Argirocastro e dintorni

12 agosto
Considerata la distanza dal luogo dove siamo alloggiati, è prevista una visita in pullmino alla città di Argirocastro. Partiamo accompagnati da Viola (Vjollca), che insieme al fratello Artin fa parte del progetto “Vivalbania” e ci ospita a Ksamil, in qualità di guida alla volta dell’antica città. Percorriamo quindi all’indietro la strada già fatta il giorno prima da me e Manu sul “furgon”.

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La piana di Argirocastro si sviluppa in direzione nord-sud fin quasi al confine con la Grecia, e vista dall’alto pare tale e quale un altopiano dell’Abruzzo.

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Viaggiando l’occhio cade inevitabilmente sulle decine e decine di bunker che costellano il paesaggio. Hoxha ed i suoi strateghi devono aver ritenuto questa valle un potenziale corridoio privilegiato di invasione del paese, provvedendo a collocarci alcune centinaia (se non migliaia) di questi orribili funghi di cemento armato, ognuno del peso di cinque tonnellate, che in numero di circa 700.000 infestano l’intero paese.

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La foto precedente, tanto per fare un esempio, presa al volo dal finestrino del pullmino, ne mostra uno “collettivo” e una quindicina di “singoli”, i più diffusi (cliccateci sopra per vedere la versione ingrandita). Non è quasi possibile scattare una foto panoramica senza finire col riprenderne uno o più.

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Fin qui ne avevo solo sentito parlare, ne avevo letto nei resoconti di altri viaggiatori, ma trovarseli di fronte è un altro discorso. È un altro indizio di quella follia latente nell’animo umano che occasionalmente trova il modo di materializzarsi. E possono essere campi di concentramento, come a Mauthausen, che ebbi modo di visitare nel lontano 1991, oppure queste centinaia di migliaia di bunker, certo meno crudeli ma non meno assurdi, eretti a fini difensivi da un regime dittatoriale paranoico in un paese povero, pressoché privo di strade, infrastrutture e servizi essenziali.

Sicuramente è stato uno dei principali motivi a spingermi qui, in questo paese per secoli alla periferia di tutti gli imperi, diventato famoso nell’antichità per la “vittoria di Pirro”, e condannato dalla storia a rivivere una situazione simile: vincere la seconda guerra mondiale solo per ritrovarsi prigioniero per quarant’anni di una dittatura demenziale, di cui oggi nessuno vuol più nemmeno parlare. A volte, e questa è la lezione che imparo qui, le guerre conviene perderle, anziché vincerle.

Arroccata su uno sperone roccioso troviamo Argirocastro, città dichiarata dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” per il suo nucleo di case antiche, medioevali.

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La sensazione è di generale abbandono. Fino a qualche anno fa il centro era ancora vivo ed abitato, ci spiega Viola, adesso quasi tutti si sono trasferiti nei nuovi edifici, costruiti coi soldi delle rimesse dei lavoratori emigrati. La parte nuova della città è infatti il solito fiorire di casermoni di cemento.

Però fatico ad accettare i giudizi trancianti che mi verrebbero spontanei, non riesco a giudicare il popolo albanese col metro che userei per i miei compatrioti, vengo invaso da una forma di indulgenza. Questa rincorsa al nuovo senza condizioni non è forse un prodotto del vecchiume in cui hanno vissuto per quarant’anni, isolati da tutto e da tutti mentre il resto del mondo correva avanti?

Voglio sperare che nel giro di qualche anno prenderanno consapevolezza del fatto che una casa antica è molto più preziosa di un cubicolo di cemento armato, più fresca d’estate e più calda d’inverno, e che a conti fatti la ricchezza del paese aumenterà al punto da consentire i più costosi lavori di ristrutturazione che un siffatto edificio comporta. Sperando che nel frattempo lo sfascio e l’abbandono non abbiano la meglio su queste case vecchie e fragili, che i tetti antichi non crollino trascinando con sé tutto il passato che l’Unesco vorrebbe conservare.

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Saliamo a piedi fino al castello, nelle cui sale è stato ricavato il museo nazionale delle armi. Entriamo a visitarlo nonostante manchi l’elettricità. In realtà l’intero paese vive da diverse settimane una crisi energetica, determinata dal fatto che la gran parte della produzione elettrica è fornita da dighe, e con la generale siccità degli ultimi mesi gli invasi sono semivuoti, la corrente manca perciò per diverse ore al giorno, e questa situazione sarà una costante per tutto il resto del viaggio.

Il museo ci accoglie con un’aria malandata e triste, specchio del vecchio regime e delle sue millantate glorie. Cannoni catturati dai partigiani nel corso della II guerra mondiale sono allineati nella penombra di arcate cupe. Viola ci spiega che la fortezza è stata convertita in museo solo negli ultimi decenni, prima era un carcere del regime di Hoxha. Le armi sono poche e polverose, le teche scrostate, su tutto troneggia la retorica dell’eroico partigiano che armato solo del suo indomito coraggio libera la patria dall’invasore, tema monocorde ed ormai stantio della dittatura, che vedremo ripetuto pressoché ovunque in monumenti, mosaici, statue e lapidi.

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Il resto del castello non versa in condizioni migliori, edifici abbandonati di cui restano in piedi solo le mura ed un’arena dove si tiene un festival di musiche popolari. In cima alle mura, accanto ad alcuni cannoni antichi lasciati ad arrugginire, c’è una carcassa di aeroplano, con la strumentazione completamente saccheggiata, messo in mostra lì, probabilmente in mancanza di altri spazi.

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Sulla via del ritorno c’è il tempo di visitare una splendida sorgente detta “l’occhio blu”, un pozzo naturale dal quale fuoriesce un fiume sotterraneo. L’acqua è estremamente pura, ed a quanto pare già nelle mire degli “imbottigliatori” occidentali.

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Dopo il pranzo a base di pesce a Saranda si torna a Ksamil. Manu ha mal di testa e si mette a letto, gli altri vanno in spiaggia, nonostante il vento fastidioso che si è levato, io ho voglia di pedalare e parto da solo, direzione Butrinti. Ma sbaglio un bivio e mi ritrovo in mezzo a campi incolti, sulla punta della penisola.

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In verità, mi rendo conto, raggiungere Butrinti non era così essenziale come pedalare un po’ da solo e schiarirmi le idee. L’Albania è un gran caos, un paese pieno di contraddizioni, nuovo e antico, povero e ricco, fatico molto a gestirlo con i miei abituali schemi mentali, comprendo che mi ci vorrà tempo per trovare una chiave di lettura che sia in grado di rispettare sia la mia visione critica, sia la loro condizione di “nuovi nati” alla modernità.

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Torno indietro e, sulla spiaggetta, catturo una foto che sintetizza la continuità tra il cemento antico, quello dei bunker, e quello nuovo, delle case abusive, tirate su in fretta e furia e senza piani regolatori. Quale filo conduttore trovare se non quello dell’ignoranza? Un’ignoranza, però, che ha radici antiche, di repressione degli intellettuali e dei dissidenti, di azzeramento della dialettica democratica e delle diversità, un prezzo pesantissimo che l’intero paese, a vent’anni di distanza, sta ancora pagando caro, distruggendo e violentando quell’integrità paesaggistica che è la sola merce spendibile sul mercato del turismo occidentale.

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Scatto un’ultima foto, ormai quasi al buio, al canale che collega il mare Ionio al lago salato di Butrinti. La luce è bellissima e lascia, dietro di sé, una speranza nel ravvedimento collettivo che purtroppo non ha, al momento, gran fondamento.

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