L'intenso maggio 2010


Nelle ultime settimane una novità un po’ "piovuta dal cielo" è giunta a movimentare l’esistenza dei ciclisti romani: l’approvazione del "Piano Quadro per la Ciclabilità del Comune di Roma". Quello che per anni non si era fatto si è materializzato davanti ai nostri occhi sotto forma di un plico di "buone intenzioni" sottoscritto dal sindaco e dalla giunta, e che a breve andrà in votazione presso il consiglio comunale.

"Buone intenzioni", dicevo, fondi da stanziare, ma non molto di nuovo, tanto da far apparire il tutto come uno stratagemma per agevolare la candidatura di Roma ad ospitare le olimpiadi del 2020 e nulla più. I tracciati sono quelli dei "Biciplan" municipali redatti ai tempi della seconda giunta Veltroni, disegnati in collaborazione con i ciclisti ma senza un piano preciso di cosa si volesse realizzare e come. Lo so perché ho fatto parte di quel lavoro e posso giudicarlo.

Quindi tutto questo lavoro, oggettivamente solo preliminare, viene ora impacchettato in bella copia e gettato in pasto alla stampa con una mossa mediatica quasi da manuale a significare l’impegno futuro del Comune sul fronte della ciclabilità. Peccato che l’impegno presente ci racconti di piste prive di manutenzione e semiabbandonate, corsie preferenziali per gli autobus cancellate, sosta tariffata fortemente ridotta e faraonici progetti di megaparcheggi attrattori di traffico in zone centrali (la stazione Termini, ovvero il punto meglio collegato di Roma da ogni tipo di servizio di trasporto pubblico…).

Interagire con questo progetto nei tempi stretti e nei modi discutibili dettati dalla burocrazia romana, oltretutto a seguito di una presentazione "ad effetto mediatico" che ha di fatto mantenuto occultato l’intero lavoro alle organizzazioni di ciclisti ben oltre la data di definizione ed approvazione da parte della giunta, si è rivelato discretamente faticoso. Coinvolgere altri ciclisti nel ragionamento e nell’elaborazione delle informazioni lo è stato quasi altrettanto.

Nel frattempo incombeva l’evento ciclistico per antonomasia della capitale, quella Ciemmona frutto delle pratiche ciclocritiche che nel corso degli anni si è imposta all’attenzione internazionale (è menzionata sulla guida Lonely Planet di Roma!) ed ha "figliato" iniziative analoghe in altre capitali europee come Madrid e Parigi.

La parte "organizzativa" della Ciemmona, a parte l’ospitalità serale per cene e concerti gratuiti presso spazi "di movimento" (leggi: Centri Sociali), consiste nella stampa di manifesti e flyer, e poco più. Come per ogni Critical Mass che si rispetti è sufficiente lanciare l’appuntamento, e le persone accorrono. Quest’anno erano ancora di più che negli anni passati, e l’atmosfera di festa carnevalesca ne ha tratto giovamento.

Di fatto la Ciemmona è l’unico vero "carnevale" che questa città conosca, ed una volta l’anno è utile e necessario. Un evento in crescita, pressoché ignorato dalla stampa e dalla stessa città, vissuto ancora dai suoi stessi partecipanti come una "crepa" nella realtà consolidata ed omologata, a rischio di venir represso ed annientato da un anno all’altro.

Insomma un maggio intenso sotto molti punti di vista, fatto di riunioni, pedalate, picnic serali, lunghe analisi sui forum dedicati e sulle mailing-list, qualche incomprensione e, alla fine di tutto, anche tanta stanchezza. Ma i risultati si vedono, e spingono ad impegnarsi ancora di più.

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Del declino dei blog

Ragionavo, un anno fa, sulle "incessanti migrazioni del popolo della rete", domandandomi che tipo di valore aggiunto Facebook avrebbe portato alla mia esperienza comunicativa in rete. Ad un anno di distanza posso affermare che il valore aggiunto è assolutamente marginale, in compenso FB sta togliendo capacità di attenzione ai frequentatori  (ex frequentatori?) dei blog, producendo un inaridimento delle conversazioni, se non della stessa volontà/capacità di articolare riflessioni complesse.

Quello che ottengo sempre più spesso, quando provo a segnalare su FB le cose che scrivo, è di ottenere commenti telegrafici direttamente su FB, e per contro ritrovare desolatamente vuoto il mio spazio dei commenti. Per chi provasse a sollevare la solita obiezione che "quello che scrivo non si presta ad integrazioni" valga il freddo dato numerico del declino del numero di commenti, e della loro recente aumentata brevità.

Questa deriva ha, a mio avviso, origine in Facebook. La tendenza alla brevità dei commenti è parte strutturale di quel social network, come pure l’inestricabile mescolanza di sciocchezze varie che vi vengono postate, che produce una sensazione di "flusso teso", di centrifuga, nel quale non è possibile ricavare momenti di reale riflessione.

Non è possibile, punto. Notizie dolorose e denunce sociali finiscono accostate a barzellette idiote, video musicali ed esternazioni individuali motivate da puro egocentrismo, sprofondando ed annegando in una palude tuttologica che lascia  all’utente un senso di stanchezza e vuoto.

Il fascino, probabilmente l’unico, in tutto ciò consiste nel ritrovare nomi e volti familiari, nell’avere una parvenza di vita sociale e relazionale, nell’allontanare un senso di solitudine che, mai realmente curata, si riaffaccia dopo pochissimo costringendoci a postare compulsivamente. Come ogni perfetta forma di dipendenza l’uso non cura, ma produce ulteriore danno alla situazione alla quale si sta cercando di sfuggire.

Come in un micidiale tritatutto ogni cosa inserita scorre precipitosamente verso il basso, né si sa se, e a chi, sarà data l’opportunità di leggerla, di rifletterci su, di commentarla. Parimenti la sensazione di precarietà si applica a quanto scrivono gli altri, si cerca di confezionare una parvenza di comunicazione prima che il declinare del messaggio lo trascini nell’oblio.

Ad oggi Facebook mi appare come un’enorme ragnatela nella quale i miei amici e conoscenti si agitano, intrappolati, postano foto, si raccontano in maniera deliberatamente superficiale, interagiscono superficialmente con gli altri, alimentando la propria solitudine.

Probabilmente a fronte di questo quadro apocalittico il declino dei commenti sul mio blog, come su quasi tutti i blog che frequento, appare poca cosa, una goccia nel mare, un segnale di pericolo quasi impossibile da decifrare. O forse è l’intero "fenomeno blog" ad esser stato, dai suoi esegeti, sopravvalutato.

Facebook, invece, si svela per quello che è: un enorme vortice caotico che risucchia l’intelligenza e l’attenzione delle persone che conosco, triturando e sminuzzando ogni possibilità di costruzione di pensiero che vada oltre un commento di poche battute, dove anche uno spirito critico perde la rotta e finisce col comportarsi come l’ultimo dei mentecatti…

P.s.: lo spazio per commentare quello che ho scritto è qui sotto, non su FB.

Il lungo cammino


Oggi coincidevano il "Bike to Work Day" e la presentazione in pompa magna del "Piano Quadro della ciclabilità del Comune di Roma", in Campidoglio. Del piano, delle bizzarre manovre che ne hanno preceduto il parto, delle polemiche e prese di posizione dei ciclisti si è molto scritto sul Blog del coordinamento Di Traffico Si Muore. Stamattina c’è stata la presentazione ufficiale e la sala era piena.

Apparentemente, dopo anni di traccheggi e di "melina", il Comune di Roma pare aver compreso l’importanza di dotarsi di una rete ciclabile realmente fruibile dalla cittadinanza, elaborando un piano proiettato negli anni a venire fino al 2020 che conterà, al termine, quasi 1000km tra piste in sede propria e corsie dedicate sulla sede stradale. Tutto bello, tutto fico, se non fosse che siamo ormai a tal punto abituati ad essere presi in giro dalle istituzioni che stavolta non ci pare vero. Troppa grazia, sì, ma non solo…

Alla fine della presentazione è stata data la parola ai presenti. Io sarei anche intervenuto, ma ho preferito lasciare spazio agli altri. Poi, tornando a casa sulla mia fida bici pieghevole, ho pensato che il mio commento "mai profferito" poteva trovar posto qui. Non sia mai che a qualcuno/a possa interessare…

"Salve a tutti

Sono Marco Pierfranceschi, non faccio parte di nessuna associazione di ciclisti in particolare ma collaboro con diverse di esse. In questo mio status di "cane sciolto" penso di poter rappresentare un sentire diffuso, più che la posizione ufficiale di un singolo gruppo. Il mio intervento vuol essere una sorta di raccordo tra quello che si è detto fin qui dalle fonti ufficiali e quello che verrà detto da altri dopo di me.

La prima sensazione a fronte della presentazione del piano è di stupore. Improvvisamente i sogni che i ciclisti romani hanno coltivato per decenni sembrano essersi tradotti in realtà, le parole d’ordine che prima giravano solo nella nostra cerchia ristretta ora sono riprese da tecnici ed esponenti politici degli enti di governo cittadino, e questo non può che farci piacere.

Purtroppo, per contro, l’amministrazione cittadina non manca nel suo complesso di dar prova di comportamenti contraddittori ed incoerenti. Mentre con una mano disegna e propone un piano per favorire e far crescere gli spostamenti in bicicletta, dall’altro elimina corsie riservate per il trasporto pubblico, in un percorso netto e coerente di agevolazione all’uso dell’auto privata.

Per noi ciclisti la sensazione è quella di aver a che fare con un’entità schizofrenica, un mostro dalle molte teste delle quali alcune fanno il contrario di altre, e questo non è sicuramente un buon segnale. Di buono c’è che le "teste" che parlano con noi sono probabilmente le migliori, e c’è una volontà di aiutarle a prevalere sulle altre. A patto che accettino il nostro aiuto.

Una cosa che viene spesso sottovalutata è il patrimonio di intelligenze e capacità che il mondo dell’associazionismo è in grado di mettere a disposizione. Ci tengo a far notare ai pubblici amministratori, che solo ora scoprono le mirabolanti virtù della bicicletta, che la maggior parte di quelli che sono qui a rappresentare il mondo dell’associazionismo ciclistico queste stesse cose, che oggi appaiono nuovissime e formidabili, le hanno comprese con molti anni di anticipo. Decenni di anticipo.

Dall’alto di tutto questo tempo passato a ragionare di, e sulla, bicicletta possiamo ben affermare che il cambiamento culturale che sarà richiesto è epocale ma necessario. E dovrà essere portato avanti con la stessa energia con cui si procederà alla realizzazione delle infrastrutture ciclabili e della segnaletica dedicata. Il nostro principale avversario non sarà il conservatorismo delle istituzioni ma quello della popolazione tutta, abituata da decenni ad un trend di progressivo abbrutimento che non sembra aver soluzioni.

La battaglia per la crescita della ciclabilità è una battaglia per la qualità della vita, per il benessere, per la salute. Non solo quella passiva derivante dal non inalare sostanze nocive, ma quella attiva consistente nel restituire ai nostri corpi quel movimento, quel lavoro fisico di cui hanno tanta necessità. Sarà una battaglia per restituire ai nostri quartieri la serenità che il rombo dei motori gli ha tolto. Per restituire ai nostri ragazzi l’autonomia di spostamento che la pericolosità delle strade gli ha sottratto, per restituire alla nostra città la bellezza che tonnellate di lamiere hanno sepolto.

Ci sarebbero da dire molte altre cose, sul passaggio ad una valutazione complessiva della realtà che ponga la felicità delle persone al primo posto, al posto di un parametro freddamente economico com’è il PIL, capace di integrare con un segno positivo sia le tecnologie che ci fanno ammalare, sia le spese per le cure sanitarie. Ed eviterò di spender tempo per nominare il "moloch" che ci attende a breve, lo spettro dell’esaurimento progressivo di risorse energetiche e materie prime di cui tutti tacciono, e potrebbe stravolgere le nostre abitudini di vita nel volgere di pochi anni.

Il contenuto di questo piano, ai miei occhi di ciclista, appare entusiasmante rispetto alla drammatica situazione attuale, eppure ancora insufficiente. Quello a cui dovremmo aspirare, come collettività, è il progressivo abbandono dell’auto privata a favore di un sistema di trasporto pubblico capillare, della mobilità leggera e, per le necessità occasionali, del car-sharing. Quello a cui dovremmo aspirare sono strade libere prima dalle auto in sosta, e poi via via dalle auto in transito. Strade restituite all’utilizzo delle persone, alla socialità, alla vita. La bicicletta è scelta di vita."

Da qualche parte, lungo la strada

Travolto dal flusso degli eventi fatico a tenere aggiornato questo blog. Avrei decine di cose da scrivere e raccontare, ma non il tempo di farlo. Niente di drammatico, in verità, ho sempre ritenuto che vivere fosse più importante che raccontarsi, ed ho spesso la sensazione di aver già scritto molto, in passato, di aver già detto le cose che oggi vorrei ribadire.

Ho già scritto che la civiltà che conosciamo danza sull’orlo dell’abisso, che il non voler vedere la finitezza del mondo, la fragilità degli ecosistemi, l’esaurimento progressivo delle risorse ci sta spingendo in una spirale di schizofrenia collettiva sempre più incontrollabile, le cui conseguenze sono terrificanti.

Ho già scritto che l’uscita dal consumismo non sarà indolore, ma potrebbe essere molto mitigata dalla consapevolezza e riappropriazione delle cose che abbiamo perduto e possiamo riscoprire: la bellezza di un tramonto, di una corsa in bici nel bosco, il profumo dell’aria, la sensazione di forza e vigore data dal lavoro muscolare.

Ho già scritto della fine dei sogni, del cambiamento di prospettiva che il futuro, quello reale, ci costringerà ad operare. Il ventesimo secolo ha inventato un intero genere letterario prima inesistente, la fantascienza, per elaborare un’idea di futuro, quando nessuna delle generazioni precedenti ne aveva sentito la necessità.

Ma il futuro che sta arrivando non è quello che ci eravamo aspettati. Non raggiungeremo le stelle, non viaggeremo fra i mondi, non incontreremo culture aliene. Dovrei provare rammarico, ma non è così. Da qualche parte, lungo la strada, mi sono reso conto che di queste cose non abbiamo un reale bisogno. Non ci servono gli alieni per essere felici, ed anche di moltissime altre cose possiamo fare a meno.