La chiusura del cerchio

Nei mesi scorsi il regista Michael Moore ha curato la produzione di un documentario girato da Jeff Gibbs, intitolato “Planet of the Humans” (il titolo rifà il verso al famoso film di fantascienza “Planet of the Apes”, in italiano “Il Pianeta delle Scimmie”). Il film, a causa del lockdown imposto dalla pandemia attualmente in corso, è stato temporaneamente messo a disposizione in forma integrale sulla piattaforma Youtube (in inglese, con sottotitoli in inglese).

Il lavoro di Gibbs punta il dito sull’azione delle organizzazioni ambientaliste americane, sulle loro commistioni con la politica, sui loro finanziatori ed in ultima istanza le addita come uno strumento creato e gestito dal comparto industriale per orientare le opinioni di quella fetta di popolazione più critica nei confronti del modello capitalista/consumista.

Questa tesi ha suscitato grandi polemiche, ma non si discosta molto dalle conclusioni cui sono giunto anch’io, ragionando autonomamente sulle tecnologie verdi e sulla funzione economico/politica delle associazioni sedicenti ambientaliste. Anzi, il documentario manca di approfondire diversi concetti, in primis quello di EROEI, che avrebbero portato ulteriori argomenti a supporto delle tesi illustrate.

Gibbs, tuttavia, coglie una connessione che mi era fin qui sfuggita. Dopo aver descritto, all’inizio della pellicola, il proprio passato di attivista delle lotte ambientali, circa a metà del film, e solo dopo aver ampiamente illustrato l’impossibilità di alimentare l’attuale livello di consumi unicamente con l’ausilio di tecnologie verdi, l’autore si interroga sul perché del proprio autoinganno.

(voce narrante) E questo è la più terrificante rivelazione che abbia mai avuto. Noi umani siamo in procinto di precipitare da un’altezza inimmaginabile. Non per una cosa. Non solo per i cambiamenti climatici. Ma per tutti i cambiamenti causati dall’uomo di cui il pianeta soffre. Quindi, perché banchieri, industriali e leader ambientali si sono concentrati solo sul difficile percorso legato alle tecnologie ‘verdi’? È per via del profitto? E per quale motivo, per la maggior parte della mia vita, mi sono cullato nell’illusione che l’energia ‘verde’ ci avrebbe salvato?

Il documentarista va quindi ad intervistare il dr. Sheldon Solomon, psicologo sociale presso lo Skidmore College, cui pone la seguente questione:

[Jeff Gibbs] – È come se la destra avesse una religione: credono nella disponibilità di quantità infinite di combustibili fossili. Mentre la nostra parte dice “Oh, andrà tutto bene, avremo i pannelli solari, avremo le pale eoliche.” Appena ho sentito le tue argomentazioni sulla ‘negazione della morte’ ho pensato: “Può essere? Può essere che non siamo in grado di affrontare la nostra stessa mortalità? Potremmo, per questo motivo, aderire ad un credo di cui non siamo consapevoli?”

Ed ecco il trait-d’union tra ambiti diversi che mi era sin qui sfuggito.

Ho già lungamente discusso della distruttività umana, di come siamo collettivamente incapaci di progettare un futuro sostenibile, abbandonandoci con estrema facilità al consumo sfrenato di quanto disponibile, letteralmente ‘come se non ci fosse un domani’. Fin qui l’ho interpretata come una reazione puramente animale, in cui la razionalità non rivestiva alcun ruolo.

In parallelo ho proceduto a sviluppare un’analisi della fallacia delle ideologie, delle fedi, delle credenze irrazionali, rintracciando la loro origine in una forma di autodifesa mentale, funzionale alla sopravvivenza di singoli e gruppi. Le considerazioni espresse in “Planet of the Humans”, finalmente, chiudono il cerchio del ragionamento e svelano la rovinosa china sulla quale è avviata la nostra civiltà.

Nel progredire dell’evoluzione della specie Homo, una delle caratteristiche distintive è stata lo sviluppo dell’intelligenza. Come per molte altre trasformazioni (la postura bipede, l’aumento volumetrico della scatola cranica) quello che si è guadagnato in termini di funzionalità è stato compensato dall’emergere di nuovi problemi. Nel caso dell’intelligenza il portato negativo è rappresentato dall’emergere della consapevolezza dell’inevitabilità della morte.

La paura della morte è un tratto comune a tutti gli esseri viventi capaci di autodeterminare i propri comportamenti. Si tratta di una reazione istintiva che spinge da un lato a sfuggire i predatori, dall’altro a continuare a nutrirsi, indicata spesso come ‘istinto di sopravvivenza’. La paura di una morte immediata produce una reazione di panico e stress, che aiuta gli animali a salvarsi e sopravvivere fino a riprodursi.

Tuttavia, con lo sviluppo dell’intelligenza, i nostri antenati si sono dovuti confrontare con la cognizione dell’inevitabilità della propria morte, dell’invecchiamento, con la paura delle malattie. Questa consapevolezza ha prodotto un perdurante senso di angoscia, tale da ridurre significativamente il vantaggio derivante dal possedere un maggior volume cerebrale.

Gli antichi umani hanno perciò sviluppato un adattamento mentale che li ha resi in grado di bypassare questa consapevolezza, attivando la capacità di aderire convintamente a credenze irrazionali. Questo ha segnato la nascita delle religioni, come forma di sollievo dall’angoscia della morte e collante sociale delle prime comunità umane, favorendo la sopravvivenza dei nostri progenitori.

Per contro, come portato negativo, la capacità di ignorare la logica ed il buonsenso ha creato le condizioni per lo sviluppo di un florilegio di ideologie, che hanno accompagnato lo sviluppo delle civiltà. È questo meccanismo inconscio che ci consente, contro tutte le evidenze, di credere agli UFO, o ai Rettiliani, o alla teoria della Terra Piatta.

Come nel principio filosofico di Yin e Yang (“ogni cosa contiene, nella sua massima espressione, il germe del proprio contrario”), il progredire di intelligenza e razionalità hanno prodotto, in parallelo, lo sviluppo della capacità di ignorare le conclusioni che intelligenza e razionalità ci forniscono. Quando il sapere diventa troppo doloroso, o fastidioso, attiviamo la capacità di rimuovere le informazioni indesiderate.

Come i nostri antenati, siamo in grado di ignorare la consapevolezza della morte individuale, e l’angoscia che essa comporta, e di elaborare una fede irrazionale nella salvezza. Allo stesso modo siamo in grado di ignorare la consapevolezza dell’inevitabile declino della civiltà industriale, che abbiamo finito con l’identificare con la nostra stessa esistenza, elaborando ed aderendo in massa a credenze totalmente irrazionali, come l’ideologia del progresso, quella di un universo che muove dal caos all’ordine, o quella della crescita economica illimitata.

Il quadro ora è completo, e non lascia spazio a speranze. Per quanti fatti la scienza potrà inanellare, per quante previsioni attendibili potrà fornire, la capacità umana di ignorare la realtà avrà sempre il sopravvento. La nostra grandezza, la nostra incredibile intelligenza, contiene in sé il germe della propria stessa distruzione.

Capitalismo vs Democrazia

Twain

Le riflessioni sulla corruttibilità di un intero sistema paese mi hanno portato molto più lontano di quanto mi aspettassi. Oggi vorrei provare a ragionare quanto i sistemi sociali definiti come Capitalismo e Democrazia siano reciprocamente incompatibili all’interno di uno stato nazione. Comincerò col dare delle definizioni sintetiche di entrambi.

Capitalismo è, in estrema sintesi, un modello economico basato sul possesso privato dei mezzi di produzione e sulla relativa possibilità di generare illimitate quantità di ricchezza, concentrata anch’essa in mani private. Nei sistemi economici capitalisti lo stato non è titolato ad intervenire nei processi decisionali delle imprese private, limitandosi a sancire una serie di obblighi nei confronti dei soggetti coinvolti, oltre alla tassazione di eventuali profitti.

Gli obblighi riguardano la salute dei dipendenti, che non può essere messa a rischio (quantomeno non senza un consenso informato), la salute pubblica (in senso molto lato, dato che è consentita la commercializzazione di sostanze e manufatti potenzialmente nocivi, per il cui corretto impiego si rimanda al buonsenso degli utilizzatori finali) ed in linea di massima la necessità di evitare danni diretti e documentabili a soggetti terzi.

Per riassumere: un’impresa deve aver cura di non causare ferimento, malattia o morte dei propri dipendenti e deve evitare di far del male direttamente al resto della cittadinanza. Per contro può fabbricare e commercializzare strumenti e prodotti potenzialmente dannosi come alcune sostanze psicotrope (alcool, nicotina, farmaci oppioidi…), cancerogene (carburanti per autotrazione, sigarette…), nocive per la salute se assunte in quantità eccessive (cibi spazzatura ricchi di zuccheri, sostanze eccitanti, grassi saturi, additivi chimici e/o residui di frittura), o dispositivi il cui uso scorretto o criminale può arrecare danni fisici (armi da fuoco e da taglio, autoveicoli, prodotti chimici velenosi o tossici…) e non da ultimo può ignorare del tutto le problematiche legate allo smaltimento ultimo dei propri prodotti, che finiscono col produrre un inquinamento generalizzato dell’ambiente.

L’unico principio etico’ (se così si può definire) che le imprese di un sistema capitalista devono rispettare riguarda gli interessi degli investitori. Cittadini e società per azioni possono investire i propri risparmi nelle imprese, che si impegnano a restituire il denaro con gli interessi maturati dalla produzione di ricchezza. L’idea è che un’impresa sana possa utilizzare i risparmi degli investitori per mettere in moto meccanismi di produzione in grado di garantire loro un guadagno. Parte di quanto ricavato va all’azienda a copertura dei costi, parte viene prelevato dallo stato sotto forma di tasse, ed il rimanente viene distribuito fra gli investitori.

In estrema sintesi un’impresa può, nella ricerca del proprio interesse economico, ottenere di danneggiare indirettamente i cittadini e l’ambiente (ma la responsabilità dovrà essere dimostrata), e sarà unicamente tenuta a tutelare il ritorno economico degli investitori. A titolo di esempio, i fabbricanti di sigarette non possono essere chiamati a rispondere legalmente della cancerogenicità dei propri prodotti, ma possono essere portati in tribunale, da chi ha investito nel mercato azionario, qualora non abbiano fatto tutto il necessario per vendere il maggior numero di sigarette possibile.

Da quanto detto appare evidente il conflitto tra salute della collettività ed esigenze di guadagno delle imprese, ma la situazione è ulteriormente aggravata dal conflitto tra piano economico e piano politico, dove entra in gioco il secondo termine della questione: l’esercizio democratico nella scelta dei governanti.

Col termine Democrazia si indica una forma di governo in cui il potere non è in mano ad una o più figure autoritarie, ma al popolo stesso. La maniera in cui questo potere viene esercitato è per solito in forma rappresentativa: il popolo viene periodicamente chiamato ad esprimersi attraverso il voto e ad eleggere i propri rappresentanti, ai quali viene affidato il governo della nazione. Di norma, in un sistema di governo democratico vengono identificati tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, che devono essere esercitati da entità separate e distinte.

Il potere legislativo, ovvero decidere cosa sia giusto fare e come, è in mano ad un organo denominato parlamento, all’interno del quale vengono rappresentate le diverse opinioni della popolazione, nelle rispettive proporzioni, grazie ai membri eletti. Un’altra entità, detta governo, si occupa di far applicare e rispettare le leggi esistenti e di nuova emanazione, mentre una terza, la magistratura, ha il potere di giudicare sia la corretta applicazione delle leggi da parte del governo, sia il loro rispetto da parte della popolazione.

Rispetto a questi tre poteri formalmente sanciti, detti legislativo, esecutivo e giudiziario, l’accumulo di ricchezza da parte di imprese private rappresenta una sorta di quarto potere, in grado di influenzare da un lato l’opinione pubblica, dall’altro l’operato dei rappresentanti eletti, e in ultima istanza l’efficacia dei poteri collegati.

Per quanto concerne l’influenza sull’opinione pubblica va rilevato che il potere economico controlla, in maniera diretta ed indiretta, gli strumenti di comunicazione di massa. In maniera diretta attraverso il possesso della proprietà, o di quote azionarie, in maniera indiretta per mezzo della pubblicità e dell’investimento nella realizzazione di prodotti di intrattenimento.

Ad esclusione della televisione di stato, i mass media sono essi stessi imprese commerciali, spesso di proprietà di altre imprese. Nel caso della proprietà diretta è evidente che un giornale, posseduto da un’impresa di costruzioni edili, o da un fabbricante di autoveicoli, tenderà a fornire una visione dei fatti perlomeno orientata agli interessi dei propri proprietari (l’indipendenza dei singoli giornalisti non può travalicare le scelte editoriali).

Meno evidente, ma altrettanto concreto, è che gli introiti della stampa indipendente’ (ma il discorso vale per i media in generale) derivino dalla concessione di spazi pubblicitari, mentre il ricavato della vendita delle copie in edicola non basta più nemmeno a coprire i costi di stampa e distribuzione. In un quadro del genere, qualsiasi testata si guarderà bene dal pubblicare contenuti che la sua primaria fonte di sostentamento, gli acquirenti degli spazi pubblicitari, possa ritenere sgraditi.

Questa forma di controllo economico, diretto ed indiretto, ha come ultimo esito una narrazione pubblica totalmente appiattita sui desiderata delle imprese e del mondo finanziario in generale, che a sua volta si riflette in un significativo appiattimento del dibattito pubblico per quanto riguarda i temi micro e macroeconomici, ed in un’enfasi del tutto ingiustificata su questioni sostanzialmente secondarie come le identità etniche, politiche o religiose.

L’ultimo tassello del controllo dell’economia sulla comunicazione è rappresentato dai prodotti di intrattenimento e dei circuiti di distribuzione ad essi collegati, solitamente imprese commerciali essi stessi. Il progetto di un film o di una serie televisiva deve individuare dei finanziatori prima di poter partire, andrà a cercarli tra chi dispone delle maggiori quantità di denaro da investire e difficilmente ne troverà se proporrà temi sgraditi agli investitori. Il risultato di questo ennesimo filtro è che la quasi totalità di quanto ci viene quotidianamente somministrato come intrattenimento (anche quello che acquistiamo), è appiattito su una narrazione pienamente coerente col modello capitalista.

L’esito di questo controllo, diretto ed indiretto, sui mezzi di informazione ed intrattenimento è la diffusione di un ‘pensiero unico’ sui temi economici e sociali; un controllo non dissimile da quanto messo in atto nei sistemi dittatoriali ma molto più sottile, capillare, pervasivo ed in ultima istanza accettabile dalla popolazione. Quello che ha conferito ai mass media la definizione, ironica ma calzante, di “armi di distrazione di massa”.

Da quanto esposto fin qui si individua una prima forma di invadenza del sistema economico nei meccanismi democratici, sotto forma di un orientamento diffuso delle opinioni dei cittadini, che poi troverà espressione nel momento del voto. Ma l’invadenza non si ferma qui. Ricordiamo che le imprese, al di là dell’avidità di chi le gestisce, si fanno bandiera di una sorta di ‘obbligo morale’ nel produrre ricchezza per sé e per i propri investitori. Ne consegue la necessità, riconosciuta e pubblicamente accettata, di intervenire per orientare a proprio vantaggio le decisioni dei poteri democratici: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Da questo punto di vista, il soggetto speculare ai produttori e distributori di contenuti culturali, nell’ambito politico, sono i partiti. Al pari delle grandi testate giornalistiche, i partiti sono in parte espressione diretta di interessi economici (al punto da non doverlo neanche nascondere… Forza Italia di Berlusconi docet), in parte soggetti sedicenti ‘indipendenti’, sorretti da sistemi di finanziamento raramente trasparenti.

La pressione dei potentati economici sulle decisioni delle linee politiche da promuovere si esprime, quindi, anche indipendentemente dai meccanismi corruttivi tradizionali, mentre il caso estremo di invadenza agisce per mezzo di trasferimenti di denaro, a singoli uomini politici o figure tecniche in ruoli di grande responsabilità, effettuati in totale segretezza grazie ai paradisi fiscali. Il trait d’union formale tra mondo economico e mondo politico è rappresentato dai cosiddetti lobbisti, che hanno il ruolo di mediare tra gli interessi delle imprese e quelli della classe politica.

Il controllo dei potentati economici sui partiti si riflette nell’emanazione di leggi che favoriscono interi comparti, quando non singole imprese, e nelle scelte di destinazione di fondi pubblici (ad esempio quelli destinati all’estensione e manutenzione della rete stradale, che favorisce il comparto del trasporto e della mobilità privata ai danni delle reti su ferro e del trasporto pubblico).

Per inciso, non è strettamente necessario che le leggi approvate siano esplicitamente a favore di determinati interessi economici. È infatti sufficiente che tali leggi siano confuse, inapplicabili, farraginose e prive di decreti applicativi perché portino acqua al mulino di chi ha investito per renderle inefficaci.

Così come non è strettamente necessario che i poteri economici siano legali perché possano prodursi i meccanismi sovra descritti: sistemi economici criminali come quelli legati al narcotraffico, che ha una rilevanza significativa sul PIL nazionale, hanno anch’essi canali di accesso ai piani alti della politica. Pecunia non olet, dicevano i latini.

Quali sono le conseguenze ultime di questo quadro? Da diverso tempo una delle mie citazioni preferite è la frase di Mark Twain: “se votare servisse a qualcosa, non ce lo lascerebbero fare”. Più vado avanti ad analizzare i meccanismi sottesi all’esercizio di governo democratico, ed alla loro sostanziale corruttibilità, più mi convinco della veridicità di tale assunto.

Possiamo attenderci, ad esempio, che le esigenze di salute pubblica vengano poste in secondo piano rispetto alla redditività delle imprese. In Italia abbiamo innumerevoli esempi, dall’inquinamento diffuso nelle aree più ‘produttive’ del nord fino al tasso di tumori esorbitante intorno all’ILVA di Taranto a sud, fino all’onnipresente invadenza del trasporto privato causata da scelte urbanistiche e trasportistiche scellerate, con tutto il suo portato di morti e feriti.

Possiamo attenderci che le misure di contrasto al crimine organizzato siano poche ed inefficienti, ed è facilmente verificabile come anche questa situazione si verifichi con frequenza. Possiamo attenderci che la certezza della pena sia messa in discussione da una legislazione eccessivamente garantista, e che l’efficacia degli iter processuali sia minata da una quantità di problemi, lungaggini e questioni tecniche derivanti da norme inutilmente complesse e disfunzionali.

Possiamo attenderci un teatrino della politica in cui i partiti ‘di destra’ promulgano impunemente politiche a favore dei grandi gruppi industriali, mentre i partiti sedicenti ‘di sinistra’ mettono in atto anch’essi politiche di destra anteponendo l’interesse dei grandi gruppi privati a quello pubblico, al più mascherandole da misure necessarie o scegliendo di rinunciarvi e perdere la successiva tornata elettorale per fare in modo che le stesse scelte politiche possano essere portate avanti dai loro teorici oppositori.

Il trucco sta nel mantenere l’apparenza di un sistema democratico, quando sono invece grandi imprese e gruppi finanziari a controllare quello che pensiamo, attraverso i mass media, e quello che decidono di fare i rappresentanti che eleggiamo, attraverso i partiti. O, come ebbe a dire in estrema sintesi il musicista Frank Zappa: “La politica è il ramo intrattenimento del comparto industriale”.

Zappa

Gobba? Quale gobba?

frankenstein-junior

Nel film Frankenstein Junior di Mel Brooks, tra le centinaia di gag, ce n’è una che viene ricordata più spesso di tante altre. Nel momento dell’incontro tra il giovane Frankenstein ed il deforme Igor, il primo suggerisce al secondo: “Sono un chirurgo famoso, potrei aiutarti con quella gobba…”, al che il secondo, come se ne avesse sentito parlare per la prima volta, risponde: “Gobba? Quale Gobba???”

Comincio a percepire lo stesso problema quando mi trovo a discutere di mortalità stradale al di fuori delle persone e degli spazi (che ora fa molto chic definire ‘echo chamber’) coi quali mi confronto quotidianamente. Se parlo di incidentalità, di sinistri, di morti e feriti, l’espressione dei miei interlocutori assume ben presto quella fisionomia da pesce lesso che tutti conosciamo. “Morti e feriti? Quali morti e feriti???”

Chiunque abbia un’infarinatura di psicologia potrà a questo punto suggerire che le informazioni di natura generale non sedimentano nel sentire comune, e vengono facilmente dimenticate. Miglior sorte hanno quegli eventi particolarmente drammatici e violenti da riempire le pagine di cronaca per giorni e giorni, come l’uccisione di due ragazze, avvenuta lo scorso dicembre.

Ma è una consapevolezza di breve respiro, che non viene inquadrata in un contesto più ampio ed è rapidamente riassorbita dalla normalità. Normalità che è ben riassunta nell’infografica riportata qui sotto, realizzata a partire dagli Open Data del Comune di Roma, con tecniche analoghe a quelle utilizzate nell’analisi dei dati ECC.

Pedoni2014-2018

La mappa illustra tutti gli investimenti di pedoni registrati dalla Polizia di Roma Capitale dal 2014 al 2018 (compresi), ed è sufficiente un colpo d’occhio per rendersi conto che in questa città non ci sono luoghi sicuri. Alcune strade presentano un’incidentalità inferiore ad altre ma ciò è dovuto o ad una scarsa frequentazione pedonale, o ad una ridotta necessità di attraversare la strada, ad esempio perché non sono presenti ‘attrattori’ su nessuno dei due lati.

Nel solo 2018, nell’area compresa all’interno del GRA, sono stati registrati oltre tremila investimenti di pedoni, ad una media giornaliera di oltre otto ‘incidenti’. In una città dove si investono otto persone al giorno, l’esito mortale è inevitabile. Nel 2018 sono stati 59 i pedoni uccisi sulle strade di Roma, quasi un decimo di quelli uccisi in tutta Italia. Circa il doppio della media nazionale, se rapportati al numero di abitanti.

Ecco, questa è la ‘gobba’, questo è il disastro. Ma la maggior parte delle persone non è in grado di vederlo, così come Igor non vede la propria deformità. Per i più, il quadro descritto è semplicemente la normalità. Sul motivo di questa mancata percezione mi sono fatto un’idea abbastanza precisa: la normalità è quello che viene comunicato come ‘normale’.

Quotidianamente apriamo i giornali, o internet, o accendiamo la televisione, e ci viene raccontato un mondo di fantasia dove tutti circolano in automobile, dove le automobili sono gli oggetti più desiderati da tutti, la chiave per accedere a tutto quello che possiamo desiderare, dai luoghi di vacanza allo status sociale.

Questa ‘normalità’ fittizia, continuamente, incessantemente, insistentemente ribadita, ottiene l’effetto di rimuovere dalla psiche collettiva il dolore, la tragedia, il dramma di vite distrutte e perdute, come pure l’esigenza di porre un argine a questo disastro.

E per chi si domandasse se il problema è di chi cerca di sollevare la questione, se stiamo ‘comunicando male’, la risposta è no, non stiamo comunicando male. Stiamo, al limite, comunicando poco, perché poche sono le risorse che abbiamo a disposizione.

Chi sta ‘comunicando male’ sono, semmai, quelli che le risorse le hanno, e le investono in una narrazione falsa ed opportunista. Quelli che nascondono i drammi causati dal trasporto privato dietro una cortina di fumo fatta di immagini edulcorate, suggestioni seducenti e verità rimosse. E che, così facendo, si riempono le tasche di denaro sporco di sangue innocente.

Dobbiamo riuscire a mettere in discussione la normalità. Perché non è una realtà privilegiata, ma semplicemente quella che ci hanno costretto a subire.
E che paghiamo in prima persona, con le nostre tasche e le nostre vite.

Per una Dichiarazione Universale dei Doveri dell’Uomo

(conclusione di una riflessione in più parti intitolata ‘la questione ambientale’)

Dopo aver lungamente ragionato le problematiche generate dall’apparizione della specie umana sul pianeta, appare evidente la difficoltà di porre un freno a quanto fatto fin qui, ed ancor di più di arrivare ad invertire la rotta. Una rotta che ci sta portando dritti verso la catastrofe.

Difficile perché si rende necessario un radicale ripensamento in quello che è stato dato per buono fin qui, ovvero il cosiddetto ‘Pregiudizio Antropocentrico’, con tutti i suoi portati. Da dove iniziare, dunque?

Un’idea mi è venuta tempo addietro, leggendo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, un documento discusso ed approvato dalle Nazioni Unite (e tuttavia ancora non  completamente ratificato da diversi stati). “È possibile che esistano solo diritti?”, mi sono domandato. Evidentemente no.

Una delle lezioni di vita che impariamo da piccoli recita che “la libertà di un individuo finisce dove comincia quella di un altro”. Che è un po’ la filosofia che ispira anche l’idea dei ‘Diritti dell’Uomo’: esistono libertà che non possono essere negate a nessuno, e che le organizzazioni umane sono obbligate a tutelare. Libertà di parola, libertà di espressione, diritto alla vita ed alla sicurezza, tra gli altri.

Estendere questi diritti alle altre specie viventi appare, almeno al momento, utopico. Quello che si può fare è provare ad estendere il ragionamento all’umanità futura, ai nostri figli e nipoti. Se una generazione distrugge tutto l’esistente, cosa resterà a quelle che verranno dopo?

Non hanno forse diritto, gli uomini e le donne del futuro, ad un pianeta bello e ricco, di vita e biodiversità, come quello che hanno ricevuto in eredità le generazioni precedenti? Che diritto ha, l’attuale generazione, di cancellare la ricchezza di habitat naturali, la diversità di forme di vita, la varietà del mondo, in ossequio ai dettati della propria egoistica fame consumista? Nessuno.

Se cominciamo col riconoscere questi diritti alle future generazioni, ne scaturiscono necessariamente una serie di doveri, sia per l’attuale che per quelle che seguiranno. Mi limiterò ad un elenco breve e non esaustivo.

  • Dovere di preservare gli habitat naturali ancora intatti

  • Dovere di ridurre, fino ad eliminare del tutto, l’inquinamento ambientale

  • Dovere di ridurre, fino a livelli sostenibili, la cattura, l’abbattimento ed il consumo di specie selvatiche (a cominciare dalla pesca industriale)

  • Dovere di ridurre il consumo di risorse non rinnovabili

  • Dovere di stabilizzare, ed in ultima istanza ridurre numericamente (con modalità incruente), la popolazione umana

Un tale documento, che nella sua forma definitiva potrà benissimo intitolarsi ‘Dichiarazione Universale dei Doveri dell’Uomo’, dovrà essere approvato dall’ONU, ed i paesi firmatari dovranno impegnarsi ad attuare le politiche necessarie alla soddisfazione dei punti in esso elencati.

È utopico immaginare che tutto ciò potrà mai accadere? Non lo so. L’attuale momento storico va in direzione totalmente opposta, ma sono esistite, in passato, culture umane che hanno dovuto adottare, metabolizzandole nella propria cultura, forme di rispetto dell’ambiente non dissimili da quelle suindicate (principalmente a causa dei limiti imposti loro dalla situazione contingente, va detto).

I nativi americani, quando uccidevano un animale per nutrirsene, chiedevano perdono al suo spirito. Magari anche noi, che ci riteniamo (a torto) molto più civili ed evoluti di loro, possiamo sviluppare un rapporto rispettoso con la natura, senza necessariamente arrivare al punto di estinguerci per aver consumato tutto il consumabile. Questa volta voglio provare ad essere ottimista.

Edward S. Curtis - At the water's edge

L’idea di Ordine e la progressiva distruzione del Mondo

Vado elaborando, ormai da anni, una descrizione della realtà basta su relazioni di causa-effetto. L’idea di fondo è che l’esatta individuazione delle cause dovrebbe, almeno in teoria, consentire di intervenire sugli effetti. Quello che spesso emerge, tuttavia, nel corso dell’analisi, è che le cause prime sono molto più profonde e radicate di quanto appaia a prima vista.

Prendiamo l’esempio delle ideologie, rispetto a cui ho sviluppato un’analisi ormai diversi anni fa. Le ideologie, anche complesse (destra, sinistra, ambientalismo, progresso, ‘crescitismo’, capitalismo), emergono come strutturazione razionale di pulsioni più basiche, sepolte in profondità nella nostra psiche.

Le ideologie di destra emergono come formalizzazione di una pulsione istintiva alla competizione, retaggio di tutti gli esseri viventi. Quelle di sinistra rappresentano una concettualizzazione dalla spinta alla cooperazione, che discende dal nostro essere una specie sociale. Le ideologie del Progresso e della Crescita Economica Illimitata nascono come proiezione di una aspirazione al benessere, comune ad ogni essere vivente.

Le ideologie umane, tuttavia, modellano il mondo, generando nuovi problemi prima inesistenti. La questione più drammatica emersa negli ultimi decenni riguarda l’impatto delle attività umane sulla biosfera. Lo sfruttamento incontrollato dell’ecosistema da parte della specie Homo Sapiens sta causando la distruzione di una serie di realtà caratterizzate da elevata biodiversità, e la loro sistematica sostituzione con habitat artificiali finalizzati alla produzione di cibo per una popolazione insaziabile e tutt’ora in crescita.

Il fatto che tutto ciò non sia percepito come un problema dalla maggior parte della popolazione è indice di un travisamento di fondo, collettivo, della collocazione eco-sistemica dell’essere umano su questo pianeta. Anche su questo ho recentemente scritto, etichettando tale bias culturale con la definizione di Pregiudizio Antropocentrico.

Ma un singolo bias culturale da sé non può reggersi, perché finisce con lo scontrarsi con una serie di contraddizioni. A riprova di ciò, non tutte le culture umane appaiono afflitte da ‘Pregiudizio Antropocentrico’, in special modo ne sono distanti quelle rimaste legate ad un rapporto più profondo con la natura e i suoi equilibri. Quelle culture che la nostra arrogante autoreferenzialità bolla come ‘arretrate’.

La Natura nasce dal caos, e nel caos procede, con paletti definiti unicamente dalle leggi della fisica e della chimica molecolare. Le strutture organiche autoreplicanti emergono dal caos primordiale, ed in virtù della proprietà di riprodursi in innumerevoli copie, dati tempi lunghissimi a disposizione, finiscono col produrre le innumerevoli forme di vita che vediamo oggi. Nessun ordine, nessun progetto, solo popolazioni abbondanti e diversificate che competono per la sopravvivenza, generando un equilibrio dinamico e trasformandosi nel processo.

Nei fenomeni biologici, l’ordine è conseguenza di innumerevoli iterazioni di processi simili, su larga scala. Le popolazioni animali e vegetali si susseguono con continuità, interagendo in maniere complesse ed adattandosi in continuazione le une alle altre. Ciò può dar luogo ad un’apparente armonia, che è però unicamente il risultato, su larghissima scala, di un’innumerevole quantità di eventi casuali.

In questo scenario, dopo centinaia di milioni di anni, irrompe una nuova specie, la nostra, caratterizzata da un significativo sviluppo cerebrale. Un cervello in grado di osservare, comprendere e manipolare la realtà, sviluppatosi inizialmente con funzioni di mera sopravvivenza ma, in ultima istanza, diventato talmente complesso da interrogarsi su se stesso. Da questa unicità la nostra specie ha tratto l’idea di essere diversa e più importante delle altre.

Per supportare la tesi che l’Uomo fosse al centro dell’Universo occorreva contrastare l’evidenza dei fatti, elaborando una complessa ideologia che poggiasse su una quantità sufficiente di quelle che chiameremo ‘stampelle’ per potersi reggere in piedi. La prima di queste stampelle fu, con molta probabilità, la negazione della morte.

La consapevolezza della morte è una delle forme di sofferenza cui ci ha condannato lo sviluppo intellettuale del nostro cervello. Abbiamo trovato il modo di contrastare questa permanente afflizione mediante l’elaborazione del pensiero religioso e l’invenzione delle divinità, con la conseguente costruzione di sistemi di credenze finalizzate a negare la morte degli individui.

Questa elaborazione concettuale, che oggi accettiamo con facilità, deve essere stata altamente contro-intuitiva per i nostri antenati, abituati alla vita nomade di cacciatori-raccoglitori. Uno stile di vita in cui la morte doveva essere un’evidenza estremamente frequente (per quanto mitigata dall’elaborazione del lutto mediante riti funebri).

L’invenzione di un’anima divina, slegata dalla corruzione del mondo, è stata in grado di allontanare l’angoscia della morte, ma richiedeva la fabbricazione di una ulteriore ‘stampella’ ideologica a supporto, che fosse allo stesso tempo evidente e auto-giustificante. Nacque così l’idea di un Ordine Divino, avente il suo riflesso nell’Uomo.

Come abbiamo visto, in una ipotetica dicotomia ordine-caos, la natura appartiene al caos. L’uomo decide così di ‘chiamarsi fuori’, di appartenere ad un Ordine Divino, di aspirare all’immortalità. Nel fare ciò, mette insieme una serie di evidenze a supporto di tale tesi. Come esempi di ordine trova i cicli temporali determinati dall’interazione gravitazionale dei corpi celesti: l’alternanza di giorno e notte, il succedersi dei mesi lunari, i cicli delle stagioni, il ruotare incessante del cielo notturno, i moti dei pianeti.

Non è un caso che tutte le culture umane abbiano proiettato nel cielo il luogo delle divinità, come a sancire uno spazio in cui si manifesta l’Ordine (divino), distinto e separato dall’ambito terrestre, dominato dal caos. Nella regolarità dei moti celesti l’uomo antico proietta il suo bisogno di ordine, la sua aspirazione alla divinità ed in ultima istanza il desiderio di sfuggire alla morte.

Il concetto di Ordine si sviluppa, in parallelo, anche grazie alla crescita delle abilità cognitive ed attraverso i modi coi quali un cervello particolarmente sviluppato ci consente di manipolare la realtà circostante. Gli utensili, per risultare efficienti, devono essere fabbricati in una maniera precisa e sempre uguale; i ripari, anche quelli provvisori, vanno realizzati con criterio; i vegetali per l’alimentazione vanno scelti con attenzione, per evitare le varietà tossiche o velenose, e mescolati nelle esatte dosi.

Dovendo dipendere il benessere e la sopravvivenza dei gruppi umani dalla corretta applicazione di numerose regole, non è difficile immaginare come la leadership delle tribù preistoriche abbia finito col premiare proprio quegli individui più capaci di aderire ad un comportamento altamente strutturato, finendo con l’aprire la via all’idea di un Ordine Salvifico contrapposto ad un Caos potenzialmente mortale.

L’idea di Ordine si traduce, nel corso dei secoli, nelle prime scienze esatte, matematica e geometria, che si riflettono a loro volta nei primi monumenti dell’uomo (piramidi, colonne), nelle opere di irregimentazione idraulica e nell’organizzazione delle coltivazioni. Da questa prospettiva non è un caso che Scienza e Fede vadano letteralmente a braccetto, perlomeno fino ai tempi recenti.

Quello che accade, da Galileo Galilei in poi, è un progressivo distacco. La scienza matura una propria idea di Ordine Intrinseco delle Cose che non ha più necessità di una divinità a supporto. La religione, dal canto suo, non trovando più appigli nelle nuove scoperte scientifiche non può far altro che rinchiudersi a riccio sulla veridicità delle antiche scritture ed ostacolare, per quanto possibile, le nuove acquisizioni del sapere.

Sapere che si traduce ben presto in nuove tecnologie, in macchine sempre più sofisticate e complesse, in realizzazioni ingegneristiche strabilianti. La scienza diventa il nuovo alfiere del trionfo dell’Ordine, mentre alla religione resta soltanto la funzione di sollievo e conforto dalla paura della morte, anch’essa significativamente ridimensionata dall’avvento di nuove forme di distrazione (aka intrattenimento) via via più evolute e capillari.

Dato il quadro fin qui descritto, risulta evidente come a guidare l’evoluzione tecnologica della nostra specie sia stata, fin dall’antichità, l’adesione ad un’idea astratta di Ordine che ha dapprima incarnato, ed in tempi recenti sostituito, la figura divina. I nuovi sacerdoti di questa fede sono i grandi tecnocrati, architetti, progettisti, sviluppatori di software intelligenti e mondi virtuali.

E tuttavia l’Ordine umano, freddo e meccanico, si contrappone ai processi caotici propri del mondo naturale, determinando un conflitto permanente per il dominio del pianeta. È chiaro, a questo punto, il motivo per cui non siamo in grado di moderare l’impatto delle attività umane sulla biosfera: da un lato è il pregiudizio antropocentrico a suggerire che il nostro agire possa essere unicamente ‘buono e giusto’, dall’altro è l’idea, introiettata nell’arco di innumerevoli generazioni, di un Ordine (a suo modo divino, in quanto frutto di pura astrazione) sempre e comunque preferibile al Caos.

Un’idea analoga è stata formulata dallo scrittore e filosofo Robert M. Pirsig nel volume “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” con l’elaborazione di quella che viene definita Metafisica della Qualità, solo che la chiave di lettura è completamente rovesciata dall’evidenza che la Qualità (l’Ordine) è il motore della distruzione del mondo.

Questa nuova consapevolezza mi mette a disagio, come pure realizzare quanto in profondità sia radicato il bisogno di Ordine nei modi in cui mi relaziono all’esistente. Perfino questo ragionamento, per dire, è espressione di un desiderio di Ordine. Subisco da sempre la fascinazione per le geometrie perfette, le idee astratte, la musica, la tecnologia, per tutto ciò che è regolare, preciso, esatto, prevedibile.

Proprio per questo, fatico enormemente ad accogliere la consapevolezza della fallacia e provvisorietà dei successi umani. È un’idea che mi addolora, perché in controtendenza con tutto quello che ho sognato e desiderato fin dalla fanciullezza.

E tuttavia resta innegabile l’evidenza del danno progressivo che stiamo producendo sull’ambiente che ci ha generati. In termini di perdita di biodiversità, di distruzione di habitat, di turbamento di equilibri sviluppatisi su un arco temporale di milioni di anni. E in qualche modo altrettanto evidente mi appare il concetto, attribuito ad Albert Einstein, che: “non si può risolvere un problema usando lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato”.

In conseguenza di ciò, non possiamo illuderci di poter risolvere un problema generato dalla tecnologia umana per mezzo della tecnologia umana. Non possiamo affrontare un dissesto prodotto dall’idea di Ordine applicando un analogo criterio, solo declinato diversamente.

Se vogliamo risolvere il problema causato dalle attività umane all’ambiente possiamo solo sospendere le attività umane. O tenerci il problema, e scommettere su quanto a lungo riusciremo a non farci sopraffare dalle ricadute indesiderate delle nostre azioni.

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Obesità e arteriosclerosi delle città

Giorni fa ho ripreso a ragionare sui parallelismi tra città ed organismi viventi. Il tema era emerso grossomodo un anno fa, ora intendo tornarci su per svilupparlo meglio.

Gli organismi viventi, non diversamente dalle città, attraversano fasi di crescita, nel corso delle quali si strutturano per gestire la propria funzionalità su una scala di dimensioni maggiori. Gli arti, gli organi ed il sistema circolatorio necessitano di svilupparsi di conseguenza.

Il sistema circolatorio degli organismi animali è rappresentato dalla rete venosa ed arteriosa, che per mezzo del sangue trasporta ossigeno e sostanze nutrienti agli organi che li devono utilizzare, e i materiali esausti agli organi dove essere riciclati o smaltiti. Se questo flusso incessante rallenta, l’organismo entra in sofferenza.

Per ragionare di ‘sistema circolatorio’ delle città è abbastanza semplice immaginare i flussi di persone e cose come sostanze nutrienti o esauste che si muovono da un organo all’altro.

Negli esseri viventi gli organi sono collocati in aree definite, le materie prime affluiscono ad essi ed i prodotti lavorati, o esauriti, ne defluiscono. Nelle città questi ‘organi’ sono gli edifici e gli spazi (p.e.: distretti industriali e sedi di uffici) dove il lavoro viene effettuato.

Le aree industriali vanno considerate come lo ‘stomaco’ della città, dove le materie prime ingerite si trasformano in parti essenziali al funzionamento dell’organismo: sostanze nutrienti, vitamine, proteine, molecole ad alto contenuto energetico.

Possiamo a questo punto immaginare di rappresentare il movimento delle persone, parallelamente a questo flusso di oggetti inanimati, come i globuli rossi che trasportano ossigeno. L’ossigeno viene prelevato dai polmoni, trasportato negli organi, quindi fatto reagire con le molecole di adenosin-trifosfato per produrre l’energia necessaria a compiere un lavoro, sia esso meccanico o chimico.

In questa semplificazione, gli organi sono i luoghi in cui lavoriamo, ed i polmoni quelli in cui ci ricarichiamo, equivalenti alle zone residenziali, abitative e ricreative. Come i globuli rossi ci spostiamo continuamente da un luogo all’altro per mantenere in vita l’animale città.

In organismi semplici (nel parallelo, paesi e piccole città) gli organi sono tutti in prossimità, e la modesta circolazione necessaria al loro funzionamento non richiede una grande complessità. Più gli organismi (le città) diventano grandi e complessi, più essenziale diventa disporre di una circolazione efficiente.

Quello che osserviamo, negli organismi come nelle città, è che, al mutare delle condizioni di contorno, il processo di crescita può deragliare, dando luogo ad organismi malati e disfunzionali. Nello specifico, nel ventesimo secolo la messa a regime di una quantità incredibile di nutrimento, rappresentato dalla disponibilità di fonti energetiche fossili, ha alimentato una crescita abnorme ed accelerata delle città.

La crescita sana di un organismo avviene in tempi lunghi, ed è relazionata ad un equilibrio con la situazione di contorno. Quello che è avvenuto nel secolo scorso è più simile ad una situazione di sovralimentazione in cui, a seguito di un apporto eccessivo di nutrienti, l’organismo genera tessuto in eccesso. Qualcosa di molto simile alla problematica che negli esseri viventi definiamo clinicamente col termine ‘obesità’.

L’organismo obeso finisce con l’essere meno efficiente rispetto ai suoi simili non affetti dalla medesima patologia, consuma più risorse di quante ne produca (situazione che il sistema economico attuale formalizza nel rapporto debito/PIL) ed è più incline all’insorgenza di patologie parassite (disagio sociale, nevrosi, con tutti i relativi portati).

La crescita accelerata dell’organismo città si traduce nel sorgere di urbanizzazioni specializzate: aree industriali, quartieri residenziali, e solo in tempi più recenti distretti dedicati al commercio ed alla ricreazione (centri commerciali). La seclusione di questi ‘organi’, ovvero la loro cattiva integrazione in un organismo funzionale, finisce col generare flussi crescenti di persone e materiali, tali da mettere in crisi il sistema circolatorio della città.

Nella città in cui vivo, l’assenza di una corretta pianificazione e gestione delle esigenze trasportistiche (coincidente con lo sviluppo di un’efficiente rete di trasporto pubblico collettivo), ha causato un massiccio ricorso all’automobile privata come strumento di mobilità individuale, finendo col generare una sistematica congestione della rete viaria.

L’uso diffuso dell’automobile privata ha rappresentato, per l’organismo città, l’equivalente della proliferazione di colesterolo e grassi saturi nel flusso sanguigno, con conseguente deposizione di placche sulle pareti arteriose (i veicoli in sosta, permanente e d’intralcio, sulle sedi stradali) ed un freno alla mobilità complessiva di persone e cose. L’equivalente della patologia che, negli esseri umani, chiamiamo arteriosclerosi.

Il quadro clinico è sicuramente poco tranquillizzante. L’arteriosclerosi conduce per solito ad una degenerazione delle facoltà intellettive (fenomeno che, sempre in chiave di metafora, mi pare si stia già verificando). L’obesità, dal canto suo, è un processo che tende ad auto alimentarsi (in tutti i sensi), per far fronte al quale, di norma, si interviene mettendo a dieta il soggetto, non più in grado di regolarsi da sé.

Questo però richiede che l’organismo (la città) sia inserito in una rete sociale (uno stato) composta da individui (altre città) in prevalenza sani, mentre quello che osserviamo sono processi di espansione urbana, alimentati dallo stesso sfruttamento di risorse fossili, estesi all’intero paese… per non dire ad una parte significativa dell’intero pianeta.

Nel frattempo si profila, all’orizzonte dei prossimi decenni, una crisi globale determinata da una varietà di fattori: dal progressivo esaurimento delle fonti energetiche fossili, all’emergenza climatica, all’inquinamento.

Possiamo sperare che questo si traduca in un significativo dimagrimento dell’organismo città, e al ritorno ad una sua maggior efficienza. Ma la progressiva diminuzione delle facoltà intellettive causata dall’arteriosclerosi, unita alle difficoltà di movimento ed azione di un organismo già ora ipertrofico e disfunzionale, non lascia grossi margini all’ottimismo.

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Bias culturali – il Pregiudizio Antropocentrico

L’emergenza climatica ci sta mettendo di fronte ad un problema non più dilazionabile: trovare un equilibrio, sostenibile, tra le esigenze della specie umana e la sopravvivenza di ecosistemi complessi. Il motivo per cui è tanto difficile individuare questo equilibrio nasce da una distorsione cognitiva collettiva (quindi di natura culturale) che affonda le sue radici nella notte dei tempi ed a cui ho dato il nome di Pregiudizio Antropocentrico.

La formulazione più semplice del Pregiudizio Antropocentrico è: “qualunque cosa aumenti il benessere degli esseri umani è da considerarsi buona e giusta, a prescindere”. Questo assunto appare, ai più, talmente ovvio che non se ne può discutere più di tanto. Si tratta dell’estensione di un principio egoistico, funzionale alla sopravvivenza degli individui in natura. Tuttavia, in mano ad una specie sociale dotata di capacità mai viste prima, ha portato gli ecosistemi globali sull’orlo del collasso.

L’idea che l’Uomo possa fare ciò che vuole del Mondo è ben formalizzata nella Genesi biblica: Dio crea il mondo per donarlo all’Uomo, dicendogli che ne può disporre come meglio vuole. In altri termini, l’umanità si arroga il diritto di fare e disfare ciò che la Natura ha costruito nell’arco di millenni, ed inventa un Dio onnipotente per farsi autorizzare ad operare come meglio crede.

L’egoismo è un motore, intrinseco ed ineludibile, degli organismi viventi. L’istinto di sopravvivenza ne è la sua formalizzazione. Gli individui e i gruppi (che nelle specie sociali operano come dei sovra-individui) devono sopravvivere e riprodursi, e per far questo attuano tutta una serie di strategie di predazione delle risorse naturali.

Oltre a ciò, il nostro successo come specie sociale è dovuto a meccanismi di solidarietà, quindi è inevitabile che l’accettazione dell’egoismo individuale venga estesa agli altri membri del gruppo, ed in ultima istanza all’intera specie. Tali meccanismi già del loro basterebbero a produrre un simile risultato, anche senza bisogno di una sovrastruttura religiosa di natura fideistica, ma quest’ultima ottiene di escludere ogni ulteriore discussione in merito.

Se trarre dall’ecosistema il necessario per il proprio sostentamento è nell’ordine delle cose, per quale motivo, proprio per noi umani, ciò dovrebbe rappresentare un problema? Semplicemente perché, a differenza delle altre specie, non abbiamo più freni sistemici alla crescita, ormai fuori controllo, della nostra popolazione.

Produrre più cibo attraverso le pratiche agricole e l’allevamento è stato considerato “buono e giusto”, ma ha portato alla scomparsa delle foreste e di molte delle specie che le popolavano. Costruire abitazioni più protette, sviluppare cure mediche, hanno consentito un aumento dell’aspettativa di vita ed una riduzione della mortalità infantile, tutti fattori che hanno concorso all’aumento della popolazione ed alla conseguente crescita nella predazione di risorse ecosistemiche.

In ultima istanza, la capacità tecnologica di sfruttare fonti energetiche fossili in alternativa all’energia prodotta dal Sole (l’unica stabile e indefinitamente rinnovabile, perlomeno sulla scala temporale delle civiltà umane), ha generato un benessere diffuso culminato nell’esplosione demografica degli ultimi decenni.

Il punto è che tutti i fenomeni sgradevoli che abbiamo temporaneamente rimosso: malattie, carestie, freddo, ottenevano di mantenere la popolazione umana in equilibrio con gli ecosistemi circostanti. Ora che è l’assenza di equilibrio a minacciarci, non disponiamo degli strumenti culturali per affrontarla, principalmente perché alla base di tutta la nostra scala di valori etici abbiamo messo il meccanismo stesso responsabile del disequilibrio.

Se quello che è bene per gli umani è buono e giusto’, diventa impossibile intervenire su quegli individui che distruggano una risorsa non rinnovabile, una foresta o una specie vivente, con l’alibi del proprio benessere. Allo stesso modo non si può intervenire sulle industrie che avvelenano l’ambiente, perché producono occupazione, che corrisponde a benessere per fasce estese di popolazione.

In quest’ottica, ogni impresa che produca lavoro e ‘benessere’ per la generazione attuale viene di fatto moralmente assolta per i danni che potrà produrre alle generazioni a venire. Il principio di precauzione viene sottomesso alle esigenze immediate e contingenti, col risultato di accumulare disastri sulle popolazioni future.

La formalizzazione finale del Pregiudizio Antropocentrico si raggiunge nell’assunto capitalista che le imprese private siano unicamente tenute a fare l’interesse economico dei propri investitori. In base a tale principio, i manager delle grandi aziende possono essere perseguiti legalmente, se non massimizzano il ritorno economico degli azionisti, molto più facilmente che per aver causato danni alla collettività o agli ecosistemi.

Per dire, l’industria del tabacco è responsabile di una percentuale significativa di tumori alle vie respiratorie, ma il suo obbligo contrattuale è unicamente nei confronti degli azionisti, e le responsabilità (morali) rigirate sui clienti. Analogo discorso si può fare per il comparto legato alla mobilità privata, che non può essere chiamato in causa per le condotte di guida dei propri clienti nemmeno se coincidenti con quanto avallato e promosso dalla comunicazione pubblicitaria, finalizzata alla vendita di un maggior numero di veicoli.

Un’organizzazione economica e sociale schizofrenica, che ha come ultimo portato una perenne confusione culturale, afflitta dalla totale incapacità di immaginare soluzioni efficaci. Una situazione alimentata da una classe politica opportunista, i cui rappresentanti sono titolati ad affermare tutto e il contrario di tutto, analogamente a quanto facciano gli economisti.

La rimozione del bias culturale determinato dal Pregiudizio Antropocentrico appare indispensabile per aiutarci a rimuovere i limiti cognitivi che ci impediscono di individuare vie d’uscita percorribili alla situazione attuale, onde avviare forme di decrescita, se non proprio felici, quantomeno efficaci.

Purtroppo non è facile superare un ostacolo cognitivo che ci accompagna da millenni. Ancor più se si considera che tale ‘ostacolo’ è stato capace di garantire il successo economico e sociale di chi più entusiasticamente lo ha abbracciato e propalato. Scommettere sulla possibilità che si trovi la maniera di disinnescarlo prima che la realtà venga a chiederci il conto appare francamente troppo ottimistico.

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