Domesticazione umana

(articolo originariamente pubblicato sul blog Crisis? What Crisis?)

open-plan-office-1024x614Il tema della ‘domesticazione umana’ era già stato introdotto in un mio precedente post, ma credo valga la pena di svilupparlo meglio perché consente di inquadrare nella giusta prospettiva fenomeni che risultano ‘inspiegabili’ con le chiavi di lettura attuali. Ancora ieri si ragionava di incidentalità stradale, dell’aggressività alla guida, dell’insufficienza nelle reazioni messe in atto nel corso degli anni (campagne informative inefficaci o totalmente sbagliate, mancato adeguamento della legislazione e via dicendo…), con diverse persone che sottolineavano l’incomprensibilità di certi accadimenti.

Per approcciare la questione va fatto un lungo passo indietro, fino al lunghissimo arco di tempo (dal 15.000 al 4.000 a.C.) nel corso del quale l’Homo Sapiens ha addomesticato altre specie animali e vegetali, selezionando le varietà più utili e sostanzialmente stravolgendo il genoma di una porzione importante della biosfera.

La domesticazione coinvolge aspetti diversi. Nelle piante quello che si ricerca da principio è la produttività. Le piante da frutto utilizzano gli animali per massimizzare la diffusione dei propri semi (i frutti vengono mangiati ed i semi ‘diffusi’ assieme alle feci su un areale più vasto, passando indenni attraverso i processi digestivi). L’umanità seleziona le varietà con i frutti più grossi e gradevoli, e ne crea coltivazioni intensive.

L’esito finale può essere disastroso per la specie domesticata. Nel grano originario, ad esempio, i semi si staccano spontaneamente dalla spiga cadendo a terra per la semina dell’anno successivo. Ma questo non è funzionale alle esigenze umane, cosicché nel tempo si sono selezionate varietà di grano nelle quali i semi non si staccano. Varietà che non avrebbero modo di sopravvivere nell’ambiente senza l’intervento umano.

Con gli animali si sono prodotte dinamiche analoghe. Gli animali, a differenza delle piante, devono adattarsi alla vita in cattività, cosa non scontata. Jared Diamond spiega che alcune specie non sopportano di venir rinchiuse in recinti, si scagliano contro le pareti tentando di fuggire fino a morirne. Altre specie si adattano alla prigionia ma non si riproducono in cattività, cosa che rende impraticabile l’allevamento.

L’animale che per primo fu domesticato fu il lupo, utilizzato dai nostri antenati come aiuto nella caccia ed in seguito sottoposto ad una infinita serie di selezioni arbitrarie fino a produrre tutte le varietà esistenti di specie canine, dall’alano al chihuahua passando per bassotti, levrieri, molossi e barboncini.

La nostra stessa specie non è passata del tutto indenne attraverso questa fiera delle mostruosità, nonostante gli adattamenti prodotti nel tempo siano di natura più psicologica che morfologica. L’umanità nasce come una specie di cacciatori-raccoglitori nomadi che, in seguito all’invenzione dell’agricoltura, diviene stanziale, comincia ad intervenire sull’ambiente circostante su larga scala, crea comunità numerose e dà infine vita agli aggregati chiamati città.

L’esistenza delle città dipende dall’accettazione della coesistenza fra centinaia, poi migliaia, di individui. Questo è il primo adattamento psicologico richiesto: la capacità di convivere in gruppi estremamente numerosi, di essere circondati costantemente da sconosciuti, di entrare in relazione con essi attraverso un linguaggio comune, convinzioni comuni, ideologie condivise. Le città nascono grazie al potere militare che sono in grado di esprimere nei confronti delle popolazioni circostanti e sono tenute unite da religioni ed ideologie.

Il faticoso adattamento alla vita collettiva, agli spazi chiusi, trova come contraltare una maggior sicurezza, la protezione di un esercito, l’abbondanza di cibo rispetto a quelli che restano a vivere isolati nelle campagne, a contatto con la natura. Gli individui che mal sopportano questa forzatura diventano viaggiatori, esploratori, mercanti, avventurieri, gli altri ingrossano le fila dei ‘residenti’, vivono vite sicure e tranquille e si riproducono a ritmi molto elevati.

FabbricaQuesto processo ha condotto, nel corso dei millenni, ad una mutazione antropologica di una parte consistente (numericamente maggioritaria) della nostra specie. Veniamo allevati in cattività, abituati fin da subito a vivere circondati da barriere protettive (le mura di casa, della scuola, gli abitacoli dei veicoli con i quali ci spostiamo), fino a perdere, in tutto o in parte, la familiarità con l’ambiente naturale dal quale abbiamo avuto origine.

Questo sradicamento, questa alienazione, quest’esperienza di vite sempre più artificiali verso cui la modernità ci spinge, disarticola la nostra stessa cognizione del mondo. Se le civiltà del passato erano ancora in grado di collocare sé stesse all’interno di un sistema naturale, di percepire i cicli e le esigenze della vita sul pianeta, la nostra cultura se ne è allontanata a tal punto da renderne i segnali d’allarme indecifrabili.

Così, mentre catastrofi epocali avanzano di giorno in giorno, la desertificazione (solitamente di natura antropica) erode i continenti, l’atmosfera si surriscalda a causa delle tonnellate di gas serra rilasciate quotidianamente, gli oceani si acidificano, i ghiacciai millenari si sciolgono, le specie viventi selvatiche si estinguono in massa, l’umanità non riesce a vedere oltre i confini dei recinti nei quali si è spontaneamente rinchiusa, delle gabbie in cui si è abituata a vivere e che diventano via via più strette ed opprimenti.

Come gli allevamenti industriali hanno progressivamente sostituito i pascoli, così le città contemporanee hanno sostituito quelle antiche, incrementando l’isolamento individuale grazie anche al cambiamento degli stili di vita. Rispetto al passato abbiamo città e case più ingombre di oggetti e passiamo molto più tempo in compagnia di macchine da intrattenimento che non coi nostri simili.

Negli allevamenti industriali gli animali sono compressi in spazi ridotti, mutilati per impedire aggressioni reciproche, sovralimentati per farli aumentare rapidamente di peso prima della macellazione. Gli ‘allevamenti umani’ della società consumista non sono molto dissimili, anche se rispondono ad una logica leggermente diversa. ‘Dobbiamo produrre, dobbiamo consumare’: questo è il valore degli individui all’interno del meccanismo. Più produciamo, più consumiamo, più plusvalore i nostri governanti (politici, ma sempre più spesso economici) riescono a ‘mungere’ per sé.

Lo stress urbano, l’aggressività, la violenza, sono figlie della cattività, del vivere gomito a gomito con migliaia di sconosciuti, della compressione delle nostre esigenze di spazio, silenzio, solitudine e libertà. Esigenze di cui siamo stati privati da un arco di tempo talmente lungo da non essere più in grado neppure di riconoscerle, o dargli un nome. Un vivere quotidiano talmente opprimente da non lasciarci le capacità mentali per guardare oltre, per vedere un pianeta in lento e progressivo disfacimento. Men che meno le energie per invertire la rotta.

Allevamento intensivo

Il Mammifero, la città e le elezioni

Dato che questo blog è stato recentemente menzionato dalla candidata sindaco M5S, Virginia Raggi, in un comunicato stampa (cosa che ha sorpreso me per primo, non avendola fin qui mai incontrata…), ed indicato a riferimento teorico-pratico della vision (da lei condivisa) dell’associazione #Salvaiciclisti Roma, ho sentito l’esigenza di organizzare il materiale pubblicato raggruppando i link ai post più significativi con un minimo di sequenza logica.

Alcuni concetti li troverete ripetuti e ribaditi più e più volte. Purtroppo è inevitabile, quando si scrive a distanza di mesi ed anni, dover riepilogare ogni volta i diversi aspetti, pena la non comprensibilità dell’analisi. Portate pazienza, il blog funziona così.

(e, sì, tanta roba, lo so… cercherò magari più in là di organizzare il tutto nella forma di un e-book o in un file PDF, più comodi da maneggiare)


Il primo blocco di post è dedicato all’analisi del contesto. È necessario ripensare l’organizzazione urbana in una chiave di lettura completamente differente da quella veicolataci fin qui dagli interessi che hanno prodotto l’insostenibile situazione in essere. Per farlo occorre rimettere in discussione alla radice i meccanismi politici, economici e sociali che hanno condotto allo stato attuale,

La guerra nelle strade
Incidentalità e stress urbano come risultato (certo non imprevedibile) di una pianificazione sbagliata degli spazi urbani.

L’urbanità dimenticata
La distorsione della funzione d’uso delle città operata nell’arco di oltre un secolo dall’industria dell’automobile.

Il quadro generale
Come la politica manipola la percezione degli abitanti relativa all’organizzazione urbana per mantenere un redditizio status quo.

Gli ignavi
Teoria e prassi delle modalità di intervento urbano: la vicenda della (mancata) pedonalizzazione di via Urbana.

Spacciatori di automobili
Inquietanti parallelismi tra il mercato della droga e quello degli autoveicoli.

Effetto Babele
Come la complessità dell’esistente ostacola i nostri tentativi di comprensione.

Numeri sbagliati
Stima quantitativa delle risorse destinate alla bicicletta e dei costi individuali del possesso di un’auto (pubblicato su Bikeitalia.it).

Quanto vale il caos urbano
Analisi delle diseconomie pubbliche e private determinate dall’attuale organizzazione urbana di Roma, confrontata con Londra e Parigi.

Come (non) si trasforma una città
Analisi delle strategie dilatorie messe in atto per ostacolare il cambiamento.

Il Cambiamento
Panoramica sui passi da intraprendere per avviare una reale trasformazione nella modalità d’uso della città ed una riqualificazione complessiva dell’abitato.


Il secondo blocco riguarda articoli più ‘tecnici’ sulle sistemazioni ciclabili e le modalità d’intervento. Si parte da un ragionamento complessivo sulla città, dal punto di vista urbanistico e dai dati sulla fruizione da parte dei ciclisti, per arrivare a delineare una strategia d’intervento.

Jevons, la città e le auto
Perché la maggior parte degli interventi messi in atto fin qui non ha sortito effetto.

L’urbanista dilettante
Cercando di rispondere alla domanda su ‘cosa sia una città’.

Ripensare la ciclabilità urbana
Genesi (in quattro parti) dell’ormai famoso “modello della città a grappolo”. Come le barriere naturali ed artificiali modellano la crescita urbana generando addensamenti abitativi, corridoi obbligati e ‘colli di bottiglia’ stradali.

Addio piste ciclabili
Perché i corridoi ad uso promiscuo ciclo-pedonale (se di ampiezza adeguata!) sono preferibili alle ciclabili ‘segregate’.

Valutazione qualitativa di una ciclovia
I criteri per assegnare un voto ai percorsi ciclabili.

ECC data mining
Analisi (in tre parti) della prima tranche di dati sui comportamenti reali dei ciclisti romani (maggio 2014) e sul tipo di fruizione della città da essi disegnata.

ECC2014 e progettazione di reti ciclabili
Gerarchizzazione delle priorità d’intervento basata sui dati reali dell’utenza.

Letterina di Natale
Consegnata, nel dicembre 2014, nelle mani dell’ex sindaco Ignazio Marino. Una efficace sintesi della vision urbana dell’associazione #Salvaiciclisti.

Il Re è nudo e incapace
Primi esperimenti di riappropriazione dal basso degli spazi viari male organizzati: le ciclabili ‘autoprodotte’ a protezione dei punti di maggior criticità.

Perché Santa Bibiana è importante
Ulteriori delucidazioni tecniche sull’intervento nel tunnel di Santa Bibiana.

Vigliaccheria politica
Il confronto (impietoso) tra i teatrini romani e l’approccio pragmatico dei londinesi: il traccheggio da una parte, ‘la salute innanzitutto’ dall’altra.

Creare disagi agli automobilisti
Una riflessione sulla sudditanza culturale che il mondo dell’automobile ha indotto in tutti noi nel corso di lunghi anni di condizionamento pubblicitario e mediatico.


Il terzo blocco racconta la prospettiva di chi va in bicicletta, il modo affatto diverso di sperimentare ed interpretare la realtà urbana. Una sintesi dei motivi che spingono tante persone ad abbandonare l’abitacolo ovattato ed alienante dell’automobile e riappropriarsi della realtà.

È bello avere un corpo
Alla radice di tutto, l’esigenza di riappropriarsi di sé stessi e della propria fisicità

La bicicletta, la città e il tempo
Del perché la fretta è una trappola e di come ci siamo caduti dentro con entrambi i piedi

Bellezza, ricchezza, benessere
Tre parole abusate dalla pubblicità declinate qui in significati del tutto inattesi.

Perché gli automobilisti ci odiano
Breve excursus ironico sulla percezione dei ciclisti da parte degli altri utenti della strada.

Un giorno qualsiasi da ciclista urbano
Rimbalzando in bici da un angolo all’altro della città durante uno sciopero dei mezzi pubblici. Non esattamente una giornata standard per me, ma niente di eccezionale.

Riappropriazione sensoriale
Pedalando di notte al buio nei parchi urbani si scoprono cose interessanti.

Sulla strada
Perché per il ciclista la strada in sé è uno spazio da frequentare, mentre per l’automobilista è semplicemente un ‘non luogo’.

Un ciclista da marciapiede
I pericoli delle strade urbane, la paura ed i mille stratagemmi per sopravvivere.

La percezione del ciclista
Il motivo concreto della necessità di diventare tanti a spostarci in bici sulle strade.

Il cielo sopra il mondo

Aracoeli(tra l’Altare della Patria e la piazza del Campidoglio sorge la Basilica di Santa Maria in Aracoeli, eretta nel VI secolo sul sito di un preesistente tempio romano. Vi si accede per mezzo di una lunga e ripida scalinata e fu luogo, diversi anni fa, di una delle esperienze più profonde, intense e spiazzanti della mia vita)

È un sabato pomeriggio. Con mia moglie abbiamo deciso di fare un po’ i ‘turisti in casa’, andando a passeggiare nel centro storico, senza una meta precisa. Quando ci ritroviamo a passare sotto la chiesa dell’Aracoeli vediamo un’ambulanza ferma, e mi rendo conto che in cima alla scalinata sta accadendo qualcosa. Un gruppo di paramedici si sta dando da fare su di un corpo steso a terra. Non so esattamente cosa mi muove, Emanuela vuole andar via, io sento che il mio posto è lassù. La convinco e saliamo lentamente le scale.

Giunti in cima ci troviamo di fronte una scena surreale. I paramedici stanno praticando il massaggio cardiaco sul corpo di un uomo a terra. Accanto a loro due donne, di età diversa (moglie e figlia, penso) li osservano ammutolite. Nessuno osa parlare. Sotto di noi, lontani, i suoni attutiti della città ci raggiungono da una distanza che appare incolmabile. Sopra le nostre teste, nere nuvole temporalesche creano una luce cupa, rarissima da osservare. Sembra la scena di un film. Non un film qualsiasi. È Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders.

WendersNel film il protagonista è un angelo. La realtà degli angeli coesiste con la nostra, ma su un piano diverso. Gli angeli vedono un mondo in bianco e nero, privo di suoni. Non sentono le parole degli uomini, ma ne ascoltano i pensieri. Non possono interagire né interferire. Provano a consolarli quando sono disperati, ma molto spesso sono semplici testimoni dei fatti che accadono: della vita, del dolore, della morte. In cima a quella scalinata, sotto un cielo plumbeo, mentre abbraccio mia moglie senza parlare, mi sento così: mero testimone di un momento di passaggio, forse l’ultimo, per un mio simile. Il passaggio del confine tra la vita e la morte.

Cerco di immaginare i momenti precedenti. La famiglia in vacanza. La decisione di salire a vedere quella chiesa. La scalinata, forse troppo lunga e ripida per quell’uomo corpulento, di mezza età. Sull’ultimo gradino l’arresto cardiaco. Le due donne, poco prima allegre, improvvisamente sole di fronte alla tragedia inaspettata. Il mondo, sotto di loro, che indifferente va avanti con le sue routines. Osservo commosso questa scena cercando di darle un senso. Un senso difficile da trovare.

Dopo un tempo non quantificabile, dieci minuti, forse venti, i paramedici smettono di praticare i tentativi di rianimazione. Si fermano stremati a contemplare il corpo esanime. Io ed Emanuela entriamo in chiesa, storditi, lei per pregare, io per riflettere. All’interno della chiesa è in corso una funzione religiosa: una messa del sabato pomeriggio celebrata per una manciata di astanti, in prevalenza anziani. Dopo poco il sacerdote, informato dell’accaduto, interrompe la funzione. Avvisa che deve recarsi all’esterno per impartire l’estrema unzione al defunto, si allontana dall’altare a passi lenti e gravi.

Da ateo non posso partecipare alla dimensione trascendente della celebrazione, ma mi colpisce, all’improvviso, quel grumo di umanità, quel piccolo popolo legato a riti antichi. Percepisco la loro esigenza di una dimensione umana che travalichi il consumismo, il mero desiderio di oggetti inanimati. Comprendo, almeno in parte, la contrapposizione tra materialismo e trascendenza in una chiave di conflitto ideologico.

Pur ateo, la filosofia cristiana all’interno della quale sono stato cresciuto (e che ho introiettato, nonostante la rinuncia alla dimensione teologica) mi spinge ad agire in termini cooperativi, solidali, a considerare le dinamiche egoistiche e competitive come una strategia erronea dell’agire umano. Nonostante ciò devo riconoscere in questo momento storico il primato della sopraffazione. Come conciliare teoria e realtà?

Seguendo un filo di analisi che avevo già introdotto nel finale di un precedente post, la mia conclusione attuale è che competizione e cooperazione restano le due dinamiche portanti del comportamento umano, ma il punto di equilibrio è determinato dal contesto, ed il contesto che abbiamo sviluppato nell’arco dei millenni è totalmente diverso da quello che ha dato origine all’etica ebraica prima, e cristiana in seguito.

L’etica ebraico-cristiana, elaborata in seno ad un popolo disperso di pastori nomadi, fornisce indirizzi efficaci in situazioni di povertà di risorse e scarsità d’individui. Dato un simile contesto, la solidarietà, la condivisione, l’aiuto reciproco contribuiscono fattivamente al benessere delle comunità ed alla loro prosperità. Ma il mondo che ha visto la luce in seguito alla rivoluzione industriale non presenta più queste caratteristiche.

Il mondo in cui viviamo oggi è dominato dalla sovrabbondanza di beni e di popolazione, animato da collegamenti veloci che consentono di trasferire rapidamente persone e beni materiali da un paese all’altro, da un continente all’altro. Regolato da legislazioni che favoriscono l’accumulo di ricchezza in poche mani, perfettamente compatibili con pesanti disparità sociali che producono masse sfruttate da un lato ed oligarchie economico-finanziarie dall’altro.

In questo contesto l’etica solidale cristiana risulta ancora premiante al livello dei singoli individui, delle relazioni interpersonali, ma le modalità predatorie tipiche dell’accumulazione capitalista offrono vantaggi sconfinati per quanto riguarda le manipolazioni su vasta scala, dai singoli paesi ad interi continenti. Nella modernità globalizzata, singoli egoismi individuali possono arrivare a disporre di un potere di gran lunga superiore a quello esercitabile dalla vasta maggioranza della popolazione, grazie al controllo sulla politica e sui mezzi di comunicazione, alla propaganda strisciante ed onnipresente, alla menzogna reiterata.

Eppure anche questo momento storico folle, estemporaneo ed esplosivo, si schianterà di fronte ai limiti fisici del pianeta che ci ospita. La cultura dell’accumulo egoistico dovrà sperabilmente far posto a quella della ridistribuzione, perché l’alternativa produrrebbe paesi spopolati ed indeboliti. Non possiamo dare per scontato che questo avvenga nell’immediato. Nel secolo scorso il crollo dei mercati degli anni ’20, ed il conseguente impoverimento delle popolazioni, produssero al contrario ideologie fortemente aggressive come il Fascismo in Italia e il Nazismo in Germania.

Quale tipo di etica, o di ideologia, o di religione potrà guidare la transizione verso una cultura a minor impatto ambientale non ci è dato sapere, probabilmente deve ancora essere formulata. Abbiamo accumulato negli anni una lunga serie di tesi puramente razionali, ma sappiamo bene quanto poco la razionalità riesca a pesare nei momenti di crisi sociale. Converrà trovare il modo di elaborare una nuova Idea del Mondo nel tempo che ancora ci resta, a rischio di non poterne disporre quando ne avremo un disperato bisogno.

Deriva messicana

(ripubblico anche qui un post già apparso sul blog a più mani Crisis? What Crisis? col quale ho da poco iniziato a collaborare)

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A distanza di mesi il film Sicario (ne parlavo qui) continua a turbare i miei sonni. Il modello di organizzazione urbana, di società, che la pellicola rappresenta mettendo in scena Ciudàd Juàrez, una città messicana al confine con gli Stati Uniti, è semplicemente agghiacciante. Nel film la criminalità è totalmente fuori controllo, i cartelli della droga che riforniscono il mercato statunitense sono ricchissimi, potentissimi e spietati: cadaveri mutilati dei loro oppositori penzolano in pieno giorno dai cavalcavia della città.

Immaginare una collettività totalmente in mano a bande criminali è tuttavia utile per ragionare alcune delle problematiche del nostro paese. Il punto è che veniamo cresciuti nella rassicurante narrazione di vivere in uno stato governato da una democrazia rappresentativa, dove i cittadini scelgono liberamente i propri rappresentanti, e questi ultimi, una volta eletti, operano per realizzare il bene della collettività. Ma è davvero così?

Se guardiamo all’Europa osserviamo diverse realizzazioni di questo modello ideale, ed il fatto di far parte dell’Europa è per i cittadini italiani rassicurante. Ma sappiamo anche che popoli diversi sviluppano culture diverse, tradizioni diverse, modalità di relazionamento interpersonale diverse. Sappiamo che i popoli nordici sono più freddi e pragmatici, più rigidi, più inflessibili di quelli del bacino del Mediterraneo.

Sappiamo anche che l’Italia meridionale è stata culla del fenomeno delle mafie, dei clan criminali che gestiscono il traffico di droga e di uomini (e donne) dal Nordafrica verso l’Italia e l’Europa. Clan criminali coi quali, ben lungi da una guerra all’ultimo sangue, lo stato italiano ha sviluppato negli anni una sorta di ‘patto di non belligeranza’, dal momento che i traffici illegali rappresentano pur sempre una fetta importante del PIL nazionale. Una ricchezza non altrettanto facile da produrre (e distribuire) per vie legali.

Questo è un primo punto di incongruenza tra narrazione e realtà. Uno dei tanti, per la verità, primo di una serie di incongruenze talmente sistemiche da lasciar ipotizzare un diverso modello organizzativo. Un modello, mi viene da pensare, inaccettabile per buona parte della popolazione, permeata da un’etica di stampo cristiano, fatta di Comandamenti ed osservanza, di peccati e punizioni, applicate in passato con estremo rigore. La tesi che i modelli comportamentali collettivamente accettati dipendano dal livello di ricchezza diffusa è stata sviluppata in un precedente post.

“Volendo ridurre e semplificare di molto l’analisi e ragionando su larga scala, è come se alla ricchezza di singoli e nazioni andasse di pari passo l’imbarbarimento della morale e delle relazioni sociali (prevalenza della predazione), mentre in tempi di ristrettezze e povertà risultassero più efficaci e funzionali i modelli relazionali basati sulla solidarietà (filosofia cristiana).”

La Ciudàd Juàrez del film ci racconta una realtà alternativa. Una realtà dove il potere economico criminale condiziona l’intera vita della collettività. Dove flussi di denaro colossali si riversano nelle tasche di individui senza scrupoli, tanto da dar vita ad eserciti personali, spietati, armati fino ai denti, custodi di una legge del terrore imposta all’intera popolazione. Un modello terribile. E che pure, date le necessarie condizioni di contorno, si sviluppa e prende vita autonomamente.

Parlo di modelli perché la mente umana tende a razionalizzare la realtà, derivandone sistemi basati su meccanismi di causa-effetto. Più il modello interpretativo utilizzato è esatto, meglio è in grado di prevedere, e descrivere, quanto poi accade nei fatti. Se il modello interpretativo tradizionale fallisce è possibile che un modello alternativo si dimostri più aderente alla realtà.

Prendiamo l’esempio della mobilità urbana. Una governance cittadina realmente preoccupata della salute e del benessere della popolazione varerebbe piani di riduzione del traffico privato, pedonalizzazione delle aree residenziali, incremento dell’efficienza e dell’utilizzo del trasporto pubblico. Interventi che produrrebbero ricadute positive non solo sul piano umano, ma anche economico, con l’abbattimento della spesa sanitaria e dei costi delle infrastrutture viarie.

Tutto questo avviene da anni nel resto dell’Europa, ma non avviene in Italia. E non sto descrivendo processi estemporanei, bensì percorsi che in alcuni paesi (Olanda, Danimarca, Austria) sono iniziati negli anni ’70, mentre gli ultimi a muoversi (Spagna, Francia ed Inghilterra) hanno iniziato già da oltre un decennio conseguendo risultati sbalorditivi. La forbice tra le due diverse modalità d’intervento è indice del fatto che le dinamiche politico-sociali, nel nostro paese, siano drasticamente differenti rispetto alle altre realtà europee.

Proviamo quindi a ragionare di un modello affatto dissimile rispetto a quello narrato, un modello in cui la cittadinanza non ha alcun reale potere di controllo sulla ‘cosa pubblica’ perché questo controllo gli è stato, negli anni, subdolamente sottratto. Possiamo descrivere tale modello come una piramide. In cima ci sono i poteri economici, industriali e finanziari, indistintamente legali e criminali, non di rado con caratteristiche sovranazionali. Sono queste le entità che, attraverso la gestione di ingenti quantità di denaro, orientano il corso degli eventi. In quella che possiamo descrivere come una catena alimentare rappresentano i ‘predatori apicali’.

Subito al di sotto c’è il livello politico, composto da manovalanza rapidamente intercambiabile. Il livello politico svolge diverse funzioni, principalmente di ‘mascheramento’. In questo schema la politica ha il compito di far approvare al corpus elettorale le decisioni prese nelle sedi economiche. Per fare ciò utilizza gli spazi mediatici informativi e culturali promuovendo, spesso in forme camuffate, gli interessi del vertice della piramide. Funge inoltre da collegamento con il successivo livello burocratico-amministrativo.

Il livello burocratico-amministrativo si occupa di mettere in opera le direttive trasmesse attraverso il livello politico, e curarne la realizzazione. A differenza dell’ambito politico, ha tempi di avvicendamento lunghissimi, non di rado pluridecennali. Essendo un contesto a lentissimo ricambio svolge una funzione ‘conservativa’ rispetto ai cambiamenti di orientamento estemporanei nell’opinione pubblica, che possono riflettersi nell’avvicendamento delle compagini politiche. La selezione delle figure strutturalmente più funzionali agli assetti consolidati di potere avviene per mezzo di carriere e nomine politiche non immediatamente modificabili.

L’ultimo livello della piramide, il più basso, è rappresentato dalla popolazione. La popolazione esercita il diritto di voto, ma esclusivamente all’interno di un sistema elettorale controllato dai partiti, i quali sono, a loro volta, saldamente controllati dai poteri economici in una relazione mutuale: i partiti gestiscono i flussi (enormi) di denaro pubblico, e li orientano verso i referenti economici che garantiscono loro i massimi rientri.

Questo modello spiega, (molto meglio della vulgata sulla ‘rincorsa del centro’) l’assoluta continuità nelle politiche pubbliche nonostante il periodico ricambio con le opposizioni: la compagine politica che si siede sugli scranni del governo, in sostituzione della precedente, non ha alcun interesse a modificare gli equilibri preesistenti, il cosiddetto status quo, ma solo ad approfittarne. Anche l’abitudine di creare ammanchi di bilancio, da lasciare in eredità all’amministrazione successiva di diverso colore, assume in questo quadro caratteristiche sistemiche e non occasionali.

Qualora, poi, una personalità o una forza politica ‘nuova’ provi a dare uno scossone al tavolo (evento che si presenta quasi unicamente in ambiti locali), entra subito in azione il livello burocratico-amministrativo, rallentando ed impedendo ogni forma di intervento finché non si trova il modo di depotenziare, abbattere o del tutto omologare la spinta innovativa. Esempi di questa natura si sono visti con le prime amministrazioni comunali M5S, oltreché con la vicenda del sindaco Ignazio Marino a Roma, defenestrato a seguito di una campagna denigratoria totalmente pretestuosa a base di multe per divieto di sosta e scontrini per cene di lavoro.

Il comparto informativo (editoria e televisione) agisce ormai come un ‘braccio armato’ dei poteri economici, che non di rado li possiedono, e dei partiti politici ad essi collegati, totalmente dipendente, sotto il profilo dei bilanci, dalle inserzioni pubblicitarie e dal finanziamento statale. La funzione dei media, in una società a capitalismo avanzato, consiste infatti nel veicolare forme assortite di pubblicità e nell’essere veicolo di propaganda palese ed occulta (dalla quale trae il ritorno economico), non già nell’informare ed istruire la popolazione.

È pertanto evidente come un simile sistema tenda a non discriminare troppo tra poteri economici legali ed illegali, tra multinazionali buone e cattive, tra finanza e mafia. ‘Pecunia non olet’, il denaro non puzza, dicevano gli antichi romani, e gli attuali fanno loro eco. Tutto sta nel mantenere le apparenze, nel non farsi scoprire. Le economie criminali sono divenute nel tempo elemento integrante del sistema-paese e partecipano attivamente al suo declino, allentando le inibizioni etico-morali e producendo diseconomie diffuse.

In tutto questo, è ovvio, il ventaglio di possibili reazioni individuali all’interno della classe politica ed amministrativa è estremamente vario. Si va dalle persone oneste, convinte che il sistema possa essere cambiato solo operando dall’interno, ai veri e propri delinquenti, corresponsabili (sia pure, spesso, in maniera indiretta, come nel caso dell’incidentalità stradale) di molti dei misfatti riportati dalla cronaca nera. Il prevalere degli interessi privati su quelli pubblici genera mostri che prendono il nome di ‘disagio esistenziale’, ‘dipendenze’, ‘conflittualità sociale’, ‘rabbia repressa’, ‘solitudine’, ‘abbandono’, ognuno col suo portato di tragedie.

Dato un modello del genere non stupisce più che l’Italia sia tra gli ultimi paesi in Europa per quanto riguarda il grado di corruzione diffusa, l’indipendenza della stampa, le retribuzioni da lavoro dipendente, l’economia sommersa ed illegale, il prelievo fiscale (e la relativa evasione), l’incidentalità stradale, il malfunzionamento dei trasporti (pubblici e privati), l’analfabetismo funzionale, la criminalità organizzata ed, in sostanza, un po’ tutti gli indicatori legati al concetto di civiltà.

Perché, se pure geograficamente siamo in Europa, culturalmente siamo molto più prossimi alle popolazioni del Centroamerica, alla Ciudàd Juàrez governata dai trafficanti di droga: storditi dalla propaganda, incapaci di comprendere i meccanismi occulti che muovono il paese, con armi democratiche spuntate ed inefficaci. Vittime inermi, se non occasionalmente complici, di una guerra tra bande che si volge sopra le nostre teste. In una lenta ed inesorabile ‘deriva messicana’ che coinvolge ormai l’intero paese.

Quanto vale il caos urbano

Seguendo un percorso di riflessione da poco iniziato, ovvero ragionare l’emergenza traffico dal punto di vista di chi ci guadagna, oggi mi sono chiesto se ci fosse modo di quantificare l’eccesso di spesa per l’auto a Roma, una città dove il numero di automobili pro-capite è molto più elevato rispetto a Londra, Parigi ed alle altre capitali europee.

Le cause che producono questa disparità sono tante e già discusse, quello che mi interessa capire ora è di che cifre stiamo parlando. In sostanza, dato che a Roma le deficienze del trasporto pubblico obbligano la popolazione a possedere più automobili, quanto vale questo ‘mercato aggiuntivo’ rappresentato dal surplus di auto che, se Roma fosse una città ben organizzata e funzionante, non avremmo bisogno di acquistare.

Navigando in rete in cerca di dati ho trovato un post del 2014 che propone le seguenti cifre: Roma: 930 veicoli ogni 1000 abitanti – Londra: 314 – Parigi (area metropolitana): 530. A spanne possiamo dire che le auto vendute a Roma sono, rispettivamente, il triplo di quelle vendute ai londinesi ed il doppio di quelle vendute ai parigini.

Il contesto urbano è importante perché è nelle città che i problemi di traffico obbligano ad un’efficiente rete di trasporto pubblico. Proprio grazie all’efficienza e ad una corretta gestione del trasporto pubblico nelle grandi città europee molte famiglie non sentono la necessità di possedere un’automobile.

In cifre assolute il dato è di 2.677.942 automobili nella sola provincia di Roma. Stando a questi numeri, se il trasporto pubblico romano fosse efficiente quanto quello parigino dovremmo conteggiare circa 1,3 milioni di autovetture in meno. Se fossimo ai livelli di Londra la cifra salirebbe a circa 1,8 milioni. Per trasformare queste cifre in soldoni occorre determinare l’incidenza annua del possesso di un’auto.

Quanto costa un’automobile? Quanto dura nel tempo? Alla prima domanda non è semplice rispondere, ma facendo una media tra utilitarie ed auto di lusso credo che si possa parlare di una cifra intorno ai 15.000€. La vita media di un’automobile è, parimenti, stimata in circa 10 anni. Il sito della Federconsumatori conferma quest’ordine di cifre valutando un ammortamento annuo di 1.500€ a veicolo.

Se moltiplichiamo i 1.500€ per gli 1,3 milioni di veicoli “in eccesso” rispetto a Parigi otteniamo una cifra molto prossima a 2 miliardi di euro. Il confronto con Londra porta tale cifra a 2 miliardi e 700 milioni. Tanto vale, ogni anno, per l’industria dell’auto, l’inefficienza del trasporto pubblico romano. Altrettanto, o poco meno, vale per il mercato delle assicurazioni. Il calcolo per il mercato dei combustibili è più complesso.

Sono cifre che, prese così, non hanno molto senso, tanto lontane risultano dalla nostra esperienza quotidiana. Proviamo a ragionarle in termini diversi. Prendiamo a confronto una casa. Quante case ci potremmo comprare con 2 miliardi di euro? Il costo medio di un appartamento a Roma è intorno ai 250.000€: la risposta è ottomila.

Considerando che in un appartamento vivono in media 2,5 persone tale cifra corrisponde ad una città di 20.000 abitanti. Il confronto con Londra porta questa cifra a 27.000, più o meno la popolazione di Assisi. Tanto vale l’inefficienza del trasporto pubblico a Roma: una intera città come Assisi. Ogni anno.

E torniamo quindi a quella famosa ‘deriva messicana’ già in parte teorizzata ed alla quale dovrò dedicare un apposito post. In sostanza: dove sta scritto che una società, una comunità, debba funzionare? Perché abbiamo questa idea che le città europee di base ‘funzionano’, e se c’è qualcosa che non va è solo una spiacevole casualità?

In questo caso la ‘casualità’ muove fiumi di denaro, e non ci vuole un genio per capire che una parte di questo denaro venga necessariamente reinvestito affinché tale utile ‘casualità’ continui a prodursi, è nella logica del mercato. E nel momento in cui la popolazione finisce con l’accettare questa logica, la generosità, la fantasia e l’onestà intellettuale di pochi non bastano più ad invertire la rotta.

Musica

Nelle scorse settimane una fortunata serie di coincidenze mi ha portato a riflettere sulla musica, sul suo rapporto con la società contemporanea e su quanto sia mutato questo rapporto nel corso del mio arco vitale, un abbondante mezzo secolo nel corso del quale innovazioni stilistiche e tecnologiche hanno più volte modificato modalità e funzioni sociali legate alla fruizione musicale.

La prima di queste ‘coincidenze’ riguarda la messa in onda della serie televisiva Vinyl, centrata sulla scena musicale newyorkese degli anni ’70. Tra le cifre stilistiche della fiction c’è la ricostruzione filologica (tra i produttori figura Mick Jagger) dei live-set degli artisti dell’epoca, all’interno dei quali i protagonisti si trovano ad interagire.

La seconda ‘coincidenza’ riguarda l’oscar a Ennio Morricone per le musiche del film “The Hateful Eight” di Tarantino. Credo che anche qui sia il caso di lasciarsi andare alla musica ed alle immagini, prima di proseguire.

Due universi musicali lontanissimi, indubbiamente, ma con un unico filo conduttore: l’attenzione. La partitura di Morricone muove da una sequenza di poche note per costruire un panorama musicale inquietante e perennemente mutevole. L’ascoltatore è obbligato all’attenzione perché non ha modo di intuire come la musica potrà svilupparsi.

E questo ci riporta (almeno chi ha potuto vivere quel periodo) agli anni dai ’60 alla fine degli ’80. Anni che videro la progressiva diffusione degli strumenti di riproduzione musicale (i dischi in vinile, le audiocassette, quindi i Compact Disk) e l’ascesa di un mercato musicale completamente nuovo.

Per secoli l’ascolto musicale era rimasto limitato alle esecuzioni dal vivo. Solo nella prima metà del ventesimo secolo l’invenzione della radio cominciò a portare la musica nelle case, ma la scelta dei brani da proporre (ed ascoltare) spettava ancora ai disk jockey. Si dovette attendere il secondo dopoguerra, quando il boom economico portò nelle case i giradischi, per la nascita del commercio di musica nella forma in cui lo intendiamo attualmente.

Credo di aver vissuto, nella mia esperienza personale, l’intero ventesimo secolo compresso nell’arco di pochi decenni. Da ragazzo in casa dei miei nessuno sentiva la necessità di ascoltare musica. Per poco meno di vent’anni mi limitai ad una fruizione passiva, principalmente attraverso la televisione. Degli anni ’70 ricordo più che altro l’avvento della disco music e “La Febbre del Sabato Sera”, che ritenni da subito troppo edonistica per potermi entusiasmare.

Nei primi anni ’80 l’avvento delle televisioni private portò finalmente in casa un po’ di musica ‘straniera’, ma l’effetto collaterale fu quello di una baraonda caotica. Mancando di cultura musicale non ero in grado di strutturare una qualsiasi comprensione di quello che andavo ascoltando, oltre ad una comprensione viscerale ed istintiva. Si aggiunga che la qualità dei suoni emessi dall’apparecchio televisivo non era minimamente decente.

D’inverno c’erano le chiacchiere, a scuola, dei tifosi dell’una o dell’altra band, gli appassionati dei Led Zeppelin vs. quelli dei Deep Purple vs. quelli dei Jethro Tull. D’estate c’erano le serate passate a suonare (io solo ad ascoltare) nei garages. C’erano Dire Straits e Pink Floyd e Francesco Guccini che giravano sulle autoradio.

A metà degli anni ’80 mi regalarono un Sony Walkman in grado di restituire una minima fedeltà a quello che arrivava alle mie orecchie. Cominciai a spazzolare dalle librerie Remainders, che si occupavano di commercializzare materiale invenduto (avanzi di editori falliti, o pubblicazioni ‘da edicola’ tornate indietro), a prezzi stracciati, i fascicoli della collana Rock – Storia e Musica, corredati di audiocassette tematiche suddivise per autori.

La collana non proponeva dischi completi, ma una sorta di ‘the best of’ di ogni autore/gruppo, con i brani più significativi (almeno secondo il compilatore). Ricordo ancora la stanza semibuia con un enorme cesto traboccante di fascicoli. Dalla prima spedizione tornai a casa con tre cassette corredate dei relativi pamphlettini: Jimi Hendrix, Bob Dylan e Bruce Springsteen, scelti in virtù di non so quale esatto criterio (la scelta non era comunque vastissima). Quello fu il primo passo: pur non capendo un’acca dei testi, all’ascolto la distanza con la musica ‘commerciale’ risultava siderale.

Credo di aver consumato il nastro di Springsteen durante il servizio militare. ‘Thunder Road’ e ‘Jungleland’ mi facevano compagnia nelle agrodolci serate tra commilitoni in libera uscita in quel di Portogruaro. Fu lì che conobbi Andrea, un ragazzo di Milano dalla sconfinata passione per la musica, che mi aiutò ad organizzare il caos.

La musica divenne quindi un progredire di stili, artisti, filosofie e correnti musicali, e parole come Jazz, Folk, Hard-Rock, Blues, New-Age, Pop, Punk, Progressive, iniziarono ad avere un senso ed una collocazione. Dopo il ritorno a casa non passò molto tempo perché, coi primi guadagni, mi decidessi ad acquistare un impianto stereo.

Avevo abissi di ignoranza da colmare. Iniziai a leggere riviste musicali (“Il Buscadero” e “Il Mucchio Selvaggio” in testa) e a comprare dischi uno dopo l’altro. Una media di un centinaio di dischi all’anno… due a settimana. Per aver modo di ascoltarli dappertutto li copiavo immediatamente su nastro, così da avere con me almeno i più recenti.

Andai avanti così per almeno tre anni, poi qualcosa si incrinò. Vissi il passaggio dal vinile al Compact Disc come una bieca speculazione commerciale: la stessa musica a prezzo doppio su un supporto meno costoso, solo per avere il suono digitale privo di difetti. Non compravo CD perché sovraprezzati, ed al tempo stesso non compravo più vinili perché pensavo che a breve sarebbero spariti dal mercato.

Ma, più che altro, ormai da un po’ i nuovi acquisti non mi raccontavano nulla di nuovo. Avevo saccheggiato in breve tempo due o tre decenni di evoluzione musicale (considerati, a posteriori, i più ricchi di creatività), non potevo aspettarmi miracoli. Continuai a seguire gli artisti cui ero più affezionato. L’unico vero sconvolgimento degli anni ’90 furono, per me, i Nirvana di Nevermind e i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magic (peraltro dischi entrambi usciti nel ’91).

Più in là aggiunsi anch’io un lettore CD all’impianto stereo, e nel corso degli anni di CD ne acquistai diversi, recuperando un po’ di cose trascurate ed autori minori. Ma la vita adulta, il cambiamento di lavoro ed abitudini, oltre alla vita di coppia, mi lasciavano molto meno tempo ed attenzione di prima per l’ascolto musicale.

Fa un po’ tenerezza confrontare il mondo musicale nel quale sono cresciuto con quello che è attualmente l’offerta musicale. La diffusione di internet ha portato nelle case quello che non era immaginabile neppure nei miei più folli sogni di adolescente. Praticamente qualsiasi album di qualunque artista è ormai alla distanza di pochi ‘click’, ed è possibile ascoltare musica in qualità digitale praticamente gratis.

Quello che manca, tuttavia, è proprio l’attenzione. Grazie ai “Walkman” prima ed ai lettori mp3 poi (ed infine direttamente agli smartphone), la musica pervade ormai ogni momento della nostra vita. In questa trasformazione ha perso però ciò che più gli dava valore, l’attenzione dell’ascoltatore. Priva della necessità di attenzione l’offerta musicale si è appiattita su soluzioni progettate a tavolino, tanto scintillanti e rifinite quanto piatte ad un ascolto attento.

Per questo l’opera di Morricone, perfettamente a cavallo tra tradizione classica e contemporaneità, spicca tanto drammaticamente. E ci riporta indietro a tempi lontani, in cui la musica aveva un valore. Bisognava recarsi in un negozio ad acquistarla, scegliendo con attenzione. Poi il disco, di cui non sapevi nulla tranne forse un brano ascoltato di sfuggita, veniva estratto e posato con cura sul piatto, la puntina scendeva frusciando leggermente ed il ‘viaggio’ iniziava.

C’era, all’epoca, questa idea che la musica potesse insegnarci qualcosa. I suoni possedevano un’aura magica e misteriosa, non essendo ancora stati cucinati e ripassati infinite volte in infinite canzonette mediocri e commerciali. I cantanti, i musicisti, erano più simili ad antichi depositari di culti esoterici, sacerdoti officianti di ritualità pagane, capaci di evocare sensazioni dai più reconditi anfratti della psiche.

Cosa sia rimasto di quel mondo di grandezze ed eccessi è difficile dirlo. Giovani vite immolate sull’altare di uno star system distruttivo ed autodistruttivo, riti sacrificali basati sull’assunzione massiccia di droghe ed alcool in cerca di verità negate ai comuni mortali. Resta la musica registrata, a testimonianza di mondi culturali e musicali ormai perduti. Che tuttavia il mutare del contesto e della cultura musicale, la fruizione massificata e sciatta, rendono negli anni via via più incomprensibile.

Leggi e legalità

La percezione diffusa è che in questo paese si tenda a non rispettare troppo leggi e legalità. Credo sia il caso di proporre una riflessione sul senso generale delle leggi, la loro origine, evoluzione e la situazione attuale.

Le leggi originano dall’esigenza di gestire il relazionamento reciproco tra gli individui che fanno parte di un gruppo. Finché i gruppi umani sono stati composti di poche decine di individui, in un’epoca in cui la scrittura ancora non esisteva, le leggi risultavano strutturalmente molto semplici e fornivano principalmente indicazioni di massima. I Dieci Comandamenti della tradizione biblica, condivisi da piccole tribù nomadi dedite alla pastorizia, appartengono a questa prima fase della storia umana.

Nate con lo scopo di ottimizzare il funzionamento delle comunità, evitando attriti tra i vari membri, le leggi ottengono il massimo del rispetto e dell’attenzione nel discendere da un dettato divino, di modo che la punizione per l’eventuale mancato rispetto non sia limitata all’arco della vita umana o alla scoperta dell’infrazione.

Con l’invenzione dell’agricoltura, seguita a breve dalla scrittura, dalla crescita in dimensioni delle comunità, dalla diffusione del commercio e dalla nascita di città stato si sviluppa l’esigenza di regolamentare una maggior varietà di comportamenti per mezzo di un corpus legislativo più vasto ed esteso. In questa fase compare, primo tra quelli documentati, il codice del re babilonese Hamurrabi.

Nell’arco di diversi millenni leggi e regolamenti si adattano ed evolvono passando attraverso la Grecia del periodo classico, con l’invenzione della democrazia, il ‘Diritto Romano’ di epoca imperiale, la Magna Charta medioevale, subendo una massiccia influenza da parte della dottrina cristiana.

Il cristianesimo, in quanto religione dominante nell’Europa medioevale, si occupa dell’investitura religiosa dei monarchi, garantendo la continuità della volontà divina nelle organizzazioni umane, nelle strutture gerarchiche e nobiliari e riservando per sé la parola definitiva sull’ubbidienza o meno ai singoli regnanti per mezzo dello strumento della scomunica.

Il successivo snodo chiave nell’evoluzione della civiltà è rappresentato dalla nascita del pensiero scientifico. Il pensiero scientifico elimina la necessità di una divinità come origine della realtà fattuale, producendo una descrizione del mondo essenzialmente in termini di rapporti di causa-effetto.

La rivoluzione scientifica produce altresì uno sconvolgimento totale nelle relazioni umane inventando nuove maniere di produzione della ricchezza, sotto forma di oggetti e cibo, quindi l’ascesa di un nuovo strato sociale: la borghesia. Lentamente ma inesorabilmente il vecchio ordine gestito da clero e nobiltà, legati in un rapporto di mutua legittimazione, è obbligato a far spazio al nuovo ceto mercantile ed imprenditoriale ed alle sue esigenze.

In questa fase storica cominciano a cadere le monarchie legittimate dall’investitura divina ed a nascere stati moderni caratterizzati da costituzioni formalmente laiche e metodi elettivi democratici. I corpus legislativi smettono quindi di discendere da leggi divine e tentano di adattarsi alla nuova visione del mondo che si inizia a delineare.

È abbastanza evidente la parabola che parte da leggi semplici volte a migliorare la vita di piccole comunità, prosegue con leggi complesse emanate da organismi nazionali e sovranazionali (città stato, poi regni, nazioni ed imperi) principalmente orientare alla prosperità degli stessi più che al benessere dei cittadini, e si conclude con ordinamenti emanati a tutela dei nuovi assetti di potere, industriali, economici e commerciali.

All’interno di questo processo, ancora in divenire, le iniziali considerazioni di natura etico-religiosa all’origine dei primi corpus legislativi vengono progressivamente sostituite dai desiderata dei gruppi di potere industriali e commerciali, cui la classe politica è diretta emanazione principalmente in virtù dei flussi di denaro richiesti dall’esistenza in essere dei partiti.

In questo scenario le istituzioni religiose (ormai secolarizzate) conservano ancora potere ed influenza, diverse da nazione a nazione, e riescono ad orientare le scelte politiche, avendo però progressivamente perso per strada buona parte dell’afflato etico e mirando principalmente alla propria autoconservazione.

I codici legislativi ‘ibridi’ degli ultimi due o tre secoli riflettono questa trasformazione. Da un lato le istanze etiche necessarie alla coesione sociale vengono conservate (pur se progressivamente erose) dall’altro devono far spazio alle esigenze dei conglomerati produttivi e commerciali transnazionali, che in una situazione di sovrappopolazione generalizzata hanno sempre meno necessità di preservare le condizioni di salute e benessere della forza lavoro.

In questa ‘terra di mezzo’ il confine tra legale ed illegale diventa molto indistinto. Da un lato l’uccisione diretta rimane reato, dall’altro causare la morte per malattia di un numero anche elevato di persone (p.e. per inquinamento o incidentalità) viene considerato in qualche misura accettabile e diluito all’interno di legislazioni che rendono complicata l’individuazione delle responsabilità.

Prodotti di larga diffusione e consumo sono universalmente riconosciuti come causa di morte, ferimento e danneggiamento collettivo (le automobili in tutto il mondo, le armi in determinati paesi), ma il conflitto tra gli interessi della collettività e quelli dei gruppi industriali produce confini legislativi molto confusi, che vengono ulteriormente diluiti dalla leva economica sui singoli poteri locali e dalla propaganda pubblicitaria.

Ancora più ambigua la situazione del mercato della droga, come di buona parte delle economie criminali. Da un lato c’è il danno economico-sanitario inflitto alla collettività, dall’altro l’enorme indotto economico che questa forma di economia produce grazie alla dipendenza che crea nei propri clienti. Un’azione seriamente incisiva sul piano legale produrrebbe l’azzeramento del fenomeno, parallelamente all’azzeramento dell’indotto.

Si opta quindi per mantenere l’intero settore in uno stato di semi-illegalità, dove lo spaccio è vietato e (almeno in teoria) legalmente perseguito, mentre il possesso ed uso personale non lo sono. Questo sistema consente di massimizzare il ritorno economico per i trafficanti ed al contempo scaricare sulla collettività tutti i costi connessi.

Per contro, legalizzare il commercio di sostanze stupefacenti obbligherebbe ad una calmierazione dei costi e, parallelamente costringerebbe il commercio di dette sostanze a farsi carico delle ricadute economiche negative, portando ad un innalzamento dei prezzi al consumo, ad una riduzione della portata complessiva di tale mercato e ad un abbattimento dei ritorni netti per i gestori.

Situazione analoga a quanto avviene per le sigarette, che non vengono classificate tra le sostanze psicotrope nonostante sia scientificamente dimostrato da decenni l’effetto di dipendenza indotto dalla nicotina. Il fumo aumenta l’incidenza di tumori, la popolazione ne è a conoscenza e questo si ripercuote su una maggior tassazione del prodotto al consumo e su un conseguente minor indotto commerciale.

Allo stesso modo il mercato dell’automobile è talmente forte, economicamente e culturalmente, da imporre situazioni di sostanziale ‘sospensione della legalità’ laddove gli interessi della collettività finiscano a confliggere con quelli dell’industria dell’auto. È il caso del sovraffollamento di automobili nei centri urbani, che induce degrado della qualità della vita, stress ed incremento dell’incidentalità.

È dimostrabile come la diffusione in questo contesto di forme di micro-illegalità non perseguite nell’arco di decenni abbia portato da un lato alla ‘normalizzazione’ di comportamenti che formalmente il CDS considera tutt’ora illegali e sanzionabili (come la sosta d’intralcio, in doppia fila, sui marciapiedi, sugli scivoli per disabili, sulle strisce pedonali, su spazi teoricamente destinati a tutt’altro), dall’altro una massimizzazione dei profitti, delle case automobilistiche in termini di vetture vendute e del comparto petrolifero in termini di consumi.

Tuttavia né il processo di adeguamento del corpus legislativo ai desiderata del comparto industriale, né l’illegalità tollerata e nella pratica indotta, trovano riscontro in una percezione collettiva di tali trasformazioni. Leggi e normative vengono ancora ritenute insindacabilmente giuste, ed il loro rispetto o trasgressione attribuiti alla ‘libera scelta’ dei singoli individui, anziché ad un processo indotto su larga scala.

Un processo, come abbiamo detto, ‘indotto’ ma non necessariamente organizzato, bensì risultante dalla somma di innumerevoli micro-egoismi individuali e dall’onnipresente avidità predatoria di un ‘mercato’ che ha progressivamente eroso i vincoli etico-morali all’interno dei quali, fin da epoche remote, le filosofie di ispirazione ebraico-cristiana l’avevano confinato.

Tanto i ‘Comandamenti’ dell’antichità, definiti da popolazioni in perenne conflitto con la scarsità di risorse e bisognose della massima coesione, formulavano indicazioni nette ed inevadibili, tanto le legislazioni attuali, figlie dell’abbondanza, dell’opulenza e dell’avidità, appaiono ambigue, confuse ed esposte a molteplici forme di arbitrio.