Inquietudine

Riassumiamo la situazione. Pochi giorni fa viene inaugurato in pompa magna il “portale del turismo in Italia”che viene immediatamente fatto oggetto di critiche dall’intera rete dei blogger italiani. Tale sito, oltre ad essere straordinariamente costoso per un’infrastruttura internet, Risulta lentissimo, mal strutturato, carente di diverse funzionalità, tradotto coi piedi nelle altre lingue (tanto per far ridere gli anglofoni), non indicizzabile dai motori di ricerca, discutibile nei contenuti e pressoché inaccessibile ai non “normodotati”. Insomma, una vera catastrofe anche senza menzionare il fatto principe: che un “portale” di concezione così arcaica, nell’internet di oggi, non ha alcuna utilità.Alcuni links per chiarire la questione: il neonato Blog Scandaloitaliano (che si occupa da qualche giorno di eviscerare la questione nei dettagli), ed un articolo di PuntoInformatico.

Ora a sorprendermi non è tanto il fatto che in Italia succedano di queste cose, quanto che a fronte di un’offensiva informativa così diffusa, praticamente dell’intera Blogosfera, nei media tradizionali non stia passando nulla. Né giornali, né telegiornali, né siti dei giornali stessi on-line. Perfino Beppe Grillo tace. E’ quello che si dice “un silenzio assordante”.

Ho come la sensazione che si stia svolgendo un silenzioso braccio di ferro tra l’informazione “dal basso”, quella delle persone, veicolata dalla rete, e quella “dall’alto”, controllata dal potere politico ed economico. Forse è la prima volta che si verifica un caso del genere… ed io lo trovo sommamente inquietante.

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La solitudine del blogger

Quando, all’inizio di gennaio, mi sono inventato questo blog sapevo già che avrei incontrato momenti di crisi, fatica, difficoltà di varia natura. Quello che non mi aspettavo è questa sorta di soliloquio in cui mi sono andato a ficcare.

Fatte salve tutte le osservazioni che mi sono state suggerite, in particolare sullo stile dei post troppo autocoerenti e quindi poco adatti a stimolare un dialogo, resta comunque il fatto che lo stimolo a proporre contenuti si è andato via via inaridendo. Avendo oltretutto molte altre cose di cui occuparmi, ho perso per strada il senso e lo scopo di tutto questo scrivere di me e del mondo. Non riesco più a capire per chi, e perché, lo sto facendo.

Detto questo, non sono ancora al punto di chiudere il blog, ma sento l’esigenza di prendermi una pausa di riflessione, necessaria a capire quanto per me valga ancora la pena star qui a “bloggare” ad un mondo silenzioso ed inerte. Non stupitevi, quindi, se per un po’ questo post resterà fisso in testa alla homepage.

Logo anch'io!

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Quanto ci vuole a fare un Logo? Premesso che non sono un "designer", che non ho esperienza, che non ci ho mai pensato lontanamente, ieri in ufficio ho aperto un programma di grafica con cui so un po’ smanettare e in cinque minuti ho tirato fuori quello che vedete nel riquadro. Magari non è bello, ma nemmeno onestamente brutto come quello acquistato per il portale italia.it, ed in compenso non costa una cifra assurda. Anzi, se qualcuno/a lo vuole glielo regalo.

Panta Rei (tutto cambia)

Un tempo, anche non molto lontano, gli uomini partivano per mare, affrontavano pericoli terribili e sconosciuti, tempeste, pirati, malattie, tornavano a casa dopo mesi o anni, e spesso ripartivano di nuovo. Un tempo le campagne militari potevano durare decenni, e per andare a far la guerra si lasciavano casa, famiglia, affetti, mentre il rischio era di non far mai più ritorno. Un tempo i mercanti partivano lungo le vie della seta verso l’oriente, per commerciare tessuti preziosi e mercanzie rare.

Oggi sembra diventato difficile persino disporre dell’intera domenica per un’uscita in bicicletta un po’ speciale… che situazione paradossale! Vien quasi voglia di rimpiangere i tempi in cui si partiva incontro all’ignoto senza la certezza di fare mai più ritorno.

La terra dei cachi

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Oggi volevo scrivere delle dimissioni di Prodi, del nuovo ed inverosimile “portale dell’Italia nel mondo”, col suo logo inguardabile (vorrei tanto sapere chi è il genio che ha disegnato quel cetriolo verde al posto della “t”), la lentezza esasperante e le miriadi di castronerie tecniche (e non solo) che contiene. Ma penso non serva a molto, la parola definitiva su questo paese l’ha già detta Giacomo Poretti (nella foto). E sono d’accordo, questo di oggi non è un post molto brillante, sarà che sento di vivere in un paese poco brillante, un paese che, non solo oggi, un post brillante proprio non se lo merita.

La proprietà intellettuale delle conversazioni

Trovandoci ad appartenere ad una specie che ha basato il proprio successo evolutivo sulla capacità di elaborazione di input complessi (detta anche "intelligenza"), dovremmo dare per scontato il desiderio di preservare e sfruttare al massimo i "prodotti" del nostro intelletto. Quest’esigenza, con l’avvento della stampa a caratteri mobili (e la conseguente libera circolazione della carta stampata), ha fatto sì che venissero promulgate leggi a tutela della "proprietà intellettuale", pensate per garantire, agli autori particolarmente brillanti, un giusto provento a fronte dalla diffusione delle loro opere. Man mano che la formalizzazione e la riproducibilità si estendevano ad altre forme di espressione intellettuale ed artistica (musica, fotografia, cinema), queste sono state incluse nel regime di "copyright".

Al giorno d’oggi assistiamo ad una tensione fortissima su questo argomento: da un lato l’industria dell’intrattenimento ha trasformato la "proprietà intellettuale" in un mercato miliardario, dando vita a quello che viene definito lo "Star System", dall’altro la diffusione degli strumenti informatici e della Rete ha reso estremamente semplice e pressoché a costo zero la possibilità di produrre e diffondere, in numero illimitato, copie di materiali protetti da copyright.

Il conflitto si sposta così su un piano etico, ovvero se per una collettività sia da preferire il garantire la libera circolazione delle idee, soprattutto quelle nuove, oppure il margine di profitto derivante dalla commercializzazione delle idee stesse in forma di film, libro, CD musicale.

In questo contesto si sviluppano anche degli evidenti paradossi, nati dalle nuove opportunità di dialogo e circolazione delle idee offerte dalla Rete. Ad esempio: a chi appartengono i commenti inseriti in Forum e Blog? Ha senso rivendicare la “proprietà intellettuale” di un commento? In assenza di un contratto d’uso, in che termini tale proprietà viene definita? Finiremo più in là col pretendere che ogni cosa che facciamo o diciamo finisca sotto copyright e richieda il nostro permesso per essere riprodotta? Dovremo pagare i diritti ogni volta che raccontiamo cose che ci sono state dette da altri?

Certo sembrano considerazioni paradossali, ma tanto assurde non devono apparire a tutti, almeno a leggere i commenti a questo post di Massimo Mantellini.

Un minuscolo pianeta gigante

Image Hosted by ImageShack.us La scena si ripete sempre più o meno identica: il telescopio puntato su Saturno, tizio o tizia che si avvicina, domanda di rito ("dove devo guardare?" oppure "cosa si vede?"), mia risposta di rito (a seconda della domanda: "qui, nell’oculare", oppure "guardi e basta, non servono spiegazioni"), tempo minimo necessario per trovare al buio la giusta posizione rispetto all’oculare e riuscire a vedere il pianeta, espressione di profondo stupore, quindi altre frasi di rito quasi per "esorcizzare" l’accaduto: "Non è possibile!", "Ma dài, è finto!", "Non ci posso credere!", "Ci hai messo una foto dentro, confessa!", o altre simili.

L’osservazione di Saturno, anche con un telescopio piccolissimo, fa esattamente questo effetto: stupore, incredulità, rifiuto, poi infine accettazione. Esiste. Sta lì. Non è un film, non è una fantasia, non è un effetto speciale. È semplicemente un pianeta con un anello intorno. Niente di più incredibile. Niente di più reale.

Regalare Saturno alle persone è una delle cose che, come astrofilo, dà più soddisfazione. È successo di nuovo sabato scorso, in una pausa del "weekend intensivo" col gruppo del laboratorio teatrale. Di tutte le cose dette sul momento mi è rimasta impressa la frase di Paolo: "Non sai che regalo ci hai fatto!".

In realtà penso di saperlo abbastanza bene, anche perché non è certo la prima volta che mi succede di far osservare il cielo… a spanne sono almeno venticinque anni da che ho iniziato ad interessarmi di astronomia. So che è una piccola "magia", che funziona sempre, con minime differenze da una persona all’altra.

Eppure Saturno dovremmo avercelo in testa più o meno tutti. Chi non ha mai visto foto su libri, documentari in televisione, servizi al TG ad ogni lancio di una nuova sonda spaziale, disegni, immagini. Il "pianeta degli anelli" fa parte ormai stabilmente del nostro immaginario collettivo. Ma qualcosa continua a mancare. E quel qualcosa è l’esperienza.

Scrivevo pochi giorni fa che esiste una differenza sostanziale tra "conoscenza" ed "esperienza". La nostra cultura è purtroppo basata sulla padronanza di conoscenze del tutto astratte ed alienate dalla realtà. Solo l’esperienza è in grado di cucire insieme le due cose, dare alla conoscenza un senso reale, svincolarla dall’astrazione e renderla parte di noi stessi.

Ed osservare coi propri occhi è esperienza. Sei lì al buio, con un puntino luminoso in cielo ed una scatola con un po’ di lenti davanti a te. Osservi il puntino ingrandito attraverso la scatola, un minuscolo disco con un anellino intorno, e l’immagine oscilla e tremola ad ogni soffio di vento. Non è finzione. Non è mistificazione. Non è conoscenza astratta. È esperienza. L’esperienza di un Universo sconfinato.