Albania

Quando si parte con le bici al seguito il fatto stesso di raggiungere il luogo di partenza è un piccolo viaggio nel viaggio. Il nostro inizia venerdì 10 agosto, alle 5.45, con la sveglia che ci butta giù dal letto. Colazione frettolosa, poi si sale in sella e si raggiunge pedalando la stazione Termini, con una mezz’ora di margine per smontare ed “insaccare” le due biciclette e farle viaggiare sull’Eurostar per Brindisi.

Salito sul treno occupo uno dei due sedili singoli posti alle estremità del vagone, sistemandoci accanto le due bici in modo da non ingombrare il passaggio. Non mi spetterebbe, ma all’atto della prenotazione abbiamo potuto verificare come non fosse possibile prenotare tale posto, che viene accomunato ad “lato finestrino” non valorizzando la sua effettiva peculiarità.

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Arriviamo a Brindisi in relativa tranquillità. Finite di rimontare le bici sono le due passate e spendiamo un po’ delle ore del pomeriggio a riposare ed a visitare la città. La differenza rispetto al 1990, quando mi imbarcai per una vacanza a Corfù, è enorme. Sembra un’altra città, rimessa a nuovo.

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Verso le sette di sera veniamo raggiunti dal gruppo dei “Cicloamici” di Mesagne, ci consegnano i biglietti ed andiamo in porto a prendere due diversi traghetti. Loro viaggeranno, grazie ai passaporti non scaduti, via Corfù, per arrivare a Saranda nella tarda mattinata, noi andremo direttamente a Valona, e cercheremo di raggiungerli con un bus nel pomeriggio del giorno successivo.

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Superata la barriera burocratica del controllo dei documenti (lentissima, soprattutto per gli altri viaggiatori che sono davanti a noi), la situazione all’imbarco è decisamente inusuale: sul traghetto, greco,  ci sono praticamente solo albanesi, individuiamo soltanto una coppia di italiani giovanissimi, forse in vacanza come noi. L’Albania non sembra ancora terra di conquista da parte del turista italico.
Ci accomodiamo alla bell’e meglio sulle poltrone e ci apprestiamo a passare la notte in mezzo a gente che, in barba ai divieti, fuma tranquillamente al chiuso.

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Manu prende sonno abbastanza in fretta, io sonnecchio, mi sveglio, passeggio sui ponti esterni, osservo le stelle.

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L’alba sul mare è uno spettacolo fantastico, preceduto da una sottilissima falce di luna.

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Sbarchiamo a Valona di prima mattina, la città appare più moderna di quanto mi aspettassi. Sbrighiamo le formalità burocratiche ed andiamo a cercare la piazza da cui partono gli autobus per il sud in mezzo ad un traffico già caotico. Siamo sfortunati, l’autobus è partito alle sette e non ce ne sarà un altro prima di domani, forse ne passerà uno, ma probabilmente troppo piccolo per portare le biciclette… L’unica alternativa, ci dicono, è provare ad arrivare a Fier, 35km, crocevia tra Tirana e Sarande.

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Dopo un breve consulto decidiamo di andare. 35Km in bici significa meno di due ore, dovremmo poter prendere un autobus intorno alle dieci. Usciamo dalla città su quella che, realizziamo dopo, è praticamente l’unica strada carrozzabile che colleghi l’importante porto alla capitale. I boschi intorno sono bruciati e puzzano di fumo e carcasse di animali morti, l’asfalto è in condizioni pessime ed il traffico continuo ed incessante, oltreché pericolosissimo (lo stile di guida dell’albanese medio è terribile) e gli scarichi delle autovetture asfissianti. Affrontiamo a testa bassa questa sorta di girone infernale terrorizzati dalla prospettiva di dover sopportare condizioni simili per tutto il resto del viaggio.

In un paio d’ore scarse raggiungiamo Fier, ex popoloso capoluogo industriale uscito malissimo dal crollo dell’economia statalista, e la cui periferia fa rimpiangere perfino le zone più degradate del sud Italia, rammentando semmai, per chi non le ha mai viste, i racconti e le foto della Turchia e della periferia di Istanbul.

Ci fermiamo ad un incrocio dove si avvicendano corriere vecchissime, scalcinate e polverose, quasi tutte strapiene, e mentre il nostro umore rischia un brusco collasso ci si ferma davanti un “furgon” che ha in bella mostra il cartello “Sarande”. Scopriamo così che il principale mezzo di trasporto collettivo dell’Albania sono questi mini-pullman a otto posti, che si muovono su tratte più o meno usuali, caricano e scaricano gente in qualsiasi punto gli faccia comodo e contrattano il pedaggio sul momento.

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Ci accordiamo per venti euro a testa, smonto le ruote anteriori per far entrare le bici nell’angusto spazio posteriore, carichiamo tutti i bagagli e ci accingiamo alla traversata del sud dell’Albania, quasi duecento chilometri per percorrere i quali ci occorreranno cinque ore. Ci faranno compagnia due famiglie, e fortunatamente uno dei capofamiglia parla un discreto italiano, cosicché per il resto del viaggio chiacchieriamo (soprattutto Manu) e ci confrontiamo sulle differenze tra Italia e Albania.

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La strada si fa leggermente meno trafficata e fuori dai finestrini scorrono paesaggi selvaggi, poco abbelliti dalla luce grigia che filtra dalle nubi dense.

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Purtroppo parecchie pendici montane sono state bruciate dagli incendi, un’altra delle conseguenze della prolungata siccità che sta affliggendo il paese. Dopo una breve sosta alla sorgente di Tepelene per rinfrescarci, incrociando continui rallentamenti per i lavori in corso del raddoppio stradale, scendiamo sulla piana di Argirocastro per affrontare, infine, l’ultimo svalico per Sarande.

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Sarande sembra una qualsiasi cittadina di mare del sud Italia devastata dalla cementificazione abusiva. A guardar meglio molte delle palazzine sono ancora in costruzione, o non del tutto completate, un “sacco” urbanistico recentissimo, sregolato e non ancora completato. Contattiamo gli altri grazie al cellulare di Manu (il mio “gestore” in Albania non è ancora sbarcato) e ci facciamo venire a prendere, nell’attesa ordino una “pita” e la spazzolo in quattro e quattr’otto.

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Mentre io e Manu attraversavamo eroicamente l’Albania gli altri avevano avuto tempo e modo di visitare Butrinti, antica città romana le cui rovine sono ancora in buone condizioni (non avessi Ostia Antica a due passi da casa forse me ne rattristerei un po’). Scopriamo quindi che siamo alloggiati una dozzina di chilometri più a sud, a Ksamil, separati dall’isola di Corfù da un braccio di mare largo solo due chilometri.

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Il pomeriggio finisce, giustamente, con un bagno in un mare splendido. Dopo circa trentasei ore di viaggio siamo finalmente giunti al punto di partenza.

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