popolazioni preistoriche. Tuttavia, nel momento in cui il pensiero astratto divenne la principale arma a disposizione della nostra specie, al pari degli artigli dei predatori o dei muscoli degli erbivori, l’ambito delle idee finì col diventare dominante nell’organizzazione umana, mettendo in secondo piano le reazioni istintive.

Le specie viventi sono necessariamente dotate di pulsioni istintive alla sopravvivenza ed alla riproduzione. I comportamenti istintivi sono codificati all’interno del cervello ad un livello molto più basico di quelli destinati al pensiero. Gli insetti, pur disponendo di cervelli minuscoli, dotati di pochi neuroni, possono attuare una serie di comportamenti complessi. In essi, però, non esiste possibilità di apprendimento: tutti i comportamenti sono strettamente codificati a livello genetico.

La pulsione alla sopravvivenza è un elemento chiave di questa rigida programmazione. In estrema sintesi: gli individui che possiedono reazioni adeguate a sopravvivere e riprodursi trasmettono questo carattere alle generazioni successive, quelli che ne possiedono versioni difettose o inefficienti muoiono senza riprodursi.

Ma un cervello rudimentale, se pure è in grado di effettuare una serie di operazioni ripetitive al pari di un microscopico robot, non è la dotazione migliore per fronteggiare gli imprevisti. Col crescere delle dimensioni degli animali è stato possibile alimentare cervelli più grandi, capaci di risposte flessibili e dell’abilità di apprendere. La specie umana è quella che si è spinta più avanti in questa direzione.

Come già detto, nel momento in cui la nostra specie sviluppa un cervello plastico e ne fa lo strumento principe per la propria sopravvivenza, i processi cognitivi finiscono col diventare dominanti rispetto ai processi istintivi. Si rende perciò necessario lo sviluppo di architetture cognitive, quelle che siamo soliti definire sovrastrutture culturali, in grado di sopperire alla diminuita efficacia delle reazioni istintive.

Siamo stati quindi obbligati a sviluppare dei rinforzi culturali all’istinto di sopravvivenza, proprio per evitare che l’eccessiva capacità immaginativa del nostro cervello producesse risposte distruttive per noi stessi e per i nostri simili. Un tale risultato venne ottenuto, fin dalla notte dei tempi, imbrigliando la libertà di pensiero all’interno di quello che possiamo definire uno schema della realtà, quello che poi ha preso il nome di ‘bagaglio culturale’.

Ogni collettivo, dalla piccola tribù alle capitali degli imperi, è stato obbligato a dar forma ad una visione condivisa della realtà, che offrisse spiegazioni all’esistente e desse indirizzi comportamentali finalizzati al benessere, dei singoli individui e dell’intero gruppo, ed alla coesione sociale. Nacquero così le storie, le leggende, le interpretazioni ed in ultima istanza le religioni che, come abbiamo già detto, rappresentano il primo esempio noto di ideologie.

In una realtà primitiva, la spiegazione più semplice all’esistenza del mondo è immaginare entità sovrumane che, dopo aver creato e modellato l’Universo, amministrano la giustizia e comminano premi e punizioni. La religione nasce per offrire un fondamentale rinforzo dell’istinto di sopravvivenza attraverso l’idea di una vita dopo la morte.

Essa ha la doppia funzione da un lato di disincentivare il suicidio, dall’altro di codificare ed obbligarci ad ottemperare ai comportamenti più idonei al successo del gruppo sociale cui apparteniamo, ivi incluso, ove necessario, il sacrificio di sé per il bene comune. Con l’avvento della scrittura, nel terzo millennio avanti Cristo, tutte queste complesse teologie finirono nella redazione dei testi sacri, formalizzando un ventaglio completo, seppur variegato, di risposte ai dilemmi umani.

I testi sacri sono la pietra angolare di qualsiasi pensiero religioso. Essendo, per comune consenso, ispirati direttamente dalla divinità, il loro contenuto non è questionabile. I principali sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, e le indicazioni da essi fornite sono risultate talmente efficaci da aver accompagnato l’umanità attraverso i lunghi millenni di sviluppo delle civiltà.

Il problema è sorto quando diversi intellettuali, nell’arco di alcuni secoli, hanno iniziato a sviluppare il pensiero scientifico, mettendo in discussione l’attendibilità dei testi sacri. Con molta evidenza, il massimo sapere di culture dell’età del bronzo non poté competere con le conoscenze ed i nuovi strumenti tecnologici sviluppati nell’arco di secoli.

Dapprima Galileo, con l’invenzione del telescopio, dimostrò l’inattendibilità della Bibbia sulle materie astronomiche. In seguito Newton sostituì la narrazione teologica del cosmo con un asettico formalismo matematico, capace di dar conto dei movimenti dei corpi celesti grazie a poche semplici equazioni. Da ultimo Darwin, che spiegò ‘l’origine delle specie’ togliendo alla divinità anche il merito della varietà delle forme viventi.

Il problema, per i religiosi, è che i Testi Sacri devono, per definizione, essere infallibili, essendo emanazione stessa della divinità. Se quanto affermato in un Testo Sacro non risulta coerente con la realtà fattuale, si pongono due eventualità, entrambe spiacevoli: o la divinità ha scelto di mentire all’umanità, il che aprirebbe a scenari poco rassicuranti, o il testo non è emanazione della divinità, e a questo punto risulta delegittimato nella sua interezza.

Il risultato dello scardinamento prodotto dal pensiero scientifico sulle società umane appare drammatico. Da un lato abbiamo l’affermazione di un pensiero laico, freddo, lucido ed oggettivo, capace di leggere la realtà attraverso strumenti meccanici e non più per mezzo di interpretazioni culturali. Dall’altro si registra il progressivo smantellamento delle credenze religiose, che trascina con se il valore di collante sociale e la ‘stampella psichica’ rappresentata dai modelli culturali veicolati dalle fedi.

Il pensiero scientifico, del suo, non è in grado di svolgere le funzioni di rinforzo degli istinti di sopravvivenza e di collante sociale, per gruppi e comunità, che le architetture cognitive del pensiero religioso avevano fino ad allora espletato. L’istinto di sopravvivenza, come pure le esigenze relazionali, di cui tutti abbiamo bisogno per non soccombere alle difficoltà della vita, non possono essere validate da un’oggettività scientifica, ma unicamente descritte in termini di strutture cognitive.

Ridotto il discorso ai minimi termini: se la fede è in grado di far sentire una persona importante, utile, desiderata, di dargli una collocazione nel cosmo e delle finalità da perseguire, per la scienza quella stesso individuo è solo un generico essere vivente, appartenente ad una specie fra le tante che popolano un habitat qualsiasi, la cui sopravvivenza individuale è totalmente irrilevante. Nulla che possa essere di alcuna utilità al superamento di difficoltà esistenziali oggettive.

Per questo una significativa parte di umanità ha istintivamente rifiutato le conclusioni filosofiche prodotte dalla scienza: finché c’è da approfittare di una nuova macchina o un nuovo strumento sono tutti concordi sulla sua utilità, ma quando si deve affrontare il baratro di un’esistenza finita e priva di significato la mente umana, istintivamente, si tira indietro.

Nel corso del processo mai realmente completato, anch’esso in qualche modo ‘di sostituzione’, del pensiero religioso con quello scientifico, accadono eventi collaterali degni di nota. Il primo è che il pensiero scientifico viene inevitabilmente veicolato per mezzo delle strutture linguistiche preesistenti, intrise di pensiero magico e religioso. Gli scienziati sono obbligati a riutilizzare termini, figure retoriche, esempi e paralleli che rimandano ognuno alle rispettive radici culturali, e risultano per loro natura impropri ed imprecisi.

Il linguaggio della scienza è fatto di formalismi matematici, di relazioni geometriche, di simmetrie, che il linguaggio corrente non è in grado di restituire con efficacia, perché le sue radici affondano nell’esperienza umana e nell’emotività. Nel migliore dei casi si produce una comprensione mediata dall’area linguistica del cervello, e da essa inevitabilmente distorta, nel peggiore dei casi si hanno veri e propri fraintendimenti.

Il secondo effetto, conseguente al primo, è l’originarsi di una serie di ideologie non religiose, che lavorano ad incasellare il pensiero scientifico in una matrice fideistica non esplicita. Tali ideologie rimuovono la figura taumaturgica della divinità sostituendola con ‘ideali’ astratti, un riflesso culturalmente elaborato di alcuni dei nostri istinti primitivi, di fatto mimando le architetture cognitive di tipo religioso non più disponibili a causa della delegittimazione dei Testi Sacri.

Le funzioni delle ideologie, religiose o meno, sono principalmente tre: motivare la nostra esistenza, orientare le nostre azioni e renderci parte di un gruppo sociale solidale. Funzioni essenziali alla nostra sopravvivenza individuale e di conseguenza al nostro successo riproduttivo. Rispetto a ciò, l’aderenza ad una visione oggettiva della realtà appare come una semplice alternativa fra tante, in sé del tutto priva di funzioni sociali e pertanto del tutto accessoria.

Gli ideali di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” (per citare le parole d’ordine della Rivoluzione Francese, solitamente identificata come uno dei principali portati dell’illuminismo), non poggiano su basi scientifiche, ma rappresentano unicamente il riutilizzo di categorie cognitive istintuali, rinforzate’ nelle epoche precedenti dal pensiero religioso. La pretesa di inglobarle in una visione unitaria assieme al pensiero scientifico, tipica dell’ideologia illuminista, è da ritenersi totalmente inconsistente.

Tornando a Darwin, l’interpretazione in chiave ‘evolutiva’ dello sviluppo delle specie animali fu diffusamente accolta perché supportava la descrizione illuminista di un cosmo che muove dal caos all’ordine (mentre non altrettanto funzionale dev’essere apparsa la rappresentazione, formalmente più esatta, di una transizione da un caos più semplice ad un caos di maggiore complessità).

Di fatto la filosofia illuminista si appropriò del concetto di evoluzione per inserirlo, a forza, all’interno di una narrazione della Storia Umana immaginata in un analogo percorso di ‘sviluppo’, dando vita a quella che oggi identifichiamo come ‘ideologia del progresso’. Da questa forzatura nasceranno tutta una serie di interpretazioni distorte, dal darwinismo sociale all’eugenetica, fino ad alcune tesi di sedicente razzismo scientifico che serviranno da fondamenta teoriche del Fascismo prima e del Nazismo in seguito.

Tuttavia, come già accennato, una componente chiave dell’efficacia del pensiero religioso, quella legata al sollievo dalla sofferenza psichica causata dal pensiero della morte, non poté in alcun modo essere soddisfatta dalle ideologie laiche, cosa che impedì loro di soppiantare del tutto le fedi preesistenti. Dovendo scegliere tra una visione laica, priva di una componente umanamente essenziale, e la fede nel sovrannaturale, in molti hanno preferito scegliere di rinunciare all’aderenza alla realtà fattuale professata dal pensiero scientifico.

Non è probabilmente un caso se la corrente religiosa ad aver avuto maggior successo e diffusione, nell’arco temporale seguito alla rivoluzione scientifica, sia stata il cristianesimo protestante, la cui totale decentralizzazione, unita al forte spirito individualista, ha saputo trovare più facilmente un equilibrio con le nuove ideologie filo-scientifiche ed accogliere più facilmente quelle idee ed innovazioni che le grandi religioni organizzate andavano aspramente combattendo.

Dopo questa lunga, ma necessaria, digressione, vale la pena tornare all’inizio, ovvero ai ‘processi di sostituzione’. Rileggere la storia del mondo in chiave di processi di sostituzione ci restituisce uno sguardo più neutrale ed obiettivo rispetto allo stato attuale del pianeta ed a ciò che potremo attenderci in un futuro più o meno lontano, laddove un’analisi basata sulle fantasie di ‘progresso’ ci trarrebbe sicuramente in inganno.

Per mezzo delle rivoluzioni tecnologiche abbiamo sostituito l’esistenza scomoda ed impegnativa dei cacciatori/raccoglitori con una più ‘moderna’ e stanziale, caratterizzata da ridotto lavoro fisico alternato ad agi e svaghi. Tutto questo al prezzo di un significativo danneggiamento di ogni altra forma di vita sul pianeta e del progressivo degrado degli ecosistemi terrestri e marini, un processo, tutt’ora in corso, che può portare unicamente a tre conclusioni.

La prima, la più ottimistica, è che il danneggiamento receda, in seguito a trasformazioni culturali conseguenti al progressivo esaurimento delle riserve energetiche fossili, stabilizzandosi su un modello socioeconomico radicalmente diverso dall’attuale. A sfavore di tale eventualità pesa l’evidenza che nessuna forma di elaborazione culturale umana stia fattivamente lavorando allo sviluppo di un modello di sussistenza alternativo.

In assenza di rivoluzioni culturali, la seconda possibile conclusione, stante l’insostenibilità conclamata dell’attuale processo di esaurimento delle risorse, è il collasso dell’attuale ‘civiltà dei consumi’, seguito da guerre, carestie, pestilenze tali da riequilibrare il peso della popolazione umana nei confronti della componente selvatica della biosfera. Un evento spiacevole ma che ad oggi appare, a chi scrive, altamente probabile.

La terza eventualità, ancor meno desiderabile, è che l’attuale grado di danneggiamento degli ecosistemi risulti, in tempi umani, irreversibile, e conduca ad una estinzione di massa di specie viventi (peraltro già in corso) tale da includere anche la nostra. Il pianeta Terra non rimpiangerà l’homo sapiens, la cui scomparsa lascerà spazio a forme di vita meno distruttive.

Insomma ci fermeremo con le buone, o con le cattive, oppure non ci fermeremo proprio, finché non sarà troppo tardi per tornare indietro. Con buona pace di tutte le teologie e fantasie ideologiche accumulate fin qui, che non sono state capaci di rinforzare il nostro istinto di sopravvivenza abbastanza da aver ragione degli effetti collaterali prodotti dal nostro innato egoismo animale.

P.s.: a distanza di un mese ho trovato un TED-Talk dove viene affrontato lo stesso argomento, giungendo a conclusioni del tutto analoghe, anche se da una prospettiva leggermente diversa.

UNSPECIFIED – CIRCA 1865: Karl Marx (1818-1883), philosopher and German politician. (Photo by Roger Viollet Collection/Getty Images)

P.s.: rileggendo, ex post, quest’analisi, la trovo talmente semplice ed elegante da farmi dubitare delle conclusioni. Davvero la storia dell’umanità, millenni di guerre, arte e passioni può ridursi ad un modello comportamentale tanto semplice? Eppure non riesco a trovarvi incongruità.



Approfondimenti
(ovvero cose che avevo inizialmente scritto, ma poi ho escluso dal testo)

  • Esempi di processi di sostituzione li troviamo nel funzionamento del cervello e nelle modalità in cui esso interagisce con l’ambiente circostante. L’etologo Konrad Lorenz per primo ha individuato il meccanismo definito ‘imprinting’, che fissa la relazione tra i cuccioli e la figura materna. È celebre l’esempio delle anatre che, alla schiusa dell’uovo, identificano la prima creatura che le accudisce come la propria madre. Lorenz si sostituì al genitore biologico e gli anatroccoli lo accettarono come tale, prendendo a seguirlo ovunque.
  • Desmond Morris, nel saggio “La scimmia nuda”, spiega che tutte le forme animali complesse, incluso l’uomo, vivono una perenne tensione tra neofilia e neofobia, ovvero tra la curiosità per il nuovo ed il timore delle novità. Per gestire la neofobia, la paura delle novità, attuiamo comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano.

Cit.: “Come ho già detto, anche gli individui socialmente bene adattati di tanto in tanto presentano questi ‘tic’, che di solito si manifestano in situazioni di stress dove hanno la funzione analoga di tranquillizzanti. Conosciamo bene queste manifestazioni. Il dirigente che aspetta una telefonata di vitale importanza tamburella o picchietta sulla scrivania, la donna che attende nella sala d’aspetto del medico apre e stringe le dita intorno alla borsetta, il bambino imbarazzato fa ondeggiare il proprio corpo a destra e a sinistra, il padre in attesa cammina avanti e indietro, lo studente al momento dell’esame succhia la matita, l’ufficiale preoccupato si liscia i baffi.

  • In questo io leggo un processo di sostituzione: sostituiamo all’inattività, che ci causa ansia, comportamenti ripetitivi che ci tranquillizzano. Anche qui, come nell’imprinting, emerge una capacità di adattamento descrivibile in termini di disponibilità a sperimentare un ventaglio di possibili opzioni comportamentali. Qualcosa di analogo accade nella lotta.

Cit.: “Esiste un’altra fonte importante di segnali particolari che nasce da un tipo di comportamento a cui è stato dato il nome di attività di spostamento. Uno degli effetti collaterali di un intenso conflitto interiore consiste nel fatto che l’animale talvolta presenta forme di comportamento strane e apparentemente non appropriate, come se la creatura, in stato di tensione, incapace di effettuare entrambe le cose che desidera disperatamente di fare, trovasse uno sfogo all’energia contenuta in un’altra attività completamente diversa.

  • La capacità di operare delle sostituzioni, a livello mentale, è da un lato efficace per migliorare la nostra capacità di sopravvivenza, dall’altro il fondamento di quelli che abbiamo imparato ad individuare come bias cognitivi. Sostituiamo l’idea della morte con l’idea di una vita eterna, e questo ci aiuta star meglio. Sostituiamo il benessere del gruppo al nostro benessere individuale, e questo aiuta la sopravvivenza del gruppo, ed in ultima istanza la nostra.
  • Il vantaggio, nell’utilizzare l’idea di ‘sostituzione’ al posto di altre formulazioni come p.e. il concetto di evoluzione, è che ci consente di prendere le distanze da un diffusissimo bias culturale legato all’idea che la natura proceda nella direzione di un continuo miglioramento, ovvero la base su cui poggia l’ideologia del progresso. Bias culturale che discende da un bias cognitivo: la necessità di pensare noi stessi migliori degli altri individui.
  • L’ideologia del progresso si fonda su una serie di assunti, di natura culturale, scientificamente infondati:
    – un processo evolutivo e sociale finalizzato al raggiungimento di un ‘vertice’
    – la specie umana al vertice del processo evolutivo naturale
    – il progresso umano come estensione del processo evolutivo
    Ragionare in termini di ‘processi di sostituzione’, anziché di ‘evoluzione’, ci consente di rimettere in prospettiva questi errori interpretativi.
  • La sequenza di ‘sostituzioni’ che caratterizza il processo evolutivo muove, necessariamente, in direzione di una maggiore complessità, nel momento in cui la complessità consente di ottenere un vantaggio nell’acquisizione di risorse (cibo, energia, materie prime). L’idea che questo sottenda un ‘miglioramento’ è un concetto astratto, un parto della mente umana. La natura non discrimina le specie in termini di migliori e peggiori, solo il pensiero umano è responsabile di una tale strumentalizzazione.
  • A monte di tutto, il pensiero scientifico, per come è stato definito, osserva e descrive, non giudica. Possiamo osservare come nel corso del tempo forme di vita diverse si siano succedute, in risposta a modifiche ambientali o mutazioni casuali, ma non possiamo affermare che alcune siano ‘migliori’ di altre a meno di applicare una scala dei valori frutto di una cultura antropocentrica ed autoreferenziale.
  • Escludendo le implicazioni per la specie umana, è evidente come le specie animali e vegetali ‘ingegnerizzate’, prima attraverso secoli di allevamento selettivo e più recentemente con l’ingegneria genetica, non possano definirsi ‘migliori’ di quelle selvatiche. In molti casi queste specie non sono più in grado né di sopravvivere ‘in natura’, né di riprodursi senza l’intervento dell’uomo. Allo stesso modo i territori sottoposti all’intervento umano, attraverso la deforestazione, le ‘bonifiche’, le pratiche agricole plurimillenarie, le urbanizzazioni, non possono definirsi in condizioni ‘migliori’ rispetto a quelli naturalmente intatti. Da un punto di vista biologico e di efficienza degli ecosistemi risultano infatti in varia misura compromessi, spesso in maniera grave.
  • Il processo di civilizzazione è il prodotto di una sinergia tra dinamiche di sostituzione di natura molto diversa tra loro. Le dinamiche di sostituzione di natura fisica (controllo del fuoco, sviluppo di agricoltura ed allevamento, civiltà tecnologica) hanno richiesto in parallelo l’elaborazione di nuove forme culturali che andassero a sostituire le precedenti idee legate all’equilibrio naturale.
  • Lo sviluppo tecnologico umano nasce da una rottura dell’equilibrio naturale, un processo culturalmente metabolizzato per mezzo di successivi eventi di sostituzione. Popoli antichi hanno trasferito questa consapevolezza nel racconto della Genesi biblica, dove il ‘peccato originale’ dell’uomo è il desiderio di conoscenza, il voler essere simile a Dio nel comprendere il mondo. Per questo l’umanità viene punita dalla divinità e condannata ad una vita di lavoro e tribolazioni.

Un paese mummificato

Ho appena iniziato ai seguire la registrazione del webinar “La progettazione della sicurezza stradale in ambito urbano”, organizzato da Polinomia in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia. È sempre un piacere ascoltare l’architetto Matteo Dondé, anche se questa volta, come mai prima, mi pesa addosso la disperante sensazione di aver buttato via altri anni preziosi.

Gli spunti sono tanti, a cominciare dalla frase “…qui togliere un posto auto può far cadere una giunta…” perché “…i cittadini si percepiscono come automobilisti”. È un concetto che non pare troppo strano. E in fondo non può apparire tale, vivendo da sempre dentro questa cultura. Eppure andrebbe ragionato! Come mai finiamo con l’identificarci, individualmente e collettivamente, con l’oggetto automobile ed il suo utilizzo?

La conclusione a cui sono giunto è che, nel corso degli anni, sia stata operata una sostituzione: alcune cose ci sono state tolte, altre ci sono state lasciate. Col risultato che, possedendo solo queste ultime, solo a queste ci siamo legati affettivamente, solo con queste ci siamo identificati Dal dopoguerra ad oggi ci sono stati chiesti sacrifici, lavoro, fiducia, ci sono stati tolti spazi per camminare, per giocare all’aria aperta, per socializzare, in cambio ci hanno riempito di denaro, di calcio, di automobili, di case perse nel nulla.

Chiaramente qualcuno ci ha guadagnato, altri ci hanno rimesso, noi tutti abbiamo perso moltissimo e siamo rimasti con in mano una manciata di perline colorate: scatole rotolanti a motore da dover cambiare ogni pochi anni (ma che bella l’automobile nuova, ci hanno raccontato), mentre diventavamo sempre più pigri, più sedentari, più tristi, più ignoranti e, inevitabilmente, più stupidi.

Deve essere stato relativamente facile far breccia in una popolazione ingenua e sprovveduta come la nostra, pompare modelli di autoaffermazione rudimentali ed egoistici, inondare il mercato di Fiat, di Ferrari, di Alfa Romeo, di Maserati, mostrarle sui giornali, nei libri, al cinema, in televisione, fino a consolidare una narrazione collettiva basata sull’individualismo ed il possesso di oggetti di status.

Quello che ci ritroviamo ora è un paese mummificato, aggrappato ad un feticcio che ingoia vite, risorse, natura e persone, senza più alcuna capacità di riottenere ciò che gli è stato tolto. Una popolazione che ha subìto una lobotomia frontale, e non ricorda più chi era, cosa aveva, cosa desiderava, ma vede ormai soltanto quello che ha sotto gli occhi uscendo di casa: un deserto di lamiere.

L’altra considerazione, ancora più amara, riguarda me, la mia generazione e tutti quelli che hanno cercato di arginare questa deriva. È evidente che abbiamo fallito, che nulla è cambiato. Comincio a pensare che il nostro errore sia stato un errore di scala. Un madornale errore di scala. Avremmo dovuto comprendere che il poco che riuscivamo ad ottenere, il pochissimo che ci veniva concesso, non solo non avrebbe cambiato la realtà in maniera significativa, ma nel complesso non avrebbe cambiato praticamente nulla.

A un certo punto della conferenza ho avuto un’epifania: mi sono visto di nuovo ai tempi della scuola, quando il maestro si stancava di insegnare e diceva a tutta la classe: “ora prendete l’album e le matite, e ciascuno faccia un disegno a piacere”. E come eravamo bravi a disegnare, quanto ci piaceva!

Da un certo punto di vista, stiamo facendo da anni la stessa cosa: disegnare un mondo di fantasia che non si avvererà mai. Non tanto perché non può avverarsi, quanto perché non deve. Ogni tanto qualcuno riceve un premio dal maestro, un bel voto, una pista ciclabile che fa il giro dell’isolato, destinata a decomporsi e cadere a pezzi insieme alle speranze che aveva suscitato. Ma poi che importanza ha? A quanti, nella vita, servirà saper disegnare?

Tutto il resto rimane immobile, paralizzato, inalterabile. D’altronde non siamo già al top? Siamo un modello per il mercato, abbiamo il massimo numero di automobili acquistate pro-capite. Spremere ancor più denaro dalle nostre tasche non deve sembrare possibile. La priorità, ad oggi, è che questa ‘bonanza’ non smetta. Che nulla cambi e che tutto resti com’è.

Dalla trasformazione alla conservazione

La cultura cui appartengo, per scelta, è quella della trasformazione. Sono insoddisfatto del mondo che ho ereditato e cerco, con tutte le mie energie intellettuali, di guidarlo in direzione di un miglioramento. Tale miglioramento, nelle intenzioni, dovrebbe partire dalle relazioni umane, e lo strumento scelto per invertire la direzione seguita negli ultimi decenni è il ridisegno degli spazi pubblici finalizzato alla riattivazione di una vita sociale e relazionale che è stata progressivamente marginalizzata dalla crescita urbana.

Dall’analisi degli ultimi decenni appare evidente come il processo di arricchimento individuale e collettivo seguito al boom economico abbia prodotto una progressiva disgregazione dei rapporti sociali. Da un lato la discesa dei costi delle cubature abitative ha garantito una sovrabbondanza di spazi individuali, dall’altro l’aumentata disponibilità alimentare e la diffusione dei sistemi mediatici di intrattenimento ha favorito l’autoisolamento dei cittadini negli ambiti privati.

La progressiva riduzione degli spazi di socialità ha veicolato un generale deperimento in tutto un ventaglio di aspetti dell’espressione umana che vanno dall’attivismo politico alle arti, alla letteratura. L’isolamento individuale, alimentato sia da una naturale propensione all’asocialità che dalle spinte di un sistema economico basato sui consumi, ha finito col produrre una società polverizzata, dove il principale canale di alimentazione culturale è divenuto quello verticale, dai fabbricanti di contenuti al singolo fruitore, anziché, come è stato per millenni, quello orizzontale, prodotto dallo scambio continuativo fra individui partecipanti a piccole e grandi comunità.

Non mi interessa, in questa riflessione, indagare come questo processo si integri nel modello che ho abbozzato relativo alla domesticazione umana, quanto, piuttosto, delineare una tendenza che va prendendo piede a seguito delle diverse crisi, economiche e sanitarie, che si sono susseguite nell’ultimo decennio, ed inquadrarla in una prospettiva ‘picchista’, ovvero dal punto di vista dell’ormai incontestabile evidenza della crisi delle risorse energetiche.

Nell’ultimo paio di secoli, la messa a sistema dello sfruttamento delle risorse fossili ha prodotto un’esplosione manifatturiera senza precedenti, un periodo storico che i geologi hanno ribattezzato ‘antropocene’. Questo processo ha interessato in vario modo le diverse parti del mondo, producendo trasformazioni più evidenti nei paesi e nelle città che hanno saputo drenare le porzioni maggiori di questa ricchezza.

Ma, superato il picco della ricchezza estraibile e man mano che i ritorni economici finiscono col decrescere, con il peso del debito contratto negli anni passati che grava su un’economia non più in grado di produrre i volumi di ricchezza precedentemente disponibili, una frazione sempre più ridotta di risorse resta disponibile per la trasformazione delle città e degli spazi urbani. Non solo, l’espansione sconsiderata dei decenni precedenti ha generato una quantità enorme di edifici ed infrastrutture: manufatti spesso già scadenti in origine ed ora bisognosi di interventi di manutenzione.

Spostando l’osservatorio al di fuori dell’ambito urbano possiamo vedere come il processo di costruzione ed asfaltatura di nuove strade, proseguito fino oltre metà degli anni ‘90, stia cedendo il passo ad un progressivo abbandono della rete viaria secondaria, con strade un tempo asfaltate ormai in rovina e nessun intervento mirato al loro recupero.

Quella che stiamo osservando, in questo momento storico, è probabilmente la fase di arresto delle grandi trasformazioni urbane e paesistiche, perlomeno nei paesi economicamente meno floridi come il nostro. Il momento in cui il grosso della spesa è inghiottito dalla necessità di interventi di manutenzione, riparazione, restauro dell’esistente, e non restano più che le briciole per rimetter mano alla quantità e varietà di errori commessi in un’epoca di investimenti allegri e di sconsiderato ottimismo.

Già ora osserviamo uno slittamento nelle parole d’ordine della politica: dallo slancio verso il futuro ancora presente alla fine del secolo scorso si va progressivamente spostando l’attenzione collettiva alla salvaguardia dell’esistente. Con i ponti e le infrastrutture degli anni ‘60 che iniziano a crollare ed intere porzioni di territorio rase al suolo dall’attività sismica, non pare esserci molto margine per realizzare nuove infrastrutture, o per investire in sistemi di trasporto innovativi.

Andremo avanti per un po’ a riparare e rappezzare quanto costruito nel passato recente, perdendo pezzi via via più grossi lungo la strada. Col tempo dovremo arrenderci all’evidenza che quanto di mal realizzato non potrà essere riparato indefinitamente, né tantomeno ripristinato o corretto, perché mancheranno le risorse. Infine anche lo sforzo dedicato a far funzionare l’esistente si esaurirà. Sul cosa accadrà dopo sono abbastanza preoccupato.

Ama il prossimo tuo

Da tempo provo ad immaginare un modo per conciliare le istanze ambientaliste con la dottrina cristiana. Sul tema è intervenuto recentemente papa Francesco, con l’enciclica ‘Laudato sì’, sviluppando però un ragionamento tutto interno alla dottrina cattolica. Dal mio punto di vista, più vicino al pensiero scientifico, proverò ad aggiungere ulteriori spunti di riflessione.

Se ragioniamo l’insegnamento di Cristo da un punto di vista strettamente filosofico, osserviamo il tentativo di reinterpretare l’impianto teologico della tradizione ebraica nell’intento di aggiornarlo ed umanizzarlo. L’estrema sintesi del dettato biblico, operata dal pensiero cristiano, sta proprio nel dettato “ama il prossimo tuo come te stesso”, estrema sintesi dei comandamenti biblici.

Un imperativo morale radicale per l’epoca in cui fu formulato e, per quanto condiviso da miliardi di persone, ben lontano dall’essere pienamente applicato. In molti casi ciò avviene perché il concetto di ‘prossimo’ non viene applicato in conformità alla sua originale intenzione, estesa all’intero genere umano. Oltre a ciò, non basta certo una direttiva di natura filosofica (per non dire ideologica) ad inibire le pulsioni individualiste e gli imperativi biologici tipici di ogni essere vivente.

Paradossalmente, l’amore per il prossimo concorre ad aggravare i guasti ambientali. Il problema non è tanto nel messaggio in sé, ovvero l’invito ad una fratellanza universale, quanto nella dinamica che esso instaura con dettati preesistenti e molto più antichi, formulati in epoche in cui le priorità erano diverse dalle attuali.

Il primo e più antico fra questi dettati è l’ordine divino “crescete e moltiplicatevi”, di origine biblica. Stante che il cristianesimo discende in linea diretta dalla bibbia ebraica, che rimane un testo sacro di riferimento, tale mandato viene ancora interpretato in senso letterale.

L’imperativo a “crescere e moltiplicarsi”, per i popoli antichi, era una questione di vita o di morte, non tanto per i singoli individui quanto per la cultura stessa di cui erano portatori. Nell’età del bronzo i processi innescati dalla progressiva diffusione delle pratiche di agricoltura ed allevamento avevano portato alla nascita delle prime città e dei primi imperi. Questi ultimi avevano l’abitudine di assoggettare le popolazioni circostanti ed imporre loro la propria cultura, cancellando le tradizioni preesistenti.

Se sommiamo il “crescete e moltiplicatevi” con “ama il prossimo tuo come te stesso”, ne discendiamo una visione della storia umana caratterizzata da un mandato divino alla progressiva presa di possesso del pianeta, per realizzarvi un benessere diffuso di natura strettamente antropocentrica che, in assenza di freni, finisce con l’assecondare la gran parte degli istinti predatori e delle pulsioni egoistiche della nostra specie.

Se devo “amare il mio prossimo come me stesso”, non posso impedirgli di “crescere e moltiplicarsi”. E tuttavia, se non si pone un freno alla crescita demografica, la specie umana finirà col sottrarre ogni possibile spazio alle forme di vita selvatiche, trasformando il pianeta in un’immensa fattoria e condannando all’estinzione tutte le specie viventi non direttamente connesse all’alimentazione umana (ammesso che ciò sia realizzabile senza causare il collasso degli ecosistemi).

Un terzo fattore culturale ad aver favorito l’instaurarsi di una crescita incontrollata delle popolazioni è l’idea biblica di una ‘fine del mondo’, seguita da un ‘Giudizio Universale’. La prospettiva che la Storia dell’umanità avrebbe potuto concludersi, per decisione divina, inaspettatamente e da un momento all’altro, ha accompagnato lo sviluppo della civiltà occidentale fino a tempi relativamente recenti.

Per millenni le popolazioni cristiane si sono limitate a vivere e, per quanto possibile, prosperare nel rispetto dei dettami religiosi, senza concretamente porsi il problema di cosa sarebbe potuto accadere dopo di loro. Il futuro del Mondo essendo demandato alla volontà divina, sulla quale poco o nulla avrebbero potuto influire le opinioni, o le azioni, dei singoli individui.

Solo l’avvento dell’illuminismo e del pensiero scientifico porterà l’umanità a riflettere sul proprio destino futuro. L’epoca in cui questo avviene è segnata dalla nascita della cosiddetta ‘narrativa d’anticipazione’, che vede in Jules Verne uno dei suoi capostipiti. Un genere letterario che adotterà solo in seguito, nei primi decenni del ventesimo secolo, la moderna definizione di fantascienza.

La fantascienza ha contribuito a renderci consapevoli di come la somma di tutte le nostre azioni abbia un’influenza diretta sul mondo. Di come la vocazione, individuale e collettiva, biologica e culturale, a “crescere e moltiplicarsi” abbia prodotto la sovrappopolazione del pianeta, il progressivo esaurimento delle risorse naturali ed un danno significativo alla biodiversità. La ‘fine del mondo’, anziché avvenire per scelta divina, è rientrata nel ventaglio delle possibili conseguenze di dissennate decisioni dell’uomo.

Per quanta poca fiducia possa riporre nel potere di contrasto della filosofia rispetto agli imperativi biologici (le filosofie vengono abbracciate più facilmente e convintamente quando assecondano i suddetti imperativi, anziché contrastarli), nondimeno resto convinto che tutte le vie potenzialmente in grado di impedire il collasso planetario debbano essere tentate.

Al fine di evitare conseguenze ancora peggiori agli equilibri naturali messi a repentaglio dall’operato umano, può valer la pena provare a scavare più a fondo nell’interpretazione dei dettati ancestrali della nostra cultura, e rileggere quei testi alla luce di una consapevolezza moderna. In partenza, si potrebbe prendere atto di come la prescrizione a “crescere e moltiplicarsi” sia già stata onorata più che a sufficienza, e che non sia il caso di insistere ulteriormente.

Ancor più utile sarebbe riuscire a ragionare il termine “prossimo”, presente in ‘ama il prossimo tuo’, in termini diversi da quanto fatto fin qui. Non già nel significato di prossimità fisica, ovvero di chi ci è vicino, quanto di prossimità temporale: ‘ama i prossimi umani’, quelli che verranno dopo di te. L’ambiguità del termine, nella lingua italiana, facilita questa chiave di lettura.

Perché i ‘prossimi umani’, i nostri figli, i nostri nipoti, le generazioni che verranno dopo di noi, erediteranno un mondo inquinato ed impoverito dal nostro egoismo. Un mondo sovrappopolato, in cui l’approvvigionamento alimentare sarà a forte rischio e l’innalzamento del livello dei mari potrà allagare terre ora ricche e fertili. Un mondo in cui la maggior parte delle specie animali esistenti potrebbe semplicemente sparire nel nulla in un arco di tempo drammaticamente breve, assieme agli habitat .

Parliamo di riscaldamento globale, di scioglimento della calotta antartica, di acidificazione degli oceani, fino alla prospettiva peggiore di tutte: l’avvio di un effetto serra auto-alimentante che rischia di trasformare la Terra in un gemello del pianeta Venere, un mondo ridotto ad un forno cocente e velenoso sul quale la vita stessa non sarà più in grado di esistere.

San Francesco aveva provato a farci interpretare il concetto di ‘prossimo’ includendovi tutte le specie viventi di quella che considerava la Creazione divina. Una concezione probabilmente troppo estremista e troppo lontana dall’egoismo biologico per poter prender piede diffusamente.

Nel mio sentire laico, il terreno comune tra pensiero cristiano e spirito ecologista, indispensabile a fronteggiare le sfide ambientali che ci attendono, sta, in buona parte, nella rilettura del significato di quale sia il ‘prossimo’ da amare, cercando di individuarlo in chi è lontano da noi non solo nello spazio, ma nel tempo ancora da venire.

La nostra capacità di venire a capo dei problemi causati dall’avvento della civiltà industriale dipenderà unicamente dalla disponibilità che sapremo dimostrare nel sacrificare i nostri appetiti immediati alle esigenze delle generazioni a venire. Una rivoluzione culturale che siamo ben lontani dall’aver anche solo iniziato.

Una vacanza bici+mare

Quest’estate, tra covid ed altre beghe, io e mia moglie abbiamo optato per una vacanza in relativo relax, riuscendo a conciliare la sua passione per il mare con la mia per la bicicletta. Non potendo spostarci all’estero, dove questa forma di turismo è ben più sviluppata, e soprattutto non volendo imbarcarci in un viaggio itinerante in un paese, il nostro, che non ha attenzione per la sicurezza dei viaggiatori su due ruote, abbiamo cercato una destinazione ‘bike-friendly’. La scelta è infine caduta sulla Via Verde della Costa dei Trabocchi. Non essendo la ciclovia ancora completata, ragionando sui segmenti già operativi abbiamo stabilito di cercare alloggio in un punto intermedio del tratto fruibile più a nord, quello tra Ortona e Fossacesia, in modo da sfruttare il tracciato ciclabile per spostarci ogni giorno in una spiaggia diversa. La scelta è caduta su Marina di San Vito Chietino, dove abbiamo affittato un appartamento con affaccio sul mare a breve distanza dalla ciclovia.

La ciclovia
Il percorso si snoda sul sedime dismesso della ferrovia Ortona-Vasto, il cui tracciato, a causa della continua erosione operata dal mare, è stato spostato più nell’entroterra. Dopo la rimozione dei binari si è scelto di destinare il sedime dismesso a pista ciclabile, realizzando un tappeto di asfalto e ristrutturando le gallerie. Sebbene il lavoro sia ancora incompleto e la ciclovia non interamente percorribile, allo stato attuale il tracciato risulta ugualmente molto fruibile, consentendo uno sfruttamento ottimale di un lungo tratto di costa prima reso difficilmente raggiungibile proprio dalla presenza della linea ferroviaria. Dal punto di vista ciclistico, pedalare in sicurezza a pochi metri dal mare, con gli affacci sulle spiaggette e sui trabocchi che si susseguono senza soluzione di continuità, rappresenta un’immersione nella bellezza difficilmente descrivibile. L’estrema regolarità del percorso, unita all’assenza di dislivelli tipica dei tracciati ferroviari, consente di chiacchierare amabilmente mentre si percorre la pista alla ricerca della spiaggia ideale. Unica nota dolente l’assenza di illuminazione delle gallerie, prevedibile considerando il fatto che non fossero ancora aperte al pubblico transito.

Situazioni problematiche
A questo riguardo va detto che nei primi giorni della nostra vacanza abbiamo trovato diverse gallerie sbarrate da recinzioni… ostacoli che sono stati poi rimossi, apparentemente, ‘a furor di popolo’. Fatto prevedibile, dato che la domanda di mobilità ciclistica e pedonale, sulla tratta, si è dimostrata estremamente consistente. Gallerie che, nei primi giorni, risultavano sbarrate o di difficile accesso, a fine settimana venivano serenamente percorse da decine di bagnanti che non hanno ritenuto di dover attendere il collaudo di agibilità. Il tratto più affollato, e di gente a piedi più che di biciclette, è risultato proprio quello in prossimità del paese dove alloggiavamo. Mentre a Fossacesia la pista passa più lontano dal mare, ed il transito dei villeggianti si svolge sulle strade a ridosso della spiaggia, a Marina di San Vito i bagnanti provenienti dal borgo affollano il tracciato percorrendo a piedi la ciclovia anche per lunghi tratti. In prossimità di Ortona il rifacimento del fondo asfaltato non era ancora stato completato. Oltre a questo, la galleria detta dell’Acquabella, molto più lunga delle altre e con una curva a metà che impedisce di sfruttare la luce in entrata dal lato opposto, ha richiesto l’impiego di lampade per il transito (cosa che non ha ostacolato più di tanto il significativo viavai di ciclisti e pedoni in ogni occasione in cui l’abbiamo percorsa). Ad Ortona il sedime si riduce ad una pietraia e termina sotto uno svincolo stradale. Ho scoperto solo in seguito che il tracciato, ben sistemato, prosegue ancora oltre, ma le due tratte non sono al momento collegate. Dal lato opposto, oltre Fossacesia la ciclovia prosegue asfaltata ma in mezzo al verde, lontano dalla riva, fino a Torino di Sangro, poi per alcune centinaia di metri il sedime è di nuovo una pietraia sconnessa, fino al punto in cui è totalmente assente, franato a causa dell’aggressione dei marosi. Più oltre la ciclovia prosegue ancora fino a Vasto, ma la distanza da San Vito e l’impossibilità di riallacciarsi al tracciato senza percorrere tratti di strada fortemente trafficati ci hanno dissuaso dall’esplorazione.

Il mare
La costa abruzzese, almeno nel tratto da noi esplorato, è risultata estremamente bella e pulita, oltreché ricca di pesci a farci compagnia nelle sessioni di snorkeling. Le spiagge sono quasi tutte a ciottoli, problema aggirabile con le apposite calzature ‘da scoglio’. Le uniche spiagge sabbiose le abbiamo trovate ad Ortona e Fossacesia. In alcuni punti, sugli scogli e nel fondale, abbiamo riscontrato la presenza di anemoni, che abbiamo avuto cura di evitare di toccare. In una singola nuotata ci ha fatto compagnia una medusa solitaria, che è stata molto bella da vedere… a debita distanza.

Dotazione logistica
Sulle biciclette avevamo una coppia di borse da viaggio per trasportare il necessario: asciugamani, pranzo al sacco, maschere da sub ed una tendina aperta che ha degnamente sostituito il tradizionale ombrellone (potendo oltretutto richiudersi in un sacchetto di dimensioni poco superiori a quelle di un avambraccio), oltre alle suddette calzature da scoglio e ad una piccola telecamera con custodia impermeabile per le riprese subacquee.

Conclusioni
Sicuramente una proposta di vacanza adatta alle esigenze di coppie e famiglie cui piaccia muoversi in bicicletta, senza doversi sobbarcare l’impegno di un vero cicloviaggio. La presenza di una abbondante offerta ristorativa in loco, di ottima qualità ed a prezzi contenuti, ci ha consentito di fare (quasi) del tutto a meno dell’automobile, la cui unica funzione è stata di portarci a destinazione e riportarci a casa, restando poi parcheggiata ed inutilizzata per l’intera settimana.

Darwin, gli estremisti e i disadattati

Ho passato quasi la mia intera esistenza a sentirmi un disadattato. Poi sono approdato a Darwin e Goleman, e la mia sensazione ‘a pelle’ ha trovato una esatta collocazione razionale all’interno di una descrizione in termini evoluzionistici della società umana.

La genetica molecolare ci insegna che, all’interno di una specie vivente, non esistono due individui identici. Questo è il prodotto della riproduzione sessuata: ad ogni nuovo nato avviene un rimescolamento dei geni paterni e materni. La presenza di individui dotati di lievi differenze l’uno dall’altro rappresenta la chiave del processo evolutivo.

Lo scostamento dal modello tipo rappresenta, solitamente, un problema per l’individuo portatore di tale carattere. A titolo di esempio, in una specie che popoli un determinato habitat la lunghezza del pelo è perfettamente adattata al range di temperature solitamente presenti. L’individuo che, occasionalmente, nasca con una peluria più lunga o più folta della media risulterà perciò svantaggiato.

Ma la specie nel suo complesso ha necessità di produrre questi individui ‘svantaggiati’, perché le condizioni climatiche possono variare nel tempo. Se le temperature medie scendono, su un arco temporale di anni o di secoli, gli individui col pelo più folto risulteranno avvantaggiati, e trasmetteranno questo carattere alla propria discendenza, che continuerà a prosperare. Se la trasformazione climatica diventa permanente, ciò causerà una definitiva trasformazione nelle caratteristiche medie della specie.

I ‘caratteri estremisti’ non attengono unicamente l’aspetto fisico degli individui. In una specie caratterizzata da comportamenti sociali, atteggiamenti ‘estremisti’, rispetto alla media del branco, sono propri di singoli individui. Individui che tendono ad allontanarsi, che esplorano il territorio, e che si espongono, in questo modo, a rischi maggiori.

Daniel Goleman, in “Intelligenza sociale”, spiega come la collettività tragga vantaggio dall’esistenza di questi comportamenti estremisti, e trovi il modo di compensare il maggior rischio corso da questi individui, e la relativa brevità delle loro vite, facendoli riprodurre con più facilità rispetto agli individui, la maggior parte, dotati di un carattere più gregario.

Il tratto distintivo della specie umana è rappresentato dall’intelligenza, ed inevitabilmente anche questa, come ogni carattere, è distribuita in maniera diseguale. La gran parte della popolazione dispone di un Q.I. (quoziente intellettivo) pari a 100, mentre il ventaglio dei restanti si estende, con numeri via via più ridotti, in entrambe le direzioni.

Estendendo il parallelo darwiniano alla sfera intellettiva, dovremo aspettarci che gli individui dotati di Q.I. più elevato della media tendano ad allontanarsi più degli altri dall’areale (culturale) in cui staziona il branco, ad esplorare territori sconosciuti, a padroneggiare materie che la maggior parte dei consimili non sente alcun bisogno di approfondire.

Da questa esigenza intellettuale al diventare dei ‘disadattati’ il passo è breve. Conoscere più della gran massa delle persone, maneggiare concetti che per gli altri sono astrusi, avere una comprensione lucida di cognizioni complesse, finisce con l’alienare questi individui dalla massa dei propri consimili, e consegnarli alla solitudine.

Da adolescente disadattato ho esplorato la questione e mi sono sottoposto a test del Q.I. ed è risultato che i miei valori eccedevano significativamente la media. Parliamo di esiti superiori a 140 punti (più prossimi ai 150) su diversi ventagli di abilità (letterarie, numeriche, visivo/spaziali). Ma non sempre conoscere il proprio problema consente di affrontarlo nella maniera migliore.

Perché mi aspetto che questo tema interessi i lettori del mio blog? Qui entra in gioco un bias cognitivo noto come Bias di Proiezione: il nostro cervello rifiuta il fatto che gli altri siano diversi da noi. Questo fa sì che le persone particolarmente intelligenti tendano a considerare gli altri al loro stesso livello, spesso commettendo errori grossolani.

Prima di passare ad illustrarvi le conseguenze di questo ragionamento sarà utile contestualizzare il problema che vi/ci riguarda. La maniera migliore mi sembra partire da un grafico. La curva qui sotto raffigura la distribuzione del quoziente intellettivo nella popolazione umana. La freccia indica dove si collocano, secondo una mia verosimile stima, i lettori di questo blog.

Non mi interessa accattivarmi le simpatie di chi legge. È ormai acclarato che quasi metà della popolazione italiana sia costituita da analfabeti funzionali, fatto che, da solo, già esclude tutta la parte sinistra della curva. Del rimanente 50%, solo una piccola frazione frequenta spazi informativi (la maggior parte di chi è in grado di leggere e scrivere passa il tempo a battibeccare sui social). Di questi spazi informativi i meno gettonati risultano quelli caratterizzati da un linguaggio prolisso, argomentazioni cervellotiche ed uso di locuzioni desuete. Ed eccoci qui.

Se siete arrivati a leggere la mia paginetta è perché la produzione culturale di massa (perdonatemi la definizione) non vi soddisfa pienamente, o perché state cercando risposte che altrove non trovate. Magari perché vi ponete domande senza aspettare che qualcun altro le formuli per voi, avendo compreso che le domande di quel tipo sono strumentali al rifilarvi risposte già belle e confezionate.

Siete qui per un’insoddisfazione di fondo che non sapete spiegare. Perché vi sembra che manchi sempre qualcosa, qualche pezzo di ragionamento, o qualche sfumatura artistica nei prodotti di intrattenimento, o qualche sviluppo nei termini dell’agire umano che sarebbe altamente auspicabile… ad esempio una svolta ambientalista negli indirizzi politici globali.

Siete qui perché pensate che in un sistema democratico valga la volontà della maggioranza, e non riuscite a spiegarvi come mai la vostra volontà non venga quasi mai rappresentata nelle scelte politiche ed economiche. Perché vi siete sempre riconosciuti in partiti di minoranza. Perché vi sentite apostrofare come ‘estremisti’ quando sviluppate analisi del tutto ragionevoli. Perché non siete ‘adattati’ al sentire corrente… altrimenti passereste il vostro tempo ad ascoltare la radio o ad informarvi sul mondo del calcio.

Il motivo di ciò sta nel grafico di cui sopra: voi ed io non facciamo parte della ‘maggioranza’. È brutto sentirselo dire, l’animo umano soffre nel sentirsi emarginato, il Bias di Proiezione scalpita e protesta. Purtroppo è la realtà: la maggioranza opera scelte che in gran parte ci escludono.

Di conseguenza i prodotti di intrattenimento vi appaiono spesso mediocri, i film prevedibili, la musica banale, i programmi di approfondimento superficiali, i giornali buoni per incartare il pesce. Il problema non è loro (quantomeno non completamente), è nostro. Nella società dei consumi ogni prodotto è indirizzato ad un target ben preciso, di norma il più vasto possibile. Semplicemente, quel target non siamo noi. I prodotti adatti ad interessarci vanno cercati col lanternino.

E se vi sembra che i prodotti culturali del passato fossero mediamente migliori, anche questo ha una spiegazione. Nel passato gli artisti avevano un maggior controllo sulla propria produzione, ed erano necessariamente le menti più brillanti del proprio campo. Non cercavano unicamente denaro e consenso, non producevano per un pubblico massificato: spesso facevano le cose che più gli piacevano.

Quindi era più facile che cogliessero aspetti in grado di interessare il lato estremo della curva, quello di cui anche loro facevano parte, e nel generare una produzione artistica di alto livello trascinavano con sé anche il proprio pubblico. Penso alla musica, alla letteratura, alla pittura, alla danza, ma il discorso può essere esteso a qualunque ambito espressivo.

Nel tempo, la democratizzazione del processo artistico ha fatto sì che gli strumenti di creazione fossero alla portata di un ventaglio sempre più ampio di persone, e la diffusione dei relativi prodotti raggiungesse una capillarità mai vista prima. Questo ha consentito anche ad artisti non eccelsi di generare forme d’arte rudimentali, in grado di raccogliere l’approvazione di un pubblico più vasto, e generare un maggior indotto commerciale, rispetto ad altre forme d’espressione più colte.

La massificazione è un portato del processo di domesticazione che interessa la nostra specie ormai da millenni. Nell’allevamento di massa la ricerca di un nutrimento (intellettuale) per gli individui ‘estremisti’ è uno spreco di tempo e risorse, e non ha un adeguato ritorno sull’investimento.

Perciò continueremo a cercare musica che ci racconti qualcosa di nuovo, mentre intorno a noi risuonano i ‘Tunz-Tunz’ della dance fabbricata in serie. Continueremo a cercare film e romanzi che non siano brutte copie di quanto già visto e letto in passato, scavandoli fuori da canali distributivi sempre più minuscoli e capillari. Continueremo ad attendere proposte politiche sensate, e ad aspettarci che il mondo intorno le accolga.

Lo so, fa male, ma ve lo dovevo dire. Questa è la terra incognita che il mio peregrinare ‘estremista’ ha finito con lo scoprire. Questa è la conoscenza che sono riuscito ad acquisire scampando ai predatori e percorrendo sentieri solitari. Non serve a molto, dato che l’areale di questa specie è impossibilitato ad espandersi, le risorse si vanno progressivamente esaurendo, e non c’è segno che la parte sinistra della curva possa cominciare ad interessarsi al problema. E men che meno provare a reagire.