L’infinito revisited

Qualche giorno fa, sul solito Facebook, si menzionava “L’infinito” di Leopardi, al che mi è scappato di commentare: “Semprecaromifu quest’ermocolle”, così, tutto attaccato. Alla domanda “perché l’hai scritto in questo modo” ci ho dovuto pensar su un momento.

L’ho scritto così perché è così che si legge. Eh, già! Per la prima volta mi sono reso conto che non pronunciamo le parole separate le une dalle altre, ma a blocchi, a grappoli, spesso foneticamente raddoppiando le consonanti iniziali per accorparle meglio.

Su questa cosa, mi rendo conto adesso, ci devono già essere ponderosi studi, non foss’altro per elaborare i programmi di dettatura automatizzata al computer, per cui eviterò di reinventare l’acqua calda.

Però voglio finire il lavoro sulla poesia leopardiana, visto che la adoro, e credo che questa tecnica di saldare insieme le parole possa essere un buon viatico ad una corretta recitazione. O quantomeno un aiuto a definirne un modo anziché un altro.

Quindi grappoli di parole saldati, doppie consonanti, spazi di separazione per le pause brevi, “a capo” per le pause più lunghe (ottime per riprender fiato), ed accenti dove si trovano realmente.

E’ un esperimento bislacco, ma se vi va di farlo con me, provate a recitarla ad alta voce così come la trovate scritta qui sotto. Poi ditemi come vi sembra.

L’infinito

Semprecàromifù quest’èrmocòlle

Eqquèstasièpe chedatàntapàrte

Del’ùltimoorizzònte ilguàrdoesclùde

Massedèndo emiràndo

interminàtispàzi dilàdaquèlla

essovrumàni silènzi

epprofondìssimaquiète

Ionelpensièrmifìngo

oveperpòco ilcòrnonsispaùra

Eccomeilvènto

Odostormìr traquestepiànte ioquèllo

Infinìtosilènzio aquestavòce

Vòccomparàndo

emmisovviènl’etèrno

Elemòrtestagiòni elapresènte

Evvìva e‘lsuòndilèi

Così traquèsta immensità

s’annègailpensiermìo

E‘lnaufragàrm’èdòlce

inquestomàre.

Update: e se vi sembra tanto strana, sentite come la legge Vittorio Gassman…

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Quando le “brave persone” uccidono

Si ragiona spesso di “sicurezza” sui giornali ed in TV, perché fa audience. La paura è una leva potente dell’immaginario collettivo. Ad esempio fa discutere il dato di 33 morti di morte violenta a Roma nel 2011, interpretato come un segnale dell’importanza delle attività criminali in città.

Tuttavia si dimenticano altrettanto facilmente i 139 morti sulle strade di Roma nello stesso periodo, nonostante la sproporzione sia evidente. Cos’è che fa sì che la gente si preoccupi di un problema, e non faccia altrettanto per un altro che produce il quadruplo dei decessi ed un numero sproporzionatamente maggiore di feriti?

In fondo, ragionando cinicamente, il rischio di morire a causa di un “regolamento di conti” è estremamente basso per chi non faccia parte della malavita, mentre gli incidenti stradali falciano tutti indistintamente (sia pur con una predilezione per bambini ed anziani, tra le vittime incolpevoli, e giovani tra 18 e 25 anni, per i quali l’automobile rappresenta la prima causa di morte… non di rado autoprocurata).

Il motivo è, a mio avviso, un meccanismo di autorimozione di colpe e responsabilità, attitudine molto diffusa nel popolo italiano. Quando un incidente si verifica il primo istinto è quello di relegarlo in una sfera di eccezionalità, andando a ricercare cause collaterali che possano giustificarlo, come l’uso di alcool, droghe, o l’appartenenza dell’investitore a gruppi sociali comodamente disprezzabili come gli “zingari” o i “rumeni”.

La realtà è un’altra. A provocare gli incidenti sono, nella stragrande maggioranza, persone normalissime, lucide, consapevoli. Le “brave persone” del titolo sono responsabili di più omicidi (stradali) di quanti ne realizzi la malavita. La differenza è che, essendo “maggioranza” sotto molti aspetti (demografici, economici, culturali), tali “brave persone” in un regime di democrazia dettano legge, e di fatto impongono questa mattanza come una forma di inevitabile “normalità”.

“Normalità” è guida disinvolta, a velocità sostenute e non di rado, specie nei centri urbani, al di sopra dei limiti. “Normalità” è lasciare l’automobile in sosta d’intralcio perché l’indifferenza e la mancata pianificazione urbana hanno saturato tutti gli spazi disponibili.

“Normalità” è vivere gli spostamenti come un momento di conflitto e competizione con qualsiasi altro veicolo all’intorno, nel disperato e patetico tentativo di rosicchiare qualche secondo in più che possa ricompensarci della passiva sottomissione ad un modello di trasporto energivoro ed inefficace, e dell’incapacità di pervenire ad una soddisfacente qualità di vita.

“Normalità” è passare col giallo ai semafori, non dare la precedenza ai pedoni sulle strisce, guidare distrattamente parlando al telefono o gingillandosi con l’ultimo gadget tecnologico, muoversi a zig-zag da una corsia all’altra, lampeggiare e/o clacksonare per chiedere strada, sorpassare dove non consentito, non mantenere la distanza di sicurezza, e molto altro ancora…

“Normalità” è vivere gli spostamenti in auto come se sulle strade valesse la legge delle giungla, di fatto contribuendo a fare delle nostre strade una giungla.

Il risultato di un tale comportamento perennemente “al limite” è che i margini di sicurezza si riducono ai minimi termini. Di conseguenza la probabilità di perdere il controllo della situazione sale drammaticamente, contestualmente al numero di incidenti, morti e feriti.

L’escamotage per evadere da questa responsabilità consiste nella ricerca di un “capro espiatorio”, addossando la colpa a qualche effetto collaterale e/o marginale, o a una “devianza” di qualche tipo.

“Eh, ma il guidatore era ubriaco…”
“Eh, ma il guidatore era sotto effetto di droghe…”
“Eh, ma il guidatore era un romeno/zingaro/albanese…”

Quando proprio non dovesse emergere alcun “fattore scatenante” si procede a colpevolizzare la vittima, soprattutto se pedone o ciclista.
La formulazione classica è: “se l’è andata a cercare”.

“Eh, ma avrà attraversato senza guardare…”
“Eh, ma avrà fatto una manovra azzardata…”
“Eh, ma pedalava senza luci/caschetto/retrovisori…”

La realtà è che viviamo una normalità criminale, e facciamo di tutto per negarla.
La realtà è che la distanza tra l’essere una “brava persona” e il diventare un assassino sta spesso in poche frazioni di secondo, o in un attimo di distrazione, a causa di un comportamento “normalmente criminale” che assumiamo quotidianamente.
O meglio, di comportamenti “normalmente criminali” collettivamente tollerati e condivisi.
Di una criminale normalità che è diventata parte integrante della nostra cultura.

È bene esserne consapevoli, se vogliamo cambiarla, se davvero vogliamo far parte di una società più giusta e civile, rispettosa degli altri e di noi stessi. Un punto di partenza potrebbe essere l’appuntamento di domani sera, in diverse città.

Distruggete le macchine

“Piano meccanico” di Kurt Vonnegut, nell’edizione di Urania del luglio 2000, è rimasto in attesa per più di dodici anni nel mio scaffale dei libri da leggere. Pubblicato originariamente sessant’anni fa (1952) descrive una società distopica in cui la meccanizzazione della produzione industriale ha causato l’esclusione dai processi produttivi di vaste fasce della popolazione e la loro ghettizzazione in lavori dequalificati ed umilianti.

L’alternativa per le persone con Q.I. insufficiente a far parte della tecnocrazia dominante è infatti tra i “Corpi di Ricostruzione e Risanamento” (popolarmente denominati “Puzzi e Rottami”) e l’esercito, dove la prospettiva diventa quella di passare gli anni a fare esercitazioni con fucili finti, o finire su teatri di guerra a schiacciare bottoni per azionare armi automatizzate.

Il primo effetto di spiazzamento lo si ha già dalle prime pagine, nel rendersi conto di quanto lontane nel tempo siano le coordinate sociali all’interno delle quali i personaggi si muovono. Questo va in larga misura imputato dalla disinvoltura con la quale la collana della Mondadori ha proposto per anni lavori datati senza alcun tipo di “alert” (ad oggi, quantomeno, vengono dirottati nella collana “Classici”).

Il mondo descritto da Vonnegut non è ovviamente il nostro, né potrebbe esserlo: le evoluzioni del costume e della società sono ben più difficili da prevedere rispetto ai cambiamenti prodotti dalle tecnologie. Il futuro narrato nel romanzo è una trasposizione dell’America degli anni ’50, coi suoi miti e riti. L’effetto finale è discretamente bizzarro, al punto che pare di leggere una sorta di “steampunk” tanto lo scenario veterofuturista appare incongruo (ovviamente non era questa l’intenzione dell’autore, ma è quello che appare al lettore contemporaneo).

Tuttavia ne emergono paralleli lucidissimi ed inquietanti col mondo attuale, ben lontani dalle utopie futuriste degli anni immediatamente precedenti: la produttività quasi illimitata ed a bassissimo costo consentita dalle fabbriche automatizzate che, anziché affrancare le persone dalla necessità di lavorare, finisce col togliere ai più ogni ragione di esistere, relegando una porzione via via crescente della popolazione a mansioni accessorie e squalificanti.

Non è esattamente il mondo in cui viviamo, al più una sua evoluzione potenziale, semplificata e grottesca, ma come ogni specchio deformante ci consente perlomeno di apprezzare qualche dettaglio dell’oggetto riflesso.

La produzione di massa a basso costo c’è stata, almeno per la parte del mondo in cui viviamo, ma si è scoperto che le macchine non lavorano da sole ed una parte significativa della forza lavoro è rimasta impiegata nell’industria manufatturiera e nei servizi.

I lavori degradanti sono stati sostituiti da una pesantissima burocratizzazione dell’apparato statale e da una sua ipertofia. I quasi trentamila forestali siciliani non saranno identici ai “Corpi di Ricostruzione e Risanamento”, ma ci somigliano davvero tanto, così come le migliaia di impiegati occupati giornalmente a muovere scartoffie da un ufficio all’altro, mossi da regolamenti che tutto hanno in sé tranne esigenze di efficienza.

Nel finale del romanzo, l’America distopica di Vonnegut, governata da una tecnocrazia che si affida ciecamente alle macchine, viene facilmente travolta da una rivoluzione (parziale) che le fa a pezzi. Ma per i protagonisti della rivolta non c’è modo di gioirne: la prima idea che il popolino ha dopo aver sfasciato tutte le macchine e la presa di coscienza di esserne ormai totalmente dipendente, è darsi da fare per ripararle… perfetta rappresentazione di una psiche di massa incapace di analisi, approfondimento, riflessione e  memoria.

Il nostro mondo, invece, con molta probabilità finirà per consunzione, quando le materie prime cominceranno a scarseggiare e continuare a far funzionare le macchine risulterà economicamente sempre meno vantaggioso. La psiche di massa non ci aiuterà neppure in quel caso.