La questione ambientale (sesta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Fin qui abbiamo usato il termine ‘sostenibilità’ senza scendere nel dettaglio, ora sarà il caso di farlo. ‘Sostenibilità’ deriva da ‘sostenere’, come, ad esempio, nell’idea di ‘sostenere un oggetto’. L’esempio ci rimanda ad un lavoro fatto per contrastare una naturale tendenza, ovvero quella dell’oggetto attratto verso il suolo dalla forza di gravità: maggiore il peso, più breve il periodo di sostenibilità.

Per le civiltà valgono considerazioni analoghe: maggiore è la pressione sull’ecosistema, più breve sarà l’arco temporale in cui la civiltà in oggetto potrà essere ‘sostenuta’ dai processi biologici naturali. La storia dell’umanità abbonda di esempi di civiltà insediatesi in habitat troppo esigui per alimentare il livello di consumi da esse imposto all’ecosistema. Il risultato è in genere consistito nel collasso o nella totale estinzione.

Un esempio, già trattato in passato, è quello delle colonie vichinghe in Groenlandia. Il tentativo di riprodurre, in terre più povere di risorse, uno stile di vita sperimentato come funzionale nel Nord Europa ha condotto alla scomparsa delle popolazioni ivi insediatesi. Un altro esempio è quello dell’Isola di Pasqua, dove una migrazione da parte dei polinesiani intorno all’anno mille produsse un’aggressione massiccia alla fauna ed alla flora indigene, portando il delicato ecosistema ad un depauperamento irreversibile nel volgere di pochi secoli.

Oggi sappiamo che la colpa del collasso non fu interamente delle popolazioni native, che avevano finito col trovare un delicato equilibrio con le risorse dell’isola. Il ‘colpo di grazia’ definitivo fu dato dalla scoperta dell’isola da parte degli occidentali, che vi portarono, involontariamente, malattie e specie alloctone (roditori). Tuttavia la presenza dei roditori non avrebbe potuto portare, da sola, al collasso di un habitat in buona salute. La responsabilità dei polinesiani rimane nell’aver prodotto, mediante l’abbattimento sistematico delle palme giganti di cui l’isola era ricca, una estrema fragilità dell’ecosistema insulare.

Quindi, al di là delle buone intenzioni espresse nel precedente capitolo, relative ad una riduzione volontaria degli esasperati consumi attuali, ciò che realmente determina il carattere di sostenibilità di una civiltà è, in ultima istanza, la capacità dell’ecosistema di alimentare il livello di consumi desiderato a tempo indefinito, ed a quale prezzo ciò può essere ottenuto.

Al di là del consumo di suolo e dell’inquinamento, problemi gravi ma evidenti e percepibili, quello che ai più sfugge è il drammatico crollo della biodiversità prodotto dall’azione umana negli ultimi millenni. Per biodiversità si intende da un lato la varietà di specie viventi che insistono in un territorio, dall’altro la numerosità delle specie stesse in termini di individui.

La salute di un ecosistema dipende dall’equilibrio tra esigenze diverse: la coesistenza di specie diverse di piante, di erbivori, di frugivori, di insetti, di batteri nel suolo, la competizione tra prede e predatori, e dai movimenti, transumanze e migrazioni delle specie che popolano un territorio. All’interno di questa ricchezza si producono le risorse per far fronte alle trasformazioni ambientali, dai periodi più caldi alle ere glaciali, attraverso una varietà genetica che accelera i percorsi evolutivi di adattamento.

In questo processo l’opera dell’uomo è devastante. Foreste ricche di biodiversità vengono abbattute per far spazio a monocolture ad alta ‘produttività’. Specie selvatiche vengono con indifferenza portate all’estinzione mentre si preservano solo una manciata delle varietà ritenute adatte all’allevamento ed al consumo umano, animali trasformati in modo da soddisfare le esigenze produttive e consumistiche, non più in grado di sopravvivere allo stato selvatico. La pesca ‘industriale’ trasformata in un sistematico saccheggio e depauperamento della fauna ittica globale.

Il fattore drammatico, ancora non metabolizzato dall’opinione pubblica, è che una specie non si estingue quando muore l’ultimo esemplare: se la popolazione si riduce al di sotto della soglia in grado di garantire una sufficiente diversità genetica, la specie è già condannata. Recentemente i koala sono stati dichiarati specie ‘funzionalmente estinta’, a fronte di una popolazione residua di 80.000 unità.

Un discorso analogo vale per gli habitat sui quali le specie insistono. Le riserve che vengono approntate per preservare la biodiversità dalla distruzione totale hanno spesso dimensioni insufficienti a garantire l’effettiva sopravvivenza delle specie che vivono al loro interno, essendo in grado unicamente di prorogare, per un breve arco temporale, la sopravvivenza di una manciata di individui.

A questo proposito occorre citare un esempio che a mio parere chiarisce bene la natura del problema. Anni fa un team di entomologi stava studiando un particolare moscerino della foresta amazzonica, un insetto microscopico del peso di pochi milligrammi. Lo studio analizzava la capacità dell’insetto di sopravvivere alla deforestazione, ovvero la sua adattabilità a porzioni ridotte di foresta. Quello che si evidenziò fu la totale scomparsa della specie da porzioni di foresta di dimensioni inferiori ad un chilometro quadrato.

Ora, se la capacità di riprodursi di un insetto dipende dalla disponibilità di un chilometro quadrato di foresta vergine, di quanto spazio hanno bisogno specie più grandi? Ne stiamo lasciando abbastanza? La risposta è no. Gli habitat naturali si stanno riducendo a velocità crescenti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame e coltivazioni di palma da olio. La previsione è che, in assenza di interventi drastici, gli habitat intatti saranno totalmente scomparsi nell’arco di pochi decenni, assieme alla gran parte della biodiversità globale.

Quindi la sola riduzione dei consumi individuali, già teorizzata nel precedente post, non è strategia sufficiente a garantire la salute degli ecosistemi terrestri. Al pari degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua stiamo alacremente distruggendo i meccanismi biologici fondamentali che garantiscono la salute del pianeta, creando quelle stesse condizioni di fragilità che causeranno un prevedibile futuro collasso. Stavolta non al livello di una singola isola, bensì globale. Sarà necessario incidere molto più a fondo per realizzare la riduzione della pressione antropica sugli ecosistemi, in ultima istanza individuando la maniera di ridurre la popolazione umana mondiale.

D’altro canto la lungimiranza non è mai stata la caratteristica principale della nostra specie, così come non lo è per qualunque specie vivente. La natura premia, nell’immediato, l’individuo, la popolazione e la specie in grado di razziare la maggior quantità di risorse, riservando al lungo periodo l’opera di ristabilire un equilibrio. Che può anche comprendere la totale scomparsa della specie ‘eccessivamente aggressiva’, non solo un suo ridimensionamento.

Venendo al nostro caso, siamo i predatori più efficaci del pianeta, surclassando di diversi ordini di grandezza qualsiasi altro predatore apicale. Il nostro successo riproduttivo, relativo agli ultimi millenni, non ha eguali nella storia del pianeta. Prevedibilmente, la nostra caduta sarà altrettanto repentina.

Evolution

(elaborazione dell’autore, a partire da un originale trovato qui)

(continua)

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La questione ambientale (quinta parte)

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(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Mi domandavo, al termine del precedente post: ‘cosa è possibile fare per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta e della nostra stessa specie?’ (che è un po’ la mia personale “Grande Domanda sulla Vita l’Universo e Tutto Quanto”, per parafrasare l’umorista inglese Douglas Adams). L’analisi sviluppata fin qui suggerisce una soluzione tanto semplice quanto impraticabile: disfare tutto quello che abbiamo fatto, come specie, dall’età della pietra fino ai giorni nostri.

In soldoni dovremmo iniziare a tutelare (seriamente) e progressivamente ampliare gli habitat ancora intatti, sospendere le attività di caccia e pesca a livelli industriali, pianificare una progressiva riduzione della popolazione umana, smantellare via via le propaggini delle città non più necessarie, interrompere le attività estrattive di minerali e combustibili fossili, rinunciare alle produzioni industriali su larga scala, riconvertire l’agricoltura e l’allevamento, azzerare l’inquinamento.

Il motivo che rende questa soluzione impraticabile è evidente. Lo sviluppo tecnologico ha risposto a bisogni archetipi dell’animo umano: sicurezza, stabilità alimentare, desiderio di agiatezza e di forme ricreative, volontà di dominio. Questi bisogni profondi sono ancora lì, costituiscono parte integrante delle principali culture globali e dell’immaginario collettivo, non possono essere ‘spenti’ a volontà, semplicemente schiacciando un bottone.

E tuttavia quest’ansia ‘consumista’ sta, per l’appunto, consumando il mondo, e presto o tardi dovrà fare i conti con la sua finitezza. Le risorse energetiche fossili sono, a detta di molti, già in via di esaurimento, con chiari indicatori che la parte restante sarà più difficile da estrarre o, in altri termini, più costosa, e non potrà alimentare una ‘società dei consumi’ energivora come l’attuale. Quando ciò avverrà ognuno di noi dovrà ridimensionare le proprie aspettative.

Secondo uno studio di diversi anni fa, se paragoniamo l’energia messa a disposizione dall’estrazione di petrolio con quella generata dal lavoro muscolare, ogni abitante del mondo occidentale ha a disposizione l’equivalente di 12 schiavi dell’antichità. Quando questa disponibilità, come è altamente probabile, comincerà a ridursi o finirà col mancare del tutto, dovremo abituarci all’idea di un mondo in cui si lavora di più per ottenere meno.

Nel transitorio potremmo, se saremo in grado di volerlo e, soprattutto, se non finiremo a subire gli effetti di comportamenti irrazionali, pianificare tutta una serie di azioni per ridurre gli inevitabili disagi. La strada per un rientro ‘dolce’ entro parametri di sostenibilità ambientale appare tuttavia molto stretta e costellata di questioni irrisolte.

Si pongono pertanto due distinti ordini di problemi: da un lato motivare l’umanità a cambiare rotta, agendo in maniera diametralmente opposta a quanto fatto per millenni, dall’altro pianificare un percorso in grado di riportarci ad un equilibrio non distruttivo con la biosfera. È evidente come le due questioni siano strettamente intrecciate, dal momento che più difficoltosa sarà la rotta tracciata, più ardua l’opera di convincimento.

Il previsto aumento dei costi energetici, legato ad una futura scarsità di combustibili fossili e più in generale di risorse cui attingere, causerà un’instabilità del modello dei consumi attuale, con ricadute politiche e sociali complesse. Ad aggravare il quadro, la ridotta disponibilità di energia porterà con sé un aumento generalizzato dei costi di estrazione e raffinazione delle materie prime e si tradurrà in un’impennata dei costi dei manufatti che lascerà poco margine ad ulteriori spinte consumiste.

Nell’ipotesi, a mio parere molto remota, che si riesca a cavalcare la tigre dello scontento popolare ed indirizzare le diverse società mondiali sulla via di un riequilibrio con la disponibilità reale di risorse, proverò a delineare un percorso di graduale rientro dell’attuale cultura dello spreco all’interno di parametri di sostenibilità ambientale.

Il primo punto su cui lavorare è la riduzione dell’inquinamento in tutte le sue forme, dal momento che è il fattore che maggiormente sta attentando alla funzionalità degli ecosistemi superstiti. Appare evidente come questa esigenza sia strettamente legata alla progressiva riduzione della produzione industriale, nonché dei posti di lavoro ad essa connessi. Dobbiamo smettere di fabbricare sciocchezze dalla vita utile brevissima ed investire su prodotti essenziali, robusti, di facile manutenzione, riusabili potenzialmente all’infinito e composti da materie prime pienamente riciclabili.

In quest’ottica dovranno essere bandite le plastiche monouso, in special modo quelle utilizzate per il confezionamento (packaging), mentre tutte quelle utilizzate nella componentistica di apparati complessi dovranno essere rese riciclabili. Un buon metodo per ottenere ciò sarà fare in modo che i produttori divengano responsabili degli oggetti fabbricati fino al termine della loro vita utile, attraverso un modello che escluda la vendita a privati ma punti sul noleggio. L’oggetto, al termine del periodo di noleggio, tornerà in mano al fabbricante, che ne dovrà curare la ricollocazione o il riutilizzo in forme diverse.

Questo ridurrà (sperabilmente eliminerà) il ricorso a pratiche come l’obsolescenza programmata, anche se avrà l’effetto di rallentare bruscamente l’innovazione nei campi di punta, come il mercato dei prodotti digitali. È altrettanto evidente come la soluzione proposta sia incompatibile con le logiche di ‘libero mercato’ attualmente in essere, richiedendo al contrario uno stretto controllo della macchina statale sulle dinamiche economiche. Questa esigenza sarà declinata in vario modo dai diversi sistemi di governo esistenti, non necessariamente in forme incruente.

Effetto collaterale della scelta di abbattere l’uso della plastica sarà una drastica riduzione della produzione e dello smaltimento di rifiuti, oltreché dei costi ad esse connessi, attualmente una delle maggiori criticità nella gestione dei contesti urbani.

Il secondo terreno di riduzione dell’inquinamento e dei consumi riguarda la mobilità, delle merci e delle persone. La riduzione nella produzione di materiali di consumo richiederà da sé una minor movimentazione di merci, quindi i principali interventi riguarderanno la mobilità individuale, stravolgendo l’abitudine all’automobile personale che ha dominato un intero secolo.

La proprietà privata delle automobili andrà in una prima fase sostituita da forme di noleggio. Questo comporterà diversi effetti, inclusa la riduzione dell’attaccamento feticistico al singolo oggetto/veicolo e l’esibizione dello stesso in termini di status. Le automobili torneranno ad essere strumenti d’uso, prelevati e restituiti a seconda delle necessità, soggetti a limitazioni legate alle esigenze del trasporto pubblico e della vivibilità dei quartieri.

Il grosso del trasporto collettivo nelle città dovrà svilupparsi mediante reti elettrificate su ferro, che collegheranno con rapidità ed efficienza le zone interessate. Sarà necessario progettare una ricompattazione dei territori urbani troppo dispersi perché un tale servizio sia efficiente, cosa che richiederà la ristrutturazione di interi quartieri, e si scontrerà con l’abitudine tutta italiana alla casa di proprietà.

Il quartiere urbano modello dovrà disporre di commercio di prossimità accessibile a piedi, strade e spazi pubblici vivibili, luoghi di ristorazione e ricreazione, aree per attività ginnica e sportiva. Dovrà avere in stretta prossimità una fermata del trasporto pubblico, che porterà in breve tempo nei principali luoghi d’interesse, culturali o lavorativi. Una ‘forma urbis’ già presente in diverse aree della città, che andrà estesa alle restanti.

Questa non è che la prima tappa di un ideale viaggio ‘indietro nel tempo’, che ci riporterebbe alla realtà di circa un secolo fa, sfrondando quanto di più superfluo e distruttivo è stato prodotto nel ventesimo secolo. Ovviamente l’abbandono delle cattive pratiche non significherà rinunciare completamente alle moderne tecnologie, ma semplicemente a quella parte di consumi più esagerata ed insostenibile.

Avremo ancora, e per diverso tempo, i televisori a schermo piatto e la telefonia cellulare, le luci a led ed il forno a microonde. Dovremo semmai abituarci ad andare a far la spesa a piedi, portandoci appresso i contenitori necessari: sacchetti, buste, bottiglie, perché quasi tutto sarà sfuso o imballato nella carta. Non disponendo più di automobili, faremo acquisti prevalentemente nei negozi vicino casa anziché nei grandi centri commerciali, che pian piano spariranno.

Come pure spariranno, per tutti i motivi sopra elencati, a partire dalla drastica riduzione nell’uso di auto private, le propaggini abitative disperse, a cominciare dai villini monofamiliari ‘immersi nel verde’. Questo processo avverrà spontaneamente, a cominciare da una rarefazione nel loro utilizzo per concludersi col totale abbandono, seguito dall’abbattimento e dalla riconversione degli spazi ad uso agricolo.

La progressiva riduzione nell’uso di automobili renderà superflua la manutenzione di buona parte delle attuali sedi stradali, producendo un declino della viabilità minore, per la quale i costi della stesa di nuovo asfalto diverranno insostenibili. Più in generale si andrà verso la riconversione di molte delle attuali attività lavorative con funzioni diverse: in una prima fase lavoreremo meno per consumare meno. Sul lungo periodo le facilitazioni prodotte fin qui (macchine, tecnologie, infrastrutture) tenderanno a decadere e guastarsi, quindi in capo a poche generazioni finiremo col tornare a lavorare principalmente per il sostentamento alimentare.

Potrà bastare, quanto sopra descritto, a salvare il pianeta dall’aggressione umana? No, a meno di porre ulteriori paletti e limitazioni, sulle quali varrà la pena di sviluppare un ulteriore approfondimento. Orientativamente: per quanto la civiltà di un secolo fa fosse meno invasiva ed aggressiva dell’attuale, lo era significativamente di più rispetto a quella medioevale. E quella medioevale era, a sua volta, più invasiva ed aggressiva di quella dell’età della pietra.

Dovremo pertanto ragionare sul concetto stesso di sostenibilità, o meglio: su quale arco temporale possa protrarsi tale ipotizzata sostenibilità. E cominciare a mettere in discussione ben di più che non la sola oggettistica superflua, le modalità di spostamento o le abitudini ricreative. Molto probabilmente dovremo rimettere in discussione l’attuale idea di libertà.

(continua)

La questione ambientale (quarta parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

A peggiorare il bilancio dell’assalto plurimillenario condotto dalla nostra specie nei confronti delle risorse globali, l’inquinamento ha aggiunto ulteriore fattore di stress agli ecosistemi naturali.

Col termine inquinamento si intende l’introduzione di materiali ‘alieni’ alle dinamiche biologiche, ed in grado di interferire coi processi di riuso della materia organica. Tutto quello che la specie umana estrae dal suolo, raffina, trasforma, utilizza ed infine scarta rappresenta una forma di inquinamento. Inizierò quindi col descrivere una modalità di inquinamento che non viene ancora individuata come tale: l’edilizia.

I primi rifugi inventati dalla nostra specie furono, con molta probabilità, capanne di legno e foglie, composte interamente da materiali organici, decomponibili e biologicamente riciclabili. Col tempo ed il padroneggiare tecniche di manipolazione più evolute, la costruzione di edifici in pietra rappresentò un primo esempio di intervento umano operato in totale difformità dai processi biologici.

I materiali inerti necessari all’edilizia vengono estratti dalle cave di pietra e collocati dove poi sorgono paesi e città, luoghi di norma caratterizzati da abbondante disponibilità di suolo fertile. La costruzione di edifici e la successiva espansione delle città ha l’effetto di ridurre la disponibilità di suolo fertile.

Con la crescita delle città e la nascita di regni ed imperi, l’occupazione di suolo prodotta dalle città aumenta progressivamente, mentre la produzione alimentare si trasferisce sempre più verso le periferie, processo che innesca la creazione di strade ed il consumo di ulteriore suolo fertile.

Il gigantismo delle attuali metropoli, e le trasformazioni avvenute nella produzione e nei trasporti grazie alla Rivoluzione Industriale, hanno di fatto totalmente scollegato le aree urbane dalla necessità di un’autonomia alimentare ‘di prossimità’, creando condizioni di estrema criticità. Qualunque riduzione nell’efficienza della produzione agricola, o di quella della rete di trasporti, si tradurrebbe in un’incapacità delle popolazioni inurbate di far fronte al proprio stesso sostentamento.

In epoche passate, un limite alla crescita delle dimensioni urbane è consistito nella disponibilità di cibo in relativa prossimità. Con la Rivoluzione Industriale questo limite è stato rimosso, consentendo alle città di espandersi seppellendo le aree agricole di prossimità. Questo processo non è più reversibile nel breve periodo, perché i terreni scavati e cementificati non recuperano la propria fertilità a fronte del semplice abbattimento degli edifici.

I materiali edili presentano quantomeno il vantaggio di essere inerti rispetto ai processi organici. Lo stesso non si può dire di gran parte delle sostanze che sono diventate parte della nostra vita di tutti i giorni. Dalla rivoluzione industriale in poi la chimica ha infatti provveduto a sviluppare una varietà pressoché infinita di sostanze tossiche e nocive, in grado di interferire a vari livelli coi processi biologici.

Queste sostanze sono successivamente entrate a far parte dei manufatti, o divenute parte integrante dei relativi processi produttivi, e molto poco si è fatto per gestirne uno smaltimento sicuro al termine del ciclo d’utilizzo. Parliamo di un ventaglio di sostanze che va dai veleni veri e propri agli acidi, a materiali variamente irritanti, tossici o cancerogeni. Tutta roba che per decenni è stata rilasciata nei fiumi, seppellita, conferita nelle discariche o bruciata e dispersa nell’atmosfera.

Anche materiali biologicamente inerti come la plastica presentano un risvolto negativo, perché la loro diffusione e successivo degrado sta creando problemi agli animali che tentano di nutrirsene, causandone spesso la morte. Soprattutto negli oceani la quantità di frammenti di plastica trasportata da fiumi e correnti sta rappresentando un problema significativo per la fauna marina.

Questo senza contare che il processo di frammentazione, al momento ancora parziale (si parla infatti di ‘microplastiche’), procederà gradualmente fino al livello molecolare, saturando l’ambiente di quantità enormi di catene di polimeri di origine non biologica, con effetti, allo stato attuale, totalmente non quantificabili.

Un’altra parte rilevante di inquinamento deriva dall’impiego di diserbanti ed antiparassitari nell’agricoltura, che cresce di anno in anno. Si tratta di composti chimici dichiaratamente ostili ai processi biologici (la loro funzione è uccidere le varietà vegetali che competono con le specie coltivate e gli insetti che di queste ultime si nutrono), che finiscono con l’accumularsi nella catena alimentare portando morte anche alle specie (rettili, uccelli e mammiferi) che di tali insetti si nutrono.

Oltre agli antiparassitari l’agricoltura fa anche un largo uso di fertilizzanti azotati, che hanno un effetto positivo a breve termine sulle colture, ma nel lungo termine alterano gli equilibri chimici dei suoli rendendoli meno ospitali per le popolazioni di insetti ed altre forme di vita che li abitano. Quel che è peggio: ancora non è chiaro quali siano gli effetti cumulativi relativi al dilavamento di tutte queste sostanze venefiche, al loro assorbimento nei suoli ed alla loro diffusione nei fiumi e nei mari.

Un forte segnale di allarme giunge proprio riguardo alle quantità e varietà di insetti rilevate in prossimità delle aree agricole europee, che hanno subito un collasso repentino negli ultimi anni in diversi paesi. Per la loro importanza nella produzione del miele l’attenzione è attualmente capitalizzata dalle api, specie di cui si sono registrati diversi casi di collasso di interi alveari, fino alla totale scomparsa in diversi paesi, al punto che in alcune zone della Cina gli agricoltori devono impollinare gli alberi da frutta a mano.

Un caso a sé è rappresentato dai sottoprodotti dell’industria nucleare civile e militare. L’evoluzione delle tecnologie atomiche ha generato, mediante un processo detto ‘arricchimento’, tonnellate di materiali radioattivi in forme estremamente concentrate. Materiali che, essendo instabili, non sono mai venuti a contatto con le forme viventi. infatti, pur essendo presenti nella fase di formazione del sistema solare, essi erano già scomparsi, dalla crosta terrestre, ben prima che i processi vitali avessero inizio.

Parliamo di sostanze in grado di rendere pericolose ed inabitabili ampie porzioni di pianeta, come abbiamo visto in occasione degli incidenti di Chernobyl in Ucraina e Fukushima in Giappone. Su scala più ridotta il riutilizzo di uranio impoverito nella fabbricazione di proiettili ha già causato decine di casi di leucemia, anche mortali, fra gli stessi militari utilizzatori di tali munizioni. Molto poco è poi dato sapere sulle condizioni delle migliaia e migliaia di testate nucleari tattiche, il cui semplice potenziale esplosivo, già ai tempi della Guerra Fredda, era dato come in grado di annientare completamente l’intera umanità più volte.

L’ultima e più subdola forma di inquinamento riguarda i gas rilasciati in atmosfera a seguito dell’utilizzo massivo di combustibili fossili per i trasporti, le macchine utensili e la produzione di energia elettrica. Questi gas stanno lentamente ma inesorabilmente alterando l’equilibrio millenario tra il riscaldamento prodotto dalla radiazione solare di giorno, ed il raffreddamento causato dall’irraggiamento notturno, con l’effetto di surriscaldare l’atmosfera ad un ritmo mai visto prima (essendo, per l’appunto, un fenomeno artificiale) ed innescando ulteriori eventi caratterizzati da feedback positivo, ovvero in grado di accelerare il riscaldamento: scioglimento delle calotte polari, con ulteriore riduzione dell’albedo, e rilascio di gas metano dal permafrost artico.

Stiamo già misurando, in questi anni, una variazione delle temperature globali talmente repentina da non lasciare, a molte specie viventi, il tempo di adattarsi, e causando, assieme a fattori concomitanti, un collasso a catena di interi ecosistemi, dalle barriere coralline del pacifico alle popolazioni di orsi bianchi non più in grado di cacciare le foche artiche per la scomparsa dei ghiacci.

Riassumendo: caccia alle specie animali edibili, allevamento e sostituzione della naturale biodiversità con specie ‘simbionti’ (quelle di cui ci nutriamo), distruzione delle foreste per far spazio a coltivazioni, distruzione della residua biodiversità con fertilizzanti, erbicidi ed antiparassitari, consumo di suolo fertile causato dall’edilizia, dalla costruzione di strade ed infrastrutture, oltreché dall’erosione chimica e meccanica prodotta dai macchinari agricoli, rilascio di sostanze velenose e tossiche nell’ambiente, inquinamento da materie plastiche, riscaldamento globale del clima.

Come ultimo risultato, conseguenza di tutto questo gran daffare, la popolazione umana è cresciuta esponenzialmente fin quasi a raggiungere gli otto miliardi di individui, con una impennata negli ultimi decenni che ha prodotto una progressiva invasione antropica dei residui habitat intatti: le foreste vergini dell’Amazzonia e della Polinesia. Un surplus di popolazione umana la cui sussistenza può essere garantita solo attraverso l’inasprimento delle forme di saccheggio ambientale descritte fin qui.

Parafrasando Nietzsche: siamo da un paio di secoli sull’orlo dell’abisso, e l’abisso ci sta chiamando a gran voce. È possibile fare qualcosa per evitare l’estinzione della quasi totalità delle forme di vita complesse del pianeta, e con esse della nostra specie? Proverò a ragionarci su nel prossimo post.

(continua)

La questione ambientale (terza parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

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Nella prima parte di questa analisi abbiamo visto come la specie umana sia riuscita, nel corso dei millenni, a ricavare nuove ed abbondanti forme di nutrimento aggredendo interi habitat vergini mediante l’allevamento e l’agricoltura. Molto di questo successo si è realizzato grazie all’invenzione di macchine semplici.

Le ‘macchine semplici’ nascono assieme alla nostra specie, caratterizzata dalla capacità di manipolare, per mezzo degli arti superiori, quanto disponibile nell’ambiente al fine di migliorare la caccia e la raccolta. Una macchina semplice è l’ascia a mano, una pietra con un bordo tagliente ricavato per lavorazioni successive, che consentiva di abbattere animali di medie dimensioni. Altra macchina semplice è la lancia, evolutasi successivamente in arco e frecce.

Per la raccolta si usavano con molta probabilità cesti di vimini, che consentivano il trasporto di un maggior numero di cibarie. Dalla tecnica di intrecciare fibre vegetali derivò con molta probabilità la produzione di tessuti. L’agricoltura divenne più produttiva grazie all’invenzione dell’aratro, uno strumento in grado di ‘ammorbidire’ il terreno e facilitare l’attecchimento delle sementi.

L’aratro fu, molto probabilmente, il primo strumento per mezzo del quale l’umanità sperimentò l’utilizzo di forze motrici diverse dalle proprie stesse masse muscolari, aggiogando bovini e cavalli per utilizzarne l’energia metabolica. Altri esempi sono l’uso del vento per la propulsione di imbarcazioni, destinate a diventare un importante strumento per la pesca, il commercio e l’esplorazione di nuovi habitat.

Un ulteriore processo fisico, ben presto asservito ad usi pratici, furono le proprietà esplosive di alcuni composti chimici, esplorate dapprima in Asia con funzioni ricreative (fuochi d’artificio) e trasformate quindi in occidente, grazie ai progressi della metallurgia, in armi da fuoco (fucili e cannoni). Queste nuove armi svolsero un ruolo chiave nell’invasione e colonizzazione manu militari di due nuove masse continentali, le Americhe.

I due sub continenti americani erano già stati colonizzati dall’homo sapiens ventimila anni prima, nel corso dell’era glaciale, da popolazioni spintesi a piedi nei territori dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni ivi insediate avevano trovato un habitat intatto ed una macro-fauna totalmente impreparata all’arrivo di un nuovo predatore. Quest’ultima fu sistematicamente cacciata fino all’estinzione, con rare eccezioni. Al termine della glaciazione le Americhe rimasero isolate dalle altre masse continentali a causa della risalita del livello dei mari.

Le popolazioni insediate nel nuovo continente rimasero perciò tagliate fuori dall’evoluzione tecnologica che stava avvenendo in Eurasia, col risultato che, all’epoca della loro ‘riscoperta’ da parte degli europei, civiltà ancora all’età della pietra dovettero scontrarsi e soccombere al cospetto di invasori muniti di sciabole d’acciaio, fucili, cannoni e cavalli.

A metà del diciottesimo secolo la nostra specie si era già diffusa sulla totalità delle terre emerse (ad esclusione, per ovvi motivi, dell’Antartide), praticando l’agricoltura su buona parte delle pianure irrigate, l’allevamento di bestiame nelle praterie, la pesca nei mari e negli oceani. Quest’ultima attività si estese alla caccia ai cetacei per ricavarne l’olio da utilizzare nell’illuminazione notturna, cosa che portò diverse specie di mammiferi marini sull’orlo della completa estinzione.

La situazione, vista e considerata col senno di poi, era già sufficientemente preoccupante. Quello che produsse un’ulteriore accelerazione al processo fu l’invenzione della macchina a vapore, un meccanismo complesso che sfruttava la combustione del carbone per trasformare il calore in movimento, ed il movimento in lavoro. Ben presto le macchine a vapore vennero impiegate massivamente per la fabbricazione di tessuti e per i trasporti su terra e mare.

I motori a vapore erano obbligati a grandi pesi e grandi dimensioni, trovando facile applicazione principalmente alla propulsione di treni e navi. Anche così, l’impatto fu enorme, consentendo alle metropoli occidentali, già all’epoca sovrappopolate, di drenare ricchezze e derrate alimentari dai quattro angoli del pianeta.

L’idea di utilizzare fonti energetiche fossili per accelerare i processi produttivi segna il passaggio all’era industriale. L’accelerazione impressa ai trasporti favorisce la nascita dei grandi imperi commerciali, che a loro volta alimentano politiche imperialiste e colonialiste.

Ma c’è un ulteriore risvolto nella rivoluzione industriale, e riguarda la necessità di accaparramento di risorse non organiche. Già in epoche preistoriche l’umanità aveva scoperto le proprietà di durezza e malleabilità dei metalli che potevano venir estratti dalla crosta terrestre. L’estrazione e lavorazione dei metalli aveva però costi molto elevati, che ne relegavano l’impiego ad oggetti di lusso, oppure a finalità prevalentemente belliche, restando il grosso dei manufatti di uso comune ancora in legno, pietra, ceramica ed osso.

Nella nuova fase ‘industriale’ della storia umana, grazie anche allo sviluppo della chimica, le risorse inorganiche trovarono applicazioni in innumerevoli campi, arrivando ad avere un peso via via sempre maggiore nella produzione di cibi e manufatti. Questo comportò un’accelerazione nei processi estrattivi, nelle esplorazioni minerarie, nella ricerca scientifica, ed un’escalation della potenza militare non più legata al semplice fattore demografico.

Le macchine a vapore, la scienza e le nuove tecnologie rappresentarono un’importante rottura col passato, dominato dai testi sacri e dalle caste sacerdotali. Esse non solo rivoluzionarono le modalità produttive, ma ebbero un effetto ben più dirompente sul piano culturale, finendo col dar vita a quella che potremmo definire come ’ideologia del Progresso’.

Nell’ideologia del progresso, tutto quello che l’uomo fa all’ambiente è giustificato dal suo essersi dimostrato superiore a Dio, dall’aver imposto la propria volontà al mondo, dall’aver sottomesso la Natura al proprio Ego. L’Uomo regna sull’Universo, ne svela le leggi e le piega ai propri bisogni, accrescendo via via la propria potenza e ricchezza, e ciò non può essere che buono e giusto.

Se pensiamo al dettato biblico che è gravato per millenni sulla testa dei popoli occidentali, quel “lavorerai col sudore della tua fronte” che rappresentava la condanna divina all’uomo nel momento in cui quest’ultimo aveva cercato di rendersi più simile a Dio per mezzo della conoscenza, possiamo ben comprendere quello che la Rivoluzione Industriale rappresentò per le popolazioni dell’epoca.

Al di là delle condizioni miserrime degli operai del diciannovesimo secolo, la prospettiva di un mondo futuro, nel quale le macchine avrebbero affrancato l’uomo dalla fatica e dall’immobilità in uno stesso luogo di residenza, regalando ricchezza e benessere a tutti, dovette apparire come il tanto atteso riscatto, l’affrancamento finale dal giogo divino.

Sul fronte della ricerca di nuove fonti energetiche, dopo il carbone fossile si trovò il modo di sfruttare i prodotti della raffinazione del petrolio, composti chimicamente molto attivi in grado di alimentare motori a scoppio molto più piccoli di quelli a vapore, quindi applicabili a macchine agricole e veicoli per la mobilità individuale. Nascevano trattori ed automobili, e con essi un intero nuovo modello di mondo.

Nel tempo, col progredire delle conoscenze e delle tecnologie, materiali sempre nuovi iniziarono a trovare un impiego, dai prodotti fissili in grado di alimentare l’industria nucleare militare e civile, a cemento, acciaio, vetro ed alluminio per i nuovi edifici, alle materie plastiche, sintetizzate a partire dagli idrocarburi, ai semiconduttori e metalli rari per le tecnologie informatiche. Tutto questo estrarre, lavorare, consumare ed in ultima istanza abbandonare materiali inorganici su larga scala ha rappresentato un nuovo problema per il pianeta, quello dell’inquinamento.

Una caratteristica dei processi biologici, fin dalla loro comparsa, consiste nell’incessante riciclaggio delle materie prime necessarie alla chimica organica, e nel conseguente sequestro, nel sottosuolo, delle sostanze inutili, tossiche e nocive. Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra specie ha alacremente lavorato a scavar fuori tutti questi composti, potenzialmente tossici e nocivi per i processi biologici, finendo col rilasciarne sconsideratamente nell’ambiente quantità via via crescenti.

(continua)

La questione ambientale (prima parte)

Dopo esser stati sepolti sotto il tappeto per qualcosa come tre decenni, i nodi legati allo sfruttamento eccessivo del pianeta stanno tornando al centro del dibattito pubblico. Per gli ambientalisti di vecchia data, che hanno monitorato impotenti l’evoluzione delle vicende umane fino ad oggi, si tratta di un fatto inevitabile quanto necessario. Il punto, ormai, non è ‘se’ stiamo danneggiando il pianeta, ma semplicemente quanto possiamo ancora andare avanti a farlo e cosa ne resterà nel momento in cui, eventualmente, decideremo di smettere.

Il saccheggio delle risorse globali è una costante dell’azione umana fin dalla notte dei tempi, al punto che la nostra specie si è giunta ad identificare con tale processo, costruendo nei millenni mitologie fondate sul successo nell’antropizzare il mondo naturale, e giungendo in ultima istanza a modellare la divinità totemica del ‘progresso’, cui sacrificare, come ad un moderno Moloch, gli ultimi residui di foreste vergini, gli animali che le popolano ed in ultima istanza noi stessi.

Ripercorrendo la storia dell’umanità in questa chiave di lettura possiamo identificare il momento di inizio con la scoperta del fuoco. Non è un caso che questo evento sia stato mitizzato e personificato nella figura di Prometeo che, nella leggenda, ruba il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini. La scoperta del fuoco fu il primo vero passo nell’evoluzione tecnologica della nostra specie, perché portò con sé non solo un accorciamento dei tempi necessari alla digestione, quindi un maggior periodo di operatività, ma anche una miglior difesa contro i predatori e, non da ultimo, la possibilità di incendiare le foreste.

Quest’ultima divenne un fattore chiave col successivo passaggio tecnologico: il controllo della produzione alimentare attraverso allevamento ed agricoltura, che sostituirono le attività di caccia e raccolta ponendo termine al nomadismo e consentendo la nascita di comunità stanziali, che portarono allo sviluppo delle prime città.

Le risorse intellettuali del cervello umano, prima necessarie alla sopravvivenza nomade (caccia, raccolta, orientamento, difesa dai predatori, fabbricazione di utensili), vennero quindi messe al servizio dello sviluppo di ulteriori nuove tecnologie. Nacquero quindi da un lato i sistemi di regimentazione idraulica, necessari a garantire una efficiente irrigazione delle colture, dall’altro la costruzione di edifici per ospitare la crescita della popolazione generata dall’aumentata disponibilità di cibo.

La nascita delle prime città comportò un netto salto di qualità nell’organizzazione della conflittualità nella nostra specie. Le scaramucce tra tribù caratteristiche dei piccoli nuclei di cacciatori/raccoglitori, a fronte dell’incremento demografico, si trasformarono in vere e proprie guerre per il controllo di territori e risorse. Le città stesse, dal canto loro, tendevano spontaneamente al controllo del territorio circostante mediante la creazione di insediamenti coloniali e, con essi, l’avvio di ulteriori attività di allevamento ed agricoltura.

Un ulteriore portato della scoperta del fuoco fu la metallurgia, che consentì la realizzazione di armi via via più potenti e micidiali. L’età del bronzo vide la nascita dei primi imperi.

Dal punto di vista ambientale, le trasformazioni avviate già all’alba della storia dell’uomo potranno apparire insignificanti, ma nel complesso non vanno sottovalutate. Come fa notare Jared Diamond in Collasso, come le società scelgono di morire o vivere, le terre che furono un tempo la culla dell’agricoltura e delle prime civiltà, la ‘mezzaluna fertile’ compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate, sono oggi ridotte a deserti. Molto probabilmente questo non è dovuto al caso ma semplicemente il risultato di secoli di agricoltura.

Ciò che sappiamo oggi non è ancora sufficiente a dirimere la questione (secondo altri pareri la desertificazione del Medio Oriente sarebbe dipesa da fluttuazioni climatiche di lungo periodo), ma a supporto della prima tesi esistono evidenze che non possono essere sottovalutate. La prima, un’acquisizione relativamente recente, è che le foreste pluviali generano da sé il proprio microclima: la pioggia che cade quotidianamente non fa che restituire alla foresta l’umidità che essa stessa ha emesso, per evaporazione, col riscaldamento diurno.

Questo consente un rigoglioso sviluppo della vegetazione, che marcendo si deposita al suolo formando un substrato fertilissimo, che a sua volta si accumula nel corso dei secoli. Quella che è l’azione umana, da qualche millennio a questa parte, consiste nella distruzione delle foreste, mediante abbattimento degli alberi o incendi, e nella successiva esposizione e coltivazione del suolo con varietà vegetali commestibili o variamente utilizzabili (come mangimi o per la produzione di tessuti).

Ciò causa una trasformazione drammatica dal punto di vista ambientale. Da un lato la scomparsa della foresta elimina il frequente ricambio d’acqua, che deve essere appositamente trasportata da fiumi e laghi, con opere idriche imponenti. Dall’altro il suolo, privato dello strato protettivo rappresentato dalla vegetazione permanente, è soggetto alle aggressioni degli elementi: lo strato superficiale secca e si polverizza, ed il vento ha facile gioco nel soffiarlo via.

Questo potrà apparire un problema minore sul breve periodo, ma su un arco temporale di secoli, quando non di millenni, diventa un meccanismo devastante, perfettamente in grado di dar luogo alla desertificazione di intere porzioni di pianeta. A ciò va aggiunto che i deserti, privi di uno strato di vegetazione in grado di assorbire la radiazione solare, si surriscaldano molto più delle foreste preesistenti, creando condizioni atmosferiche di alta pressione che ostacolano le piogge, in un processo molto difficile da invertire.

Le foreste stesse, da un punto di vista sistemico, si comportano come dei macro-organismi viventi: catturano l’acqua e la utilizzano per prosperare e creare le condizioni per la propria stessa sopravvivenza. Distruggere una foresta per sfruttarne il suolo sottostante significa uccidere l’entità che ha prodotto quel suolo. Cosa non diversa dall’uccidere un animale per nutrirsi della sua carcassa. Una volta completata l’opera, l’animale non c’è più.

Come se non bastasse, l’aumentata disponibilità di cibo innesca un processo di crescita della popolazione, con un progressivo aumento della domanda di terre coltivabili, o da destinare all’allevamento. La crescita della popolazione ha come riflesso l’aumento della potenza militare, quindi è impensabile che una singola nazione possa porre un argine a tale tendenza, pena essere attaccata e sconfitta dalle nazioni confinanti. Il risultato è una corsa alla distruzione delle foreste ed alla coltivazione di terre fertili, quindi, in ultima istanza, al consumo di suolo.

Cosa poteva accadere di peggio a questo punto? Inutile dirlo: la Rivoluzione Industriale e la nascita dell’agricoltura meccanizzata.

(continua)

Damage

La fabbrica dei Troll

Troll

Oggi non tratteremo dei folletti delle leggende scandinave, bensì dei Troll di Internet, o meglio, del comportamento da troll che si attiva spontaneamente nei Social quando un qualsiasi utente deve confrontarsi con argomentazioni che contraddicano le proprie convinzioni.

Prendiamo Facebook. È il social network più diffuso tra gli utenti non giovanissimi, ed uno spazio in cui molti, tra i quali il sottoscritto, scelgono di interagire con la propria cerchia relazionale per sviluppare temi che potremmo definire di ‘promozione sociale’: come migliorare la sicurezza nelle strade, gli spazi urbani, la socialità, la salute e lo svago.

Tutto va mediamente bene finché le discussioni restano confinate nell’ambito specifico, ovvero i gruppi di discussione tematici. Quando però questi argomenti vengono portati ‘fuori’, ovvero in gruppi allargati ad una fetta di popolazione che dell’argomento non si è mai interessata né mai lo ha approfondito, cominciano i problemi.

Il comportamento ‘da troll’ non tarda ad emergere quando singoli individui vengono posti di fronte ad affermazioni che mettono in discussione le proprie convinzioni profonde, o anche solo i propri pregiudizi. Si scatenano reazioni veementi, che non tengono minimamente conto della preparazione degli interlocutori. Si pretende, spesso e volentieri, di mettere sullo stesso piano lavori scientifici e ‘chiacchiere da bar’.

Ora, è indubbio un dato di ignoranza diffusa nella popolazione italiana. È altrettanto indubbio che parte dell’autostima delle persone poggia sul non ammettere la propria ignoranza, ma il dato interessante è proprio la veemenza delle reazioni, l’arrampicarsi sugli specchi, l’incapacità di ascolto ed approfondimento.

A lungo andare mi sono convinto che parte del problema consiste nella frettolosità con la quale si usano i social, e parte nel loro anonimato. Da un lato i tempi ‘marginali’ che vengono in genere riempiti con la comunicazione via social non sono compatibili con l’approfondimento degli argomenti trattati (un problema che si riflette anche nella diffusione di “fake news”). Dall’altro, il non poter conoscere personalmente gli interlocutori, in assenza della necessaria umiltà, mina alle radici la possibilità di un confronto realmente costruttivo.

Purtroppo non ho indicazioni su come fronteggiare questa ennesima disfunzionalità di uno degli strumenti di comunicazione più diffusi. Quello che posso consigliare è di interagire con cognizione di causa, perché, come sottolinea spesso il mio amico Alfredo: “le persone sono in genere migliori di come appaiono via internet”.
Perfino i Troll.

Darwin, Goleman e l’intelligenza diffusa

Una delle riflessioni fondamentali di questi ultimi anni è proposta nel libro “Intelligenza sociale”, di Daniel Goleman, e riguarda la presenza di comportamenti devianti all’interno di gruppi di individui che attuano comportamenti sociali. Ne recupero la descrizione riassuntiva già data in un precedente post.

L’esempio che viene fatto è quello di uno stormo di uccelli. All’interno dello stormo di uccelli ci sarà un ventaglio di possibili reazioni istintive: alcuni individui tenderanno a volare più vicini fra loro, altri ad allontanarsi maggiormente. Il fatto di allontanarsi li esporrà a rischi maggiori, ma al tempo stesso consentirà allo stormo di individuare più facilmente i predatori, e mettere in salvo un numero maggiore di individui. Ecco come un comportamento dannoso per l’individuo si traduce in un vantaggio per il gruppo, che avrà interesse a preservarlo, ad esempio facendo riprodurre di più, e più in fretta, gli individui con comportamenti estremi. Tutto questo a livello inconscio, ma è evidente che i due istinti, quello per i comportamenti estremi e quello riproduttivo che tende a far preferire l’accoppiamento con questi individui, devono evolvere di pari passo. Per contro, uno stormo di uccelli privo anche di uno solo di questi due istinti risulterà più vulnerabile ai predatori ed avrà maggiori difficoltà a prosperare.

Quest’analisi ci dice che un gruppo funzionale deve necessariamente essere composto da individui con caratteristiche diverse, e che le caratteristiche estreme si presenteranno più raramente di quelle standard. Recentemente mi è capitato di associare il concetto di ‘caratteristica estrema’ anche all’intelligenza, e questo ha fatto quadrare diverse evidenze che mi risultavano prima incomprensibili.

Ragiono sull’intelligenza più o meno da sempre, perché è un fattore che mi ha sempre differenziato dagli altri, fin dall’infanzia. Un’intelligenza atipica unita ad una curiosità divorante mi hanno emarginato, per gusti ed interessi, fin dai tempi della scuola dell’obbligo. Ai miei amici interessava il calcio, a me la narrativa fantascientifica. I miei amici seguivano le diverse mode, io mi appassionavo di astronomia e fisica delle particelle. Ero un ragazzo strano, fuori standard.

Essendo cresciuto nella convinzione illuminista che l’Umanità avrebbe inevitabilmente percorso la via del progresso, ho sempre faticato a giustificare gli innumerevoli passi indietro compiuti dalle società umane: guerre che continuavano a scoppiare, nessun argine al progredire dell’inquinamento ambientale, perdita di biodiversità e molto altro.

“Dov’è il progresso di cui ci raccontavano? È forse questo?” mi domandavo. E soprattutto: “perché pensavamo che le società umane sarebbero diventate via via più intelligenti, più sapienti, più colte, mentre invece continuiamo a commettere, generazione dopo generazione, sempre gli stessi errori?”

Ora penso di aver trovato una risposta, anche se sconfortante. L’intelligenza, la curiosità, non sono caratteristiche evolutivamente utili, bensì l’equivalente dell’attitudine ad esibire ‘comportamenti estremi’. Il gruppo ne beneficia e le tollera, ma continuerà a comportarsi da gruppo, nella media.

Come lo stormo di uccelli dell’esempio riportato poco sopra non potrà adottare in massa i comportamenti ‘estremi’ di alcuni dei suoi membri, pena un peggioramento della situazione complessiva, così le società umane non potranno adottare, collettivamente, comportamenti più brillanti della media, con buona pace degli illuministi e delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

L’obbligo allo studio, l’imposizione di standard culturali più elevati, non contribuiscono all’intelligenza complessiva. Le società che generano sono più ordinate, non di rado più efficienti, ma non mancano di cadere in eccessi ancora più tragici. L’intelligenza, la curiosità, non possono essere indotte e forzate.

L’unico ‘driver’ in campo resta, a questo punto, quello della disponibilità di risorse: consumeremo e distruggeremo finché ce ne sarà. Ed accetteremo di ridurre i nostri consumi solo e soltanto quando saremo alla proverbiale ‘canna del gas’. Quando ormai, per molte delle specie viventi e degli habitat terrestri, sarà già troppo tardi.

Uccelli