Economia, domesticazione e dipendenze (età antica)

1 – abstract

(origine ed ascesa dei modelli di dipendenza delle società umane dai costrutti culturali)

L’idea che vado sviluppando descrive il mondo moderno come prodotto della modellazione operata da un ventaglio di costrutti culturali che, all’interno del processo di auto-domesticazione intrapreso dalla nostra specie, svolgono la funzione di recinti immateriali. In questa prima parte dell’analisi vedremo come tali costrutti culturali, mitologie, fedi ed ideologie sociali, tendono ad emergere spontaneamente nel corso del processo di stanzializzazione che ha dato il via allo sviluppo delle comunità umane complesse.

Il genere Homo si è differenziato da tutte le altre forme viventi per l’aver basato il proprio successo evolutivo molto più sulla fabbricazione e manipolazione di utensili che su modifiche anatomiche. Questo processo è stato mosso, sotto il profilo fisiologico, dallo sviluppo del cervello, ma ha parallelamente richiesto, sotto il profilo sociale, l’elaborazione di complesse strutture di pensiero. Costrutti culturali generalmente indicati col termine ideologie [1].

Vita e benessere, per ogni essere vivente, dipendono dal soddisfacimento di esigenze basilari legate alla sopravvivenza (provvedere al nutrimento e scampare alla predazione) ed alla riproduzione (comprendendo in ciò l’intero ciclo che porta all’individuo adulto, che nel caso del genere homo ha tempi molto lunghi). Il dipendere da nutrimento e sicurezza, esigenza peraltro comune al resto del regno animale, introduce il tema della dipendenza come fattore determinante nell’orientare scelte e decisioni.

Si ritiene che la prima, fondamentale, intuizione prodotta dai nostri lontani antenati sia stata l’idea di poter cambiare il proprio destino attraverso il miglioramento degli strumenti a disposizione. Un animale non può scegliere di avere muscoli più forti, artigli più lunghi, ali più grandi, un ominide poteva invece aspirare ad avere una lancia migliore, un’ascia a mano più tagliente, un contenitore per raccogliere più frutti, un rifugio più comodo, semplicemente immaginandoli e costruendone versioni differenti utilizzando le stesse mani.

Una maggior efficienza nell’acquisizione di cibo conduce ad una maggior disponibilità di nutrimento, minor fatica e più agi, più tempo per il riposo, la contemplazione e la riproduzione, in ultima istanza ad una prole più numerosa, capace di rendere più forte e sicura la tribù. Dall’intuizione di poter cambiare consapevolmente il proprio destino prende forma l’idea di ‘progresso’ [2]: l’aspirazione ad un futuro in cui tutto quello che in passato non ci è mai piaciuto potrà venir sostituito da una realtà diversa e più appagante.

Armati della consapevolezza di poter migliorare i propri utensili ed il proprio destino, i primi umani presero a metter mano e modificare tutto quello che li circondava. Si svilupparono i processi di domesticazione: delle specie vegetali attraverso l’agricoltura; delle specie animali attraverso l’allevamento; delle stesse comunità umane attraverso lo sviluppo dell’edilizia e la costruzione di villaggi e città.

Il termine ‘domesticazione’ deriva dalla radice latina ‘domus’, che significa casa. L’umanità primitiva supera il limite nella disponibilità di rifugi naturali provvedendo a costruirsene di propri nei luoghi più idonei alle pratiche agricole ed abitua, o costringe, gli animali di cui si serve a rimanere in prossimità di tali abitazioni. Nel diventare stanziali, le comunità umane modificano in forma permanente l’habitat circostante, dal momento che la natura non ha più modo di ripristinare la biodiversità originaria.

Nel mondo pre-umano nessuna creatura possiede una ‘casa’ definita (al più tane, scelte in base a quanto esistente o realizzate all’impronta). I vegetali disperdono le proprie sementi e le singole piante crescono in aree differenti, i grandi erbivori si spostano continuamente in cerca di nutrimento occupando porzioni di territorio diverse. Questo continuo vagare e rimescolarsi di specie e popolazioni ha prodotto, nel corso dell’evoluzione della vita sulla Terra, una enorme biodiversità.

L’idea umana di ‘progresso’ è tuttavia autoreferenziale. All’umanità non interessa, se non marginalmente, il benessere delle specie asservite ai propri appetiti. Gli uomini preistorici iniziano quindi a disfarsi delle varietà che non sono in grado di sfruttare dal punto di vista nutrizionale: disboscano e ‘bonificano’ terreni ad elevata biodiversità per ricavarne spazi dove far prosperare e riprodurre solo le specie ritenute utili a fini nutrizionali. Da un lato si liberano delle varietà per loro ‘inutili’ di vegetali ed animali, dall’altro cominciano ad adattare quelle ‘utili’ ed a modificarle attraverso la selezione riproduttiva [3].

Il processo fin qui descritto, una volta avviato, tende ad auto-alimentarsi in virtù del suo stesso successo. Le popolazioni divenute stanziali possono disporre di cibo, generato da agricoltura ed allevamento, in quantità maggiori rispetto a quelle di cacciatori-raccoglitori, quindi sostenere una popolazione di artigiani, inventori e soldati. Le popolazioni nomadi vengono col tempo convertite, o assoggettate militarmente, al nuovo stile di vita ed alla stanzialità.

La storia recente del genere umano può pertanto essere descritta come il progressivo asservimento di risorse naturali, prima condivise con l’intera biosfera, alle finalità di un’unica specie. Ovvero alla distruzione di varietà e biodiversità per rispondere alle esigenze alimentari, in rapida crescita, di una popolazione, anch’essa in rapida crescita, dell’unica forma di vita consapevolmente senziente presente sul pianeta. Il tutto guidato da un originario costrutto culturale: l’idea di rimodellare il mondo in base alle proprie necessità.

Descritto in termini di ‘dipendenze’ questo processo può essere interpretato come un passaggio dalla dipendenza da eventi incontrollabili, come la disponibilità stagionale di cibo, il successo di caccia e raccolta e la difesa dalle intemperie e dai predatori, alla dipendenza dal contesto sociale e dal sistema culturale complesso che si erano andati sviluppando per provvedere, in pianta stabile, a tali necessità. A riprova del successo di questa transizione vi è l’evidenza di una progressiva diffusione delle popolazioni umane stanziali, di un aumento del numero di individui e dei servizi eco-sistemici ad essi asserviti.

Sul lungo periodo questo ha portato ad una stratificazione in classi delle società umane, già discussa nei precedenti post sul tema della domesticazione [4]. La stratificazione sociale è una caratteristica emergente generata dall’accumularsi di saperi e competenze, processo che raggiunge il punto in cui risulta più efficiente destinare a specifici incarichi gli individui più versati, anziché lasciare che tutti si occupino un po’ di tutto.

Il vantaggio dell’organizzazione sociale è evidente fin dalla preistoria. È già noto come il dimorfismo sessuale, nella nostra specie, abbia avuto un peso nell’assegnazione dei ruoli già nelle tribù di cacciatori-raccoglitori, con i maschi più attivi nelle battute di caccia e le femmine nella raccolta di vegetali e nella cura della prole. Non è da escludere che, data una popolazione sufficientemente numerosa, alla fabbricazione di utensili fossero destinati gli individui più specificamente versati.

La transizione dalla sussistenza basata su caccia e raccolta alle pratiche agricole ed all’allevamento ha generato, come già detto, un progressivo incremento nella produzione alimentare. Di conseguenza un maggior numero di individui ha potuto lavorare a produrre manufatti: utensili, attrezzature, abitazioni ed edifici, elaborando e sviluppando specifici ambiti di competenza.

La crescita numerica e di complessità delle società umane ha richiesto lo sviluppo di nuovi ruoli e saperi relativi all’organizzazione del lavoro altrui, processo che ha portato all’emergere delle classi dirigenti. Nel percorso di differenziazione dei ruoli e di moltiplicazione delle competenze specificamente richieste da ognuno di essi, gli individui più versati nelle attività fisico/manuali sono finiti ad occupare le nicchie sociali relative ai ruoli produttivi (allevamento, agricoltura, artigianato), mentre gli individui più dotati di intelligenza sociale hanno finito col ricoprire ruoli organizzativi e dirigenziali.

Le ‘classi dirigenti’ svolgono, fin dal loro emergere, l’incarico di elaborare, diffondere e rendere operative le culture necessarie alla coesione sociale, dettando leggi, definendo le modalità relazionali interpersonali, promuovendo consuetudini, ed organizzando il contrasto ai comportamenti indesiderati. È in questa fase, caratterizzata da una diffusa soddisfazione dei bisogni materiali, che i bisogni immateriali diventano strumenti essenziali di controllo sociale.

Di base, ogni forma di domesticazione è basata sulla riduzione dei margini di libertà. Alle piante vengono assegnati appezzamenti di terreno circoscritti, e si controlla che i semi non vengano dispersi ai quattro venti. Oltre a ciò si sviluppano forme di irregimentazione idraulica per garantire l’irrigazione dei terreni, vincolando il corso dell’acqua per mezzo di canalizzazioni.

La domesticazione animale richiede modalità altrettanto complesse: recinti per le mandrie, controllo dei ‘capi ribelli’, gioghi e vincoli per lo sfruttamento della forza muscolare ai fini trasportistici e per l’aratura dei campi. Non tutte le specie animali si prestano a questo stravolgimento della propria natura selvatica, e di fatto si sono potute domesticare solo le specie capaci di tollerare la riduzione in cattività, e nonostante ciò riuscire a riprodursi.

La domesticazione umana procede per mezzo dell’elaborazione di sovrastrutture culturali capaci di svolgere funzioni analoghe ai vincoli ed ai recinti fisici che limitano la libertà degli animali domestici. Il fine ultimo di queste sovrastrutture culturali è l’organizzazione di una collettività di individui autonomi, vincolati in un sistema di interrelazioni reciproche finalizzate ad un ‘bene comune’, condiviso nei termini fondativi della cultura stessa.

Tale ‘bene comune’ può essere individuato, al livello più basilare, nella soddisfazione dei bisogni primari: cibo e sicurezza. Lo sviluppo di comunità organizzate e stanziali soddisfa entrambe queste aspettative, a prezzo di una parziale rinuncia ad altre forme di libertà. Per contro, la coesistenza forzata di gruppi numerosi di individui privi di relazioni familiari innesca facilmente conflittualità reciproche, tra singoli e tra gruppi, che minano la serenità e l’efficienza del lavoro collettivo.

Se ragioniamo lo sviluppo delle civiltà umane come un processo di strutturazione spontanea delle forme di auto-domesticazione, osserviamo come le classi dirigenti debbano trovare il modo di soddisfare sia le esigenze materiali che quelle immateriali della popolazione. Dall’esigenza di gestire i bisogni materiali emergono ruoli dirigenziali: tecnocrati e burocrati; dalla domanda di soddisfacimento di bisogni immateriali emergono artisti (svago), forze dell’ordine (sicurezza), insegnanti (istruzione) e la casta sacerdotale.

Esiste infatti una specifica preoccupazione, che distingue la nostra specie da tutte le altre: la paura della morte. Questa innesca un’esigenza di rassicurazione che non può essere soddisfatta dalla realtà fisica. Per ovviare a tale necessità sono emerse, fin dai primordi dell’umanità, narrazioni metafisiche, riferite a piani di realtà non percepibili, dove l’evento fisico della morte individuale viene descritto nei termini di una transizione ad un diverso stato di esistenza.

La rivelazione di ‘leggi divine’ (i Dieci Comandamenti, per rimanere al ben noto dettato biblico) emerge quindi come strumento per gestire le relazioni interpersonali, separare i comportamenti ‘giusti’ da quelli ‘sbagliati’ ed in ultima istanza modellare il piano etico-morale delle collettività. Nelle antiche civiltà il sovrano è molto spesso anche il capo religioso della comunità, quando non direttamente una figura semidivina.

L’organizzazione a comparti delle strutture sociali genera un nuovo problema, la compartimentazione delle rispettive culture e delle relazioni sociali. Accade infatti che si producano legami interpersonali più forti tra individui che condividano le stesse attività, semplicemente perché si spende molto tempo insieme a discutere di argomenti comuni. Ciò produce una frammentazione sociale che, al crescere della popolazione, si traduce in frammentazione fisica delle diverse comunità.

Nelle comunità umane particolarmente numerose risulta più facile socializzare ed intessere legami fra individui che si occupano di attività similari, e questo sviluppa una preferenza abitativa, che sul lungo termine induce una compartimentazione urbanistica, oltre che sociale. Tale frammentazione genera spontaneamente l’emergere di sottoculture proprie delle diverse classi, che finiscono col competere per l’assegnazione delle risorse prodotte dal complesso sociale.

Perché l’ordine sociale funzioni occorre che una unica narrazione dominante prevalga sulle singole narrazioni dei diversi gruppi sociali. Qualora ciò non avvenga, per intercorse mutazioni culturali, sociali o economiche, l’organizzazione collettiva va in crisi e può emergere come dominante una nuova narrazione culturale, un nuovo paradigma, ad opera della sottocultura in quel momento più forte. Si parla in questo caso di ‘rivoluzione’.

[questa prima parte dell’analisi ha l’unica funzione di strutturare il discorso ed organizzare l’architettura logica del ragionamento. Nel prosieguo vedremo come i diversi costrutti culturali abbiano finito con l’entrare in competizione tra loro e finire a produrre società diversificate, quindi osserveremo gli effetti di trasformazioni epocali nel modo di concepire la realtà (pensiero scientifico), l’avvento della borghesia mercantile ed industriale e i nuovi equilibri che hanno condotto allo sviluppo delle società moderne] (continua)

N.b.: sui meccanismi che guidano lo sviluppo dei costrutti culturali collettivamente condivisi che abbiamo finito col definire ‘civiltà’ è disponibile un ulteriore approfondimento.


[1] Sull’origine delle ideologie

[2] L’ Ideologia del Progresso

[3] Charles Darwin

[4] Domesticazione umana

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