I bias cognitivi e l’abisso di Nietzsche

Da diverso tempo, più o meno da quando ne ho scoperto l’esistenza, vado ragionando la questione dei bias cognitivi [1]. In estrema sintesi si tratta di meccanismi per mezzo dei quali il nostro cervello si auto-inganna, barattando l’evidenza fattuale con una interpretazione più digeribile, più accomodante, spesso edulcorata, della realtà.

I bias cognitivi emergono spontaneamente, nel corso dell’evoluzione umana, grazie ai processi evolutivi ben descritti da Charles Darwin [2]. Per il naturalista inglese, ogni tratto o comportamento in grado di facilitare la sopravvivenza di individui e gruppi finisce col fissarsi ed essere tramandato alla discendenza.

La nostra specie, il cui tratto saliente è lo sviluppo dell’intelligenza, deve fare i conti con i portati negativi di questa caratteristica. Da un lato, un cervello capace di processare una grande quantità di informazioni risulta vantaggioso, per chi lo possieda e per il gruppo di cui faccia parte, dall’altro, troppe informazioni conflittuali possono ‘intasare’ l’elaborazione dei comportamenti più appropriati, portando allo sviluppo di patologie psichiche, individuali e collettive.

La ‘soluzione’ che emerge dall’evoluzione umana è di incanalare i ragionamenti su binari precostituiti, in modo che sia più difficile deragliare. Binari precostituiti che ottengono di stabilizzare i processi cognitivi, indipendentemente dalla loro attendibilità.

Così la capacità di credere nell’esistenza di un mondo sovrannaturale ci salva dalla disperazione della morte [3], la capacità di credere nella fratellanza tra simili agisce da collante per le società umane, la capacità di credere che quello che realizziamo con le nostre mani sia migliore di un prodotto fatto in serie ci motiva a realizzazioni che altrimenti non vedrebbero mai la luce.

Tutte queste convinzioni infondate, assieme a molte altre [4], contribuiscono a rendere funzionali le comunità umane, a rendere più appagante la vita dei singoli individui, a ridurre le frizioni interpersonali e, in ultima istanza, a rendere l’esistenza più piacevole e godibile. Il problema è che sono infondate.

Quindi, ad un certo punto della storia dell’umanità, avviene la nascita di quello che chiamiamo ‘pensiero scientifico’, la cui funzione è di approfondire la conoscenza del mondo reale, liberandosi dalle credenze ereditate e dai possibili errori interpretativi. L’idea di fondo consiste nello sviluppo di una conoscenza della realtà che sia oggettiva e verificabile, non più filtrata da pregiudizi e convinzioni individuali.

Il pensiero scientifico ottiene successi incredibili in termini di controllo dei processi fisici, e di conseguenza dei processi produttivi, producendo di ricasco una propria stessa ideologia, quell’ideologia del progresso [5] di cui ho tanto spesso discusso su questo blog.

In questa chiave di lettura, la conoscenza (scienza) richiede il pagamento di un prezzo in termini umani: l’individuazione e disattivazione dei bias cognitivi che forzano il nostro cervello ad interpretazioni erronee della realtà. Quegli stessi bias cognitivi che si sono sviluppati, nel corso dell’evoluzione, per massimizzare il nostro benessere psichico.

La fiducia nel futuro si fonda sulla convinzione che gli altri condividano i nostri stessi desideri ed aspirazioni. Tale convinzione si regge sul cosiddetto ‘Bias di Proiezione’ [6]. Diventare consapevoli di ciò significa dover accettare che il mondo presente è il combinato delle volontà di miliardi di individui non necessariamente simili a noi, e che trasformarlo (in quello che per noi è ‘meglio’) può risultare impossibile.

Se l’esistente può risultare inaccettabile, la modalità di sopravvivenza psichica di alcuni individui può indirizzarsi nel tentativo di trasformarlo in meglio. Ma la presa di coscienza della difficoltà di ottenere ciò, a causa delle inconciliabili differenze di pensiero esistenti tra i singoli individui di una stessa collettività, lascia spazio unicamente alla frustrazione.

Scienziati, ricercatori, filosofi, nello spogliarsi delle difese psicologiche (ereditate dal corpus sociale) per sperimentare una realtà il più possibile oggettiva, finiscono col confrontarsi con evidenze che possono risultare insostenibili. Una realtà arbitraria, crudele e priva di senso, che rischia di privare di senso le nostre stesse esistenze, e di motivazioni il nostro agire.

Scrive Friedrich Nietzsche [7]: “chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. L’abisso descritto dal filosofo tedesco altro non è che la Realtà Oggettiva, privata di ogni interpretazione falsa e rassicurante.

Lo sviluppo della conoscenza è un cammino che alcuni di noi intraprendono con leggerezza ed incoscienza, affascinati dall’idea di sapere di più, di conoscere meglio la realtà in cui viviamo immersi. Purtroppo questa realtà, depurata dalle narrazioni edulcorate e rassicuranti basate su bias cognitivi e cristallizzate nelle ideologie, si dimostra molto spesso insostenibile. E il rischio di perdersi nell’abisso diventa concreto.

Friedrich Nietzsche (Wikimedia Commons)

[1] Bias cognitivo (Wikipedia)

[2] Meu amigo Charlie Darwin

[3] Dio e Darwin

[4] List of Cognitive Biases (Wikipedia)

[5] L’invenzione del Progresso

[6] Bias di Proiezione

[7] Friedrich Nietzsche (Wikiquote)

2 pensieri su “I bias cognitivi e l’abisso di Nietzsche

  1. Pingback: fuoriblog dal 3 al 7 maggio 2021 – 191 – Cor-pus 2020

  2. Pingback: Dai bias cognitivi ai bias culturali: l’origine delle ideologie | Mammifero Bipede

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