Travelling dobsons

Da quando, circa un anno e mezzo fa, ho cominciato ad osservare il cielo con l’occhio gigante di un dobson da 30cm, le dimensioni ed il peso di quest’ultimo hanno rappresentato un pesante freno ad un utilizzo frequente e continuativo. I problemi derivanti dal movimentare il basamento in legno truciolato ed il “secchio” del primario, entrambi pesanti più di quindici chili, hanno fatto sì che la media delle mie uscite osservative fosse inferiore ad una al mese.

In pratica, non disponendo di garage, il trasferimento dall’appartamento all’auto dell’intero ordigno completo di accessori (una valigetta con oculari e mappe, un binocolo, uno sgabello, una borsa con abbigliamento pesante indispensabile per passare ore al freddo) richiedeva quasi mezz’ora e la collaborazione di una seconda persona.

La prima fase consisteva nel portare tutti i “pezzi” del telescopio ed i vari accessori in prossimità della porta di casa, quindi potevo chiamare l’ascensore e cominciare a riempirlo per trasportare il tutto al pianterreno, rischiando strappi muscolari per gestire oggetti pesanti e sbilanciati.

Una per tutte la base rotante del peso di circa 20kg il cui diametro è risultato superiore all’apertura delle porte dell’ascensore condominiale, cosa che mi obbligava a sollevarla, ruotarla in verticale, metterla dentro, raddrizzarla, ed a ripetere la stessa sequenza di operazioni una volta arrivato a pianterreno per tirarla fuori.

Nella seconda fase il materiale temporaneamente appoggiato all’ingresso dello stabile doveva essere vigilato da una persona fidata per il tempo che mi era necessario ad andare a prendere l’auto da dove l’avevo parcheggiata e portarla davanti al portone in doppia fila (impensabile trovare un parcheggio a distanze ragionevoli). Quindi riprendeva l’usuale trafila di sollevare, trasportare, posare, andare a prendere il pezzo successivo, ecc, ecc…

L’ingombrante strumento finiva quindi con l’occupare entrambi i sedili posteriori della vettura (con una serie di interessanti contorsionismi per collocarcelo), ed il materiale accessorio tutto il resto del bagagliaio. Al che, già stanco e sudato come un cavallo al galoppo, potevo avviarmi per il paio d’ore di guida (in media) necessarie a raggiungere il sito osservativo.

Va detto che queste fatiche di Sisifo erano in genere ben ripagate dalla qualità delle osservazioni che il gigante era in grado di darmi. Ma, altrettanto, almeno un mese di tempo era necessario perché ritrovassi di nuovo la motivazione per sobbarcarmi una tale sfacchinata.

Per questo quando all’inizio dell’anno un frequentatore del forum “Dobsoniani” postò il link al sito web di un artigiano olandese capii che quella poteva essere la soluzione a molti dei miei problemi. Seguì uno scambio di e-mail con Michael Kalshoven per definire i dettagli dell’acquisto e delle operazioni successive.

Alla fine ho optato per il modello Alkaid. Il risultato finale dell’operazione avrebbe trasformato il precedente strumento (70 x 70 x 95cm e 37kg di peso complessivo) in un box di 45 x 37,5 x 15 cm per circa 16kg. Non così poco da poter viaggiare come bagaglio a mano su un aereo ma quasi.

Per fare un confronto al volo la foto seguente racconta più di mille parole (a destra il vecchio telescopio, a sinistra il nuovo):

Dato che, fatti due conti, mi sarebbe convenuto di gran lunga riciclare specchi, focheggiatore, cercatore ed oculari del LightBridge (ricomprarli nuovi mi sarebbe costato di più di quanto avrei ricavato complessivamente dalla vendita del vecchio telescopio), ho deciso di imbarcarmi nell’impresa di smontarli e trasferirli nella nuova struttura, in parte sottovalutandone le possibili complicazioni.

Una tra tutte la difficoltà di Michael nel fornirmi uno strumento già interamente collaudato e soprattutto bilanciato. Pensavo di potermi gestire agilmente le varie problematiche legate alla definitiva messa in opera del marchingegno, mentre ne sono rimasto assorbito per quasi una settimana.

Appena arrivata a casa la nuova struttura la prima cosa che ho fatto è stata di assiemare il tutto in assenza delle parti mancanti. Ho aperto la “cassa”, estratto tutto il contenuto e, pazientemente ed aiutandomi col manuale di istruzioni fornitomi da Michael, rimontato il tutto.

Questo è l’aspetto della “cassa” aperta con tutti i pezzi ancora al loro posto:

Questo è l’esploso dei vari componenti da riassiemare:

Questa prima operazione mi ha chiarito alcuni passaggi che non erano facilmente desumibili dalle foto on-line. In primis il numero di operazioni necessarie per ricomporre il puzzle risulta drammaticamente superiore a quelle prima richieste dal LightBridge, il tempo necessario è di conseguenza più lungo. In secondo luogo l’abile sandwich ad incastro che consente di reinserire tutte le parti nella “cassa” obbliga anche ad estrarle e sparpagliarle prima di partire a rimontare il tutto.

Oltretutto l’elevato numero di operazioni da compiere richiede cura ed attenzione, ed un minimo di presa di confidenza per poter rendere al meglio. Si diventa realmente padroni dello strumento solo dopo averlo montato e riposto almeno una decina di volte.

Di buono c’è l’estrema cura ed attenzione progettuale, il largo impiego di perni, piccole calamite e velcro per posizionare esattamente le diverse parti e la relativa semplicità risultante nell’effettuare un numero di operazioni che all’inizio può incutere preoccupazione.

Il risultato finale è grossomodo questo (la foto è tratta dal sito “Sumerian Optics” ed illustra uno strumento da 10″, il mio è poco dissimile):

Trasferire le ottiche non ha rappresentato un problema enorme, ma lo smontaggio del secondario dalla sua sede nel LB e la sua ricollocazione sul supporto dell’Alkaid mi ha fatto tribolare un po’ ed esposto a preoccupazioni sull’efficacia del risultato, poi spazzate via dall’osservazione diretta una volta che ho potuto finalmente metterci l’occhio ed guardare il cielo (purtroppo fin qui solo dal balcone). Rispetto alla soluzione di Michael ad ancoraggio puramente magnetico ho costruito ed aggiunto un ulteriore pomello di bloccaggio sul perno filettato dello specchio secondario (più per esigenze di stabilità della collimazione che per reali preoccupazioni sul rischio di distacco).

Per il focheggiatore la soluzione adottata, a differenza del modello visibile sul sito, consiste nel renderlo rimovibile ed assiemarlo ogni volta. Questo ha significato trovargli un posto nella valigetta portaoculari, che si è di conseguenza appesantita.

Invece quello che mi ha fatto penare di più è stato il puntatore, obbligandomi ad inventare un’apposita staffa, costruirla in officina e montarla sopra l’anello portasecondario. Il problema è dipeso dal sistema di richiusura del telescopio, che praticamente non lasciava spazio per il montaggio della staffa standard in una posizione comoda per l’utilizzo osservativo. Ho risolto eliminando parte del precedente supporto e costruendo una nuova staffa ultrasottile.

Assiemato il tutto e testato sul cielo lo strumento risulta comunque abbastanza dissimile dal precedente. La leggerezza ha un prezzo che si traduce in una maggior flessibilità ed elasticità della struttura. Le varie prove effettuate col collimatore laser hanno comunque dato come risultato un ritorno elastico alla condizione di partenza: la struttura flette, ma elasticamente si riassesta nella posizione ottimale, anche se la collimazione a diverse altezze richiede piccoli ritocchi.

Un minimo di flessione complessiva appare al momento non eliminabile passando dalla visione allo zenit ad oggetti più bassi. Il punto rosso del collimatore laser si sposta in basso di un paio di millimetri rispetto all’anellino di centraggio sul primario. Questo potrebbe danneggiare la qualità dell’immagine lavorando ad altissimi ingrandimenti per osservazioni planetarie, ma può essere comodamente corretto sul momento effettuando una collimazione ad-hoc. In ogni caso attendo di verificare sul campo l’effettivo sussistere di eventuali problemi.

La leggerezza della struttura si evidenzia invece con una eccessiva sensibilità alle vibrazioni introdotte dalla ventola di raffreddamento dello specchio primario. In pratica se si vuole salire molto con gli ingrandimenti occorre che tale ventola sia spenta. La ventola è fissata sulla cella del primario mediante velcro, in modo da renderla asportabile, è perciò sufficiente evitare di spingerla troppo a fondo, lasciando al tessuto l’onere di assorbire le vibrazioni senza trasmetterle alla struttura.

Un altro limite di questa soluzione è rappresentato dall’impossibilità di puntare oggetti in prossimità dell’orizzonte. Questo è dovuto all’esigenza di inscatolare all’interno del “box” le due “D” curve su cui lo strumento effettua lo scorrimento verticale, il che ne limita le dimensioni. Nel concreto lo strumento non può assumere una posizione orizzontale ma deve limitarsi ad oggetti posti ad almeno 5°~10° dall’orizzonte.

In realtà questo è un limite molto relativo. Dato che l’inquinamento luminoso e l’assorbimento atmosferico danneggiano maggiormente gli oggetti “bassi” si preferisce di gran lunga osservare in prossimità dello zenit (salvo per particolari situazioni estremamente rare in cui si osserva ugualmente anche se in condizioni meno che ottimali e con qualche “acrobazia”).

Da ultimo lo strumento risulta leggermente sbilanciato montando gli oculari più pesanti. Questo è probabilmente dovuto non tanto al peso degli oculari quanto a quello del focheggiatore. Purtroppo, come già spiegato, Michael non ha avuto presso di sé lo strumento completo per poter effettuare una equilibratura ottimale e fornirlo perfettamente performante. Sapevo di correre questo rischio ed ero preparato.

In realtà anche questo è un problema risolvibile. Su telescopi ultraleggeri come questo non si ricorre a pesi aggiuntivi per il bilanciamento ma ad un elastico. Dovrò solo trovare un altro elastico più robusto e sostituire quello attuale.

In cambio però ho uno strumento che, senza rinunciare alle performance ottiche del precedente, è diventato finalmente gestibile, posso metterlo in macchina e portarlo in ufficio in previsione di una sessione osservativa serale, o decidere di averlo con me quando invitato a cena da amici, o imbarcarlo in aereo per la prossima vacanza.

Per darvi un’idea, la scorsa settimana ho rinunciato ad un’uscita osservativa infrasettimanale perché non avevo ancora risolto il problema del piazzamento del cercatore. Mi è dispiaciuto aver perso un’occasione… fino al momento in cui ho realizzato che quell’occasione dipendeva unicamente dall’avere il nuovo strumento. Col vecchio non sarebbe stata “un’occasione”, non avrei semplicemente avuto la possibilità di utilizzarlo.

Insomma, dover rinunciare, per una volta, a qualcosa che prima non si aveva proprio… è già un po’ una mezza vittoria!

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Angoscia radioattiva

Torno a parlare del disastro nucleare di Fukushima perché lo sto vivendo con l'angoscia di chi è in grado di inquadrare i termini tecnici del problema e nonostante tutto subisce le ambiguità ed i silenzi dell'informazione.

Da ormai due giorni seguo pressoché in diretta, grazie ai liveblogging de Il Post ed ai commenti che rimbalzano in rete, l'evoluzione della situazione, che diventa più drammatica di ora in ora.

E' questo uno degli aspetti inattesi della globalizzazione, una tragedia che si svolge dall'altra parte del pianeta ci opprime in tempo reale, possiamo seguirne tutti gli sviluppi con un livello di dettaglio prima impensabile.

Le immagini della devastazione si abbattono su di noi come uno tsunami culturale, distruggendo gioia e buonumore. Eppure è impossibile mantenere il distacco, pensare di esserne lontani, illuderci che questi fatti riguardino altri.

Da sempre abbiamo vissuto le tragedie di popoli anche confinanti attraverso i filtri imposti dai governi ai canali informativi, ora, invece, è un po' come essere lì, assieme al popolo giapponese. La rete ci porta in tempo reale foto, video, racconti.

Il Giappone fa ormai parte dell'esperienza di vita di chiunque si nato dagli anni '60 in poi, di tutti quelli cresciuti con i cartoni animati giapponesi come primissima scuola di vita. Nessun'altra cultura è riuscita a rappresentare con tanta forza i valori dell'onore, della lealtà, dello spirito di sacrificio.

Sgomenta quante affinità vi siano tra quelle riletture in chiave mitico/tecnologica e l'attuale tragica realtà dei fatti. In Godzilla un dinosauro risvegliato ed ingigantito dagli esperimenti nucleari giunge dall'oceano (oggi lo tsunami) ed arriva a devastare i villaggi costieri. Nei cartoni di Jeeg Robot d'Acciaio creature dormienti provenienti dal sottosuolo (oggi terremoti e radionuclidi) distruggono le città giapponesi.

L'illustratore Makkox è riuscito con una straordinaria capacità di sintesi a racchiudere tutto questo in un'unica tavola, in cui il mostro che attacca e distrugge le città è alimentato dalla nostra fame di comodità, tecnologie e modernità.

E il pensiero corre di nuovo al passato, a quel referendum che più di vent'anni fa ha fermato le installazioni nucleari in Italia. Non ci fosse stato potremmo aver avuto una centrale nucleare vicino L'Aquila, nei giorni del terremoto, ed esserci trovati noi nella situazione che vive ora il Giappone, con l'incubo di una nube mortale pronta ad avvolgere aree densamente popolate.

Ora nessuno sa più cosa fare, il vaso di Pandora è scoperchiato e nessuno è in grado di prevedere cosa ne uscirà fuori. Il Mondo intero osserva attonito e sorpreso l'ennesimo venire al pettine dei problemi prodotti da uno sviluppo folle e scellerato, disposto a correr rischi per un tornaconto immediato anche a costo di ipotecare il futuro delle generazioni a venire.

Esattamente quello che i nostri vetusti e ciechi governanti attuali continuano a fare. Ed è questa, probabilmente, la prospettiva più terrificante.

 

Torna l'ombra della catastrofe nucleare

In questi giorni il flusso ininterrotto di notizie catastrofiche proveniente dal Giappone ha il potere di far sembrare fragile la trama stessa della realtà. I pensieri quotidiani, le piccole abitudini, le preoccupazioni per le cose da fare nei giorni seguenti appaiono precarie come un acrobata che cammini su una corda tesa.

Prima un terremoto devastante, ben assorbito dall'edilizia antisismica, poi uno tsunami di tale portata da cancellare dalle coste interi villaggi, con migliaia di morti, quindi l'ombra di una catastrofe termonucleare, immagini di centrali che esplodono ed il rischio concreto di una fusione del nocciolo, quello che accadde a Chernobyl e Three Mile Island.

Gli esiti sarebbero devastanti: territorio contaminato per decenni (in un arcipelago di isole sovrappopolate), una lunga coda di tumori, aborti spontanei, malformazioni, leucemie infantili. Un'ipoteca terribile sugli anni a venire ed un'ombra che rievoca l'apocalisse atomica di Hiroshima e Nagasaki.

Il mio titolo di studio è di un genere ormai estinto: un diploma di perito industriale in "energia nucleare" conseguito nel 1982. Era un corso di studio per operatori di centrali atomiche, dopo il diploma pensavo di andare a studiare fisica all'università, e magari astrofisica… invece sono finito a fare il disegnatore meccanico.

Avevo scelto quella specializzazione sul finire degli anni '70 perché pensavo che l'energia nucleare fosse il futuro. E negli anni '70 sembrava davvero esserlo, anche se tutto era iniziato molto prima, nell'America degli anni '50, vero e proprio faro culturale dell'epoca e dei decenni a venire.

Con la sconfitta del nazismo, la potenza termonucleare si incarnava in nuove entità dai poteri semidivini, destinate a soppiantare gli antichi miti restituendoli in una forma adeguata all'immaginario della nuova era atomica: i supereroi.

Nei fumetti, l'Uomo Ragno, l'incredibile Hulk, i Fantastici Quattro, ottenevano i loro poteri dopo essere stati esposti alle radiazioni, ed io bambino sognavo di poterne emulare le gesta. La scelta del corso di studi non avrebbe potuto essere diversa.

Negli anni degli studi superiori, tuttavia mi resi conto di quanto critici fossero i sistemi di sicurezza, e di quanti problemi irrisolti vi fossero ancora a quell'epoca. Il ritrattamento e lo smaltimento delle scorie, la dismissione delle centrali (il cui intero edificio al termine del periodo di funzionamento finisce col produrre radiazioni a bassa intensità), questioni che ancora oggi non hanno trovato soluzioni soddisfacenti ed anzi paiono complicarsi.

A questo si aggiunsero la personale opinione sulla cialtronaggine e l'arrivismo privo di scrupoli caratteristici della classe politica espressione del popolo di cui faccio parte e l'instabilità geologica intrinseca del suolo italiano. Un mix assolutamente micidiale.

Per questo, col mio bel diploma di "Perito Nucleare" in tasca me ne sono andato a votare al referendum a favore della chiusura delle centrali nucleari italiane, ed è una decisione che tutt'ora rivendico e non rimpiango.

Sarebbero passati altri anni prima di rendermi conto di altre cose ancora che in quegli anni l'informazione aveva taciuto, ad esempio il fatto che la produzione di energia per mezzo di materiale fissile è del suo intrinsecamente antieconomica, e l'unico motivo vero dell'esistenza di centrali nucleari è da sempre la produzione di plutonio per utilizzi bellici.

Ma il nucleare non pone solo problemi meramente tecnologici, richiede anche di operare scelte che personalmente ritengo inaccettabili sul piano etico.

Quando in Giappone avvenne l'incidente di Tokaimura si rese necessario chiedere a tre tecnici la disponibilità ad entrare in un locale irradiato ed assorbire dosi letali di radiazioni per mettere in sicurezza l'impianto. Due di quei tre tecnici, come previsto, morirono poi nelle settimane successive, fu il prezzo per riportare la situazione sotto controllo.

Agli operai ed ai pompieri che per primi intervennero a Chernobyl accadde la stessa cosa, si sacrificarono consapevolmente per salvare le popolazioni delle zone adiacenti alla centrale. Ora i tecnici che stanno lavorando a Fukushima stanno probabilmente andando incontro ad una sorte analoga, con l'abnegazione e lo spirito di sacrificio che caratterizza la cultura ed il popolo giapponese.

Il problema è che una reazione nucleare fuori controllo non può essere gestita. Non è un incendio che si può semplicemente spegnere, e anche da spenta rimane pericolosa per gli organismi viventi. Chernobyl dorme sotto un sarcofago di cemento che va monitorato costantemente affinché il sonno del mostro continui indisturbato.

Ora non so voi, ma io moralmente trovo inaccettabile una tecnologia che in caso di guasto mi obblighi a chiedere a delle persone di suicidarsi consapevolmente al mio posto per salvare me e gli altri dal disastro. Sono disponibile a rinunciare a molte delle cose inutili che la società dei consumi continua a propormi, pur di rifiutarmi di dover fare questa scelta.

Strange days

“Certe cose accadono, imprevedibilmente. Bisogna solo avere la pazienza di aspettarle, e la fortuna di capitarci… O la determinazione per farle succedere.”

Martedì sera si era deciso di festeggiare. In seguito ai colloqui con il nuovo assessore alla mobilità, Antonello Aurigemma, abbiamo vista formalizzata la possibilità di trasportare le bici pieghevoli su tutti i mezzi pubblici ed un’estensione al sabato della possibilità di trasportare le bici tradizionali sulle due linee metropolitane, oltre ad un anticipo dell’orario serale dalle 21.00 alle 20.00

Piccole vittorie, certo, ma anche timidi segnali della possibilità di trasformare l’asfittica realtà della mobilità cittadina, creando un cortocircuito tra “buone azioni” dell’amministrazione ed attenzione da parte della stampa.

Ottenuto questo primo incoraggiante risultato al sottoscritto è venuta l’idea di creare un piccolo evento, potenzialmente di effetto mediatico ma comunque di positivo “fomento“: festeggiare con lo spumante offerndo da bere ai passeggeri e fruitori del servizio di metropolitana.

L’idea, girata sul forum del coordinamento Di Traffico Si Muore, è stata accolta con entusiasmo. In fondo festeggiare è sempre una bella cosa, mette di buonumore e l’idea di coinvolgere anche i non ciclisti aveva la finalità di far comprendere che questo successo era di tutti, non la vittoria di un gruppo di utenti a danno di altri.

La cosa è pian piano montata, abbiamo avvisato i nostri contatti nelle redazioni che ci hanno visto la possibilità di “creare una notizia“, finché a pochi giorni, o meglio poche ore dall’evento, schedulato per l’ora di entrata in servizio del nuovo orario (le 20.00 di martedì) abbiamo appreso che anche l’assessore Aurigemma era intenzionato a partecipare ai nostri festeggiamenti, e che avrebbe coinvolto (forse!) anche il sindaco Alemanno.

Martedì è stato un giorno di pioggia battente, nonostante questo verso le sette di sera mi sono avviato con la fida pieghevole ed una bottiglia di spumante nella borsa alla volta della stazione di Colosseo. Pian piano, nonostante la pioggia non accennasse a diminuire, un po’ di amici ciclisti hanno cominciato a radunarsi all’interno della stazione, dove bici, pieghevoli e non, di vari modelli hanno cominciato ad accumularsi.

Alle 20.00 è partito il primo brindisi, con qualche scatto di flash nostro e di una giornalista, questa è una foto del momento (grazie a Federico Occhionero).

A questo punto Paolo ci avvisa che dobbiamo andare a prendere l’assessore e il sindaco sotto il Campidoglio perché “hanno insistito per esserci anche loro. Dobbiamo procurargli un paio di biciclette così pedaleranno con noi da via di San Pietro in Carcere fin qui“. Stupore, perplessità, guardiamo fuori e sta ancora piovendo.

Detto fatto ci organizziamo e in un gruppetto di sette o otto persone ci avviamo pedalando sotto la pioggia fino al luogo dell’appuntamento distante poche centinaia di metri. Poi aspettiamo lì, per una manciata di minuti, sotto una pioggia non fortissima ma comunque fastidiosa, domandandoci se non ci staranno per caso prendendo per i fondelli, o non ci sia stato un fraintendimento.

Alla fine Aurigemma ed Alemanno escono fuori, gli molliamo un paio di bici (una bianca a collo di cigno per il sindaco ed una pieghevole per l’assessore) e ripercorriamo all’indietro con loro la strada fino al Colosseo, illuminata dai lampioni, sempre sotto la pioggia che non accenna a voler smettere.

Io sono totalmente incredulo, sospeso in una di quelle situazioni surreali che non di rado la bicicletta riesce a regalarmi. Ancora non mi capacito del fatto che un sindaco ed un assessore (oltretutto di centrodestra) siano li con me a condividere divertimento e disagi dell’andare in bici sotto la pioggia, di notte.

Saliamo sul marciapiedi che costeggia i Fori Imperiali e la sensazione di irrealtà aumenta. Avrò percorso decine di volte in bici questo marciapiedi, lo stesso marciapiedi che avrebbe salvato la vita ad Eva se l’avesse scelto invece di stare sulla sede stradale a farsi investire. Il marciapiedi al cui lato è legato un telaio bianco in sua memoria.

Un marciapiedi su cui, a norma di legge, è vietato andare in bicicletta, come su tutti i marciapiedi. Colgo Aurigemma suggerire al sindaco: “qui il marciapiedi è largo, ci si potrebbe ricavare una corsia per le biciclette…” E’ la pista che avevamo chiesto in ricordo di Eva, più di un anno fa.

Allungo e mi porto avanti per segnalare i passaggi degli scivoli per disabili che rendono questo marciapiedi comodamente fruibile anche in bici (a patto di non correre troppo, pena mettere a rischio i numerosissimi e distratti turisti, ma sotto la pioggia non c’è quasi nessuno). Poi rallento e vengo affiancato a sinistra dall’assessore e a destra dal sindaco.

Aurigemma indica la mia Brompton e fa: “A’ Gianni, guarda ‘sta bici. Costa milleccinquecento euro!” Mi viene da ridere. Ho “bucato” il loro immaginario. Non sono più lo stereotipo del “ciclista per necessità” che pedala perché non può permettersi l’automobile (cosa che pensa probabilmente il 99% degli italiani). Del mio aggiungo: “Questo modello di bici a Londra è ormai un oggetto trendy. I manager della City ci vanno in ufficio“.

Arriviamo ed il sindaco è assalito dalla sparuta pattuglia di giornalisti, rilasciando dichiarazioni ottimistiche ed entusiaste, e grandi proclami. Vedremo nelle prossime settimane quante di queste aperture frutteranno risultati concreti. Tiro fuori l’ultima bottiglia di spumante e la stappiamo di fronte ai fotografi.

Ecco qui il messaggio che volevo mandare: i ciclisti sono contenti perché le loro istanze sono state riconosciute. Qualcosa di cui rallegrarsi e che sarà utile per tutti: per chi potrà usare la bicicletta per spostarsi utilizzando anche i mezzi pubblici e per chi, fuori, avrà meno automobili ad intasare le strade ed appestare l’aria.

Lascio il sindaco alle sue interviste, saluto gli amici ciclisti, timbro il biglietto e mi avvio a prendere il treno che mi riporterà a casa. L’indomani ci saranno inevitabilmente polemiche, prese di posizione, distinguo, critiche, accuse di “connivenza col nemico“.

Pazienza. Nessun risultato è gratis, e se questo è il prezzo da pagare non è poi così alto. Intaschiamo un primo piccolo successo e guardiamo avanti, ché la strada da fare è ancora molto, molto lunga.