Il trionfo della morte – 3

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Parte terza: l’avvento dell’intelligenza

Qual’è stato, dunque, l’evento scatenante capace di distoglierci così tanto dal corso dell’evoluzione biologica della vita sul pianeta? Cosa ha fatto sì che, da creature perfettamente integrate nella biosfera terrestre, ci trasformassimo, collettivamente ed in maniera individualmente inconsapevole, negli artefici della più grande estinzione di massa di specie viventi dai tempi dei dinosauri?

La risposta sta nella nostra unicità, nella caratteristica che abbiamo maggiormente sviluppato rispetto alle altre specie: l’intelligenza. Sul come e perché questa si sia venuta affermando occorrerà effettuare un’ulteriore digressione.

Avevamo lasciato gli organismi viventi alle prese con la differenziazione tra autotrofi (le piante, in grado di nutrirsi grazie alla radiazione solare) ed eterotrofi (organismi in grado di nutrirsi di altri organismi). Mentre per i primi non vi è l’esigenza di effettuare grandi spostamenti, per gli eterotrofi la mobilità diventa ben presto un tratto “vincente”. Le piante diventano organismi stanziali, mentre gli animali sviluppano in breve articolazioni (muscoli, pinne, zampe) per aumentare la propria capacità di muoversi e di nutrirsi.

Ben presto interviene una ulteriore differenziazione tra gli eterotrofi: come già accaduto per il proliferare degli autotrofi (il cui numero e diffusione li ha resi una riserva di cibo appetibile), aumentando la popolazione di “erbivori” si rende disponibile una nuova risorsa alimentare, ed alcune specie si diversificano diventando capaci di nutrirsi direttamente di creature appartenenti al regno animale anziché di quello vegetale.

Questa ulteriore diversificazione tra erbivori e carnivori comporta l’entrata in scena di meccanismi di difesa/offesa molto diversificati. I predatori sviluppano “strategie” atte a prevalere (denti, artigli, velocità e massa corporea), i predati sviluppano strumenti di difesa (massa corporea, ispessimento dell’epidermide, aculei, corna… altri perfezionano invece velocità, ridotte dimensioni e la capacità di rifugiarsi al sicuro).

Tutto questo, sia chiaro, non avviene in maniera intenzionale e premeditata ma semplicemente come l’affermarsi, su un arco di tempo di molte generazioni, di caratteristiche “vincenti” sul piano evolutivo. L’individuo (predatore) più veloce riesce a nutrirsi meglio e riprodursi con maggior facilità di quello lento, ed a trasmettere le sue caratteristiche vantaggiose alle generazioni successive.

Allo stesso modo si perfezionano gli organi sensoriali nei predatori per individuare le prede (e viceversa). Vista, udito, olfatto diventano progressivamente più efficienti, comportando la necessità di una crescita del cervello, destinato ad elaborare tali informazioni. L’aumento della capacità intellettiva è dovuto anche ad un’altra importante strategia evolutiva: lo sviluppo della socialità.

Se l’animale più grosso è in grado di difendersi di predatori meglio di quello più piccolo, allo stesso modo un gruppo di animali, coordinandosi, è in grado di far fronte a predatori aggressivi di fronte ai quali il singolo individuo soccomberebbe. Stesso discorso per i predatori, che cacciando in branco sono in grado di catturare e sopraffare prede più grosse di loro.

Diventa a questo punto necessario lo sviluppo di un “linguaggio”, fatto anche solo di semplici suoni e movimenti corporei, per coordinare i diversi individui, come pure la creazione e gestione di gerarchie sociali per consentire agli individui più intelligenti di coordinare le strategie di attacco e difensive.

Un esempio lampante si vede in questo video girato a Kruger Park, in Sudafrica. Un gruppo di leonesse attacca un piccolo bufalo africano rimasto isolato, tentando di sopraffarlo grazie al numero. Tuttavia, poco dopo, l’intero branco, richiamato dalle “urla” del piccolo, corre in suo soccorso, ed il rapporto di forze viene ben presto ribaltato.

L’evoluzione di predatori e prede avviene di pari passo, perché l’equilibrio tra le popolazioni è dinamico: un predatore troppo efficiente crescerà numericamente causando la decimazione delle sue prede, e gli individui sopravvissuti saranno stati selezionati tra i più forti, veloci e resistenti del branco, risultando più difficili da predare e trasmettendo alla discendenza tali caratteristiche.

All’interno di questo processo, la nostra specie (primati) si è ritrovata con un ruolo impreciso: onnivori, predatori di specie più piccole e fragili ed, al contempo, prede dei grandi carnivori, capaci di sopravvivere con un’alimentazione a base di vegetali e di cacciare altri animali, con una forte componente di coesione di gruppo ma privi di strumenti fisici di difesa/offesa realmente efficienti.

Il fatto di vivere e mettersi in salvo sugli alberi ha dapprima determinato la caratteristica degli arti prensili, che si sono in seguito dimostrati adatti alla manipolazione di utensili come pietre e bastoni, compensando in parte l’assenza di unghie, artigli e massa corporea. La versatilità dei nuovi arti ha richiesto un adattamento del cervello e lo sviluppo di aree specifiche per il controllo e la gestione degli stessi.

Al contempo, la necessità di coordinare numerosi individui di piccole dimensioni per far fronte a grossi predatori (un branco di scimpanzé armato di pietre e bastoni è in grado di respingere l’attacco di un leopardo) ha prodotto lo sviluppo di un linguaggio più complesso, fatto di vocaboli, gesti ed espressioni facciali, altro processo responsabile di un ulteriore crescita del cervello.

La rappresentazione seguente (detta “homunculus motorio”) illustra la proporzione tra le differenti aree del corpo e la dimensione delle aree cerebrali correlate al loro movimento, dimostrando come la gestione di mani ed espressioni facciali abbia richiesto un deciso incremento nello sviluppo cerebrale rispetto a creature più primitive.

Tuttavia questo percorso evolutivo non è stato fin da subito premiante. La trasformazione degli arti superiori un strumenti di manipolazione ha indotto la postura eretta, e con essa tutta una serie di trasformazioni non immediatamente vantaggiose.

La postura bipede, oltre ad essere meno efficiente nella corsa (due arti che spingono al posto di quattro) ha come controindicazione una risagomatura del bacino e delle pelvi. D’altro canto lo sviluppo del cervello, unito alla necessità di mantenerne una “plasticità” (meno comportamenti istintivi e maggior capacità di acquisirne di nuovi) ha portato ad un allungamento dei tempi di gestazione e prodotto neonati con una testa più grossa.

Il risultato di questi due fattori concomitanti è che le femmine umane hanno avuto (ed hanno ancora) molti più problemi a partorire di quelle di altre specie, e l’efficienza riproduttiva è risultata ulteriormente danneggiata dal lungo arco di tempo necessario prima che la prole sia in grado di provvedere a sé stessa.

Un rettile, alla schiusa dell’uovo, è già in grado di procurarsi il cibo da sé, un puledro a pochi minuti dal parto è già in grado di stare in piedi e nutrirsi autonomamente. Diversamente, un neonato umano ha bisogno di anni di cure prima di poter dare un utile contributo alle necessità della tribù.

Questo ha fatto sì che la nostra linea evolutiva non si sia giovata fin da subito delle nuove acquisizioni. Il cammino dello sviluppo intellettuale si è svolto su un sentiero molto stretto, confinante col baratro dell’estinzione definitiva della specie Homo.

L’ultima, e definitiva, trasformazione che abbiamo vissuto come individui e come collettività è il raggiungimento dell’autocoscienza: la consapevolezza non istintiva della nostra mortalità, e la paura che ne consegue. Di questo trauma primigenio che abbiamo subito come specie, non ancora riassorbito, ne è rimasta traccia fino ai giorni nostri, e sarà l’argomento del prossimo post.

(Continua)

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