Discriminazione modale

Oggi vi chiedo uno sforzo di fantasia. Immaginate una società, una cultura, che discrimini le persone in base al veicolo che scelgono per spostarsi. Immaginate che chi utilizzi il veicolo caldeggiato da detta società (o proposto… o imposto con un capillare martellamento pubblicitario, se preferite) venga premiato in ogni maniera possibile, e chi ne conduca altri, per scelta o per necessità, venga continuamente penalizzato.

Vi fa arrabbiare? Ora immaginate che chi sceglie il “veicolo A” abbia a disposizione strade a due o tre corsie, che gli sia consentito di occupare spazi pubblici per la sosta del proprio veicolo, che gli sia tollerato il lasciarlo in sosta in ogni dove ed in qualunque momento, che gli sia perdonato il mettere criminalmente a rischio la vita degli altri guidando in maniera spericolata superando i già troppo permissivi limiti di velocità, che gli sia consentito intasare le arterie cittadine impestando l’aria di fumi di scarico e producendo un frastuono fastidioso e nocivo.

Immaginate ora che chi sceglie il “veicolo B” sia obbligato a rischiare la propria incolumità condividendo le strade coi conducenti del “veicolo A”, a respirare i veleni emessi da tali veicoli, ad occupare il margine della carreggiata, quello più sporco, malmesso e scarsamente manutenuto, a sopportare i conducenti dei “veicoli A” che sorpassano ad alta velocità ed a brevissima distanza, spocchiosi, incuranti ed ignoranti della pericolosità di tale comportamento.

Immaginate che per la costruzione, cura e la manutenzione delle strade destinate ai guidatori dei “veicoli A” vengano spese somme ingenti, mentre per i guidatori dei “veicoli B” siano destinate solo le briciole, impiegate oltretutto per realizzazioni scadenti, inefficaci, scarsamente manutenute e rapidamente condannate all’abbandono. Immaginate che i voluminosi ed ingombranti “veicoli A” abbiano a disposizione spazi sconfinati per la sosta, e nonostante ciò strabordino in ogni dove, creando intasamenti e problemi a tutti gli altri utenti della strada, mentre per i leggeri e poco ingombranti “veicoli B” non esistano in pratica punti di sosta attrezzati e funzionali.

C’è da arrabbiarsi o no? C’è o no da domandarsi cosa mai possa motivare una simile ingiustizia? Bene, stupirà realizzare che la situazione appena descritta non sia affatto immaginaria, ma si verifichi qui ed ora, in questo stesso paese dove tutti noi viviamo, ogni giorno. Per comprenderlo è sufficiente sostituire a “veicolo A” la parola “Automobile” ed a “veicolo B” la parola “Bicicletta”.

Tempo addietro ebbi a scrivere: “Quando una minoranza opprime una maggioranza, si può chiamare in molti modi: Dittatura, Oligarchia, Tirannide… Quando invece è una maggioranza ad opprimere una minoranza, si può anche chiamare Democrazia”

Questo è il quadro attuale, una “democrazia di fatto” che tuttavia non impedisce alla maggioranza di automobilisti di irridere, svilire ed attentare con leggerezza all’incolumità fisica di una minoranza di ciclisti che chiedono solo di potersi spostare in sicurezza.

Letteralmente un regime di apartheid del tutto analogo a quello in voga negli U.S.A. fino agli anni ’50, ed in Sudafrica fino a tempi più recenti, che discrimina le persone non in virtù del colore della pelle ma del mezzo che hanno scelto di utilizzare per spostarsi. Una discriminazione non meno stupida e non meno odiosa.

Cosa ancor più grave: una discriminazione di cui neppure i ciclisti stessi sono consapevoli fino in fondo. Quello che hanno rappresentato Rosa Parks, Martin Luther King, Malcolm-X, Stephen Biko, Nelson Mandela per i diritti dei neri, i ciclisti non l’hanno ancora trovato, e le catene mentali ed i condizionamenti della società dei consumi li portano ad oggi ad accettare passivamente la propria presunta inferiorità, ad ignorare i propri diritti negati, ad accettare, se non addirittura giustificare, l’oppressione.

L’industria ed il mercato hanno imposto negli anni una sorta di pensiero unico orwelliano che afferma sottilmente che le automobili sono gli unici veicoli ad avere pieno titolo di percorrere le strade, senza subire l’intralcio di altre forme di mobilità (pedoni e ciclisti) destinate ad essere emarginate e ghettizzate. La grancassa pubblicitaria continua a veicolare modelli arroganti e cafoni, che nel tempo sono stati acriticamente introiettati da molti.

Ma una presa di coscienza collettiva ha ormai iniziato il suo cammino, e voglio credere che non si fermerà finché a tutti i veicoli che circolano sulle strade siano garantiti gli stessi diritti, primo fra tutti quello all’incolumità personale. Il gruppo Facebook “Salviamo i ciclisti” ha ormai superato i 7500 iscritti e si sta rivelando un ottimo focolaio di “infezione culturale”, aiutando tutti noi a strutturare idee fin qui poco definite. Sono convinto che ci porterà lontano.

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Un ciclista da marciapiede

Premetto che sono molto arrabbiato. Da ormai due settimane partecipo attivamente alla campagna “Salviamo i ciclisti”, promotrice di un ripensamento del luogo comune che vuole i ciclisti corresponsabili della pericolosità delle strade. È un lavoro iniziato a Roma due anni fa, avviato dalla morte di Eva, proseguito attraverso il coordinamento Di Traffico Si Muore, e che è finalmente approdato ad una dimensione nazionale.

Giusto ieri la fatidica goccia che fa traboccare il vaso: il comune di Milano commemora la memoria di Giacomo, ragazzo di quattordici anni schiacciato da un tram per colpa dell’apertura distratta della portiera di un’auto parcheggiata in seconda fila. Lo fa con un “Manuale per la sicurezza del Ciclista” in formato e-book (non intendo linkarlo, cercatevelo) nel quale, per l’ennesima volta, di tutto l’onere della sicurezza sulle strade si fanno carico unicamente i ciclisti, oltretutto ribadendo l’obbligo di “rispettare le regole” del CDS.

Difficile far comprendere a dei non ciclisti la rabbia che sto provando in questo momento, come pure la vergogna che provo nei confronti di quell’amministrazione comunale, specchio di ogni altra amministrazione pubblica italiana, sottoprodotti di un elettorato pigro, opportunista e conformista, appiattito sui luoghi comuni che i mass media e la pubblicità delle case automobilistiche veicolano da decenni.

Difficile, dicevo, ma ci proverò. Con degli esempi.

Immaginate di voler “commemorare” la memoria di una donna stuprata ed uccisa con un manuale di comportamento che inviti le donne ad indossare il Burqa, a non uscire da sole, a rinunciare alla propria autonomia e libertà.

Immaginate di voler “commemorare” i bambini mutilati ed uccisi dalle mine anti-uomo fabbricate in Italia con un manuale che suggerisca ai bambini che vivono nei teatri di guerra di non raccogliere oggetti strani, e se possibile che le famiglie stesse non li facciano uscire di casa.

Non vi sembrerebbero delle beffe crudeli? Non vi sembrerebbero proposte oscene?

Beh, qui siamo in una situazione del tutto analoga. Le strade italiane mietono più vittime “civili”, ovvero utenti disarmati come pedoni e ciclisti, di un qualsiasi teatro di guerra. Vediamo i funerali di stato per occasionali soldati uccisi in Afghanistan, ma le migliaia di vittime della motorizzazione di massa passano quotidianamente sotto silenzio.

La stampa parla di “incidenti”, ma migliaia di morti ogni anno, per decenni, sempre con le stesse dinamiche non sono classificabili come incidenti, sono l’indicazione di un meccanismo fallace, sbagliato, sostanzialmente criminale e purtroppo impossibile da rimettere in discussione. La pericolosità delle automobili, la loro parificazione con armi di offesa, è un tabù immenzionabile, un tragico “rimosso” della cultura contemporanea.

A questi signori, che pontificano dall’alto di lussuosi scranni di cose che non conoscono, che non hanno mai percorso in prima persona in bicicletta quelle stesse strade sulle quali veniamo falciati ed uccisi quasi ogni giorno, che si limitano a buttarci un occhio annoiato mentre vengono scarrozzati sulle auto blu, che hanno abbandonato le pubbliche strade all’arroganza del più forte, alla cafonaggine del “più grosso”, all’abbandono ed al “far-west”, e nonostante questo pretendono di insegnarci quello che “dobbiamo fare” per la nostra sicurezza, vanno tutta la mia disistima ed il mio disprezzo.

Io lo so benissimo cosa devo fare per la mia sicurezza. L’ho imparato sulla mia pelle in ventiquattro anni di ciclismo urbano sulle strade di una città violenta e selvaggia come Roma. L’ho imparato vedendo amici e conoscenti incidentati, traumatizzati, finiti in coma, morti. Domandandomi ogni volta che si usciva insieme “Chi sarà il prossimo? A chi toccherà la prossima volta?” L’ho imparato e sono sopravvissuto.

E la dura lezione della strada è semplice e brutale: “dimenticati delle leggi fatte dagli altri… se vuoi sopravvivere le leggi fattele da te, e rispetta solo quelle”. Il Codice della Strada italiano ha delle norme in teoria molto valide. Ma se vengono sistematicamente ignorate e disattese, se non vengono fatte rispettare a quelli che rischiano la pelle altrui e non la propria, diventa ancor meno utile della carta igienica.

Il Codice della Strada ci obbliga a stare sulla carreggiata, ma non è in grado di obbligare le automobili a sorpassarci ad una distanza di sicurezza, negandoci di fatto la fruizione di quello spazio. Non stupisca se a quel punto me ne prendo altri. Ho bici ammortizzate in grado di salire e scendere al volo dai marciapiedi: mi prendo i marciapiedi. Non sono meglio della strada, mi rallentano e mi fanno litigare coi pedoni, ma rappresentano comunque un male minore rispetto alle fratture o alla morte.

Le piste ciclabili sono fatte male, sconnesse, spezzettate, sporche, semi-abbandonate, ingombre di pali, raffazzonate… se ho fretta mi riprendo la strada, con buona pace del fatto che il CDS mi obblighi a stare sulla pista.

E quando sono sulla sede stradale, se posso avvantaggiarmi di un tratto libero dal traffico “bruciando” un semaforo in sicurezza non ci penso su due volte. Più lontano mi tengo dalle automobili più difficilmente potranno urtarmi. Passo sui prati, scendo scalinate, imbocco strade contromano, ma non per divertimento o allegra incoscienza, semplicemente per tutelare la mia sicurezza, dal momento che né la legge né lo stato se ne preoccupano minimamente.

Non pretendo che questo mio comportamento venga preso a modello, non sto qui ad incoraggiare altri a seguirlo, è semplicemente il risultato di un’evoluzione personale. Non copiatemi perché su di voi potrebbe non funzionare: servono riflessi pronti, esperienza, freddezza ed una esatta percezione dell’istante.

Ma ho già visto troppi ciclisti rispettare le leggi e venir falciate da altri che non le rispettavano, il tutto nell’indifferenza o con la connivenza delle pubbliche amministrazioni a qualsiasi livello, nel perenne rimasticamento di luoghi comuni dei mass-media, nelle “lacrime di coccodrillo” del politico di turno. Non si può pretendere il rispetto delle leggi da parte dei soggetti maggiormente penalizzati da quelle stesse leggi, quando poi si abbandonano le strade al totale arbitrio, all’anarchia, alla giungla.

Quello che mi sento di dire ai ciclisti è molto semplice: il rispetto delle leggi non vale la vostra vita. Rispettate voi stessi, perché le leggi non vi rispettano, né tantomeno gli utenti “corazzati” della strada lo faranno. Tutelate voi stessi, perché il codice della strada non vi tutela, gli organi preposti non vi tutelano, gli amministratori pubblici non vi tutelano, i legislatori non vi tutelano.

Indossate pure il casco, ma non fidatevi del casco.
Accendete pure le luci di notte, ma non fidatevi delle luci.
Rispettate pure il CDS, ma non fidatevi del CDS.
Condividete pure la strada con gli automobilisti, ma non fidatevi degli automobilisti.

E soprattutto… state attenti là fuori, è un mondo spietato.

E tale rimarrà finché non l’avremo cambiato.

Caro Sindaco, #salvaiciclisti

Caro Sindaco,

Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556  ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.
In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.

 

Aderendo a #salvaiciclisti si impegnerà quindi a:
1.        Garantire l’applicazione a livello locale degli 8 punti del Manifesto del Times per
           le aree di competenza comunale,
2.        Formulare le opportune strategie per incrementare almeno del 5% annuo gli
           spostamenti urbani in bicicletta nei giorni feriali,
3.        Contrastare il fenomeno del parcheggio selvaggio (sulle strisce pedonali, in
           doppia fila, in prossimità di curve ed incroci, sulle piste ciclabili),
4.        Far rispettare i limiti di velocità stabiliti per legge e istituire da subito delle
           “Zone 30” e “zone residenziali” nelle aree con alta concentrazione di pedoni e
           ciclisti,
5.        Realizzare, qualora mancante, un Piano Quadro sulla Ciclabilità o Bici Plan,
6.        Monitorare e ridisegnare i tratti più pericolosi della città per la viabilità ciclistica
           di comune accordo con le associazioni locali,
7.        Redigere annualmente un documento pubblico sullo stato dell’arte nel proprio
           comune di competenza della viabilità ciclabile indicando i risultati dell’anno
           appena trascorso e gli obiettivi futuri,
8.        Dotare ogni strada di nuova costruzione o sottoposta ad interventi straordinari di
           manutenzione straordinari con un percorso ciclabile che garantisca il pieno
           comfort del ciclista,
9.        Promuovere una campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti
           della strada sulle tematiche della sicurezza,
10.      Dare il buon esempio recandosi al lavoro in bicicletta per infondere fiducia nei
           cittadini e per monitorare personalmente lo stato della ciclabilità nella sua città

 

È perché riteniamo che la campagna #salvaiciclisti  sia dettata dal buon senso e da una forte dose di senso civico che chiediamo un suo contributo affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.
Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag  #salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail al sindaco della propria città e ai sindaci delle città capoluogo di regione.
Puoi scaricare da qui la lista degli indirizzi mail delle città capoluogo: lista.
Se non conosci l’indirizzo mail del tuo sindaco, puoi trovarlo a questo sito: link.
Il  gruppo su Facebook sta aspettando nuove idee per continuare la campagna.

Hanno  lanciato la seconda fase della campagna #salvaiciclisti:

  1. http://piciclisti.wordpress.com
  2. http://amicoinviaggio.it
  3. http://rotafixa.it
  4. http://biascagne-cicli.it
  5. http://nuovamobilita.wordpress.com
  6. http://mazzei.milano.it
  7. www.ediciclo.it
  8. www.ciclomundi.it
  9. http://festinalente.ztl.eu
  10. http://milanonmybike.blogspot.com
  11. http://areabici.blogspot.com
  12. www.greenme.it
  13. www.bicizen.it
  14. http://Fiab-onlus.it
  15. http://LifeGate.it
  16. http://lifeintravel.it
  17. http://Lucaconti.blogspot.com
  18. www.raggidistoria.com
  19. http://www.ciclonauti.org
  20. http://riky76omnium.wordpress.com
  21. http://34×26.wordpress.com
  22. http://ilikebike.org
  23. http://rotalibra.wordpress.com
  24. https://mammiferobipede.wordpress.com
  25. http://Urbancycling.it
  26. http://biciebasta.com
  27. http://muoviequilibri.blogspot.com

DDL Ferrante: “Interventi per lo sviluppo e la tutela della mobilità ciclistica”

(l’attività del gruppo #Salvaiciclisti inizia a produrre i primi risultati)

DISEGNO DI LEGGE

d’iniziativa del Sen. Francesco Ferrante,……

“Interventi per lo sviluppo e la tutela della mobilità ciclistica”

On. Colleghi: questo disegno di legge ha lo scopo di recepire nella nostra legislazione le richieste formulate nell’appello “Salviamo i ciclisti”. In sostanza si vuole intervenire per fermare il drammatico numero di incidenti, spesso mortali, del quale sono testimoni le strade delle nostre città.

Il tutto è partito dalla campagna “Cities fit for cycling” del Times a sostegno della sicurezza dei ciclisti. Il noto quotidiano di Londra, il 2 febbraio scorso, dopo un grave incidente subito in novembre da una sua giornalista ora in coma, aveva aperto la sua homepage con un appello, chiedendo al governo inglese una serie di azioni da porre immediatamente in campo per tentare di fermare una strage che ha contato, in 10 anni, ben 1.275 ciclisti uccisi.

Successivamente è arrivato anche in Italia, rilanciato da decine di blogger e di siti dedicati al mondo delle mobilità ciclistica. Raggiungendo in pochi giorni oltre 20 mila adesioni, che di giorno in giorno stanno aumentando.

Anche perché in Italia il dato inglese drammaticamente raddoppia. In 10 anni in Italia sono stati 2.556 i ciclisti vittime della strada. Nel 2010 il nostro è stato il terzo Paese europeo per numero di morti tra i ciclisti che percorrono le strade, 263 contro i 462 della Germania e i 280 della Polonia.

Questi numeri drammatici derivano anche dal cronico ritardo delle nostre città, rispetto al resto dell’Europa, di dotarsi di piste ciclabili.

E’ giunto il momento di riconoscere, ad ogni livello amministrativo e politico, la ciclabilità non solo come parte integrante della moderna mobilità quotidiana ma come soluzione efficace e a impatto zero per gli spostamenti cittadini personali su mezzo privato. Deve essere riconosciuto l’elevato valore sociale della mobilità ciclistica. Il suo sviluppo e la sua tutela, nel nostro Paese lungamente sottovalutati e anzi depressi dall’attenzione centrata sulla mobilità a motore gli attuali standard europei, già da anni a livelli altissimi e in Italia quasi inesistenti. La sicurezza delle persone che scelgono di spostarsi in bici deve essere considerata una priorità, da raggiungere soprattutto e in prima battuta attraverso la limitazione e la moderazione del traffico veicolare a motore. L’attenzione del legislatore alla sicurezza si deve concentrare su decise azioni di limitazione della velocità in ambito urbano.

L’approvazione di questo disegno di legge, a costo zero per le casse dello Stato, vorrebbe dire che anche in Italia, finalmente, si vuole favorire la cultura del rispetto delle regole della circolazione stradale, dando maggiore tutela e sicurezza a chi utilizza la mobilità ciclistica, in modo anche di favorirne la sempre maggiore diffusione, inoltre sarebbe anche un contributo a ridurre, ove possibile, la quota di spostamenti su auto privata a vantaggio di un sistema di mobilità che porterebbe innegabili vantaggi da diversi punti di vista, quali solo ad esempi esplicativi quelli ambientali e trasportistici.

DISEGNO DI LEGGE

“Interventi per lo sviluppo e la tutela della mobilità ciclistica”

Articolo 1

(Finalità)

1. La presente legge ha la finalità di favorire la cultura del rispetto delle regole della circolazione stradale, dando maggiore tutela a chi utilizza la mobilità ciclistica, nonché ad incentivare e sviluppare l’uso della mobilità ciclistica.

Articolo 2

(Obbligo per gli autoarticolati di dotarsi di strumenti tecnici a tutela della mobilità ciclistica)

1. Al fine di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 1, il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture emana entro 90 giorni, dall’approvazione della presente legge, un decreto che introduca, nel Decreto Legislativo N. 285 del 30/04/1992, e successive modificazioni, e nel regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, l’obbligo per gli autoarticolati che transitano nei centri urbani di essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza e altri strumenti tecnici che tutelino la mobilità ciclistica e le relative norme tecniche di applicazione

Articolo 3

(Impiantistica e strumenti tecnici incroci pericolosi)

1. Al fine di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 1, il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture sentite le Regioni e gli enti locali, entro 90 giorni, dalla approvazione della presente legge, realizza, senza oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato, il monitoraggio degli incroci più pericolosi affinché entro i successivi 90 giorni siano impiantati, nelle suddette aree, semafori preferenziali per i ciclisti, specchi e altri strumenti tecnici che permettano ai guidatori di autoarticolati, autovetture e di moto e ciclomotori di individuare la presenza dei fruitori della mobilità ciclistica.

Articolo 4

(Monitoraggio mobilità ciclistica)

1. Al fine di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 1, il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture entro 90 giorni, dalla approvazione della presente legge, realizza, senza oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello stato, un’indagine nazionale per determinare il numero di persone che utilizzano la mobilità ciclistica, le aree interessate dalla mobilità ciclistica, il numero totale di chilometri di piste ciclabili e la loro dislocazione nelle diverse aree del Paese, nonché il numero dei ciclisti oggetto di incidenti. Tale indagine deve avere cadenza annuale e deve essere illustrata, entro il 31 dicembre di ogni anno alle competenti Commissioni Parlamentari.

Articolo 5

(Trasferimento del 2% del budget delle società gestori autostradali per la realizzazione di piste ciclabili)

1. E’ fatto obbligo alle società che gestiscono strade e autostrade di destinare il 2% del proprio budget agi enti locali per la realizzazione di piste ciclabili. Il Ministero dell’economia e delle Finanze d’intesa con il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture emana entro 90 giorni, dalla approvazione della presente legge, un decreto che stabilisce le modalità e i criteri del trasferimento di risorse di cui al presente articolo.

Articolo 6

(Test di guida)

1. Al fine di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 1, il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture entro 90 giorni, dall’approvazione della presente legge, emana un decreto che introduca, nel Decreto Legislativo N. 285 del 30/04/1992, e successive modificazioni, e nel regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, i criteri, le modalità e i principi per la realizzazione di corsi di formazione, atti a migliorare la sicurezza per quanti usufruiscono della mobilità ciclista. La partecipazione ai corsi di cui al presente articolo diventa requisito obbligatorio per il conseguimento della patente di guida.

Articolo 7

(Limiti di velocità in aree residenziali)

1. Al fine di realizzare gli obiettivi di cui all’articolo 1, il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture entro 90 giorni, dall’entrata in vigore della presente legge, emana un decreto che introduca, nel Decreto Legislativo N. 285 del 30/04/1992, e successive modificazioni, e nel regolamento di attuazione di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, l’obbligo del limite di 30 km/h di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.

Articolo 8

(Affidamento ad aziende private e pubbliche delle realizzazione e gestione delle piste ciclabili)

1. Le aziende private o pubbliche o a persone fisiche possono sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili anche attraverso l’attività di gestione di noleggi biciclette nelle suddette aree.

Articolo 9

(Istituzione di un commissario alla mobilità ciclistica)

1. Al comma 1 dell’articolo 3 del decreto ministeriale del 27 marzo 1998 dopo le parole “… responsabile della mobilità aziendale…” sono aggiunte le seguenti parole “…e uno con specifiche competenze in materia di mobilità ciclistica…”;

2. al comma 3 dell’articolo 3 del decreto ministeriale del 27 marzo 1998 dopo le parole “…struttura di supporto e coordinamento,…” aggiungere le seguenti parole “…all’interno della quale devono essere individuate specifiche responsabilità con competenze sulla mobilità ciclistica,…”.

Articolo 10

(Aumento delle sanzioni amministrative)

1. Le sanzioni amministrative pecuniari previste dall’articolo 141 del Decreto Legislativo N. 285 del30/04/1992, e successive modificazioni, sono raddoppiate.

Articolo 11

(Entrata in vigore)

1. Le disposizioni della presente legge entrano in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale

“Salva i ciclisti. Salva il mondo intero…”

Sulla strada

(Il brano che segue è stato scritto molti anni fa, e successivamente pubblicato in diversi siti e blog della rete. Lo ripropongo qui con minimi aggiustamenti…)

Qualche tempo fa, con alcuni amici ed amiche, mi trovavo a pedalare sul confine tra l’Umbria e le Marche. La strada correva sulla cresta di una dorsale collinare, ed il panorama si apriva ora a nord ora a sud, a volte su tutti e due i versanti contemporaneamente rivelando, complice la bella giornata primaverile, da un lato il morbido digradare delle colline in direzione del lago Trasimeno, dall’altro lo scabro paesaggio della Serra di Burano, alle cui spalle, in distanza, incombevano i massicci del monte Nerone e del monte Catria. La strada era così bella, e la giornata talmente perfetta, che ci siamo ripromessi di inserire fra le iniziative dell’anno seguente un’escursione che effettuasse quel percorso.

Subito è sorta una discussione sul nome da dare alla gita e, dal momento che non era presente sul tracciato alcuna località degna di nota, qualcuno si è domandato come si chiamasse la strada; gli è stato risposto, leggendo sulla cartina: “S.P. 628”. Sembrava una battuta: “Weekend in bicicletta sulla strada provinciale n°628”; il commento unanime è stato: “…improponibile, non ci verrebbe nessuno”.

Siamo ripartiti. La strada era sempre bellissima, mentre scendevamo verso Gubbio fra morbidi tornanti immersi nel verde, e io mi chiedevo perché non ci fosse modo di convincere i nostri amici a venire a vedere un luogo così bello, e non mi davo pace. Perché, mi domandavo, la gente si muove per andare a visitare un paese, una città, e non una strada? Alla fine del rimuginare ho compreso la natura del problema, in realtà molto più profonda e complessa di quanto non appaia a prima vista.

La conclusione a cui sono approdato è che le strade sono ormai diventate dei “non luoghi”, la gente le percorre in automobile a velocità tali da renderle nulla più che un fastidioso intermezzo tra la località di partenza e quella di arrivo, una specie di “tassa” da pagare per “arrivare” da qualche parte. Questo è già un primo distinguo importante: l’automobile è un veicolo che serve per “arrivare”, a differenza della bicicletta, un veicolo che serve per “viaggiare”, si tratta di due condizioni notevolmente diverse.

Analizzando più a fondo, a differenza dell’andare in bici lo spostamento in automobile è composto di due fasi nettamente distinte: la prima in cui il veicolo è fermo e il passeggero/autista si trova all’esterno, nella condizione di muoversi liberamente, di camminare, di guardarsi intorno a trecentosessanta gradi, di percepire i suoni e gli odori, in poche parole: libero; la seconda in cui il veicolo è in movimento e lo stesso passeggero/autista si trova rinchiuso (pressoché immobilizzato) all’interno dell’abitacolo, col rumore del motore o dell’autoradio nelle orecchie e, sempre più spesso, l’aria condizionata che ricicla gli odori di plastica e deodoranti artificiali. A tutto ciò, nel caso del guidatore, vanno aggiunti lo stress e la fatica indotti dal condurre il veicolo (checché ne dica la pubblicità, che mostra sempre persone felici e sorridenti). Ridefinire nell’immaginario collettivo, e far percepire come “piacevole”, la condizione di passeggero/autista rappresenta, attualmente, uno dei più grossi sforzi portati avanti dall’industria automobilistica.

Ovviamente, per salvaguardare l’immagine del prodotto e sfruttando l’inconscio desiderio, da parte dell’acquirente dell’automobile, di avere conferma della bontà dell’acquisto fatto, tutti i disagi sofferti vengono da sempre addebitati alla strada.

Strada che diventa “brutta” perché “piena di curve” e il fatto di percorrerla a velocità sostenuta provoca nausea e vertigini (laddove le vie montane più belle e panoramiche sono quasi sempre ricavate su percorsi tortuosi, a causa dell’irregolarità dei fianchi delle pareti).

Strada che diventa “pericolosa” perché stretta, dal momento che l’automobilista è abituato, e spesso incoraggiato, a correre (basti pensare allo spazio riservato dai media alle gare di Formula 1, competizioni che ancora in molti considerano uno sport).

Strada che rimane, sempre e comunque, uno spazio “morto”, impossibile da apprezzare e fruire in alcun modo proprio a causa delle limitazioni intrinseche dell’oggetto automobile, spazio da percorrersi alla massima velocità possibile per riguadagnare al più presto, una volta giunti a destinazione, la propria libertà di movimento.

Strada che, nell’unica prospettiva di diventare funzionale ad una forma di spostamento che deve essere sempre e solo veloce, frettolosa, distratta (dal momento che è indispensabile essere concentrati sulla guida se si vogliono evitare incidenti), finisce col diventare sempre più spesso un oggetto mostruoso.

Ed ecco, quindi, sterminate ed orribili lingue d’asfalto perfettamente rettilinee e perfettamente noiose, delimitate da guard-rails metallici che nascondono i panorami ed evocano le sbarre di una gabbia, sulle quali sfrecciare a non meno di 100 km l’ora. Ed ecco il territorio ridursi ad una serie di “microluoghi”, borghi, paesi, frazioni, uniti da direttrici più o meno “comode” da percorrere, più o meno “funzionali” a quello che l’industria dell’automobile vuole convincerci a fare, ovvero rinunciare all’uso delle gambe (ed, eventualmente, anche del cervello).

Ma io, pensavo, sono un ciclista (o, meglio, un cicloturista) a me servono fondamentalmente due cose: una è la bicicletta, l’altra è la strada.

La strada, però, come spazio ricavato “nel” territorio, come elemento qualificante del territorio stesso, come percorso di conoscenza ed apprendimento di quanto il territorio contiene ed offre. Uno spazio da percorrere metro dopo metro, per avere realmente la possibilità di entrarvi a contatto; uno spazio da conoscere, da ascoltare, da annusare, in qualche modo anche da toccare; uno spazio che mi sfida, con le sue salite e le asperità del terreno, che mi seduce con le sue discese, nel quale muovermi o fermarmi, in qualunque momento, per meglio apprezzare uno scorcio o un nuovo panorama. Uno spazio mai ostile, perché mai ostile è il mio modo di approcciare ad esso. Uno spazio per essere vivo, felice, consapevole.

Tanto può essere “diversa” la stessa strada, per un ciclista ed un automobilista che la percorrano, quanto diverso è il modo che hanno di utilizzarla, ovvero quanto diverse sono le possibilità che il mezzo che conducono consente loro di fruire. Il rischio, che in molti casi si è già tramutato in realtà, è che il numero soverchiante di automobilisti finisca col trasformare il tessuto stradale, l’intera rete viaria, ad immagine propria e del veicolo da essi prescelto.

Per questo, prima che interventi dissennati in nome di una maggior tutela e sicurezza degli automobilisti producano la trasformazione delle nostre belle strade di campagna in corridoi recintati per bolidi a motore, sarebbe auspicabile la crescita di una maggior consapevolezza da parte dei pubblici amministratori, che faccia della tutela delle strade secondarie, sotto il profilo estetico e paesaggistico, un bene da salvaguardare.

Che poi, col tempo, ci auguriamo si finirà pure col comprendere e riscoprire.

Democrazia l’è morta

“I partiti sono ormai solo strutture parassitarie incistate all’interno di un sistema in cui chi ha valanghe di soldi decide cosa dobbiamo sapere e cosa dobbiamo pensare (attraverso la televisione, i giornali, la pubblicità), ed i politici di professione solo pupazzi che prestano la propria faccia a mascherare questa triste verità”

(mio commento su mantellini.it)

Salviamo i ciclisti

Gentili direttori del Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, il Sole 24 Ore, Tuttosport, La Nazione, Il Mattino, Il Gazzettino, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale, Il Secolo XIX, Il Fatto quotidiano, Il Tirreno, Il giornale di Sicilia, Libero, La Sicilia, Avvenire.

La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20.000 adesioni in soli 5 giorni).

In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.

Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo chiediamo che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:

1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.

2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati , ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.

3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.

4. Il 2% del budget dell’ANAS dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.

5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.

6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.

7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays

8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

Cari direttori, il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti voi affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.

Vi chiediamo di essere promotori di quel cambiamento di cui il paese ha bisogno e di aiutarci a salvare molte vite umane.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail ai principali quotidiani italiani.

Scarica qui la lista degli indirizzi mail.

Tutti gli aderenti all’iniziativa saranno visibili sulla pagina Facebook: salviamo i ciclisti