Meu amigo Charlie Darwin

Ho appena finito di leggere “L’origine delle specie”, testo semi-leggendario di cui sento parlare fin dai tempi delle scuole superiori. E’ un fatto notevolmente bizzarro, considerato il tipo di letture in cui indulgo solitamente, ma l’occasione di ritrovarmelo tra le mani in libreria poco più di un mese fa, l’aprirlo a caso ed il rimanere fulminato da un concetto espresso in sola mezza paginetta, hanno fatto sì che non potessi rimandarne ulteriormente la lettura.

Eppure, va da sé, nel secolo e mezzo trascorso dalla pubblicazione di questo testo sono avvenute tante e tali scoperte da far sentire un contemporaneo (me compreso), seppur padrone solo di un’infarinatura dei concetti, come su un piedistallo rispetto al naturalista inglese, che nulla poteva sapere di genetica, acidi desossiribonucleici, datazioni al carbonio radioattivo e via elencando.

Per quanto mi riguarda, poi, sono cresciuto talmente immerso nella teoria dell’evoluzione da ritenermi un “darwiniano” tout-court (come testimoniano molti dei post pubblicati su questo blog). Se non che, ad un certo punto, ho sentito la necessità di confrontarmi col pensiero originale, come per “abbeverarmi alle fonti del sapere”, pur temendo di scontrarmi con concetti datati, ed in qualche caso ormai obsoleti.

Niente di tutto questo. L’esperienza è stata scioccante: la modernità di questo testo è incredibile, e tale la grandezza del pensiero di Darwin da mangiarsi in un boccone un secolo e mezzo di avanzamento tecnologico e culturale. Altrettanto sconvolgente constatare con quanta fatica e difficoltà la cultura contemporanea ancora oggi riesca a maneggiare idee che Darwin seppe delineare con chiarezza e lucidità estreme in un’epoca tanto remota.

Gioverà una breve cronistoria dei fatti. Cresciuto in una famiglia benestante, il giovane Charles viene attratto dalle scienze naturali e finisce con l’imbarcarsi in una spedizione della durata di cinque anni, quella del Beagle, che lo porterà a raccogliere campioni animali e vegetali ai quattro angoli del mondo, dall’Africa al Sudamerica, dalle isole del Pacifico all’Australia. Una mole di materiale tale da tenerlo occupato per molti anni dopo il ritorno a casa e documentata nel volume “Viaggio di un naturalista intorno al mondo”.

Probabilmente nel corso di questo viaggio, e dal confronto di molte specie animali e vegetali, concepisce una teoria destinata a sconvolgere il mondo. Ne è talmente preoccupato, e forse atterrito, da passare i successivi venti anni nel tentativo di metterla in discussione da tutti i punti di vista possibili. Solo quando le stesse idee cominciano ad affacciarsi nel mondo scientifico, elaborate in maniera indipendente da Alfred Russel Wallace, su pressione dei suoi amici naturalisti si decide a mettere le sue conclusioni nero su bianco, pubblicando, appunto “L’origine delle specie”.

A quali conclusioni era dunque giunto Darwin, e perché le riteneva sconvolgenti? Anche qui gioverà ricapitolare il contesto. Agli inizi dell’ottocento, in piena rivoluzione industriale, il commercio marittimo cominciava a collegare insieme i diversi angoli del mondo, mettendo in comunicazione le civiltà e trasformando decisamente il volto del pianeta ed i modi di pensare consolidati delle persone.

Nel’ambiente scientifico le scoperte si susseguivano una dietro l’altra, svelando molti dei segreti della natura, dal moto dei pianeti, alla composizione chimica, alle leggi fisiche, confermando l’idea illuminista che l’Universo potesse divenire, in breve, qualcosa di comprensibile, un grande meccanismo regolato da leggi e non, come ritenuto in passato, dalla volontà di Dio.

Mentre la neonata paleontologia stava mettendo in discussione la datazione della nascita del mondo, uno degli ultimi baluardi residui del pensiero religioso consisteva nell’esistenza di tante meravigliose varietà e forme di vita, strettamente intrecciate tra loro, la cui origine restava inspiegabile. Cos’altro, se non un pensiero superiore, poteva aver ideato e realizzato gli uccelli, gli insetti, i pesci, i mammiferi, e tutta la stretta rete di relazioni che tra essi intercorre?

Darwin partì da pochi, semplici ed incontestabili punti:
1) La riproduzione sessuata di tutte le forme di vita produce una prole sempre in qualche misura dissimile dai genitori, mescolando i caratteri propri di entrambi in maniera imprevedibile
2) Il numero di individui che nasce è sempre superiore al numero degli individui che riesce a sopravvivere e riprodursi, quindi le “diversità” tra individui giocano un ruolo in questo meccanismo, premiandone alcuni e penalizzandone altri.
3) Il lavoro degli allevatori consiste esattamente in questo: una selezione artificiale degli individui in base alle caratteristiche desiderate nell’arco di pochi secoli è riuscita ad elaborare creature molto dissimili in piante ed animali le cui “forme base” sono diffuse in regioni estremamente ampie. Lo stesso può verificarsi in natura, su tempi più lunghi.

Cosa dovremmo aspettarci proiettando questo meccanismo su un arco temporale inconcepibilmente vasto, centinaia di milioni di anni, miliardi di generazioni ognuna composta di milioni o miliardi di individui, perpetuamente in lotta per la sopravvivenza e la riproduzione coi loro vicini?

Ogni lieve variazione, prodotta in maniera casuale (e oggi sappiamo anche con quale meccanismo fisico si producono le mutazioni casuali) comporterà uno svantaggio o  un vantaggio per l’individuo, che si tradurrà o nella morte dell’individuo, o in un vantaggio per l’intera discendenza, e quindi per l’intera specie. Nel corso dei secoli e dei millenni questo meccanismo può dar conto della differenziazione delle specie, in un arco temporale sufficientemente lungo, come quello che Darwin poté intuire dalla sua esperienza giovanile di paleontologo, poteva dar conto dell’esistenza di tutte le forme di vita della Terra, a partire da creature estremamente semplici e rudimentali.

Sebbene le sue considerazioni possano risultare evidenti oggi, un secolo e mezzo dopo la pubblicazione dell’Origine delle Specie, con tutti i riscontri prodotti dall’analisi del DNA e dalle ulteriori scoperte di fossili, Darwin era consapevole di quello che una simile “eresia” avrebbe prodotto nella sua epoca. Letteralmente stava togliendo di mano a Dio l’ultimo merito ancora incontestabile: la creazione del mondo. In secoli passati gente era stata bruciata viva per molto, molto meno.

Passò quindi vent’anni della sua vita a cercare crepe, difetti, interpretazioni non spiegabili, a metterla e mettersi in discussione, provando in ogni modo ad evitare la pubblica crocifissione. Ma non ne trovò, o comunque ne incontrò di molto più gravi ed inspiegabili nella teoria della creazione.

“L’Origine delle Specie” è esattamente questo: una lunghissima cavalcata intellettuale in cui l’esperienza di una vita passata ad esplorare popolazioni vegetali ed animali ai quattro angoli del mondo, ed a documentarsi sulle ricerche di eminenti botanici e naturalisti dell’epoca, converge in una schiacciante mole di evidenze rispetto ad una tesi per l’epoca ancora indimostrabile in laboratorio.

Darwin si interroga sull’evoluzione dei singoli organi e su come possano essere discesi da organi più semplici e rudimentali, o destinati ad altri scopi. Si domanda come possano popolazioni diverse, appartenenti a specie consimili, essere giunte a popolare luoghi isolati e molto lontani gli uni dagli altri. Immagina le migrazioni prodotte dalle ere glaciali, immagina i semi trasportati dagli iceberg da un continente all’altro, comprende come le isole oceaniche possano essere state popolate da mammiferi volanti (i pipistrelli) pur restando disabitate da quelli di terra.

Comprende il successo riproduttivo delle specie eurasiatiche importate in piccole isole come la Nuova Zelanda ai danni delle specie autoctone, e per contro l’insuccesso delle specie neozelandesi a popolare la vecchia Europa. Dà ragione delle somiglianze a livello embrionale di specie la cui forma finale è molto dissimile, ed altro ancora. Una mole sconfinata di riflessioni, osservazioni, considerazioni, ragionamenti.

L’Origine delle specie è un viaggio intellettuale attraverso il tempo e lo spazio, uno sterminato documentario su carta che ci porta avanti e indietro dall’Europa, all’Africa, alla Terra del Fuoco, alle isole Galapagos, alle profondità degli oceani, alle vette montane isolate, e indietro nel tempo, all’epoca glaciale, a quella pre-glaciale, al Carbonifero, al Siluriano, avanti e indietro instancabilmente.

Un’idea del mondo, in fondo, estremamente semplice, elegante e facilmente comprensibile a tutti. Ma con un difetto enorme: quello di togliere l’uomo dal vertice della creazione, di renderlo un semplice “accidente” prodotto dall’evoluzione e non già la specie eletta, quella che ha ricevuto da Dio il governo della Terra.

I suoi coevi non accettarono l’idea che l’umanità potesse discendere dalle scimmie (Darwin era troppo lucido per affermare questo, ma così finì interpretato il suo pensiero), similmente l’umanità attuale fatica ad accettare il fatto che tutti i mammiferi attuali discendono da quelli sopravvissuti all’estinzione dei dinosauri: piccoli roditori non dissimili dai nostri topi. L’umanità è troppo orgogliosa (e stupida) per accettare di mescolarsi alla pari con le altre specie con cui condivide l’ecosistema globale.

L’ultima offesa, per Darwin, sono i molti modi in cui le sue idee sono state piegate alle ideologie politiche pseudo-razionalizzanti, all’eugenetica, al razzismo. Leggere l’Origine delle Specie ci porta a contatto con una mente che letteralmente non distingueva, in via formale, tra animali e piante, figuriamoci se avrebbe mai potuto mettere su piani diversi popolazioni della stessa specie discriminabili solo dalla diffusione geografica o dal colore del rivestimento epidermico.

E c’è, sopra tutto, l’esaltazione della “diversità” come ricchezza. L’asserzione incontrovertibile che le specie di maggior successo sono anche quelle con il più alto tasso di differenziazione e variazioni. L’evidenza che più una razza diventa “pura”, prima è destinata ad estinguersi. La certezza, infine, che siamo solo “di passaggio” su questo pianeta, non solo come individui, ma anche come specie.

8 thoughts on “Meu amigo Charlie Darwin

  1. Davvero lo hai letto tutto, chapeau! io non ce l’ho fatta… mi ricordo che me lo portai una volta che passai ore nella sala d’attesa di una ASL; quando entrai con quel tomo in mano per la visita, il medico mi squadrò con aria ironica, e poi disse: dovrebbe fare più sport alla sua età!

  2. Io non odio Darwin. Darwin parlava di natura. Odio chi ricrea e banalizza Darwin per legittimare una selezione artificiale degli esseri umani imposta dalla cultura. In altre parole detesto le semplificazioni del darwinismo sociale. E ancor più quella traduzione sbagliata sulla “sopravvivenza del più forte” che piace tanto ai bulli (quelli giovani e quelli attempati con una poltrona sotto al culo). In originale è applicata solo alla natura, non alla società, che dovrebbe mitigarla e non peggiorarla, sulla base di criteri d’inclusione e giustizia. E soprattutto in originale è “the survival of the fittest”, “la sopravvivenza del più adatto”. Nulla di più lontano dagli sfoggi muscolari.

  3. Il punto chiave dell’evoluzionismo mi pare sia questo: la specie non è un entità ben determinata e stabile nel tempo, ma qualcosa di mutevole ed estremamente variabile: basti pensare che alla specie umana appartengono sia menti eccelse e che individui mediocri se non abietti; campioni sportivi e minus habentes… e via dicendo. La selezione naturale (e da qualche millennio anche quella culturale) agiscono su questa enorme mole d’individui estremamente diversi gli uni dagli altri, eliminando in genere quelli che si discostano troppo dalla media; ma impercettibilmente questa evoluzione ha una lenta deriva che in tempi lunghi può portare modificazioni notevoli negli individui di una specie! insomma fra 100000 anni l’individuo medio della specie umana potrebbe essere alquanto diverso dall’attuale… e questo a prescindere dalle mutazioni genetiche occasionali (ad esempio gli “occhi a mandorla”), che possono sempre accadere ma raramente influiscono in modo cospicuo sulle caratteristiche medie di una specie.

    • Non sarei tanto sicuro che la specie umana esisterà ancora tra 100.000 anni…
      La definizione di “specie” è un problema che Darwin stesso non riesce a risolvere. Il mondo vivente è in perenne evoluzione e quello che osserviamo è solo che un determinato set di caratteristiche individuali restano più o meno stabili per archi di tempo discretamente lunghi. Questo dipende sia da una stabilizzazione dell’habitat complessivo sia, credo, dal raggiungimento di una funzionalità ottimale del complesso processo di riproduzione del DNA. Le mutazioni, che avvengono in continuazione, solo rarissimamente producono caratteri immediatamente vantaggiosi, mentre molto più spesso danneggiano l’individuo che ne è oggetto.
      Altro concetto è che occorrono cambiamenti molto radicali nell’ecosfera per innescare brusche trasformazioni: senza la catastrofe che portò all’estinzione dei dinosauri, ed al conseguente avvento dei mammiferi, la Terra sarebbe ancora adesso popolata in prevalenza da rettili (e dubito fortemente che avrebbero sviluppato l’intelligenza). Invece periodi di brusco raffreddamento (o riscaldamento) del pianeta innescano migrazioni massicce, che portano popolazioni diverse (animali e vegetali) a collidere e competere per spazi e risorse, ed è in quei periodi che si ha la maggior probabilità che le mutazioni consentano un vantaggio: in presenza di trasformazioni tumultuose.

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