Una disarmante perdita di tempo

Questo blog si avvicina al compimento dei tre anni di vita e comincia a mostrare i segni dell’età. I post sono sempre più rarefatti, le occasioni di scrivere qualcosa di nuovo ed originale sempre meno frequenti. In più, l’impegno richiesto dal mantenerlo in vita mi appare sempre meno giustificato.

In tre anni molte cose sono cambiate. È cambiato il blog, per accumulo di informazioni, sono cambiato io ed un po’ è cambiato anche il mondo là fuori. Tre anni fa il fenomeno blog non aveva ancora imboccato la china discendente che al momento attuale mi pare incontestabile. Un modo di fare comunicazione, di dialogare in rete, ha raggiunto il suo apice e si avvia ad un lento declino.

Al suo posto registriamo l’avvento di un "social network" generalista come Facebook, sconfinato tritatutto di briciole di pensiero e di esistenza, di micro-rappresentazioni di sé, fugaci ed effimere, perennemente trascinate via nell’oblio.

Facebook è estremamente più tempestivo dei blog, e tanto più vicino alle chiacchiere da bar, nelle quali gli italiani sono storicamente versati, da risultare un avversario imbattibile. La fatica, quotidiana o meno, di produrre senso, di sviluppare ragionamenti di pur minimo spessore, si scontra con il tritatutto omnicomprensivo, e deve cedere il passo.

Accanto a Facebook, il dispiegarsi di innumerevoli strumenti di dialogo e conversazione risucchia una quantità incredibile di tempo, energie ed attenzione. Internet ha sì moltiplicato a dismisura le nostre potenzialità comunicative, la possibilità di acquisire informazioni, di masticare e digerire la sconfinata complessità del mondo e di intervenire in tempo reale nei processi in atto, ma a quale prezzo?

Quello che non era ovvio all’inizio lo diventa via via, strada facendo. La possibilità di fare più cose passa attraverso la necessità di sacrificare più tempo per realizzarle, ed una migliorata efficienza non produce "ipso facto" un equilibrio.

Così la mia vita "social-virtuale" si è rapidamente trasformata in un frenjetico rimbalzare da un forum a un blog, ad una mailing-list, ad una newsletter, passando per gli aggregatori, lasciando un commento qui, una battuta là, una riflessione abbandonata nel mare magno di un flusso di coscienza collettivo ed inarrestabile.

Ed in tutto questo la sensazione di perdersi, di non concretizzare nulla, di non riuscire a fissare che briciole di senso, per tempi brevissimi, e perderle subito dopo.

Che fine hanno fatto le riflessioni che qualche anno fa ci impegnarono per così tanto tempo? I dialoghi pubblici in cui sfoderavamo arti dialettiche ed argomentavamo su temi ancor oggi attuali? Quanto di quello sforzo ha valso un minimo risultato?

La capacità della rete di ritenere le informazioni ad libitum, il fatto che tutto quello che vi viene scritto sopra resti conservato per tempi indefiniti, è parso anni fa come un serbatoio vastissimo in cui riversare i nostri pensieri. Ora appare più prosaicamente come uno sterminato magazzino, in grado di conservare ancora ogni singola traccia del nostro passaggio, ma in mezzo a quantità talmente sterminate di altra informazione da renderla parimenti insignificante.

Il semplice fatto di tenere in vita un blog, a tre anni di distanza dalla sua creazione, appare ogni giorno di più uno sforzo generoso quanto inutile.

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Solo il mimo canta al limitare del bosco

Pochi giorni fa, scrivendo di Moby Dick, ho bollato la fantascienza come letteratura "bassa". Ora, quasi a volermi contraddire seduta stante, Urania ha ripubblicato nella collana "Collezione" un romanzo datato 1980: "Futuro in trance", di Walter S. Tevis.

Per un genere normalmente snobbato dalla cultura "alta", obbligato a popolare gli scaffali delle edicole anziché quelli delle librerie, l’esistenza di collane che ripubblichino periodicamente i "classici" è una dura necessità. Molto spesso vi si trovano opere ben scritte ma terribilmente datate. Altre volte, come in questo caso, la qualità delle idee di fondo travalica abbondantemente i manierismi dell’epoca cui il romanzo appartiene, restituendoci una lettura perfettamente fruibile e per molti versi profetica.

Il romanzo di Tevis dipinge un’antiutopia tecnicista, in cui l’umanità ha devoluto alle macchine le decisioni sul proprio futuro, abbandonandosi progressivamente ad un edonismo annullante ed autodistruttivo. Lo si potrebbe definire una riflessione "terminale" sulle famose (all’epoca) "tre leggi della robotica" teorizzate da Isaac Asimov, pur senza che queste ultime vengano mai citate esplicitamente.

La tesi del romanzo è che il "benessere" sia disumanizzante, e che la sua ricerca ossessiva, coadiuvata dagli strumenti tecnologici, finisca con l’allontanarci dalla realtà, dalla vita vera, dal senso del nostro esistere come esseri umani.

Non è quindi un caso che uno dei protagonisti del romanzo, l’unione perfetta tra uomo e macchina, l’essere superiore ad ogni altro, l’androide sanissimo ed immortale Spofforth, non abbia in mente altro che il suicidio, atto che gli è negato dalla programmazione che è parte integrante del suo cervello sintetico.

Il suicidio è il tema dominante dell’intero romanzo, quello dei singoli individui come quello dell’intera specie, un’autodistruzione collettiva cui gli altri due protagonisti del racconto si oppongono, lentamente riscoprendo e rivendicando il proprio retaggio di esseri umani.

"Mi avvicinai a lui e guardai quei suoi occhi vuoti, non umani. Non avevo mai osservato un robot tanto da vicino prima di allora, dato che ero stato educato a temerli e rispettarli. E mi resi conto, guardando la sua stupida faccia prefabbricata, che stavo vedendo per la prima volta nella realtà che senso avesse quella ottusa parodia d’umanità: nessuno, assolutamente nessuno. I robot erano nati da un cieco amore per la tecnologia che ne aveva permesso l’invenzione. (…) E, ancor più profondamente, sotto quella faccia vuota, stolida, identica alle migliaia di facce della sua serie, avvertii il disprezzo… il disprezzo per la comune vita degli uomini e delle donne che aveva ispirato i tecnici umani nel costruirli. Ci avevano dato i robot, come una frode, raccontando che ci avrebbero risparmiato fatica o sollevati dalla monotonia di un duro lavoro in modo che potessimo crescere e svilupparci interiormente. Qualcuno doveva aver odiato la vita umana per aver fatto una cosa simile…"

In un gioco di specchi tipico della narrativa fantascientifica l’orribile e detestabile mondo del futuro descritto da Tevis riflette il nostro attuale modus vivendi, la devozione acritica alle macchine ed alle nuove tecnologie, il progressivo alienarsi gli uni dagli altri, la rinuncia alla parte più umana e vera del nostro esistere.

Il mio più profondo rammarico, in questo momento, consiste nel non potervi dire "correte a comprarlo e leggetevelo tutto d’un fiato". Difficilmente sarà ancora reperibile nelle edicole, altrettanto introvabile nelle librerie. In attesa che qualche editore illuminato decida di pubblicarlo in pianta stabile in qualche collana destinata alla grande letteratura utopica assieme ad Orwell, Čapek, Huxley, Le Guin, Vonnegut e molti altri.

Scrittori e scrittrici che hanno provato a raccontarci i nostri errori nel tempo in cui li stavamo, ed ancora li stiamo, commettendo, ottenendo come risultato, quasi sempre, indifferenza ed emarginazione. Scrittori e scrittrici il cui valore profetico sarà compreso, forse, solo più in là negli anni, quando le conseguenze di questi errori risulteranno tragicamente evidenti ai più.

Disco Music

At first I was afraid,
I was petrified
Kept thinkin’ I could never live
without you by my side

Ci sono canzoni che restano legate alla nostra vita fin dal primo momento in cui le ascoltiamo, altre di cui scopriamo la profondità solo dopo anni di maturazione umana e personale. Questa in particolare ha subito una sorte ancora diversa, e per poter arrivare a “farla mia” il percorso è stato inusitatamente complesso e tortuoso.

Tutto inizia negli anni ’70, col sottoscritto preadolescente in una società in balìa di tumultuose trasformazioni sociali e culturali. Gli anni del post ’68, del terrorismo, dell’austerity, della televisione di stato. Un calderone caotico ed imprevedibile, soprattutto agli occhi di un ragazzo ancora imberbe e precocemente solitario.

Uno dei fenomeni culturali clamorosi ed inattesi di quel periodo fu il successo del film La febbre del sabato sera, che lanciò la moda delle discoteche e, conseguentemente, segnò l’avvento della “Disco Music”, anticipazione e preparazione al consumismo sfrenato e spensierato degli anni ’80.

La “Disco Music” divenne ben presto la bandiera del divertimento coatto e modaiolo, una filosofia di vita, se tale si può definire, lontana anni luce dalle radici contadine della mia famiglia, dalla mia educazione improntata alla morigeratezza ed alla frugalità e soprattutto dalla mia possibilità di comprenderla. Penso di aver detestato il fenomeno “Disco” con tutte le mie forze finché, col passare degli anni, non assistetti finalmente al suo declino… cui tuttavia seguì l’avvento di forme musicali ancora più mediocri e sciatte.

But then I spent so many nights
Thinkin’ how you did me wrong
And I grew strong, I learned how to get along

Fu molti anni dopo che mi capitò di vedere un bizzarro film australiano: Priscilla la regina del deserto, incentrato sui problemi e le difficoltà di accettazione dell’omosessualità. A metà della pellicola c’è una appassionata performance basata proprio su questo brano.

And so you’re back from outer space
I just walked in to find you here
with that sad look upon your face

Altro decennio, altro film, altra situazione, stessa canzone: In and Out, commedia gay con Kevin Kline. All’interno un’irresistibile sequenza in cui una audiocassetta registrata cerca invano di convincere il protagonista a non ballare. Cos’ha questa canzone, mi sono chiesto allora, per diventare a distanza di tutto questo tempo un’icona gay? Di cosa parla? Cosa racconta?

Inevitabilmente, come molte altre curiosità estemporanee, anche questa era destinata a scontrarsi e soccombere, almeno temporaneamente, al perenne daffare quotidiano ed ai miei mille altri interessi ed occupazioni. Me ne dimenticai, e gli anni continuarono a passare.

I should have changed that stupid lock
I should have made you leave your key
If I’d know for just one second you’d be back to bother me

Poi venne il tempo dei laboratori teatrali, e nel secondo anno di corso la nostra insegnante si mise in testa di farci cantare (non in coro, ovviamente). Cominciò col darci da studiare Vedrai, vedrai, di Luigi Tenco, ed in seguito ci chiese di portare delle altre canzoni, a nostra scelta.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
‘cause you’re not welcome anymore

Fu lì che mi trovai a dover decidere, a dover scegliere, nella mole sterminata di musica alla quale ero affezionato, quel singolo brano che avrebbe potuto/dovuto rappresentarmi al meglio. Vagliai e scartai decine di opzioni: rock, pop, folk, blues, dark, musica tradizionale… di tutto di più. In una lezione successiva cantai L’internazionale (sì, quella!), nella versione di Billy Bragg, in un’altra American Pie, che avevo in testa rifatta dai King’s Singers.

Weren’t you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I’d crumble?
Did you think I’d lay down and die?

Come ultimo esercizio ci fu chiesto di esibirci su una base musicale che ci saremmo dovuti procurarci da soli su internet. Questo restringeva di molto la scelta dei brani, ed in ogni caso quel palcoscenico vuoto con un singolo “occhio di bue” non faceva che rimandarmi l’immagine di “Priscilla”… ma già, di che cosa parlava quella canzone? I will survive, io sopravviverò (???), il tempo di rintracciare il testo in rete e…

Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love I know I’ll stay alive
I’ve got all my life to live
I’ve got all my love to give
And I’ll survive, I will survive, Hey Hey

…la folgorazione! Resto senza parole. Straordinaria a qualsiasi livello di lettura ed analisi.

Sul piano narrativo la canzone interpretata da Gloria Gaynor è il monologo di una persona lasciata al suo partner, riapparso inaspettatamente. Da notare, in questo senso, la perfetta “non assegnazione” di gender consentita dalla lingua inglese: il sesso dei due personaggi non viene mai dichiarato esplicitamente. Già questo potrebbe spiegare le “simpatie” della comunità GLBT, ma c’è sicuramente dell’altro.

It took all the strength I had not to fall apart
Kept trying hard to mend the pieces of my broken heart

Sul piano musicale il brano è suddiviso in due “movimenti” identicamente strutturati: la partenza è lenta, struggente, poi la musica sale, entrano le percussioni, il brano acquista forza e determinazione ed alla fine viaggia come un treno in corsa.

And I spent oh so many nights
just feeling sorry for myself,
I used to cry
but now I hold my head up high

E questo avviene parallelamente al procedere della narrazione. Le prime frasi raccontano il dolore dell’abbandono, la sofferenza, la tristezza. Ma subito dopo c’è il riscatto, la consapevolezza di sé, la scoperta di una forza interiore inattesa, della capacità di reagire.

And you see me
somebody new
I’m not that chained up little person still in love with you

In un crescendo irresistibile il/la protagonista descrive questa trasformazione, e di come la sua visione del mondo sia cambiata. Tolta dagli occhi la nebbia offuscante dell’innamoramento l’altro/a appare drammaticamente ridimensionato/a: una persona insensibile, meschina, vuota.

And so you feel like droppin’ in
And just expect me to be free
Now I’m savin’ all my lovin’
for someone who’s lovin’ me

E quindi l’invito ad andarsene, ad uscire di scena e sparire per sempre, in uno dei ritornelli più potenti ed efficaci probabilmente mai composti.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
‘cause you’re not welcome anymore

Ma non basta. La sfida sale ancora di tono, diventa sarcasmo, ironia tagliente.

Weren’t you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I’d crumble?
Did you think I’d lay down and die?

E si conclude con l’affermazione finale: “io sopravviverò perché sono capace di amare” (corollario: “e di te, che invece sai solo usare gli altri, non so che farmene”). Sicuramente è un approccio molto “femminile” all’esibizione dei propri sentimenti, un’altra chiave di lettura del perché sia diventato un inno gay.

Oh no not I,
I will survive
Oh as long as I know how to love I know I’ll stay alive
I’ve got all my life to live
I’ve got all my love to give
And I’ll survive, I will survive
Hey Hey

Non so voi, ma io la trovo di un’eleganza ed un’efficacia sorprendente. E non posso non invidiare alla lingua inglese l’essenzialità fonetica delle singole parole: in tutta la canzone i concetti viaggiano su monosillabi che copiano perfettamente l’andamento percussivo della base ritmica. I bisillabi si contano sulla punta delle dita, ed i trisillabi sono solo due. In italiano non ci si scriverebbe neppure la prima strofa.

Negli anni questa canzone ha rappresentato, per tutto il mondo anglofono, la possibilità di riscatto dei deboli e degli umili di fronte alle angherie della vita. C’è un terzo film in cui compare “Le riserve“, cantata in coro da una squadra di football americano (sport maschile per eccellenza) composta interamente di giocatori di seconda scelta e finiti imprevedibilmente a giocarsi il tutto per tutto contro un team di professionisti. La cantano la sera prima della finale, quasi per gioco, per farsi coraggio a vicenda.

A questo punto non posso non concludere con una traduzione completa. Letta tutta insieme sembra davvero un monologo teatrale. Chissà che prima o poi non mi salti in mente di proporla in forma di prosa davanti ad un vero pubblico.

Io sopravviverò

All’inizio ero spaventa, pietrificata
Pensavo di non poter vivere senza averti accanto
Ma poi ho passato così tante notti
Pensando a quanto male mi avevi fatto
E sono diventata forte
Ho imparato ad andare avanti

E così sei tornato, piovuto giù dal cielo
Sono rientrata a casa e ti trovo qui
con quell’espressione triste in faccia
Avrei dovuto cambiare la serratura,
o farmi ridare la chiave
Se solo per un istante avessi immaginato
che saresti tornato ad infastidirmi

Va’ via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant’è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.

Ho dovuto far appello a tutta la forza che avevo
per non buttarmi giù
È stata dura tenere insieme i brandelli
del mio cuore a pezzi
Ed ho passato così tante notti a sentirmi triste
Ero solita piangere
Ma ora cammino a testa alta

E ora guardami
Sono un’altra
Non più quella piccola prigioniera
Ancora innamorata di te
E così ti senti di passare a trovarmi
E ti aspetti che io sia libera
Invece sto mettendo da parte tutto il mio amore
Per qualcuno che mi ami davvero

Va’ via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant’è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.

Ah, alla fine l’ho cantata davvero, con tanto di base musicale, di fronte agli altri studenti del corso di teatro. E l’effetto di spiazzamento che volevo ottenere c’è stato tutto. Una delle ragazze è perfino salita sul palco a ballare. Un altro partecipante al corso, che all’epoca mi conosceva poco, mi ha confessato anni dopo di essersi preoccupato che fossi gay. E per la povera insegnante, partire da Luigi Tenco ed arrivare a Gloria Gaynor… la distanza non le sarà potuta sembrare maggiore!

Caccia alla Balena Bianca


"Mentre i marinai si narravano a vicenda le loro blasfeme avventure, con parole allegre i loro racconti di terrore; mentre le loro risate selvagge salivano biforcute, come le fiamme dalla fornace; mentre, di fronte a loro, i ramponieri gesticolavano selvaggiamente avanti e indietro, con le enormi forche a rebbi e i mestoli; mentre il vento ululava e il mare sobbalzava, e la nave gemeva e si tuffava, fermamente spingendo il suo rosso inferno sempre più innanzi nell’oscurità del mare e della notte, sdegnosamente stritolando le bianche ossa fra i denti e sputacchiando malevolmente da tutte le parti, allora il "Pequod", lanciato in corsa, stivato di selvaggi, carico di fuoco, nell’atto di bruciare un cadavere e di precipitarsi in quelle tenebre di oscurità pareva la corrispondente sembianza materiale dell’anima monomaniaca del suo comandante."

Ho da poco completato la lettura di Moby Dick, immenso romanzo di Herman Melville. "Immenso" non tanto per la mole di quasi settecento pagine, quanto per la capacità dello scrittore di rendere ogni cosa sconfinata, superlativa, eccessiva.

Melville è talmente entusiasta, in ogni singolo dettaglio narrato, da trovare davvero "Universi nei granelli di sabbia". La teoria inarrestabile di capitoli su ogni minima parte dell’anatomia dei cetacei è magnificente e cavillosa fino allo sfinimento.

Moby Dick è una lettura a tal punto impegnativa da avermi obbligato a suddividerla in due distinti segmenti temporali, separati tra loro da diversi anni. Dopo avere inizialmente ingaggiato la lotta impari con una scrittura faticosa del suo, lontanissima nel tempo e nello spazio (almeno per i miei standard di appassionato di narrativa "bassa"), ne sono rimasto ad un tempo catturato e, per contro, provato a tal punto da lasciare il volume a metà, "spiaggiato" sul comodino, in attesa per un tempo indefinito.

Ma Ahab, la sua micidiale ossessione, lo sconvolgente equipaggio del Pequod e soprattutto l’incredibile passione di Melville per il mondo crudele ed eroico della baleneria ottocentesca erano lì ad aspettarmi. Alla fine, simmetricamente stremato da romanzi mediocri male ideati e peggio scritti, mi sono fatto forza a riprenderne e portarne a termine la lettura.

Giunto a questo punto, però, mi coglie persino l’imbarazzo a parlarne, tali e tanti sono i fiumi di parole (verrebbe da dire, in questo caso, gli Oceani di parole) già spesi nel secolo e mezzo e più intercorso dalla sua pubblicazione. Ma neppure tacere si può: "Moby Dick" è davvero un viaggio incredibile, in cui il lettore resta arpionato e, contro la sua volontà, fatto a pezzi e smembrato, insieme alle balene del racconto.

Ogni cosa, ogni dettaglio, ogni frase, in Melville, è magniloquente, eccessiva, sconfinata. Ogni situazione è titanica, in ogni personaggio giganteggia un archetipo di qualche tipo scolpito nel granito, ogni dettaglio è tridimensionale. Nell’impossibile confronto, questo libro riduce le nostre vite a delle totali nullità… come probabilmente sono davvero!

E non sembri un’esagerazione: l’inarrivabile, oceanica, scrittura di Melville compie continuamente il miracolo di farci tornare ragazzi, a qualsiasi età, con gli occhi sgranati di fronte ad un mondo di avventure incredibili ormai spazzato via dal progresso tecnologico.

Marinai scalzi, su navi di legno, che ammainano vele di stoffa a brandelli nel mezzo della tempesta, che danno la caccia su barche a remi, armati di arpioni, a creature gigantesche e non di rado mortali, in mari infestati dai pescecani… Mi guardo intorno  seduto su un comodo divano, in una casa calda e confortevole, e mi domando se questa vita ho l’ho in fondo desiderata davvero, o semplicemente è quello che mi è toccato in sorte, ed a cui ho preferito non oppormi.

Chi scrive è da sempre un appassionato di fantascienza, genere letterario fin dalla nascita votato all’eccesso, in cui la fantasia si pone l’unico limite di rimanere nei confini della verosimiglianza scientifica. Negli anni ho letto storie di astronavi grandi come mondi, di viaggi ai confini dello spazio e del tempo, ma niente in grado di trasportarmi completamente in un altro spazio, in un altro tempo, in un’altra realtà, come questo capolavoro della letteratura americana.

Giunto nel "mezzo del cammin di nostra vita" sono ormai convinto che l’unica, vera, "macchina del tempo" sulla quale potrò mai viaggiare sono proprio le pagine dei grandi narratori.

Per Eva

And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I’m yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I’m not afraid to die.


“E il giudizio divino mi attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire”

Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l’eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c’è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima ‘morte annunciata’. La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L’indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

“La strada è di chi se la prende” recita la delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d’acciaio pesanti tonnellate, lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le ‘tribù’ del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un’azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: ‘Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?’

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, “an eye for an eye and a tooth for a tooth”, “occhio per occhio, dente per dente”, l’antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.

Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle ‘leggi di mercato’.

Ed allora la rabbia diventa lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest’assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d’oro, del ‘feticcio nerolucido’, e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.


Elaborazione (atea) del lutto

Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini… Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze dell'animo umano, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte…non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.