Armi di distrazione di massa (2)

Image Hosted by ImageShack.us

Non posso certo dirmi un appassionato di televisione, l’uso più tipico che ne faccio è per vedere dei film (quelli che mandano in onda, nemmeno noleggiati). I talk show li trovo inutili, vetrine per personalità egotiche e poco più. Ho maturato anche un riflesso istintivo che mi fa azzerare il volume non appena parte la pubblicità, in modo da non venire distratto e potermi dedicare a cose utili.

Tuttavia mi è rimasto una sorta di riflesso condizionato, intorno alle 20, per il telegiornale. Ho voglia, dopo una giornata di lavoro, di sapere cos’è successo nel mondo. Riflesso condizionato, ripeto, perché ormai non esiste telegiornale che assolva a tale incarico.

Sul baratro dell’informazione televisiva ragionavo con Manu ieri sera, a cena, mentre accanto a noi scorrevano le immagini ed i "servizi" dei vari TG fotocopia della tv di stato. Manu, dando voce a quello che anch’io stavo pensando, ha esordito affermando: "io non ce la faccio più a sopportare un’informazione così scadente". Non potevo che concordare. Tra un aggiornamento sui dettagli morbosi dell’ultimo delitto irrisolto, i battibecchi insulsi tra rappresentanti del governo e dell’opposizione, qualche celebrazione di rito coi soliti parrucconi e l’immancabile "marchetta" (ieri era il nuovo disco di Ornella Vanoni, come se nel 2007 possa ancora avere un senso…) il menù è servito, indigeribile come sempre.

Ora io non saprei dire se in effetti l’informazione televisiva sia mai stata in grado di assolvere ad un compito diverso dall’anestetizzare le coscienze, incensare il potente di turno, nascondere informazioni essenziali e contribuire allo status quo, ma so per certo che ad oggi il livello di perfezione raggiunto è difficilmente superabile.

"Infotainment" la chiamano oltreoceano, informazione-spettacolo… magari! Qui siamo ormai al puro spettacolo, con un livello di informazione pari a zero. Mi domando se sia il prodotto di una somma di incapacità ben selezionate dalla classe politica, oppure si tratti di un lavoro estremamente sofisticato, operato da menti sopraffine, col solo scopo di produrre "tv spazzatura".

Possibile che gli italiani vogliano vedere proprio questo? Che gli vada bene così? Pensarlo sarebbe troppo disperante, ma è anche vero che finché non ci sarà un ricambio nella struttura democratica del paese (non solo un’alternanza di marionette legate mani e piedi ai vari potentati economici) questo modello di (dis)informazione resterà l’unico disponibile nella totalità dei palinsesti.

Ciclettando nei parchi

Image Hosted by ImageShack.us

Ieri pomeriggio, con Manu, abbiamo portato a pedalare un nipotino di quattro anni appena. Lo abbiamo scortato per via dei Fori Imperiali, pedonalizzata, abbiamo affrontato la salita di piazza del Campidoglio (fatta dal bambino quasi tutta in sella), siamo scesi per via dei Cerchi ed infine approdati al Circo Massimo, dove il giovinetto ha scorrazzato abbondantemente, affrontando anche qualche salita e discesa "tecnica" (per lui) in tutta libertà.

Ed io non ho mancato di stupirmi di fronte all’entusiasmo di un bambino così piccolo nei confronti della bicicletta, come pure di arrabbiarmi di come questa voglia di fare, di correre, di giocare, venga in tanti altri bambini quotidianamente mortificata, e troppo spesso incanalata in forme di gioco "virtuale", davanti ad un monitor, prive della pienezza sensoriale e della fisicità che una semplice passeggiata in bici offre.

Quindi mi è tornato in mente un progetto di pochi mesi fa, nato nello spazio dei commenti del blog Romapedala: proporre uscite per i bambini nei parchi urbani. Roma è piena di parchi, tutti da scoprire non solo per i più piccoli ma anche per gli adulti, dunque perché non proporre una serie di passeggiate alla scoperta del verde urbano? Questo è il periodo in cui le associazioni mettono mano alla pianificazione dei calendari, potrebbe essere il momento giusto.

I dettagli da mettere a punto sono tanti, ma orientativamente l’idea è di iniziare con cadenza mensile (in seguito, se l’idea piace, si fa presto ad aggiungere altri appuntamenti), proponendo escursioni in mattinata, giri brevi per i bambini piccoli e più lunghi per quelli grandicelli, coinvolgendo i genitori nella gestione delle iniziative.

I parchi sono tanti. Villa Pamphilij, Villa Ada, Villa Borghese, la ciclabile del Tevere potrebbe essere "spezzata" in tre appuntamenti distinti: nord, centro e sud, Poi c’è la riserva dell’Aniene, Tor Tre Teste, Centocelle, il parco degli Acquedotti, la Caffarella, l’Appia Antica, aree di grande bellezza ed interesse spesso sconosciute non solo ai bambini, ma agli stessi genitori.

Per chi avesse voglia di partecipare a questo progetto, un’occasione per cominciare a parlarne potrebbe essere il prossimo venerdì alla CriticalMass, o in serata all’inaugurazione della sede dei Ciclonauti in via Baccina. O i commenti di questo Blog.

Update: questa proposta è stata pubblicata anche su RomaPedala, dove mi aspetto che arrivino altri commenti e suggerimenti.

Tre in uno

Tra il viaggio in Albania e la stesura del lungo resoconto non ho avuto molto tempo per registrare su questo diario "on-line" le cose che ci metto su di solito. Ad esempio i libri. Invece nelle lunghe tratte in treno, nelle notti in traghetto, c’è un sacco di tempo per leggere, e in quest’ultimo mese ho potuto "smaltire" una piccola parte dei libri (ahimé) accumulati nel corso degli anni.

Image Hosted by ImageShack.usIl primo, per la verità, non era affatto "accumulato", essendo uscito nelle edicole alla fine di luglio. "Venti Galassie" è un’antologia di racconti di fantascienza molto freschi: "Year’s best sf n°9" è uscito nel 2004 e raccoglie i migliori racconti dell’anno prima. Dopo aver tanto lamentato il fatto che Urania pubblichi troppo spesso storie stravecchie avevo onestamente grosse aspettative nei confronti di questo volumetto, e non sono andate deluse.

Di venti racconti, molto diversi tra loro ma tutti stimolanti, quello che mi è piaciuto di più è "La notte del tempo" di Robert Reed che arriva, al termine di un affresco di respiro epocale, ad affermare una verità semplicissima, ma molto profonda sull’animo umano.

Image Hosted by ImageShack.usDelude invece "Artificial kid" di Bruce Sterling, almeno per me che ho sempre apprezzato la caustica vena politica di uno dei due "padri del Cyberpunk", lontano anni luce dalla critica sociale ed economica di "Caos USA" e dalle geniali intuizioni dell’ormai antico "La matrice spezzata" questo romanzo sembra una versione aggiornata degli affreschi "paesaggisti" di Jack Vance.

Molta coreografia ma personaggi privi di spessore e di fascino, inseriti in un plot non particolarmente entusiasmante se non per le trovate "scenografiche" determinate dal bizzarro mondo in cui si trovano ad agire. Non un brutto libro, ad ogni modo, ma Sterling ci aveva abituato a ben altro.

Image Hosted by ImageShack.usL’ultimo, iniziato in Albania e finito pochi giorni fa, è uno di quei "classici" che periodicamente vengono ripubblicati solo per tornare nuovamente nel dimenticatoio per lunghi anni. "Morire dentro" di Robert Silverberg è un romanzo controverso e difficilmente catalogabile, a farla da padrone non sono scenari futuribili o innovazioni tecnologiche, bensì la situazione inconsueta data dal "dono" che possiede il protagonista di leggere nei pensieri più riposti degli altri. Il tutto, per di più, in un’ambientazione contemporanea che di più non si può (la New York degli anni ’70, che già adesso ci appare lontana nel tempo) fa di questo libro la fotografia di un momento storico, delle sue tensioni ed aspirazioni.

Tra conflitti psicologici irrisolti, spaccati di personalità complesse, ossessioni sessuali e limiti umani insormontabili (da cui il fatto che da questa sua capacità straordinaria egli riesca a ricavare poco o nulla di vantaggioso) il telepate Selig ripercorre le tappe della sua vita, cercando da un lato di accettare la perdita del suo potere e della sua unicità, dall’altro di trovare nuove motivazioni nel doversi rapportare agli altri su un piano di parità. Fino a scoprire, alla fine dei conti, che un potere di questo tipo è probabilmente preferibile non averlo.

Come per "Vacanze nel deserto", altro suo capolavoro dello stesso periodo, anche qui il pretesto fantascientifico (o "fantasy") serve a Silverberg per scavare a fondo nell’animo umano, regalandoci una storia avvincente ed inquietante.

Trasformazioni

Arriva un momento, nella vita, in cui scopri che ogni esperienza è unica ed irripetibile.

Realizzi che quella non è solo "la prima volta"… ma "l’unica volta", in cui fai qualcosa, anche semplice. Una cena, un viaggio, uno spettacolo, non saranno mai più gli stessi. Perfino rivedere lo stesso film non ti darà la stessa emozione, il film sarà uguale, ma nel frattempo sarai cambiato tu, sarà cambiato il mondo intorno.

Poco dopo diventa chiaro che "l’unica volta" è solo un altro modo per dire "l’ultima volta".

È un momento importante, perché da quel punto in poi impari a vivere ogni esperienza sapendo già che sarà l’unica volta, e l’ultima, che la vivrai. Cominci a vedere il mondo con occhi diversi, a fare scelte con criteri diversi, perdi in leggerezza, in spensieratezza. Tutto quello che non farai adesso non lo farai mai più. Tutto quello che di bello ti accade oggi non accadrà mai più. Ogni libro che leggi, con molta probabilità non lo leggerai mai più. Ce ne saranno altri, sì, molti altri che leggerai una sola volta, troppi altri che non leggerai mai, ed anche i libri già letti da molto tempo, sai che non li rileggerai più.

Diventare consapevoli della propria finitezza serve a non sprecare nulla, ma aggiunge ad ogni esperienza un sapore diverso, un retrogusto vagamente amaro. Perché alla fine comprendi che non puoi possedere realmente nulla, e tutti gli strumenti che hai accumulato per riprodurre le emozioni, musica, letteratura, arti grafiche, sono solo palliativi. Alla fine ti rendi conto di aver perso un pezzo di te, una parte importante.

È quello che molti chiamano "diventare adulti".

Il Mondo salvato dagli OGM?

Da un po’ seguo via feed RSS il blog Scienza in cucina di Dario Bressanini che sviluppa tematiche scientifiche legate ai cibi. Ho trovato decisamente interessante, oltreché molto chiaro e ben esposto, un post sui cibi OGM, dei quali si parla molto spesso senza cognizione di causa.

Ho trovato altresì interessante la discussione che ne è seguita nello spazio dei commenti, ma alla fine ne sono rimasto insoddisfatto per una certa superficialità nell’affrontare unicamente su un piano scientifico temi che invadono l’ambito etico/morale, così ho aggiunto anche il mio commento, e già che ci sono ve lo ripropongo pure qui. Manca, è vero, il resto della discussione (ma se volete la trovate in coda all’articolo, seguendo il link) tuttavia mi sembra che gli argomenti vengano esposti in forma sufficientemente autocoerente da giustificarne la pubblicazione.



Molto interessante l’articolo, ma ho apprezzato meno la piega che ha preso la discussione nello spazio dei commenti. Non credo che il problema sia di partigianeria pro o contro gli OGM, né se la ricerca pura sia cosa buona o cattiva. Dirò una banalità: nessuna cosa è buona o cattiva in sé, dipende dall’uso che se ne fa. E l’uso che si vuole fare degli OGM è purtroppo finalizzato a far arricchire le aziende che li sviluppano.

Non mi si venga a dire che il "gene killer" di Monsanto ha finalità etiche, o aiuterà il mondo a sconfiggere la fame. L’unica finalità che ha è quella di vincolare i coltivatori, anno dopo anno, all’acquisto di granaglie, dal momento che quelle che coltiveranno non saranno fertili. E questo, per i paesi del terzo mondo, equivale a mettersi un cappio al collo: se per ipotesi l’intera agricoltura dovesse passare a semi con il "gene killer" le varietà locali sparirebbero, e la dipendenza sarebbe totale.

Quindi la questione passa su un piano etico/morale, la conoscenza in sé è neutra, ma poi che uso se ne farà. Ammesso che si arrivi un giorno (lontano) a conoscere abbastanza sul funzionamento dei geni da poter produrre nuove specie, poi come verrà utilizzato questo sapere? Regalare una simile conoscenza, un simile potere, ad una specie come la nostra socialmente e politicamente immatura, che conseguenze avrà? Mi sembra che da parte degli scienziati e dei tecnici questo livello di analisi sia pesantemente sottovalutato.

Dire che gli OGM possono "risolvere dei problemi" dovrebbe indurci a ragionare sulla definizione che noi diamo del "problema" in sé. Produrre fragole che resistono al freddo quale problema risolve? Vendere fragole ai finlandesi che altrimenti devono importarle? E’ davvero un problema così grave da richiedere investimenti in ricerche genetiche o piuttosto solo un’idea semplice e un po’ paracula per far soldi?

(N.b.: aggiungo qui una breve ma necessaria annotazione non presente nel commento originario. Nel lasso di tempo di diverse ore intercorso tra il momento in cui ho letto l’articolo, ed i primi commenti, ed il momento in cui ho scritto quello che state leggendo mi si devono essere rimescolate un po’ le idee, per cui ho fatto confusione tra il pomodoro resistente al freddo e le fragole-pesce che non sono mai esistite. Questa incongruenza mi è stata fatta notare nei successivi commenti all’articolo originale ed anche qui. Mi scuso se ho aggiunto disinformazione ad una argomentazione che continuo a ritenere di fondo ragionevole)



Visto così il mondo appare diviso in due metà, una che deve risolvere il problema di avere da mangiare, e soffre la fame, l’altra che deve risolvere il problema di avere cibi nuovi ed esotici perché si annoia di mangiare sempre le stesse cose. La seconda metà spende e spande le ricchezze del mondo (il petrolio arabo) riccamente fregandosene della prima.

Sul tema dell’inquinamento genetico penso che la riflessione dovrebbe essere più profonda. E’ vero che anche in natura accade che le varie specie competano, ed alcune abbiano la peggio, ma qui devono competere con specie le cui finalità evolutive sono dettate dalle pretese umane, non da un adattamento naturale. Non c’è bisogno di scomodare l’ingegneria genetica per far notare che la selezione artificiale operata dall’uomo ha prodotto dei bovini da latte che ormai possono vivere solo in condizioni artificiali, con macchine che pompano via quotidianamente decine di litri dalle loro mammelle. Simili bovini, in natura, non sopravviverebbero a quelle che sono vere e proprie tare genetiche, tuttavia funzionali all’industria dei latticini. Per le specie vegetali il discorso è analogo, una pianta di mais selvatico impollinata da una varietà industriale potrebbe risentirne negativamente. Una pianta impollinata da mais contenente il gene killer produrrebbe una progenie sterile, e si estinguerebbe.

Poi, e qui il discorso ci porterebbe troppo lontano, c’è di fondo il problema dei problemi, quello della pressione demografica della nostra specie sull’ecosistema, ma fintanto che la spinta demografica verrà considerata alla stregua di un’arma da usare contro le popolazioni limitrofe, com’è in molta parte del mondo, difficilmente la nostra specie troverà un equilibrio col pianeta che la ospita.

E’ quindi a mio parere riduttivo legare lo sviluppo delle biotecnologie unicamente alla soluzione di "problemi" slegati da una visione globale di equilibrio da raggiungere. Potremo trovare il modo di rendere l’agricoltura più efficiente, ma questo non risolverà il problema di una popolazione in costante aumento, che alla fine richiederà sempre più cibo. E la soluzione a questo non verrà dalla scienza o dalla tecnica, ma da un maturazione collettiva, politica e sociale, delle persone.

Sotto una nuova luce

Sabato mattina, con Manu, ci siamo regalati una passeggiata per il centro storico. Pensavo, tanto per parafrasare un luogo comune, che "Roma non è Tirana". Quanto è diverso crescere in mezzo a storia, arte e bellezza! Il sole, complice l’aria tersa dovuta alle piogge dei giorni scorsi, illuminava vicoli e piazze di una luce netta ed estremamente vivida.

"È solo un’impressione, o davvero c’è una luce diversa rispetto a qualche anno fa?", mi domandavo. La fredda logica insisteva che no, dato che la città è la stessa, la luce non può cambiare  da un anno, all’altro. Ma l’occhio allenato del fotografo era lì ad insistere: la luce è diversa.

Tra i venti e i trent’anni ho passato pomeriggi interi a camminare per le vie del centro armato di macchina fotografica. Osservavo, valutavo, scattavo. Possibile che mi ingannassi, a causa della diversa resa delle pellicole rispetto alla macchina digitale, ma la luce sembrava davvero diversa. Più bella.

Pensa che ti ripensa ad un certo punto, come i famosi pezzi del mosaico che si incastrano l’uno nell’altro, ho realizzato il motivo del cambiamento: le facciate dei palazzi sono state restaurate. Ripulite dal grigiume dello smog, ritinte di colori più chiari e brillanti, restituiscono indietro molta più luce di prima, e di un colore diverso.

Tempo addietro le vecchie facciate dal tipico color rosso mattone, scurite dagli anni e dal traffico, assorbivano gran parte della luce solare, precipitando vicoli e stradine in una luce molto attenuata. Ora, invece, facciate color zabaione, o crema, o pesca, contribuiscono ad un notevole incremento nella luce che illumina le viuzze in ombra del centro storico, stimabile intorno al 200%.

E noi possiamo ammirare Roma sotto una nuova luce.

Durazzo, fine del viaggio

22 agosto
Tappa finale, che potremmo definire "di trasferimento". Dalla quarantina di chilometri della tratta Kruja-Dürres (Durazzo) non ci aspettiamo granché, e non tardiamo ad avere riscontro delle nostre scarse aspettative. Rifacciamo all’indietro la strada di due giorni prima fino a Fushë-Krujë, ideale monumento alla mobilità insostenibile, e pochi chilometri più in là confluiamo in una superstrada-autostrada che resterà tale fino a Durazzo.

IMG_3012.JPG


Tra il rumore ed il traffico incessante non è certo un modo piacevole di viaggiare in bicicletta, ma abbiamo visto di peggio. Rispetto alla terribile Valona-Fier la sede stradale è ampia e consente agli autoveicoli di sorpassarci a debita distanza. A tratti riusciamo perfino a pedalare sulla corsia di emergenza, fuori dalla sede stradale.

IMG_3013.JPG


Scatto un paio di foto (le due qui sopra) dalla bici in corsa, mentre sto per riporre la fotocamera nel marsupio una stele funeraria mi viene incontro, e fotografo al volo anche quella.

IMG_3014.JPG


È incredibile il numero di lapidi che si possono incontrare sulle strade dell’Albania, caduti di una guerra infinita denominata "motorizzazione di massa", in cui spesso le vittime ed i carnefici si identificano. Queste tre foto sono per me sufficienti a raccontare l’intera pedalata.

Durazzo, nonostante la cattiva fama dei porti di mare, appare una città abbastanza ordinata e pulita, almeno nelle sue vie più centrali.

IMG_3023.JPG


Continua a leggere