La questione ambientale (terza parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

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Nella prima parte di questa analisi abbiamo visto come la specie umana sia riuscita, nel corso dei millenni, a ricavare nuove ed abbondanti forme di nutrimento aggredendo interi habitat vergini mediante l’allevamento e l’agricoltura. Molto di questo successo si è realizzato grazie all’invenzione di macchine semplici.

Le ‘macchine semplici’ nascono assieme alla nostra specie, caratterizzata dalla capacità di manipolare, per mezzo degli arti superiori, quanto disponibile nell’ambiente al fine di migliorare la caccia e la raccolta. Una macchina semplice è l’ascia a mano, una pietra con un bordo tagliente ricavato per lavorazioni successive, che consentiva di abbattere animali di medie dimensioni. Altra macchina semplice è la lancia, evolutasi successivamente in arco e frecce.

Per la raccolta si usavano con molta probabilità cesti di vimini, che consentivano il trasporto di un maggior numero di cibarie. Dalla tecnica di intrecciare fibre vegetali derivò con molta probabilità la produzione di tessuti. L’agricoltura divenne più produttiva grazie all’invenzione dell’aratro, uno strumento in grado di ‘ammorbidire’ il terreno e facilitare l’attecchimento delle sementi.

L’aratro fu, molto probabilmente, il primo strumento per mezzo del quale l’umanità sperimentò l’utilizzo di forze motrici diverse dalle proprie stesse masse muscolari, aggiogando bovini e cavalli per utilizzarne l’energia metabolica. Altri esempi sono l’uso del vento per la propulsione di imbarcazioni, destinate a diventare un importante strumento per la pesca, il commercio e l’esplorazione di nuovi habitat.

Un ulteriore processo fisico, ben presto asservito ad usi pratici, furono le proprietà esplosive di alcuni composti chimici, esplorate dapprima in Asia con funzioni ricreative (fuochi d’artificio) e trasformate quindi in occidente, grazie ai progressi della metallurgia, in armi da fuoco (fucili e cannoni). Queste nuove armi svolsero un ruolo chiave nell’invasione e colonizzazione manu militari di due nuove masse continentali, le Americhe.

I due sub continenti americani erano già stati colonizzati dall’homo sapiens ventimila anni prima, nel corso dell’era glaciale, da popolazioni spintesi a piedi nei territori dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni ivi insediate avevano trovato un habitat intatto ed una macro-fauna totalmente impreparata all’arrivo di un nuovo predatore. Quest’ultima fu sistematicamente cacciata fino all’estinzione, con rare eccezioni. Al termine della glaciazione le Americhe rimasero isolate dalle altre masse continentali a causa della risalita del livello dei mari.

Le popolazioni insediate nel nuovo continente rimasero perciò tagliate fuori dall’evoluzione tecnologica che stava avvenendo in Eurasia, col risultato che, all’epoca della loro ‘riscoperta’ da parte degli europei, civiltà ancora all’età della pietra dovettero scontrarsi e soccombere al cospetto di invasori muniti di sciabole d’acciaio, fucili, cannoni e cavalli.

A metà del diciottesimo secolo la nostra specie si era già diffusa sulla totalità delle terre emerse (ad esclusione, per ovvi motivi, dell’Antartide), praticando l’agricoltura su buona parte delle pianure irrigate, l’allevamento di bestiame nelle praterie, la pesca nei mari e negli oceani. Quest’ultima attività si estese alla caccia ai cetacei per ricavarne l’olio da utilizzare nell’illuminazione notturna, cosa che portò diverse specie di mammiferi marini sull’orlo della completa estinzione.

La situazione, vista e considerata col senno di poi, era già sufficientemente preoccupante. Quello che produsse un’ulteriore accelerazione al processo fu l’invenzione della macchina a vapore, un meccanismo complesso che sfruttava la combustione del carbone per trasformare il calore in movimento, ed il movimento in lavoro. Ben presto le macchine a vapore vennero impiegate massivamente per la fabbricazione di tessuti e per i trasporti su terra e mare.

I motori a vapore erano obbligati a grandi pesi e grandi dimensioni, trovando facile applicazione principalmente alla propulsione di treni e navi. Anche così, l’impatto fu enorme, consentendo alle metropoli occidentali, già all’epoca sovrappopolate, di drenare ricchezze e derrate alimentari dai quattro angoli del pianeta.

L’idea di utilizzare fonti energetiche fossili per accelerare i processi produttivi segna il passaggio all’era industriale. L’accelerazione impressa ai trasporti favorisce la nascita dei grandi imperi commerciali, che a loro volta alimentano politiche imperialiste e colonialiste.

Ma c’è un ulteriore risvolto nella rivoluzione industriale, e riguarda la necessità di accaparramento di risorse non organiche. Già in epoche preistoriche l’umanità aveva scoperto le proprietà di durezza e malleabilità dei metalli che potevano venir estratti dalla crosta terrestre. L’estrazione e lavorazione dei metalli aveva però costi molto elevati, che ne relegavano l’impiego ad oggetti di lusso, oppure a finalità prevalentemente belliche, restando il grosso dei manufatti di uso comune ancora in legno, pietra, ceramica ed osso.

Nella nuova fase ‘industriale’ della storia umana, grazie anche allo sviluppo della chimica, le risorse inorganiche trovarono applicazioni in innumerevoli campi, arrivando ad avere un peso via via sempre maggiore nella produzione di cibi e manufatti. Questo comportò un’accelerazione nei processi estrattivi, nelle esplorazioni minerarie, nella ricerca scientifica, ed un’escalation della potenza militare non più legata al semplice fattore demografico.

Le macchine a vapore, la scienza e le nuove tecnologie rappresentarono un’importante rottura col passato, dominato dai testi sacri e dalle caste sacerdotali. Esse non solo rivoluzionarono le modalità produttive, ma ebbero un effetto ben più dirompente sul piano culturale, finendo col dar vita a quella che potremmo definire come ’ideologia del Progresso’.

Nell’ideologia del progresso, tutto quello che l’uomo fa all’ambiente è giustificato dal suo essersi dimostrato superiore a Dio, dall’aver imposto la propria volontà al mondo, dall’aver sottomesso la Natura al proprio Ego. L’Uomo regna sull’Universo, ne svela le leggi e le piega ai propri bisogni, accrescendo via via la propria potenza e ricchezza, e ciò non può essere che buono e giusto.

Se pensiamo al dettato biblico che è gravato per millenni sulla testa dei popoli occidentali, quel “lavorerai col sudore della tua fronte” che rappresentava la condanna divina all’uomo nel momento in cui quest’ultimo aveva cercato di rendersi più simile a Dio per mezzo della conoscenza, possiamo ben comprendere quello che la Rivoluzione Industriale rappresentò per le popolazioni dell’epoca.

Al di là delle condizioni miserrime degli operai del diciannovesimo secolo, la prospettiva di un mondo futuro, nel quale le macchine avrebbero affrancato l’uomo dalla fatica e dall’immobilità in uno stesso luogo di residenza, regalando ricchezza e benessere a tutti, dovette apparire come il tanto atteso riscatto, l’affrancamento finale dal giogo divino.

Sul fronte della ricerca di nuove fonti energetiche, dopo il carbone fossile si trovò il modo di sfruttare i prodotti della raffinazione del petrolio, composti chimicamente molto attivi in grado di alimentare motori a scoppio molto più piccoli di quelli a vapore, quindi applicabili a macchine agricole e veicoli per la mobilità individuale. Nascevano trattori ed automobili, e con essi un intero nuovo modello di mondo.

Nel tempo, col progredire delle conoscenze e delle tecnologie, materiali sempre nuovi iniziarono a trovare un impiego, dai prodotti fissili in grado di alimentare l’industria nucleare militare e civile, a cemento, acciaio, vetro ed alluminio per i nuovi edifici, alle materie plastiche, sintetizzate a partire dagli idrocarburi, ai semiconduttori e metalli rari per le tecnologie informatiche. Tutto questo estrarre, lavorare, consumare ed in ultima istanza abbandonare materiali inorganici su larga scala ha rappresentato un nuovo problema per il pianeta, quello dell’inquinamento.

Una caratteristica dei processi biologici, fin dalla loro comparsa, consiste nell’incessante riciclaggio delle materie prime necessarie alla chimica organica, e nel conseguente sequestro, nel sottosuolo, delle sostanze inutili, tossiche e nocive. Dalla rivoluzione industriale in poi la nostra specie ha alacremente lavorato a scavar fuori tutti questi composti, potenzialmente tossici e nocivi per i processi biologici, finendo col rilasciarne sconsideratamente nell’ambiente quantità via via crescenti.

(continua)

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La questione ambientale (seconda parte)

(prosieguo di una riflessione iniziata qui)

Prima di approfondire le questioni relative alla Rivoluzione Industriale dobbiamo però aver chiaro perché il successo senza precedenti della nostra specie rappresenti un problema. Di fatto abbiamo ottenuto quanto desideravamo: cibo a sazietà, agi e comodità, la sconfitta di numerose malattie che affliggevano la nostra specie dalla notte dei tempi, oltre a conquiste strabilianti dal punto di vista tecnologico… cosa c’è di male in tutto questo? Per comprenderlo dovremo fare un passo indietro, comprendere come funziona la biosfera ed il suo principale motore: la catena alimentare.

La catena alimentare non è altro che il meccanismo in grado di riciclare la materia organica. La Vita si nutre di sé stessa, ed ogni individuo che nasce e cresce finisce prima o poi per diventare il nutrimento di qualche altra creatura. I vegetali vengono mangiati dagli erbivori, che a loro volta sono predati dai carnivori, che finiscono vittime di altri carnivori o muoiono finendo decomposti dai vermi, in un processo che mira al riutilizzo di tutta la materia organica disponibile, ed all’occupazione di ogni possibile ‘nicchia ecologica’.

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Gli organismi autotrofi (le piante) sono anche in grado di costruire materia organica a partire dal carbonio presente nell’aria (sotto forma di CO2) e di materia inorganica, avendo a disposizione la giusta quantità di acqua e di luce solare. Dove è in grado di svilupparsi vegetazione non tardano a comparire erbivori e carnivori.

Perché il processo funzioni è però necessario instaurare un equilibrio, affinché la predazione non sia eccessiva e non conduca all’estinzione la specie predata. In genere questo equilibrio si trova da sé: ad un aumento della popolazione nella specie predata (per esempio a causa di una trasformazione climatica favorevole) corrisponde un aumento dei predatori, il cui numero cresce finché la popolazione predata non si riduce al di sotto della soglia di sostentamento dei predatori.

Cosa accade quando questo equilibrio non riesce ad instaurarsi ce lo racconta la vicenda di un branco di bovini abbandonati su un’isola disabitata del Pacifico all’epoca dei grandi viaggi di esplorazione oceanica. Pochi capi di mucche e vitelli vennero abbandonati su un’isola ricca di erba. Al successivo passaggio della nave, diversi anni dopo, in assenza di predatori e con abbondante cibo a disposizione i bovini si erano moltiplicati, ed assommavano ad alcune decine.

Al terzo passaggio, trascorsi altri anni, i bovini erano ormai oltre un centinaio ed avevano colonizzato ogni angolo dell’isola. Al quarto passaggio, tuttavia, i marinai non trovarono traccia di bovini vivi: l’isola era coperta di ossa e non si vedeva più nemmeno un filo d’erba. La proliferazione di un predatore ‘alieno’ troppo massiccio ed efficiente per il microscopico habitat insulare aveva condotto all’esaurimento delle risorse ed, in ultima istanza, all’estinzione del predatore stesso.

Purtroppo non sono riuscito a rintracciare la fonte di questo racconto, ma ho trovato un articolo in rete che racconta dell’abitudine settecentesca di lasciare capre sulle isole oceaniche per fornire cibo ad eventuali naufraghi. L’articolo racconta anche i danni ambientali prodotti dalle capre, e di come si siano dovuti investire fondi ingenti per eradicarle nuovamente in modo da preservare i delicati equilibri ecologici di habitat unici.

Il punto è che, come spiega bene Charles Darwin, l’evoluzione viaggia a velocità diverse e su scale diverse nelle masse continentali rispetto alle piccole isole. Un grande continente ha spazi e risorse molto maggiori, tali da consentire il processo di ‘gigantismo’ che ha dato vita ai dinosauri prima, ed all’attuale macrofauna mammifera poi: gli erbivori crescono di dimensioni come difesa rispetto ai carnivori, che a loro volta devono seguire un percorso analogo per risultare predatori efficaci.

Tutto questo è in relazione alle risorse disponibili ed agli spazi. I casi di gigantismo nelle piccole isole sono relativamente rari: le tartarughe giganti delle isole Galapagos, i Draghi di Komodo e le palme giganti, ora estinte, dell’isola di Pasqua, per quello che riesco a rammentare su due piedi.

Nelle isole avviene anzi un processo inverso, in cui animali originariamente di grandi dimensioni rimpiccioliscono per adattarsi ad habitat meno ricchi di quelli dove si erano precedentemente sviluppati. È il caso degli elefanti nani del Mediterraneo, ridotti, dalla necessità di adattarsi ad ecosistemi meno ricchi rispetto a quelli originari, ad un’altezza di poco superiore al metro.

L’atipicità della nostra specie consiste nell’aver ideato strumenti che ci hanno consentito da un lato di raggiungere l’apice della catena alimentare, dall’altro di diversificare il nutrimento aggredendo più nicchie ecologiche simultaneamente. Mentre ogni specie animale ha un ventaglio di risorse alimentari limitato alle specie di cui si nutre, la nostra ha fatto in modo di metabolizzare non solo più varietà (siamo onnivori, possiamo nutrirci di carne, vegetali, frutta) ma, attraverso il fuoco, l’allevamento e l’agricoltura, di convertire in forme alimentari anche ciò che originariamente non era per noi commestibile.

Quindi, fin dall’antichità, siamo una specie inconsapevolmente votata all’obiettivo di divorare l’intero pianeta, eliminando selettivamente le forme di vita non commestibili per lasciare spazio solo a quelle edibili. Tornando alla chiusura del precedente post: cosa poteva andare peggio? Semplicemente che trovassimo il modo di trasformare in nutrimento anche la materia inerte. Cosa avvenuta, su larga scala, con la Rivoluzione Industriale.

(continua)

La questione ambientale (prima parte)

Dopo esser stati sepolti sotto il tappeto per qualcosa come tre decenni, i nodi legati allo sfruttamento eccessivo del pianeta stanno tornando al centro del dibattito pubblico. Per gli ambientalisti di vecchia data, che hanno monitorato impotenti l’evoluzione delle vicende umane fino ad oggi, si tratta di un fatto inevitabile quanto necessario. Il punto, ormai, non è ‘se’ stiamo danneggiando il pianeta, ma semplicemente quanto possiamo ancora andare avanti a farlo e cosa ne resterà nel momento in cui, eventualmente, decideremo di smettere.

Il saccheggio delle risorse globali è una costante dell’azione umana fin dalla notte dei tempi, al punto che la nostra specie si è giunta ad identificare con tale processo, costruendo nei millenni mitologie fondate sul successo nell’antropizzare il mondo naturale, e giungendo in ultima istanza a modellare la divinità totemica del ‘progresso’, cui sacrificare, come ad un moderno Moloch, gli ultimi residui di foreste vergini, gli animali che le popolano ed in ultima istanza noi stessi.

Ripercorrendo la storia dell’umanità in questa chiave di lettura possiamo identificare il momento di inizio con la scoperta del fuoco. Non è un caso che questo evento sia stato mitizzato e personificato nella figura di Prometeo che, nella leggenda, ruba il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini. La scoperta del fuoco fu il primo vero passo nell’evoluzione tecnologica della nostra specie, perché portò con sé non solo un accorciamento dei tempi necessari alla digestione, quindi un maggior periodo di operatività, ma anche una miglior difesa contro i predatori e, non da ultimo, la possibilità di incendiare le foreste.

Quest’ultima divenne un fattore chiave col successivo passaggio tecnologico: il controllo della produzione alimentare attraverso allevamento ed agricoltura, che sostituirono le attività di caccia e raccolta ponendo termine al nomadismo e consentendo la nascita di comunità stanziali, che portarono allo sviluppo delle prime città.

Le risorse intellettuali del cervello umano, prima necessarie alla sopravvivenza nomade (caccia, raccolta, orientamento, difesa dai predatori, fabbricazione di utensili), vennero quindi messe al servizio dello sviluppo di ulteriori nuove tecnologie. Nacquero quindi da un lato i sistemi di regimentazione idraulica, necessari a garantire una efficiente irrigazione delle colture, dall’altro la costruzione di edifici per ospitare la crescita della popolazione generata dall’aumentata disponibilità di cibo.

La nascita delle prime città comportò un netto salto di qualità nell’organizzazione della conflittualità nella nostra specie. Le scaramucce tra tribù caratteristiche dei piccoli nuclei di cacciatori/raccoglitori, a fronte dell’incremento demografico, si trasformarono in vere e proprie guerre per il controllo di territori e risorse. Le città stesse, dal canto loro, tendevano spontaneamente al controllo del territorio circostante mediante la creazione di insediamenti coloniali e, con essi, l’avvio di ulteriori attività di allevamento ed agricoltura.

Un ulteriore portato della scoperta del fuoco fu la metallurgia, che consentì la realizzazione di armi via via più potenti e micidiali. L’età del bronzo vide la nascita dei primi imperi.

Dal punto di vista ambientale, le trasformazioni avviate già all’alba della storia dell’uomo potranno apparire insignificanti, ma nel complesso non vanno sottovalutate. Come fa notare Jared Diamond in Collasso, come le società scelgono di morire o vivere, le terre che furono un tempo la culla dell’agricoltura e delle prime civiltà, la ‘mezzaluna fertile’ compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate, sono oggi ridotte a deserti. Molto probabilmente questo non è dovuto al caso ma semplicemente il risultato di secoli di agricoltura.

Ciò che sappiamo oggi non è ancora sufficiente a dirimere la questione (secondo altri pareri la desertificazione del Medio Oriente sarebbe dipesa da fluttuazioni climatiche di lungo periodo), ma a supporto della prima tesi esistono evidenze che non possono essere sottovalutate. La prima, un’acquisizione relativamente recente, è che le foreste pluviali generano da sé il proprio microclima: la pioggia che cade quotidianamente non fa che restituire alla foresta l’umidità che essa stessa ha emesso, per evaporazione, col riscaldamento diurno.

Questo consente un rigoglioso sviluppo della vegetazione, che marcendo si deposita al suolo formando un substrato fertilissimo, che a sua volta si accumula nel corso dei secoli. Quella che è l’azione umana, da qualche millennio a questa parte, consiste nella distruzione delle foreste, mediante abbattimento degli alberi o incendi, e nella successiva esposizione e coltivazione del suolo con varietà vegetali commestibili o variamente utilizzabili (come mangimi o per la produzione di tessuti).

Ciò causa una trasformazione drammatica dal punto di vista ambientale. Da un lato la scomparsa della foresta elimina il frequente ricambio d’acqua, che deve essere appositamente trasportata da fiumi e laghi, con opere idriche imponenti. Dall’altro il suolo, privato dello strato protettivo rappresentato dalla vegetazione permanente, è soggetto alle aggressioni degli elementi: lo strato superficiale secca e si polverizza, ed il vento ha facile gioco nel soffiarlo via.

Questo potrà apparire un problema minore sul breve periodo, ma su un arco temporale di secoli, quando non di millenni, diventa un meccanismo devastante, perfettamente in grado di dar luogo alla desertificazione di intere porzioni di pianeta. A ciò va aggiunto che i deserti, privi di uno strato di vegetazione in grado di assorbire la radiazione solare, si surriscaldano molto più delle foreste preesistenti, creando condizioni atmosferiche di alta pressione che ostacolano le piogge, in un processo molto difficile da invertire.

Le foreste stesse, da un punto di vista sistemico, si comportano come dei macro-organismi viventi: catturano l’acqua e la utilizzano per prosperare e creare le condizioni per la propria stessa sopravvivenza. Distruggere una foresta per sfruttarne il suolo sottostante significa uccidere l’entità che ha prodotto quel suolo. Cosa non diversa dall’uccidere un animale per nutrirsi della sua carcassa. Una volta completata l’opera, l’animale non c’è più.

Come se non bastasse, l’aumentata disponibilità di cibo innesca un processo di crescita della popolazione, con un progressivo aumento della domanda di terre coltivabili, o da destinare all’allevamento. La crescita della popolazione ha come riflesso l’aumento della potenza militare, quindi è impensabile che una singola nazione possa porre un argine a tale tendenza, pena essere attaccata e sconfitta dalle nazioni confinanti. Il risultato è una corsa alla distruzione delle foreste ed alla coltivazione di terre fertili, quindi, in ultima istanza, al consumo di suolo.

Cosa poteva accadere di peggio a questo punto? Inutile dirlo: la Rivoluzione Industriale e la nascita dell’agricoltura meccanizzata.

(continua)

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La fabbrica dei Troll

Troll

Oggi non tratteremo dei folletti delle leggende scandinave, bensì dei Troll di Internet, o meglio, del comportamento da troll che si attiva spontaneamente nei Social quando un qualsiasi utente deve confrontarsi con argomentazioni che contraddicano le proprie convinzioni.

Prendiamo Facebook. È il social network più diffuso tra gli utenti non giovanissimi, ed uno spazio in cui molti, tra i quali il sottoscritto, scelgono di interagire con la propria cerchia relazionale per sviluppare temi che potremmo definire di ‘promozione sociale’: come migliorare la sicurezza nelle strade, gli spazi urbani, la socialità, la salute e lo svago.

Tutto va mediamente bene finché le discussioni restano confinate nell’ambito specifico, ovvero i gruppi di discussione tematici. Quando però questi argomenti vengono portati ‘fuori’, ovvero in gruppi allargati ad una fetta di popolazione che dell’argomento non si è mai interessata né mai lo ha approfondito, cominciano i problemi.

Il comportamento ‘da troll’ non tarda ad emergere quando singoli individui vengono posti di fronte ad affermazioni che mettono in discussione le proprie convinzioni profonde, o anche solo i propri pregiudizi. Si scatenano reazioni veementi, che non tengono minimamente conto della preparazione degli interlocutori. Si pretende, spesso e volentieri, di mettere sullo stesso piano lavori scientifici e ‘chiacchiere da bar’.

Ora, è indubbio un dato di ignoranza diffusa nella popolazione italiana. È altrettanto indubbio che parte dell’autostima delle persone poggia sul non ammettere la propria ignoranza, ma il dato interessante è proprio la veemenza delle reazioni, l’arrampicarsi sugli specchi, l’incapacità di ascolto ed approfondimento.

A lungo andare mi sono convinto che parte del problema consiste nella frettolosità con la quale si usano i social, e parte nel loro anonimato. Da un lato i tempi ‘marginali’ che vengono in genere riempiti con la comunicazione via social non sono compatibili con l’approfondimento degli argomenti trattati (un problema che si riflette anche nella diffusione di “fake news”). Dall’altro, il non poter conoscere personalmente gli interlocutori, in assenza della necessaria umiltà, mina alle radici la possibilità di un confronto realmente costruttivo.

Purtroppo non ho indicazioni su come fronteggiare questa ennesima disfunzionalità di uno degli strumenti di comunicazione più diffusi. Quello che posso consigliare è di interagire con cognizione di causa, perché, come sottolinea spesso il mio amico Alfredo: “le persone sono in genere migliori di come appaiono via internet”.
Perfino i Troll.

Darwin, Goleman e l’intelligenza diffusa

Una delle riflessioni fondamentali di questi ultimi anni è proposta nel libro “Intelligenza sociale”, di Daniel Goleman, e riguarda la presenza di comportamenti devianti all’interno di gruppi di individui che attuano comportamenti sociali. Ne recupero la descrizione riassuntiva già data in un precedente post.

L’esempio che viene fatto è quello di uno stormo di uccelli. All’interno dello stormo di uccelli ci sarà un ventaglio di possibili reazioni istintive: alcuni individui tenderanno a volare più vicini fra loro, altri ad allontanarsi maggiormente. Il fatto di allontanarsi li esporrà a rischi maggiori, ma al tempo stesso consentirà allo stormo di individuare più facilmente i predatori, e mettere in salvo un numero maggiore di individui. Ecco come un comportamento dannoso per l’individuo si traduce in un vantaggio per il gruppo, che avrà interesse a preservarlo, ad esempio facendo riprodurre di più, e più in fretta, gli individui con comportamenti estremi. Tutto questo a livello inconscio, ma è evidente che i due istinti, quello per i comportamenti estremi e quello riproduttivo che tende a far preferire l’accoppiamento con questi individui, devono evolvere di pari passo. Per contro, uno stormo di uccelli privo anche di uno solo di questi due istinti risulterà più vulnerabile ai predatori ed avrà maggiori difficoltà a prosperare.

Quest’analisi ci dice che un gruppo funzionale deve necessariamente essere composto da individui con caratteristiche diverse, e che le caratteristiche estreme si presenteranno più raramente di quelle standard. Recentemente mi è capitato di associare il concetto di ‘caratteristica estrema’ anche all’intelligenza, e questo ha fatto quadrare diverse evidenze che mi risultavano prima incomprensibili.

Ragiono sull’intelligenza più o meno da sempre, perché è un fattore che mi ha sempre differenziato dagli altri, fin dall’infanzia. Un’intelligenza atipica unita ad una curiosità divorante mi hanno emarginato, per gusti ed interessi, fin dai tempi della scuola dell’obbligo. Ai miei amici interessava il calcio, a me la narrativa fantascientifica. I miei amici seguivano le diverse mode, io mi appassionavo di astronomia e fisica delle particelle. Ero un ragazzo strano, fuori standard.

Essendo cresciuto nella convinzione illuminista che l’Umanità avrebbe inevitabilmente percorso la via del progresso, ho sempre faticato a giustificare gli innumerevoli passi indietro compiuti dalle società umane: guerre che continuavano a scoppiare, nessun argine al progredire dell’inquinamento ambientale, perdita di biodiversità e molto altro.

“Dov’è il progresso di cui ci raccontavano? È forse questo?” mi domandavo. E soprattutto: “perché pensavamo che le società umane sarebbero diventate via via più intelligenti, più sapienti, più colte, mentre invece continuiamo a commettere, generazione dopo generazione, sempre gli stessi errori?”

Ora penso di aver trovato una risposta, anche se sconfortante. L’intelligenza, la curiosità, non sono caratteristiche evolutivamente utili, bensì l’equivalente dell’attitudine ad esibire ‘comportamenti estremi’. Il gruppo ne beneficia e le tollera, ma continuerà a comportarsi da gruppo, nella media.

Come lo stormo di uccelli dell’esempio riportato poco sopra non potrà adottare in massa i comportamenti ‘estremi’ di alcuni dei suoi membri, pena un peggioramento della situazione complessiva, così le società umane non potranno adottare, collettivamente, comportamenti più brillanti della media, con buona pace degli illuministi e delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

L’obbligo allo studio, l’imposizione di standard culturali più elevati, non contribuiscono all’intelligenza complessiva. Le società che generano sono più ordinate, non di rado più efficienti, ma non mancano di cadere in eccessi ancora più tragici. L’intelligenza, la curiosità, non possono essere indotte e forzate.

L’unico ‘driver’ in campo resta, a questo punto, quello della disponibilità di risorse: consumeremo e distruggeremo finché ce ne sarà. Ed accetteremo di ridurre i nostri consumi solo e soltanto quando saremo alla proverbiale ‘canna del gas’. Quando ormai, per molte delle specie viventi e degli habitat terrestri, sarà già troppo tardi.

Uccelli