Bias culturali – l’idea di normalità

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Comincerò con un aneddoto. Anni fa mi accingevo a tornare a casa dall’ufficio, in bicicletta. Un collega di lavoro, il tipo di persona che si identifica in un’automobile sportiva, uscendo dallo stesso edificio mi apostrofò con disprezzo: “Tu non sei normale!”. Per nulla turbato da tale considerazione gli risposi serafico: “Io non voglio essere normale”. Non ci furono repliche.

Un’analoga idea di normalità è recentemente riemersa nel corso della campagna elettorale. La destra ha suggerito l’idea di intervenire per correggere le ‘devianze’, intendendo con questo termine una serie di ‘derive comportamentali’, contrapposte ad una presunta ‘normalità’. Il punto è che discriminare la popolazione tra ‘normali’ da un lato e ‘devianti’ dall’altro è totalmente sbagliato.

In natura non esiste la normalità, semmai esiste una ‘prevalenza’ di alcuni caratteri su altri. Le caratteristiche prevalenti, in una specie, sono quelle che meglio si adattano alla situazione contingente, consentendo ai singoli individui, ai gruppi ed all’intera specie di prosperare. Tuttavia la natura, per mezzo della riproduzione sessuata e delle mutazioni casuali, si riserva margini di errore, producendo ad ogni generazione individui significativamente diversi dalla versione standard. Sono proprio questi individui che, al mutare delle situazioni contingenti, possono consentire ai gruppi cui appartengono di adattarsi e continuare a prosperare.

Per chiarire meglio il concetto citerò un esempio tratto da “L’Origine delle Specie” di Charles Darwin [1]. La lunghezza del pelo, in una qualunque specie animale, discende in linea diretta dalle condizioni climatiche standard in cui la specie vive e prospera. Un individuo che nasca col pelo più folto soffrirà il caldo, risultando svantaggiato nella competizione per la sopravvivenza e la riproduzione. Analogamente, un individuo dal pelo più corto soffrirà il freddo, con conseguenze simili. Questa forma di svantaggio fa sì che gli individui con caratteristiche difformi dai valori ottimali non abbiano la possibilità di alterare lo standard dell’intera specie.

Tuttavia, nel momento in cui le condizioni climatiche si trovino a variare, come ad esempio all’inizio di una glaciazione, saranno gli individui dal pelo più folto ad essere avvantaggiati, a sopravvivere e a riprodursi con maggior facilità. La loro esistenza rappresenta un margine di adattabilità fondamentale per preservare la specie dal rischio di estinzione. Inoltre, specie che si ritrovino, per un qualunque motivo, a popolare habitat diversi da quello originario, superato un primo periodo di difficoltà finiscono con lo sviluppare adattamenti specifici, locali, che risultano vantaggiosi nel nuovo habitat, diversificandosi dalla linea genetica di partenza.

La diversità fra singoli individui rappresenta pertanto una necessità nei processi evolutivi, e non solo non può essere eliminata, ma è al contrario fondamentale per garantire alle specie la necessaria capacità di adattamento alle eventuali trasformazioni degli habitat ed alla competizione con specie differenti. Basterebbe già questo per bollare determinate ideologie suprematiste, basate su idee come la ‘purezza della razza’, come Bias Culturali, ma c’è dell’altro.

Quando spostiamo l’attenzione dai singoli individui alle specie sociali osserviamo che non è tanto l’efficacia individuale a rappresentare la carta vincente, dato che il gruppo (mandria, stormo, banda, tribù, piccola comunità) agisce come un sovra-individuo, integrando le capacità dei singoli membri. In natura disporre di un ventaglio differenziato di abilità rappresenta un vantaggio. Un gruppo dotato di individui con abilità diverse riesce ad essere più versatile, e meglio adattabile, di un gruppo in cui tutti sanno fare più o meno le stesse cose.

Il vantaggio di mettere a sistema le singole abilità travalica l’appartenenza di specie. Come ho osservato personalmente in Sud Africa, branchi di erbivori di specie diverse pascolano abitualmente insieme, spontaneamente integrando i differenti acumi sensoriali per meglio individuare la presenza di predatori. Animali che hanno una vista scadente (i rinoceronti) possiedono per contro un ottimo olfatto, animali che hanno un olfatto scadente possono avere un ottimo udito, animali che hanno un udito scadente possono avere una vista più acuta. All’avvicinarsi dei predatori, la prima specie ad accorgersene fugge, e in questo modo allerta tutte le altre.

Analogamente, in un gruppo di umani è vantaggioso avere un ampio ventaglio di caratteristiche individuali, con alcuni più alti della media, altri più bassi, alcuni più forti e massicci, altri più veloci, come pure avere individui che metabolizzano meglio alcuni cibi, altri con una vista superiore alla media, o con un ottimo udito, o con un olfatto sensibile. Lo stesso vale per le caratteristiche psicologiche: alcuni individui possono essere più irruenti, altri violenti, altri emotivi, altri calmi, altri razionali. Non esiste una risposta unica ed ottimale a tutti i problemi, per questo è necessario generare e conservare un ventaglio di capacità e propensioni diverse.

Se le abilità di un singolo individuo sono definite dal suo personale patrimonio genetico, le abilità complessive del gruppo sono espressione del pool genetico collettivo. Quelle abilità particolari che nel gruppo risultino carenti, diventano oggetto di attrazione e desiderio sessuale nei confronti di membri di altri gruppi, portando di norma alla formazione di coppie fra individui appartenenti a diverse comunità.

Questo discorso vale anche per condizioni particolari, estreme e fortemente svantaggiose per i singoli individui, come possono essere i disturbi mentali, caratteriali o, limitatamente alla sfera riproduttiva, l’omosessualità. Nel momento in cui queste caratteristiche risultano in grado di procurare un vantaggio al gruppo, nonostante gli svantaggi derivanti ai singoli individui, esse vengono preservate all’interno del pool genetico (con una prevalenza ad esprimersi raramente).

In molti popolazioni native del Nord America, ad esempio, veniva riconosciuta una ‘doppia natura’ di alcuni individui, ossia il non essere così nettamente maschi o femmine (corrispondente a ciò che viene attualmente identificato con le etichette di omosessualità e transgender). Questi individui, anziché essere stigmatizzati o emarginati, come nelle culture coeve del Vecchio Mondo, venivano ritenuti più vicini alla realtà immateriale, al mondo degli spiriti, e finivano solitamente a svolgere la funzione di sciamani.

Nel ruolo di sciamani, sacerdoti o profeti potevano trovare spazi, status ed accettazione sociale perfino individui con disturbi mentali. Esistono condizioni fisiologiche, come l’epilessia del lobo frontale, che causano a chi ne soffre visioni mistiche perfettamente convincenti. Considerata l’importanza per una piccola comunità, in termini di collante sociale e capacità di resilienza, di convinzioni religiose riguardanti una realtà immateriale (comuni a tutte le comunità umane note, dalla preistoria ad oggi), risulta evidente come condizioni semi-patologiche possano essere state in grado, dato un particolare contesto, di generare vantaggi per le antiche comunità, ed essere perciò state preservate nel genoma attuale.

In linea di massima, una collettività comprendente individui con caratteristiche fisiche e mentali disperse su un ampio ventaglio di variabilità risulta più efficiente, compatta e capace di affrontare le difficoltà rispetto ad una composta da individui simili o del tutto identici. Questo discorso vale per tutte le forme viventi.

Un ambito dove risultano evidenti le conseguenze di una ridotta variabilità genetica sono le produzioni agricole industriali, dove la disponibilità di sementi più produttive di altre ha portato all’avvento delle monocolture. La coltivazione su più ettari di terreno di piante geneticamente identiche fa sì che le piante stesse siano tutte identicamente attaccabili da un medesimo parassita, portando alla perdita di interi raccolti laddove la variabilità naturale ne avrebbe salvato una parte, quella diversamente in grado di resistere ai predatori.

Tornando al discorso iniziale, da dove nasce l’idea che la ‘normalità’ sia una condizione talmente desiderabile da renderla un totem, al punto da volerla forzatamente estendere all’intera popolazione? Da quale bias cognitivo emerge il Bias Culturale, promosso da partiti di destra e da molti integralismi religiosi (entrambi IdeoCulture), che bolla tali ‘devianze’ come difetti da dover ricondurre nell’alveo di una non meglio definita ‘normalità’? Nel mio modello interpretativo, nel momento in cui vengono diffuse idee in contrasto con le evidenze fattuali è chiaramente in atto un ‘processo di inganno’ [2].

Una buona parte dei processi di inganno si fonda su paure irrazionali. Una paura profonda è quella di essere noi stessi dei ‘devianti’, o di poterlo diventare, o che possano diventarlo persone a noi care, che dipendono da noi, o dalle quali noi stessi dipendiamo. Questo è conseguenza del fatto che le ‘atipicità’ comportano un bagaglio di difficoltà per gli individui che ne sono portatori, e nessuno desidera aggiungere ulteriori problemi a quella che è già la normale fatica di vivere. Il fatto stesso che i caratteri ‘atipici’ vengano espressi nel pool genetico in percentuali ridotte evidenzia la difficoltà che essi generano agli individui che ne sono portatori, riducendone l’aspettativa di vita ed il successo riproduttivo.

La normalità, ossia l’assenza di una qualsiasi eccezionalità, rappresenta quindi una ‘comfort-zone’ all’interno della quale le persone trovano rifugio da un’esistenza che non manca di produrre fatica e stress. L’idea di perdere tale condizione privilegiata, o che ciò accada ad una persona cara (trascinando con sé, nel disagio, l’intero nucleo familiare), è una preoccupazione diffusa. Oltre al fatto che forme estreme di scostamento dallo standard possono ben rientrare nella casistica delle patologie.

Se la comparsa di individui portatori di caratteristiche atipiche e svantaggiose ci pare ingiusta, va considerato che i processi di selezione naturale non sono modellati da esigenze etiche. In natura si producono spontaneamente individui con caratteristiche differenti, ed è solo la maniera in cui queste specificità riescono ad adattarsi alla situazione contingente a dettare la sopravvivenza o meno, ed il successo riproduttivo, del singolo individuo. Questo processo, come abbiamo visto utile e necessario a livello di gruppi e specie, comporta che molte delle ‘eccezionalità’ che si generano spontaneamente finiscano col tradursi in insuccessi, non di rado con conseguenze tragiche per i singoli individui.

Ad aggiungere ulteriore complicazione c’è l’impossibilità di tracciare un confine netto tra le ‘eccezionalità’ destinate al successo e quelle che conducono a forme di autodistruzione. A seconda del contesto sociale, o culturale, in cui vengano a manifestarsi, determinate caratteristiche fisiche e/o mentali possono condurre all’ascesa sociale o alla prematura scomparsa. Forme di irrequietezza intellettuale possono sbocciare in un talento artistico apprezzato da molti, o in una leadership carismatica, con conseguente successo sociale o, per ragioni totalmente fuori dal nostro controllo, deviare verso l’abuso di sostanze psicotrope (alcol e droghe) e addirittura condurre al suicidio.

In conseguenza di ciò, oltre alla naturale fascinazione, esiste un istintivo ed irrazionale ‘fastidio’ nei confronti degli individui con caratteristiche di eccezionalità. Fastidio che si aggrava nel caso di tratti platealmente svantaggiosi, come le disabilità fisiche o mentali, stante il riflesso istintivo ed irrazionale a temere di perdere ciò che riteniamo parte integrante del nostro essere individui, ovvero la salute fisica e mentale. Su queste preoccupazioni ed insicurezze è relativamente facile modellare ed alimentare narrazioni collettive consolatorie (Bias Culturali), finalizzate ad guadagnare consenso popolare e ad ottenere potere decisionale.

Va poi considerato un ulteriore fattore di scala, generato dai processi di massificazione che hanno operato negli ultimi secoli. In una piccola comunità, il cui obiettivo è la sopravvivenza spicciola, ogni individuo trova il modo di rendersi utile, anche nella sua diversità. Per contro, in una comunità allargata e scarsamente differenziata le caratteristiche ‘eccezionali’ finiscono col generare più problemi che vantaggi, ai singoli ed alla collettività. Da ultimo, i processi industriali hanno contribuito a mettere in buona luce l’uniformità, in contrasto con l’eterogeneità.

A partire dalla rivoluzione industriale si è compreso come solo i processi ‘normalizzati’ consentano di generare i massimi livelli di produzione, attraverso le economie di scala. Costruire un singolo componente ha un costo che può essere quasi totalmente ammortizzato nel caso se ne producano migliaia, attraverso la realizzazione di processi standardizzati. Una singola vite può essere realizzata al tornio, da un operaio specializzato, e costerà in proporzione al tempo/persona richiesto. Una vite identica può essere prodotta in migliaia di copie da un macchinario (il cui costo finirà spalmato su un numero estremamente alto di esemplari, pressoché azzerandosi) ad un costo infimo, pari a poco più del valore del metallo di cui è composta.

Questi processi hanno inevitabilmente influito sulla nostra percezione del valore delle cose, che viene correlato ai metodi produttivi: ciò che viene fabbricato in serie, in copie tutte identiche, è ritenuto affidabile anche se offerto a prezzi molto bassi, perché questo è lo standard al quale l’industria ci ha abituati. Da qui a trasferire questo giudizio sulle persone il passo è breve: tutto quello che si discosti più di tanto dalla ‘norma’ viene considerato semplicemente ‘difettoso’, come se la natura (o Dio, per chi ci crede) commettesse errori nel tentativo di produrre, con uno stampino, individui tutti perfettamente identici.

Da notare che, in campagna elettorale, alle parole della destra contro le ‘devianze’, da parte opposta si è contrapposto uno slogan parimenti privo di senso, “viva le devianze”, anch’esso frutto di una visione totalmente ideologica delle relazioni umane, ma di segno contrario. Le caratteristiche ‘eccezionali’ devono trovare accoglienza nella collettività, ma tale accoglienza non può ignorare le difficoltà ad esse connesse che ricadono, spesso con conseguenze negative, sui singoli individui e sulla loro cerchia relazionale.

Il linguaggio della politica, inevitabilmente, tende a rispecchiare il generale livello di consapevolezza collettiva. In questo caso risulta sconfortante il grado di semplificazione veicolato nella narrazione pubblica rispetto a tematiche sociali gravi e persistenti, se non addirittura in via di aggravamento. Un ulteriore riflesso di quanto lontano sia il sentire comune rispetto alle evidenze fattuali da tempo acquisite nella letteratura scientifica.

Nello specifico, il disagio di vivere, che in ogni individuo si declina diversamente, è la causa prima su cui intervenire. Depressione, alcolismo, violenza, stili di vita autodistruttivi, ne sono gli effetti, descritti come ‘devianze’. Il disagio di vivere discende a sua volta dall’interazione tra la nostra natura individuale, biologica, genetica, ed il contesto in cui questa natura si esprime. Se la natura individuale, nel suo ventaglio di espressioni, risulta immodificabile, stanti i tempi lunghissimi dell’evoluzione biologica, è invece il contesto in cui ci troviamo a vivere ad essersi radicalmente alterato nel volgere di pochi secoli, in una progressione inarrestabile.

La sensazione è che esista una volontà collettiva, inespressa e probabilmente almeno in parte inconsapevole, di applicare alla nostra specie gli stessi criteri di produttività mutuati dallo sviluppo industriale. Persa la necessità, propria dei piccoli gruppi umani del lontano passato, di difendere ed integrare gli individui portatori di ‘diversità’, si procede a rimuovere le ‘devianze’ dal corpus sociale, attraverso lo stigma, la repressione o il carcere, in un processo del tutto analogo all’eliminazione degli scarti di produzione all’interno di un processo industriale.

Veicolare, nella comunicazione collettiva, l’idea che occorra intervenire unicamente sugli effetti, le cosiddette ‘devianze’, scegliendo bellamente di ignorare le cause a monte, appare come un’operazione puramente demagogica: l’alimentazione di un Bias Culturale in chiave di puro opportunismo.

Esistono al contrario cause prime passibili di intervento, come l’organizzazione abitativa e sociale, le modalità relazionali e l’influenza dei vettori culturali, sempre più nelle mani dei grandi potentati economici, a differenza delle cause nel complesso ineliminabili, perché scritte nel nostro DNA collettivo, nel nostro bagaglio di biodiversità.

Questa consapevolezza dovrebbe portarci a ripensare l’intera organizzazione sociale e collettiva, a rimettere al primo posto i bisogni umani, schiacciati da un processo che ci sta progressivamente trasformando in automi. Un processo di massificazione e livellamento che, nel generare profitti astronomici, procede ad alimentare una narrazione collettiva mendace ed ottundente, tesa a sopraffare le nostre individuali, limitate, capacità intellettive.


1 – Meu amigo Charlie Darwin

2 – Competizione, cooperazione e inganno

La funzione ecosistemica dell’idealismo

Mi sono trovato a riflettere, recentemente, su quelli che nel modello darwiniano dell’evoluzione vengono definiti come ‘tratti giovanili’. In sostanza lo sviluppo degli individui segue una serie di passaggi, a cui corrispondono determinate caratteristiche fisiche. Alcune delle caratteristiche tipiche della fase giovanile vengono spesso perse nelle fasi successive.

L’esempio più eclatante ci viene dal mondo degli insetti. In queste forme di vita la fase giovanile (o larvale) è caratterizzata da individui profondamente diversi da quelli che emergono nella fase adulta. Le farfalle, ad esempio, escono dalle uova sotto forma di bruchi. Questa forma iniziale ha l’unica funzione di incamerare abbastanza cibo e materia organica per poter affrontare la metamorfosi che produrrà l’individuo adulto.

L’insetto adulto è una creatura sostanzialmente diversa dalla larva da cui ha avuto origine, dispone di arti ed organi che le consentono di volare, dell’apparato riproduttivo e di un sistema sensoriale differente. Alcune specie di farfalle non possiedono più nemmeno l’apparato digerente. La loro unica funzione, come forma adulta, è quella di accoppiarsi, deporre le uova nel volgere di poche ore, riprodurre la specie e quindi morire.

Il fatto che una specie trascorra, nella fase larvale, un arco di tempo molto più lungo di quello successivamente vissuto, in una forma sostanzialmente diversa, dall’individuo adulto, ci obbliga a riconsiderare l’idea antropocentrica di cosa sia un individuo, la nostra stessa funzione ecosistemica e l’importanza delle priorità dettate dalle esigenze di sopravvivenza.

Nel caso delle farfalle non possiamo limitarci a ritenere che la forma larvale sia unicamente funzionale allo sviluppo di un individuo adulto, e che necessariamente sia questo individuo a rappresentare “la specie”. Potremmo altrettanto correttamente affermare che l’individuo adulto rappresenti solo la fase terminale della vita dell’individuo, caratterizzata unicamente dalla funzione riproduttiva.

La conclusione probabilmente più estrema di questo approccio è probabilmente la definizione di una gallina come “lo strumento utilizzato da un uovo per produrre un altro uovo”. Da una prospettiva cellulare, il fatto di moltiplicarsi fino a produrre un individuo che risulta in grado di generare una copia, o meglio una nuova versione, della cellula originaria, è funzionale alla sopravvivenza della cellula stessa.

Un altro esempio inizialmente spiazzante, appreso grazie ad una discussione sui social, riguarda una particolare branca del regno animale che prende il nome scientifico di Tunicata. I tunicati sono forme di vita marine molto primitive, che passano la loro esistenza adulta in maniera non diversa dalle meduse o dai molluschi, vivendo come organismi filtranti, ovvero creature che estraggono dall’acqua che li attraversa i nutrimenti necessari alla sopravvivenza.

La caratteristica apparentemente bizzarra di queste creature è la presenza, nella forma larvale, di un organo detto notocorda, che è l’antenato della colonna vertebrale. La presenza della colonna vertebrale ha rappresentato un enorme successo evolutivo, consentendo di bypassare i limiti dell’esoscheletro sviluppato dagli artropodi producendo uno scheletro interno. La presenza di questo organo ha consentito lo sviluppo di creature di grandi dimensioni che hanno successivamente occupato buona parte delle nicchie ecologiche. I vertebrati, di cui anche noi facciamo parte.

Ma nei Tunicati la notocorda sparisce passando dalla fase larvale all’individuo adulto, lasciando un grosso interrogativo: come mai una caratteristica che si è dimostrata tanto vantaggiosa da consentire all’ordine dei vertebrati l’occupazione di una enorme varietà di nicchie ecologiche viene in questa specie abbandonata, lasciando l’individuo adulto privo della mobilità che essa garantisce? Per l’approccio classico appare come un controsenso evolutivo.

Una delle ipotesi che è stata formulata per spiegare questo apparente controsenso è che la notocorda si sia originariamente sviluppata per migliorare la mobilità delle larve, ed in seguito, attraverso meccanismi di conservazione delle caratteristiche giovanili ben descritti dai modelli evoluzionistici, abbia finito col mantenersi in una parte degli individui adulti, dando origine ad una prima speciazione che in seguito ha portato allo sviluppo delle migliaia di forme di vertebrati, dai pesci agli anfibi, che hanno a loro volta prodotto rettili, dinosauri e mammiferi, fino ad arrivare agli uccelli, diretti discendenti dei dinosauri.

Questa spiegazione obbliga, perlomeno me, ad un radicale cambiamento di prospettiva, perché distingue nettamente fase giovanile e fase adulta in termini di funzioni ecosistemiche svolte. La fase giovanile ha l’unica finalità di generare l’individuo adulto, al quale è demandata la funzione riproduttiva, a cui fa seguito l’eventuale accudimento della prole, fino alla senilità ed al declino.

Considerata l’estrema e radicale diversificazione di queste fasi nel mondo animale, mi pare difficile da sostenere la tesi che non avvengano trasformazioni analoghe nella nostra specie. In particolare, data l’importanza svolta dal nostro enormemente complesso cervello, per quel che riguarda l’evoluzione cognitiva. Appare per contro molto verosimile che il cervello, nella sua fase giovanile, possa essere fisiologicamente differente da quello incaricato di gestire la maturità.

Se osserviamo lo sviluppo umano, possiamo distinguere facilmente i vari momenti che lo contraddistinguono. La prima fase, l’infanzia, richiede anni per far sì che gli individui sviluppino la padronanza del proprio corpo ed apprendano le basi culturali che legano insieme il gruppo di cui fanno parte. La seconda, l’adolescenza, è la fase in cui ci si comincia a misurare con potenzialità e risultati, ci si sfida, si affronta la maturazione sessuale e ci si prepara al momento riproduttivo, in genere stabilendo un legame di coppia.

È interessante notare come lo sviluppo cerebrale acceleri nel corso di questa seconda fase, con l’avvento della ‘materia bianca’ che, diffondendosi nelle diverse aree del cervello, velocizza la trasmissione di dati nella rete neuronale. È altrettanto interessante notare come questa diffusione non sia uniforme, ma proceda partendo dalle aree interessate all’elaborazione delle emozioni, raggiungendo per ultime le aree cognitive.

Questo significa che un adolescente, fino al raggiungimento della maturità, è preda di forti emozioni sulle quali ha uno scarso controllo. È possibile che questa ‘diffusione asimmetrica’ non sia un processo legato a vincoli fisiologici, ma risponda a logiche di ‘vantaggio riproduttivo’? Di fatto adolescenti e giovani devono in qualche modo superare di slancio la consapevolezza del carico di dolore e fatica che produrrà l’accudimento della prole, quindi il fatto che la sfera emotiva risulti potenziata rispetto alla sfera cognitiva si dimostra funzionale.

Per contro, superata la fase riproduttiva, avere il pieno controllo delle capacità cognitive rappresenta un vantaggio per poter affrontare, senza tanti ‘grilli per la testa’, le incombenze legate alla sopravvivenza ed all’accudimento di una famiglia, dal momento che lo sviluppo cerebrale della nostra specie ha tempi significativamente più lunghi di quello degli altri mammiferi. La nostra prole impiega archi temporali molto lunghi per raggiungere il momento in cui è in grado di provvedere autonomamente a se stessa, il che implica una fase prolungata di cure parentali.

Il cervello umano deve perciò adattarsi a condizioni diverse, in diversi momenti della sua esistenza, e questo è un’evidenza. Il passaggio ulteriore che vorrei proporre qui è considerare queste trasformazioni da un punto di vista fisiologico, ovvero ipotizzare che l’evoluzione delle nostre risposte emotive e cognitive non sia unicamente il portato di situazioni contingenti, o un dato meramente culturale, ma sia in qualche modo ‘scritta’ nei processi metabolici che sperimentiamo nel corso della crescita.

In questo senso l’iperattività infantile ed adolescenziale, l’emotività, l’ansia di sperimentare cose nuove, gli slanci ideali, possono essere descritti come ‘tratti giovanili’ delle funzioni cognitive. Caratteristiche che si rivelano funzionali nelle fasi iniziali della vita, ma destinate a perdersi, o quantomeno a ridimensionarsi, col procedere della maturazione fisiologica degli individui.

Questo spiegherebbe la percezione diffusa che le convinzioni politiche cambino col passare degli anni, che i ‘giovani rivoluzionari’ finiscano col trasformarsi in adulti moderati e, più in là con gli anni, in anziani conservatori. Siamo abituati a pensare che ciò sia dovuto ad un non meglio definito ‘processo di maturazione’, ma è verosimile la tesi che si tratti di un processo guidato da dinamiche evolutive, scandito dai processi di duplicazione cellulare e con componenti importanti di natura fisiologica.

Ad esempio, l’idea che le istanze solidaristiche e ‘di sinistra’ siano in prevalenza appannaggio delle giovani generazioni potrebbe discendere da un processo di ‘selezione sessuale’: le giovani femmine sarebbero maggiormente attratte da maschi che propugnano idee egualitarie e ideali di solidarietà perché li riterrebbero più idonei a prendersi cura della prole dopo il concepimento.

Parimenti i maschi che, sempre dopo il concepimento (e quindi avendo ormai completato la fase riproduttiva), risultino capaci di ridurre o perdere i propri slanci ideali, per spendere risorse ed attenzioni in cure parentali, sarebbero avvantaggiati sotto il profilo del successo riproduttivo, perché la loro prole crescerebbe sana, equilibrata e capace di portare a sua volta a compimento quello stesso processo (sempre evolutivamente parlando).

Ovviamente questa generalizzazione non si può facilmente ricondurre a singoli casi, per diversi motivi. In primis lo spettro di variabilità comportamentale espresso dal genoma di specie fa sì che, ad ogni generazione, emergano caratteri estremisti, quindi individui che non presentano i suddetti ‘tratti giovanili’, o per contro altri che li conservano fino all’età adulta o addirittura alla senilità.

In secondo luogo perché lo stravolgimento culturale operato dalla modernità fa sì che il contesto cui gli individui devono adattarsi sia diventato enormemente fluido, consentendo a diversi di quelli che abbiamo definito ‘tratti giovanili’ di favorire il successo dei singoli individui anche in età più avanzate, rallentandone così il naturale declino.

La tesi, fin qui descritta, che gli slanci ideali siano, nella nostra specie, un ‘tratto giovanile’ di natura psichica, destinato a scomparire col raggiungimento della maturità per lasciare il posto a quello che potremmo definire come ‘istinto alla conservazione’, rappresenta una ulteriore pietra tombale sui ‘valori’ e sulle ideologie in generale, e in qualche modo giustifica l’incapacità dei movimenti politici sviluppatisi da due secoli a questa parte nel costruire forme di società più eque e più giuste.

Tali forme di organizzazione ‘felici’, che in gioventù crediamo possano funzionare e rappresentare una futura evoluzione sociale della nostra specie, potrebbero essere null’altro che un’ennesima forma di bias cognitivi: auto-illusioni alimentate dal nostro cervello per aiutarci a svolgere le finalità biologiche individuali legate alla riproduzione della specie.

È una conclusione molto amara, e nonostante ciò l’unica calzante con la mia personale esperienza di vita. D’altronde, il percorso culturale che ho deciso di affrontare consiste nello scremare quanto di ideologico c’è nelle mie convinzioni, passando queste ultime al vaglio del confronto impietoso con la realtà fattuale.

La realtà fattuale, per quanto possiamo sforzarci di ammorbidirla, si contrappone alle semplificazioni ideologiche, presentando un quadro di eventi sistematicamente difforme dalle aspettative. Le ideologie, quando siamo in grado di alimentarle, e massimamente nelle fasi giovanili, rappresentano un buon anestetico all’inaccettabile brutalità del mondo reale. Anche per questo facciamo tanta fatica ad abbandonarle.

Competizione, cooperazione e inganno (radici cognitive)

(quinta parte di una riflessione iniziata qui)

I processi di inganno che osserviamo nelle società umane originano dalle forme di autoinganno che il cervello ha sviluppato per compensare i danni psichici prodotti da una comprensione troppo approfondita della realtà. A monte di tutto c’è il fatto che i processi vitali sono basati, volenti o nolenti, su una pulsione (alla sopravvivenza e riproduzione) del tutto a-razionale. Il batterio che sopravvive e si riproduce, o l’organismo complesso che sopravvive e si riproduce, non lo fanno per scelta razionale, ma per un semplice processo auto-selettivo: gli individui che sopravvivono, e si riproducono, trasmettono le loro caratteristiche alla discendenza, gli altri vengono semplicemente eliminati dall’albero della vita.

Tuttavia, quello che può essere semplice per un batterio o un insetto, non lo è più per creature complesse. Nel nostro caso, lo sviluppo di facoltà cognitive evolute ha sì generato un vantaggio in termini di processi di sopravvivenza (siamo più bravi a cacciare, raccogliere, coltivare e mantenerci in salute), però ha prodotto, come contraltare, la sofferenza psichica causata dalla consapevolezza di dover esistere all’interno di un Universo sostanzialmente insensato, esposti all’arbitrio del fato e con l’unica certezza della morte, individuale e di tutte le persone a noi care.

Questa consapevolezza può essere estremamente dannosa per i singoli individui, conducendo a stati di depressione anche profondi, tuttavia può essere efficacemente esorcizzata per mezzo di un costrutto culturale irrazionale: la fede. Alla radice dei processi di inganno, del loro sviluppo e della loro efficacia, si individua la stessa capacità di auto-inganno che ci consente di ignorare la realtà fattuale, costruirci una confortante bugia e sfruttarla per risollevarci lo spirito dalle difficoltà della vita di tutti i giorni.

I suddetti processi di auto-inganno prendono il nome di ‘bias cognitivi’ ed attengono la sfera individuale. Sulla scala dei gruppi (che continuo a trattare come dei sovra-individui), la condivisione delle credenze individuali finisce con l’assumere la forma di costrutti culturali, che vengono condivisi e tramandati tra i partecipanti al gruppo ed, in ultima istanza, trasmessi alle generazioni successive.

Assistiamo pertanto ad una ulteriore articolazione dei processi di inganno: non solo gli individui coltivano forme di auto-inganno (i bias cognitivi), ma finiscono col delegare persone, o gruppi di persone, all’interno del gruppo, perché gestiscano con la maggior efficienza possibile tali processi. Questo porta all’emergere, nelle società antiche e su su fino a quelle moderne, di caste la cui funzione sociale consiste nell’irrobustire ed alimentare tali forme di auto-inganno collettivo.

Caste che finiscono col rappresentare il vertice organizzativo ed ideativo, nonché il motore culturale, delle entità che, in assenza di altri termini, ho finito col definire IdeoCulture [1]. A questo punto si rende necessario un passaggio ulteriore, corrispondente ad un’ulteriore incremento di complessità rispetto a quanto precedentemente elaborato, perché diventa evidente come le IdeoCulture originino da processi di auto-inganno, nel momento in cui la collettività stessa seleziona al suo interno determinati individui per farsi auto-ingannare.

Sostanzialmente tutte le culture umane si basano su qualche forma di ‘inganno delegato’ dal quale la collettività dovrebbe trarre vantaggi. Se i bias cognitivi mi restituiscono un vantaggio, avere un supporto esterno per rafforzarli massimizza questo vantaggio. Ma questa scelta può avere ricadute negative, e la stessa collettività ne può ricavare dei danni, perché gli individui che agiscono l’inganno potrebbero agire per aumentare il proprio tornaconto personale a danno del ventilato benessere collettivo. Proviamo a vedere qualche esempio concreto.

Prendiamo un gran sacerdote di culto religioso. La funzione del culto è convincere la collettività di avere i favori della divinità, che è un’entità benevola. Tali favori non possono manifestarsi esplicitamente in eventi sovrannaturali, quindi l’unico parametro di riferimento (l’unico di pressoché tutte le IdeoCulture, indifferentemente) diventa il possesso e l’esibizione di ricchezza. Se sono ricco (come persona e come istituzione) è difficile affermare che la divinità disapprovi il mio agire. Nell’esibire ricchezza il gran sacerdote assolve il suo compito di sostenere la credenza collettiva, ma ne ricava anche consistenti benefici personali. La possibilità di ricavare benefici personali ottiene quindi di attrarre gli individui più avidi, rischiando sul lungo termine di mettere a repentaglio la credibilità del culto.

Prendiamo un comandante militare. La sua funzione è rassicurare il gruppo di riferimento sulla forza dell’esercito e sulla capacità di reagire con successo ad eventuali attacchi da parte dei gruppi confinanti. Per far questo ha necessità di risorse economiche, che vengono drenate dalla ricchezza collettiva. Nel momento in cui si generano flussi di denaro, il meccanismo di accaparramento risulta del tutto analogo a quello visto in precedenza. Per giustificare maggiori investimenti si finisce con l’alimentare un clima di paura, che in ultima istanza nuoce alla collettività.

Ma l’osservazione più importante riguarda il fatto che i processi di inganno non siano una condizione accidentale, derivante dalla cattiva volontà di singoli individui, quanto piuttosto una caratteristica strutturale ed ineliminabile delle organizzazioni collettive umane. Dobbiamo aspettarci che i nostri leader, economici, politici, religiosi e militari, ci ingannino, perché l’inganno è strutturale alla loro funzione sociale, e il pretendere che non lo sia è parte del processo di inganno. Di fatto, è esattamente ciò che gli consente di funzionare, fin dal principio.


[1] – L’ascesa delle IdeoCulture

Siamo nei guai

Universo 25” [1] è il nome dato dal prof. John B. Calhoun ad un famoso studio di etologia condotto all’inizio degli anni ‘60. L’esperimento consisteva nell’osservare le dinamiche di una colonia di topi inseriti in un habitat ‘ideale’ (le virgolette sono d’obbligo), privo di predatori e con cibo e spazio a volontà. L’habitat era teoricamente in grado di ospitare diverse migliaia di individui, ma non raggiunse mai la saturazione teorica: dopo archi di tempo più o meno lunghi la popolazione al suo interno finiva sistematicamente col degenerare ed estinguersi.

Calhoun provò a dare diverse interpretazioni ai risultati della sua ricerca, arrivando a coniare la definizione di ‘Fogna del comportamento’ [2]. I risultati non mancarono di lasciare un’impronta nella cultura popolare, ispirando diversi romanzi di fantascienza sociologica, da uno dei quali fu tratto il film ‘Soylent Green’, uscito in Italia col titolo ‘2022: i sopravvissuti’ [3], ambientato nell’anno in corso (anche da questo credo dipenda il fatto che ne torni a parlare proprio adesso [4]).

Il declino e relativo collasso delle colonie dell’esperimento è stato attribuito a diversi fattori, ed analizzato sotto diversi approcci, principalmente legati alle scienze sociali. Non ho approfondito più di tanto la letteratura in materia, ma nessuna tra le spiegazioni trovate fin qui chiama in causa l’assenza di predatori all’interno dell’habitat artificiale.

La funzione complessiva dei predatori negli ecosistemi sembrerebbe non pienamente compresa. Ho avuto modo, nei mesi scorsi, di visionare un documentario sul ‘Fattore Paura’ [5], connesso alla presenza di predatori. Il documentario descrive come sia stato necessaria la reintroduzione di uno specifico carnivoro (il licaone), in una riserva naturale africana devastata da decenni di guerre, per riequilibrare una popolazione di antilopi d’acqua fuori controllo.

Si è osservato come la presenza dei predatori influenzi a più livelli i comportamenti delle specie predate. Nello specifico, le antilopi che si erano spinte a pascolare nelle pianure, decuplicando la popolazione rispetto alla situazione pre-bellica, con la ricomparsa dei licaoni sono tornate a nascondersi nelle boscaglie. Questo ha influito sia sulla dieta che sulle abitudini riproduttive della specie predata, portando ad una riduzione della popolazione molto maggiore di quella dovuta ai semplici abbattimenti.

Da questa prospettiva, l’esclusione dei predatori dall’esperimento “Universo 25” appare come uno dei principali fattori di squilibrio nei comportamenti dei roditori. L’assenza di predazione ha portato all’emergere di profili comportamentali diversi da quelli selezionati in natura, operando una selezione patologica degli individui, in ultima istanza premiando caratteristiche indesiderate che hanno finito col portare la colonia all’estinzione.

La conclusione finale è che nessuna specie vivente esiste ‘a sé stante’, indipendentemente dal contesto ecosistemico. Ogni individuo, e ancor più ogni specie, esiste come parte dell’ecosistema, come tassello di un mosaico più ampio, all’interno del quale svolge il proprio ruolo. L’alterazione del contesto, l’eliminazione di significative forzanti esterne, genera una condizione in cui il ruolo svolto viene a mancare, e assieme al ruolo viene a mancare la necessità per la specie di esistere. L’evoluzione si occupa poi di rimuovere la specie inutile dall’equazione complessiva.

Se osserviamo quanto messo in atto nei secoli dalla nostra stessa specie, non possiamo evadere uno spiacevole presentimento. Fin dagli albori della storia umana abbiamo fatto il possibile per contrastare la predazione, divenendo di fatto noi stessi il predatore apicale degli ecosistemi planetari. Questo ha influito sulla selezione naturale, dirottandola verso una selezione artificiale ed alimentando un processo di auto-domesticazione [6].

Inevitabilmente, l’assenza di predazione sta modificando l’evoluzione della nostra specie. Il trasferimento in habitat sempre più artificiali, l’adozione massiva di abitudini lavorative ripetitive, il sistematico stravolgimento delle modalità sociali, sta finendo col produrre un’umanità totalmente disconnessa da qualsivoglia contesto ambientale naturale.

E, come abbiamo visto, al cessare di una specifica funzione ecosistemica finisce con l’esaurirsi la necessità che una specie esista, col risultato di innescare processi evolutivi degenerativi che, in ultima istanza, ne causano l’estinzione.

Immagine da Wikimedia Commons

[1] – Universo 25

[2] – Fogna del comportamento

[3] – 2022: i sopravvissuti

[4] – Negli anni ’70 l’esperimento “Universo 25” ha mostrato che la nostra società è destinata al collasso – THE VISION

[5] Nature’s Fear Factor

[6] – Domesticazione umana

Competizione, cooperazione e inganno (contenimento)

(quarta parte di una riflessione iniziata qui)

La funzione di contenere la diffusione dei comportamenti auto-competitivi nelle esatte proporzioni capaci di avvantaggiare il gruppo senza comprometterne l’efficienza viene svolta per mezzo di uno stigma sociale condiviso. I partecipanti al gruppo condividono una soglia di tolleranza che non deve essere superata. Al di sotto di tale soglia una moderata quantità di comportamenti auto-competitivi è tollerata, al di sopra scatta il biasimo collettivo dell’individuo o del gruppo responsabile.

Essendo le organizzazioni umane diverse e molto complesse, non esiste una soglia univoca ma unicamente una convergenza comportamentale in direzione di tale soluzione. Culture diverse metabolizzano e stigmatizzano in modi differenti i comportamenti auto-competitivi.

In alcune culture è presente una elevata tolleranza alla competizione sul piano fisico, al bullismo ed alla conseguente sopraffazione, e sono tipicamente le culture più aggressive verso l’esterno. Queste culture risultano, per contro, meno tolleranti nei confronti delle forme di inganno esercitate fra membri della stessa comunità.

In questa categoria rientrano le IdeoCulture [1] militari, dagli imperi dell’antichità ai moderni fascismi, nelle quali l’esaltazione della competizione e della violenza reciproca, fra individui come fra nazioni, fa da contraltare a continui richiami all’integrità morale, al rispetto delle regole, delle leggi e delle tradizioni.

Simmetricamente, le culture che basano il proprio successo sull’astuzia, esercitata nei confronti di soggetti esterni alla propria cerchia relazionale, sono anche più tolleranti riguardo all’esercizio dell’inganno fra i propri membri ma hanno, per contro, una bassissima tolleranza per i comportamenti aggressivi e violenti.

In questa categoria rientrano le IdeoCulture mercantili, che traggono il massimo vantaggio dal coltivare processi di fiducia finalizzati all’asservimento ed alla domesticazione collettiva. Un’IdeoCultura mercantile massimizza i propri vantaggi quando riesce a mediare tra comunità pacifiche che lavorano a produrre tipologie diverse di risorse, ed a guadagnare nello scambio.

Le due forme di auto-competizione appaiono in questo senso auto-escludenti: l’evidenza di una competizione sul piano fisico inficia la possibilità di sviluppare anche una competizione sul piano intellettivo (inganno), perché un individuo/gruppo consapevole di essere coinvolto in dinamiche di sopraffazione di tipo fisico sarà più difficile da ingannare.

Il terzo tassello del quadro che vado costruendo lo individuo in questa forma di reciproca auto-esclusione. Ricapitolando, i comportamenti ‘auto-competitivi’ nei gruppi umani possono definirsi:

– intrinseci, perché funzionali all’efficacia del gruppo stesso [2]

– modellati attraverso forme di stigma sociale

– necessariamente minoritari, perché potenzialmente dannosi [3]

– auto-escludenti, perché reciprocamente incompatibili

Ora non mi resta che estendere il quadro interpretativo alle dinamiche tipiche delle relazioni tra IdeoCulture, arrivando ad una miglior definizione dei processi di manipolazione reciproci e del ruolo svolto dai meccanismi di inganno.

(continua)


[1] – L’ascesa delle IdeoCulture

[2] – Competizione, cooperazione e inganno (origine)

[3] – Competizione, cooperazione e inganno (preponderanza)

Raduno nazista (da Wikimedia Commmons)

Competizione, cooperazione e inganno (preponderanza)

(terza parte di una riflessione iniziata qui)

Quello che osserviamo, in animali capaci di comportamento sociale, è che i gruppi tendono a strutturarsi sulla base di un preciso ordine gerarchico, definito per mezzo di conflitti tra i singoli individui. Il più forte si collocherà in posizione apicale, e a discendere tutti gli altri. P.e., se in un pollaio il cibo viene distribuito in un unico punto, le galline vi accedono in uno stretto ordine gerarchico: la gallina più forte scaccia le altre e becca per prima, e solo quando ha mangiato a sufficienza lascia spazio alla seconda, e così via [1].

Forza ed intelligenza sono le due caratteristiche vincenti sul piano evolutivo, sia a livello di singoli individui che a livello di gruppi. Nei gruppi umani la seconda ha finito con l’assumere, col passare del tempo, maggior importanza rispetto alla prima. Entrambe le caratteristiche risultano diversamente distribuite fra la popolazione e finiscono col giocare un ruolo nella definizione dei rapporti gerarchici sulla base dei quali, all’interno dei gruppi, vengono distribuite le risorse.

La forza è una caratteristica auto-evidente, l’intelligenza è più nascosta e camuffabile. Individui intelligenti ma non particolarmente prestanti possono aspirare a ruoli di maggior rilievo (e maggiori vantaggi), anziché attraverso lo scontro fisico, ricorrendo all’astuzia e/o all’inganno. Entrambe queste modalità, come già visto [2], hanno pesanti controindicazioni.

Se i combattimenti, basati sulla forza, possono ferire e danneggiare i singoli individui, indebolendo il gruppo, l’inganno tradisce la fiducia reciproca tra pari che risulta essenziale alle dinamiche di cooperazione, instilla diffidenza tra singoli individui e tende a minare la coesione del collettivo. Per questo motivo entrambe queste forme di conflitto sono socialmente biasimate e culturalmente collocate nell’ambito dei comportamenti antisociali che vanno contrastati e contenuti.

Volendo schematizzare, i gruppi sociali funzionano in base ad un equilibrio perennemente instabile:

– ogni individuo cerca di ottenere il massimo vantaggio per sé (ed in subordine per la propria ristretta cerchia relazionale)

la partecipazione al gruppo massimizza i vantaggi ottenibili rispetto alla vita solitaria

Ma:

i vantaggi dipendono dall’azione organizzata di tutti i membri

il patto sociale richiede che quanto ottenuto sia equamente redistribuito

L’ultima esigenza entra in aperto conflitto con il primo punto, ovvero l’appetito individuale ad ottenere il massimo risultato per sé. Per gestire questo precario equilibrio le diverse civiltà hanno provveduto ad elaborare norme di relazionamento sociale via via più complesse. Si va dagli antichi codici giuridici [3] alle norme comportamentali formalizzate nei credo religiosi [4].

L’aspetto interessante dei comportamenti auto-competitivi è proprio il precario equilibrio che essi inducono nelle dinamiche di gruppo. Come si ottiene un equilibrio in una società arcaica? La questione riecheggia, in analogia, l’esistenza del mancinismo e la sua descrizione in chiave evoluzionista.

Il mancinismo è una fenomenologia presente in pressoché ogni specie vivente [5]. In buona sostanza, ciò che osserviamo è che la maggior parte degli individui nelle popolazioni umane ed animali presenta una simmetria bilaterale imperfetta, con il lato destro che tende ad essere più sviluppato e funzionale di quello sinistro.

Si scrive con la mano destra, si calcia il pallone con il piede destro, si ascolta di preferenza con l’orecchio destro, si osserva nei cannocchiali con l’occhio destro e via dicendo. A fronte di questa maggioranza destrorsa, in una piccola percentuale della popolazione, tipicamente intorno al 10%, l’asimmetria si manifesta in forma speculare, con la parte sinistra più sviluppata e dominante.

(in realtà è più complesso di così, perché il mancinismo può riguardare singole parti del corpo; nel mio caso, pur essendo destrorso per mano, piede ed orecchio il mio occhio dominante è il sinistro: se devo scattare una fotografia, o osservare in un telescopio, l’occhio che utilizzo di preferenza è sempre il sinistro, perché il mio emisfero cerebrale destro è più efficiente nell’organizzare e dare un senso a ciò che sto osservando…)

Le domande che l’esistenza del mancinismo solleva, dal punto di vista evolutivo, sono due: la prima è perché esista, la seconda perché risulti sistematicamente minoritario, in una proporzione che è molto simile nella quasi totalità delle specie osservate (anche specie filogeneticamente molto lontane). La risposta ad entrambe è che il mancinismo esiste perché produce un vantaggio, ma solo a patto che non sia particolarmente diffuso.

Per capirci, un mancino appare avvantaggiato da questa sua atipicità in un ridotto ventaglio di situazioni, ma è un vantaggio che tende a scemare in presenza di altri mancini. Da un punto di vista evolutivo la selezione naturale premia gli individui ‘asimmetrici’ (mancini e destrorsi), perché l’uso ripetuto di una parte anatomica ne perfeziona la funzionalità, e tende a far prevalere un tipo di organizzazione fisiologica (quella destrorsa) lasciando comunque un margine di vantaggio per quella opposta (mancinismo), ma solo per piccoli numeri.

L’esempio classico è quello dei lottatori. In un mondo di lottatori destrorsi il lottatore mancino è leggermente avvantaggiato da questa sua unicità, perché può portare colpi che gli altri lottatori non sono abituati ad affrontare e gestire. Questo rappresenta un vantaggio che consente ad individui leggermente meno prestanti sul piano fisico di confrontarsi, e sconfiggere, avversari più forti. Al diminuire dell’unicità, quindi in presenza di un numero elevato di lottatori mancini, questo vantaggio viene ad annullarsi.

La tesi, che non sono in grado di dimostrare, consiste nel trasferire questo modello interpretativo ai comportamenti auto-competitivi. Mi appare verosimile che l’equilibrio tra i comportamenti auto-competitivi e quelli cooperativi si instauri attraverso un processo analogo: la violenza e l’inganno risultano vantaggiosi finché si mantengono minoritari in seno al gruppo. Se si manifestano troppo diffusamente il gruppo perde di coesione ed efficacia, declinando a favore di altri gruppi più equilibrati.

Avremmo quindi un meccanismo evolutivo di causa-effetto in grado di generare l’equilibrio dei comportamenti auto-competitivi nei gruppi umani. Analogamente al mancinismo, anche la propensione alla menzogna e all’inganno, o a forme anomale di aggressività, trovano una collocazione funzionale solo se presenti in proporzione minoritaria all’interno di una società.

Minoritaria ma non nulla. Questo significa che il pool genetico umano tenderà ad esprimere, occasionalmente ed in una proporzione ben definita, sia individui con tratti particolarmente aggressivi e violenti, sia individui istintivamente portati all’inganno ed al raggiro. E questo è il secondo punto che credo di aver messo a fuoco.

(continua)


[1] – Ordine di beccata

[2] – Competizione, cooperazione e inganno (origine)

[3] – Codice di Hammurabi

[4] – Dieci Comandamenti

[5] – Mancinismo

Jimi Hendrix, chitarrista mancino (Wikimedia Commons)

Competizione, cooperazione e inganno (origine)

(seconda parte di una riflessione iniziata qui)

Di base, i meccanismi di inganno esistono in natura poiché generano vantaggi per gli individui che li adottano. Il mantello mimetico di alcuni animali è ingannevole, diversi predatori attraggono le prede esibendo parti del proprio corpo modellate in modo da sembrare altro, alcuni pesci esibiscono una macchia scura in prossimità della coda che induce i predatori a credere che si tratti di un occhio (e ad aspettarsi che il pesce nuoti in quella direzione, mentre fuggirà nella direzione opposta).

L’origine di queste modalità di inganno è però evolutiva, non derivante da una scelta deliberata: gli animali che, in seguito a mutazioni, si mimetizzano meglio, o sono più capaci di attirare le prede, o di sfuggire alla cattura, sopravvivono e si riproducono con maggior facilità rispetto agli altri più facilmente individuabili.

Questo per quanto attiene le caratteristiche morfologiche. Analogo discorso vale per i tratti comportamentali: un predatore che si muova silenziosamente inganna la preda, illudendola di essere al sicuro. Ma è un comportamento che discende dallo stesso motore evolutivo: il predatore più silenzioso caccia con maggior successo, sopravvive e si riproduce meglio di quello più goffo.

Negli esseri umani, dotati di cervelli di maggiore complessità, le strategie di inganno e dissimulazione discendono piuttosto da scelte deliberate, e possono essere mirate ad ottenere vantaggi di diverso ordine. Si possono ingannare le prede nel corso di una battuta di caccia, ma si possono ingannare anche i compagni di caccia, per approfittare di qualche risorsa rara e preziosa.

Idealmente l’inganno tra individui in mutua relazione si colloca a metà strada tra le dinamiche di cooperazione e competizione, risultando in un’asimmetria comportamentale. Nella cooperazione e, analogamente, nella competizione, gli individui coinvolti sono consapevoli di stare attuando un medesimo comportamento: entrambi cooperano, o competono.

Nella dinamica di inganno questa simmetria viene a spezzarsi: il soggetto ingannato è convinto di trovarsi in una dinamica di cooperazione (o al limite di essere quello dei due che ne trarrà il maggior vantaggio) mentre l’altro sta operando unicamente nel proprio personale interesse.

Si torna, in qualche modo, al dualismo cooperazione versus competizione, ma con un ulteriore elemento di complessità: l’intelligenza. In un gruppo, intelligenza e prestanza fisica sono i due fattori desiderabili, e devono essere entrambi oggetto di selezione naturale, pena un declino della specie, che su entrambi basa la propria speranza di successo.

Se l’ordine gerarchico viene stabilito unicamente per mezzo di un confronto fisico, poco spazio resta per la selezione e l’evoluzione degli individui più intelligenti, nel momento in cui questi si dimostrassero fisicamente poco prestanti. L’inganno svolge quindi un ruolo evolutivo, favorendo la sopravvivenza ed il successo riproduttivo degli individui più intelligenti in parallelo a quelli più forti.

Ecco quindi il primo nodo della questione: non possiamo eliminare l’inganno, né tutti i suoi portati deleteri, senza privare la collettività di uno strumento in sé evolutivamente efficace. Analogamente, non possiamo rinunciare del tutto a violenza ed aggressività, pena il rischio di perdere la capacità di fronteggiare aggressioni da parte di altri gruppi.

Potremmo definire sia i duelli per l’ordine gerarchico che l’inganno come comportamenti auto-competitivi della collettività. Chiaramente il loro esercizio non risulta privo di conseguenze. Gli scontri fisici, se eccessivamente violenti, peggiorano la condizione di salute dei singoli individui, esponendoli al rischio di danni permanenti, infezioni e morte. Parimenti un eccesso di inganno nelle relazioni può disgregare il gruppo, diminuendo la fiducia reciproca fra i singoli membri e la capacità di operare in sinergia.

L’equilibrio, perennemente instabile, del gruppo umano dipenderà quindi dalla capacità che esso avrà nel gestire questi comportamenti auto-competitivi, affinché svolgano la loro funzione positiva arrecando, nel contempo, il minor danno possibile. Questa funzione è largamente mediata dall’impianto culturale, dalle tradizioni, dall’osservanza di leggi e regole che il gruppo acquisisce o si dà.

Ma non è possibile azzerare del tutto i comportamenti auto-competitivi, perché il rischio sarebbe di rendersi progressivamente meno capaci di procurarsi cibo e risorse, e più deboli in caso di aggressioni da parte di altri gruppi. È una formulazione diversa, se vogliamo più esatta, di quello che molti anni fa ebbi a definire come “il Paradosso Maori”, sintetizzabile in: ‘non si può pensare di costruire un’utopia localizzata’ [1].

Negli approfondimenti a venire proverò ad analizzare come tutto ciò si rifletta sulla vita e le abitudini di una collettività e, soprattutto, i riflessi della pratica dell’inganno sulle dinamiche relazionali fra IdeoCulture [2].

(continua)


[1] – Il Paradosso Maori

[2] – L’ascesa delle IdeoCulture

Camouflage (immagine di Pubblico Dominio)

Competizione, cooperazione e inganno (premessa)

Anni fa mi imbattei , per quanto impropriamente (in un romanzo di fantascienza, “Terra”, di David Brin [1], di cui ho già trattato in passato [2]), nel modello del dualismo tra cooperazione e competizione, due modalità comportamentali contrapposte in grado di plasmare i processi evolutivi. Una descrizione delle dinamiche relazionali che trovai molto semplice ed elegante.

In estrema sintesi, gli esseri capaci di comportamenti sociali tendono a riunirsi in gruppi, al cui interno si sviluppano due dinamiche contrapposte: cooperazione e competizione. Gli individui tendono a cooperare con gli altri per soddisfare le proprie necessità (cibo, sicurezza, difesa dei cuccioli, ecc…), e contemporaneamente a competere per ottenere il massimo di quanto realizzato/raccolto.

L’equilibrio tra queste due pulsioni contrapposte garantisce l’efficacia del gruppo nella sua dimensione sovra-individuale. Un eccesso di competizione tra i membri danneggia la coesione e la capacità di agire in maniera concertata, un eccesso di cooperazione indebolisce fisicamente i singoli individui, ed in prospettiva l’intera comunità. Il dualismo cooperazione/competizione rappresenta modello semplice ed elegante, in grado di descrivere correttamente un ampio ventaglio di situazioni.

Purtroppo, per citare Henry Louis Mencken: “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, verosimile e sbagliata” [3]. Ci ho messo parecchio a stabilire che, a differenza di quanto accade nella quasi totalità del regno animale, nelle azioni umane è presente un terzo comportamento, intermedio tra i due indicati, che etichetterò semplicemente come ‘inganno’. È davvero sorprendente constatare che il semplice individuarlo mi abbia richiesto così tanto tempo.

Uno dei motivi capaci di offuscare il giudizio è lo stigma sociale normalmente riservato ai comportamenti ingannevoli, che vengono culturalmente letti come modalità relazionali improprie, devianti ed asociali. Nondimeno l’inganno è praticato presso ogni cultura, in varie forme e modalità, ed è altrettanto universalmente diffuso, al punto da essere coinvolto in una fetta importante dei reati codificati.

Il punto, qui, non è tanto accettare l’esistenza di comportamenti ingannevoli, che sarebbe un po’ la scoperta dell’acqua calda, quanto metterli a sistema in un quadro interpretativo allargato, non più limitato alle modalità di cooperazione e competizione classicamente osservabili nel regno animale, dove le forme di inganno (mimetismo difensivo e di predazione) sono semplicemente effetto dei processi di selezione naturale, non già il prodotto di una volontà esplicita.

Non l’inganno occasionale, furtivo, opportunistico, ma l’inganno come motore sistemico di molte delle dinamiche che normalmente osserviamo svolgersi davanti ai nostri occhi. L’inganno come strumento di manipolazione collettiva operata dalle IdeoCulture nella competizione per l’egemonia precedentemente descritta [4].

L’analisi si preannuncia fin da ora lunga e complessa, e non so prevedere di preciso dove andrà a parare. Ridefinire un modello interpretativo basato su due soli fattori, relativamente semplici e lineari (cooperazione e competizione), in modo da includere una terza modalità comportamentale (l’inganno) capace di rendere sfumati e indefiniti i contorni delle azioni osservate, potrebbe rappresentare una sfida intellettuale superiore alle mie capacità.

(continua)


[1] – Terra (romanzo di David Brin)

[2] – Libertà

[3] – Henry Louis Mencken

[4] – L’ascesa delle IdeoCulture

Aggressività dislocata

Sto seguendo ormai da un po’, compatibilmente con le disponibilità di tempo ed attenzione, le lezioni del corso di di biologia del comportamento umano tenute dal prof. Robert Sapolsky alla Stanford University nel 2011 [1]. Un ciclo dalla mole significativa (25 lezioni, in media di un’ora e mezza l’una), che affronta un ampio ventaglio di aspetti controversi del comportamento umano, tracciandone la verosimile derivazione da soggiacenti dinamiche di natura genetica, neurologica, biochimica, evolutiva ed ambientale.

Nonostante la difficoltà nel seguire una trattazione in lingua inglese, non di rado estremamente tecnica (fondamentale la disponibilità di traduzione automatica dei sottotitoli in italiano), ho iniziato a trovare risposte quantomeno plausibili a diverse domande che mi assillavano da tempo.

Immagine da Wikimedia Commons

Nella 19^ lezione, la terza sull’aggressività (minuto 50:40 [2]), viene descritto il meccanismo di ‘aggressività dislocata’. In sostanza, quando siamo infuriati o frustrati per situazioni che non siamo in grado di gestire o contrastare, sfoghiamo la nostra rabbia su quello che abbiamo a tiro in prossimità. Tipicamente sulle persone che ci vivono accanto.

…abbiamo poi (…) una visione molto, molto diversa (…) costruita attorno all’idea che l’aggressività sia in definitiva tutta una questione di frustrazione (…), dolore, stress, paura, ansia. Un punto di vista fortemente spinto dai ricercatori russi nel periodo dell’Unione Sovietica. Una visione molto marxista perché, essenzialmente, ciò che si conclude alla fine è questo tema, che continuo a sollevare ogni volta, che l’amigdala ha qualcosa a che fare sia con l’aggressività che con la paura. Che in un mondo in cui nessun neurone amigdaloide ha bisogno di avere un potenziale d’azione per paura, non ci sarà aggressività. Questa è la versione estrema del modello di dislocamento della frustrazione (…) Quando i livelli di disoccupazione salgono, anche i livelli di abuso coniugale aumentano, e ugualmente aumentano i livelli di abuso sui minori. Quando l’economia va male avviene la stessa identica cosa. Negli animali da laboratorio: procura uno shock ad un topo e otterrai che morderà l’animale che ha accanto. Tutte queste sono forme di aggressività dislocata. In una tribù di babbuini, ad esempio, quasi il 50% delle aggressioni sono dovute ad aggressività dislocata, ed avvengono dopo che un individuo ha perso un combattimento o l’accesso a una risorsa. Questo meccanismo è in grado di spiegare due aspetti davvero deprimenti sulle società diseguali. Il primo è che più sei povero, più è probabile che tu sia violento, più è probabile che tu commetta atti criminali. E quando l’economia va male il problema si aggrava. Tutto diventa più distorto. L’altro aspetto tragicamente ironico di questo processo è che quando la criminalità sale negli strati socioeconomici più bassi, gli atti criminali sono rivolti in modo schiacciante verso gli altri poveri. Quando il crimine aumenta durante i periodi di frustrazione e maltrattamento delle classi socioeconomiche inferiori, non assume la forma in cui, improvvisamente, tutti decidano di scalare il muro fino al palazzo lì accanto e distruggere alcuni dei vasi Ming. Invece si tende ad aggredire le persone che sono vittime proprio accanto a noi. Durante i periodi di recessione economica, i tassi di criminalità nei quartieri più poveri salgono, ed è quasi sempre violenza rivolta agli abitanti del vicinato.

Mi è stato relativamente immediato collegare questa modalità comportamentale con quanto già esposto in una precedente lezione [3], sempre in relazione all’aggressività, dove veniva illustrato un esperimento effettuato su cinque macachi.

Prendi cinque macachi maschi (questo è stato uno studio classico). Mettili insieme e formeranno una gerarchia di dominanza. Il numero uno picchia da due a cinque, il numero due da tre a cinque, e così via. Prendi il numero tre e pompalo con il testosterone. Pompalo con quantità folli di testosterone. Quello che vedrai è che sarà coinvolto in un maggior numero di combattimenti. Significa che il numero tre ora sta minacciando il numero due e il numero uno? Assolutamente no, quello che sta succedendo è che il numero tre diventa un incubo per i numeri quattro e cinque. Il testosterone sta cambiando la struttura dell’aggressività in questo gruppo? No, sta esagerando la struttura sociale preesistente.

Lo studio evidenzia quindi una propensione a scaricare l’aggressività sui soggetti più deboli. Un simile comportamento ha, molto verosimilmente, radici nei processi evolutivi. La selezione naturale premia gli individui propensi a scaricare l’aggressività sui più deboli, mentre danneggia quelli che tenderebbero ad attaccare avversari più forti di loro, che avranno elevate probabilità di fare precocemente una brutta fine.

Emergerebbe perciò una propensione biologica a prendersela coi più deboli, in comune con tutto il resto del regno animale. Benissimo, anzi, malissimo. L’esistenza stessa di automatismi psichici di questa natura contrasta con buona parte delle architetture morali ed etiche sviluppate nei millenni dal pensiero umano. Nondimeno, in quanto evidenze scientifiche, occorre tenerne conto.

Prima di proseguire oltre devo chiarire un punto: prendere atto di una fenomenologia comportamentale non presuppone alcun tipo di approvazione morale, di accettazione o di giustificazione della stessa. Attiene alla nostra condizione di individui consapevoli, ed al nostro senso di giustizia, cercare e trovare soluzioni ed equilibri migliori.

E tuttavia occorre prendere atto di meccanismi psicologici che in natura esistono, che interessano la gran parte delle specie viventi capaci di comportamenti relazionali e sociali complessi, e che non possono essere semplicemente ignorati, né pretendere che bastino educazione e modellazione sociale delle abitudini a farli sparire.

L’aggressività dislocata, nello specifico, può dar conto dei maltrattamenti che avvengono all’interno della sfera familiare. In una cultura dominata dalla competizione economica è facile che l’ambito lavorativo produca un accumulo di frustrazioni che finiscono con lo scaricarsi al di fuori di esso. E nella società moderna gli individui trascorrono la maggior parte del proprio tempo in due ambiti relazionali ben distinti: l’ambito lavorativo e quello domestico.

Lo stress e le frustrazioni accumulate nell’ambito lavorativo, dal quale dipendono la retribuzione e il sostentamento, possono scaricarsi in parte sui colleghi, in particolare i sottoposti, ma finiscono più facilmente a proiettarsi nell’ambito familiare, dov’è azzerato il rischio di perdita dell’impiego e della retribuzione relativa.

Aggressività che assume forme e modalità diverse, fisiche e/o psicologiche, a seconda delle modalità individuali di gestione delle dinamiche relazionali. Individui anatomicamente più forti tenderanno ad esercitare di preferenza modalità aggressive di tipo fisico, mentre individui fragili, se intellettivamente dotati, tenderanno più facilmente ad esercitare forme di aggressività di natura psicologica.

È facile, già da queste semplici considerazioni, individuare uno schema di massima delle dinamiche distruttive che possono emergere nell’ambito familiare a causa dell’accumulo di insoddisfazioni e frustrazioni. Potremo altresì aspettarci che l’incremento di stress ed incertezze indotti nel corpo sociale dall’attuale pandemia finisca col tradursi in un aumento delle aggressioni e del bullismo, e verificare come sia esattamente quello che avviene [4].

In tutto ciò, il portato di alienazione individuale e collettiva prodotto dall’urbanistica moderna, che ha tradotto una disponibilità globale di risorse in forme di edilizia residenziale classicamente monofamiliari, ha ottenuto di esacerbare i meccanismi di ‘aggressività dislocata’, sequestrandoli in larga misura all’interno dei nuclei familiari.

Un quadro che appare ancor più catastrofico se consideriamo gli effetti a lungo termine prodotti da maltrattamenti e violenze domestiche. Diversi studi mostrano infatti come l’esposizione a forme di violenza, fisica e psicologica, tendano a fissarsi nei circuiti cerebrali, dando luogo ad alterazioni permanenti della personalità. Questo processo di alterazione delle risposte cerebrali [5] è, purtroppo, molto più evidente nelle fasi dello sviluppo, generando scompensi difficili da recuperare negli adulti fatti oggetto di maltrattamenti in età infantile.

Peggio ancora, esistono molteplici evidenze del fatto che queste alterazioni siano in grado di fissarsi nel DNA, attraverso processi epigenetici [6], e di propagarsi alle generazioni successive. Questo è il portato più tragico, perché il male che viene fatto ad un individuo, quando si traduce in esplosioni di violenza all’interno della famiglia, finisce col fissarsi sui suoi stessi figli, moltiplicandone gli effetti distruttivi. Non solo si vive una condizione di sofferenza, calpestati dal contesto sociale, ma nello sfogare la rabbia accumulata sui propri familiari si danneggia la propria stessa discendenza e le generazioni a venire.

Altro ambito in cui possiamo leggere processi di ‘aggressività dislocata’ è quello legato alla sicurezza stradale. È un tema che mi tocca nel vivo come ciclista urbano. Dal mio personale osservatorio registro un diffuso disprezzo, da parte degli automobilisti, per le prescrizioni di sicurezza: limiti di velocità, distanze, spazi di frenata, e una generale assenza di rispetto per gli altri utenti della strada, pedoni e ciclisti in testa.

Numerosi conducenti di autoveicoli appaiono frustrati ed aggressivi, per problemi personali, sociali o per le dinamiche conflittuali proprie della mobilità veicolare. Il loro essere ‘inscatolati’ li rende incapaci di scaricare tale aggressività su qualcuno/a in prossimità, di conseguenza finiscono con l’individuare come ‘valvola di sfogo’ gli altri utenti della strada (ciclisti, pedoni, anziani), percepiti come ‘fisicamente e gerarchicamente inferiori’ (quindi non pericolosi) e con lo scaricare su di essi la propria rabbia repressa.

La recente pandemia ha ulteriormente contribuito ad esasperare gli animi, ed il portato di questa frustrazione diffusa si è tradotto, fra le altre cose, in un aumento (largamente percepito) dell’aggressività sulle strade. Un metodo alternativo è stato il ricorso all’uso di alcol e droghe, il cui utilizzo è pure in crescita [7]. Va da sé che le sostanze psicotrope determinano un abbassamento della soglia di autocontrollo, col risultato che le esplosioni di violenza, quando accadono, ne risultano amplificate.

Dalla lezione di Sapolsky emerge poi un rimando inquietante ai rapporti tra le diverse classi economiche in cui tende a suddividersi qualunque società umana. Se andiamo a proiettare le dinamiche relazionali proprie dei piccoli aggregati su una scala più vasta, osserviamo come i meccanismi della ‘aggressività dislocata’ possono essere sfruttati in chiave di controllo sociale.

Stabilito che la violenza cieca si scarica in prevalenza sugli individui in prossimità, per evitare che raggiunga i soggetti effettivamente responsabili delle condizioni di frustrazione diffusa (quelle che chiameremo le élite economiche) un buon punto di partenza sarà realizzare una separazione fisica tra i luoghi di vita e lavoro di ricchi e poveri, ed è un processo che vediamo già in atto in diverse parti del mondo [8].

In termini di controllo sociale questo significa poter incrementare i fattori di stress su quelle che Sapolsky definisce ‘classi socioeconomiche inferiori’ senza rischiare reazioni indesiderate come forme aggregate di ribellione sociale. La polverizzazione, disgregazione ed il progressivo imborghesimento delle classi economiche meno agiate, la dispersione territoriale e l’isolamento indotto nei nuclei familiari dalla sostituzione dell’ambito relazionale con l’intrattenimento audiovisivo, hanno ottenuto di sequestrare le dinamiche violente in prevalenza all’interno di ambiti privati.

Altro classico esempio di utilizzo sociale dell’aggressività dislocata è il tifo da stadio, caratterizzato da forme di aggressività ritualizzata che esplodono, occasionalmente, in violenza brutale. Attacchi che si consumano in spazi e tempi circoscritti e svolgono una funzione di scaricamento della violenza accumulata in forme atte a non turbare l’ordine costituito, in quanto esercitati di norma tra opposte tifoserie, quindi tra individui degli stessi gruppi sociali (all’interno di un sistema culturale capace di alimentare un meccanismo economico dai bilanci milionari).

Le conclusioni di questa riflessione sono molto amare. Da un lato si evidenzia un meccanismo psicologico innato di scaricamento dell’aggressività e della violenza sui più deboli, che cozza con tutte le elaborazioni etiche e morali sviluppate dalla nostra specie, al punto da far ritenere che lo sviluppo dei costrutti culturali etico/morali sia un adattamento necessario a preservare gli individui più fragili dalla generale innata propensione alla violenza.

Dall’altro emerge la potenzialità per un utilizzo delle nozioni di psicologia comportamentale finalizzato alla stabilizzazione di un modello sociale, basato sullo sfruttamento delle classi economicamente e culturalmente più fragili, che pare tragicamente calzante con quanto ci è dato osservare nelle culture umane antiche e moderne.

Passando ad un ambito strettamente personale, l’approfondimento delle dinamiche legate a violenza ed aggressività confido mi rendano più consapevole riguardo ai processi che coinvolgono le mie stesse reazioni emotive, consentendomi in futuro un miglior autocontrollo nella gestione degli scatti d’ira. Non sarà molto, ma è già qualcosa.


[1] – Lecture Collection | Human Behavioral Biology

[2] – 19. Aggression III (minuto 50:40)

[3] – 18. Aggression II (minuto 1:33:57)

[4]Obesità, anoressia e aggressività in crescita con la pandemia (RAI News)

[5] – Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD)

[6] – Epigenetica

[7] – Consumo di droghe

[8] – Gated communities

Amministratori in sella

L’associazione Salvaiciclisti-Roma ha deciso di organizzare una serie di seminari per i neoeletti amministratori romani, chiedendo a cicloattivisti con esperienze nella P.A. di tenere dei mini-webinar sulle problematiche dell’amministrare la città.

Il primo è toccato a me e lo trovate qui:


Il secondo è stato condotto da Paolo Bellino, con Marirosa Iannelli e Omar Di Felice:


Il terzo approfondisce il tema delle competenze municipali grazie a Valentina Caracciolo, attuale assessore alla mobilità per il II Municipio, con contributi di Sandro Calmanti e Alessandra Grasso.