La sindrome di Mosé

a_Pl123_500_314La ‘sindrome di Mosé’ è un problema col quale convivo da anni, anche se non la troverete menzionata in nessun manuale di psicanalisi. Periodicamente si aggrava, quindi ne pratico una temporanea rimozione e riprendo da capo, almeno per un po’.

Riassunta in poche parole la ‘sindrome di Mosé’ consiste nella perdurante sensazione che non si godrà mai il frutto del proprio lavoro, per quanto a lungo si porterà avanti lo sforzo in direzione della trasformazione.

Nel racconto biblico Mosé guida il popolo ebraico nella fuga dalla schiavitù d’Egitto alla Terra Santa. Egli sa già in anticipo, perché Dio gliel’ha anticipato, che non vi potrà entrare. Così Mosé vaga col suo popolo per quarant’anni nel deserto, e quando finalmente arriva in prossimità della Palestina muore, dopo averla scorta in lontananza.

Più un quarto di secolo fa (correva l’anno 1988), iniziava il mio percorso di cicloattivista. Mai avrei immaginato di passare così tanto tempo ‘nel deserto’. L’economia del paese era florida, le automobili già allora troppe ed i ciclisti troppo pochi, ma c’erano segnali che lasciavano un buon margine all’ottimismo.

Il movimento ambientalista, per dire, era molto forte in Europa, ed anche i ‘Verdi’ italiani non avevano ancora imboccato la china declinante che li avrebbe portati alla totale estinzione. Le esperienze di ciclabilità in Austria e Germania sembravano indicare una via da percorrere relativamente semplice, a basso costo e foriera di vantaggi per tutti.

Ma il deserto ci inganna coi suoi miraggi. La Vienna che percorsi in bici nell’estate del 1991 era già allora una realtà ciclisticamente e trasportisticamente molto più avanzata della Roma attuale. Il gap che, ingenuamente, pensavo avremmo colmato nell’arco di pochi anni, complice soprattutto una classe politico/amministrativa tra le più insulse del globo terracqueo, non fece che ampliarsi.

L’ingenuità, da parte mia e di molti altri, fu convincersi che la realtà avrebbe teso verso ‘il meglio’ spontaneamente. Il compito che scegliemmo per noi stessi, per agevolare il processo, fu quello di far crescere il numero dei ciclisti.

Qui va fatta una digressione, perché non è semplice comprendere le difficoltà ed i limiti d’azione di un periodo collocato più di vent’anni nel passato. All’epoca non esisteva l’immediatezza di internet, non c’erano nemmeno i telefoni cellulari. Per fare un giro in bicicletta bisognava organizzarsi con settimane di anticipo.

Le associazioni producevano calendari cartacei di durata annuale nel corso di riunioni dal vivo. Gli accompagnatori pubblicavano su questi calendari, accanto al titolo della pedalata, il proprio numero telefonico di casa, in modo che gli interessati potessero chiamare a ridosso dell’evento per farselo confermare. Portare in gita un gruppo di dieci persone era già un successo, a volte si partiva anche solo in tre o quattro.

Lungo il percorso si usavano cartine geografiche che non riportavano l’altimetria, se non con delle frecce nei punti più ripidi. Ad ogni bivio c’era il rischio di sbagliar strada, e una volta ‘on the road’ si era totalmente disconnessi. Per avvisare chicchessia bisognava trovare un telefono fisso. A gettone.

Eppure, nonostante tutte queste limitazioni, il numero dei ciclisti aumentava di anno in anno, e noi ne eravamo contenti. Adesso, oltre un quarto di secolo dopo, il numero dei ciclisti è decuplicato. Spontaneamente, dal momento che le istituzioni non hanno mosso neppure l’ombra di un dito se non costrette da pressioni esterne.

Ci sarebbe da esserne contenti, se non fosse che, mentre i ciclisti passavano da ‘quasi nulla’ al ‘decuplo di quasi nulla’, parallelamente le automobili passavano da ‘troppe’ al ‘doppio di troppe’, vanificando ogni nostro risultato e producendo una situazione di gran lunga peggiore rispetto a quella iniziale.

Non mi pongo il dubbio se le cose sarebbero potute andare diversamente, non lo credo. Citando Spinoza: ‘solo quello che accade aveva realmente possibilità di accadere’. E tuttavia com’è che non ce ne siamo resi conto? Possiamo imparare dai nostri errori onde evitare di ripeterli?

L’evidenza è che ci siamo troppo concentrati su questioni minuscole, perdendo progressivamente di vista il quadro generale. Mentre seguivamo con attenzione ossessiva la realizzazione di spezzoni insignificanti di piste ciclabili, decine di chilometri di strade prive di sistemazioni in sicurezza venivano aggiunti alla rete viaria.

Mentre ci battevamo per migliorare la manutenzione di un tratto di pista più frequentato, il resto della rete veniva lasciato all’abbandono. Mentre collaboravamo alla stesura di un Piano Quadro che poi sarebbe rimasto unicamente su carta, sepolto in un cassetto, la città moltiplicava le cubature residenziali, si espandeva a macchia d’olio, ingigantendo a dismisura quegli stessi problemi che stavamo ottimisticamente pensando di risolvere.

Quanta malafede c’è stata da parte delle istituzioni, dei referenti politici e tecnici, degli enti preposti? Tanta. Troppa. Al punto da non consentire ormai altro che una totale sfiducia. Sfiducia che si possa iniziare qualsiasi trasformazione, che si possa anche solo volerla, che queste persone siano semplicemente in grado di immaginarla.

Non si può sovvertire una distorsione gravissima come l’abuso nell’impiego di mezzi di trasporto privati ponendo in atto interventi dall’effetto nullo, capaci di produrre soltanto il dilazionamento della soluzione e lo spontaneo e progressivo aggravarsi del problema.

Quello che mi hanno insegnato gli ultimi ventisette anni di peregrinazioni nel deserto intellettivo di questa città, o meglio, di questa nazione, è che seguendo la strada fin qui intrapresa non ne usciremo mai. Ed è tuttavia urgente una collettiva presa di coscienza.

Presto assisteremo ad un evento chiave nell’evoluzione della galassia cicloattivista italiana, l’assemblea romana del movimento #salvaiciclisti, che a tre anni e mezzo dalla mobilitazione del 2012 proverà a fare un ulteriore salto di qualità. Ma, mia opinione, non servirà se non produrrà un’entità in grado di confrontarsi con gli errori del passato.

Da giorni cerco di sollevare una riflessione sulla necessità di radicalizzare le richieste ed il piano di confronto con le amministrazioni, di veicolare idee per una trasformazione concreta e non semplicemente cosmetica delle città. Con scarsi risultati.

La stesura di due diverse versioni di uno stesso “Manifesto per una mobilità umana” non è servita a rimettere in discussione forme mentis fallimentari ed ormai vetuste. La tentazione di gettare la spugna è soverchiante.

Ma sono poco oltre la metà del cammino. Il ‘deserto’ che mi aspetta durerà (almeno) altri quindici anni, e forse la Terra Santa nemmeno la vedrò in lontananza. Nonostante questo, nonostante la mia incontestabile incapacità di redigere un manifesto degno di questo nome, penso che il lavoro che mi spetta non sia ancora terminato.

Abbandonerò perciò la stesura del manifesto e mi concentrerò sulla formalizzazione delle idee che ho finito col maturare sulle modalità della tanto auspicata inversione di rotta. Sarà l’oggetto del prossimo post.

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One thought on “La sindrome di Mosé

  1. “L’evidenza è che ci siamo troppo concentrati su questioni minuscole, perdendo progressivamente di vista il quadro generale”. Partiamo da qui. Grazie per questa riflessione così sincera e personale. L’esperienza passata era a mio avviso necessaria. Si impara sempre e solo dagli errori, o meglio, dai tentativi (perché non credo il lavoro del cicloattivismo romano possa definirsi un errore). Guardare a quello che si è fatto e soprattutto come è stato fatto. E nel contempo guardare in modo schietto alla situazione attuale. Servono idee nuove e serve una base economica da cui partire. Le persone ci sono pure, la buona volontà c’è sempre stata.

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