Le incessanti migrazioni del popolo della rete

Dopo aver resistito quasi un anno, in seguito alle insistenti pressioni di diversi amici sto cominciando a pasticciare con Facebook, la piattaforma di social networking del momento. Verrebbe quasi da dire l’ennesima, dato che di pari passo con la diffusione della rete internet, e col progressivo aumento della quantità d’informazione che è stato possibile scambiare, diverse modalità di comunicazione e relazione sono via via diventate di uso comune, per poi lentamente declinare sostituite da altre. Già qualche mese fa ragionavo sul progressivo abbandono nell’utilizzo della posta elettronica, primo e probabilmente più rudimentale strumento di "rete sociale" a larghissima diffusione. Usato, sfruttato e pian piano sostituito da altri media più flessibili e performanti.

L’e-mail era nata come strumento di comunicazione interpersonale, ma con l’evoluzione della rete il confine tra privato e pubblico venne ben presto varcato grazie all’avvento delle "mailing-lists": semplici server capaci di ridistribuire "a pioggia" ogni e-mail ricevuta. In questa maniera, anche con connessioni molto lente e costose com’erano quelle sul finire del secolo scorso, piccole "comunità" potevano dialogare, scambiarsi materiale informativo e "costruire situazioni" in una condizione di quasi perfetta "orizzontalità". Tuttavia queste comunità rimanevano chiuse ed in qualche modo "nascoste" al resto del mondo, cosa che ne limitava fortemente la visibilità e la conseguente crescita numerica.

Una ulteriore risposta a queste esigenze, resa possibile dalla maturazione del web 2.0 e dalla sempre maggior disponibilità di connessioni "flat" economiche e veloci, apparvero essere i blog, che univano alla visibilità universale delle pagine web, unita all’impatto estetico accattivante, la possibilità per i lettori di commentare gli argomenti pubblicati e quindi aprire la "conversazione" verso l’esterno. Per piccole comunità con un forte interesse comune, come l’associazione cicloambientalista di cui ero all’epoca presidente, l’integrazione tra l’ambito di dialogo pubblico consentito dal blog e quello semi-privato delle mailing-lists parve per un po’ la combinazione vincente (almeno a me), ma si scontrò ben presto con l’estrema disuniformità nella padronanza delle tecnologie informatiche da parte dei diversi fruitori (ed, in quel caso, nella scelta deliberata, da parte di alcune persone, di "cavalcare" tale disagio… ma qui scivoliamo nei meandri dell’animo umano, da sempre molto più impredicibile e nocivo rispetto alle tecnologie che di volta in volta si ritrova a gestire).

Da diverso tempo si dibatte di "digital divide", termine usato per definire la forbice, che va purtroppo divaricandosi, tra chi ha accesso alle potenzialità della rete e chi, per limiti economici, o infrastrutturali, non ne ha. Ma esistono forme di "mini digital divide" che discriminano gli utenti con scarse capacità di gestire la sconfinata complessità degli strumenti informatici. Per fare un esempio, l’abilità o meno di applicare "filtri" alla posta in ingresso ha rappresentato un limite alla diffusione delle mailing-list, mentre per altri versi la disponibilità o meno di connessioni "flat" ha fatto altrettanto con i blog. Alcuni utenti sono riusciti a "sbarcare" sulle nuove tecnologie più in fretta di altri, che sono rimasti legati a modalità nel tempo divenute obsolete, vedendo le proprie "communities" lentamente declinare. Un’altra forma di "divide" discrimina ulteriormente quelli che non hanno la possibilità di accedere ad internet dal posto di lavoro, relegandoli ad una fruizione estremamente "asincrona" e di fatto limitandone le possibilità nell’usufruire di determinati "strumenti" più calibrati sull’uso "in tempo reale".

Dopo un paio d’anni di sperimentazioni ho finito con l’allontanarmi dai blog "a più mani", la "variante social" dei blog personali, dopo averne esplorato appunto i limiti in ambito "sociale", ovvero l’inadeguatezza nell’alimentare e far crescere esperienze che potremmo definire di "azione diretta". Mentre per il resto del mondo l’arena digitale pareva assolvere all’unica funzione di mettere in relazione persone lontane, con la "relazione digitale" stessa come unico fine, io continuavo a cercare di "piegare" le potenzialità degli strumenti "virtuali" alla produzione di qualcosa di concreto: iniziative, frequentazioni, contatti reali. Per contro i blog, anche quelli "collettivi", si sono rivelati troppo "verticali", up-to-down, per risultare realmente coinvolgenti nei confronti dei lettori/frequentatori. Ottimi come strumenti di divulgazione e discussione ma estremamente limitanti nel produrre "comunità".

L’esperimento sociale successivo non poteva che essere un forum, spazio on-line variamente modulabile, con la caratteristica peculiare di consentire ai frequentatori di avviare e partecipare a diverse "conversazioni", attive in parallelo e contemporaneamente. Nasceva così, poco più di un anno fa, Cicloappuntamenti. Non avendo alcuna esperienza di Forum lo immaginai come un sistema finalizzato a "produrre escursioni", con gli spazi principali intenzionalmente finalizzati all’obiettivo di promuovere pedalate di gruppo, ed altre aree a disposizione per le discussioni "affini", ma defilate rispetto al "target" principale.

Sebbene le persone che avevo in mente quando diedi vita a Cicloappuntamenti sparirono quasi tutte nel volgere di poche settimane, non trovando una propria dimensione in uno strumento relazionale diverso da quelli di cui avevano esperienza, in breve tempo il forum cominciò a popolarsi di nuovi frequentatori che seppero apprezzarne le caratteristiche e promuoverne le attività. Inutile dire che senza di loro il Forum sarebbe tristemente "naufragato", e con esso l’idea stessa di una comunità di ciclisti capace di organizzare iniziative totalmente estemporanee, senza bisogno di sovrastrutture associative, regolamenti vincolanti, gerarchie ed obblighi imposti. Ad oggi il forum e la relativa "community" si identificano reciprocamente, e lo strumento pare rispondere egregiamente alle esigenze dei suoi fruitori.

Ma veniamo a Facebook: cos’ha da offrire di diverso rispetto agli altri strumenti di "social networking" che l’hanno preceduto? Indubbiamente la "personalizzazione" dell’esperienza. Il limite primo delle mailing list è risultato consistere nella capacità dei lettori, mediamente scarsa, di strutturare ed organizzare l’informazione che pioveva nella propria casella di posta. Utilizzatori più smaliziati hanno saputo fare tesoro di strumenti come il filtraggio selettivo e l’organizzazione delle discussioni (in base all’oggetto o al "reply-to"), ma la stragrande maggioranza si è dovuta arrendere alla propria inadeguatezza a fronteggiare la mole disordinata di informazioni che li raggiungeva. Questo ha posto un "tetto" alla quantità di informazione che aveva senso far circolare sulle liste, creando un collo di bottiglia oltre che alla quantità di informazione scambiata alle dimensioni delle communities.

Facebook risolve brillantemente il problema polverizzando una mole sconfinata di utenti in una rete di cui ognuno/a gestisce e sperimenta un unico nodo che condivide con le persone con cui ha scelto di "comunicare". In pratica non una singola "community", ma innumerevoli, con diversi gradi di separazione le une dalle altre. Se da un lato questa parcellizzazione lo rende del tutto inadatto a qualsivoglia utilizzo "pratico" che vada al di là del farsi una pizza tra amici, dall’altro ne fa uno strumento comunicativo capace di esportare le innumerevoli sfaccettature di ogni singolo individuo, in un calderone caotico nel quale spuntano, qua e là, piccoli oggetti interessanti e frammenti di umanità.

Per ora non ho un’idea chiara di quanto questo strumento possa rendersi utile nei mille campi in cui disperdo la mia attenzione, ma penso che mi consentirà di aprire il mio ventaglio d’interessi a più persone che non avrebbero altrimenti tempo e modo di seguirmi. Ho già iniziato a dar conto degli interventi più interessanti che sparpaglio in giro per il web, su blog, Forum, sul Mammifero Bipede, ecc… Per ora è un esperimento, pian piano qualcuno/a mi dirà se ha senso o meno. Resta il fatto che non si può far troppo conto su un singolo strumento, perché le communities si popolano e si spopolano continuamente, col progressivo emergere di strumenti sempre più adatti alle necessità degli utenti. Chissà la prossima cosa sarà?

Nel frattempo, per chi volesse impicciarsi di quello che combino "laggiù"… qui c’è il mio profilo.

Tu chiamali se vuoi cartelloni

Ebbene sì, lo ammetto, ci ho giocato anch’io con il Generatore di Manifesti Elettorali dell’UDC di Paul The Wine Guy. E già che c’ero anche con quello del PD.


(P.s.: comunque la migliore è indubbiamente questa)



UPDATE:
dopo lunga e sofferta riflessione, ed ispirato dall’idea proposta nell’ultimo link, ho rimesso mano al programma di fotoritocco per "partorire" un ultimo manifesto, il più amaro di tutti, ma temo anche il più vero (ahinoi…).

Il brutto anatroccolo

Capita di imbattersi in storie davvero incredibili, questa è una di quelle. La cornice è il "talent show" Britains Got Talent 2009, una via di mezzo tra "X-Factor" e "La Corrida" in cui degli assoluti sconosciuti si esibiscono di fronte ad una giuria. La protagonista è lei, Susan Boyle, 47 anni, scozzese, disoccupata. L’aspetto è quello di una vecchia zia nubile, niente di più stonato nella società dell’immagine, al limite dell’imbarazzante. Sale sul palcoscenico e per poco non le ridono in faccia, poi comincia a cantare, e guardate cosa succede!

(grazie a LaVyrtuosa per la segnalazione)

Scoprendo Nick Drake

A volte devono passare anni perché le curiosità meno pressanti siano appagate. È una cosa che mi appartiene e che rivendico: non ho mai eccessiva fretta di appropriarmi delle cose che "dovrei conoscere". La mia curiosità è sì insaziabile, ma non frenetica. Il motivo di questo approccio alla cultura dipende da una scelta di fondo, che le cose arrivino quando il tempo è maturo. La fruizione consapevole nasce sempre da una necessità, e la necessità ha bisogno di crescere e svilupparsi.

Questo è il motivo che mi ha portato a scoprire Nick Drake con circa vent’anni di ritardo rispetto alla prima volta in cui ne ho sentito parlare (grazie anche  a Giulia, e a TiC che me l’ha segnalata). A posteriori questo fatto assume un senso che non avrei potuto immaginare all’epoca in cui venni a sapere della sua (passata) esistenza, avvenuta leggendo una recensione molto postuma, in coda ad una rivista di musica rock, nella sezione dedicata ai "dischi da recuperare".

La parabola esistenziale ed artistica di Nick Drake si compie nel volgere di una manciata di anni, sul finire dei ’60. Tre dischi di non travolgente successo, poi la depressione, infine un suicidio dai contorni indefiniti. Ma a questo tragico epilogo fa seguito una rivalutazione postuma della sua opera. La straordinaria eleganza delle sue composizioni ne fa ben presto un oggetto di culto tra gli appassionati di musica folk, e più in là tra gli appassionati di musica in generale.

Questo è probabilmente il motivo grazie al quale la mia ricerca in rete di materiale che lo riguardasse ha ottenuto da subito una grande quantità di risultati. Solo su YouTube ci sono più di 2.300 "video" a suo nome! Per un artista vissuto in un’epoca in cui non era ancora consuetudine "impacchettare" musica ed immagini è un risultato che desta stupore. La cosa si spiega scorrendone un po’, ma lo stupore rimane: molte sono "cover", ovvero canzoni sue suonate da altri (ivi compresi musicisti non professionisti che mettono in rete le proprie esecuzioni), altri spezzoni di documentari, ma la maggior parte sono lavori realizzati dai suoi fans sovrapponendo immagini e filmati a puro titolo di commento "visivo" delle sue canzoni.

Ma veniamo al dunque: che effetto fa "scoprire" Nick Drake così tardi, con gusti musicali ormai definiti e sedimentati, oltretutto con quasi quarant’anni di "evoluzione" (lo so, è un termine improprio…) musicale in mezzo? Beh, bizzarro. È come trovare il tassello mancante di un puzzle, riempe un vuoto. La sua musica è come sospesa al di là e al di fuori del tempo, possiede una freschezza che la rende immediatamente affascinante, anche adesso, a quarant’anni di distanza. Se ne possono leggere in trasparenza le radici, e ciò che ne è seguito.

C’è il jazz, che negli anni ’60 si respirava dappertutto, ci sono echi di psichedelia acustica, c’è musica tradizionale inglese, ma il tutto in una rivisitazione molto netta e personale. Viene quasi da pensare che tutto il movimento di "New Age acustica" nato sul finire degli anni ’70 (e che ha avuto in William Ackerman e nella sua etichetta Windham Hill Records degli straordinari alfieri) non possa prescindere da certe sue intuizioni sonore. Ma forse sono solo fantasie, probabilmente Nick Drake è stato solo uno straordinario interprete e catalizzatore di sonorità che in quegli anni appartenevano al comune sentire, ed ora sono come perdute.

È un altro segno dei tempi: un artista di adesso non può riprodurre la sensibilità di un musicista "folk" cresciuto negli anni ’50 e ’60. Non è questione di merito o demerito, semplicemente il materiale sonoro da elaborare è diverso. Non si può più prescindere dal Punk, dal Grunge, dalla NewWave, dalla Disco, dai ritmi semi-industriali della musica House. In tutto questo si è finito col perdere l’abitudine alle sonorità degli strumenti acustici, agli intrecci di chitarre, alla sinuosa vibrazione dei sassofoni. Col perderla noi "pubblico", come pure gli artisti. Si possono coltivare passioni musicali per epoche lontane, ma non sarà mai la stessa cosa che viverci "immersi".

Ogni epoca finisce con l’avere degli straordinari interpreti, quelli e non altri, ed il passare del tempo cristallizza questa unicità, facendo apparire i tentativi successivi di riprodurne le sensazioni unicamente come dei rudimentali plagi. E questo è infine il mio parere ponderato, dopo aver ascoltato negli anni tanta musica, buona e no, e col cuore già pieno di artisti e brani indimenticabili: Nick Drake era davvero un grande. Pur se la sua epoca non lo comprese, ora noi lo adottiamo postumo.

Ascoltarlo è come scoprire qualcosa che ci è sempre mancata, ed ora finalmente ci è data. Ed è forse questa la misura dell’arte: renderci consapevoli di ciò di cui avevamo bisogno, senza che ce ne fossimo mai resi conto prima.

Symbelmine (and the living is easy…)


È con una punta di malcelato orgoglio che vi comunico che questo umile Blog è stato insignito nientepopodimeno che dell’ambito "Premio Symbelmine", per la sua coraggiosa ed indefessa attività informativa svolta nei confronti dell’opinione pubblica interplanetaria. A conferire l’ambìto (oltreché meritato) riconoscimento è stato nei giorni scorsi "sua magnanimità" il sig. TiC, tenutario del prestigioso blog "Talk is Cheap"…. ok, fine delle baggianate.

Se non fosse ancora chiaro, questo fantomatico "Premio Symbelmine" altro non è che un meme o, per dirla in altri termini, una sorta di "catena di S. Antonio" (se vogliamo, in positivo) in cui gli appartenenti a quel sottoassieme del genere umano contraddistinto dall’insana passione per lo scrivere on-line che si autodefiniscono "blogger" si tributano reciprocamente stima ed apprezzamenti. A Roma si usa dire che "se la suonano e se la cantano".

Procedo quindi a designare i miei "premi". Contravvenendo tuttavia alle "regole non scritte" del meme non mi limiterò ai blog strettamente personali, ma farò riferimento a quelli che "corro a leggere" appena aperto l’aggregatore.

1 – Al primo posto si colloca il "blog collettivo" di ASPO-Italia, l’associazione per lo studio del "Peak Oil". Se cercate un punto di vista critico sull’attuale modello consumistico, sulle tendenze del mercato energetico e con una visione strategica (e pragmatica) sul futuro non potrete non apprezzare gli interventi di Bardi, Galvagno, El Asmar ed altri.

2 – Al secondo posto, "ex-aequo", i due blog gemelli Petrolio e Crisis, di Debora Billi e Pietro Cambi, che alimentano la mia innata negatività con una abbondante e quotidiana dose di catastrofismo.

4 – Al quarto posto troviamo Due Cents, il blog di "Stand", che ci racconta l’economia internazionale "from inside" completando il quadro micidiale del futuro prossimo venturo.

5 – Al quinto posto una mia vecchia frequentazione: il blog collettivo Romapedala. Nonostante l’abbandono da parte del sottoscritto (principalmente per incomprensioni sul piano personale) e la relativa "latitanza" di altri validi inseritori (principalmente per necessità lavorative), rimane un punto di riferimento per i ciclisti della capitale.

6 – Al sesto posto menzione d’obbligo per il Il Disinformatico, di Paolo Attivissimo, che sicuramente non ha bisogno di presentazioni. Conobbi Paolo diversi anni fa, nel corso di una pizzata a tarda sera, a margine di una conferenza su Linux e il software libero. Nonostante il blog sia ormai un "ramo" della sua dimensione professionale trovo che la passione con cui lo porta avanti, e le battaglie che conduce per una corretta informazione scientifica e sociale (p.e. le  "indagini antibufala"), restino una ricchezza ed un patrimonio della collettività.

7 – Ultima menzione per Dario Bressanini ed il suo blog Scienza in cucina. Anche qui ci troviamo di fronte ad un ambito semiprofessionale, ma la varietà dei temi trattati, il pragmatismo e la disponibilità al dialogo coi lettori ne fanno un blog a tutti gli effetti. Nel corso delle discussioni che seguono i post non strettamente culinari finisco spesso col trovarmi su posizioni molto distanti dalle sue, principalmente per divergenze di natura etico/sociale, ma è un confronto stimolante dal momento che il piano comune di partenza è sempre l’obiettività scientifica dei fatti.

Con questo concluderei il mio compitino bello e relativamente inutile, ma farei un torto ai tanti blogger che, come me, quotidianamente si arrabattano per rubacchiare qua e là il tempo di riempire la loro paginetta, spesso più che con fatti ed informazioni "fresche" con analisi e ragionamenti "a latere". Cito quindi, in ordine sparso e senza preferenze, Bikediablo ed il suo lavoro sulle piste ciclabili, Lug il Marziano, lo stesso TiC (posso farlo, sono ormai fuori dalle regole), Zimisce il bizantino, Gianfiorito, Magociclo, Gianni "il Gallus" e i suoi fotoracconti dall’India, Luciano "idefix" Comida e tutti quelli che sto dimenticando causa incipiente decadimento neuronale.

Non ho finito. Dovendo "rompere le regole" (ce l’ho nel DNA, non posso farci niente…), oltre ai summenzionati assegno un "premio speciale della giuria" a Yod, Mamaa, M!!!, Caiofabricius, Manfred ed in generale a tutti i "commentatori" che non avendone uno proprio passano il tempo ad "impollinare" i blog altrui con le proprie sapide osservazioni (non di rado più interessanti ed "oblique" dei post stessi), completando ed integrando il nostro lavoro. Fosse per me ne farei un titolo onorifico ("Buonasera Commentatore. I miei ossequi!"), grazie ragazze/i.

Mi sto scordando qualcosa? Ah, sì, BUONA PASQUA! (che ci crediate o no…)

Macerie

Un paio di giorni fa buona parte del centro Italia si è svegliata intorno alle tre di notte, con la casa scossa da un  terremoto che, come si è scoperto poco più tardi, stava devastando l’Abruzzo, causando centinaia di morti. In realtà addossare le responsabilità agli eventi naturali è un po’ uno sport nazionale. Buona parte del nostro paese è a rischio sismico, ma si preferisce far finta di niente finché non ci scappa il morto, o le centinaia di morti. Poi giù lacrime di coccodrillo, promesse di "interventi per la messa in sicurezza", parole, parole, parole. Ma dalla classe politica mai un "mea culpa" mai un’ammissione di responsabilità. Piuttosto sempre, ostinatamente, il tentativo di addossare le colpe ad altri, alla controparte politica, ai propri predecessori, in un perenne scaricabarile che si potrebbe definire indecente, se parlare di "decenza" in questo paese avesse ancora un qualche significato.

Proviamo a fare un esercizio, molto teorico, di "responsabilizzazione collettiva": se la casa dove vivo crolla con chi me la devo prendere? Intanto, se è casa mia (ed ammesso di essere sopravvissuto al crollo), me la devo prendere con me stesso perché ho scelto di vivere in un edificio a rischio. Se è una casa vecchia sono responsabile di non averla resa sicura. Se la casa è nuova me la devo prendere col fabbricante dell’edificio, che ha costruito un oggetto mortale o per propria incapacità ("qualità" che in Italia molto spesso apre la strada ad una rapida carriera), o per dolo criminale, ignorando le normative vigenti (altra sicura strada di affermazione sociale). Se sto in affitto o in una casa non mia posso prendermela col proprietario, sempre che io stesso non l’abbia scelta fatiscente per risparmiare sull’affitto. Da ultimo tirerei in ballo tutto il baraccone politico-amministrativo, (ir)responsabile dell’emissione delle normative (farraginose), dei controlli (spesso inesistenti, non di rado "taroccati") e delle sanzioni civili e penali (solitamente intempestive ed inefficaci). A ciò aggiungerei che i nostri rappresentanti politici ce li scegliamo noi, il che ci riporta dritti dritti al primo punto.

E quindi di che stupirci, turbarci, indignarci? Delle nostre scelte, del nostro "stile di vita"? Il fatto è che la sceneggiata è già descritta e prevedibile fin nei minimi dettagli: finché non capita una tragedia nessuno/a muove un dito, subito dopo tutti a piangere, per poi immediatamente "rimuovere" e via di nuovo come prima. Gli italiani sono fatti così. I giapponesi no, tanto per fare un esempio, ed infatti le loro case non crollano nonostante siano sottoposte ad eventi sismici ben più frequenti ed intensi dei nostri. Ma voglio andare oltre, perché il tragico e ridicolo "stracciarsi di vesti" che va in scena in questi giorni per il terremoto si può trasferire pari pari in qualunque altro ambito in cui l’organizzazione sociale dovrebbe farsi carico di prevenire le tragedie.

Prendiamo il caso dell’incidentalità stradale, tema che da ciclista vivo quotidianamente sulla mia pelle. Periodicamente assistiamo a (finte) lamentazioni mediatiche sulle "vittime del weekend", sulle "stragi del sabato sera", sull’escalation della pirateria stradale. Abbiamo migliaia di morti l’anno, perlopiù innocenti falciati dal cretino di turno comodamente assiso sul suo carrarmato urbano, non di rado alla guida sotto l’effetto di alcool o stupefacenti. In pratica il bilancio di una guerra a bassa intensità. Ma si fa qualcosa? No, ovviamente. Nemmeno come singoli individui siamo in grado di moderare il nostro stile di guida, di attenerci a quelle regole minime di buonsenso che pure nessuno si dà pena di far rispettare.

Le strade italiane sono ormai una sorta di "far west" dove dare libero sfogo alle proprie frustrazioni, rischiare la vita propria ed altrui, godere di una minima parvenza di coraggio, libertà e sprezzo del pericolo. Una valvola di sfogo micidiale cui nessun governo ha voluto fin qui porre il minimo argine, nel consenso tacito, o nell’indifferenza, dei più. E considerazioni del tutto analoghe si potrebbero fare per quanto riguarda l’incidentalità sui posti di lavoro, il consumo di alcool e droghe, la violenza negli stadi, la gestione criminale dei rifiuti tossici, la malasanità, il dissesto ambientale e via elencando. Non c’è praticamente ambito del vivere civile in cui il nostro paese non si distingua in negativo per lassismo, menefreghismo, cattiva gestione, speculazioni e puro e semplice cinismo.

Ogni volta che sembra di aver toccato il fondo si scopre che c’è ancora un ulteriore sottofondo, ancora più buio, orribile e disperato, e per non farsi mancare niente ci si tuffa entusiasti. Questo è lo stato in cui continuo a vivere, domandandomi pressoché ogni giorno se ha senso continuare a lottare per un paese migliore, una società più giusta, o non sia davvero la fuga l’unica reale alternativa.  So anche che questo ennesimo inutile lamento non servirà a null’altro se non a rubarvi il tempo che avete speso a leggerlo, ma avevo bisogno di tiralo fuori, non foss’altro per ribadire che questo modo di speculare, anche solo moralmente, sulle disgrazie altrui non mi appartiene e non mi apparterrà mai.

P.s.: oggi volevo scrivere di tutt’altro, ragionare di futuro, di speranze, di possibilità. Ma il terremoto sembra essersi portato via l’ultima briciola del mio già risicato ottimismo, e la necessità di vomitare fuori tutto il senso di schifo che sto provando in questi giorni ha prevalso. Mi dispiace. Magari a breve ci riproverò.

La fantascienza non esiste

Visto che impiego una quota marginale ma significativa del mio tempo a leggere narrativa, prevalentemente fantascientifica, ed una parte ancor più significativa a scrivere sul web, accade sempre più spesso che mi vengano sottoposti lavori letterari per riaverne un “parere competente”. L’ultimo in ordine di tempo è un imponente romanzo di fantascienza, opera di un amico di vecchia data, del quale ho potuto leggere due sinossi ed alcuni capitoli sparsi. Il parere richiesto verteva sull’attendibilità scientifica dei fatti narrati.

Questo mi ha portato a ragionare sull’effettiva attendibilità, o esigenza di attendibilità della fantascienza attualmente in circolazione. Non è una novità, ho già affrontato altre volte il tema del precoce “invecchiamento” di questo genere narrativo, ma stavolta la conclusione a cui sono giunto ha stupito anche me. Nella pratica quello che abitualmente chiamiamo “fantascienza” semplicemente non lo è, e quella che si poteva definire tale è di fatto pressoché estinta.

Penso di non poter portare avanti quest’analisi senza partire con un po’ di paletti, dunque: cos’è la fantascienza, come nasce, come si evolve? La fantascienza (dall’inglese “science fiction”) nasce agli inizi del secolo scorso quando la narrativa d’intrattenimento (“fiction”) inizia a sfruttare le enormi promesse derivanti dalle incalzanti scoperte scientifiche dell’epoca per speculare sul futuro. Qualcuno, qui in Italia, coniò il termine più calzante di “narrativa d’anticipazione”.

Erano anni in cui le scoperte in ambito scientifico si susseguivano una dopo l’altra, demolendo credenze ed abitudini consolidate. Nel giro di pochi anni erano apparsi il cinema, le automobili, gli aeroplani, i raggi X, le trasmissioni radio, i grattacieli, i sommergibili. Non c’era ambito dell’attività umana che non subisse trasformazioni epocali, e pareva davvero che la conquista dello spazio sarebbe avvenuta a breve. Questo determinava tra la gente curiosità, entusiasmi, e la nascita di nuove paure e preoccupazioni (armi prima inimmaginabili, mostruosità, invasioni aliene), che la narrativa popolare si occupò di provare ad elaborare.

La fantascienza nacque perciò come evoluzione della narrativa fantastica in chiave scientifica, provvedendo a “vestire” di verosimiglianza vicende che nei secoli precedenti avevano vissuto di magia e della scarsa conoscenza del mondo. Pur senza mai scalzare del tutto il racconto fantastico “classico” (che di lì a poco sarebbe stato ribattezzato “fantasy”), galeoni e caravelle si trasformarono in astronavi, maghi e stregoni in scienziati buoni o malvagi, i sortilegi divennero “raggi della morte”, teletrasporto, superpoteri ed altre meraviglie plausibili (o quasi) sul piano scientifico.

All’inizio il rapporto parve idilliaco, ed infatti si parla ancora di “anni d’oro” della fantascienza per intendere il periodo a cavallo degli anni ’30-’40, poi ci furono la seconda guerra mondiale, la bomba atomica, la guerra fredda e le sue ricadute sull’immaginario collettivo, prima fra tutte la psicosi degli “U.F.O.”. La fantascienza in quel periodo approdò al cinema come “format” d’intrattenimento, conquistando terreno di pari passo col progredire degli “effetti speciali”, e guadagnandosi uno spazio di primo piano presso il grande pubblico.

Nel frattempo, tuttavia, il rapporto con la scienza stava mutando. Nel corso degli anni le strabilianti promesse su cui si era tanto fantasticato non erano state mantenute. La conoscenza scientifica cominciava a mostrare il rovescio della medaglia. L’energia nucleare era stata sì imbrigliata, ma a prezzo della produzione di scorie radioattive pressoché impossibili da smaltire in sicurezza. L’uomo aveva finalmente camminato sulla Luna, ma con costi e difficoltà terrificanti ed all’epoca ancora non ben compresi. L’umanità continuava a farsi guerre una dopo l’altra.

Di più, quasi paradossalmente i margini immaginativi aperti dalle scoperte scientifiche ad inizio secolo si andavano progressivamente richiudendo. L’astronomia aveva donato all’umanità la visione di un universo popolato da miliardi di pianeti, ma la teoria della relatività di Einstein dimostrava l’impossibilità pratica di raggiungerli. Eravamo (siamo) prigionieri di un singolo mondo, dalle risorse limitate ed in via di esaurimento, niente astronavi, niente conquista delle stelle, niente contatti con altre civiltà, piuttosto un futuro prevedibile di declino industriale e sociale, carestie, guerre.

Sul finire degli anni ’60, per il filone della “verosimiglianza”, fiorì la cosiddetta “scuola catastrofista” inglese, il cui esponente più noto è probabilmente J. G. Ballard, cui dobbiamo alcuni dei più convincenti incubi sul futuro che ci attende. Fiorì la “fantascienza sociologica” ma, per contro, furono anche gli anni della saga televisiva di Star Trek che, in barba alla verosimiglianza scientifica, faceva viaggiare per il cosmo astronavi immense spinte da motori “a curvatura”, alimentati da “cristalli di dilitio”.

Il punto è che il bisogno di sognare è connaturato alla nostra specie, e prevale sugli obblighi e le ristrettezze del mondo reale, per non dire che ne è da essi alimentato. Se la scienza ci dice che una cosa “allo stato attuale delle conoscenze” non è realizzabile, non è un problema, si “immagina” una condizione futura in cui sia realizzabile.

Se non è possibile viaggiare nello spazio a velocità uguale o superiore a quella della luce (quattro anni e mezzo di viaggio per raggiungere la stella più vicina, e una quantità di energia da impiegare che si approssima asintoticamente all’infinito), la cosa si risolve “curvando lo spazio”. Qualsiasi fisico sogghignerà ed affermerà che “non si può fare” (tranne, forse, Stephen Hawking), ma non è un problema che riguardi lo scrittore o il lettore.

Di fatto, una volta circumnavigato, mappato ed analizzato ogni singolo metro quadro del pianeta si è di fatto impediti dal narrare racconti di viaggi avventurosi ed incontri con creature fantastiche, com’era consuetudine fino ad un paio di secoli fa, ma i limiti raggiunti dell’esperienza umana non possono impedire che la fantasia si liberi a briglie sciolte, come faceva prima che questi limiti fossero noti.

La moderna “space opera” non fa che riscoprire il senso di fantastico che stava alla base dell’immaginifico viaggio di Ulisse nell’Odissea di Omero. I moderni alieni sono figli del ciclope Polifemo, delle Sirene, del Minotauro. La fantasia continua a galoppare lontano dai territori del reale, e spesso incurante di questi, per raccontare la natura umana in chiave di metafora.

Ma questo pone una questione importante: fino a che punto ci si può spingere senza tradire la vocazione del genere di narrare vicende coerenti con le conoscenze scientifiche dell’epoca? Il viaggio di Ulisse descritto da Dante nel ventiseiesimo canto dell’Inferno è, a tutti gli effetti, narrativa fantascientifica, perché basata sulle conoscenze astronomiche dell’epoca. Il “Frankenstein” di Mary Shelley è anch’esso “narrativa di anticipazione”, perché scritto in un’epoca in cui resuscitare i cadaveri con l’elettricità appariva plausibile.

Au contraire, Superman non è tecnicamente fantascienza, in quanto i suoi “super-poteri” non hanno una spiegazione scientifica, anzi sono decisamente implausibili, ma servono unicamente a far galoppare il nostro senso del fantastico. In realtà quello dei super-eroi è un po’ un capitolo a sé stante, in cui l’irruzione di “novità scientifiche”, verosimili o meno, non viene messa a disposizione dell’umanità (come nella narrativa fantascientifica, per studiarne gli effetti, sulla società) ma resa disponibile a singoli individui per inscenare relazioni meramente conflittuali.

Un ulteriore colpo di grazia alla verosimiglianza degli impianti fantascientifici è venuto dal cinema, che di recente prova addirittura a riscrivere la realtà con le nuove tecnologie di animazione virtuale. Nei decenni scorsi si è assistito ad un susseguirsi di innovazioni sceniche che hanno trovato immediata applicazione ai film in commercio. Ad oggi gli effetti speciali vengono perfino prima delle trame: se c’è l’effetto adatto il film si può realizzare, altrimenti si aspetta.

Il risultato sono pellicole come il “Godzilla“, di Roland Emmerich, la cui trama si potrebbe riassumere in: “un lucertolone gigante scorrazza per New York abbattendo grattacieli e violando tutte le leggi della fisica e della biologia”. Una creatura vivente, anche ammesso che riesca a crescere a quelle dimensioni, non potrebbe nemmeno uscire dall’acqua, figuriamoci camminare o mettersi a correre… (per ulteriori approfondimenti vi rimando ad un divertentissimo ed ormai celeberrimo articolo disponibile in rete: “The biology of B-movie monsters” di Michael C. LaBarbera) eppure, nella grossolana percezione del pubblico, anche quello è “fantascienza”.

Arrivati a questo punto non si può che convenire sul fatto che la stragrande maggioranza di quello che viene definito narrativa fantascientifica andrebbe più pragmaticamente classificato come “fantasy pseudoscientifica”, appellandosi non tanto ad una dimostrata verosimiglianza con le conoscenze attuali, quanto ad una pretesa “non inverosimiglianza” con quanto si sa.

Arthur Clarke ebbe a dire che “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, e su questo si può convenire, ma non vale la tesi opposta, ovvero che “ogni forma immaginabile di magia possa verosimilmente essere riprodotta con una tecnologia sufficientemente avanzata”, che, all’apparenza, è esattamente quanto sembrano ritenere la maggior parte degli scrittori e sceneggiatori odierni in ambito fantascientifico.

Tradimento del genere o necessario adattamento per non soccombere? Non saprei. Resta il fatto che la fantascienza del terzo millennio ha cessato di credere nelle potenzialità speculative della mente umana sul proprio futuro e sulle questioni etiche e morali prodotte dall’innovazione scientifica, rifugiandosi in un empireo di fantasie rutilanti quanto gratuite ed inverosimili. E questo, duole dirlo, suona un po’ come una resa.