“Si salvi chi può” edizione 2013

(quello che segue è il racconto, condensato, dell’uscita in bici da Tagliacozzo a Terni, 110km dall’Abruzzo all’Umbria, proposta sul forum Cicloappuntamenti)

Antefatto
L’unica volta che sono riuscito a completare questo percorso nel tempo previsto e con l’intero gruppo presente alla partenza è stato nel lontano 2006, quando i partecipanti erano soltanto in tre. Già alla prima riproposizione sul forum Cicloappuntamenti, con partenza spostata a Celano (ben 150km!) apparve netta l’impossibilità di percorrere tanta strada con tanti partecipanti senza problemi: un ginocchio partito per lo sforzo, un Artiglio (Pierluigi) abbandonato lungo la strada, il gruppo che via via perdeva tempo e partecipanti fino a passare in modalità “si salvi chi può” nel tratto finale. Sarà così che intitolerò, d’ora in poi, questo tipo di uscite che attraversano tre regioni.

Quando tutto sembra ancora dover andar bene
Alla stazione di Tagliacozzo si contano diciotto partecipanti. Mentre esco il capostazione mi domanda: “dove andate?” Rispondo con un sorriso: “a Terni”. Occhi che strabuzzano e seconda domanda: “da qui???” e io gli spiego il percorso di massima. Salendo verso Pietrasecca penso che la giornata non potrebbe essere migliore: sole, cielo sereno, ed il gruppo che va su allegro sulla prima salita. Perfino una foratura viene riparata senza produrre rallentamenti apprezzabili. La strada, già bella nel primo tratto, diventa splendida nella risalita da Tufo al valico di Santa Lucia, dove attraversa un’area boschiva quasi incontaminata. Manu, sulla sua BdC salvata dal cassonetto, collauda una versione upgradata del cambio che ora ha un 42×28 come marcia più corta (la scorsa settimana il precedente 42×24 aveva mostrato la corda) e sale senza fiatone ad un buon passo.

Il tradimento di Google
Quando sta andando tutto troppo bene accadono due “disastri”: la traccia generata da Google si rivela farlocca e lo zaino di Frantz viene abbandonato a Leofreni. La traccia che ho rilasciato sul sito è stata generata dal sito MapMyRide con una serie di click sulle mappe di Google. Siccome le strade della zona sono poche, è sufficiente selezionare pochissimi punti. Ma Google stavolta si sbaglia, e a Colli di Pace, invece della strada asfaltata per Pace, traccia un passaggio in direzione Ospanesco senza che io me ne accorga. A Colli di Pace passo via tranquillo. La strada risale. Mi telefona Emanuela chiedendo delucidazioni. Le dico di tenersi a destra. Mi spiega che altri (solo Pino e Johnnina, ma questo non me lo dice…) sono scesi a sinistra, dal che capisco che la traccia passa invece da quel lato. A lei confermo di proseguire a destra. Quando mi raggiunge mi spiega che Carmine è rimasto al bivio ad aspettare che Franz recuperasse lo zaino a Leofreni. A questo punto commetto l’errore drammatico di dar retta a Google, penso che la strada tracciata sull’altro lato sia più veloce, telefono a Carmine e gli dico di seguire la traccia imboccando il bivio verso sinistra…

Uno sguardo dal ponte
Raggiungiamo il lago sul ponte per Fiumata, salutiamo Folletto e Umby che partono in direzione fettuccine (che poi si riveleranno “fregnacce”) e recuperiamo il punto di congiunzione dei due percorsi. E aspettiamo. E aspettiamo. Dopo una mezz’ora arrivano Pino e Johnnina stravolti, ci spiegano che la strada, arrivata al paese, diventa uno sterrato non pedalabile, con fango e fossi, e che se la sono dovuta fare praticamente bici in spalla!!! Mandiamo avanti i superstiti a cercare un posto per il pranzo e con Pino ci mettiamo ad aspettare il gruppo di Carmine. E aspettiamo. Dopo un’altra mezz’ora arriva fantabici (Angelo) che ha potuto percorrere parte del percorso in sella alla sua mtb slikkata. In quel momento realizzo che il pranzo di Manu ce l’ho io nel borsino, e per non lasciarla a digiuno, prima che arrivino gli ultimi, mi scapicollo per i restanti 12km di strada bordo lago fino al punto scelto per il pranzo.

La maledizione di Alex Drastico
Pranzato in fretta e furia (e crostata), recuperati tutti i partecipanti compresi Folletto e Umby, imbocchiamo la discesa per Rieti dove realizzo che le malefatte (involontarie) mi hanno guadagnato una maledizione coi controfiocchi. Mentre sono lanciato in discesa, piegato in curva, sento la ruota posteriore che letteralmente se ne va… Riprendo la traiettoria per i capelli, mi fermo parecchio più avanti dopo aver sbalzellato sull’asfalto rovinato, tiro giù gli attrezzi e comincio a riparare la foratura. Estraggo la camera d’aria, la gonfio, individuo due buchi: scartavetro, colla, toppe, riparati. Controllo il copertone e ci trovo una scheggia di vetro verde conficcata, la estraggo, rimonto la camera d’aria, gonfio e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità di una toppa e penso di averla incollata male: la tolgo, riscartavetro e applico una seconda tip-top. Rimonto e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità della toppa appena aggiunta e stavolta scopro un secondo foro: non era una foratura ma una “pizzicatura”. Applico una tip top “oversize” su entrambi i fori, rimonto, e mentre rigonfio accosto l’orecchio alla pompa e sento che perde ancora. Tiro giù la camera d’aria per la quarta volta, la gonfio all’aria e stavolta non perde! Guardo meglio e noto che il blocco della valvola è leggermente piegato, lo tocco col dito per raddrizzarlo e comincia a perdere. Questa è una buona notizia: la valvola perdeva solo con la pompa montata sopra: rigonfio, chiudo, rimonto la ruota, gonfio e stavolta la riparazione terrà fino a fine giro.

Soli e abbandonati
Mentre scendo a scapicollo verso Rieti mi telefona Emanuela. Sono rimaste ad aspettarmi lei, Patrizia ed un terzo ciclista, il gruppo ha invece proseguito. Ripartiamo in quattro sotto una lieve pioggerellina per rimanere poco dopo in tre, e senza problemi raggiungiamo Rieti. Qui, dopo l’attraversamento della città, è Patrizia a dare forfait optando per il ritorno in treno da Rieti (poi convertito in ritorno in pullman). Con Emanuela proseguiamo ostinatamente verso Terni. Mentre ci inoltriamo per una scarsamente trafficata piana reatina, in attesa della “variante” che ho pazientemente tracciato e scaricato sul GPS, a salutarci sono le batterie del GPS stesso, ad un chilometro o poco più dal fatidico bivio da esplorare (che riesco ugualmente a riconoscere ed imboccare).

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere
Appena imboccato l’idilliaco stradello comincia a piovere. Giustamente le meravigliose mantelle antipioggia Vaude sono rimaste a casa. Aspettiamo qualche minuto quindi ci risolviamo a partire approfittando di un lieve diradare dell’acquazzone. La strada è davvero molto bella, anche se con la pioggia mi rammenta i viaggi in Irlanda, Galles, e la Galizia nel tratto finale del Camino de Santiago. La “pettata” al 14% per raggiungere Colli sul Velino, anziché un’esagerazione delle mappe, si rivela esattamente come prevista e la saliamo a piedi. Ultima nota dolente, la strada che costeggia il lago di Ventina è stata resa, per qualche ennesima meravigliosa idiozia della burocrazia italica, a senso unico. Sono troppo stanco ed incazzato per accettare l’ennesimo sopruso, e pur col parere contrario di Manu la imbocchiamo contromano. Superato il lago imbocchiamo una valletta un tempo idilliaca, ora deturpata da un orripilante riporto di materiale pietroso per chissà quale ennesima opera pubblica di estremamente dubbia utilità (haddavenì peakoil!!!). Impossibilitati ad effettuare l’ennesima mini deviazione causa GPS defunto scendiamo per la classica via fino a Terni, dove arriviamo in stazione alle 18.00 (perdendo il treno delle 17.27).

Epilogo
Aspettando il treno delle 19.26 ci concediamo una passeggiata per Terni (del tutto risparmiabile…) ed un buon gelato. Arrivati a casa (alle 21.00) dobbiamo rinunciare anche al sospirato take-away cinese, dato che il ristorante è in ristrutturazione.
Intorno alle 22.00 ceniamo con un kebab…

Ringraziamenti
Ringrazio tutti i pazzi furiosi che ogni anno si ostinano a seguirmi, consapevoli dell’impossibilità di completare il giro “in serenità”. Ogni anno ci proviamo ed ogni anno finiamo vittime di pastrocchi imprevisti. Ma in fondo è il bello dell’avventura.

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Fra un milione di anni

Papaveri rossi
ondeggiano
davanti al cemento
fratturato
di una periferia di città

Quel rosso è un grido
rosso di sangue
il grigio recede
soverchiato

“Io sono vivo”
urla al cemento
il rosso papavero
“sono vivo e morirò”

“Fra un anno però
vivrò di nuovo
perché io sono vita
e la vita rivive

Ti troverò ancora qui
grigio ed immobile
con qualche crepa in più
con qualche briciola in meno

Fra un milione di anni
io sarò ancora qui
di nuovo
e per sempre

Tu sarai polvere
soffiata dal vento
o sepolta nel terreno

Le mie radici
ti accarezzeranno

Sarai dimenticato
assieme al ricordo
delle sciocche creature
che un tempo lontano
ti diedero forma”

Libertà

Guerra e Pace, il monumentale romanzo di Tolstoj, si conclude con un saggio su ciò che muove gli eventi storici, finendo con l’interrogarsi sull’idea stessa di libertà. La libertà, per Tolstoj, è qualcosa cui l’uomo aspira dibattendosi tra i mille vincoli, obblighi e necessità legati alla sua natura fisica.

L’uomo vorrebbe essere libero, ma è in realtà costretto all’interno di un universo fisico dominato da meccanismi di causa effetto, necessità biologiche e in ultima istanza dal far parte di una collettività con sue proprie leggi, regole, usi e costumi. È perciò solo all’interno di questa fitta rete di obblighi e vincoli che possono essere ricavati spazi di libertà, o nella scelta di ignorarli.

Ciò che Tolstoj contrappone all’idea di libertà sono quindi l’intelligenza ed il senso di responsabilità, che ci rendono via via meno liberi quanto più diventiamo consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni: maggiore la consapevolezza, minore la libertà residua nello scegliere una linea d’azione al posto di un’altra.

Una forma di apoteosi di questo concetto la realizza lo scrittore Philip K. Dick nel romanzo The world Jones made, immaginando un individuo in grado di vedere il futuro, e per ciò stesso condannato a viverlo, senza alcuna libertà di scelta: il dittatore del mondo, da tutti temuto, è in assoluto la persona meno libera del pianeta.

Non posso fare a meno di confrontare questo dualismo libertà/consapevolezza con quello proposto dallo scrittore David Brin in Earth (un altro romanzo di fantascienza), dove vengono individuate come istanze complementari nel processo evolutivo Cooperazione e Competizione.

Per Brin, mentre nelle forme di vita più semplici l’unico meccanismo di selezione è dato dalla competizione per cibo e risorse, nel caso di creature evolute e sociali come l’uomo entra in gioco la cooperazione, che rende il gruppo una “sovra-creatura” più ricca di risorse (e complessità) del singolo individuo.

Ma le due istanze devono trovare un equilibrio. Un eccesso di competizione indebolisce i legami del gruppo e ne danneggia la coesione, un eccesso di cooperazione indebolisce i singoli individui, rendendo il gruppo stesso meno forte. Tuttavia, se rimane relativamente semplice collocare cooperazione e competizione all’interno delle categorie culturali (e politiche) di “destra” e “sinistra”, non altrettanto lo è nel caso del dualismo tra libertà e responsabilità.

La Cooperazione, declinata nelle molte forme di solidarietà, accoglienza, coesistenza non conflittuale, è chiaramente riferibile all’area storico-culturale della “sinistra”. La competizione, riflessa anch’essa nelle mille differenti sfaccettature dell’agonismo, del militarismo, del successo economico e dell’affermazione individuale, è senza difficoltà collocabile tra le istanze “di destra”.

Con la libertà la questione si complica, e di molto, dal momento che l’idea di libertà è stata declinata in molte forme. Gli anarchici “libertari”, ad esempio, predicano l’assenza di un potere costituito, in sostituzione del quale dovrebbe porsi la coscienza del singolo individuo. Gli economisti “liberisti”, per contro, sostengono che il capitale dovrebbe essere lasciato libero di accrescersi senza vincoli da parte dello Stato, e via declinando.

In linea di massima, però, l’ideale “di destra” è che la libertà in oggetto sia quella del singolo individuo di approfittare delle opportunità, anche a discapito degli altri (primato della competizione). Per la “sinistra” la libertà è qualcosa che va ugualmente distribuito fra tutti (primato della cooperazione), limitandone le concentrazioni nelle mani di pochi che produrrebbe, come diretta conseguenza, la diminuzione delle libertà di molti.

Di fatto, però, l’analisi storica ci mostra come l’estremizzazione di entrambe le concezioni, sia di destra che di sinistra, finisca col produrre regimi autoritari: nel primo caso perché la libertà di approfittare degli altri finisce col concentrare potere (economico e militare) nelle mani di pochi individui, nel secondo perché una struttura statale rigidamente orientata al controllo sociale finisce col produrre una classe di burocrati interessati unicamente a mantenere il proprio status privilegiato.

Come ci insegna Ursula K. Le Guin nel suo magistrale romanzo The dispossessed, non è possibile reprimere ed ingabbiare la pulsione umana nei confronti del potere, della ricchezza, del controllo sugli altri, semplicemente costruendo un recinto di regole che promuovano l’altruismo. I meccanismi di potere sono connaturati al nostro status di specie sociale ed alla natura delle relazioni che ci legano agli altri.

Resta, alla fine di tutto, per noi esseri senzienti, un’idea di libertà strettamente legata all’inosservanza di leggi, regole e buonsenso. La consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni ci offre solo due opportunità: fare la cosa “più giusta”, ed ottemperare ai nostri doveri nei confronti del mondo, o in alternativa fare quello che più ci gratifica, ignorando le possibili ricadute. L’unica libertà possibile consiste nel rifiuto dei nostri obblighi morali.

Purtroppo in un’epoca di ricchezza sconfinata come l’attuale questo si riflette in una esaltazione collettiva nei confronti del consumo e dello spreco, in un’indifferenza socialmente condivisa riguardo alle nostre personali responsabilità nei confronti del pianeta e delle generazioni a venire.

Il risultato di questo consumo compulsivo di libertà, sotto forma di cibo, oggetti, tempo, spostamenti, è che ne resterà sempre meno per gli anni a venire. Abbuffarci oggi ci condanna ad un futuro in cui la libertà scarseggerà, come ogni altro bene. Nonostante ciò, con tutta evidenza, nessuno ha intenzione di smettere di ballare finché non sarà palese che la festa è finita per tutti.

Darwin, i tetrapodi e i fauni

Una delle conseguenze più nefaste della conoscenza è il suo entrare in conflitto con la fantasia. Meno cose si conoscono, più la fantasia è libera di spiccare il volo e condurci in altri mondi e territori. Per contro, più nozioni si possiedono, meno spazio rimane per i voli pindarici.

Avevo già affrontato questo tema in un post di qualche anno fa, ora estenderò ulteriormente il discorso applicando il quadro teorico dell’evoluzionismo darwiniano alle creature di fantasia, non solo quelle dell’immaginario scientifico.

Uno dei più grossolani “misunderstanding” sull’evoluzione è l’idea che questa proceda per salti. Ad esempio nella saga supereroistica X-men della Marvel si ipotizza la nascita di individui dotati dei poteri più disparati a causa di un “salto evolutivo”. Purtroppo (per la credibilità del fumetto) la natura non “salta”.

L’evoluzione attua un percorso di adattamento progressivo nel quale ogni “mutazione” deve essere immediatamente vantaggiosa, pena la sua scomparsa. Strutture complesse come le penne degli uccelli, ad esempio, non appaiono dal nulla, ma derivano dalla progressiva trasformazione di strutture più semplici. Come peli, che successivamente si ispessiscono e diventano piume (molti dinosauri ne erano ricoperti, consentiva un migliore adattamento termico), e finalmente, una volta conseguita la capacità di volare, si trasformano in penne.

Il corno del rinoceronte è l’evoluzione di un singolo pelo, le ali degli uccelli sono l’evoluzione degli arti anteriori di creature in origine quadrupedi e successivamente divenute bipedi. Tutti i vertebrati discendono dai pesci attraverso un adattamento alla vita in ambienti asciutti (anfibi, rettili, uccelli e mammiferi), e tutti gli animali terrestri appartengono al subphylum dei tetrapodi: animali dotati di quattro arti.

In pratica tutta l’evoluzione terrestre si è sviluppata a partire da una struttura a quattro arti, che sono diventati di volta in volta quattro zampe, due zampe e due ali, due zampe e due braccia, per addirittura ridiventare nuovamente pinne nei cetacei.

Per quale motivo non esistono vertebrati a sei zampe mentre ne hanno un tale numero gli insetti, ed addirittura otto gli aracnidi? Non si sa, ma quello che ci insegna l’evoluzione è che la natura ha una pazienza sconfinata e scale temporali enormi, e che molto poco avviene per caso. Quello che possiamo provare ad attuare è una sorta di “reverse engineering”, ovvero dedurre dalla situazione attuale quali possano essere stati gli eventi che vi hanno condotto, ricostruendo i numerosi “pezzi mancanti”.

Quindi l’assenza di vertebrati esapodi ci offre un primo indizio, e ci spinge a ragionare sui motivi per cui il processo evolutivo non ha potuto seguire quella strada. Un secondo indizio sta nel fatto che la meccanica del movimento delle zampe negli insetti è spesso molto rudimentale (le zampe avanzano a tre a tre, due su un lato ed una sull’altro, alternandosi). Un ulteriore indizio è dato dalla presenza, nel cervello, di aree dedicate per ogni arto.

Avere una coppia di zampe in più, nei millenni in cui i pesci provavano a colonizzare gli ambienti asciutti, non deve aver rappresentato un vantaggio, probabilmente perché richiedeva una maggior complessità nelle strutture cerebrali a danno di qualcos’altro, ed obbligava ad una complessità di coordinamento che ne rendeva il moto meno efficiente.

Per lo stesso motivo un paio di arti in più non può ricomparire più avanti nel processo evolutivo, o se ricompare rappresenta una mutazione immediatamente svantaggiosa, che non ha tempo e modo di evolvere in una creatura funzionale.

Cosa scompare sotto questa “falce logica”? Di fatto buona parte delle creature fantastiche di ogni tempo e luogo. Non possono esistere i centauri, ad esempio, perché quattro zampe e due braccia sono sei arti. Non possono esistere (in natura) creature come gli angeli dell’immaginario cristiano, perché due ali, due braccia e due gambe sono di nuovo sei arti. Non possono esistere i draghi volanti, le sfingi e nemmeno l’ippogrifo.

Oltretutto, se questo processo ha avuto luogo sul nostro pianeta, non c’è motivo perché, a parità di struttura genetica (l’unica possibile) non abbia avuto luogo ovunque si siano create analoghe condizioni favorevoli allo sviluppo della vita. Quindi tali creature non potranno esistere nemmeno su altri pianeti.

E se anche proveremo a realizzarle in futuro con l’ingegneria genetica, dotarle di strutture cerebrali in grado di gestire sei arti sarà molto, molto meno banale che farglieli crescere artificialmente.

Quindi salutiamo i nostri bizzarri amici che ci hanno tenuto compagnia nei secoli, e con loro anche creature chimeriche più semplici come ad esempio i fauni. Il fauno tecnicamente è un tetrapode, ma ha arti troppo diversificati: due mani umane e due zampe dotate di zoccoli.

Quello che osserviamo negli animali esistenti ed esistiti è una sostanziale somiglianza strutturale nei quattro arti. Le nostre mani hanno cinque dita come i nostri piedi, e tutte le dita hanno le unghie, mani e piedi. Quelle delle mani ci servono ancora, quelle dei piedi no, ma non possiamo perderle a causa della codifica che ne fa il DNA.

Apparentemente il DNA forma delle strutture similari per i quattro arti, e le diversifica nel corso dello sviluppo embrionale. Strutture ossee analoghe, strutture muscolari analoghe, più o meno sviluppate a seconda della funzionalità dell’arto. Il massimo della diversificazione si ha negli uccelli, dove le dita degli arti superiori sono lunghe, hanno membrane e penne, e diventano ali, mentre quelle degli arti inferiori restano zampe.

Ma gli uccelli rappresentano un caso atipico, perché il volo è del suo un grosso successo evolutivo, tale da giustificare gli adattamenti successivi. Mentre tutti i quadrupedi hanno strutture analoghe negli arti superiori ed inferiori, probabilmente perché il grado di complessità raggiunto dal DNA è tale da non consentire una ulteriore diversificazione che possa essere funzionale sul breve periodo.

Un processo evolutivo tale da produrre una diversificazione tanto drastica tra arti superiori (mani) e inferiori (zoccoli) richiederebbe tempi estremamente lunghi e situazioni di contorno molto forzate, difficili da prodursi spontaneamente.

Col risultato che adesso, quando incontro creature simili nelle opere di fantasia, fatico molto più di prima a farmene avvincere.